E se fossimo conservatori?

15 novembre 2006
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Nella foto, George Orwell, An anarchist Tory
da
Jean-Claude Michéa, L’insegnamento dell’ignoranza (Metauro, Pesaro 2004, trad. di Francesco Forlani e Alessandra Mosca)
«Quel che ci spinge a ritornare indietro è tanto umano e necessario quanto quello che ci spinge ad andare avanti».
Pier Paolo Pasolini

L’ipotesi capitalista, nel senso in cui l’abbiamo definita, non è che una delle molteplici varianti della metafisica del Progresso che è comune a tutti gli ideologi modernisti. Alla stregua delle altri varianti, pretende anch’essa che la Storia abbia un senso e che il percorso prescritto agli uomini li porti inesorabilmente- per usare il vocabolario di Saint-Simon e di Comte – dallo stato teologico-militare1 allo stato scientifico- industriale. Quel che costituisce la differenza specifica dell’ipotesi capitalista è unicamente l’idea che il principio determinante della Storia sia, in ultima istanza, la dinamica dell’economia e, di conseguenza, il progresso tecnologico, in quanto condizione materiale fondamentale di tale dinamica. Partendo da qui, non è tanto difficile prevedere cosa, nell’immaginario capitalista, – in altre parole, nell’immaginario economico- andrà necessariamente ad incarnare la forma privilegiata del male politico
Tutto ciò che, infatti, intralcia la spinta in avanti di una società attraverso il movimento modernizzatore dell’economia, deve inevitabilmente essere percepito come un arcaismo inaccettabile, al quale ci si può aggrappare (è la celebre teoria del «freddo ripiegarsi su se stessi») solo se si ha la sfortuna di essere uno spirito «conservatore», o peggio ancora, «reazionario» ( nel linguaggio saint-simonista, «retrogrado»). Ed è quindi assolutamente logico che queste due ultime parole designino, nella terminologia imposta dallo Spettacolo, le due figure per eccellenza della scorrettezza politica; quelle da cui ciascuno, nel timore e nel tremore, lavora incessantemente a scagionarsi. Uno spirito critico – cioè uno spirito che quantomeno non ha paura delle parole – concluderà dunque, inversamente, che una lotta anticapitalista che è incapace di inglobare chiaramente una dimensione conservatrice, non ha rigorosamente nessuna chance di svilupparsi in modo coerente, e conseguentemente, di assestare colpi efficaci al nemico dichiarato. 2Una delle prime preoccupazioni filosofiche di coloro che dicono di opporsi al dispotismo dell’Economia deve dunque essere sempre di mettere in discussione, per principio, tutti i discorsi che celebrano il «progresso» e il «movimento» senza altre precisazioni. 3

Resta comunque evidente che «l’anzianità del knout»- termine usato da Marx- non è un argomento sufficiente per fondare la sua rispettabilità. E’ dunque necessario presentare brevemente qualche commento destinato a precisare a quali condizioni un indispensabile marcia indietro deve essere distinta da una inaccettabile regressione. 4

La tendenza dell’uomo alla curiosità e all’innovazione è uno degli attributi meno discutibili della natura umana (tanto per impiegare deliberatamente un termine che scombussola le nostre abitudini moderne).L’idea di «società immobili» è quindi o un mito o una fantasma. Quello che bisogna rigettare, non è il principio stesso del cambiamento- come, al limite, nella filosofia di Julius Evola – ma il fatto che il suo ritmo sia ormai definito e imposto dalle sole leggi del Capitale e della sua accumulazione.5 E se le classi popolari, come lo deplorano continuamente le prefiche del modernismo, manifestano, in generale, molta poca fretta di «adattare le loro mentalità alle evoluzioni necessarie», ovviamente non è perché sarebbero ontologicamente inadatte al cambiamento; è semplicemente perché esse hanno una tendenza, sicuramente incresciosa, a camminare più lentamente sotto la frusta e con nettamente meno entusiasmo e convinzione rispetto alle nuove classi medie e alla brillante intelligentia.

L’ingegnosità e la capacità di innovazione delle classi popolari sono, tra l’altro, uno dei loro tratti storici più costanti. Sono proprio queste virtù che gli permettono di neutralizzare continuamente una parte delle strategie capitalistiche e di inventare in qualsiasi momento dei dispositivi che mantengano o riproducano la civiltà e il legame, ovunque questi ultimi siano minacciati dalla logica di ferro del Capitale. È sufficiente per esempio leggere le notevoli analisi che Serge Latouche consacra, nell’Altra Africa, all’«economia informale» di Dakar, alle «strategie domestiche a Grand-Yoff» o al sistema di solidarietà dei fabbri Sonninké, per prendere coscienza della vitalità dell’intelligenza popolare e misurare fino a che punto è generalmente la volontà di conservare un modo di vita umano che porta gli individui, così come le comunità, a inventare continuamente, sulla base delle acquisizioni e delle tradizioni, nuove forme di relazioni e nuove regole del gioco, a volte rivoluzionarie. Da questo punto di vista , lo sviluppo, nei paesi anglosassoni, e adesso in Francia, dei LETS (Local Exchange Trade System) costituisce forse una forma esemplare di quelle risposte critiche alla modernizzazione capitalista apportate sul campo dagli individui stessi. Se questi sistemi di scambio locali contribuiscono, in effetti, a mettere in difficoltà l’emarginazione ultraliberale, è nella misura in cui essi riescono a ricostituire (interpretazione «reazionaria») o a mantenere (interpretazione «conservatrice») questo «primato del legame sul bene» che definisce, secondo Caillé e Godbout, l’essenza stessa del dono tradizionale.

Se è vero che la critica dell’ideale del Secolo dei Lumi è una condizione necessaria – come pensava già Adorno – per qualsiasi critica del Capitale, non bisogna tuttavia privare completamente di significato le nozioni di Progresso o di Civiltà universale. «I migliori tratti delle civiltà – scriveva Marcel Mauss – diventeranno proprietà comune di gruppi sociali sempre più numerosi» e «questa nozione di fondo comune, di acquisizione generale delle società e delle civiltà […] corrisponde, a nostro avviso, alla nozione di Civiltà»6. Tale movimento non implica comunque , come aggiunge subito dopo Mauss – la necessaria scomparsa dei «sapori locali». In realtà, molti altri complicati dibattiti sulle dialettiche dell’universale e del particolare, o della modernità e della tradizione, avrebbero potuto forse essere considerevolmente abbreviati o persino evitati, se si fosse tenuto conto, nella giusta misura, della frase dalla precisione infinitesimale dello scrittore portoghese Miguel Torga: «l’universale è il locale, meno i muri»7. Questa proposizione significa che una comunità umana progredisce e si civilizza non quando distrugge o abbandona ciò che la caratterizza (per esempio la lingua o l’accento) bensì ogni volta che riesce ad aprirsi ad altri gruppi, cioè a sostituire, nei suoi rapporti con questi, il disprezzo e la violenza iniziale con diverse modalità di scambio simbolico. È sicuramente inevitabile che questa iscrizione nelle dialettiche complesse della reciprocità porti poco a poco ogni comunità a lasciare da parte tutto ciò che – nei modi, fino ad allora consueti, di vivere e di sentire – si oppone, per principio, al riconoscimento reciproco dei soggetti. In altri termini, a tutto quello che, nella propria cultura – tenendo conto del gioco e dello scherzo- non può essere universalizzato senza contraddizioni. Ma questi progressi legittimi dell’universalità – nella misura in cui essi conservano come base proprio quelle particolarità storiche e culturali durature, che sono la condizione stessa dello scambio simbolico – non hanno granché in comune con quella uniformizzazione accelerata del pianeta operata dal mercato capitalista, uniformizzazione la cui visione turistica del mondo e il cui pseudo-cosmopolitismo dello show-biz e della classe d’affari rappresentano una traduzione allo stesso tempo grottesca e patetica.

Notiamo infine, che in queste materie, nelle quali si va a toccare il fondamento stesso dell’ordine umano, conviene maneggiare l’ascia del Diritto e della Ragione con la massima precauzione. Kant stesso, malgrado fosse poco sensibile alle seduzioni del particolare, scriveva che «il legno con cui l’uomo è fatto è cosi nodoso che non vi si possono tagliare travi dritte» (Idee di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, 6° proposizione). Nella misura in cui gli spiriti moderni hanno già una grande tendenza a inchinarsi davanti alla tirannia dell’angolo retto, si può pensare che un solido senso del costume e dei giochi sottili che esso permette di fondare a tutti i livelli 8rappresenti una delle forze psicologiche maggiori di cui ogni individuo dispone per allentare la presa del Capitale sulla propria vita, e perseverare così nel proprio essere in modo il più possibile libero e gioioso. Non c’è, del resto, che una sottile differenza tra questo senso del costume e quello che è di solito chiamato convivialità.

Note

1 Ecco perché la Chiesa e l’Esercito sono i due bersagli privilegiati di qualsiasi paradigma moderno. Ciò vuol dire che l’anti-clericalismo e l’anti-militarismo – se sono legittimi – sono tutto tranne che dei comportamenti anti-capitalisti. È una chiave supplementare, forse, per interpretare lo strano universo politico di Cabu.

2 Questa idea, che non può sorprendere i lettori di George Orwell o di William Morris, non dovrebbe nemmeno sorprendere i veri amici dell’ecologia e tutti quelli che si trovano costretti ad affrontare il Capitale e i suoi uomini politici, ogni volta che bisogna preservare un sito naturale o restituirgli le qualità perdute (per esempio lottando per l’inquinamento di un fiume o per il ritorno ad un’alimentazione non falsificata). Queste lotte – se ci riflettiamo – sono così palesemente conservatrici, persino retrograde, che un modernista intelligente, Alain Roger, ha giudicato necessario produrre una teoria del paesaggio (così come l’opera artistica corrispondente) che permetta finalmente di finirla, una volta per tutte, con «il cruccio conservatore e naturalista dell’ambiente». Questa curiosa sintesi tra l’avanguardismo di Art-Presse e l’estetica dei rappresentanti immobiliari, è stata magistralmente smontata da Jacques Dewitte. (cf. «L’Arcialisation et son autre», Critique, giugno luglio 1998).

3 E’ risaputo che il sistema è già riuscito a imporre alle frazioni più canalizzabili dei giovani, l’idea che muoversi sarebbe in sé un’attività perfettamente definita e necessariamente virtuosa. In pratica, ci sono dunque molte possibilità che quella che i giovani che guardano Canal + chiamano solitamente «una città molto viva» sia, in realtà, una città distrutta dal turismo e dalla produzione immobiliare, nella quale la mafia possiede diverse discoteche e i telefonini si vendono particolarmente bene.

4 Prendo questa preziosa distinzione dal testo di J.-P. Courty: En arrière toute! Lettre ouverte à la Revue Actuel 48 à propos de la Lozère et son entrée dans le XXI siècle, dicembre 1997.

5 Qui risiede tutta la differenza tra una cultura e una moda. Una cultura, è sempre un’evoluzione, almeno da viva: ma tale evoluzione si opera a un ritmo che conferisce alla cultura in questione – così come all’inconscio – una struttura necessariamente «transgenerazionale», il che significa che essa definisce sempre uno spazio comune a più generazioni, e autorizza così, tra le altre conseguenze, l’incontro e la comunicazione dei giovani e dei vecchi (come per esempio in uno stadio di football, una festa del villaggio o la vita di una vero quartiere popolare). La moda è invece un dispositivo intra-generazionale e il cui rinnovamento incessante obbedisce prima di tutto a delle considerazioni economiche. Organizzare la confusione sistematica tra, da un lato, le culture durature create dai popoli, al ritmo proprio e, dall’altro, le mode passeggere imposte dalle strategie industriali, costituisce una delle operazioni di base del tittytainment. È risaputo che si tratta di un’arte in cui l’onnipresente Jack Lang ha pochissimi rivali.

6 Marcel Mauss: Les Civilisations: Eléments et formes, 1930.

7 Miguel Torga: L’Universel, c’est le local moins les murs, William Blake & Co & Barnabooth ed. 1986. (Si tratta di una conferenza tenutasi in Brasile nel 1954).

8 «Una rondine non fa primavera» dice la saggezza popolana. È questa plasticità costitutiva che differenzia quello che vuole l’usanza (per esempio festeggiare un compleanno) e quanto esige il diritto (per esempio rispettare il codice della strada). Naturalmente, e Latouche lo mostra assai bene, questa plasticità dell’usanza rischia sempre di portare a degli « arrangiamenti » con il diritto, aprendo la strada alla corruzione. Ma se, per queste ragioni, le esigenze più varie dell’usanza devono per principio essere subordinate agli imperativi egualitari del diritto, quest’ultimo deve essere concepito soltanto come, da un lato, il quadro generale delle relazioni umane concrete e dall’altro, come ultima istanza alla quale riferirsi nel caso in cui le dispute e i conflitti non possono più essere regolati ai primi livelli dell’esistenza sociale. Quando, di conseguenza, il diritto interviene immediatamente come un ricorso normale, quasi preliminare- quando, in altri termini, la minaccia di reciproci processi diventa una forma ordinaria di civiltà- si entra allora nel regno degli individui procedurali e nella tirannia del diritto. È esattamente quello che succede ogni qualvolta la modernizzazione mercantile della vita progredisce distruggendo sistematicamente le tradizioni e le usanze che erano l’orizzonte storicamente dato delle transazioni quotidiane- il sistema capitalistico tende progressivamente a non lasciare agli individui, per regolare i loro differenti litigi, che due modalità principali : la violenza e il ricorso sistematico al Tribunale. Tale è la maniera moderna di vivere che gli Stati uniti sperimentano da un bel po’, e a cui di conseguenza, dovremo ben presto anche noi imparare a piegarci ; sempre che decidiamo di non fare alcunché per conservare il dominio sul nostro destino

Jean-Claude Michéa insegna filosofia in un liceo di Montpellier. È autore di saggi, tra cui Orwell, anarchiste tory (1995); Les Intellectuels, le peuple et le ballon ronde (1998) e Impasse Adam Smith, che è apparso in traduzione italiana con il titolo Il vicolo cieco dell’economia (Elèuthera, Milano 2004). In traduzione italiana è anche disponibile L’insegnamento dell’ignoranza (Metauro, Pesaro 2004).

116 Responses to E se fossimo conservatori?

  1. tashtego il 15 novembre 2006 alle 14:52

    Posso dire apertamente che trovo che queste qui sopra siano supponenti stronzate?
    Di Pasolini (che già si è rivoltato milioni di volte nella tomba, quindi una volta di più, al vedersi in epigrafe di questo brano, non gli farà male) citerei piuttosto il suo ribadire continuo la distinzione elementare tra Progresso e Sviluppo, dove per Progresso s’intende il miglioramento continuo dei rapporti sociali nel senso della giustizia e dell’eguaglianza, mentre per Sviluppo s’intende quello che il sig. Michéa intende per Progresso “modernista”, cioè l’incremento indiscriminato della produzione che fa sistema con una, capitalisticamente necessaria, implementazione tecnologica, al fine di aumentare efficienza e volume della produzione, per aumentare indefinitamente il capitale da reinvestire nel processo all’infinito e per forza di cose all’auto-annientamento.
    Il Progresso è l’unico contro-veleno dello Sviluppo (lo Sviluppo ci condurrà alla catastrofe planetaria) e non come pensa Michéa, il pensiero reazionario.
    I reazionari devono ancora storicamente dimostrarci che all’atto pratico non si sono SEMPRE messi dalla parte del Capitale, perché ciò che aborrono sopra ogni cosa non è lo Sviluppo, ma il Progresso, non sono i ricchi ma i poveri, non è l’ingiustizia, ma l’uguaglianza.
    Occorre poi ricordare al sig. Michéa che nel pacchetto del pensiero modernista (che è molto complesso e non riducibile a formulette e contiene molte istanze e forze e ideologie e teorie e cetera) non c’è, come pensa lui, solo la “modernizzazione dell’economia”, ma anche la modernizzazione della società e del suo habitat, la ri-definizione dei rapporti di produzione e di quelli sociali, la lotta al bisogno, alla fame, alla malattia, la casa e i trasporti per tutti, eccetera.
    Non possiamo ridurre la visione della Storia come ci pare per ritagliarla alla misura delle nostre “teorie” su di essa.
    Ma forgheddabaudidda.

  2. andrea inglese il 15 novembre 2006 alle 15:34

    Rileggendo ora questo brano di Michea lo trovo assolutamente “sensato”, per nulla provocatore, anche se, come ogni intervento chiarificatore, non puo’ né deve dire “tutto”. Il discorso di Michea s’incontra per altro con quello di Ivan Illich, che al concetto di convivialità ha dedicato tutta l’ultima fase della sua opera.

    La risposta di Tashtego rispetto alla questione sollevata da Michea non è solo semplificatrice, ma anche, me lo consenta senza acrimonia, superficiale. Se bastasse estrarre dal groppo distruttivo “sviluppo” il nocciolo positivo “progresso”, come se si trattasse di due materie differenti, tipo l’acqua e l’olio, Adorno non avrebbe senso. Per dirne una. Ma cio’ che mi sorprende, caro Tash, è la sbrigativa violenza argomentativa con cui pretendi liquidare Michea come un coglione, non conoscendo di lui, immagino, che i brani che Forlani ha messo su NI. Ma questo è poi poco importante.

    Quello che invece più conta è l’ignoranza antropologica e sociologica che costituisce la premessa del tuo giudizio. Ed è un problema vero, non solo tuo, ovviamente. Perché la scuola antropologica e sociologica che esiste in Francia non esiste da noi, e il discorso critico da noi non ha potuto fare tesoro di quanto tali scuole hanno prodotto, quanto a comprensione dell’uomo e della società.

  3. effeffe il 15 novembre 2006 alle 15:37

    Ma aidont forgheddabaudidda

    prima di tentare una risposta ad osservazioni giuste diciamo che l’attacco (del pezzo) è infelice. Stronzate, pasolini nella tomba, ecc. insomma Tash puoi fare meglio…
    ma veniamo alle obiezioni.
    Tu introduci la differenza tra sviluppo e progresso, mantenendo una dicotomia che Michèa definisce altrimenti, ma con l’esistenza di due visioni del mondo (del progresso) che coincidono. del resto il termine sviluppo mi sembra già da tempo sdoganato e non solo in una logica pro capitalista. Penso all’idea di sviluppo eco-sostenibile, tra le altre.

    L’analisi di Michéa sulle modalità di resistenza delle culture locali (che identifica a ragione con quelle popolari) è di un’attualità incredibile se la metto in relazione ad un evento a cui ho assistito qualche settimana fa qui a Torino, http://www.terramadre2006.org.

    Per quanto riguarda le cose che contesti al filosofo francese ( reazionari devono ancora storicamente dimostrarci che all’atto pratico non si sono SEMPRE messi dalla parte del Capitale) mi sembra che Michea non affermi il contrario, quanto piuttosto il fatto che l’ultra liberismo ha sempre propagandato la propria caccia al profitto come un bene condivisibile da tutti, e per tutti. In tal senso non meraviglia che in Forza Italia siano confluite persone e personalità legate allo spirito libertario degli anni settanta, proprio perchè tra quella e questa propaganda esistevano molti corridoi possibili (libertà, antistato, individuo, meno tasse) considerando valori come la solidarietà, fra tutti, come un retaggio delle culture conservatrici e reazionarie. Nella realtà come Mauss, Lasch, e tanti altri hanno cercato di dimostrare è proprio nelle forme tradizionali che quel valore resiste (la tribù, la famiglia, il popolo ecc).

    Pasolini, ricorda insisteva molto su quella differenza tra cultura di massa, e cultura popolare. E la cultura popolare non la inventi. Del resto, il diktat, del passato facciamo tabula rasa, è uno slogan caro agli ultra liberisti (finto progressisti, se vuoi.)
    Quello che so è che in !984 al momento di brindare,Winston Smith dice “al passato”
    effeffe

  4. wovoka il 15 novembre 2006 alle 15:38

    Stavo per dire, dopo una prima velocissima ricognizione, che trovavo questa volta il pezzo proposto da ff “sostanzioso”: il commento di Tash mi ha quindi fatto risputare di corsa la cucchiaiata, mi ci accosterò con più cautela, poi vi dico :-)

  5. georgia il 15 novembre 2006 alle 15:54

    Lo devo leggere con più attenzione, ma io non lo liquiderei certo come fai tu tash.
    I grandi conservatori come il terribile de maistre e i grandi leopardi orwell pasolini e altri hanno capito molte più cose di molti rivoluzionari e hanno lanciato allarmi, in tempi in cui sembrava ridicolo farlo (ed erano infatti ridicolizzati)
    Distruggere senza essere in grado di ricostruire alla lunga può essere molto più disastroso che cercare di conservare usanze e codici apparentemente desueti.
    Distruggere a tappeto la religione (che io non amo), ad esempio, se non si è in grado di sostituirla (e poi soprattutto diffonderla) con una etica (costumi e usanze valide per tutti) laica forte può provocare molti più danni della stessa religione che si arrocca e diventa fondamentalista.
    Lasciando noi umani come fredde macchine a-morali (che non vuol dire immorali, che in se ha una sua grandezza e ribellione, ma proprio incapaci di distinguere qualcosa moralmente)
    L’unica vera rivoluzione morale l’ha fatta il nazismo: ha collassato ogni morale umana a tal punto che ancora oggi non siamo stati in grado di riformularla (lo analizza bene Hannah Arendt).
    Oggi stiamo raccattando cocci e macerie della nostra abissale stupidità di presuntuosi moderni. Rendersi conto di questo, e soffrirne, forse, apparentemente, vuol dire avere un animo conservatore, ma non vuol dire essere reazionari, anzi vuol solo dire essere ancora in grado di intelligere, cosa che molti ex rivoluzionari alle vongole (per lo più passati alla destra) non sono più in grado di fare. Anch’io vorrei un continuo progresso luminoso che ci porti alla meta nudi e liberi da ogni laccio e lacciuolo (pensiero oggi più di destra che di sinistra) Ma tutta ‘sta luce di fronte e a me io proprio non la vedo.
    Non vorrei tornare indietro, ma vorrei anche non essere beota del tutto, quindi ben venga un pensiero conservatore (la politica poi è altra cosa spesso oggi non è più nemmeno un pensiero).
    E lo dico da sinistra, ma non dalla tua sinistra che a me appare sempre più solo come una macchina con guida a sinistra.
    geo

  6. andrea inglese il 15 novembre 2006 alle 16:45

    Intanto Orwell era un socialista (antifascista e antistalinista). Quindi non ci sta proprio con i conservatori.

    Ma il problema è innanzitutto questo: nel nostro vocabolario politico il termine “conservatore” ha una chiara connotazione politica, laddove Michea usa il termine in una accezione più “neutrale”, vorrei dire quasi fenomenologica, descrittiva. Se non si fa attenzione a questo, il suo discorso è inintelligibile.

  7. effeffe il 15 novembre 2006 alle 16:59

    che è poi quella (definizione di conservatore) che Orwell usa per se stesso quando si definisce Anarchist Tory (anarchico conservatore). A tal proposito ti consiglio andrea le due opere che Michèa ha dedicato ad Orwell, e di cui una, credo, sia pubblicata, o stia per essere pubblicata in Italia.
    effeffe

  8. effeffe il 15 novembre 2006 alle 17:07

    quasi a corollario del post vorrei far seguire quest’articolo di Maurizio Lazzarato (http://www.ethicstv.com/onlytext/showcase/love/contents/lazzarato.html)
    che come tu sai, Andrea, ha fatto un lavoro notevole su un altro pensatore Conservatore Tarde, che meriterebbe di essere riletto.
    Maurizio Lazzarato collabora a Multitudes, Chymeres, ha scrittoper la Manifesto Libri …

    Arte, Amore e Industria
    Vorrei parlare dell’amore dal punto di vista dell’economia. Questa prospettiva può sembrare singolare, ma bisogna sapere che il “padre” dell’economia politica non fondava la sua nuova scienza esclusivamente sull’interesse egoista e individuale, ma anche sul concetto di “simpatia”. La tradizione filosofica scozzese di cui fa parte Adam Smith si opponeva alla tradizione hobbessiana, fondando la possibilità delle relazioni sociali sulle affezioni simpatetiche.

    Un autore francese della fine del XIX secolo, Jean Tarde rivede questa tradizione, ponendo la simpatia, l’amicizia, la “pietas” come uno dei principi fondamentali nella costituzione del legame sociale. Gli uomini si oppongono secondo i principi dell’Avere e si adattano secondo i principi della simpatia. D’altronde questo tipo di amore sociale è, in ultima istanza, il motore principale dell’evoluzione sociale. Tarde ne trae una teoria sociale ed una economica che forse merita una rivisitazione. Mi limiterò a riassumere brevemente la sua teoria sulle funzioni dell’arte in rapporto all’economia e alla società.

    Secondo Tarde tutti i fenomeni sociali sono riconducibili all’azione dei Desideri e delle Credenze che costituiscono la soggettività (anima) umana. Ma le espressioni della soggettività non si risolvono completamente in credenze e desideri, in giudizi e volontà.

    “Permane sempre in essi un elemento affettivo e differenziale che gioca il ruolo attivo e principale nelle sensazioni propriamente dette e che nelle sensazioni superiori denominate sentimenti, anche in quelli più raffinati, compie un’azione dissimulata ma ugualmente essenziale”.

    Le “sensazioni (o affezioni) pure” e i sentimenti costituiscono una sorgente inventiva (creativa) individuale e collettiva e partecipano, come tali, e sempre di più, alla definizione dei bisogni e delle finalità della società (e dunque della valorizzazione economica). L’ “elemento affettivo e differenziale” è ciò che di più condiviso fra gli uomini e meno direttamente comunicabile ci sia: l’esistenza pre-individuale, l’esistenza sub-rappresentativa, l’esistenza virtuale (o l’elemento dionisiaco, per parlare come il primo Nietzsche). La traduzione di questo elemento in cosa comunicabile e il suo diventare condivisa sono assicurati dalle “arti”.

    Le arti sono i “grandi incantatori di serpenti delle anime” che non si limitano a suggerire loro “volontà e idee comuni”, ma soprattutto “imprimono ad esse delle sensazioni comuni”. La nozione di arte per Tarde ha un doppio senso. “In una concezione allargata, essa comprende tutti gli esercizi dell’immaginazione e dell’ingegno umano, l’invenzione in tutte le sue mille forme”. L’arte in generale serve a “soddisfare il bisogno di espressione inventiva o di invenzione espressiva”.

    Essa è dunque per Tarde strettamente legata all’invenzione, meglio: l’arte è l’invenzione stessa e come tale è presente in quantità ineguali in tutte le attività.
    Ci sono dunque delle “belle arti e delle arti meno belle”. Per Tarde “l’Estetica” ha un doppio ruolo sociale fondamentale (anche quando si presenti come”arte per l’arte”): da un lato, a differenza dell’industria e del commercio, “perfeziona e corona” le relazioni sociali; le arti infatti “accordano i desideri li fanno servire a fini altrui, identificandoli, unendoli in fasci, all’unisono, come fa l’azione guerriera pur senza diminuirne in nulla la loro dissomiglianza, “. D’altro canto le arti aggiungono alle anime “qualche cosa di infinitamente prezioso”, imprimendone, costituendone e evolvendone la sensibilità. questa doppia azione ha un effetto economico diretto:l’arte agisce infatti sulle forze che determinano la formazione e l’evoluzione dei “bisogni veramente sociali” della società.

    Cerchiamo di determinare in modo più preciso questa doppia funzione dell’arte. La virtù dell’arte è , in prima istanza, quella di accordare e di perfezionare le relazioni sociali, essendo essa portatrice di un “ordine futuro più largo e più potente” fondato sulla simpatia, anche laddove “la ricerca del piacere diventi il suo solo oggetto”. “Tale piacere, da cui si origina e si diffonde il desiderio, è il piacere di amare e di simpatizzare , di allargare senza sosta il cerchio della sua simpatia o del suo amore; è il piacere prettamente sociale, che si duplica attraverso la condivisione(…) il piacere di un gusto fondato su un giudizio di gusto che si fortifica in ciascuno nella misura in cui è ripetuto da tutti.”

    Se l’arte introduce un disaccordo nella società, precede i principi della morale che continuano ad appoggiarsi su dei “dogmi vecchi quando già l’arte , anticipando l’avvenire, si rivolge istintivamente verso qualche concezione più allargata o più profonda dello scopo della vita, che servirà di base alla morale di domani”.

    Nonostante l’arte sembri avere il “suo imperativo categorico”, (l’arte per l’arte), come la morale ha il suo, (il dovere per il dovere), essa contribuisce a diffondere le relazioni simpatetiche fra gli uomini. L’arte può giocare questo ruolo di adattamento e di accordo, perché ha il privilegio di suscitare negli individui dei sentimenti che giocano nella logica e nella vita sociale , il ruolo dell’amore nella vita individuale.

    “Il sentimento dell’arte è un amore collettivo e che si ripete di essere tale. Quando un uomo è innamorato di una donna che viene amata da altri, soffre di questa spartizione ; ma ciascun spettatore che ammira un quadro, ciascun ascoltatore che applaudisce un poema, è felice di vedere la sua ammirazione condivisa. L’arte è la gioia sociale, come l’amore è la gioia individuale;”

    La gioia sociale, secondo Tarde, è il proprio dell’agire insieme, dell’azione comune che può esprimersi anche nel lavoro. E’ attraverso l’amore, la simpatia che le diverse attività degli uomini possono comunicare fra loro.
    La seconda funzione fondamentale dell’arte è quella di far “cadere in comunità sociale” le affezioni pure degli uomini che in sé e per sé non sono comunicabili, perché costituiscono ciò che c’é di più “fuggevole, singolare e sfumato”. Questo porre in comunione delle sensazioni viene considerato da Tarde come una vera forza sociale, allo stesso livello del lavoro o delle religioni.

    “(…) i grandi artisti creano delle forze sociali altrettanto degne del nome di forze, altrettanto capaci di crescere e decrescere con regolarità quanto le energie di un essere vivente.” L’arte giunge a fissare le affezioni pure nel “cuore del pubblico”. Ogni opera d’arte aggiunge una sensazione o una varietà di sensazioni alla sensibilità. Gli artisti sono dei reali “produttori” perché partecipano alla costituzione della soggettività individuale e collettiva.

    La sensazione e la sensibilità sono dunque i “prodotti” del lavoro artistico. “Dunque, fabbricandoci in tal modo l’anello (tastiera) della nostra sensibilità , stendendolo e perfezionandolo senza sosta, i poeti e gli artisti sovrappongono, in parte sostituiscono, alla nostra sensibilità naturale, innata, incolta differente in ciascuno di noi e essenzialmente incomunicabili, una sensibilità collettiva, simile per tutti, impressionabile come tale alle vibrazioni del milieu sociale, in quanto nata da lui.

    I grandi maestri dell’arte, in una parola, disciplinano le sensibilità, e di conseguenza le immaginazioni, le fanno riflettere fra loro e ravvivarsi attraverso il loro mutuo riflesso, mentre i grandi fondatori o riformatori di religioni, i sapienti, i legislatori, gli uomini di stato, disciplinano i cuori, i giudizi e le verità.” Dunque per Tarde, l’arte ha, in ogni caso, degli “scopi reali esterni a se stessa. “Riassumendo, sia per il suo scopo, sia per le sue procedure, l’arte è una cosa essenzialmente sociale, soprattutto propria alla conciliazione superiore dei desideri e al governo delle anime.”

    Arte e industria
    Se l’arte è una forza sociale, occorre precisare in cosa si differenzia dalle altre forze sociali, quali l’industria per esempio. L’arte in quanto soddisfazione del bisogno di espressione inventiva è allo stesso tempo un’ attività specifica e una componente di ogni attività. Bisogna dunque analizzare contemporaneamente come il lavoro artistico e il lavoro industriale si oppongano o si accordino. La continuità delle transizioni fra arte e lavoro, non impedisce di distinguerli in modo rigoroso. In ogni lavoro c’è dell’arte e in ogni espressione artistica c’è del lavoro, ma in quantità ineguale.

    “Qui, come ovunque d’altronde,(notare che sembra fuggire alla maggior parte degli evoluzionisti, facendo si che l’oblio allontani numerosi degli spiriti puri dalla loro dottrina ), la continuità delle transizioni non impedisce la chiarezza delle distinzioni.”

    Il cogliere distinzioni e continuità fra arte e industria, fra dimensione sociale e artistica è particolarmente importante nel post-fordismo dove queste attività si ordinano in modo molto rigoroso. La distinzione proposta da Tarde prende in considerazione la situazione socio-economica della sua epoca, ma lui stesso ci suggerisce la direzione dell’evoluzione economica: il valore estetico e il valore cognitivo giocheranno un ruolo sempre più importante rispetto al valore d’uso. La differenza fra arte e industria si regge in primis nel fatto che i desideri di consumo ai quali risponde l’arte sono più artificiali e capricciosi di quelli a cui risponde l’industria e richiedono “un’elaborazione sociale più lunga.” I desideri di consumo artistico sono, ancor più che i desideri di consumo industriale, figli della’ “immaginazione inventiva e scopritrice”.

    I desideri ai quali risponde l’industria sono “costanti, regolari, periodici e si rigenerano da soli, spontaneamente, senza avere bisogno di essere provocati dalla vista di oggetti propri a soddisfarli”; mentre i desideri ai quali risponde l’arte sono “intermittenti, variabili nati dalla scoperta dei loro propri oggetti” e “li chiamiamo amore.” Solo l’immaginazione che li ha fatti nascere può soddisfarli perché hanno origine quasi esclusivamente nell’immaginazione, a differenza dei desideri di consumo industriale.

    “I desideri che servono l’industria, forgiati è vero dai capricci degli inventori, sorgono spontaneamente dalla natura e si ripetono ogni giorno gli stessi, come i bisogni periodici che traducono; ma i gusti che l’arte cerca di assecondare si riattaccano attraverso una lunga catena di idee geniali a dei vaghi istinti, non periodici, e si riproducono solo modificandosi.”

    “Il desiderio di consumo industriale preesiste al suo oggetto e, benché precisato o sofisticato da certe invenzioni del passato , non domanda all’oggetto stesso che la loro realizzazione ripetuta; “ma il desiderio di consumo artistico attende dal suo oggetto persino il suo compimento e chiede ad invenzioni nuove che tale oggetto gli fornisca le variazioni delle invenzioni vecchie. E in effetti naturale che un desiderio inventato, come è il suo oggetto, abbia per oggetto anche il bisogno di inventare, poiché l’abitudine dell’invenzione consisterà solo nel farne nascere e crescere il gusto.” Questi bisogni non periodici e accidentali sono nati da un “incontro imprevisto” ed esigono un ” imprevisto perpetuo” per vivere. Tarde li chiama anche “amori”, perché sono figli della simpatia.

    Ma c’è una differenza ancora più importante tra lavoro artistico e lavoro industriale. In realtà nella produzione artistica non é possibile distinguere la produzione dal consumo in quanto l’artista prova lui stesso il desiderio di consumo, egli cerca in primis di favorire il proprio gusto e non solo quello del suo pubblico.

    ” In oltre, il desiderio di consumo artistico ha la caratteristica di essere ancora più vivo e la gioia che lo segue è ancora più intenso nel produttore stesso che nel semplice conoscitore. In ciò l’arte si differenzia profondamente dall’industria (…). Nel fare artistico la distinzione fra produzione e consumo va perdendo la sua importanza, poiché il progresso artistico tende a fare di ogni di ogni conoscitore un artista, di ogni artista un conoscitore.”

    Walter Benjamin, qualche decennio più tardi, giungerà alle stesse conclusioni, analizzando la tendenza dello sviluppo industriale sulla base della produzione cinematografica.

    La relazione positiva tra arte, industria e amore
    Il rapporto tra arte e industria non è solo di contrasto. L’industria si rivela essere infatti la condizione dello sviluppo dell’attività artistica nella misura in cui l’industria si sviluppa, essa rende il lavoro meccanico e le tecniche industriali perdono così il loro carattere attraente e di materie d’altri tempi. Ma se le trasformazioni gigantesche dell’industria hanno fatto perdere al lavoro il suo fascino, hanno ugualmente permesso di eliminare la durezza del lavoro fisico.

    ” Ancor meglio è renderlo meccanico piuttosto che bestiale, perché la macchina è in primo luogo umana e spirituale. E di fatto un’attività meccanica si concilia fortemente ad una spiritualizzazione elevata, mentre l’uomo grezzo all’eccesso è incapace dello sforzo mentale.” E’ lo sviluppo dell’industria che estirpa gli uomini dalla campagna per spingerli verso l’ipertrofia della città che favorisce lo ” sviluppo del sistema nervoso alle dipendenze del sistema muscolare.” Perché se oggi l’industria sembra sottomettere il desiderio e il lavoro artistico alla sua logica di valorizzazione mercantile, probabilmente è anche per la ragione seguente: l’allargamento sempre più esteso delle relazioni fra gli uomini dove gli amori, le amicizie, la pietas giocano un ruolo fondamentale. E’ forse la diffusione degli affezioni simpatetiche che obbliga l’industria all’estetica?
    Esiste una possibilità per l’umanità?

    Maurizio Lazzarato

  9. georgia il 15 novembre 2006 alle 17:15

    andrea hai mai letto Orwell?
    antifascista e antinazista lo era di sicuro, ma ti assicuro che era anche un gran conservatore ;-)

  10. tashtego il 15 novembre 2006 alle 17:31

    non intendo liquidare michéa, figuriamoci, ché altrimenti “adorno non avrebbe senso”, per liquidarlo e non è mia intenzione, né soprattutto mia capacità e interesse, dovrei leggerlo, cosa che non farò, date le premesse teoriche sul Modernismo che lui propone qui sopra.
    di quelle sto parlando.
    prima di argomentare alcunché dobbiamo metterci d’accordo sulle premesse e le premesse di Michéa a mio avviso sono penose.
    la distinzione tra progresso e sviluppo, qualsiasi cosa ne dica Adorno, è necessaria, se non altro per capire cos’è successo nel XX secolo.
    ma forse non vi interessa.

  11. tashtego il 15 novembre 2006 alle 17:34

    aggiungo che nutro una diffidenza pre-concetta verso chi si presenta da sé come un “libero pensatore”.

  12. valter binaghi il 15 novembre 2006 alle 17:50

    Il testo è appassionante, grazie a chi l’ha pubblicato, così come gli autori citati nella discussione: Illich, Latouche, Pasolini, Lasch.
    Ecco, se non temessi le ire di Georgia, che mi ha scritto di non volerne assolutamente sapere dei comunitaristi, tornerei ad invitare alla lettura del “Mito del progresso” di Lasch, dove un’analisi storica accurata dimostra che le uniche vere resistenze al capitalismo sono venute non dall’operaismo marxista (sotto la cui egida si sono realizzate piuttosto forme di capitalismo di stato) ma dalla ostinazione dei piccoli proprietari, degli artigiani, in nome dei vincoli comunitari e del corporativismo, in Europa e negli USA. La destra americana, che ha cercato di appropriarsi di queste istanze, lo ha fatto maldestramente (scusate il gioco di parole), perchè contemporaneamente esalta proprio quegli aspetti dell’economia che conferiscono al capitalismo il suo carattere onnivoro, cioè il gigantismo, la serialità della produzione industriale e la globalizzazione dei mercati. La sinistra radicale, che pure agognava romanticamente stili di vita comunitari ed organici, è stata in realtà il principale veicolo di diffusione del consumismo tra le giovani generazioni, perchè del capitalismo ha cavalcato il vero motore, cioè il narcisismo del diritto alla felicità e dell’onnipotenza del desiderio.
    Oggi so che Pasolini era uno da studiare, mentre “Eros e civiltà” di Marcuse un delirio pericoloso: peccato non averlo capito trent’anni fa. Caro tashtego, la distinzione tra Sviluppo e Progresso è lodevole, peccato che arrivi molto tardi e che il primo a non averla capita era proprio Marx. Comunque, l’equivoco delle ideologie politiche americane che ho segnalato sopra è facilmente sovrapponibile al nostro panorama italiano. Questa Destra e questa Sinistra sono non solo incapaci di rappresentare la realtà, ma sono il vero e proprio ostacolo a comprenderla. Se vi piacciono le definizioni, potete tranquillamente definire anche me un anarchist tory.

  13. tashtego il 15 novembre 2006 alle 18:05

    un anarchist tory.
    azz.

  14. mag il 15 novembre 2006 alle 18:13

    Il Centro non serve:
    Io porrei una questione fisica, dinamica, cinetica, tra due forze apprentemente contrarie che sono appunto gli estremi di un continuum dialogico, diciamo una figura aritmentica simile ad un tracciato che si muove sopra e sotto la linea dello zero, la linea dell’immobilismo conservativo.
    La neutralità tra + 10 e – 10, tra entropia e esplosione, tra conservatorismo e rivoluzione, si forma automaticamente dalla tensione tra le due, inutile postulare uno zero centrale che sia immobile in se.
    LO zero, quindi il punto di equilibrio centrale ha senso solo come risultante di forze contrarie, come posizione intermedia ed aritmetica tra segni opposti, in modo da riflettere una “fisicità” un dinamismo intrinseco ai fenomeni.
    Lo zero fermo, matematico, assunto come dato fisso, e lo zero fisico, risultante da tensioni opposte, non sono la stessa cosa.
    Ora, trasferendo in ambito sociale, eliminando dal punto di vista del valore dialogico le argometazioni conservatrici, irrilevanti dal punto di vista dinamico, ne evinciamo che le posizioni che possono creare “tensione”, sono sempre quelle antitetiche ed ineluttabili preposte a creare dinamismo.
    quindi, se i temi da affrontare al governo sono effettivamente sempre le opposte visioni sul mondo in genere, abbiamo chiaro come il terreno su cui si svolge il dibattito politico è sempre quello tra i due estremi, dai quali dovrebbe risultare un punto di equilibrio oscillante su valori altalentanti e mediali appena sopra e appena sotto lo zero, uno zero flessibile inteso come risultante dinamico.
    Nel dibattito politico il centro quindi non serve, ovvero non contribuisce a nulla se non a rappresentare la tipologia umana timorosa dello scontro e del dialogo politico vero, rappresentante cioè degli ingnavi che Dante ha collocato nei dovuti gironi. Il centro in questo senso ha il valore dell”effetto placebo”, rassicurante per spiriti nazionalpopolari ma completamente inutile sul piano politico.

  15. effeffe il 15 novembre 2006 alle 18:34

    @Mag e Walter
    …e a proposito di questo, perchè non riflettere di nuovo sul termine populismo? Lasch delle indicazioni le offre, mi sembra, soprattutto rispetto alla tradizione americana, e comunque se non si mette tra parentesi (perchè non affondarla una volta e per tutte) la questione delle avanguardie (do you remember animal farm?) perchè non tentare almeno di riflettere sulle èlites? In un paese come il nostro dove si vive in caste …
    effeffe

  16. wovoka il 15 novembre 2006 alle 18:38

    Magda sei giurassica: per far colpo dovresti per lo meno adoperare le superfici della teoria delle catastrofi di Thom, che so, la coda di rondine, l’ombelico iperbolico …

  17. marco p. il 15 novembre 2006 alle 18:57

    Qualche appunto veloce.
    “L’ipotesi capitalista” di cui parla l’autore è, mi pare di capire, il capitalismo che pensa se stesso e che di se stesso fa apologia. Non è dunque il capitalismo in quanto tale (che è la FISICA del nostro quotidiano, e non la “metafisica”; che è l’unica realtà, o per lo meno è la sola che ponga se stessa come DOMINANTE), quanto piuttosto un sistema di pensiero che agisce in difesa di colui che lo determina (del suo corpo). Ora, da quanto mi è dato di sapere, non è l’auto-consapevolezza del capitalismo che dice che il principio determinante della storia è “la dinamica dell’economia”. Il capitalismo tende a nascondere questa primarietà. È stato il pensiero pre-marxista (e qui mi riferisco agli studi economici, antropologici, sociali che hanno anticipato e posto le basi del marxismo) ad aver messo in rilievo l’importanza del LAVORO nello sviluppo delle società. Marx ha poi precisato il tutto “inventando” il concetto di “lotta di classe”, che discende dalla posizione occupata dai diversi individui nell’ambito lavorativo. Il capitalismo tende a omettere questa verità, puntando sull’armonia tra i diversi soggetti economici, o sul fatto che entro una società tutti debbano puntare al “bene comune”. È indubbio che in una società complessa come quella attuale l’economia – che è poi la capacità di produrre beni – ha e non può che avere una posizione predominante. Il problema da segnalare è piuttosto quello della sua totale “follia” e “anarchia” negli sviluppi-progressi attivati; ovvero la sua assoluta insensibilità all’umano, privilegiando invece il fare profitto. Pensare che non debba più essere l’economia il momento trainante e determinante è il vero conservatorismo, o meglio: è voler fare girare l’orologio della storia al contrario (è reazionario, dunque).

    Altro appunto. Il concetto di “classi popolari” è assurdo. È assurdo in sé il concetto di popolo (ma si rileggano su ciò le considerazioni del vecchio Brecht); concetto che tra l’altro, a rigor di logica (e di vocabolario: collettività omogenea in una autonomia di ordine civile e politico), non può che contenere anche le classi capitalistiche.

    Terzo e (per ora) ultimo appunto. Trovo sbagliata, dannatamente sbagliata la prima nota, là dove l’autore dice che “l’anti-clericalismo e l’anti-militarismo sono tutto tranne che dei comportamenti anti-capitalisti”. Qui basterebbe rileggersi gli scritti sul militarismo di Rosa Luxemburg, la quale mira a segnare una differenza netta tra pacifismo e anti-militarismo: mentre il primo non può che assecondare, alla lunga, le stesse premesse del capitalismo, non riuscendo a capire come il militarismo non sia un male estraibile dallo stesso, ma la sua vera essenza, il secondo, appunto perché riesce ad avere consapevolezza di questa intima contiguità tra militarismo e capitalismo (dipendenti uno dall’altro e inseparabili), è l’unica prassi che possa minare dalle fondamenta la tendenza alla guerra insita nel capitalismo stesso.

    @ v. binaghi
    per “comunitarismo” intendi forse quel guazzabuglio teorico-impressionistico dove sguazzano filosofi ex-marxisti come costanzo preve e post-radical-fascisti cone de Benoist?

  18. georgia il 15 novembre 2006 alle 18:58

    o valter :-))))!!!!!
    ora oltre al populismo mi vuoi recuperare anche il corporativismo di ugo spirito, ma ti fai sempre prendere dalle mode tu?;-)
    Da marcuse a spirito senza neppure una … battuta di spirito.
    Una cosa è essere conservatori intelligenti un’altra andare a recuperare l’immondizzaio del passato;-). Sto tentativodi di moda ora di rivalutare le ideologie fasciste non è conservatorismo è … riscrittura della storia.
    “Chi controlla il passato controlla il futuro.
    Chi controlla il presente controlla il passato”.
    Anche la destra si è letta Orwell;-)
    geo

  19. andrea inglese il 15 novembre 2006 alle 19:27

    Marco P scrive:
    “È indubbio che in una società complessa come quella attuale l’economia – che è poi la capacità di produrre beni – ha e non può che avere una posizione predominante. Il problema da segnalare è piuttosto quello della sua totale “follia” e “anarchia” negli sviluppi-progressi attivati; ovvero la sua assoluta insensibilità all’umano, privilegiando invece il fare profitto. Pensare che non debba più essere l’economia il momento trainante e determinante è il vero conservatorismo, o meglio: è voler fare girare l’orologio della storia al contrario (è reazionario, dunque).”

    In queste frasi, il paradosso della questione (che riguarda anche Tashtego):
    1) L’economia ha una posizione predominante, ora questa sua condizione la spinge alla follia; prima domanda: perché mai l’economia, una volta predominante tende alla follia (la logica irrazionale della cumulazione capitalistica è un accidente secondario, o il carattere fondamentale di questo tipo di economia)?
    2) Togliere all’economia il suo carattere predominante, è reazionario. (Quindi le critiche più dure al capitale, debbono essere lasciate solo all’estrema destra. La quale, pero’, su tali critiche accresce i suoi consensi. Perché lmolta gente ne ha piene le palle di discorsi su sviluppo, ripresa, crescita, quando se la piglia matematicamente nel culo.)

    Rimane una terza via, non verificata: l’economia si correggerà dalla sua follia, diventerà sobria. Comunque la si voglia chiamare, questa è la posizione riformista. Bene, guardiamo dunque alle forze riformiste. A quello che propongono? Vi sembrano davvero in grado di riconquistare il controllo della situazione, ristabilire lo stato sociale per tutti, lavoro e diritti, uguale dignità, ecc? (Certo, sempre meglio il centosinistra che il centrodestra… ma sul lungo periodo?)

    In tutto questo ragionamento è sparita la casella di quelli che si chiamavano una volta rivoluzionari. Ma che non ci siano “forze” rivoluzionarie all’orizzonte pare fin troppo evidente, ma che si cancelli anche lo spazio per un pensiero che si porrebbe in termini rivoluzionari, ossia di rottura profonda rispetto all’ideologia dell’uomo economico, questo mi sembra sospetto.

  20. andrea inglese il 15 novembre 2006 alle 19:29

    ps per Geo
    mi segnali dei passi dai quali si deduce che Orwell è un conservatore, nel senso tradizionale di uomo di destra?

  21. mag il 15 novembre 2006 alle 19:30

    una fisica immobile, non vedo cinetismo, nemmeno nelle elites.

  22. mag il 15 novembre 2006 alle 19:45

    @wowo
    che colpo?
    da quando Follini ha fondato L’italia di Mezzo, sono ossessionata dalle cose che stanno in centro, dalle circonferenze, dalla circolarità e dall’immobilismo dell’eterno ritorno.

  23. georgia il 15 novembre 2006 alle 20:04

    beh ora andrea mi chiedi troppo, visto che non li ho letti in rete, e quindi non posso trovare frasi con un click :-)
    Però vedrò se nei prossimi giorni magari mi capita un colpo di culo, apro un libro e …paf.
    Ad ogni modo non facciamo i furbetti cinici (cosa che Orwell odiava) io NON ho mai detto che Orwell sia un uomo di destra, nel senso tradizionale o meno, per carità, non lo direi neppure a bassa voce., anche se ha fatto parte dei servizi segreti per moltissimi anni.
    Per me l’intelligenza (stiamo parlando di letteratura naturalmente e non di politica) è sempre di sinistra anche contro la volonta di colui che la possiede :-))).
    Io ho detto che era un conservatore come lo era pasolini, come lo sono stati molti uomini intelligenti (tra quelli da me nominati sopra solo Joseph-Marie de Maistre era di destra, e parecchio, ma nonostante fosse di destra ha detto delle cose sulla lingua che sono interessantissime ancora oggi) .
    Che poi per te conservatore sia equivalente a uomo di destra … beh, mio dio è colpa della propaganda italiana del passato che ci è entrata sotto pelle :-). Ma in base alla propaganda del passato orwell è spesso stato tacciato addirittura di fascista (anche se era antifascista sfegatato) ma del resto togliatti dette di fascista a anche a Carlo Rosselli salvo poi, una volta morto e defunto, carpirgli la bellissima espressione di Secondo risorgimento per la Resistenza. Carlo Rosselli non era neppure un conservatore, ma il fratello Nello sì, eppure era così antifascista che noi, anche tutti insieme e con la più buona volontà del mondo non riusciremmo mai ad esserlo.
    Conservatore, vuol dire che non si è disposti a rinnegare tutto il passato, nè per un piatto di lenticchie, nè per due stronzate improvvisate, ma anzi se ne vorrebbe conservare una buona fetta e pure in buono stato, ma non per rifugiarci in tribù o in comunità anguste, ma perchè il passato è dentro di noi e dentro chi verrà domani e una volta distrutto, il passato, non è che lo si ritrovi poi al primo mercatino in svendita, quando ci accorgiamo che non ne potevamo fare a meno.
    Va beh, a volte prendo la rincorsa, e … sbarello un po’;-)
    geo

  24. wovoka il 15 novembre 2006 alle 20:29

    Ho riflettuto sull’articolo (per quanto me lo consente la stanchezza di stasera). Non mi sembra affatto malvagio, però mi sembra operare ad un livello di astrazione eccessivo, ben poco “antropologico”: l’autore si sforza di immaginare come l’immaginario capitalista potrà immaginare certe questioni idealizzate, e sembra articolare delle contromosse critiche entro un’arena di cui mi sfuggono contorni e regole, come se da una qualche guerra nei cieli filosofici dipendessero direttamente i destini del mondo (inevitabile “illusio” professorale?) Che fra le tantissime “categorie” messe in gioco, Progresso e Sviluppo finiscano per sovrapporsi non mi sembra ragione sufficiente all’ira di Tashtego: la sua distinzione, per quanto utile, non mi risulta essere un “patrimonio” ormai acquisito, di cui esigere obbligatoriamente il rispetto. Mi ha stupito invece un certo razzismo culturale [“Perché la scuola antropologica e sociologica che esiste in Francia non esiste da noi, e il discorso critico da noi non ha potuto fare tesoro di quanto tali scuole hanno prodotto, quanto a comprensione dell’uomo e della società”] che implicherebbe per lo meno una breve disamina degli autori e degli esiti che vengono considerati propedeutici al prendere la parola su simili questioni.

  25. marco p. il 15 novembre 2006 alle 21:26

    @ andrea
    Forse non ci siamo capiti. O forse, molto più semplicemente, se leghi la mia frase (quella che hai citato) con quella precedente, il suo senso si chiarisce. Io credo che sia puerile prendersela con l’economico tout court. Credo altresì che sia sensato prendersela col capitalismo. Sono due cose diverse. La predominanza dell’economico è indubbia. Ma potrebbe essere diversamente? Prova a pensare al funzionamento di una società, magari anche a quella di una società liberata, e poi dimmi se si potrà fare a meno di una forma di produzione dei “beni” di cui comunque una società ha bisogno … Non credo invece che il nostro destino sia il capitalismo (che non è, per quanto mi riguarda, il migliore dei mondi possibile). La produzione e la riproduzione della vita, insomma, potrebbero essere declinati in forma del tutto diversa da quella attuale. Il capitalismo è in sé contraddittorio. Può, in certe situazioni, portare sviluppo e progresso effettivo; in altre, più portare solo distruzione. Negare un fenomeno senza coglierne la dialetticità è – almeno io credo così – stupido. Se il capitalismo supera una formazione sociale arretrata, dove ad esempio lo schiavismo dei deboli e la situazione di dominio sulla donna è prassi comune, io sono contento. Così come lo sono se il capitalismo permette l’abbattimento della mortalità infantile. Poi però, siccome ne riconosco in partenza la sua peculiarità contraddittoria, non posso fare a meno di notare come questo suo procedere, nel mentre apre prospettive positive ad alcuni, ad altri le chiude. Ecco, diciamo che – per semplificare – è questa la “follia” del capitalismo. Ma potrebbe essere diverso? Non potrebbe. La sua essenza (Marx è l’insegnante sommo su ciò) è la produzione di merci al fine della valorizzazione: questa è la vera follia: sottomettere tutte le necessità umane a quelle del profitto. In base a questa sua peculiarità, io agisco. Aspiro a una società libertaria – libera e liberata e non autoritaria. So però che non posso arrivarci “per partito preso” (solo col pensiero, insomma). Se non si daranno, nel reale, una serie di mutamenti (indotti dalla forza trasformatrice o automatici qui poco importa), resteremmo sempre nel campo della “letteratura”. In questo senso, il post di Michéa è debole. Ed è ambiguo. A me tutta questa difesa del particolare puzza. Io vorrei avere la forza – la forza sociale e culturale – di puntare sempre ad un universale: all’uguaglianza piuttosto che alla diversità … (come avrai notato, in tutto ciò che dico è forte la presente fantasmatica del rivoluzionario) …

    marco

  26. andrea inglese il 15 novembre 2006 alle 22:00

    a wowoka: non so che dire, se fare un dibattito ampio, con riferimenti non solo italiani, e valutazione dei punti di forze di differenti culture, se questo è “razzismo culturale” siamo all’afasia. Comunque ti rispondo: Emile Durkheim e Marcel Mauss sono i capostipiti; le istitzioni l’Ecole Pratique des Hautes Etudes e oggi Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales; punti di riferimento (antropologia) Louis Dumont, che ha influenzato pensatori come Castoriadis e Vincent Descombes; punti di riferimento sociologici, dopo Bourdieu, Luc Boltanski. Ecco. Da noi, dove non esiste una tradizione cosi solida sul piano istituzionale, i percorsi della critica sociale e del marxismo ortodosso si sono meno intrecciati con quelli dell’antropologia e della sociologia. Semplifico senz’altro, ma mi sembra un dato su cui varebbe la pena riflettere.

    a marco
    Non sono un difensore sfegatato di Michéa. Ma trovo che egli sollevi in modo chiaro, a volte riduttivo, un aspetto importante, che è come impronunciabile in certo vocabolario della sinistra.
    Ma è un problema che si ritrova anche in pensatori del calibro di Gunter Anders: molte pagine dell'”uomo antiquato” possono essere considerate conservatrici nel senso utilizzato da Michéa.
    Vi sono dei nodi concettuali che non ci permettono di affrontare certe questione: è come se dovessimo prendere tutto in blocco: il progresso appunto, con il suo economicismo, il dogma della tecnologia, l’individualismo, ecc.

    Dovremmo invece cominciare a renderci almeno coscienti di determinate fratture che si aprono in noi: la nostra esigenza di conservare l’esistente (come ha scritto bene georgia), di donare al di fuori dello scambio economico, di vivere al di fuori del salario (che c’è o manca), di riconoscere che non tutto puo’ essere modellato sul contratto: che i costumi esistono e mantengono una loro particolarità. Ma certo, questo discorso lo possono fare dei comunitaristi radicali, e acquista un ben altro significato: ogni comunità chiusa in sé, e la forza del capitale che governa su tutto. E la comunità che detiene più capitale, vince tutto (vedi oggi negli USA).

  27. mag il 15 novembre 2006 alle 22:14

    Durkheim, un grande, ma forse anche Nozick e il concetto di stato minimo, potrebber aiutarci.
    di quanto Stato abbiamo bisogno?

  28. effeffe il 16 novembre 2006 alle 00:14

    @andrea
    Anders credo sia tra gli autori più presenti in Michea insieme a Mauss e Orwell. Conservatore in questo senso e nel senso ripreso da georgia naturalmente l’ho provocatoriamente messo nel titolo del post. A questi aggiungerei il Tarde riproposto da Maurizio che sicuramente metteva le basi, seppure da “destra” per un’alternativa a Durkeim. Tarde che Deleuze conosceva…
    effeffe
    un aiutino a Georgia aqui
    http://biblioweb.sindominio.net/pensamiento/orwell.pdf

  29. tashtego il 16 novembre 2006 alle 00:18

    Voglio brevemente precisare che il mio moto di stizza et violenza verbale deriva dall’identificazione che Michéa propone tra capitalismo, modernismo ed economicismo.
    L’attacco al capitalismo disumanizzante e disumanizzato, l’attacco all’economicismo come ideologia totalizzante, diventa così, direttamente attacco alla modernità, con tutto quello che ne consegue.
    Per il reazionario il mondo è un eterno presente “naturale” e felice, retto appunto da leggi di natura, con le sue brave gerarchie, le sue tavolate conviviali, l’umano inteso come un universale rifiuto del mutamento, eccetera: in sostanza i Puffi o se volete – e non a caso – gli Hobbitt della Contea di Tolkien, i tetti di paglia e le casette e lo “stare presso le cose” di Heidegger, eccetera.
    L’anti-capitalismo conservatore è finto perché evoca ed auspica un ritorno a condizioni economiche e culturali precedenti la cosiddetta modernità (qui sta anche l’equivoco pasoliniano e anche la ragione della sua illusione reazionaria) che si fa risalire, certo, al germe malefico dell’Illuminismo, senza specificare quali siano queste condizioni precedenti, ma non può che trattarsi della società aristocratica pre-Bastiglia: insomma siamo messi bene.
    A meno che non si voglia evocare, in un mondo abitato da diversi miliardi (diconsi “miliardi”) di individui assatanati di benessere, tecnologia e vita lunga, un’alternativa all’accelerazione capitalistica costituita da una catena di comunità locali di buontemponi dediti all’osservazione del confortante passare delle stagioni.
    Quanto a Pasolini (sempre lui, santodio) il suo è il rammarico per la supposta bellezza di un mondo arretrato, primitivo e contadino, dove si rideva molto, ma con bocche sdentate e si moriva di pellagra e d’altro. Hai le pezze al culo, non vai a scuola e sei contento: ma de che?
    Se gli strumenti del marxismo tradizionale (oltre al fallimento drammatico delle società che hanno tentato di realizzarne l’utopia), non ce la fanno più ad analizzare il presente e a formulare teorie e pratiche di valida lotta al capitalismo, come prassi non più e soltanto dello sfruttamento e della dominanza, ma della corsa esponenziale verso la catastrofe, non per questo si deve abboccare al primo amo reazionario che si presenti con l’esca allettante dell’anti-capitalismo conviviale.
    Non ci sono scorciatoie.
    Secondo me.

  30. valter binaghi il 16 novembre 2006 alle 00:44

    A volte si parla di comunità e società aperta come se fossero due alternative per cui l’una esclude storicamente l’altra perchè la supera. Forse è proprio quanto hanno in comune hegeliani e positivisti, ma è falso. La comunità non è uno dei modi di vivere, è l’unico possibile in cui un essere umano conservi un’identità e un ruolo, mentre la società lo comprende come un segmento funzionale. La società è inclusiva rispetto alla comunità, ma non la sostituisce semplicemente perchè non ne è in grado. Di fatto la comunità è ineliminabile, non c’è segmento sociale per quanto degradato che non ne riproduca una versione magari regressiva o caricaturale (mafia, branco adolescente) o solo virtuale (un blog?).
    Il problema non è se e quanto essere comunitari o se essere comunitari significa essere di destra, ma quanto può cedere la comunità di se stessa al sociale e al politico, sapendo che ciò che si cede è innanzitutto la partecipazione e la responsabilità. Se la cosa la vediamo storicamente, notiamo che il capitalismo e lo Stato sono isomorfi: trasferiscono in ambiti diversi la stessa logica seriale che globalizza le strutture e atomizza gli elementi, e in questo senso la comunità è un paradigma di convivenza (e di conoscenza) diverso e resistente, che si richiama all’organismo. Allora, per molti dei pensatori citati, essere conservatore ha significato preservare non un privilegio di casta o una rendita economica, ma una dimensione irrinunciabile dell’essere umano, che essi vedevano minacciata dall’omologazione nella forma democratica o totalitaria. Noi tutti, troppo occupati a credere che l’antitesi democrazia-totalitarismo sia l’unica da tenere a bada, abbiamo fatto e facciamo questione di Destra e Sinistra anche quando non lo è affatto. Di fatto il mercato e lo Stato hanno espropriato famiglie e comunità della maggior parte delle loro prerogative, dal linguaggio all’educazione alla modellizzazione del costume, servendosi alternativamente della Destra e della Sinistra.
    Abbiamo esteso il linguaggio del contratto alla camera da letto e trasformato il corpo della donna in un mercato della vita, presto gli ospedali in un mercato della morte. La giuridizzazione, politicizzazione e pubblicizzazione degli affetti e del corpo, salutate come conquiste della Sinistra, mentre Berlusconi in TV ne faceva spettacolo.
    Eppure era un unico evento ad accadere. Pasolini, che lo avvertì con largo anticipo, ne fu fortemente turbato, perchè ne colse in un modo laico e tutto suo l’empietà.
    La Comunità infatti è anche il luogo del sacro. Ma il sacro non è un potere e non è ancora una religione. Somiglia, piuttosto a una forma di pudore ed è anzi l’antitesi del potere onnivoro della tecnica e del capitale e del proselitismo clericale che ne è una variante. Ci sono ambienti, sentimenti, decisioni, che la comunità ha sempre escluso alla razionalizzazione del potere. Fino alla televisione. Come diceva Pasolini, nessun fascismo ha mai violato l’intimità quanto la televisione. La domanda è, non se conservare la comunità o no, ma quanto la comunità, come storicamente finora l’abbiamo conosciuta, può cambiare senza estinguersi.
    Considero questa questione altrettanto rilevante di quella ambientale, ai fini della sopravvivenza della specie.

  31. andrea inglese il 16 novembre 2006 alle 00:51

    vedi tash, assumendo fino in fondo il tuo punto di vista, l’intera storia umana sembra sprofondare in un buco nero, in un’inferno, in un medioevo eterno, fino alle soglie della rivoluzione industriale. Si, è la lettera di Marx, quando parlava della preistoria. Ma non è lo spirito dell’antropologia post marxiana: quel mondo, anche senza luce elettrica, non era cosi buio. E vi erano molte cose che la nostra arroganza a ridotto a merda.

    Non c’entra apparentemente nulla. Una studiosa francese ha ripercorso le origini dell’antropologia razzista ottocentesca: un’antropologia tutta di matrice laica e repubblicana. Apparentemente più avanzata del pensiero cattolico di allora, ma in realtà fautore di una gerarchia dei popoli perfettamente funzionale al progetto di colonizzazione. Come giudichiamo ora quegli scienziati di fede repubblicana oggi?

  32. andrea inglese il 16 novembre 2006 alle 00:57

    Dai Collected Essays di Orwell (traduz. francesi):
    “E’ forse un brutto segno per uno scrittore non essere sospettato oggi di tendenze reazionarie, cosi’ come era un brutto segno vent’anni fa non essere sospettato di simpatie comuniste.”

    “Sentimentalmente sono del tutto “a sinistra”, ma sono convinto che uno scrittore non puo’ rimanere onesto che se si tiene alla larga da qualsiasi etichetta di partito…”

    ah ah ah… in Italia senza il partito, o uno o l’altro, si faceva ben poco.

  33. Alcor il 16 novembre 2006 alle 01:38

    L’unico che ho capito davvero io qui è Marco P.

    Il livello di astrazione di Michea, almeno in traduzione, me lo rende caotico e indigesto. E fin dalla prima riga:

    “L’ipotesi capitalista, nel senso in cui l’abbiamo definita”

    Dove? in un altro testo? In una parte del testo che è stata tagliata? Se non mi è chiara l’ipotesi capitalista di partenza io vado a tentoni, e andare a tentoni non mi piace.

    E poi, tanto per fare un esempio:

    “E se le classi popolari, come lo deplorano continuamente le prefiche del modernismo, manifestano, in generale, molta poca fretta di «adattare le loro mentalità alle evoluzioni necessarie», ovviamente non è perché sarebbero ontologicamente inadatte al cambiamento; è semplicemente perché esse hanno una tendenza, sicuramente incresciosa, a camminare più lentamente sotto la frusta e con nettamente meno entusiasmo e convinzione rispetto alle nuove classi medie e alla brillante intelligentia.”

    Qua basterebbe parlare con qualcuno che si occupa di innovazione e si capirebbe forse che le spinte contro il cambiamento non sono così limpidamente determinate. Cosa intende con “frusta”? La subordinazione al capitale tout court o tutta una serie di comportamenti complessi ai quali lo sviluppo economico induce?

    Insomma, esposizione caotica e recinto stretto.

    Naturalmente avendo capito poco lui, ho capito pochissimo gli intervenuti successivi, che evidentemente per intervenire devono averlo ben capito.

    Dal che desumo di essere stupida e me ne vado a dormire.

  34. tashtego il 16 novembre 2006 alle 05:47

    @inglese
    spero oggi di avere tempo e forza per provare a chiarire qualche punto, ma dubito.

  35. wovoka il 16 novembre 2006 alle 05:49

    @Inglese: grazie della utile precisazione. Non siamo all’afasia: “razzismo culturale” era inteso come una connotazione accidentale del discorso da dissipare mediante precisazione, come hai fatto – è vero che potevo richiederla più gentilmente, ma si tratta di automatismi acquisiti insensibilmente con la pratica: occorre “graffiare” un po’ (ma non troppo) per aumentare le probabilità di una risposta.

    @Alcor: anch’io avevo notato il livello astrazione, ma è anche un prezzo che bisogna pagare alla “riassumibilità” e quindi alla possibilità stessa di impostare un discorso (necessariamente limitato nello spazio e nel tempo) al di sopra di culture e linguaggi che non risulteranno mai abbastanza sovrapponibili. Ciò che comunque ne esce non mi sembra da buttare via, seppure presumibilmente avvolto da uno strato insondabile di malinteso.

    Noterei di sfuggita come il “capitalismo” riesca a “sfruttarmi” per benino pur non facendo minimamente presa nel mio “immaginario”. La sua capacità di “far lavorare” la gente (e con intelligenza, benché un’intelligenza di corto respiro) rimane impareggiata, ed è questo che indubbiamente crea quell’enorme “surplus” che consente a parecchi altri di riuscire ad immaginarsi come entità orgogliosamente autonome. Io, per ritenermi veramente autonomo, e dare spessore a quel ruolo “intellettuale” che qui chiaramente “assumo” soltanto per finta (per fare un po’ lo sparring partner di quelli “veri”) dovrei barare con il capitalismo stesso, applicare quella “cattiveria dell’intelligenza” che genialmente si riassume nella formula “chiagni e fotti”. E lo potrei fare agevolmente, perché il mio lavoro è largamente “intangibile” (per quanto dannatamente effettivo): il “capitalismo”, per controllarmi, dovrebbe dissipare competenze e sforzi semplicemente non economici. Però mi sentirei un miserabile nei confronti di coloro che, volenti o nolenti, contribuiscono allo “Sviluppo”, quindi alla fin fine questo “capitalismo” riesce a far presa in qualche mia ingenuità profonda – probabilmente un imprinting culturale. O più probabilmente le sua forza sta nell’arrangiamento stesso delle cose, che non ha bisogno di alcuna tua adesione ideologica.

  36. tashtego il 16 novembre 2006 alle 06:01

    @marco p.
    aggiungo solo: chissà perché per te è il capitalismo che “abbatte la mortalità infantile” e non la scienza.
    che si tratti di un’altra identificazione indebita?
    stavolta tra scienza e capitalismo?
    sul resto delle tue argomentazioni mi sembra di concordare.

  37. andrea inglese il 16 novembre 2006 alle 06:50

    ancora a Geo,
    da Simon Leys: “Orwell ou l’horreur de la politique”, una breve e bella monografia uscita nel 1984 e ristampata oggi.
    “La lotta antitotalitaria di Orwell non fu che il corollario della sua convinzione socialista: pensava che solo la sconfitta del totalitarismo avrebbe potuto assicurare la vittoria del socialismo.” Un socialismo che ovviamente non s’identificava con quello dello stato totalitario sovietico.

    Ma che in Italia Orwell sia stato fatto passare per uno scrittore conservatore, piuttosto di destra, ecc., è una delle tradizionali nostre deformazioni culturali. Orwell è uno degli scrittori più coraggiosi e chiaroveggenti che il secolo scorso abbia avuto.

  38. andrea inglese il 16 novembre 2006 alle 06:52

    (Mi complimento con gli amici telematici tash e wov che sono mattinieri come (anzi più di) me: buona giornata)

  39. mag il 16 novembre 2006 alle 09:13

    e con me che non ho vegliato tutta notte non ti complimenti? :-)

  40. mag il 16 novembre 2006 alle 09:15

    senza “non”.

  41. marco p. il 16 novembre 2006 alle 09:25

    Attenzione: tutti questi discorsi non sono affatto nuovi come si vuol fare credere. Anzi: erano criticati già da Marx, là dove se la prendeva con i coniugi Webb o con Proudhon o con Lasalle, i quali, pure se in forme tra loro diverse, pensavano ad una società pre-capitalistica fondata sul dono gratuito o sulla piccola proprietà comunitaria (e non a caso questi tre personaggi sono quelli più citati tra i difensori ad oltranza del cosiddetto “terzo settore”, Marco Revelli su tutti). Su ciò esiste una vasta letteratura. Erano esperienze che puntavano alla convivenza tra capitalismo e forme “altre” di società. Proporre oggi una soluzione del genere mi sembra poco sensato. Non solo perché ormai il capitalismo ha sussunto sotto di sé tutto o quasi, ma perché non possono (e qui concordo con Tash) dare risposta alla complessità delle società odierne. Se poi, in alcune parti lontane del globo, esistono e funzionano alcuni frammenti umani distaccati del tutto dai meccanismi perversi del capitale, bene, studiamoli, osserviamoli con attenzione, difendiamoli, ma per favore gli si prenda per quello che sono: esperienze legate a un contesto che non è il nostro, che da noi non potrà tornare (se mai c’è stato), e che dunque non sono esportabili. Da noi, dico qui in occidente dove il capitalismo è l’unica realtà, nei decenni precedenti ci sono stati tentativi di andare in quelle direzioni: le comuni, ad esempio. Ma sono miseramente fallite, e proprio perché, alla lunga, al di fuori del ciclo terroristico denaro-merce-denaro non ci può stare nessuno. Si pensi alle comuni americane: o autoimplose nel momento in cui la piccola proprietà ha aperto logiche di potere, o fatte esplodere dall’eroina o dall’esercito.

    Andrea parla della “nostra esigenza di conservare l’esistente (come ha scritto bene georgia), di donare al di fuori dello scambio economico, di vivere al di fuori del salario (che c’è o manca), di riconoscere che non tutto può essere modellato sul contratto: che i costumi esistono e mantengono una loro particolarità”. Ma quando mai non è stato così? Non ci sono sempre stati momenti che ogni individuo, in forma personale o collettiva, ha sottratto al tempo di lavoro tempo liberato? Solo che questo discorso è valido in astratto; bisogna declinarlo nel concreto della giornata perché acquisti sensatezza. “Donare al di fuori dello scambio economico” è una cosa che facciamo tutti. Io dedico gratuitamente parte del mio tempo a incontri formativi con gruppi di genitori, mia moglie regala la sua conoscenza informatica a un gruppo di ragazzi che gestiscono un forum sui problemi dell’adolescenza, il mio vicino cura la manutenzione del centro anziani … In questi casi non c’è la mediazione del denaro, ma un semplice agire gratuitamente. Un conto è però sottolineare la presenza di queste pratiche, un altro esaltarle come se fossero alternative al capitale. Qui non ci sto più. Finito il tempo regalato, c’è quello del lavoro e quello del consumo, ossia si rientra nel capitalismo. Davvero si pensa che sia possibile fondare una società solo sul tempo regalato?

    @ tashtego
    Hai ragione, è la scienza che abbatte la mortalità infantile. Solo che lo sviluppo della scienza, e dunque la sua capacità di salvare con maggiore efficacia vite umane, non è separato dal capitalismo. Diciamo che tra i due momenti se non c’è “identificazione” (che è sì, come dici tu, “indebita”), c’è però simpatia …

    @ Mister Orwell
    Ma lei, signor Orwell, non è quello che, in funzione anti-comunista, intratteneva rapporti costanti con i servizi segreti di sua maestà? O è forse quell’Orwell sostenuto dalla CIA? Quella stessa CIA che in Europa sponsorizzò gli adattamenti cinematografici della Fattoria degli animali e 1984 a fini propagandistici? E sì, mio caro Mister Orwell, perché è certo che lei, al di là di ciò che lei stesso credeva di fare, ha fornito alla parte capitalistica che stava partecipando alla guerra fredda “uno dei miti più potenti in chiave anti-socialista”. Lei ricorderà certo la Fondazione Ford e il suo ruolo nella pubblicazione del suo libro. Ma certamente più di tutto ricorderà la lista dei sospetti “compagni” che denunciò al servizio di sua maestà (all’IRD per l’esattezza, che ne era il braccio segreto, come lei stesso sapeva), dico la famosa lista dei 35. Oppure il quadernetto azzurro dove segnava con particolare rigore i nomi di suoi colleghi artisti da lei sospettati di sostenere l’URSS; ricorda? È arrivato a segnarne 125, ognuno accompagnato da lapidari giudizi del tipo: “omossessuale”, “giudeo inglese”, “clandestino”. Lei non è innocente, caro Mister Orwell. E ai miei occhi è del tutto screditato. Le preferisco di gran lunga (anche come scrittore) il buon Victor Serge, anti-stalinista ma non spia al servizio di Sua Maestà Le Capital …

  42. marco p. il 16 novembre 2006 alle 09:40

    @ andrea
    Scusa l’ironia su Orwell. Per me questo signore è un infante della politica (anche della letteratura, ma questo è un altro discorso). La sua avversione – sacrosanta – al regime sovietico lo ha condotto a comportarsi come la più squallida delle spie. Di fatto, la si metta come si vuole, la sua scelta di parte l’ha fatta in maniera inequivocabile. E siccome per me, che sono ancora testardamente materialista, i comportamenti contano molto di più delle parole, lo considero negativamente, almeno dal punto di vista etico. E non lo capisco. Ci si poteva comportare in maniera diversa. Ma forse bisognava essere veramente “socialisti” non autoritari. Come lo era, appunto, Victor Serge, il cui romanzo “Il caso Tulaev”, dove sono denunciate le deportazioni di milioni di militanti e di dissidenti al regime staliniano, è ben più importante dei libri di Orwell (non crederai che sia un caso il fatto che i libri di Orwell abbiano avuto tutta questa risonanza, mentre quelli di Serge, che reputo di più alto livello letterario, siano dimenticati del tutto) …

  43. roberto il 16 novembre 2006 alle 09:58

    Vorrei ricordare al signor Marco P.
    che anche Kim era un romanzo di
    formazione per agenti al Servizio di
    Sua Maestà. E che anche H.G. Wells
    oggi lo accusano di essere una spia
    al soldo dei fabiani. E che anche
    Rimbaud ai tempi dei viaggi ad Aden
    chissà in che altro commerciava oltre
    che in spezie e poesie. Ma tutto questo non
    toglie che Kipling, Wells e tutti gli scrittori-spie
    siano grande letteratura.

  44. Alcor il 16 novembre 2006 alle 10:01

    @wowo

    ma se il filosofo non è chiaro io gli chiedo conto. I filosofi sono, tra noi, gli unici che hanno davvero “imparato” a pensare. E di solito sono chiari. Anzi, sono i più chiari. Io distinguo tra la difficoltà del concetto, che può creare delle oscurità perché è oscuro e difficile da definire, e le difficoltà che dipendono dall’ esposizione, e qui vedo un’astrazione sbrigativa, che non dà al lettore tutti quegli strumenti che potrebbe invece dargli.

    Dunque penso di essere stupida io che mi trovo a camminare su una strada piena di buchi, oppure penso che lui mi faccia camminare su una strada piena di buchi. Eh insomma, manutenzione stradale, please!

    Tu invece, negli ultimi due anni hai talmente illimpidito il tuo modo di scrivere qui, volevo dirtelo e non ne avevo mai avuto ancora l’occasione, lo faccio adesso.
    Ciao.

  45. roberto il 16 novembre 2006 alle 10:05

    Segnalo in particolare “The Open Conspiracy”, l’opera scritta da H.G. Wells nel 1928, che fa arrapare molti cospirazionisti. Costoro spiegano che il libro è un’anticipazione del Nuovo Ordine globale: il superamento del fascismo e del nazismo in un governo mondiale di stampo atlantico e coloniale. In pratica quello su cui concordavano Tremonti e Giordano ieri sera a Matrix. Il Nuovo Ordine si sarebbe articolato in cinque fasi, esposte nella “Cospirazione” di Wells:
    1) la fine dello stato-nazione;
    2) il controllo demografico;
    3) l’idea di uomo come “animale imperfetto” e perciò incapace di aspirare al bene;
    4) la concessione di libertà minime e di una manciata di benessere alla popolazione;
    5) la subordinazione della vita individuale a un Direttorato mondiale.
    Questa è la globalizzazione. L’oligarchia finanziaria che ci governa.

  46. effeffe il 16 novembre 2006 alle 10:20

    @d Alcor
    il post comincia così: da
    Jean-Claude Michéa, L’insegnamento dell’ignoranza (Metauro, Pesaro 2004, trad. di Francesco Forlani e Alessandra Mosca)
    da, cioè estratto da, quindi se vuoi contestualizzare il testo in questione puoi richiedere il libro. Per il resto, ho sempre pensato che una comunicazione autentica avviene quando i due (o più) interlocutori si vengono incontro. Se il livello di astrazione è troppo alto per te, non c’è problema, ovvero che se c’è un problema non è che il tuo. Io da parte mia, non ho soluzoni da proporti.

    ps
    piuttosto infamante l’osservazione,” Il livello di astrazione di Michea, almeno in traduzione, me lo rende caotico e indigesto.”
    Almeno in traduzione. Strano che tu metta in dubbio il valore della traduzione, che ti assicuro è stata recepita dai più, come buona. Sai a volte bastano queste poche parole, ossevazioni (allusività di tipo mafioso) a contraddire quello che Orwell definiva “common decency”. Quindi, se vuoi un consiglio, prima di sparare sentenze, esplora il campo in cui entri. Da questo punto di vista sono molto più gratificato da interventi come quelli di tashtego o marco p, per quanto in disaccordo con le tesi enunciate.
    effeffe
    ps
    @marcop vd opera collettiva,
    George Orwell devant ses calomniateurs
    Editions Ivréa-Encyclopédie des nuisances, 1997.

    Quelques observations [1]
    Une du Guardian du 11 juillet 1996 : ” Orwell a proposé une liste noire d’écrivains à un service de propagande anti-soviétique “. Orwell le preux serait-il un vulgaire mouchard ? Pour dénoncer cette calomnie colportée en France par des médias jusque-là plutôt orwellophiles comme Le Monde, Libération, l’Événement du jeudi, L’Histoire et France-culture, les deux coéditeurs des ” Essais ” d’Orwell nous livrent ” quelques observations ” décapantes qui font litière de cette pseudo-révélation consistant à vouloir ” ravaler au rang de l’opportunisme le plus banal une figure qu’on croyait exemplaire de la pensée radicale du XXe siècle. ”

    Cette fameuse liste n’est pas une découverte puisqu’elle figure dans la biographie de B.Crick Georges Orwell, une vie, Balland, 1982) et il suffit ensuite de lire tout simplement la lettre d’Orwell à Celia Kirwan pour démonter cette ” orwellerie ” en quelque sorte : Orwell, malade, a reçu au sanatorium la visite d’une amie proche, la belle-sœur d’Arthur Koestler, lui-même ami très proche d’Orwell. A cette amie qui lui parlait de ses activités dans le cadre de la lutte menée par le gouvernement travailliste de l’époque contre la propagande stalinienne, il a indiqué les noms de gens dignes de confiance pour participer d’une façon ou d’une autre à une telle campagne. Revenant là-dessus dans sa lettre, il lui mentionne également l’existence d’un carnet où il a noté le nom de journalistes et d’écrivains dont il faut au contraire, selon lui, se défier parce qu’ils soutiennent plus ou moins ouvertement la politique de Staline.

    Orwell n’a donc rien ” proposé ” au Foreign Office pas plus qu’il n’a adressé quoi que ce soit à l’Information research department, et il n’a jamais dénoncé personne. Et les mêmes de poursuivre… ” […] voici en dernier ressort ce que prétend révéler ce petit roman d’espionnage : Orwell était bien un antistalinien ! ”

    Décidément Big Brother a encore de beaux jours devant lui : ” Le plus effrayant dans le totalitarisme n’est pas qu’il commette des ” atrocités ” mais qu’il détruise la notion même de réalité objective ; il prétend contrôler le passé aussi bien que l’avenir. ” (Orwell, ” Tribune “, 4 février 1944).

    Jean-Jacques Gandini

  47. andrea inglese il 16 novembre 2006 alle 10:32

    grazie ff per aver risposto su Orwell, appena riesco aggiungo altre fonti
    e aggiungo qualcosa su quanto dice marco; ma subito: certo si, le mie attività (come di molti di noi) avvengono in gran parte al di fuori del salariato, ma fino a quando, e con che rischio? Salta un posto di lavoro, e altro che postare su NI…

  48. marco p. il 16 novembre 2006 alle 10:41

    no, effeffe, io non ti ringrazio; metti in conto che tra i lettori ci può essere qualche ‘gnorante come me che non capisce il francese … se poi, da come intuisco, il testo che posti in quella lingua per me astrusa vuole evidenziare il fatto che le accuse a orwell di collaborazionista sono soltanto calunnie, bene, noto che il testo che citi è del 1997, mentre solo qualche mese fa sia Repubblica che il Corriere hanno dato notizia di alcuni archivi del servizio segreto inglese dove compariva, come “informatore”, il buon orwell e che le notizie da me riportate, oltre che da sempre sapute in ambito comunista, sono ora ben articolate, e con dovizia di riferimenti, nell’importante volume della Saunders “La guerra fredda culturale” (che è del 2004) … Ciò solo per amore della precisione. Io, tra l’altro, a differenza forse di Roberto, non reputo Orwell un grande scrittore … Ma qui si stava discutendo di altro, forse anche più interessante e importante …

  49. Alcor il 16 novembre 2006 alle 10:42

    Sullo spinoso argomento in sé.

    Se io posseggo delle competenze, ad esempio se conosco le tecniche e le pratiche per creare reti virtuose di sviluppo in un paese sottosviluppato con altissima mortalità intantile, reddito di pochi dollari al giorno, anafalbetismo, lebbra. E se questo paese è governato da un governo totalitario e se io voglio per ragioni umane e umanitarie portare il mio sapere in quel paese mi troverò di fronte a una serie di problemini non da poco.
    -Dovrò avere alle spalle le strutture cooperative nostre (europee, italiane) E tutti sappiamo quanto poco limpide siano.
    -Dovrò poter entrare nel paese. E tutti possiamo immaginare che il governo dovrà darmi il suo consenso e mi controllerà.
    -Una volta lì dovrò mettermi in contatto con le istituzioni locali e accettare una infinita serie di compromessi.
    -E dovrò anche sapere che il mio contributo di conoscenze potrà toccare all’inizio una piccola cerchia di già privilegiati, già privilegiati perché già scolarizzari, e abbastanza benestanti da poter investire qualche energia nell’elaborazione intellettuale, nel progetto, e non solo nella ricerca del cibo.
    -E spererò che lentamente, da questa piccola cerchia di privilegiati che starà un po’ meglio (grazie a pratiche di sviluppo che rendono il loro mondo più funzionale al resto del mondo capitalistico, non all’ideale), il benessere (perché di questo si tratta. denaro per portare l’acqua, l’elettricità l’istruzione e un ambulatorio in paesi di montagna isolati da tutto il resto) potrà forse, molto gradatamente, nello spazio di un paio di generazioni, diffondersi.
    -Importerò capitalismo, se importo tecniche di sviluppo e se voglio che si sviluppino, perché finora non ho altro da esportare, e soprattutto non ho le capacità, non essendo Dio, di creare enclaves non capitalistiche e tuttavia funzionanti all’interno di un mondo agito dal capitale.
    -cercherò di mettermi in contatto e di potenziare quelle realtà locali e virtuose di cui si parlava sopra, ma sapendo che sono pratiche umane di sopravvivenza, non futuri modelli di sviluppo.
    Muhammad Yunus è un genio, ma li aiuta a sopravvivere, che è già molto. Quando usciranno dalla sopravvivenza, quel piccolissimo mercato della capra e del telaio andrà a ricongiungersi al nucleo del capitale. Ma lui questi problemi non credo che se li ponga, visto che deve far sopravvivere la gente, e di fronte alla sopravvivenza non si taglia il capello in quattro.

    Sono stata in un villaggio nepalese a cui si arriva solo a piedi, l’acqua la prendono al pozzo, d’inverno la neve copre tutto, la famiglia che ho visitato aveva un bufalo legato sotto una tettoia e a due metri una stanza, la casa, in mezzo alla stanza della casa c’era una lampadina, nel paese, o agglomerato di casupole a millesettecento metri aul livello del mare, non c’era ambulatorio, arrivava ogni tanto un medico itinerante, non c’era scuola se non a ore a piedi di distanza.
    Hanno accolto i buddisti scappati dal Tibet, ma i tibetani, come mi avevano spiegato tristemente, erano molto più bravi di loro e facevano affari vendendo di tutto, loro invece, i nepalesi, non sapevano fare troppi affari. I tibetani da me interrogati, un paio di donne commercianti, mi hanno detto, sì, dicono che siamo ricchi, ma noi non abbiamo la terra e così ci servono i soldi e così vendiamo ai turisti e così compriamo le case e così siamo un po’ più sicuri di avere un posto al mondo dopo che ci hanno buttato fuori eccetera eccetera.
    E adesso vorrei infilare questo brandello di vita vissuta nel testo di Michea.

    A proposito, la guerriglia comunista ha trattato, il re è stato deposto, vediamo cosa succederà, la politica cambierà qualcosa nel progresso del paese? Cosa faranno una volta accettato di sedere in parlamento, i guerriglieri comunisti? Parlo del Nepal perché l’ho visto con i miei occhi da una posizione privilegiata, ma potete allungare la lista e infilare anche tutti gli altri paese nel pezzo di Michea.

  50. effeffe il 16 novembre 2006 alle 10:48

    @marco p
    e così Orwell non è un grande scrittore.
    Pazienza!
    effeffe

  51. georgia il 16 novembre 2006 alle 10:53

    Ultimamente hanno scoperto che anche hemingway è stato al servizio della Cia ;-).
    Il novecento è stato un secolo privo di innocenza.
    Tutti sono stati colpevoli in una maniera o nell’altra.
    per forza è stato un secolo attraversato quasi tutto da una unica grande infame guerra (e ancora non è finita) dal 1914 al 1992, che poi si è prolungata nella terribile guerra virtuale propagandistica che stiamo vivendo oggi dove persino la lettura di una novella, di un romanzo, di una poesia diventa propaganda al servizio di una parte guerrafondaia. Dove i poeti e gli scrittori, loro malgrado, sono diventati i più grossi nemici del potere. Dove un gomorra riesce a scuotere le acque più di magistrati e poliziotti.
    Però cavolo se nel passato si fanno le pulci alla squallida e schematica e rancorosa maniera di marco p, poi alla fine come scrittori, poeti e filosofi ci rimangono solo i peggiori.
    Altro bruttissimo sistema è squalificare qualcuno paragonandolo ad un altro. Io non escludo che Victor Serge sia un grande. E allora? Per dimostrarlo debbo buttare via Orwell? e magari anche Yeats e per alcuni addirittura Hanna Arendt?
    Ma mi faccia il piacere:-)
    Sempre con ‘sto aut aut: O cosi o pomì?
    L’antistalinismo di Orwell avrà dato noia a molti, ma oggi, documenti alla mano, a leggere la fattoria e 1984 si deve riconoscere che Orwell aveva visto meglio di altri;-), addirittura le sue pagine sulla neolingua sono formidabili e arrivano fino a oggi, e io ogni volta che sento dire “esportazione della democrazia”,”effetti collaterali” o addirittura in questi tristi ultimi giorni “nuvole d’autunno”, per massacrare civili in gabbia, mi viene in mente orwell e la sua geniale intuizione e previsione di una lingua che ci avrebbero rubato, vuotandola di ogni vero significato.
    Cosa vuoi che mi freghi se è entrato nei servizi segreti e lì ne ha accettato e subito metodi e linguaggi perche era ossessionato dallo stalinismo, che aveva provato sulla sua pelle in Spagna (non a caso anche Carlo Rosselli in quel periodo (1936) ha avuto le stesse identiche e anche geniali ossessioni verso i comunisti)?
    Marco p, la tua critica rubbish, mi inquieta alquanto e mi fa un po’ schifo.
    Ora ddirittura buttare via i libri di Orwell mi sembra una grande sesquipedalica cazzata. Col tuo sistema, o per un verso o per l’altro, ne resterebbero pochi veramente, almeno fra i grandi, e davvero alla meta arriveremmo ancora più nudi e beoti, come del resto oggi lo siamo già abbastanza.
    Oggi mi rileggo l’interessantissimo Omaggio alla catalogna.
    ma possibile che in Italia non ci sia mai una via di mezzo intelligente? O si nega che Orwell fosse un conservatore (quasi volesse dire avere la lebbra) o gli si fanno le pulci con la lente alla ricerca di cazzate che con la letteratura non hanno nulla a che vedere, suvvia ragazzi, se almeno in letteratura (e arte in generale) si avessero un po’ meno di pre-giudizi e un tantino più di apertura mentale.
    Marco p. fatti un bel bagno nel viakal :-)
    georgia

  52. Alcor il 16 novembre 2006 alle 10:54

    @effeeffe

    scusa, non volevo essere infamante, e non ho detto che è mal tradotto, che ne so? non ho letto il testo originale.

    Ho solo detto, e lo ribadisco, “Il livello di astrazione di Michea, almeno in traduzione, me lo rende caotico e indigesto.”, perché è solo in traduzione che lo ho letto. Solo dalla traduzione posso giudicare.

    Se avessi detto il testo di Michea è caotico e indigesto qualcuno avrebbe potuto farmi giustamente osservare che non l’ho letto in originale.

    Io non faccio mai allusioni mafiose, non per nobiltà di spirito, ma perché non ho mafie di riferimento, dico quello che penso così come lo penso, e non ho nessuna intenzione di fingere che mi sia piaciuto un testo che trovo astratto, molto astratto, estremamente astratto e – per un filosofo – mal esposto.

    Lo penso, lo dico, tu lo pensi, tu lo dici, è la cosa meno mafiosa che mi possa venire in mente, dire quello che so pensa.

  53. Alcor il 16 novembre 2006 alle 10:55

    quello che “si”pensa.

  54. effeffe il 16 novembre 2006 alle 11:05

    Cette fameuse liste n’est pas une découverte puisqu’elle figure dans la biographie de B.Crick Georges Orwell, une vie, Balland, 1982) et il suffit ensuite de lire tout simplement la lettre d’Orwell à Celia Kirwan pour démonter cette ” orwellerie ” en quelque sorte

    la famosa lista non è una scoperta dal momento che figura nella biografia di B.Crick Georges Orwell, una vita, Balland 19829 e basta leggere più semplicemente la lettera di Orwell a Celia Kirwan per dimostrare quella che potremo definire una situazione orwelliana

    Orwell, malade, a reçu au sanatorium la visite d’une amie proche, la belle-sœur d’Arthur Koestler, lui-même ami très proche d’Orwell. A cette amie qui lui parlait de ses activités dans le cadre de la lutte menée par le gouvernement travailliste de l’époque contre la propagande stalinienne, il a indiqué les noms de gens dignes de confiance pour participer d’une façon ou d’une autre à une telle campagne.

    Orwell ammalato aha ricevuto in sanatorio la visita di un’amica molto stretta, la cognata di Arthur Koestler, egli stesso amico di Orwell. All’amica che gli parlava delle sue attività nel quadro di una campagna imbastita dal governo travailliste dell’epoca contro la propaganda stalinista, ha indicato i nomi di persone degne di fiducia da coinvolgere in qualche maniera inn una tale campagna.

    Revenant là-dessus dans sa lettre, il lui mentionne également l’existence d’un carnet où il a noté le nom de journalistes et d’écrivains dont il faut au contraire, selon lui, se défier parce qu’ils soutiennent plus ou moins ouvertement la politique de Staline.

    Ritornandoci sopra, nella lettera, fa riferimento ugualmente all’esistenza di un carnet dove ha segnato il nome di giornalisti e scrittori di cui bisogna al contrario, diffidare dal momento che sostengono più o meno apertamente la politica di Stalin.

    Orwell n’a donc rien ” proposé ” au Foreign Office pas plus qu’il n’a adressé quoi que ce soit à l’Information research department, et il n’a jamais dénoncé personne
    orwell dunque non ha proposto alcunchè al Foreign Office come non ha mai spedito ai servizi inglesi documenti nè tantomeno denunciato nessuno

    caro roberto, ti ho tradotto e di corsa la parte che poteva interessarti

  55. Alcor il 16 novembre 2006 alle 11:15

    E poi forse, a dirla tutta, mi dà fastidio che un professore di liceo discetti astrattamente dal tepore della sua stanza su concetti che possono riverberarsi sulla vita di quella poveraccia, bellissima da vedere, nei suoi vestiti tribali rossi, che mungeva il suo bufalo mentre il suo bambino neonato era coperto di mosche. E che forse, per la nostra disperazione estetica, il progresso infilerà in un paio di calzoni di tela tolgliendo a noi la possibilità di pensare l’esotico, di poterlo gustare, guardando le coltivazioni digradanti di miglio e i bufali che tirano l’aratro, neri contro il verde delle coltivazioni e l’azzurro del cielo, per un paio di mesi all’anno, visto che poi o gela o piove.

    Vorrei dirlo a quella contadina, che “L’ingegnosità e la capacità di innovazione delle classi popolari sono, tra l’altro, uno dei loro tratti storici più costanti. Sono proprio queste virtù che gli permettono di neutralizzare continuamente una parte delle strategie capitalistiche e di inventare in qualsiasi momento dei dispositivi che mantengano o riproducano la civiltà e il legame, ovunque questi ultimi siano minacciati dalla logica di ferro del Capitale.”

    A chi parla di sviluppo e progresso dovrebbe essere imposto prima un tirocinio nei paesi che non possono nemmeno essere definiti in via di sviluppo.

  56. maria il 16 novembre 2006 alle 11:26

    @marco
    Strano, visti i tempi, che Victor Serge sia ancora dimenticato del tutto; un libro che denuncia le deportazioni staliniane avrebbe tutte le carte in regola per catturare l’attenzione dei media e diventare un best seller.

    Maria

  57. marco p. il 16 novembre 2006 alle 11:32

    Ecco, siamo agli insulti … Velati quanto si vuole, ma insulti. Mi dispiace. Credo di essere stato su un altro piano, e di essere stato sulla discussione senza trascendere. Posso pensare che Orwell non sia un grande scrittore senza essere denigrato? Evidentemente, qui in NI non posso. Eppoi, cara Georgia, ti prego davvero arristudiati la storia e metti in relazione le date in cui Orwell ha pubblicato i suoi libri col fatto che almeno vent’anni prima dei tipi con nome Trotskij o Serge o mille altri “bolscevichi” avevano già denunciato il “totalitarismo” stalinista, pagandolo spesso con la morte. Che Orwell sia stato in ciò anticipatore è assolutamente un falso. Ma appunto qui sta il problema: nel comportamento etico di ognuno di fronte allo stalinismo. C’è chi, come Serge, è stato costretto a vivere e morire nell’indigenza scappando da un paese all’altro perché “inseguito” dai sicari di Stalin A CAUSA DELLE SUE OPERE, e c’è chi godeva dei benefici dell’essere oggettivamente “sostenuto” dal capitalismo occidentale. A te non importa (scrivi proprio “che vuoi che me ne freghi se è entrato nei servizi segreti”)? Buon per te. A me fa schifo … Non ne sto facendo qui una questione di valore letterario. È il comportamento etico che mi preme sottolineare. E quello di Orwell, posto che siano vere le accuse che gli sono state mosse (e per le informazioni di cui dispongo lo sono), io non lo posso approvare. Sulla separazione, poi, tra arte e vita, mi dispiace siamo proprio su un altro piano, tanto più oggi dove la “responsabilità” dell’autore nei confronti della storia sta tornando alle cronache (vedi appunto “Gomorra”). Pensa se domani tu scoprissi che Saviano è affiliato ad un clan camorrista … Davvero staresti lì a sottolineare la bellezza della sua opera omettendo (“che vuoi che me ne freghi”) la sua collusione con lo stesso sistema che denuncia? Vedi, Orwell criticava lo stalinismo, però poi accettava e si faceva complice di un sistema pari se non peggiore (ti ricordo che è stato il capitalismo dei krupp a fare sorgere e sostenere il nazismo). Certo che poi la letteratura ha anche un valore in sé; tant’è che io sono accanito lettore dell’antisemita Celine o del nazista Pound. Siccome però il discorso è nato su un piano che non è letterario (il post iniziale e i relativi commenti), e siccome Orwell è stato citato in relazione a questa discussione, mi sono permesso di fare presente la sua contraddittorietà … Tutto qui. Mi scusino quelli che si sono sentiti offesi, non era mia intenzione. Una piccola preghiera: torniamo sui temi della discussione lasciando perdere Orwell (su cui magari ne potremmo aprire una dedicata); così si evita di uscire dal tema principale, veramente degno di essere approfondito …

  58. tashtego il 16 novembre 2006 alle 11:45

    Mi sembra ci sia una certa confusione sul concetto – definiamolo così – di ri-appropriazione “non capitalistica” del tempo, che già detta così non mi convince per niente.
    È meglio stare a salario, o fuori del salario?
    Se è meglio starne fuori, perché i precari si lamentano così tanto di non avere un salario, un posto fisso, di non poter fare progetti per il futuro, eccetera?
    Eppure sembrava assodato che oggi è proprio la condizione precaria quella che più conviene all’economia capitalistica, così come le conviene il permesso temporaneo di soggiorno ed ogni forma di liberazione del capitale da ogni impegno con il salariato.
    Eccetera.

  59. andrea inglese il 16 novembre 2006 alle 12:12

    siamo arrivati alle questioni fitte, davvero non affrontabili nei commenti, se non per cenni equivoci

    comunque, io lo imposterei cosi una futura discussione (con tanto di post appropriati, ecc.)
    La critica al capitalismo, come dominio della mercificazione tendenzialmente assoluto sulla vita, ha da imparare qualcosa da personaggi scomodi o anomali per certa sinistra ortodossa (che per altro, oggi batte il passo): personaggi come Anders, Ivan Illich, ma anche certi discorsi di Orwell, e citerei ancora Musil, e un conservatore vero come Huxley?
    Tutto questo messo in parallelo con i gruppi che sostengono la necessità della “decrescita” e che si oppongono al concetto stesso di sviluppo sostenibile?

    a marco: la questione non è chi ha denunciato lo stalinismo prima, Orwell non è stato né il primo né l’unico, lui ci è arrivato con il suo percorso personale, durante la guerra di Spagna.
    Quando ricordi Serge poi fai benissimo…
    Ma io vedo nel modo in cui parli di Orwell lo stigma che la sinistra comunista ha messo sul personaggio pubblico, senza nessuna curiosità di avvicinarlo in modo spregiudicato. E questa impressione non me la tolgo, anche se tu avanzi argomenti e motivi. Ma qui chiudiamo pure la questione. Io ti segnalo solo un’aggiornata disamina sulla vicenda (che smonta la tesi della sipia), segnalata da Leys e che non conosco direttamente: si tratta di “Orwell’s list” in “New York Review of Books”, del 26 settembre 2003, di Timothy Garton Ash.

  60. georgia il 16 novembre 2006 alle 12:17

    Scusa marco p ma chi ha mai detto che orwell è stato un anticipatore?
    Non me ne potrebbe fregar di meno.
    A me ‘sta storia degli anticipatori non piace e non l’ho mai capita.
    Perchè bisogna essere anticipatori? gli scrittori mica sono ditte farmaceutiche che applicano brevetti miliardari sulla prima polverina che fanno?
    E poi …
    Sì trotskij aveva capito chi era stalin, ma a kronstadt gli anarchici e altri avevano capito già da prima chi fosse trotski e poi in spagna (ma non solo) anarchici e trotskisti capiranno insieme chi fosse stalin e l’urss ecc. ecc.
    Come vedi non esistono mai degli anticipatori, se non per i puri e duri che si costruiscono la storia in base ad una tesi precostituita;-), cosa intollerabile se il metodo viene addirittura portato in letteratura.
    Altrimenti si fa come in questi giorni che tutti fanno a gara a dire che saviano non ha scoperto un bel nulla perchè sulla camorra si sapeva già tutto, il che è verissimo, ma talvolta lo scritto, il come è scritto, l’organizzazione di uno scritto, la luce di un documento in uno scritto fa il miracolo e … insomma mica ti devo insegnare io quanto sia grande il potere della letteratura, attraverso i secoli, vero?
    Riguardo alla tua domanda polemica, mio dio mi tocca a rispondere anch’io con una polemica. Se saviano fosse un affiliato alla camorra, prima di tutto non avrebbe mai potuto scrivere il libro che ha scritto, ma se lo avesse fatto certo non sarebbe affidabile (anche se dovrei prima capire perchè uno che riesce a scrivere un simile libro fosse poi affiliato ecc. ecc. Il libro però è la vera cosa che conta)
    Ma la tua domanda è peregrina semmai dovresti domandarmi cosa penserei se domani risultasse che saviano era stato un poliziotto, o un giudice, beh direi: che lusso avere poliziotti simili, siamo veramente un gran paese ;-).
    Ma non lo siamo :-)
    Perchè dici che ti ho insultato? perchè ti ho detto di alleggerirti dal kalkare, ma dai, da qui mi sembrava che tu avessi, in letteratura, tali pegiudizi da sembrare le grotte di postumia ;-)
    geo
    P.S
    Quando la fattoria uscì fu censurata e vietata in inghilterra, perchè allora la russia era loro alleata ;-), e poi non si scagliava solo contro la russia ma era una bella denuncia totale. Solo dopo verrà “adorata” e usata cinicamente. Gli atti dei politici sono legati eventi del presente (che possono durare più o meno, ma hanno sempre un tempo limitato) le parole degli scrittori sono legate sì al contemporaneo ma poi devono durare secoli quindi hanno tutto un altro significato e spessore.
    Poi ci sono i colpi di culo che ti fanno diventare anche famoso e ricco, ma quelli esulano dal nostro discorso.
    geo

  61. georgia il 16 novembre 2006 alle 12:41

    aggiungo un’altra cosa :-)
    A parte che l’aver fatto parte dei servizi segreti per orwell era come una appendice alle sue ossessioni di scrittore.
    Ogni grande scrittore ha una sua ossessione e la segue a tutti i costi, altrimenti non scriverebbe mai neppure una riga. Non si scrive per motivi alti o intelligenti o veramente politici (sì lo si fa a volte ma allora non si è scrittori si è qualcosa d’altro) si scrive per convivere con la propria ossessione, per attenuarla con un riscontro reale.
    Poi i servizi segreti inglesi erano particolari. Moltissimi grandi intellettuali inglesi sono stati contattati e hanno anche collaborato a fare scoperte vitali durante la guerra e dopo.
    Ma la cosa che volevo dire è quanto siano cambiati i tempi, e non in meglio, gli inglesi hanno avuto nei loro servizi segreti uno scrittore gigantesco come orwell e noi … un giornalistucolo velinaro come farina (e altri meserrimi individui)
    :-(((((((((((((((((((((((((((((((((((((((((((((((((((((((
    geo

  62. effeffe il 16 novembre 2006 alle 12:42

    @marco p
    potresti almeno ringraziare per la trad, no? comunque sia mi sembri molto giovane, e alla giovinezza (stesso discorso vale per alcor), bisogna saper perdonare).
    effeffe
    ps
    anche a me piacerebbe serenamente riflettere sulla cosa, andrea, e in particolar modo al rapporto tra restaurazione(nel senso proposto da Moresco) e mercato (anche culturale)

  63. georgia il 16 novembre 2006 alle 12:48

    alcor non mi sembra tanto giovane
    e forse neppure marco p.
    ad ogni modo importa poco, ma tu effeffe da cosa lo deduci?
    per la traduzione ti ringrazio io :-)
    geo

  64. tashtego il 16 novembre 2006 alle 12:58

    Il capitalismo planetario, cioè di corporation che estendono il loro raggio di azione all’intero pianeta, sfruttandone le disuguaglianze e le differenze economiche e culturali, si può studiare solo tramite analisi globali, che implicano un gran lavoro di raccolta di informazioni, oltre che l’accesso alle stesse.
    Credo che nessuno oggi sia in grado di descrivere appropriatamente la complessità dei processi in atto.
    Tuttavia sono convinto che, in questa fase della storia umana, a nessun paese che sia partecipe come il nostro del sistema economico mondiale, sia concesso un solo attimo di “decrescita”, pena l’essere spazzato via.
    Il ciclo storico della Rivoluzione Industriale e del Capitalismo multinazionale si deve compiere del tutto, prima di poterne anche solo concepire uno diverso.
    Quando accadrà nessuno può saperlo, ma è un evento non molto distante nel futuro, credo.
    Nel frattempo, sono convinto che semplicemente non sia possibile alcuna inversione di rotta, per molti motivi difficili da dire in breve.

  65. georgia il 16 novembre 2006 alle 13:12

    Formidabile tash
    Tutti fermi ad aspettare il crash!

    :-)))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))
    Un po’ comodo, ma … ‘un c’ho mica tempo da perdere io.

    intanto dio è morto
    il marxismo è in crisi
    e anch’io non mi sento tanto bene
    (ma del resto neppure trash appare al suo meglio:-)

  66. tashtego il 16 novembre 2006 alle 13:31

    quando una partita storica di questa portata si è persa, difficilmente si ripresenta a breve l’occasione della rivincita.

    tuttavia georgia tu dacci la linea e vedrai che ti seguiremo come un sol uomo.
    intanto si disegnino le nuove bandiere.
    si compongano gl’inni.

  67. marco p. il 16 novembre 2006 alle 13:44

    Caro Effeffe, ti ringrazio per la traduzione, certo; guarda però che quando l’hai postata ti sei rivolto a Roberto … Comunque, magari sono giovane, o forse solo più giovane di te, ma da quando in qua l’età anagrafica è sintomo di qualcosa di non-biologico? O siamo al solito senso comune della vecchiaia come saggezza? Ogni qualvolta uno mette in dubbio un assunto, la discussione si chiude e si passa al denigrare (in fondo, mi stai dando dell’immaturo). Perché? Era già successo in precedenza, in un’altra delle mie sporadiche apparizioni nei commenti, quando si parlava del libro di Saviano. Pur usando argomenti di natura prettamente linguistico-letteraria, e anche con una certa profondità, quando ho provato ad affermare che dal punto di vista qualitativo non ritenevo quel libro interessante, apriti cielo! Nessuno che reagiva sul significato delle cose che dicevo, solo il solito e fastidioso rumore di fondo quasi-insultante (credo che nella memoria di NI i miei commenti ci siano ancora, chiunque può verificare). La stessa cosa sta ora accadendo qui (Georgia ha detto: “squallida e schematica e rancorosa maniera di marco p” e diverse altre cosette non proprio simpatiche). Ciò mi rammarica parecchio. Ma provo a passare oltre. E pongo un quesito attinente alla discussione: le culture locali che si oppongono al capitalismo possono insegnarci qualcosa? In che modo? Quale loro modalità (organizzazione sociale, comportamenti, modo di relazionarsi con la natura, etc.) può avere valenze positive sulla nostra esperienza? E intendo sulla nostra esperienza reale, quella di abitanti di un occidente iper-tecnologizzato, con certi agi e abituato ai privilegi della situazione … E inoltre: questo fa venire meno la necessità di operare CONTRO ciò che fa il capitalismo quello che è?

    @ tashtego
    Anch’io, come te, sono convinto che non potrà esserci una inversione di rotta. Ho però dei dubbi che si debba stare sulla riva aspettando che il cadavere del capitalismo passi (tu dici “il ciclo del capitalismo deve compiersi tutto”). La tua posizione è simile ai teorici del “catastrofismo” (certa Luxemburg, Goldmann, per certi versi anche Bordiga), i quali estremizzavano la nota posizione di Marx sulla necessità di sviluppare appieno il capitalismo, prima di potersi affermare una società diversa. Solo che poi Marx superò se stesso, sottolineando l’importanza di una azione trasformativa (il concetto di “rivoluzione” come prassi che si rovescia, così come enunciato nelle famose Tesi su F.). Non lo so, davvero, non ho grandi certezze su questo punto. Ho solo il sospetto che il capitalismo sappia rimandare molto bene il proprio seppellimento; sospetto che per l’appunto mi fa propendere per una necessità d’azione (per velocizzare il suo trapasso in altra forma) …

  68. Alcor il 16 novembre 2006 alle 14:14

    @per marco P

    Un OT che non è un OT

    Forse non ti riferivi a me, ma poiché il tuo commento segue il mio lo ipotizzo. No, io non ho insultato nessuno. Mi sono appena riletta, ma se qualcuno si fosse sentito insultato molto me ne dispiaccio e faccio pubblica ammenda.

    Eventualmente si potrebbe dire che effeffe ha in sultato me dicendo: ” Se il livello di astrazione è troppo alto per te, non c’è problema, ovvero che se c’è un problema non è che il tuo” cioè dandomi della stupida. Ma non mi sono sentita insultata, prima perchè mi ero già data della stupida io ieri sera, e poi perchè mi sono sentita vicina a milioni di persone che non hanno gli strumenti per leggere le astrazioni di Michea.

    A parte questo, penso però che tutti siano legittimati a esprime nei loro modi il loro dissenso o assenso o la loro lettura.

    Georgia, che fa un meritorio lavoro di raccolta e pubblicazione di articoli nel suo blog, ha appena postato un articolo di Berardinelli in cui il nostro, seguendo il suo stile e la sua natura, è spesso sarcastico.
    Nessuno a quanto pare si è sentito insultato da Berardinelli, e nessuno dei lettori del blog di Georgia, almeno fino a quando l’ho letto io, ha considerato insultante Berardinelli

    Ora io non capisco perché le polemiche di un intellettuale ormai storico sono accettate, mentre le discussioni anche aspre su un blog no. Un blog è una sede ancora più viva di un giornale. Gli insulti vanno evitati, ma le idee, anche espresse con durezza, a mio parere no, vanno lasciate polemizzare in libertà, anche quando sono reazioni alle idee.

    A meno che la censura di effeffe soprattutto al mio tono non dipenda dal fatto che non mi conosce. Vedo che a Tashtego, molto più duro di me, riserva un altro trattamento. Beh, ti sbagli, effeffe, mi conosci. Trattami almeno come tratti Tash.

  69. marco p. il 16 novembre 2006 alle 14:31

    no, alcor, non mi riferivo a te … mi riferivo alla frase di effeffe sulla mia presunta età e ad alcune frasi di georgia

  70. effeffe il 16 novembre 2006 alle 14:38

    alcor,
    non ti censuro, ci mancherebbe altro, però la frase della traduzione non poteva passarmi accanto, e non ho nemmeno ripreso l’altra nota sui professori di liceo (wittgenstein lavorò come maestro elementare, credo) per alcune delle ragioni che ti elencherò:
    una traduzione che si rispetti, soprattutto per un saggio, non può e non deve confondere le idee del testo di partenza. I traduttori, mestiere super maltrattato in italia, lo sanno bene.
    Per tradurre il libro ci abbiamo lavorato almeno in quattro:i due tradutori, il curatore di collana, e Michèa cui si scriveva per avere elucidazioni su alcuni passaggi relativi al panorama francese e che andava spiegato in nota)
    L’insegnamento dell’ignoranza ha venduto centomila copie in questi anni ed è ancora un titolo molto letto in francia.. Lo hanno letto(e recensito) in ambienti disparati, dalle scuole alle università, piccoli e grandi ed è stato tradotto in molti paesi. L’edizione italiana è stata soffocata da un mercato editoriale cannibale e probabilmente anche da una cultura, quella delle piccole case editrici, rinunciataria alla grande distribuzione e promozione.

    Per questo come per gli altri fortunatissimi libri Michea non ha mai preso una lira non avendo voluto mai firmare un contratto con il suo editore. In cambio ha solo chiesto che si investissero i proventi in una collana, Sysiphe, che ha avuto tra gli altri il merito di pubblicare tutto Lasch, parte di Zizek, Stanko Cerovic ed altre meraviglie. Con Mauss da anni fanno un lavoro di analisi sul campo (vicino dunque a quel tipo di analisi che preferisci) e in più occasioni ha lavorato con uno (a mio modestissimo parere) dei più grandi intellettuali del nostro tempo Renè Girard.

    Se ti sono parso offensivo perdonami (anche se ti conosco) però non mi sembra di chiedere molto facendoti le seguenti osservazioni.

    effeffe

  71. Alcor il 16 novembre 2006 alle 15:22

    @Effeffe

    Della traduzione ti ho detto, e spero che tu mi creda, quanto al professore di liceo (wittgenstein lavorò come maestro elementare, sì) non disprezzavo la categoria intellettuale, avevo in mente la povera contadina nepalese in una casa senza porta, mentre il privilegiato professore di liceo se ne sta comodamente a legger libri, che però prima o poi, perché i cerchi del sasso lanciato anche se arrivano lenti arrivano, toccheranno anche la contadina che il caldo se lo deve procurare bruciando il letame secco del suo bufalo e qualche sterpo.

    Non mi sono sentita insultata, no, non preoccuparti. E’ che le biografie intellettuali in questo campo spinoso non mi bastano. Non si parla di poesia o critica della cultura, che ha un impatto prevalentemente qui da noi e in ogni caso relativo. Quando si formano le opinioni di questo tipo, da parte di intellettuali che di rado lavorano sul campo ma che poi però, un libro tira l’altro, condizionano le scelte, cioè anche i finanziamenti della comunità europea, della banca mondiale e via dicendo, preferisco più chiarezza e concretezza.

  72. Alcor il 16 novembre 2006 alle 15:38

    @georgia

    No, in effetti neanch’io sono tanto giovane.

    Non mi ero accorta che effeffe mi aveva presa per una ragazzina, lo prenderò per un complimento, vista l’età è merce rara e non va buttata.

  73. andrea inglese il 16 novembre 2006 alle 15:39

    nessuno ha certezze, nessuno ha una presa concettuale sulla realtà, se non estremamente parziale e frammentaria; non sappiamo come umanità dove stiamo andando; segnali ce ne sono e contraddittori; alcuni vanno verso un rimescolamento dei popoli, delle norme di vita, che pare aprire ampie, insospettate possibilità di incontro, dialogo, collaborazione, esperienze individuali e collettive; altri segnali, fanno presentire un possibile fascismo, o ancora una soluzione alla Blade Runner: oasi di ipertecnologia e a fianco primitivismo barbarico, sottosviluppo estremo; alcuni segnali dicono che se tash avesse ragione, il pianeta è spacciato: non reggerà alla motrorizzazione dell’India e della Cina, in proporzione all’attuale motorizzazione statunitense, per dirne una…

    in tutto questo, io vedo chiaro una cosa: nessuno ha previsto il 68, nessuno ha previsto Seattle, cosi come nessuno ha previsto le risposte dell’organizzazione capitalistica del lavoro al ’68. I cicli esistono, ma non sono cosi lineari.

    La dimensione impolitica dell’intimità e dellla convivialità sono aspetti essenziali di qualsiasi rivendicazione e conflitto, allo stesso modo che i diritti basilari, come lo studio, la salute, ecc.

    L’altra cosa ha cui rifletto spesso, dopo la lettura di Anders, è la tecnologia come tabù. Cerco di pensare, senza blocchi nervois, attacchi di panico, o sospetti di psicosi, cerco di pensare a cosa potrebbe essere un mondo in cui non sarebbe più necessario produrre la quantità di beni che produciamo. E’ un esperimento mentale, non inutile.

  74. andrea inglese il 16 novembre 2006 alle 15:40

    per i puristi, scusate, ho piazzato qualche haccah di troppoh

  75. tashtego il 16 novembre 2006 alle 17:06

    @marco
    temo che la durata del capitalismo coinciderà con la durata delle risorse del pianeta, esaurite le quali (per alcune ci siamo vicini) non possiamo dire cosa accadrà.
    La prossima rivoluzione anti-capitale sarà mondiale o non sarà, ma sulle sue caratteristiche come vedi oggi c’è il buio assoluto.
    Quanto a darsi da fare per la rivoluzione (quale?) aggiungo due cose:
    chi, secondo te, la farà?
    con quale ipotesi alternativa di sistema, dopo che il socialismo reale ha fatto la fine che ha fatto?
    Con la scomparsa delle classi come soggetti politici, la rivoluzione potranno farla, se del caso, solo le sterminate classi medie, quando si saranno impoverite oltre ogni limite accettabile.
    Allora sì.
    Io, in ogni caso e nel mio piccolo (piccolissimo), ho già dato.
    Ma c’è sempre Georgia che può darvi la linea.

  76. maria (valente) il 16 novembre 2006 alle 17:27

    @ marco p

    che alle 9:25 diceva:
    ” Se poi in alcune parti del globo esistono e funzionano alcuni frammenti umani distaccati del tutto dai meccanismi perversi del capitale, bene studiamoli, osserviamoli con attenzione, difendiamoli, ma per favore li si prenda per quello che sono; esperienze legate ad un contesto che non è il nostro, che da noi non potrà tornare (se mai c’è stato) e che dunque non sono esportabili”

    Non è vero, forse è anacronistico e impossibile da realizzare su larga scala, o addirittura dannoso per certi versi perché comporterebbe una battuta d’arresto o uno squilibrio in certi settori imprescindibili come quello sanitario…ma esistono anche da noi, in Italia, piccole comunità autosufficienti che resistono alle leggi del capitale, non mi riferisco solo ai cenobi monastici, i quali, anzi si stanno fin troppo capitalizzando sfruttando le risorse del turismo, bensì alle comunità degli Elfi. Io non le ho visitate personalmente, ma alcuni miei amici sì – no, non mi hanno raccontato favole, se non ci credete, mi faccio dare l’indirizzo e andate a controllare di persona – sono piccoli villaggi sperduti tra le montagne, poche famiglie che hanno deciso di vivere secondo le loro leggi comunitarie in cui lavoro agricolo, pastorizia, raccolta di legname forniscono i beni di prima necessità da condividere tra tutti i membri, le stesse stoviglie sono lavori artigianali, mentre è rigorosamente vietato l’uso dei beni di consumo non auto-prodotti (per dirne una: la carta igienica, sostituita da foglie, del resto la toilette è una buca scavata nel terreno), niente acqua corrente, ma le comunità si situano presso corsi d’acqua che in inverno viene appositamente scaldata in grossi pentoloni sul fuoco…insomma i metodi di una volta. Purtroppo però, in caso d’incidente è inevitabile ricorrere all’ospedale del centro urbano più vicino cui sono collegati solo tramite radio, niente tel.
    Fanno ospitalità, ma al contrario delle comunità monastiche non dietro pagamento di compenso in danaro, bensì sulla base dell’accettazione delle loro leggi comunitarie: chi lavora e contribuisce prestando manodopera, usufruisce di un pasto comune e di un giaciglio per la nottee viene trattato come un membro a tutti gli effetti.
    Anche noi abbiamo i nostri kibbutz, ma, concordo con voi, si tratta di fenomeni isolati e circoscritti che, in caso di emergenza, sanno di poter contare su quel progresso e quella tecnologia che tanto disprezzano.

    @ Alcor

    se fossi un uomo ti amerei. Mi porti in Nepal con te?

    Nel frattempo viaggio con la mente come fa Inglés!

  77. valter binaghi il 16 novembre 2006 alle 17:43

    L’ineluttabile, il necessario, il serialmente riproducibile all’infinito, l’espansivo fino all’esaurimento, sono categorie e modi dell’argomentazione che si sono imposte INSIEME al capitalismo, come la proprietà privata e il lavoro salariato. L’argomentazione di tashtego (“Il ciclo storico della Rivoluzione Industriale e del Capitalismo multinazionale si deve compiere del tutto, prima di poterne anche solo concepire uno diverso”) è ideologica nel senso che Marx attribuiva a quelle degli economisti classici, quando li accusava di utilizzare categorie capitalistiche (proprietà, salario) per descrivere il capitalismo, scambiando ciò che è storico per naturale, e sottraendolo alla critica.
    Cristo, ma non lo capite che è proprio questo il veleno che ci hanno inoculato? La necessità strutturale al posto della responsabilità e della scelta come unico soggetto della Storia, nelle sue varianti marxiste, positiviste o strutturaliste alla francese, buone per svelare l’inconscio collettivo di una cultura, non per restituire l’uomo a se stesso! Questo è propriamente ciò che si nasconde dietro l’immagine mitologica del Demonio: ciò che agisce occultamente e impersonalmente, quando l’uomo rinuncia a rivendicare la propria libertà.
    Quando invece uno di noi si oppone a che i suoi rapporti familiari, amichevoli o comunitari siano omologati alla legge della mercificazione, quando riesce a salvare una componente artigianale ed estetica nel suo lavoro, quando perde tempo per comunicare le sue idee in un convivio fisico o virtuale, esercita una funzione conservatrice (o rivoluzionaria, dipende solo da dove si guardi) e molto preziosa.
    Chi ha detto che a traghettarci oltre il capitalismo non sia una specie di arca di Noè, figura della memoria?

  78. maria (valente) il 16 novembre 2006 alle 18:49

    Gli Elfi esistono, li ho trovati sul web, mi metto l’animo in pace, quando tutto manca so dove andare!

    http://www.silviamontevecchi.it/bella%20gente/fabiopiacentini.htm

    ed ho scoperto che esistono anche gli ecovillaggi

    http://www.utopia.it/ecovillaggi.htm

    (Georgia lo so non ho imparato a linkare, non t’arrabbiare però ;-)

  79. wovoka il 16 novembre 2006 alle 19:19

    Beh, mi pare si sia sviluppata piuttosto bene questa discussione. Aggiungo allora il mio ringraziamento a eFFeeFFe e Andrea Inglese, dato che non lo faccio mai (ma lo considero implicito). Però stasera posso permettermi solo qualche superficialità e dunque:
    @Alcor – molte grazie :-)
    @Georgia – non capisco proprio perché hai trattato Andrea P. così irriguardosamente. Non ti ci vedo a fare del bullismo.
    @Magda – prima ti tiro in ballo (quale deleuziana doc) poi mi dimentico (nel taglia e incolla) l’emoticon sotto un commento, e poi anche di replicare. In realtà non dovrei cercare di rimanere qui anche quando sono sotto pressione, che poi combino troppi pasticci, dunque scusami, che magari ti ho fatto perder tempo.
    Un cordiale saluto a tutti, vi leggo attentamente.

  80. Alcor il 16 novembre 2006 alle 19:34

    @maria

    la prossima volta ti avverto:–))

  81. mag il 16 novembre 2006 alle 19:47

    @Wowo
    grazie per l’attenzione, cominciavo a domandarmi se la mia inadeguatezza fosse un riflesso collettivo o viceversa.
    i processi forse cono sincopati in tutti i sensi, e le dimensioni temporali, progressive, assumono continuità del tutto anomale. Questo mi rende difficile prendere il discorso da qualsiasi parte io lo guardi. MI sento un po’ nella dimensione del caos logico e questo mi crea disagio.
    Mi crea anche imbarazzo la sensazione che, sotto le apparenti dotti discussioni, si alimentino sempre delle forme relazionali improntate sulla doxa, sull’affettività piuttosto gossipara che muove contenuti in funzione di personalismi e non per il valore in se.
    Trovo insopportabile questa sensazione di corte negli ambienti dell’informazione e dell’intellettualità.
    Perchè non basta la cultura ad affinare e ammorbidire l’empatia? perchè anzi sembra esasperare il cinismo, la pedanteria, il solipsismo, l’autoreferenzialità e la supponenza?
    Non so, forse sono io che sto avvicinandomi a delle scomodissime consapevolezze riguardo i processi di affettività legate alla conoscenza, forse anche per l’aver guardato più da vicino come nelle università si sviluppi “sapienza”e si produca “conoscenza”

  82. georgia il 16 novembre 2006 alle 19:53

    @ wovo, non si chiama andrea ma marco:-)
    ma non l’ho trattato affatto male, solo che … quando uno dice che uno scrittore come orwell non vale nulla (e non lo ha letto altrimenti non lo direbbe con tale sicurezza) ecc. ecc. a me vola subito la mosca al mouse :-). Non è neppure la prima volta che succede. Ormai tutti sanno i miei punti deboli e quindi non se la prendono, vedi che valter non se l’è presa. Bullismo????
    a me?
    ‘Un ti far influenzare dalla cronaca di questi giorni ;-)

    @Maria non mi arrabbio (e manco faccio del bullismo) :-))))))) però se… hai bisogno di un link dove imparare a fare i link, chiedi pure;-)
    Ad ogni modo vedo che NI regge bene gli indirizzi per esteso, basta non mettere quelli chilometrici, splinder invece li regge male.
    Sai mentre leggevo il tuo interessante commento sugli elfi pensavo: già ma se si sentono male poi vanno all’ospedale …. in rianimazione … a fare le radiografie …. ecc. e poi, andando avanti, ho visto che giustamente è la prima osservazione che hai fatto.
    Io adoro la tecnica (non a caso sono seduta davanti ad un pc) non voglio tornare indietro, vorrei solo che tutti insieme si tornasse in quel punto magico dove era la natura il pericolo per noi e non (cosa ben più grave) noi per la natura. Io preferisco l’essere umano alla natura (a vivere come gli elfi io impazzirei e lo troverei anche scemo), però se mi sego il ramo su cui sono seduta casco anch’io e obbiettivamente negli ultimi anni è avvenuto qualcosa di molto grave e tutti sono lì a segare come se fosse il gioco più bello del mondo.
    Tutto forse iniziò con la bomba atomica (o meglio tutto inizio con la terribile prima guerra mondiale), da allora abbiamo dimostrato alla terra di essere forti come lei e ancora più crudeli, è iniziata allora la nostra corsa alla stupidità. Oggi credo che abbiamo raggiunto quasi il culmine, speriamo che poi si riscenda piano a valle.
    ciao geo

  83. GiusCo il 16 novembre 2006 alle 21:57

    Qualche giorno fa è mancato Clifford Geertz.
    http://www.emsf.rai.it/articoli/articoli.asp?d=20

  84. maria (valente) il 17 novembre 2006 alle 10:03

    @ geo
    Ti capisco, ma magari dico delle banalità , eppure
    io non credo che l’essere umano sia scindibile dalla natura, mentre oggi si ritiene comunemente che esso semplicemente non sia scindibile dalla tecnologia, che è cosa diversa dalla tecnica (arte umana per natura).
    L’essenza della tecnica è sempre stata una terra di mezzo il cui fine tende idealmente all’arte; mentre la tecnologia è a rischio di metafisica se si perde di vista il suo unico punto debole: l’aleatorietà. Oggi, in molto casi, non è più il bisogno a chiedere una risposta tecnologica da esaudire in consumo; ma l’apparato tecnologico messo in moto a produrre domande di bisogni prima inesistenti, neanche lontanamente immaginabili e poi d’un tratto imposti come beni di assoluta necessità e standard di vita.
    L’evoluzione è naturale e il progresso è giusto nei termini di subalternità alla “natura umana”, nel caso diventi sostitutivo o al limite oppositivo, bisognerebbe conservare l’indipendenza di giudizio, non rinunciare mai all’alternativa, anche a costo di fare un passo indietro per rendersi conto di cosa ci stiamo perdendo e al limite avere il coraggio di distruggere ciò che è risultato essere solo danno. L’unica verifica della propria indipendenza nei confronti dei prodotti della tecnica è la prontezza a distuggerli in un qualunque momento ciò si renda necessario.
    Un poeta o uno scrittore sa quanta fatica costa una sola riga, eppure, è sempre pronto a strappare un’intera pagina scritta male, perché non può assolutamente arrendersi all’idea di non essere in grado scrivere una migliore.

  85. maria (valente) il 17 novembre 2006 alle 10:05

    “in grado di scriverne una migliore”

  86. mag il 17 novembre 2006 alle 10:21

    io penso che chi scrive non sia un rivoluzionario.
    chi scrive non spara, ma sopratutto non milita.
    tant’è vero che i brigatisti scrivono in galera, quando appunto non possono più far danno.
    Ci fanno scrivere e parlare, come lasciar giocare i bambini con le pistole ad acqua.

  87. tashtego il 17 novembre 2006 alle 12:54

    @mag
    chissà perché i libri ai brigatisti gli vengono così brutti e, soprattutto, così inutili.
    l’ultimo che ho letto, quello di gallinari – non ricordo il titolo – è non solo brutto, ma assai reticente, anche se contiene alcuni, pochi, elementi di interesse.
    è un mistero di cui non riesco a darmi spiegazione: il nostro paese è stato investito per più di vent’anni da un fenomeno, quasi unico in occidente, di terrorismo politico che ancora sostanzialmente attende di essere scritto, raccontato, trasmesso nella sua vera natura.
    di cosa si è davvero trattato?

    aggiungo che sono molte di più le rivoluzioni dove non si spara che quelle in cui si spara: metti la rivoluzione informatica, per esempio.
    insomma, penso che termine vada inteso in senso estensivo.

  88. georgia il 17 novembre 2006 alle 12:54

    TASH
    Io, in ogni caso e nel mio piccolo (piccolissimo), ho già dato.
    Ma c’è sempre Georgia che può darvi la linea.

    GEO
    davvero tash, hai gia fatto una rivoluzione?
    quella di febbraio o quella di novembre?
    dai raccontaci che ti ascolteremo come un solo orecchio.
    la cosa buffa è che alcuni si parlano come se in tutto il mondo la storia fosse andata avanti solo a suon di rivoluzioni.
    Qui da noi a parte una lontana parentesi napoletana l’unica “rivoluzione” è stata un piccolo e ridicolo golpe fascista che manco ha cambiato lo statuto albertino e si è limitato (limitato si fa per dire) a fare leggi speciali, tribunali speciali e creare uno stato di polizia invasivo rendendo l’italia un carcere a cielo aperto dove tutti spiavano tutti, e lo hanno fatto per 20 anni (ultimamente hanno tentato di fare il bis, ma non c’era più lo statuto albertino … ecco perchè avrebbero fatto carte false per cambiare una Costituzione che forse sì, quella sì è nata da una specie di grande rivoluzione morale).
    Bene tash vedo che sei rimasto al dare la linea …. all’aspettare comodamente seduto che qualcuno dia la linea o il là o il accà…. in attesa del crash … mangiando bignolini e sorseggiando caffè.
    Ma mi faccia il piacere :-))))
    geo

  89. tashtego il 17 novembre 2006 alle 12:54

    il

  90. tashtego il 17 novembre 2006 alle 13:09

    @mag
    Sì mag: il 3 aprile del 1917 guidavo l’autoblindo che trasportava il compagno Lenin appena sceso alla stazione Finlandia di Pietrogrado.
    Come vedi un contributo piccolissimo, ma a suo modo determinante.
    Oltre tutto quell’autoblindo non aveva servosterzo.
    Ora aspetto solo un tuo segnale, nella speranza che i veicoli di quel tipo siano diventati un po’ più facili da guidare.

  91. georgia il 17 novembre 2006 alle 13:20

    mag chi scrive non sempre è uno Scrittore ;-)
    Gli scrittori secondo me sono rivoluzionari, anche se non lo vogliono lo sono. ma per essere scrittori, dio bonino, non basta scrivere :-)
    Chi scrive non fa altro che scrivere bene o male ma non rivoluziona un cavola, anche perchè per scrivere scrivono tutti ormai.
    E capico che i brigatisti, in galera, abbiano scritto, credo sia un ottimo passatempo per non impazzire, basta vedere sofri che da quando è fuori, se dio vuole, scrive un po’ meno.
    Quello che invece non capisco è come mai tutti i giornalisti (di ogni tipo) prima o poi scrivano libri, addirittura romanzi (che palle). Se dedicassero più tempo ai loro articoli non sarebbe male:-)

    Gli scrittori invece, che però in ogni epoca li puoi contare sulle dita di una mano (e non sempre), sono quasi sempre “rivoluzionari”.
    geo

  92. tashtego il 17 novembre 2006 alle 14:09

    forse è vero che non ci sto più tanto con la testa: il post qui sopra va re-indirizzato @geo

  93. maria (valente) il 17 novembre 2006 alle 14:28

    No, Mag, io non sono affatto d’accordo, io credo che l’arte non possa che essere rivoluzionaria, credo che “una nuova forma generi un nuovo contenuto” e che le vere innovazioni letterarie siano quelle capaci di attuare modificazioni nei comportamenti sociali a partire dall’immaginario.
    L’arte reazionaria non è arte, (altra cosa è dire che nulla si crea nulla si distrugge e tutto si trasforma) il conformismo artistico è utile solo come specchio e scandalo, dopo di che ha esaurito il suo compito e deve fare posto.
    E Geo, non è vero che l’unica rivoluzione è stata un piccolo golpe fascista, in questo Tashtego ha ragione, sono state incalcolabili le rivoluzioni imposte dalla tecnologia che hanno avuto conseguenze imprevedibili, se pensi soltanto a come si viveva qui in Italia 50 anni fa, i cambiamenti sono stati talmente rapidi da generare terribili disfunzioni, è un discorso troppo complesso, ma è evidente a tutti che nel Sud, il processo è stato traumatico , i punti nevralgici sono andati in tilt, nelle zone rurali dove le sacche di resistenza sono state maggiori c’è stato un collasso strutturale dalla famiglia alle istituzioni che ha generato le acque stagne in cui prosperassero solo droga e camorra; tra una mentalità contadina gramigna e inestirpabile e un’accelerazione ottusa d’un progresso inarrestabile è veramente avvenuto il crash, l’occasione d’oro per tutti gli sciacalli.

    L’arte deve sempre avere cieca fiducia nel suo potere di invertire il senso di marcia a partire dalla testa, dal linguaggio, dai comportamenti, rinunciare non significa solo subire ma diventare complici del degrado.
    L’arte sa che un mondo migliore è sempre possibile, dunque signor Tashtego, come può chiederle di accontentarsi?

  94. effeffe il 17 novembre 2006 alle 14:53

    Canzone

    di Ezra Pound

    Ama il tuo sogno
    Ogni inferiore amore disprezzando,
    Il vento ama
    Ed accorgiti qui
    Che sogni solo possono veramente essere,
    Perciò in sogno a raggiungerti m’avvio.

  95. alcor il 17 novembre 2006 alle 14:53

    Non facciamo parallelismi impropri tra rivoluzioni artistiche e rivoluzioni politiche.
    Alcuni dei massimi artisti del ‘900 in politica sono stati fior di reazionari. L’artista non è un tuttofare e spesso quando parla politicamente tromboneggia (mi viene in mente Guttuso e altri che taccio per rispetto).
    O parla per chiudere il discorso e potersi fare i fatti artistici suoi, o tace per la stessa ragione.
    Io Burri, per esempio, lo amo molto. E Pound pure. E Pasolini lo ha intervistato come si intervista un maestro, non come si intervista un fascista.

    @ maria

    “l’arte sa che un mondo migliore è sempre possibile” scusami, non te la prendere, e teniamo vivo cmq il progetto nepalese, ma è una frase da anime belle.
    E se anche fosse vero, nel migliore dei mondi possibili vagheggiato da Pound, tanto per dire, ci vivresti felice?
    Io, con tutto che lo venero, preferirei l’esilio.

  96. georgia il 17 novembre 2006 alle 15:06

    maria se nel sud le cose sono andate diversamente è per un motivo molto politico ed poco tecnologico.
    La democrazia cristiana (ma in realtà diciamo il blocco di potere filo americano) ha appaltato l’intero sud alla mafia (alle varie mafie), ecco perchè c’erano pochissime forze dell’ordine, giudici con le mani legate, brogli elettorali col gioco delle tre preferenze ecc. ecc.
    In cambio otteneva i voti che al nord (non riusciva ad avere) per governare. La tecnologia c’entra poco.
    geo

  97. georgia il 17 novembre 2006 alle 16:20

    beh, alcor, essere anime belle non è alla portata di tutti e io non ci vedo nulla di male ad esserlo, anzi un tasso di anime belle è indispensabile.
    Il mondo senza anime belle è l’inferno
    Ad ogni modo sapere che un mondo migliore sia possibile è molto (anzi indispensabile) ma poi non vuol dire saperlo costruire, per questo ci sono i politici. Il guaio semmai è che i politici non vogliono (non sanno) costruire più nulla, vogliono scrivere o per lo meno dire cosa si debba scrivere e allora … avviene il tracollo totale.
    geo

  98. maria (valente) il 17 novembre 2006 alle 16:37

    @ Alcor
    io non vagheggio una repubblica ideale né di artisti né di filosofi, anche la politikè è una techne, e sono immune dalla sindrome di Siracusa, quello che volevo dire è che l’arte non deve rinunciare alla creazione degli immaginari, alla rivoluzione mentale altrimenti siamo spacciati.

    @ Geo
    non è così semplice, non c’è una sola causa, altrimenti l’antidoto sarebbe venuto fuori da un pezzo.
    Per dirne una: molti miei amici mentre io frequentavo il liceo, furono indotti, magari perché un po’ svogliati, dai loro genitori ad abbandonare le scuole perché la mentalità era che 16 anni si era abbastanza grandi per cercarsi “la fatica”, e non per gravissime situazioni d’indigenza, così che bambini-adolescenti finirono a fare la vita degli anziani: lavoro, bar, partite a carte e padrone e ssotto, lavoro, bar, partita a carta etc etc + bombardamento televisivo consumistico + senso di alienazione+ assoluta mancanza di strutture di svago…il risultato fu che divennero tutti tossicodipendenti, ok? Questa tanto per dirne una.
    Un’altra è che con la liberalizzazione dei costumi + solito bombardamento televisivo nella sfera sessuale (ma non in quella della prevenzione) + la mancanza di una specifica educazione in contrasto stridente con la feroce repressione e la solita mentalità contadina dell'”hai fatto ‘o uajo” ha portato ad un numero impressionante di ragazzine- madri e fanciullini-padri costretti a nozze riparatrici, neanche lontanamente in grado di prendersi cura di sé figuriamoci dei bebé e allora vedi motorini che sfrecciano tra gli autobus inconscienti a tutta velocità con padre-madre 16enni, senza casco, con sigaretta a destra e bebé nella sinistra, ok? etc etc etc
    Credetemi, non è così semplice.

  99. maria (valente) il 17 novembre 2006 alle 16:39

    Cara Geo, ci siamo accavallate, vado a leggerti.

    @ Effeffe:
    ci si vede domani?

  100. mag il 17 novembre 2006 alle 16:49

    desidero copernicanesimi, cambi di orizzonti, rotte, direzioni.
    lo stato stagnante impone cambiamenti radicali, sia artisitici, che politici.
    Per i primi ci vuole talento, per i secondi il coraggio.
    Entrambi potrebbero essere migliorati da catarsi che se non agissimo, subiremmo.
    Cmq brave ragazze, che bello un discorso rivoluzionario al femminile.

  101. mag il 17 novembre 2006 alle 16:50

    oggi mi sento molto Celestino :-) che giorno è quello delle profezie?

  102. gina il 17 novembre 2006 alle 17:10

    mag non so il giorno ma i minuti che mancano sono al minimo 11:) .per il resto e in omaggio al nepal confido nel potere energetico dello sterco di vacca+psilocibe alpino : l’universale è il locale, meno i muri

  103. alcor il 17 novembre 2006 alle 19:35

    meno i muri?

  104. alcor il 17 novembre 2006 alle 19:36

    Ah, meno i muri!

  105. tashtego il 18 novembre 2006 alle 09:43

    è la migliore definizione di “universale” che abbia mai letto.
    però: cos’è lo psilocibe alpino?

  106. gina il 18 novembre 2006 alle 11:32

    tash
    psylocibe è un funghetto universale (cresce anche sulle cacche di mucca dell’arco alpino) che se ingerito e a seconda della concentrazione del principio attivo (caratteristica locale) de-centra (sveste l’io dagli abiti tradizionali).
    la stupefacente definizione di universale è di miguel torga, citato da michea:)
    ciao

  107. la barista il 18 novembre 2006 alle 14:39

    vi invidio, vi drogate!

  108. Il Treno a Vapore il 18 novembre 2006 alle 17:14

    Rimango dubbioso, propenso a convenire con thastego, con le sue corrette sottolineature di Progresso e Sviluppo. Contro le varie interpretazioni della storia, rimane banalmente solida la storia stessa, che nulla ci insegna ma ci mette sul tavolo il piatto pesante dell’esistente.
    Non ha molto senso la domanda che apre questa discussione, in quanto non ha nessuna importanza cosa noi singolarmente si sia. Ha importanza l’irreversibilità di un processo, folle o meno che lo si voglia definire, e l’irreversibilità di una sconfitta, che nel contempo è giusto fingere di ignorare, e vivere e lottare (?) come se il “sogno” fosse lì un millimetro prima dell’orizzonte.

    @ georgia

    “Conservatore, vuol dire che non si è disposti a rinnegare tutto il passato, nè per un piatto di lenticchie, nè per due stronzate improvvisate, ma anzi se ne vorrebbe conservare una buona fetta e pure in buono stato, ma non per rifugiarci in tribù o in comunità anguste, ma perchè il passato è dentro di noi e dentro chi verrà domani e una volta distrutto, il passato, non è che lo si ritrovi poi al primo mercatino in svendita, quando ci accorgiamo che non ne potevamo fare a meno.”
    No. Il passato non si rinnega mai, tutt’altro, sarebbe sciocco il farlo e futile. Ma non esiste uno stato “buono” o “cattivo del passato: esso sta dentro la nostra memoria personale e collettiva come segno e paracarro del percorso che ha portato a noi, nient’altro. Il “conservatore” vuole preservarlo da contaminazioni, il “progressista” sa che il moto è perpetuo.

  109. alcor il 18 novembre 2006 alle 17:23

    Mi sembra che tutti qui cerchiamo percorsi il più possibile geometrici per sentirci rassicurati e contastare in qualche modo il caos.
    Percorsi “narrativi”, ovviamente.
    Ci raccontiamo il mondo, e nel racconto del mondo cerchiamo un’inizio e una fine razionali, riconoscibili con la mente, alla quale attribuiamo una certa capacità di controllo.
    Mi pare che sviluppo e progresso siano sì concettualmente definibili come li ha definiti tash, ma che si intreccino in modo molto più problematico e casuale di quanto non vorremmo. Del resto tutte queste nostre categorie sono a posteriori. Pensiamo il passato cercando proiezioni per il futuro

  110. tashtego il 18 novembre 2006 alle 18:58

    @gina
    rovistare nella merda di mucca per de-centrarsi e “svestirsi l’io dagli abiti tradizionali”, quando io mi decentro naturalmente e pure troppo e quando non dovrei e la cosa mi dà pure fastidio?

  111. georgia il 18 novembre 2006 alle 23:12

    il “progressista” sa che il moto è perpetuo.

    boh e che cavolo vuol dire? Già chiamarsi treno a vapore …
    Il moto perpetuo è per la natura, per l’universo.L’uomo, il pensiero dell’uomo, è la cosa meno naturale che ci sia, quindi può anche fermarsi a riflettere, ritornare sui suoi passi, e poi riandare avanti a seconda delle necessità.
    Però l’uomo può anche cercare di far tabula rasa del passato nel pensiero di chi viene dopo, offrendogli come sostitutivo un pensiero inutile e liofilizzato, e questo non è nè conservatore nè progressista ma solo reazionario (lo hanno fatto nazisti e fascisti e stalinisti che NON erano conservatori e lo sta facendo la cultura american oggi).
    Il conservatore vero, se è intelligente, è solo un utile anticorpo per il progressista che di solito, da solo, andrebbe avanti senza fermarsi mai perchè crede alla balla cosmica che chi si ferma è perduto e intanto ci perde tutti.
    Conservatori e progressisti sono le due faccie della stessa medaglia umana.
    reazionario è una medaglia disumana senza facce.
    Se hai gli anticorpi non hai paura della contaminazione, se invece sei un reazionario distruggi tutto: difese e creatività spacciandoti per un innovatore del c**** o un conservatore del c**** dipende da cosa ti faccia comodo.
    geo

  112. Il Treno a Vapore il 18 novembre 2006 alle 23:53

    @georgia

    Si confondono spesso i termini. Nazisti e Fascisti erano certo rivoluzionari e nel contempo non solo reazionari – termine vagamente etico che dice poco – ma profondamente e strutturalmente conservatori, null’altro avendo da offrire alla rivolta che l’affermazione di immobili miti del passato. La contaminazione è un “valore” che senza distruggere modifica e ripropone: nessuna paura dunque, e fermarsi, purtroppo, è tanto auspicabile quanto impossibile.

    I treni a vapore, lo so, non esistono più, e non a caso ho scelto questa etichetta: ma questa è tutt’altra storia di nessun interesse.

    Buonanotte, e grazie per l’attenzione.

  113. roberto il 19 novembre 2006 alle 09:31

    Chissà quanta se ne sono fatta di psilocibina,
    i cojoini che erano alla manifestazione di ieri a Roma.
    10 100 1000 teste di minchia.
    Secondo voi sono nazisti o progressisti?

  114. la barista il 19 novembre 2006 alle 10:20

    che casini ci sono stati a Roma?
    raccontatemi il polso dellla situation

  115. georgia il 19 novembre 2006 alle 10:51

    conservatori?????
    Cosa hanno conservato?
    Hanno distrutto e e sporcato tutto, persino i miti, e anche grandi scrittori e musicisti come wagner.
    Per anni la parola mito e patria in germania e italia sono diventate bestemmie impronunciabile (a parte che a me la parola patria non piace molto ma non è certo una bestemmia come sembra nei paesi dove sono passati loro), oggi berlusconi e bush sono poi riusciti a sporcare persino parole come forza italia, libertà, democrazia, libertà d’espressione e altre che ora non mi vengono in mente, ma anche azzurro, nuvole, primavera, sogno, oggi sono state intaccate. Come dice Grossman avremmo urgente bisogno di una “lavanderia delle parole”.
    Altro che conservatori questa è reazione imbecille e criminale e basta.

  116. gina il 19 novembre 2006 alle 11:20

    tash!
    giocavo con le profezie e i cambiamenti radicali di mag.
    (se il decentramento ti coglie naturalmente di sorpresa , coltiva l’attenzione:)



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