Oltre la morte

17 novembre 2006
Pubblicato da

di Gian Ruggero Manzoni

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La perdita di uno stato consente di acquistarne un altro, all’infuori che non si reputi l’Universo quale inutile custodia fisica chiusa e volta, esclusivamente, ad essere considerata un enorme ‘scherzo’ dovuto ad una mutazione di campo di una realtà ben maggiore, a sua volta parte di altro e altro ancora, e ciò all’infinito.” (Stephen Hawking)

Pare che l’Universo, e per il 90% è ormai assodato dalle rilevazioni fatte, si distenda in accezione piana e aperta (seppure incisa dal relativismo einsteniano), che il Big Crunch (il Grande Collasso) mai avverrà  (cioè che l’andamento ondulatoria di espansione e contrazione sia ipotesi non plausibile) e che invece più certa sia la fuga dell’insieme (materia luminosa e materia oscura) verso l’infinito, in attesa di un raffreddamento totale entropico (comunque risolvibile, per la vita, da un essere di quel futuro – si veda il tal senso l’ottimistica Teoria dell’Intelligenza Eterna di Dyson); oppure, quale ultima ipotesi,  resta quella del Big Rif, il Grande Strappo, la teoria che segue direttamente quella del Big Bang e che prevede una continua accelerazione dell’espansione del Cosmo fino ad un punto critico che porterebbe alla disintegrazione dell’insieme. Se ciò dovesse essere, l’Universo verrà alla fine frantumato.

Prima le galassie verrebbero separate le une dalle altre, infatti la gravità sarebbe troppo debole per tenerle assieme, e anche le stelle si scollerebbero. Circa tre mesi prima della fine i pianeti si svincolerebbero dalle stelle portanti la loro orbita. Negli ultimi minuti le stelle e i pianeti sarebbero disintegrati, e gli atomi verrebbero distrutti una frazione di secondo prima della fine (ovviamente uomini compresi). In seguito, l’Universo sarebbe ridotto ad una serie di particelle elementari isolate le une della altre, in cui ogni attività sarebbe nulla, poiché ogni particella sarebbe impossibilitata a vedere-riconoscere le altre. In un certo senso l’Universo osservabile si ridurrebbe effettivamente a zero – del resto e nient’altro che un’ulteriore visione di una possibile entropia finale. Gli autori di questa ipotesi hanno calcolato che il momento conclusivo sarebbe circa 3,5×1010 anni dopo il Big Bang, il che equivale a 2,0×1010 – venti miliardi – di anni da adesso. E nonostante, per noi, sembri un tempo lunghissimo, è comunque molto meno di quanto qualunque altra teoria cosmologica ipotizzi. (Forse che sia questo il Giudizio Universale?). Bene, elencati i ‘luoghi’ là dove si trova la scienza in funzione di una possibile macro fine, come regolarsi? Cioè come, oltre alla morte singola (micro fine) che, prima o poi, coglierà ognuno di noi, intendere la macro morte-fine (irreversibile) dell’insieme di cui facciamo parte e continuare a vivere di conseguenza fino a quel giorno fatale? Problema non da poco, trovandoci comunque e sempre di fronte a un traguardo che la ragione non accetta, in particolare se si considera la ragione quale dono di Dio. Logica la domanda: “Perché, se esiste un Dio, ci avrebbe dovuto condannare in tale modo, senza che alcuna speranza possa venirci in aiuto al fine di dare un senso al nostro esistere? (In parole povere: perché Dio avrebbe dovuto donarci la ragione quando, con la ragione, non possiamo che elaborare, sempre e comunque, un concetto di morte, di fine, di cessazione?)”. Questione annosa, questione vecchia come l’uomo, questione che ha sempre coinvolto tutti i massimi cervelli che finora ha avuto l’umanità e che l’umanità potrà contare nel domani, forse fino a quando, appunto, l’umanità non cesserà di esistere. O, meglio, fino a quando l’umanità non cesserà di essere figlia della forma che l’uomo ora ha per rinascere in altra forma. Sempre se di una forma potrà trattarsi, se non di puro spirito.
Lo scultore Antonio Canova, decisamente un grande in tutti i sensi, che molto s’interrogò sull’oltre la morte, era solito dire: La forma plastica non rappresenta la figura, ma la sublima, ne trasforma l’essenza (…) la cala e la isola nello spazio reale e, isolandola, la idealizza (…): forma – oggetto che risolve in sé ogni relazione spaziale – si racchiude in un involucro impenetrabile, si pone come presenza altamente problematica dell’ideale nel reale, dell’assoluto nel relativo.
Il Prof. Giancarlo Cunial, fra i più accreditati studiosi dell’artista neoclassico, ha cercato di ampliare le affermazioni di Canova in questo modo (…e a lui mi associo): L’ opera-forma, quindi, non rappresenta una pur limitata figura concreta, ma la sua sublimazione, la sua elevazione oltre la materialità di ciò che viene raffigurato, fino a trasformare la sua stessa essenza da essere singolare e materiale a pura idea, a, perciò, essenza spirituale totale, da ciò l’opera-forma è un assoluto ideale calato nello spazio quotidiano, reale e concreto (si consideri come esempio/metafora una goccia d’acqua purissima calata nell’olio: la goccia d’acqua è l’opera d’arte e l’olio è la realtà concreta) e, in quanto isolata, irrelata e assoluta, l’opera-forma è da considerarsi un’idealizzazione, un simulacro, quindi non appartiene alla realtà materiale in cui è “immersa”, non ha una vera e propria relazione con l’altro fuori da sé, se non per orientarsi in quella dimensione in cui è stata calata, esaurendo il “dialogo” sul senso, sullo stile e sulla bellezza se non “in sé e per sé”, quale principio assoluto, sìnolo metafisico di materia e forma, mònade perennemente identica a sé stessa; quindi l’opera-forma è “circondata” dalla realtà materiale e “finita”, ma da essa non si lascia “penetrare”, non si “fonde” con essa, rimanendone incontaminata, esclusiva; in questo senso l’opera-forma diventa in sé una questione, una sorta di “mistero” metempirico, una problematica di questo tipo: come può l’ideale, l’assoluto, il trascendente, il noumeno “entrare” nel “relativo”, nel concreto, nel reale, nel quotidiano? E’ lo stesso problema che ci poniamo nell’ambito della fede con l’Incarnazione di Cristo e la Sua conseguente Resurrezione: come può la natura divina “incarnarsi” nella natura umana, senza condividerne la decadenza, la quotidianità, il peccato? Canova si pose non poche volte questo problema, cioè l’immissione dell’ideale nella storia, nel reale, nel caduco. Ma in questa riflessione, a mio avviso, risiede, già, la risposta al dilemma: “Se il divino si è incarnato nell’opera-forma da Lui creata per rivelare alla Sua opera-forma il futuro ritorno al divino, lo stesso sarà dell’opera-forma (per i motivi suddetti da Canova e Cunial) al fine di riconoscersi frutto del divino e quindi riunificabile a Quello non appena la sua essenza materica decade  e si disintegra.” Più ovvio di così. Cioè esiste un unico binario che è a doppio scorrimento, come diceva il mio amico Fabio Galassi, ferroviere di grande saggezza, quando esisteva un solo  binario sulla tratta adriatica. I treni si alternavano, sostando questo o quello nelle stazioni, su un binario di attesa, così che il convoglio che giungeva dalla parte opposta potesse passare per poi reimmettersi nel binario principale e procedere a loro volta fino al futuro incontro (tale pratica richiede, solo, un poco di pazienza , ma poi il viaggio riprende e prima o poi si giunge là dove ci attendono… o là dove attendiamo).
Io che sostengo l’ Assoluto e il Divino (nonché il Mito insito in Loro) non faccio alcuna fatica a crederci (credo, anche, che tale binario-corridoio non funzioni solo in morte, ma che sia aperto, anche, in ogni istante di questa vita), più dura è per colui che non crede a questa possibilità, oppure che basa unicamente il suo ragionare su istanze scientifico-relativiste le quali, alla luce di quello che sopra ho esposto, ben poco lasciano a un domani, a un oltre (…un’infinita distesa di relitti di atomi, quark, microparticelle etc. che infine non hanno fra loro più alcuna tendenza alla coesione è immagine sconcertante!). Così come credo che la poesia (e l’arte in genere – quella vera, quella che palpita di energia e spiritualità, di grido e di sussurro, di amore e di odio, di emozione e tragedia) sia prova evidentissima che quel binario-corridoi esiste e che lo si possa sempre percorrere. (Se poi un giorno scopriremo come opera-forma, o, per dirla con la scienza, come materia che ragiona su sé stessa, che esistono binari-corridoi che ci possono condurre in universi paralleli, ben venga anche questo… ma già mi basta quell’unico cammino che mi mette in contatto col Tutto e che conduce il Tutto a me-noi, infine in un’assenza perenne di morte perché trionfo costante della vita… e di quella luce).

(Foto: un fotogramma tratto da “2001 Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick)

72 Responses to Oltre la morte

  1. tashtego il 17 novembre 2006 alle 15:14

    “E’ lo stesso problema che ci poniamo nell’ambito della fede con l’Incarnazione di Cristo e la Sua conseguente Resurrezione: come può la natura divina “incarnarsi” nella natura umana, senza condividerne la decadenza, la quotidianità, il peccato?”
    è cosa davvero da non dormirci la notte.

  2. g.r. manzoni il 17 novembre 2006 alle 16:11

    Sarà una sciocchezza per te, Tash, ma non lo è stato, e non lo è, per non pochi altri, almeno quale ‘speculazione’ di ordine filosofico – se non teologico. Cmq, si legga questo mio scritto in primo luogo come metafora-allegoria di ben altro… in prima istanza del perché si faccia arte-scrittura quando se ne potrebbe tranquillamente fare a meno… visto il come, pare, andranno le cose. Da ciò, anche, la componente Nichilista che ne può fuoriuscire, così come il rapporto Arte-Morte e via così… indubbiamenti problemi che hanno tolto il sonno a molti, a suo tempo (meno oggi, visto quello che ci sta passando il ‘convento’). E fortunato te che riesci ancora a dormire senza aiuti, quando l’Occidente del pianeta consuma, ogni volta che si corica (cioè ogni notte), 120 tonnellate di sonniferi… senza considerare chi si addormenta perché fatto (di questo o quello) o sbronzo… e via così.

  3. cf05103025 il 17 novembre 2006 alle 16:53

    Io credo o suppongo che l’Arte sia un esercizio inconscio della specie,
    per evolversi verso sensi/luoghi ancora ignoti
    e che il “divino” sia ancora una sorta di immaginazione consolatoria.
    Per cui esercitarsi con l’Arte in genere fa bene.

    MarioB.

  4. Marco Saya il 17 novembre 2006 alle 16:53

    “perché si faccia arte-scrittura quando se ne potrebbe tranquillamente fare a meno…”

    Ciao Gian Ruggero, una delle innumerevoli risposte, a mio avviso, potrebbe essere nel vedere la “potenziale creatività” come una “risorsa” a disposizione per ri-svegliare le coscienze “sopite”. L’importante è non guardare a ritroso un percorso che ci ha narcotizzato in questi ultimi trent’anni, le 120 tonnellate di sonniferi sono solo un placebo aggiunti ad altri placebi.

    Marco

  5. Lady Lazarus il 17 novembre 2006 alle 17:02

    Dovremmo avere l’umiltà di ammettere che l’umanità – e la letteratura – non sono necessariamente destinate a sopravvivere.

  6. tashtego il 17 novembre 2006 alle 17:52

    @g.r.manzoni
    Mi tocca fare sempre la parte del babau.
    Volevo solo dire – a parte un toccare ferro a fronte dell’augurio di insonnia che mi hai gentilmente inviato – che molti come me non hanno idea di cosa sia la “natura divina” e nemmeno gliene fregherebbe poi molto, avendo misera e mesta esperienza solo di quella umana e avendo verificato con certezza che di per sé già basterebbe per mandare a puttane i nostri sonni.
    Non si possono porre come problemi oggettivi, sia pure in un post confuso come il tuo, quelli che sono solo problemi legati al proprio credo religioso.
    Insomma, una formulazione meno assertiva del “dilemma”, dato che non conveniamo qui con le medesime istanze che ci conducono in parrocchia, avrebbe giovato.
    Detto questo e stando al tuo esperimento mentale, aggiungo che sono convinto che alla fine dei tempi sarà chiaro che dio siamo noi.

  7. cara polvere il 17 novembre 2006 alle 18:16

    e l’opera-forma come subfisica presequenza di frattali volta alla sequenza del suo strecciamento e alla frantumazione del suo significante nello stesso quadro in cui lo stop avrà il sangue gruppo zero universale.
    l’opera- forma sensorialmente intuita come applicazione materiale all’insostenibilità della ragione. non entro nel merito se la ragione sia un dono di dio: se lo fosse lo sarebbe anche il suo contrario: la follia. ma non sarei attinente al testo, credo pur dubitando che ciò che sto scrivendo lo sia.
    non sempre-l’opera forma avvicina a una spiegazione ma anzi pone e ripone e crea e frantuma domande ancora prima che abbiano una risposta e non sempre l’opera forma si avvicina reverenzialmente a dio inteso come qualcosa oltre ma piuttosto io vedo l’opera-forma come un tentativo di dormire sul fianco sbagliato della terra e da lì credere di vedere dell’altro, (vuoi pure un altro dio, o un altro disperato che a sua volta vede te) e in-formarlo. metterlo nella forma.
    l’opera- forma, veicolo di un linguaggio che parla al centro dell’individuo in primis e poi che parla a un ipotetico centro dell’universo nello stesso modo in cui parla al centro della terra – linguaggio luminoso, ritualmente illuminista (si spera), tramandato magmaticamente, assecondando i tempi, in cui la stessa morte, perchè possa appartenere all’uomo e “compiersi”, deve passare attraverso esso, come il dolore.
    insomma l’ opera-forma come rito d’iniziazione, feticcio tribale “moderno” e sillabario sistematicamente incompleto di ciò che siamo e saremo dopo.
    un saluto
    paola

  8. g.r. manzoni il 17 novembre 2006 alle 19:33

    Cf: è un ottimo punto di partenza. Reputo che ci sia poco di consolatorio nel fare arte con i giusti crismi, anzi, ancor più certe incompletezze umane affiorano, e ciò può spiegare una certa tensione verso il sublime da parte di certi autori e artisti del passato. E’ quindi sul sublime che si gioca la partita. Sul Bello (o sull’antisublime… come c’insegna Bacon, pur tentativo di perfezione all’incontrario… ma perfezione anch’esso).

    Saya: Sono più che d’accordo. Il cominciare di nuovo ad interrogarci sui “massimi sistemi” potrebbe essere un buono scrollone.

    Lady: Sfondi una porta aperta…

    Tash: Qui non si tratta né di parrocchia né di oratorio… vedo che ancora vuoi portare il discorso su di un piano che anche al sottoscritto interessa relativamente, se non per l’aspetto ‘mitico’ che può contenere. Mi domando il perché quando si tirano in ballo certi argomenti pur facenti parte del nostro bagaglio culturale (di tutti, anche di chi si è dissociato, o nega) ecco che scatta l’arroccamento. Mi pare che gli altri che qui hanno commentato abbiano inteso (seppure la confusione che mi attribuisci) dove volevo andare a parare: cioè ad una riflessione sull’aspetto dello scrivere e del fare arte in una dimensione di piena incertezza quel è quella umana. Se poi vuoi ricondurre il discorso là dove ti pare, padronissimo, fatto sta che finora non hai detto nulla a riguardo, se non le solite quattro robette già masticate da infiniti prima di te… ah, ho letto nel tuo blog che t’interessi di architettura religiosa, beh, strano che uno che si dica ‘out’ da certe tematiche, poi scriva un post (che ho trovato intelligente) dedicato all’integralismo islamico e alle chiese cattoliche e al come la modernità o l’antimodernità si riflettano su quel tipo urbanistica.

    Polvere, trovo quest’ultima parte del tuo intervento molto poetica e con un fondo di verità non da poco (c’è da riflettere): “non sempre-l’opera forma avvicina a una spiegazione ma anzi pone e ripone e crea e frantuma domande ancora prima che abbiano una risposta e non sempre l’opera forma si avvicina reverenzialmente a dio inteso come qualcosa oltre ma piuttosto io vedo l’opera-forma come un tentativo di dormire sul fianco sbagliato della terra e da lì credere di vedere dell’altro, (vuoi pure un altro dio, o un altro disperato che a sua volta vede te) e in-formarlo. metterlo nella forma. l’opera- forma, veicolo di un linguaggio che parla al centro dell’individuo in primis e poi che parla a un ipotetico centro dell’universo nello stesso modo in cui parla al centro della terra – linguaggio luminoso, ritualmente illuminista (si spera), tramandato magmaticamente, assecondando i tempi, in cui la stessa morte, perchè possa appartenere all’uomo e “compiersi”, deve passare attraverso esso, come il dolore.
    insomma l’ opera-forma come rito d’iniziazione, feticcio tribale “moderno” e sillabario sistematicamente incompleto di ciò che siamo e saremo dopo.
    un saluto”. La prima parte, invece, è un biribao da lasciar perdere. Continua come hai impostato la secodna parte che vai forte.

  9. tashtego il 17 novembre 2006 alle 20:22

    l’architettura religiosa si compone di oggetti significanti, ma pur sempre fisici, dunque partecipanti della nostra esperienza del cosiddetto reale, e mi interessano per motivi professionali.
    dunque se dico “chiesa” tutti sanno che mi riferisco a quella cosa lì.
    ma tu di cosa parli, se non del TUO credo religioso?
    allora trattalo come tale, non darlo come oggettivo.

  10. marco p. il 17 novembre 2006 alle 20:52

    Oltre la morte c’è … c’è la polvere dei morti (e il deserto di questa roccia) – direbbe Antigone. Oltre la morte c’è il nulla infinito – direbbe un accanito negatore di Dio … O un punto interrogativo – risponderebbe uno scettico … Forse nell’attimo dell’ultimo nostro sguardo, poco prima di conoscere la morte di persona, saremo capaci di vedere la festa di un amore o la pena di una vita di stenti … O forse solo il fetore del corpo che si decompone … Nient’altro … Perché la visione del dopo è una vetta irraggiungibile (non ci è dato il potere dell’ascesa, siamo reperti di vita destinata ad un insensato sparire – siamo nati per morire e restare soli, direbbe un agonizzante beckettiano … Sempre al timone di un veliero cieco, gli farebbe eco l’ombra di mio padre … Oltre la morte c’è solo il buio fitto, quello stesso buio che brucia ogni aspirazione a tornare in vita, un buio crudele … Mi spaventa, quel buio, ben sapendo che dovrò entrarci una volta per tutte, prima o poi sarà l’unico mio destino … Cosa mi importa quale sarà il suo nome? Io non lo riconoscerò comunque … Che si chiami “infinito” o “glaciazione” o “frantumazione”, davvero, a me non cambia la vita, sono insensibile ai nomi … È la cosa in sé che mi spaventa, quell’abisso oscuro in cui mi affloscerò definitivamente … Forse è per questo che preferisco stare attaccato al mio corpo disprezzando ogni trascendenza … Da questo corpo non posso fuggire, da questo corpo che sarà ucciso, che vacilla, che si riposa abbracciando un altro corpo, che pensa, che si interroga, che aspira all’oblio … Dio è un panno logoro … Dio è un foglio di cellofan che avvolge fintamente l’esistenza … Dio è una menzogna … Ma tu, mio caro Manzoni, canti il suo madrigale … Cosa vuoi da me? La mia ragione me la sono costruita da me, non mi è stata donata da Dio … Giorno dopo giorno, scivolando e rialzandomi, ho cercato il mio senso con la certezza che la gioia stia tutta nel dolore del corpo, nella materialità dell’esserci, nella guerra quotidiana contro la morte … Il corpo è l’unica verità … Tutto il resto è parola … La ragione è la mia capacità di spiegare tutto il cosmico e il sociale, le città, le angosce, i ritmi, l’impotenza … È la bussola dell’esperienza … Siamo animali, soffochiamo giorno dopo giorno succhiando la vita al tempo, assetati, feriti … Tutto ciò che scrivi, caro Manzoni, è fin dal principio, e in tutta evidenza, un disprezzo dell’umano, della sua centralità, del suo essere, al contempo, inizio e fine di se stesso … Ed è per di più, se mi permetti l’azzardo, teoricamente sbagliato, tragicamente falso e velenoso … L’opera-forma è pura idea, affermi; è essenza spirituale, una idealizzazione che non appartiene alla realtà materiale … Ma se davvero fosse così, semplicemente l’opera non esisterebbe, visto che per esistere un’opera ha bisogno di un CORPO che la sostenga (di quello che l’ha prodotta, ad esempio, o di quello che la guarda, o del corpo dell’opera stessa, dei suoi materiali, delle sue “forme” concrete, delle scelte estetiche che ne stanno alla base …) … Vedi, caro Manzoni, tu puoi circunnavigare con le parole attorno all’opera quanto vuoi, ma nel momento in cui questa è data, ebbene, si presenta alla mia percezione come cosa reale (in forma di parole o di marmo qui non interessa), come oggetto, con la sua ruvidezza di materia … Il divino? Un tatuaggio nel cervello … L’opera d’arte? Una lacerazione, il rito simbolico del corpo che vuole rimandare la sua sparizione, un itinerarium mentis et corporis verso la fuoriuscita dalla preistoria, una pratica di libertà (anche dalle catene delle religione, se permetti) … L’arte è – direbbe tale Emilio Villa – una comunione, più libera e spoglia, con l’umano … Tutto il resto, davvero, è niente …

  11. cara polvere il 17 novembre 2006 alle 21:21

    @ g.r. manzoni.

    grazie della risposta della quale terrò conto.
    paola

  12. Trespolo il 17 novembre 2006 alle 21:46

    Del resto non dico nulla perché… non ci capisco nulla, ma questo passaggio ‘Circa tre mesi prima della fine i pianeti si svincolerebbero dalle stelle portanti la loro orbita’, mi pare quanto meno discutibile anche perché, con le conoscenze attuali, è praticamente impossibile, a fronte di un arco temporale complessivo di venti miliardi di anni, stimare alcunché relativamente ad un segmento temporale di tre mesi. L’infinitesimale, al confronto, parrebbe un infinito.
    Lo scienziato (??) che ha scritto una simile castroneria e che l’ha fatta circolare (facendo in modo che tu la riprendessi) dovrebbe essere messo alla gogna ed esposto al pubblico ludibrio a culo scoperto, col sedere dipinto da bersaglio e i bambini che gli tirano le freccette.

    Ovviamente non dovrebbero mancare (alla festa della gogna), in attesa della fine del mondo, le bancarelle con lo zucchero filato, i palloncini, i cinesi che vendono pupazzetti elettrici e perché no: pure Prodi che ci spiega, con l’uso del piattino e l’intercessione dei santi spiriti, come sarà il nostro futuro destino :-)

    Buona serata. Trespolo.

  13. andrea barbieri il 17 novembre 2006 alle 23:42

    Ma, a un certo punto c’è un salto, quando si parte con la concezione dell’arte di Canova che è un piccolo segmento dell’arte possibile: il neoclassicismo, e da lì si ragiona sull’arte intera.
    “come può l’ideale, l’assoluto, il trascendente, il noumeno “entrare” nel “relativo”, nel concreto, nel reale, nel quotidiano?”
    Non è una domanda che va bene per un artista neoclassico (e anche per molti postmoderni)?
    Mi pare esista arte per cui questo problema non è nemmeno immaginabile, anzi, ci sconvolge perché attraversa la nostra esistenza naturalmente, a volte mettendoci sottosopra.

  14. andrea barbieri il 17 novembre 2006 alle 23:59

    In effetti nel pezzo di Manzoni viene citato un testo Cunial senza indicarlo direttamente, soltanto che “ha cercato di ampliare le affermazioni di Canova”. Ritengo sia questo:
    http://www.museocanova.it/menu.php?name=curcur&lang=it&nr=79

    Ma nel testo originale di Cunial -se si tratta di quello che ho linkato- ogni commento alle parole di Canova inizia richiamando l’ambito dell’opera d’arte neoclassica. Lì non c’è generalizzazione.

  15. wovoka il 18 novembre 2006 alle 00:04

    > Mi spaventa, quel buio, ben sapendo che dovrò entrarci una volta per tutte.

    Però almeno una volta da quel buio ci sei anche uscito. Perché al ritorno dovrebbe essere peggio che prima della partenza? E come avrà potuto colmarsi l’eternità che l’ha preceduta? Per fortuna qualcosa non torna. Questa la ricorderete tutti:

    “Noi (la indivisa divinità che opera in noi) abbiamo sognato il mondo. Lo abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e fermo nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità, per sapere che è finto”. [Borges]

    (Ciao Gian Ruggero, che sorpresa trovarti qui.)

  16. Il Treno a Vapore il 18 novembre 2006 alle 01:25

    @manzoni
    @cara polvere

    Oltre la morte è un non-concetto, un non-luogo antichissimo, palestra di infinite contese intellettuali, a cosa utili è difficile dire, ma di certo necessarie considerata la loro realtà. L’unica cosa certa è che si muore per sempre. Ancor più niente il discorso di certo affascinante sull’opera-forma. Cosa sia l’opera, cosa sia la forma, cosa sia la loro osmosi o la loro impossibile osmosi nessuno lo sa nè può saperlo, e figuriamoci poi se mettiamo un trattino tra opera e forma: ne nasce un mostricciattolo inguardabile che pietà vorrebbe si uccidesse al primo vagito.
    Meglio farsi una birra.

    Buonanotte

  17. g.r. manzoni il 18 novembre 2006 alle 01:28

    Tash: io non do come oggettivo alcunché, del resto se nel reale esiste una chiesa, una sinagoga, una moschea, un tempio indù o buddista è perché nel reale alcuni uomini pensano che in detti posti ci si possa rivolgere realmente a un Qualcosa di sacro, di eterno, di oltre, sia filosofico, sia metempirico, sia trascendente o che altro. Logico che la scelta di entrare in quei luoghi è soggettiva, ma come fatto culturale (esistente da migliaia di anni) ciò diventa di tutti, anche di te che studi esclusivamente quei luoghi per fini professionali… cmq li studi e, reputo, se ti commissionassero di progettarne uno, lo faresti, tenendo ben conto di ciò che ti ha preceduto e di ciò che vorresti esprimere ai posteri nell’edificarlo. Resta il fatto che stai riconducendo il discorso sempre al tuo livello, e questo impossibilita il dialogo… visto che il mio vuol essere un sasso lanciato per riflettere su altro (che non sia Dio, ma la nostra condizione umana – in particolare di quegli umani che si definiscno ‘creativi’)

    Marco : significativo quello che scrivi e condivisibile, così come il rimando ad Emilio Villa che ho avuto il piacere di frequentare a suo tempo (grande istrione della parola, nonché uomo di una cultura immensa, che poteva tenere una lezione in latino come comporre in greco, seppur rivolto ad un suo ‘sperimentare’ in arte… se ancora può essere indicativo questo termine). La macerazione della carne è parte dell’essere, così come quella della mente che non raggiunge senso. In ciò il battesimo del dolore (iniziatico in tutte le tradizioni.. anche in quelle pacifiche). Il dilatare la visione di opera-forma a idea rientra in un processo ‘alchemico’ di dilatazione della propria condizione, implicante mutazione, metamorfosi, quindi non staticità e, tantomeno, centralità… rientra più che mai nell’umano (che non disprezzo, ma che tento di elevare). Il rimando al binario unico, ma con doppia percorrenza (definiamola così), è questo: si è, noi, opera-forma chiusa, oppure possiamo tentare di invertire il corso e divenire incidenti, nel vero, in una dimensione? Ma per divenire tali non è che dobbiamo interscambiarci con la divinità? Che senso avrebbe, altrimenti, il fare in arte? Solo per il Bello, come sopra ho scritto, oppure quale consolazione nei confronti di uno stato che ben conosciamo quale mortali? Oppure può diventare, nel vero, e lo ripeto, ‘esaltazione’ di una condizione che, sofferente e lacerata quanto vuoi, è pur mitico viverla? – caro Marco in alcuni passaggi mi è parso di risentire Giovanni Testori… e te lo dico quale complimento. ‘Velenoso’ che possa essere il mio pormi qui.

    Paola: non c’è di che… per chi mi conosce sa che mai mento (sarebbe uno sciupare il poco tempo che mi rimane prima di scendere, come tutti voi, nella fossa).

    Trespolo: se in matematica pura si sta ragionando, ipoteticamente, sulla 64esima dimensione, possiamo anche accettare che uno scienziato cerchi di quantificare in tre mesi terrestri lo scollamento di una galassia – del resto non è questo quel che conta, è la nostra finitudine il piatto ricco (dove ficcarsi – come si dice, non a caso, a poker – cioè quando si gioca d’azzardo). Riguardo a Prodi mi trovi pienamente allineato e partecipe, quando ci sarà, alla fiera degli incanti che evochi, come lo sono stato quando il Cavaliere ha fatto ricontare i voti… e lo stesso nei confronti di ogni politico che ti viene in mente :-)

    Andrea: la citazione dall’amico Cunial è quella che riporti. L’espediente di tirare fuori Canova (insegnando, io, Storia dell’Arte… fra le tante cose alla rinfusa che faccio) è proprio dovuta al senso di morte (con relativa celebrazione) che ha sempre accompagnato quell’artista – e il tessere il neoclassismo con quel che si dice (in scienza e in arte) nell’oggi, nella contemporaneità, non è nient’altro che ribadire che è in atto una crisi che ci vede partecipi, protagonisti, comprimari e anche spettatori. Si è sempre ricorsi al classico quando il tutto ristagnava, oppure quando la lunga onda ‘rivoluzionaria’ si era definitivamente infranta contro la realtà… quella tirata in ballo da alcuni fra i commentatori. Il neoclassico è assenza totale di stile. E’ unicamente citazione, divenendo maniera. E non trovi che nell’oggi sia una ‘maniera’ che infine si vive in arte come in scrittura? Alcuni lo definiscono ‘canone’, ma il fatto resta: si è al traino, quali artisti, della contemporaneità e quando si tenta il passo Oltre, ecco che i ‘realisti’ tendono a soffocare, a isolare, a sminuire, a ricondurre il tutto ad un discorso umano, quando, l’umano, se non vive di Mito è già morto prima di nascere. Ovviamente Mito al di fuori di sé e Mito come sé… ciò non ha importanza, in qualsiasi collocazione tu ponga l’uomo – infatti facciamo sempre parte dello stesso ‘teatro’, direbbe il Villa sovracitato.

    Ciao Wo-Elio: ho accettato il gentile invito dei ragazzi di Nazione è ho messo su, anche qui, il mio ‘spettacolino’ (e mi s’intenda con simpatia, naturalmente, non sono fuori per prendere per i fondelli alcuno – anzi… sono qui per vedere se da ciò che ormai è – per me – tutto ‘spettacolo’ possa venir fuori, ancora, un qualcosa di buono, innanzitutto per il sottoscritto… e magari, anche, per qualcun’altro). La citazione di Borges che fai è fondamentale… tristemente fondamentale, ma doverosa. Seguo sempre, anche se in silenzio, il tuo scrivere e il tuo dipingere. Mi concedo sempre più pause dal web. La stanchezza avanza, sia fisica, sia mentale che bloggaria. Sempre un qualcosa vien fuori di interessante (teoricamente e umanamente parlando) da questo strumento (anche ora), ma difetta nella progettualità. Cioè non si concretizza mai alcunché, ed è infine fuori da qui che bisogna darci dentro, a viso, guardandoci negli occhi, ancora guardandoci bene in faccia. Del resto sai come la penso: prima fammi vedere l’opera, poi, se funziona, fammi conoscere chi l’ha eseguita. Se le due componenti non collimano – se l’artista e l’uomo fanno difetto – beh, ecco che l’opera-forma crolla, miseramente, anche lei. Se invece i due aspetti combaciano… ecco un’opera vera e un uomo che si è detto nel vero. Altro conta relativamente – ormai. Un abbraccio a te.

    Per ora una affettuoso saluto a tutti. I ritmi di Nazione sono travolgenti. Resta il fatto che passerò di qui anche domani perché ospitato.

    Ma chi è l’ospite? Colui che ospita o colui ospitato? Con tale ambiguità terminologica si può impostare un altissimo discorso anche su Dio, oppure sull’universo, o che altro. Anche sulla morte – e ci mancherebbe! E non sto assolutamente giocando, anzi…

  18. wovoka il 18 novembre 2006 alle 08:45

    Ricambio l’abbraccio. La citazione di Borges a me non sembra triste. Jung, prefigurando un poco il “principio antropico”, ritiene che il sorgere della coscienza soggettiva rappresenti una seconda cosmogonia, ed in effetti questa coscienza soggettiva è la chiave di tutto. Non è un caso che ingenti quote delle più agguerrite truppe culturali stiano ultimamente lavorando proprio su quell’ “explanatory gap” che tuttavia resiste vittorioso – anche se – ovviamente – sospettato di essere “nient’altro che un’illusione” (lasciatemi citare, per riassumere la problematica, questo meraviglioso articolo: http://www.nyu.edu/gsas/dept/philo/courses/consciousness/papers/DD-zombie.html). Ora, se con una sorta di processo ascetico (continuamente riscoperto) ci spogliamo delle nostre idiosincrasie – per quanto affezionati possiamo loro essere – dei nostri accidenti, fortunati o sfortunati, delle nostre vanità, possiamo via via convergere verso un “nucleo” che è chiaramente identico in tutti, da qui la profonda plausibilità di quella fantasia di Borges, il quale, di sfuggita, citando non so quale eresiarca, da qualche altra parte accenna all’universo come a un Dio che tenta di suicidarsi (o dimenticarsi) facendosi materia incosciente, e che però – come Terminator – per vie pazienti e tortuose ritorna a punteggiarsi di una coscienza soggettiva che è probabilmente identica (a certi livelli ci comprendiamo tutti quanti troppo bene perché non sia così) situandosi aldilà della propria implementazione materiale. In una simile ottica, la morte cambia i suoi connotati perché l’essere “noi stessi” è in effetti l’unico ostacolo che ci impedisce di essere il Tutto, ed essere nel Tutto non ci ha impedito nel passato di venire alla coscienza. In quest’ottica la reincarnazione (senza memoria alcuna, e privata di tutti gli inutili orpelli e moralismi interessati) diventa quasi un’ovvietà. Comunque sia, la constatazione di capirci assai poco – e su questi temi Einstein o Hawking non godono di vantaggio alcuno – è per me profondamente consolante.

  19. marco p. il 18 novembre 2006 alle 09:24

    Più ti leggo, caro Gian Ruggero, più mi convinco che non ci sia dialogo possibile. I nostri universi sono talmente distanti da rendere gli enunciati incomprensibili. Tu insisti sulla sacralità, io la nego puntando tutto sul corpo. Non ci sono parole adeguate per aprire una relazione. È impossibile trovare anche solo un punto mediano di incontro. Tu riempi il testo – la forma-opera – di altro, come se fosse ricalco di sintassi che lo trascendono. Una sorta di neoclassicismo spirituale. A me interessa la materia come anticipazione di ogni parola e di ogni idea. La materia come misura e radice degli atti, dei pensieri, delle forme. Tu risolvi la crisi del soggetto affidandoti ad un ente inorganico, ad una Origine che detta la lingua (il Verbo inteso come primum). Il mio scopo è stare sul corpo (stare sul linguaggio è per me vivere la totalità e l’unicità del mio essere umano, irriducibilmente umano, di essere un animale sociale che ha di fronte l’altro e la natura, and stop). Questa diversa responsabilità ci fa estranei. Vedi, Gian Ruggero, alla base del nostro scambio c’è un fantasma che pulsa senza apparire: c’è il discorso sulla verità. Senza affrontarlo apertamente ogni tensione al dialogo si appassisce in frasi che si respingono a vicenda. Assediamo la verità, diamole volto, rendiamola visibile: Dio esiste o non esiste? Io, da “ateo” militante, mi confronto con la vita, con la storia e con il mondo a partire dalla certezza che l’unico mio bene è la vita terrena; per questo aspiro all’emancipazione da ogni pensiero trascendente, cristiano, islamico o ebraico che sia. Il discorso che fai sulla forma-opera è invece impregnato di sacralità, di richiami al divino, di abbraccio ad un al-di-là … Ciò che per me è alienazione, per te è salvezza. Tant’è che per me lo spirito esiste solo come forma della materia, mentre per te è il primo movente della creazione artistica. Siamo davvero su due piani di discorso che non si possono mettere in dialogo reale. Anche adesso, nel momento in cui ti sto scrivendo queste cose, sono tentato di strappare il tono pacato che sto usando per dirti che alla base del tuo discorso c’è una ostilità alla vita che mi fa schifo … Ma preferisco chiudere rimanendo sulla ragione e accantonando per un attimo gli istinti. Vedi, Gian Ruggero, il pensiero che possa esistere un ente che trascende e sovrasta il “creato” mi terrifica. Nel tuo post principale ti chiedevi perché Dio è stato così “cattivo” da darci la ragione … E intendevi questa stronza ragione che ci fa cogliere la nostra finitezza … Già, mi verrebbe da dire, perché invece non ci ha dato le chiavi della sua astronave per poterci dirigere verso il Paradiso una volta per tutte? O perché non ci ha resi capaci di aprire le porte ai garages dove riposano in attesa i tappeti volanti? Il cinismo di Dio? O il suo sadismo? Ma Dio, poi, è idea o corpo? Se è idea, visto che non può nascere un’idea (qui parlo con la scienza, ovviamente) senza un cervello-corpo, allora siamo noi che l’abbiamo inventata, noi che ci difendevamo a colpi di felci da nemici invisibili nella nostra preistoria, quando nel buio delle caverne abbiamo cominciato a pregare per difenderci dalla morte (abbiamo inventato le parole, poi una parola magica, “Dio” appunto) … Se invece è un corpo, allora dov’è? Dove sono i suoi resti, visto che la scienza stabilisce con esattezza l’impossibilità di una vita biologica così lunga? (Se poi Dio è inspiegabile, allora non mi importa) … È qui il nocciolo di ogni verità … Ed è qui l’unico vero discorso che mi sentirei di aprire …

    PS: ti ringrazio per l’accostamento (esagerato) a Testori. Per quanto mi riguarda, la sua scrittura materica smerda la sua ideologia. È un classico esempio dove l’ordito delle forme si distacca (si libera, si differenzia) dalla geometria delle idee. Chi si ferma alla sua “fede” è incapace di cogliere la sua grandezza di scrittore.

  20. cara polvere il 18 novembre 2006 alle 10:22

    mi permetto di intervenire.

    ma perchè i dialoghi, seppur differenti, seppur di “sacro” differente e per sacro intendo “quello che di noi e quello che al di fuori di noi mettiamo dentro, nel cerchio (oserei dire il nostro sacro messo nella forma, un opera- forma, insomma”, non possono coesistere?

    riporto quello che scrive marco:
    “Tu insisti sulla sacralità, io la nego”

    la negazione è comunque una scelta che mette in luce dell’altro sacro che in questo caso per marco è il corpo, la materia.

    due universi intimi differenti. benissimo.
    ma che a mia personalissima opinione non dovrebbero essere portati sempre come etichette integraliste.
    forse sbaglio, c’è il rischio di sbagliare.

    chiudendo i dialoghi si ha forse paura che si possano elasticizzare i nostri punti di vista, le nostre convinzioni? – le chiamo maldestramente convinzioni – su questi terreni dire io ho ragione- io non ho ragione è davvero impossibile e proprio per questo a maggior ragione, sarebbe un massaggio democratico importante lasciare aperta più di una porta alla discussione. una cosa così all’incirca.
    un saluto
    paola

  21. cara polvere il 18 novembre 2006 alle 10:23

    beh. il massaggio democratico ovviamente era messaggio.
    anche se…

  22. andrea barbieri il 18 novembre 2006 alle 11:01

    @ G.R.Manzoni.
    “Il neoclassico è assenza totale di stile. E’ unicamente citazione, divenendo maniera. E non trovi che nell’oggi sia una ‘maniera’ che infine si vive in arte come in scrittura?”
    Sì, lo sento anch’io, infatti anche se da una parte c’è un canone e dall’altra parte no, mi veniva da accostare neoclassicismo e postmoderno proprio perché “citano”.
    Ma mi colpiva quella domanda che presupponeva di aver creato una forma ideale, quindi astratta dall’esistenza. Mi sembrava la domanda di chi si sente un po’ sconfitto. Invece l’arte è piena di esempi di parole e figure che hanno tutta la consistenza, il peso dell’esistenza.
    Poi tu dici:
    “si è al traino, quali artisti, della contemporaneità e quando si tenta il passo Oltre, ecco che i ‘realisti’ tendono a soffocare, a isolare, a sminuire, a ricondurre il tutto ad un discorso umano, quando, l’umano, se non vive di Mito è già morto prima di nascere.”
    E sono d’accordo, non è il “realismo” che ci fa essere dentro l’umano, è tutto più complicato. Dici che occorre il “mito”.
    Mi sempbra di capirla questa cosa, però mi viene da usare una parola diversa: “sogno” che sento più concreta, più attaccata all’individuo di “mito” (anche se poi un sogno può benissimo essere condiviso, e anche affondare in qualche archetipo sepolto in ognuno).
    Due anni fa ormai ho letto “Lo sbrego” di Antonio Moresco, un libro sulla sua esperienza della lettura. Lì c’era in continuazione la parola “sogno”. Non la capivo, non mi arrivava, allora ho chiesto all’autore, gli ho scritto che la parola “sogno” mi faceva pensare al contesto politico degli anni sessanta, ma mi pareva che lui la usasse in un altro modo. Questo è quello che mi rispose:

    “Sì, è diverso perché in realtà allora si chiamava così solo qualcosa che era già inscritto dentro una progettualità ingegneristica della storia e della vita umana associata, in qualcosa di già previsto concettualmente di cui era un semplice prolungamento e una puntuale attuazione. Ed è diverso anche da quella cosa che, ad esempio, intendevano i surrealisti, per i quali era invece una sorta di accademia onirica separata, con i suoi linguaggi, i suoi segni e i suoi codici concettuali separati, un rovesciamento speculare di quell’altra accademia altrettanto separata, autosufficiente e rimpicciolente alla quale è stato dato il parodistico nome di “realismo”.”

    In pratica non mi ha detto cosa il sogno era per lui, però mi ha spiegato cosa non era. Dovevo arrivarci da solo se è qualcosa di fondamentale e radicato nella mia vita. Credo di esserci finalmente arrivato…
    Insomma mi sembra che anche Moresco si muova nella tua direzione, da una parte affermando che l’esistenza è fatta anche di quella cosa strana che è il sogno (che mi sembra contenere tutte le possibilità dalla illusione al mito, però senza quel senso un po’ astratto che ha la parola “mito” da se), e dall’altra parte criticando il realismo come riduttivo.

    Spero di non aver detto troppe cose campate per aria e che siano comprensibili.

  23. Il Treno a Vapore il 18 novembre 2006 alle 13:12

    @cara polvere

    Non c’è modo di essere democratici se l’assunto è una verità. Soltanto la politica può a volte riuscirci, essendo altre le sue finalità.
    Nel dibattito che chiamiamo culturale ognuno di noi ha qualcosa da difendere ed ama difenderlo, poichè spesso la vita di chi in varie forme partecipa a quel dibattito non può prescindere dalle proprie supposte ragioni, pena una personale e quai mai possibile sconfessione.
    Continuiamo quindi a fingere di dialogare.

    “beh. il massaggio democratico ovviamente era messaggio.
    anche se… ”

    Si, anche se. Si potrebbe scrivere molto su quell’anche se.

  24. g.r. manzoni il 18 novembre 2006 alle 13:45

    Innanzitutto ringrazio tutti voi per come state partecipando e per i contributi che stato portando a questa conversazione.

    Mi scuso con Treno a Vapore se nel mio precedente commento non l’ho citato, ma la stanchezza e la malattia, certe volte, mi giocano brutti scherzi. Come tu dici: “Ancor più niente il discorso di certo affascinante sull’opera-forma. Cosa sia l’opera, cosa sia la forma, cosa sia la loro osmosi o la loro impossibile osmosi nessuno lo sa nè può saperlo, e figuriamoci poi se mettiamo un trattino tra opera e forma: ne nasce un mostricciattolo inguardabile che pietà vorrebbe si uccidesse al primo vagito.” – sarebbe, in effetti, soluzione che ci libererebbe da annosi gravami, ma per noi occidentali è impossibile, visto il come, anche causa un’errata concezione del ‘sacro’, appunto, o, meglio, del ‘mistico’, trasformato, ad uso e consumo, in religioso, viviamo una schizofrenia folle in tal senso – gli orientali non hanno questo problema e se dovessero intavolare una discussione in tal senso si comprenderebbero subito, senza le fratture che qui avvertiamo (e che, ahinoi, sono ancora belle ed evidenti come ferite appena procurate o procuratesi).

    Wo-Elio /e anche qui, come in opera-forma, ‘scatta’ il trattino fra ciò che si è in ‘web’, cioè nel virtuale, e ciò che si è nel ‘reale’ :-) / : il tuo citare quel grande, a mio avviso, pensatore che è Daniel Dennett, col suo homunculos, a questo punto ci voleva … quando uscì l’articolo che tu citi sollevò non poca polvere, con le solite accuse da parte di alcuni di reazionariato camuffato da scientismo all’arquando affioravano termini come “Ente” o frasi come, riferendosi alla coscienza: “Ci scopriamo a voler dire innumerevoli cose su ciò che sta accadendo in noi, e questo fa sorgere le varie teorie che spiegano come siamo capaci di dare resoconti introspettivi, tra le quali, ad esempio, quella ben nota ma semplicistica secondo la quale percepiamo questi avvenimenti con il nostro occhio interiore” (in effetti Dannett amplia tale concetto e lo scientificizza, richiamandosi a Hume e sollevando la questione che non esiste un Teatro Cartesiano, in cui i processi si susseguono in maniera lineare e ordinata, ma lancia il concetto di Molteplicità di Versioni – poi di Visioni -… a mio avviso di un’apertura sconcertante – e non so come, appunto, tirando fuori certi termini, subito si urla al ‘demonio’ camuffato da ‘angelo’). Così come, Elio, mi trovi completamente allineato con la seconda parte del tuo intervento in cui, con lucidità, ribadisci il come, all’Origine, tutti gli uomini si trovavano tranquillamente partecipi riguardo realtà materiale e realtà immateriale, senza porsi più di tanto se solo il visibile era vero e l’invisibile no (o, almeno, quello che per ora, per noi, è invisibile, e Dennett picchia anche su questo – così che fino a quando non sarà certo che esista una materia oscura, essa non c’è, seppure il 99% degli scienziati oggi sostengano che c’è, altrimenti il 99% di ciò che sta succedendo nell’universo non sarebbe logico, quindi riconducibile ad una ragione -ovviamente umana – e in questo la scienza e forse molto più di fede della più becera beghina cattolica tritamateria o di qualsiasi fondamentalista islamico – questo perchè? Perché se non si pongono delle ‘possibilità’ per continuare ad investigare nell’oltre, saremmo fermi da sempre… e l’investigazione nel Mito come nel Divino rientrano, anch’essi, in tale processo di continua crescita, anche, e soprattutto, quale sfida nei confronti della nostra finitudine, cioè della morte, appunto).

    Marco P. : io continua a credere che non siamo assolutamente distanti, anzi, proprio perché tu giungi ad affermare quel che affermi noi si sia, almeno nel ‘timore’, alquanto vicini. E’ infine la Paura che governa i nostri processi umani occidentali, in tutte le sue forme, ed è la Paura che sta determinando la crisi d’identità culturale (e non solo) che l’Occidente sta vivendo. Se nel XX secolo il male era il tumore, oggi lo è l’alienazione (ovviamente non per dirti che sei un matto, ma per sottolineare che tutti noi occidentali lo siamo… se non dei matti, almeno degli ‘sconcertati’ – e penso che condividiate almeno questo… oppure considerate questa società-sistema non malata/o?). E l’alienazione, in questo caso ‘materica’, può ingenerare anche il tumore (infinite linee di pensiero riconducono le ‘moderne’ malattie a processi psicosomatici in atto… e sto scoprendo l’acqua calda). La nostra fragilità sta proprio nel rispondere ‘duri’ a delle sollecitazioni che, per tanti motivi, non reputiamo nostri, o, meglio, non più nostri (avrei voluto conoscere i tuoi bisnonni, Marco, e avreui voluto parlare un attimo con loro, reputo che ci saremmo intesi benissimo, ma non perché loro ‘semplici’ e ‘coglioni’, ma perché, allora, e lo ripeto, il tutto si compenetrava – è stato il 900 che ci ha spiazzato in questo senso, e il radicamento di certe posizioni… ateo, credente, fascista, comunista, capitalista, borghese e via così… con questa frenesia del volersi appioppare un’etichetta al fine di potersi riconoscere almeno con quelli che la pensavano come te, dimenticando che eravamo e che siamo tutti sulla stessa scialuppetta sparata ad una velocità allucinante in una mare che neppure sappiamo se abbia fine o inizio – erranti forse in eterno – naufraghi a vita – infine antropofagi dei nostri simili allorquando il forte decide di fagocitarsi il debole per campare un’ora di più). Gli sprazzi di ‘rancorosità’ che venano le tue parole indicano che sei uomo di grande tensione esistenziale e che senti l’esistenza come non mai, così come l’esserti definito ateo tra virgolette. Ti capisco beneissimo, come uomo, naturalmente, non come ‘cristiano’, e a tale rancore mi associo, essendo uomo di grandissima paura, sebbene le certezza che ho (e che non è poco) cioè, e appunto, quella di essere uomo (in toto) proprio per questo. E non è questa certezza passo già verso il ‘divino’? Una condizione precaria e folle come la nostra, una condizione simile, che cmq riusciamo a vivere (all’infuori che non si decida di spicciarsi sparandoci in testa), che continuaimo a cavalcare, che continuaimo a solcare, non è forse prerogativa del Mito… del Mitologema? E qui gli Argonauti, e qui la grande consapevolezza degli antichi, e qui l’umanesimo, e qui l’illuminismo… e qui il non arrendersi, quali ‘divinità’ di carne e sangue, conscie della propria finitudine e conscie che la vita si riduce a ben poco? Non è questo il treno del ‘divino’ che corre verso di noi, e il treno che noi gudiamo verso il ‘divino’… la ‘divinizzazione’. Sì, Marco, in questo sono anch’io uomo di carne, sangue, nervi, cervello, ossa… e come tale continuo con questo involucro che non è finito, ma infinito, aperto, opera-forma che contiene, in sé, il germe del tutto (visibile o invisibile, credenza o non credenza, superstizione o non superstione che sia – perché io creatore di ciò che creo, e creato da ciò che credo di credere. Sofisma, ‘gioco’ di parole, girare e rigiare la frittata? E perché no? Perchè precludermi qualcosa, quando già l’eternita e forse la comprensione mi è preclusa?).

    Ed ecco il sogno di Andrea (e di Calderon della Barca e di tanti altri nostri simili): in particolare mi sono interessato del sogno per quel che concerne gli aborigeni australiani e al Rito delle Ombre praticato dagli indiani d’America. Per i primi, semplificando, il sogno è il mezzo per viaggiare in altre dimensioni, parallele o no, alla nostra in veglia, fino al punto di potersi smaterializzare e poi rimaterializzare là dove il sogno ti porta o dove indirizzi il sogno tramite una pratica di autoipnosi simile a quella messa in atto anche da certi monaci buddisti tibetani. In questo caso non è ‘divina’ o il ‘divino’ la pratica o a sancire, ma la psiche (in termini occidentali). Per i pellerossa, invece, tramite il peyote o la mescalina, si entra nella dimensione propria delle Ombre (più volgarmente dei Morti, ma è riduttivo). In tale dimensione si vede a fondo, completamente, quel che si è e dove si è, alcuni, anche, dove si andrà e cosa succederà. In entrambe le pratiche (per nulla religiose, e questo è passaggio per me fondamentale… cioè non sostenute da un impianto di regole, ma frutto del sacro nella sua oggettività e neutralità terminologica, quindi del mistico nella sua forma più alta: mistico quale dissolvenza nel tutto, annullamento in esso, perdita di connotazione etc.)… dicevo, in entrambe le pratiche il redersi portatori di altri significati, oltre quelli umani, è condizione accettata e neppure dibattuta, per quanto risulta facile da intendersi. Come è accettata dalla scienza la lettura freudiana che si fa dei sogni, e non solo freudiana, ma anche junghiana, così come lacaniana (nell’accezione di sogno-logos, cioè espressione formulativa di un discorso caratterizzante il soggetto in analisi).

    E molto altro ancora. Borges, in effetti, ha toccato tutto nel suo scrivere, ma si rifaceva a Shakespeare, a Dante, a Virgilio, a Omero + a Cervantes, Jarry, Cusano, Ficino, Lucrezio, alle più svariate e stravanganti credenze antropogico-spirituali e ai tanti altri grandi che lo avevano preceduto… e mai ha nominato Cristo, come neppure Allah o l’Onnipotente… ha solo aperto dei possibili corridoi… ha percorso avanti e indietro la tratta adriatica, quando era, ancora, non doppia, ma unica.

    Si tratta, solo, di rispettare l’arrivo del treno che ha la precedenza e di continuare quando si ha la precedenza. E’ solo un fattore di luci verdi o rosse… di scambi… di attesa e di moto… certo che può sempre scapparci l’errore umano, ma anche questo è nel conto, considerato che spesso, l’errore, è volutamente praticato per non annullare il tutto (vedi certi rabbini ortodossi che in sinagoga ‘storpiano’ volutamente i nomi di Dio per non incappare nella dissoluzione di questa dimensione).

    Grazie ancora… forse ritornerò. Siete stati molto gentili.

    Bella la frase di Carla Polvere: “Per sacro intendo quello che di noi e quello che al di fuori di noi mettiamo dentro, nel cerchio (oserei dire il nostro sacro messo nella forma, un opera- forma, insomma.” E il cerchio se viene tracciato per evocare entità esterne, serve anche per proteggersi da ciò che si è evocato. Simbolico tutto questo, allegorico, metaforico? Se ce ne privassimo (ed è della ‘magia’ che sto parlando) a mio avviso ci resterebbe ben poco… il fatto resta, anche nella pratica del cerchio l’uomo tenta di aprire corridoi, di vedere, di enterrogare, ma, contemporaneamente, teme ciò che gli può giungere dinnanzi – questa, infine, la nostra condizione… anche di artisti, non solo di uomini, o, meglio, di uomini-artisti, cioè di opera-forma.

  25. g.r. manzoni il 18 novembre 2006 alle 13:50

    Ho inserito il commento senza aver letto l’ultimo di Treno: “Continuiamo quindi a fingere di dialogare.” – anche Finzioni è un libro di Borges che consiglio a chi ancora non l’avesse ‘interpretato’. Il dialogo sulla Finzione (di teatrale memoria?) è stato argomento trattato degnamente da Aristotele come da Platone. Il Paradosso e l’Iperbole si basano su questo. Mio padre mi diceva: “Mira sempre in alto, per abbassare il tiro c’è sempre tempo” :-) La sua era sana saggezza popolare… miriamo quandi a Dio, così, male che vada, almeno ci ritroveremo uomini :-)

  26. g.r. manzoni il 18 novembre 2006 alle 14:37

    Scusate i tanti refusi, ma sempre più con fatica riesco a gestire tastiera e siantassi. Un abbraccio.

  27. cara polvere il 18 novembre 2006 alle 15:27

    @ Treno a Vapore.
    grazie della replica.

    @Manzoni

    bell’articolo e interessanti gli interventi in merito ad esso.
    un saluto
    paola


    ps: una domanda. ma si possono citare gli articoli di NI sul proprio blog? o bisogna chiedere l’autorizzazione?

  28. Il Treno a Vapore il 18 novembre 2006 alle 16:34

    @g.r. manzoni

    “sarebbe, in effetti, soluzione che ci libererebbe da annosi gravami”

    Certo, e certo anche che è impossibile. Dobbiamo tenercela questa sorta di condanna a sapere ed insieme a non poter fare: può anche darsi che non sia troppo grave, no?

  29. Trespolo il 18 novembre 2006 alle 16:50

    Ruggero, potrebbe anche essere vero quello che sostieni, ma rimane un dato di fatto: il postulato è marcatamente ipotetico (i tre mesi) e questo elemento genera dubbi: quale livello di attendibilità può avere una teoria che contiene postulati errati?
    Forse la fine dell’universo (ché di quello si tratta e non del mondo) avverrà secondo i tempi ipotizzati dalla teoria che prendi ad esempio oppure ha ragione Lisa Randall e…

    Beh, se così fosse cadrebbe anche la base del tuo interessantissimo ragionamento. Però qui mi fermo; il resto è tutto troppo complicato per me :-)

    Buon fine settimana. Trespolo.

  30. g.r. manzoni il 18 novembre 2006 alle 18:26

    Cari amici ancora grazie a voi. Ho dormito un po’ e mi sono quel tanto ripreso.

    Cara Polvere: puoi tranquillamente riportare gli articoli qui apparsi e riproporli dove meglio credi, ovviamente citando la fonte o riportando il link di NI, seppure non abbiano copy (esclusivamente per un fattore di etichetta… io ho citato le parole di Cunial perché amico di vecchia data e perché lo stralcio riportato fa parte di una sorta di presentazione alla Gipsoteca di Possagno-Museo Canova, luogo che spesso frequento… e che v’invito a visitare, se vi capita… quindi da considerarsi materiale divulgativo).

    Treno: non è così grave alla luce dei fatti. Del resto sono il primo io ad affermare la grandezza dell’uomo che, ben sapendo cosa lo aspetta, continua ad essere, o, anche solo, tenta di essere… anche se non credente, anche se solo fiducioso nella sua-nostra specie pensante, anche se ogni giorno, ahinoi, la sua-nostra stessa specie fa di tutto perché si perda il piacere della vita, così come si rimuova la pur naturale conseguenza ad essa, cioè la morte… né più né meno che un ulteriore e inevitabile continuità di uno stato ‘cosmico’. “Non può esistere nuova vita senza che la morte non intervenga” Marsilio Ficino, neoplatonico quanto volete, ma pur grande filosofo-poeta (credente, ma questo è irrelevante, infatti così disse non tanto riferendosi a una possbile altra vita dopo la morte, ma riguardo la perduranza del tutto…).

    Trespolo: in effetti è abbastanza mirabolante definire in tre mesi lo scollamento di una galassia, ma facciamolo rientrare nel tanto di poetico che anche le teorie scientifiche in sé contengono… quale altra definizione lirica potrebbe comprendere un fenomeno come l’aspirazione dei fotoni da parte di un Buco Nero se non, appunto, l’Orizzonte degli Eventi?

    Questo pezzo che ho scritto, come avrete inteso, non voleva assolutamente creare dei confini, ma, bensì, era un tentativo di demolirli. A mio avviso l’unica possibilità di dialogo che possa venirsi a creare con culture altre dalla nostra (o anche, più direttamente, cion posizioni altre dalla nostra soggettiva-personale visione) è quella che poggia su di una ‘condizione’ originaria di noi tutti quali esseri umani, cioè necessita, a mio avviso, il riappropriarsi di quella componente primigenia che ci unisce, cioè quella condizione precedente l’evolversi di saperi, credi, cognizioni, strutture, sovrastrutture, infrastrutture etc., altrimenti, come avrete potuto notare, l’incapacità se non l’impossibilità di comunicare, con ciò che ne deriva. E questo mio dire, che può infine sembrare quel tanto paternalistico o demagogico (o quale “ode del buon selvaggio”), non è altro che il frutto del tentativo di riconciliarmi con una primordiale ‘semplicità’ (visto che poi, come sono solito dire, “l’umanità è infine e ancora molto ma molto giovane”). Ci riuscirò, ci riusciremo, non andrà a buon fine, troppe le componenti che precludono la possibilità di reincontrarci, con le mani e la mente sguarniti, nei quesiti fondamentali che reggono la nostra precaria esistenza? Non so dirvelo. Io, che ho vissuto un’esistenza votata quasi totalmente all’aggressività, e che della violenza ho fatto, spesso, uso, oppure l’ho subita, non posso fare a meno di questo ‘sogno’ (… ‘utopia’… ‘illusione’?). E’ certo che, quale exnichilista (forse peggio, cioè più radicale, di certi amici che ho incontrato qui) non potevo continuare (è stata mia esigenza) nel precludermi altre possibilità, e qui entra in ballo la grande capacità dell’uomo di dilatare-dilatarsi per ricongiungersi con quel “magico primario” teorizzato, a cavallo degli anni ’70 e ’80, da molti scrittori, artisti e critici che, appunto, come il sottoscritto, avevano visto crollare ciò che di ideale aveva guidato la loro vita nei due decenni precedenti. Reazione ad uno stato di ‘crollo’, direte voi? Recupero di un neoincantamento, dopo la stagione del disincanto? Se anche fosse così non ci sarebbe alcunché di male. Non sarebbe ‘snobilitante’. Meglio tentare di riappropriarsi della radice, più che sperare di poter svettare senza fondamenta… e, alla luce dei fatti, affidarsi unicamente alla materia rende oltremodo vulnerabili e facili all’essere spazzati via dal primo fortunale di passaggio. Ci si ri-pianti in terra, quindi, e si tenga duro sfruttando ogni possibile risorsa resistenziale… poi, se la battaglia risulterà cmq perduta, almeno si potrà dire di averla combattuta fino in fondo. Credo che questo sia il nostro compito.

    Forse ritornerò in queste pagine con altro, prima o poi. Spero di ritrovarvi.

  31. tashtego il 18 novembre 2006 alle 18:54

    @g.r.manzoni
    “il riappropriarsi di quella componente primigenia che ci unisce, cioè quella condizione precedente l’evolversi di saperi, credi, cognizioni, strutture, sovrastrutture, infrastrutture etc”.

    potresti descrivere con parole tue in cosa potrebbe consistere cotale “componente primigenia che ci unisce” e che esisterebbe prima dei saperi e delle culture?
    e quando sarebbe il tempo di prima dei saperi e delle culture?
    tre, o quattro, milioni di anni fa?
    dove l’andiamo a trovare la “componente primigenia”?
    nella Gola di Olduvai?

  32. wovoka il 18 novembre 2006 alle 21:21

    Non l’hai chiesto a me, però Tash, qualche giorno fa hai scritto una bellissima nota sul “senso di Preistoria, oppure, se vogliamo, di eterno presente”. Dunque io ti risponderei, sì, proprio nella Gola di Olduvai, citando Anatole France (attraverso Jung): “Che cos’e’ pensare? E come si pensa? Noi pensiamo con le parole; solo questo e’ sensuale e riconduce alla natura. Pensate, un metafisico per costruire il sistema del mondo ha soltanto il grido perfezionato delle scimmie e dei cani. Cio’ che egli chiama speculazione profonda e metodo trascendente consiste nel mettere assieme, in un ordine arbitrario, le onomatopee che gridavano la fame, la paura e l’amore nelle foreste primitive e alle quali si sono collegati poco a poco dei significati che si credono astratti mentre sono semplicemente allentati. Non abbiate paura che questa successione di gridolini stenti e affievoliti che compongono un libro di filosofia c’insegnino troppo sull’universo tanto che non possiamo piu’viverci.”

  33. cara polvere il 18 novembre 2006 alle 21:29

    @Manzoni

    grazie. lo metterò da me.
    paola

  34. tashtego il 19 novembre 2006 alle 10:31

    @wovo
    Molti sono i viventi che pensano, il pensiero non è la “componente primigenia” e pre-culturale che ci accomuna e ci distingue.
    Il passo di France è bello, ma è condivisibile solo sostituendo le parole “metafisica” e “filosofia” con la parola “scienza”.
    Noi non esistiamo come separati dal mondo, ma come prodotto del mondo al pari di tutti gli altri.
    Siamo parte non-scindibile del continuum della vita che è cieco e non conosce spirito.
    La cosiddetta conoscenza non è altro che l’impronta adattativa del mondo sulle nostre menti, come dice France.
    Il continuum della vita non conosce “spirito”, non c’è nessun’anima e noi siamo tutta materia.
    Tutto per fortuna finisce con l’estenuarsi della pompa, senza pomposi al di là pronti ad accoglierci.
    Quelli religiosi sono solo sogni infantili che si protraggono per tutta la vita.
    Ma il Nulla è più forte, più bello, poetico.
    Più rispetto per gli atei, massimo rispetto per il Nulla.

  35. wovoka il 19 novembre 2006 alle 11:17

    Concordo, il Nulla è più bello, o meglio: più “pulito”, elegante, privo di fronzoli, bauhaus. A suo modo riposante e consolatore, soprattutto a fronte di un sotterraneo sospetto sulla “malvagità del creato”. Curioso: questa espressione pare non sia stata mai indicizzata da google: sarò stato il primo ad usarla? che vertigine … :-@
    (ma forse è un artefatto)

  36. g.r. manzoni il 19 novembre 2006 alle 14:15

    Soprattutto Il Nulla può concedere, soggettivamente, possibilità quali l’Etica Relativa, oppure l’Esaltazione Estetica dell’Atto (il Bel Gesto). Jungerianamente è anche Bello, ma, stranamente, sia Junger che Heidegger, hanno scritto a quattro mani un testo fondamentale come “Oltre la linea”, in cui la linea sta appunto per il Nulla. Come mai il tentativo di chi è stato fra i maggiori sostenitori del Nichilismo Alto di andare oltre il principio del loro stesso Essere nel pensiero e col pensiero?

  37. g.r. manzoni il 19 novembre 2006 alle 14:26

    Dimenticavo, Tash, allora è da considerarsi ‘infantile’ (o retaggio di un’infantilismo) anche ogni atto creativo? Poi eviterei di ridurre questo discorso a categorie di ordine religioso, visto che fin da subito ho ribadito che il religioso m’interessa, unicamente, quale fattore etnico-antropologico. Io ho parlato di ‘mistico’ e di ‘magico primario’ (due posizioni nei confronti del metafisico che possono contemplare forme ‘liturgiche’, atti-formule celebrativo-evocative di tipo sacro-spirituale-energetico, o come meglio vuoi definirli/e, ma non dogmi o regole da dover accettare incondizionatamente quali misteri… al cui ‘dovere’ mai mi sono sottoposto e mai mi sottoporrò… non a caso reputo l’Antico Testamento unicamente quali libro del mito e il Nuovo Testamente – per restare nella nostra tradizione, ma potrei dire anche delle altre – quale strappo, appunto, da quelle scritture precedenti, per ribadire la nascita di un nuovo mitolgema: quello dell’Amore).

  38. tashtego il 19 novembre 2006 alle 18:52

    @manzoni
    Non ti capisco, mi spiace.
    Parli per categorie per me non-comprensibili, le stesse usate da quelli che tu citi come numi tutelari e che non sono altro che gli ultimi, malinconici, inutili, forse ridicoli, metafisici.
    Il mito del creare e della creatività – termine da copywrighter pubblicitario – non ha nulla a che fare con l’arte.
    L’arte è PROCEDIMENTO, come dicono in parecchi da quasi un secolo.
    Non solo: la religione e/o qualsiasi altra falsa attitudine al super umano con l’arte non c’entra nulla.
    Si dice (Geoffrey Miller, per esempio) che l’arte sia un ornamento sessuale dell’uomo.
    Ciò che la scienza non può dirti oggi, te lo dirà domani.
    E se non te lo potrà dire (perché non lo saprà) oppure tu non sarai in grado di comprendere, ciò non ti autorizzerà completare il quadro con infantili teorie circa un’intelligenza creatrice responsabile del “tutto”.
    Attenersi ai fatti.

  39. g.r. manzoni il 19 novembre 2006 alle 19:54

    :-)

  40. il magnifico (e)rettore il 19 novembre 2006 alle 20:56

    Cavo dottov tashtego, mi pevmette un paio di domande? Lei dice:

    “L’arte è PROCEDIMENTO, come dicono in parecchi da quasi un secolo”.

    Sia puve. E allova, gli “altvi”, sia quelli vissuti prima del suo “quasi un secolo” che quelli che mancano ai suoi “pavecchi” per esseve “tutti”, cosa sono? Degli idioti? Dei mastuvbatoves gvillovum?

    E poi, aggiunge:

    “Ciò che la scienza non può dirti oggi, te lo dirà domani”.

    Mi chiedo: ha mai pensato che la sua fede cieca nel “fatto”, nella “scienza”, non sia altvo che un’idea di “datità” che nasce dalla stessa febbve metafisica, sia puve di segno vovesciato, che lei imputa ai suoi intevlocutovi?

    E, in ultimo: non cvede che la stessa assevtività delle sue pvoposizioni, la mancanza totale di dubbi, la scompavsa dal suo dive di qualsiasi tvaccia di scetticismo o di pvoblematizzazione, sia puve passeggevi, ne faccia, alla fin della fieva, nient’altvo che un pavto gemellave della stessa madre, della stessa “sacva” istanza che lei vigetta?

    Covdialmente.

  41. cara polvere il 19 novembre 2006 alle 21:08

    @tashengo.

    azzardo una provocazione.
    anche la vita di un ateo -scrivo ateo così, semplicemente, senza interpellare il nulla o i fatti, non vogliatemene – ha il suo sacro, il suo cerchio fatto di rituali-dentro che lo connotano e non solo, ma se lo concepiscono come essere, giorno dopo giorno: un certo modo di mettere le ciabatte prima di andare a letto per ritrovarle esattamente così alla mattina… etc etc
    ecco tashengo, e ti do del tu, magari non metterai le ciabatte a filo con lo scendiletto ma avrai altri simili rimandi, quotidiano per quotidiano, che ascrivono il tuo esistere, il tuo spazio in cui sai di potere esistere.
    anche quello per me è un sacro. un rituale.
    (è provocazione, magari pure anche un po’ sciocca, ma pazienza)
    un saluto
    paola

    ps: anch’io lessi il tuo articolo di cui parla wovoka. molto bello.

  42. Michele il 19 novembre 2006 alle 21:08

    Riflettiamo sulla riflessione

    Riflessione, questa parola significa riflettere luce. Le idee (giochiamo) si riflettono come luce (usiamo un termine poetico). Idea e luce in un immaginario sono (sembra) unica cosa. Senso di morte e luce hanno molto in comune. Se io trovo un (mio)narratore interiore e gli porgo le chiavi, lui “l’altro” (lo stesso) inevitabilmente corre su un filo, quasi come un funambolo, come in un sogno. Il sogno è il “mio” ideale. (l’arte è l’esecuzione del sogno, ad esempio) Il “treno” non è condotto dal mio narratore e questa conduzione non è “la luce”. Nella conduzione vi è miracolo, creazione, mistero. Quindi rimango ancora una volta spettatore, qualcosa è fuggita, è una eco, naturalmente al femminile. Ma cosa sto dicendo? Perchè conduco un discorso criptico e all’apparenza insensato? Ignoranza? Vuoto? Solitudine? La conduzione verticistica: la domanda del Padre, “il poco che sorregge, il mondo”. Il Padre è forse la luce? Il senso simbolico di questo è domanda?

  43. tashtego il 19 novembre 2006 alle 22:55

    @(e)rettore
    e aggiustare la tastiera?

  44. il magnifico (e)rettore il 19 novembre 2006 alle 23:16

    Cavo dottov tashtego, innanzitutto la vingvazio della gentile e sollecita visposta. E la vingvazio, vieppiù, pev avevmi segnalato il malfunzionamento della tastieva (e fosse solo quella…): infatti, mi accovgo, gvazie a lei, che al tevzo vigo della mia vichiesta c’è un evvove madovnale: al posto di “pvima” compave un impevdonabile “prima”. Pvovvedevò, sicuvamente.

  45. franz krauspenhaar il 20 novembre 2006 alle 00:07

    Evettove, pevdinci, da lei non me lo savei mai aspettato. Gvazie di esisteve, comunque.
    O comunqve?
    :-)

  46. il magnifico (e)rettore il 20 novembre 2006 alle 00:25

    Cavo dottov Fvanz, quando una pevsona, come il dottov tashtego, visponde con tanta cuva e pvemuva alle nostve domande, non si può non vingvaziavla. Immagino lei sia d’accovdo. E poi, scusi cavo, convevvà anche sul fatto che il dottov tashtego lo si vingvazi sempve, a pvescindeve…sopvattutto quando, piuttosto che mandavti a fun cool, ti consiglia di aggiustave la dentieva (pavdon! la tastieva).

    “Comunqve” mi piace molto, glielo vubo. E visto che anche la sua pastieva (pavdon! tastieva) funziona male, appena il dottov tash mi passa l’indivizzo di un negozio di vipavazioni, glielo passo volentievi.

    Vivevisco, cavo vagazzo.

  47. il magnifico (e)rettore il 20 novembre 2006 alle 00:46

    Ah, dottov Fvanz, pvima di vitivavmi (spevo non pev sempve), visto che non mi veggo più seduto, volevo vingvaziavla pev avev postato il pezzo del dottov Gian Vuggevo Manzoni: che le sue tesi siano condivise o facciano incazzave, che stimolino il confvonto o siano immediatamente vigettate, ciò non toglie che lui vimanga “comunqve”, piaccia o non piaccia, uno scvittove e un poeta di pvimissima fascia. E, fovse, alla fine, ciò che conta è pvopvio, e solo, “qvesto”. Tanto, come diceva “qvel” tale: polveve siamo e polveve vitovnevemo a esseve.

    Appvofitto pev salutave, “cavamente” la dottovessa cava polveve.

    Vi auguvo, “qvindi”, una buona e fvuttifeva notte.

  48. cara polvere il 20 novembre 2006 alle 11:27

    @ magnifico (e)v!ettore

    lei mi fa dottoressa. non lo sono ma La ringrazio.
    accetto volentierissimo “ad honorem” perchè indica qualcosa ricevuta post mortem per meriti illustri del soggetto ormai spirato, ito, andato, crepato, trapassato… etc. etc.
    insomma cade a fagiolo sul mio essere di già polvere…
    a questo punto posso davvero dire di non poter (a)spirare ad altro.
    ossequi.

  49. franz krauspenhaar il 20 novembre 2006 alle 11:39

    comunqve, cavo evettove, vingraziandova e dandove appuntamento al bav in settimana, scelga lei la seva, spevo che gian vuggevo mi mandi altve cose.

  50. g.r. manzoni il 20 novembre 2006 alle 12:41

    In effetti il signor Tash, ritornato, io, al suo blog e cercatolo in altri contesti, passa da pezzi di una lucidità e condivisibilità folgoranti (cioè da scritture-analisi di ottima fattura) a questi interventi (in cui l’incartarsi con evidente stupidità e il contraddirsi con altrettanta stupidità sono di regola)… interventi che indubbiamente fanno rimanere basiti e a cui non si può che rispondere con un sorriso (più o meno sardonico, più o meno di sufficienza, più o meno di simpatia…). Non è che ciò mi crei, più di tanto, disturbo, visto che è padronissimo, in vita e in rete, di giocarsela come vuole (…forse per avere un attimo di attenzione? Perché lo si noti? Perché è in affanno esistenziale, seppure il suo ‘radicalismo positivista-materialista ricco di certezze inossidabili’, che spesso sfocia in un tout court argomentale? E se ciò è strategia, ha colta, visto che mi sono letto quasi tutto il suo blog…), ma forse non ha inteso (oppure lo ha inteso benissimo, ed è per questo che deve fare il ‘fenomeno’ di turno… come in molti altri spazi-commenti di post precedenti a questo, sempre in NI… rivelando una certa nevrosi-scontentezza-forse stanchezza psicologica di fondo) dicevo, forse non ha inteso che, infine, si è qui per confrontarci, cogliere il Bello, criticare con misura (o anche con sana sanguignità), cercarsi, interrogarci, magari per poi ritrovarci fuori, nel reale, al fine di imbastire progetti culturali d’insieme, quindi concretizzare eventi o dare alle stampe pubblicazioni (almeno io la intendo così, seppure certe mie riserve sullo strumento blog, innescatesi nell’ultimo mio anno di attività in web, anche a seguito della presenza di personaggi di ‘disturbo’, quali continui “bastian contrari per antonomasia” come il Tash stesso… che di cloni – o lui clone? – ne ha parecchi fra questi microchips). Oppure, e peggio, il signor Tash si pone così perché si sente superiore a tutti noi (per intelligenza, sapere, cultura, capacità, ‘creatività, inventiva etc.) e la mena, saccentemente e sprezzantemente, a stanca? In questo caso la fortuna è dalla sua… ha beccato GRM in una fase della vita (e questo per tanti motivi, fra cui alcuni espressi fra le righe, anche sopra) in cui non caccia più la mano (fisicamente, e non metaforicamente) in gola a chi gli si para davanti in questa maniera – per poi magari dilettarsi-divertirsi, sostenuto da una sana Etica Relativa, annodando una cosiddetta “cravatta colombiana” (…e senza andare a scomodare la Gola di Olduvai, teoria che ben conosciamo e che Duncan formulò, seppur usando toni apocalittici, cmq con una cognizione di fatto) – ma, appunto, si limita, come sopra, a sorriderne. Questo per dire che, sempre e considerati i tempi, bisogna stare attenti (in web e fuori) con chi si ha a che fare, considerato che nella/tramite la violenza, verbale e soprattutto fisica, c’è gente che, nel vero e per decenni, si è fatta le ossa (e potrebbe, sulle ossa altrui, di nuovo arrotare il coltello). Ovviamente questa non è una ‘minaccia’, e ci mancherebbe, ma un sano e ‘paternalistico’ consiglio di volare bassi a chi ‘sguazza’ in certi territori con troppa scioltezza… o, per meglio dirla, con spocchia. Del resto c’è già il Magnifico Rettore che fa il giusto controcanto, con intelligenza e sconcertante ironia, al signor Tash, vanificandogli se non neutralizzandogli completamente i pur infantilistici sforzi da ‘bisognoso di plauso’… Magnifico Rettore che, essendo io nuovo di qui, ringrazio per il complimento, che contraccambio.

    Grazie anche a Franz Krauspenhaar e alla redazione di NI per l’opportunità. A un domani… e si spera con sempre meno ‘fuffa’ al traino… tanto per ribadire che siam capaci anche noi, se vogliamo, di fare i ‘fenomeni da baraccone’ (all’occorrenza).

    Amcora grazie a tutti gli amici che sono intervenuti e un rinnovato abbraccio a Wo-Elio.

    Ora e nel vero, dopo ‘sta canzone, è giunto il tempo di salutarci.

  51. wovoka il 20 novembre 2006 alle 14:22

    Ricambio l’abbraccio, Gian Ruggero, però devo dirti che non capisco questa intimidazione finale verso Tashtego, dopo che la discussione era riuscita a dipanarsi senza mai “personalizzare”. Un disaccordo totale verso le proprie formulazioni può certo assumere le connotazioni della spocchia, ma va comunque accettato: ‘volare basso’, come gli hai ‘consigliato’, rappresenterebbe la fine del libero pensiero che o è totale oppure non è.

  52. tashtego il 20 novembre 2006 alle 15:03

    @(e)rettore
    “Mi chiedo: ha mai pensato che la sua fede cieca nel “fatto”, nella “scienza”, non sia altvo che un’idea di “datità” che nasce dalla stessa febbve metafisica, sia puve di segno vovesciato, che lei imputa ai suoi intevlocutovi?”
    A parte il frusto vezzo dell’erre moscia, che mi rende difficile la lettura dei tuoi commenti, o erettore – potresti persino pensare di eliminarlo e di scrivere normalmente – posso abbozzare una risposta a questa domanda.
    La domanda somiglia molto a quell’altra che ti fanno i credenti, quando ti dicono: ma non sarà che il tuo ateismo nasconde un bisogno der divino che tu mascheri dietro spavalderie materialiste?
    La quale a sua volta somiglia a quella che ti può fare, metti, l’omosessuale, se tu dici “mi piace quella”: ma non sarà che tu, sotto tutto questo machismo, stai celando il fatto che sei gay, perché “tutti sono gay”?
    Il credente è convinto che tutti, sotto sotto, siano credenti.
    Il credente è abituato ad incontrare agnostici, cioè gente che non nega né conferma di credere in dio, gente che il problema sembra non gli interessi e che lo autorizza a pensare che si tratti di credenti mascherati.
    Difficilmente trova chi si oppone attivamente all’idea di dio.
    Difficilmente incontra chi nutre sostanziale disprezzo intellettuale per chi vi si abbandona, lasciandosene cullare per l’intera esistenza.
    Eccetera.
    Questo atteggiamento càpita che lo tengano anche quelli che sono stati allevati al pensiero filosofico di stampo continentale, con la sua brava tradizione liceal-metafisica mai davvero sopita, che viene scambiata per una forma di conoscenza, mentre non è che commento, chiosa, glossa, di un processo conoscitivo che ha altre strade (e solo quelle), tutte all’interno del processo di verificabilità e trasmissibilità e riproducibilità universale tipico della scienza.
    Spesso gli amici filosofi mi accusano di scientismo, quando affermo – non la “cieca fiducia nella scienza”, che non è proprio cosa per me (non ho “fiducia” in nulla e in nessuno) – che l’unica forma possibile di conoscenza non può che essere scientifica e che la filosofia oggi può solo essere analitica e che ogni problema metafisico è un problema scientifico mascherato e cito quel non so chi che disse: “la metafisica è come un ristorante con un menù di trentamila piatti, ma niente da mangiare”.
    Questo non significa attribuire infallibilità alla scienza e nemmeno conferirle priorità su eventuali istanze etiche, significa affermare che la filosofia è morta da tempo, anche se non è vietato a nessuno, esattamente come per la religione, di cavarne trastullo e diletto.

    Sorvolo, se mi è concesso, sul commento di Marconi.

  53. tashtego il 20 novembre 2006 alle 16:38

    errata corrige: al posto di “la filosofia è morta da tempo” leggi “la metafisica è morta da tempo”.

  54. g.r. manzoni il 20 novembre 2006 alle 18:16

    Caro Elio nessuna intimidazione, ma figuriamoci, l’ho reso più che manifesto nel commento (mai mi permetterei, se non per teatralizzare ulteriomente quello che a mio avviso stava diventanto una sorta di ‘giochetto’)… solo un rendermi diciamo ‘buffonescamente antipatico’ a mia volta :-) E, come vedi, si fa presto.

    Di nuovo un saluto… poi siamo anche in piena fibrillazione: Mozzi si è dimesso dalla redazione. Pensavo che il cambio della guardia a NI fosse avvenuto in toto. Vedi la vecchiaia cosa mi combina? Come potrei ‘disturbare’ i sonni di Tash con “cravatte colombiane” se neppure ho letto chi faceva e fa parte, ancora, di questa redazione?

    Non vorrei aver contribuito io a tali dimissioni, ma non mi considero tanto, cmq se fosse così me ne scuso con i redattori rimasti.

  55. wovoka il 20 novembre 2006 alle 19:09

    @Gian Ruggero: a me le tue parole non sono sembrate così buffonesche, però spero di sbagliarmi, e d’altronde siete adulti e non avete certo bisogno dei miei uffici per regolarvi. Sulle dimissioni di Mozzi … mi sa tanto che è proprio per la tua presenza, ricordando alcuni dei vostri precedenti “incontri”. Speriamo solo che la baracca regga, io mi ci sono realmente affezionato.

    @Tash (se è disposto a una continuazione sul tema): Penso di conoscere la tua posizione, e so che è inattaccabile: se ci fosse qualche aggiustamento “logico” da apportarvi, l’avresti già trovato da te. Il punto è che ci si può anche stupire, con Foucault, che vi sia così poca verità nella verità. La maggior parte della nostra vita è fatta di fenomeni non ripetibili, organizzabili, sintetizzabili soltanto attraverso storie, sulle quali è possibile proiettare un “senso”, comunque illusorio, attraverso il “meccanismo” del mito (inteso in un senso molto lato come quel fine intreccio di risonanze emotive che si avvinghia al ragionamento, rendendolo vivo ed efficace, come dimostrano anche i lavori neurologici di Damasio) del quale, alla fin fine non possiamo a fare a meno: possiamo soltanto sostituire miti più sofisticati e inafferrabili a quelli più grezzi e facilmente smascherabili, e soprattutto, possiamo studiarne il funzionamento per non caderne troppo facilmente vittima, conservandone in parte l’aspetto adattativo. Dato per scontato un certo livello di emancipazione negli interlocutori, che in genere non necessitano di essere salvati da qualcosa, penso che l’ateismo abbia il grande difetto di prendere troppo sul serio un concetto in sé paradossale come quello di Dio, portando la propria negazione fino al punto di negare il profondissimo mistero dell’esistenza in sé, il perché esiste qualcosa invece che il nulla. Che si tratti di meri “diletti”, spesso rivestiti di una fittizia autorevolezza per pura strumentalità sociale, penso che tutti lo sappiano, ormai. Per me l’unica vera metafisica, l’unica forma di platonismo che possa reggere l’assalto della scienza è la matematica. Il resto è arte, o poesia, ovvero un tirocinio interessato e a volte un po’ perverso dei sensi che abbiamo filogeneticamente ereditato, allo scopo di vivere un po’ meglio il nostro tragitto verso la tomba, attenuando l’aspetto miserrimo della nuda realtà, ricoprendo l’hardware con un confortevole strato di software.

  56. tashtego il 20 novembre 2006 alle 19:58

    sì, parliamone ancora wovo.
    ma ora devo con le ultime forze che mi restano devo combattere i virus che infestano il mio pc.

  57. michele il 20 novembre 2006 alle 20:45

    Mi spiace, ma vorrei un chiarimento (sulla stanchezza e sulla nevrosi) neppure sapevo chi eri, ho letto solo questo pezzo di te (mi scuso per questo e provvederò) ma credo di aver centrato alcuni aspetti di “chiusura” nei tuoi com e nel tuo post, nascosti in un apparente vedere oltre. Avevo intuito qualcosa, ma vorrei capire qui il tuo concetto di nevrosi, su alcuni comm. Ma quello che ti ho scritto è molto di più di quello che è scritto. “Il poco che sorregge il mondo” è una formula del Midrash che indica la lettura che implica lo sviscerare i testi. Ti ringrazio.

  58. g.r. manzoni il 21 novembre 2006 alle 01:32

    Mi si sta richiamando in ballo e ballerò, anche il buon Franz (il mio Virgilio in questa Nazione) mi ha dato nuovo impulso, spiegandomi alcune cose a voce, con la sincerità che lo e ci contraddistingue, ma date anche a me un po’ di tempo. Domani lavorerò con un amico artista giapponese, Mokichi Ozuka, buddista e vegetariano integrale, ma pur degna persona e stupendo scultore, seppure non mangi il maiale come il sottoscritto (che pur è veleno, per come sono messo fisicamente). Ma il mio genius loci riaffiora sempre. Sono uomo della pianura e romagnolo, quindi mi concedo certi lussi, seppur mi condurranno alla tomba anticipatamente… ma non è anche di morte che qui stiamo parlando? Quindi resto in tema, in particolare col valore di chi se l’autoprocura :-)

    Il ‘buffonesco’, Elio, sta alla De Ghelderode… non all’italiana, che pur troppi ce ne sono… che vanno e vengono… ma soprattutto che vanno, e ciao a chi ha sgobbato anche per loro, ma si sa, il ‘sistema’ funziona così. Meglio per noi che non ne facciamo parte, e già per scelta, quindi per guerriglia. Ma vedo che siete giunti a Foucault, quindi la posta si sta ulteriormente alzando. Bene che tu mi tenga caldo l’ambiente (e so che ne sei più che in grado), e lo stesso, quando vuole, ho inteso che lo può essere anche il Tash, quindi avanti, come un tempo dicevo nel mio blog. Finché ci riuscirò, vi starò dietro, poi, se non ce la faccio, andrete voi anche per me.

    Il Mozzi lo saluto e penso lo salutino, anche, i ragazzi di questa allegra brigata che hanno voglia di far bene, e lo faranno, anche senza la chioccia. Del resto pur si deve, o prima o poi, volare con le proprie ali.

    Caro Michele, anche a te chiedo un po’ di tempo. Tornerò e parleremo, se vorrai, di questioni ebraiche… ma non voglio apparire come il tuttologo del giorno (o di turno), o quale imbonitore di piazza d’altri tempi. Dirò quel che so, o quel che ho assimilato come valido (almeno per me), avendo avuto due donne ebree sposatesi in Manzoni. Sulla chiusura… beh, ogni tanto bisogna essere severi, in particolare con sé stessi. Sulla nevrosi: non vorrei che un certo ermetismo che avvolge il tuo commento ne nebulizzasse i significati. Del resto l’alienazione, come ho detto, rientra nel pacchetto delle offerte a saldo di fine stagione… e reputo che si sia molto vicini al reso della merce e al chiudere per fallimento (e parlo dell’Occidente del pianeta, sia chiaro… gli altri avanzano ben poco nevrotizzati e non col maile che poi resta sullo stomaco).

  59. michele il 21 novembre 2006 alle 12:18

    Grazie della risposta. Ti lascio in questa fase di apparente accellerazione.

  60. alcor il 21 novembre 2006 alle 13:42

    “Però almeno una volta da quel buio ci sei anche uscito. Perché al ritorno dovrebbe essere peggio che prima della partenza?”

    giusto @wowo, concordo

  61. wovoka il 21 novembre 2006 alle 22:09

    Mito mito mito … mi serve qualcosa di realmente nuovo su quella cosa lì. Ma chi lo sa usare sembra non voglia aprirlo … chissà cosa c’è realmente dentro, o dietro, o sopra, o sotto. Domani, domani, yawn … buona notte a tutti :-)

  62. GiusCo il 22 novembre 2006 alle 00:35

    Alcune descrizioni di cosa si dice esserci tra il durante e il dopo: http://www.nderf.org … quando inizieremo a parlarne, dandola come ipotesi suffragata da un certo numero di “eventi”?

  63. wovoka il 22 novembre 2006 alle 19:26

    Beh, GiusCo, che l’agonia di un cervello possa produrre degli strani fenomeni non mi stupisce poi troppo. Il tema è noto da tempo, ci sono delle rilevanti novità in quel sito che indichi?

  64. Enrico Palandri il 23 novembre 2006 alle 03:06

    Sempre stimolanti gli argomenti di Gian Ruggero. Un po’ di calda vivacità italiana in questa sempre più fredda e umida Londra. Un saluto anche da Davide (Bregola). Ma non sapevamo, Gian, che ti fossi convertito. Da quando? Ai tempi gloriosi della Bologna targata anni 70 eri un anarchico nichilista jungeriano e di quelli di ferreo stampo e di inscalfibile certezza, poi militare, anzi mercenario, mi ppiace pensarti così, chissà ingaggiato dove e chissà al soldo di chi (andavi e riapparivi, poi scomparivi, poi ritornavi. Ricordi le serate a casa di tua zia in via Murri?), adesso ti ritroviamo dubbiosamente ammantato di un’azzurrea luce trascendentale. Conoscendoti non ci resta che dire: qui gatta ci cova! Un abbraccio a te, a tutti e un saluto a Mozzi che leggiamo dimissionario da queste pagine. Ciao Giulio.

  65. GiusCo il 23 novembre 2006 alle 10:25

    Le novita’ riguardano alcuni ricercatori che si sono messi d’impegno nel catalogare le esperienze (inoltrate via web e raccolte tramite fonti mediche o religiose o accademiche) e tentare un approccio scientifico; la questione d’interesse sta nel fatto che alcuni dei fenomeni sono tuttora “inspiegabili” perche’ fisicamente non dovrebbero avvenire. Limiti della scienza attuale, ci si risponde un po’ perplessi; un paio di tesi di dottorato (PhD), su quel sito, illustrano chiaramente la faccenda. Notevole anche il legame con alcuni “misteri” che nel tempo hanno assunto aura mistico/religiosa (e poi artistica) ma che, con occhio critico, potrebbero essere ricondotti ai fenomeni di “near death experience”. Non sottovaluterei la faccenda esplorativa giacche’ molte delle pulsioni che poi chiamiamo arte nascono da conflitti psichici radicati in quel tuttora poco districabile grumo. Insomma, vale la pena seguire quel sito. Ciao.

  66. Gian Ruggero Manzoni il 23 novembre 2006 alle 13:53

    Cari amici tra un po’ ritorno. Un saluto caro a GiusCo (Giuseppe Cornacchia – che so estremamente cauto nel dire riguardo possibili ‘dimensione altre’ – sono entrato nel sito che hai indicato, Giuseppe, e mi riprometto di approfondire, di più, certe questioni che in esso affiorano – poi i nomi che vengono citati e che contribuiscono sono di primissimo rilievo-piano a livello internazionale, quali scienziati + che seri – l’unico gap è che certi termini in inglese non sono traducibili col giusto metro in italiano).

    Un super abbraccio a Palandri e Bregola, che so in ‘svacco’ perenne a Londra :-) No, state lavorando, e anche bene, da quel che mi giunge via mail e in cartaceo. Continuate così. Riguardo mia conversione… beh, non esageriamo, che un certo misticismo di tipo ‘estetico’ abbia sempre accompagnato la mia esistenza e il mio fare arte è notizia non di oggi. Certo è che in questi ultimi anni ho ripreso in mano i Vangeli (il Nuovo Testamento – anche quelli Apocrifi – sulla Bibbia, sull’Antico, e sui vari Talmud, quindi sulla Torah ho riflettuto per anni… e via così – state certi che non ho lasciato perdere-tralasciato alcunché, visto i miei interessi). Indubbiamente ho superlativamente rivalutato il Nuovo Testamento e la parola- il Verbo che si attribuisce al Cristo, così come ho ripreso a frequentare certi monasteri – ma già lo facevo anche allora… in effetti l’ho sempre fatto). Resta il fatto che io mi sto interrogando su queste faccende, definiamole così, facenti parti del nostro bagaglio etnico-antropologico-culturale in prima istanza perché sto ‘soffrendo’ il declino dell’Occidente, in genere, e l’egemonia americana, con quei modelli venutasi a concretizzare in questi ultimi sessant’anni (e non voglio citare Spengler, in questo senso, perché già tutti lo conosciamo) – infatti ho ben inteso che la II° Guerra Mondiale non l’hanno perduta solo Hitler e Mussolini, ma l’Europa intera, cioè anche chi antifascista e antinazista, così come come gli anticomunisti. E’ l’intera Europa che è crollata con la caduta del Reichstag, inutile raccontarci chissà che altro. E in questa mia riflessione il ‘recupero’ di certe istanze, anche di ordine mistico, (meno religioso) ci rientrano. Infine è su tutto che bisogna ragionare in questi momenti epocali… momenti di grandi mutamenti, di grandi eventi, non più riducibili a regioni ben definite del pianeta, ma all’intero globo. Quindi se ‘conversione’ è, la si consideri come un tuffarsi in tutto ciò che è nostro (come tradizione metafisico-trascendentale e anche scientifica), con ovvi annessi e connessi… perciò il recupero di una certa sacralità e di un certo rispetto nei confronti di TUTTO (e un aprirmi, senza preconcetti aprioristici, a TUTTO). Ma avremo modo di parlarne meglio quando tornerete a Bologna. Ora preseguiamo qui, sempre se gli amici che seguono questo dibattito ne hanno ancora la volontà. A presto. Grazie.

  67. Pensieri Oziosi il 23 novembre 2006 alle 15:26

    Dice Manzoni: “E’ l’intera Europa che è crollata con la caduta del Reichstag, inutile raccontarci chissà che altro.”

    Mah, io sottolinerei invece che l’Europa ha fatto sepuku il 28 Luglio del 1914.

  68. Gian Ruggero Manzoni il 23 novembre 2006 alle 22:14

    Vero anche questo… in effetti, Pensieri O., è da quel giorno che inizia la catastrofe, e quindi tutto il resto. I sistemi totalitari escono dalla I Guerra Mondiale… poi la distruzione (autodistruzione), la barbarie e l’incapacità, terminato il II conflitto, nonostante menti eccelse (e bisogna dirlo) che hanno tentato di creare sistemi democratici moderni (la Germania è forse la democrazia più significativa oggi presente in Europa, poi le solite, quelle scandinave), …dicevo, l’incapacità di recuperare dei ‘primati’, in particolare filosofici, quindi, via via, artistici. Del resto si sono persi numerosi treni, in particolare per quel che riguarda le richieste, gli stimoli, i richiami che giungevano dal mondo giovanile. Analisi complessa e, soprattutto, situazione socio-politica-culturale nella quale siamo ancora del tutto immersi. Non riusciamo a ‘scrollarci’ e a decollare. Sembriamo dei pugili suonati che brancolano a vuoto in mezzo ad un ring con attorno quattro fila di sedie sbilenche e tre spettatori annoiati.

  69. Pensieri Oziosi il 23 novembre 2006 alle 23:33

    A proposito, ti segnalo un errore di battitura nel testo dell’articolo: Big Rif. Correggi in Big Rip.

  70. g.r. manzoni il 24 novembre 2006 alle 20:24

    Grazie PO… in effetti è Big Rip; mi si perdonino i refusi, ma spesso scrivo in condizioni non ‘agevoli’ (in molti sensi). Domando ai ragazzi di NI di correggere l’inghippo (una volta scollatisi dalla questione-tormentone Mozzi… che sta diventando oltremodo immagine spiacevole per questa pur valorosa testata).

    Inoltre mi complimento per il tuo blog, PO. Reputo che il tuo sia un modello di conduzione esemplare… velocità, rimandi intelligenti, innesti. Te lo dice chi nel suo postava interventi che questo sopra è da considerarsi una sorta di riassuntino “per ragioni di spazio”… ma la mia era-è ‘vecchia’ scuola, ormai andata (e forse giustamente). Grazie ancora.

  71. GiusCo il 24 novembre 2006 alle 22:21

    Ricambio il caro saluto a GRM. Riguardo il sito delle esperienze di pre-morte, senz’altro c’è molto che tuttora sfugge alla attuale scienza medica (e, per estensione, a tutto l’insieme delle scienze umane). La vera frontiera è dunque lì e da quel sito si può partire anche per razionalisti ferrei. Di fronte all’entità del problema e al groviglio delle sensazioni che ne scaturiscono, quasi ogni altra faccenda perde d’interesse.

  72. wovoka il 27 novembre 2006 alle 12:59

    @Giusco – grazie per gli ulteriori elementi.



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