C’era una volta il treno

19 novembre 2006
Pubblicato da

di Luca Carlucci

C’era una volta il treno.
Mezzo bello e popolare.
Incontravi gente, chiacchieravi.
Ti affacciavi al finestrino, socchiudendo gli occhi controvento.
Sedevi comodo, con un sacco di spazio, allungavi le gambe, allungavi il sedile, aggiustavi il poggiatesta, dormivi.
Guardavi rapito il diorama che scorreva incessante di là dai grandi finestrini.
Passeggiavi nei corridoi, mangiando un panino.
Anche nella canicola, non faceva mai davvero caldo. Tutti abbassavano i finestrini, le tendine svolazzavano impazzite, e tutto trasfigurava in un’atmosfera, a dispetto del clangore, ovattata, da sogno. I treni erano raramente puntuali ma frequenti, e in qualche modo arrivavi sempre.

Cominciò tutto con l’Intercity. Primi vagiti di un’efficienza di facciata. Da città a città senza fermate intermedie. Bene: efficace, europeista e veloce. Adatto a noi gente produttiva. Certo si pagava un bel po’ di più, sotto forma di quel bizzarro biglietto aggiuntivo chiamato supplemento. Certo, per uno che all’università si faceva tutti i giorni Firenze-Bologna-Firenze e si ritrovò da un giorno all’altro il biglietto quasi raddoppiato per un servizio identico a prima – non ci sono fermate intermedie fra Bologna e Firenze, se non i cinque minuti di Prato – la cosa fu fonte di una certa perplessità.

Le prime vittime furono i diretti e i rapidi, e anche gli espressi cominciarono a declinare. Poi la crisi economica, gli scandali, i tagli alle reti regionali e al personale, giù giù in un vorticare di cambiamenti che culminò in lui, il Treno di Oggi, simbolo e summa di quel che sono diventate, e si avviano sempre più a essere, le rotaie italiane: l’Eurostar.

L’Eurostar costa un botto, ma non va più veloce. Fa più veloce, perchè ferma poco, ma non va più veloce. Recentemente m’è capitato di prendere uno degli ultimi espressi rimasti, Milano-Agrigento – che piacere rivedere quei grandi sedili, i corridoio deambulabili, i finestrini grandi e apribili a piacimento!: ebbene, Milano-Bologna con fermata a Piacenza, stesso tempo dell’Eurostar. Bologna-Firenze, mezz’ora in più, ma solo perchè si ferma in continuazione per cedere il passo agli Eurostar.

L’Eurostar costa un botto, dicevamo. E’ piombato come il treno di Cassandra Crossing: i finestrini sono piccoli, hanno i doppi vetri, nessuna apertura e sono pieni di riflessi. Al minimo calar della luce il diorama esterno dissolve, e al suo posto si materializza la tua faccia corrucciata che strizza gli occhi: ma non per il vento, per capire cosa cazzo ci sia là fuori.
Sull’Eurostar, che costa un botto, si sta seduti scomodi. Lateralmente, devi condividere col vicino un bracciolo largo tre centimetri. E se il vicino è grasso o grosso, straborda sul suo sedile come una palla di gelato sul cono, invadendo il tuo spazio vitale. Frontalmente, con le gambe serrate da un tavolino che impedisce ogni accavallamento, s’instaura un complesso gioco diplomatico col dirimpettaio sul come e dove posizionare gli arti inferiori. Verticalmente, i sedili son stati studiati in modo tale da scongiurare qualsiasi tentazione di assopimento: alla minima perdita dei sensi, il busto si scolla dallo schienale, la testa, sbilanciata dal collo come un fiore spezzato, cade preda della forza di gravità, e l’immediata sensazione di caduta nel baratro ti riporta prontamente alla veglia. I più eroici, quelli che osano persistere, sembrano impiccati lasciati lì a penzolare per monito.
L’Eurostar, che – l’ho già detto? – costa un botto, è piombato e climatizzato. Qualsiasi sia il clima esterno, dal torrido tropicale alla perturbazione preglaciale, sull’Eurostar c’è sempre lo stesso clima artificiale. E questo clima artificiale è vagamente freddino ma accettabile l’inverno, quando sei col maglione. D’estate, è un’orribile e psicotica cella frigorifera. Fuori vedi i campi gialli di girasoli assolati, immagini i profumi di terra e di erba, il ronzare delgi insetti, il frinire delle cicale, e dentro respiri un odore di tappezzeria igienizzata e combatti con un principio di sinusite. Come se non fosse sufficiente, questo clima artificiale emana da grate poste alla base del finestrino, all’altezza del gomito del passeggero, con il flusso di aria gelidia direzionato, devo dire con una certa perizia, esattamente verso le parti nobili del capo – fronte naso occhi orecchie. Se per assopirti, e per sfuggire alla tortura dello Schienale di Norimberga, hai pensato di sedere accanto al finestrino sì da appoggiarci il capo, hai decisamente fatto male i tuoi calcoli. A meno che tu non abbia uno zio otorinolaringoiatra. O un passamontagna.
Ovviamente, l’intero sistema di climatizzazione è del tutto centralizzato. Sull’Eurostar, dietro l’apparenza asettica, moderna e tardocapitalista, batte un ferreo cuore da funzionario del PCUS generosamente deciso a reprimere ogni forma di individualismo. In quanto gulag semovente dai finestrini piombati, anche sull’Eurostar sono previste punizioni esemplari: è sufficiente che l’impianto di climatizzazione non funzioni. Ed ecco che il gulag si traforma, come in una lugubre reverie revisionista, in un forno crematorio.
Sull’Eurostar, che un botto costa, si sta più stretti, più scomodi, più vicini, e si parla pochissimo. Al massimo, la gente urla per ore nei cellulari di cantilenanti cazzi propri o di business noiosissimi. Molti hanno le cuffie, molti si nascondono dietro lo schermo di un portatile. Se sei seduto al finestrino, spesso l’unica cosa che dici in ore di viaggio è lo “scusa” al vicino quando sei costretto, dalla disposizione idiota dei sedili, a farlo alzare per andare a pisciare. Sull’Eurostar, tutto sembra fatto per negare il treno e ricordare l’aereo: gli spazi angusti, i finestrini piccoli, l’ansia spazialmente indotta che induce uno stato continuo e a bassa intensità di tensione da decollo. Non scherzo: dopo un Milano-Firenze in Eurostar, quasi sempre ho il jetlag. Orecchie tappate, senso di nausea, rincoglionimento.
E un qualche rimasuglio di stupore, non ancora sconfitto dall’abitudine, per la facilità con la quale l’essere umano equivoca l’infelicità con la sensazione di progresso.

L’Eurostar, oggi, domina incontrastato il campo dei viaggi ferroviari sopra i cento chilometri. Gli Eurostar quasi mai sono puntuali: ma le ferrovie fanno arrivare in ritardo tutti gli altri tipi di treno pur di mantenere il ritardo sotto la mezz’ora. L’Eurostar infatti costa un botto, ma se il ritardo è maggiore, mezzo botto a Trenitalia glielo puoi chiedere indietro.

Gli Intercity esistono ancora, ma sono delle truffe rotabili, sporchi, puzzolenti, illuminati da neon che credo Trenitalia abbia vantaggiosamente acquistato a qualche asta successiva alla promulgazione della Basaglia, e al conseguente smantellamento dei manicomi. Hanno ritardi oltre ogni senso del ridicolo. E costano poco meno degli Eurostar.

I pochi espressi rimasti son quelli dei viaggi della speranza notturni, Milano-Crotone, Milano-Agrigento, Milano-Taranto, quelli che sai quando parti ma non sai quando arrivi. In compenso, se li prendi all’inizio della tratta, son decenti e hanno ancora tutto il fascino antico del treno, mezzo bello e popolare.
E con 15 euro, se prenoti un po’ per tempo, ti puoi fare Milano-Agrigento. E magari la notte, se la stagione è bella, puoi pure socchiudere un po’ il finestrino, e guardare i lumi delle case isolate galleggiare nel buio, e fantasticarci sopra, e respirare l’odore della campagna.

(luca carlucci, milano, 17 novembre 2006)

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27 Responses to C’era una volta il treno

  1. roberto il 19 novembre 2006 alle 10:00

    Mi chiedo se Carlucci viaggi per lavoro.

  2. georgia il 19 novembre 2006 alle 10:42

    scusate l’OT, ma volevo chiedere a francesco forlani se potrebbe tradurre l’articolo su Le monde di René de Ceccatty, su Anna Maria Ortese. Lo trovate sul blog di Giorgio Di Costanzo
    geo

  3. Luca il 19 novembre 2006 alle 11:03

    Salve Roberto. Nel passato ho viaggiato intensamente per studio, e adesso, a dio piacendo, non viaggio per lavoro – al limite, a causa del lavoro, visto che esso mi divide fra due città. Comunque credo di capire cosa intendi. Il tavolino. Le carte. La presa. Il portatile. Tenerlo sulle cosce sarebbe una tortura. In effetti, l’Eurostar è un discreto treno per notebook.

  4. R4 il 19 novembre 2006 alle 11:37

    L’espresso ha un suo fasciino è vero. A patto che non lo si prenda alla vigilia di una festività.

  5. Trespolo il 19 novembre 2006 alle 16:42

    Luca, hai tutta la mia comprensione e la tua descrizione sull’evoluzione dei treni (e delle tariffe) mi pare rigorosa e attendibile.

    Mi capitava, a volte, di prendere un treno notturno che partiva a Milano alle 23,15 e arrivava a Roma alle 8 del mattino. Cuccetta e via. Poi hanno cambiato l’orario e ora lo fanno arrivare a Roma alle 7 del mattino.
    Ma dico, uno che ci fa a Termini alle sette del mattino?

    Vabbé dai, note di colore :-)

    Buona serata. Trespolo.

  6. bruno esposito il 19 novembre 2006 alle 18:30

    “… lo sai il colore che han le nuvole basse
    e i sedili di un ex terza classe…”( F. Guccini )

  7. franz krauspenhaar il 19 novembre 2006 alle 20:41

    Mah. A me l’Eurostar piace. Costa caro, ma ci si viaggia benissimo. Io ricordo i miei viaggi sui vecchi treni di 30/20 anni fa e sento ancora i brividi.
    Anche l’Intercity va bene.
    Questo pezzo è molto ben scritto, comunque.

  8. parruccone in erba il 19 novembre 2006 alle 21:11

    complimenti, davvero molto ben scritto. e condivido l’odio feroce per gli eurostar.

    r

  9. carlo il 20 novembre 2006 alle 02:32

    anch’io odio questa apparenza di modernità che in fondo crea solo fastidio. Mi fa pensare ai film di Jacques Tati, tipo Playtime che è un capolavoro assoluto;

    altrettanto odio del resto il dibattito fra stupidi moderni e stupidi reazionari che invece di difendere (come in questo post) le sole intelligenza e sensiblità, trovano sempre poetiche le tecniche vecchie e fredde e disumane quelle nuove. Per la communicazione: lettera > telegramma > telefono > cellulare poi sms > email > blog e rss etc.

  10. Luca il 20 novembre 2006 alle 02:59

    Ringrazio tutti voi che avete lasciato un riscontro al pezzo, sia esso sotto forma di citazione o di nota di colore.

    Mi hanno fatto molto piacere gli apprezzamenti di Franz, che pur non condividendo i contenuti del pezzo ne ha gradito la forma, e di parruccone.

    Infine: R4, hai certo ragione, alla vigilia d’una festività l’espresso non va preso. I sali di litio son molto più indicati.

  11. roberto il 20 novembre 2006 alle 10:14

    Caro Luca,
    grazie per la risposta.
    In effetti la presa c’è
    ma bisogna vedere se funziona!
    Buon lavoro.

  12. gnozi il 20 novembre 2006 alle 14:26

    caro Luca…la tua descrizione ahimè collima con la nostra unica realtà italiana del trasporto ferroviario pubblico (eh già perchè se ci fosse la beneamata concorrenza forse, e dico forse, qualcosa andrebbe meglio) e anche se sempre mi indigno..ricordo però gli anni in cui questo sgangherato servizio mi ha traghettato per studi e amori nel belpaese!
    da ex viaggiatrice ciao!

  13. Luca il 20 novembre 2006 alle 15:06

    Carlo, Playtime è un film meraviglioso. Quasi inguardabile in tv, e letteralmente stupefacente al cinema. Film spaziale quant’altri mai: from outer space, vista la sua evidente natura di oggetto cinematografico non classificabile, ma anche e soprattutto from inner space, fatto com’è d’interni, pareti, porte, vetri, camminamenti, e di equivoci e ambiguità condotti sul filo delle tre dimensioni.
    L’interior design come progettazione dello spazio sì interno ma anche e soprattutto interiore. La progettazione in generale (l’urbanistica, l’architettura, il design oggettuale) valutata, al di là delle sue valenze pragmatico-estetiche, nelle sue ricadute esistenziali e morali. E tutto ciò attraverso il resoconto quasi entomologico di un lungo, circostanziato e per nulla ellittico test di usabilità di spazi e cose condotto da un Monsieur Hulot nelle vesti del topolino immesso nel labirinto sperimentale.
    Il mio pezzo, di tono favolistico e un po’ infantile, e condotto sul registro del comico, nasce proprio da questo: da un’insofferenza per la leggerezza e l’incoscienza colle quali s’impone, e si subisce, un certo disfunzionante design diffuso, d’uso quotidiano e perciò stesso, a parer mio, troppo sottovalutato. Solo per citare i primi esempi che mi vengono in mente: la segnaletica viaria di Milano (pura crudeltà venata di dadaismo), la metro di Milano (semplicissima – 3 linee! – e ciononostante cervellotica: il sistema di segnaletica interna nelle stazioni, la grafica dei nuovi biglietti, l’usabilità delle macchinette emettitrici, le folli dinamiche di obliterazione), l’interior design sadico degli autobus di Firenze.
    Un libro di satira spietata dedicato al design e all’usabilità di spazi e cose italiche d’uso comune: mo’ me lo segno :-)

  14. tashtego il 20 novembre 2006 alle 15:49

    io sono per la modernità, ovviamente.
    tuttavia condivido la critica dell’eurostar quasi rigo per rigo.
    però non è che l’espresso di un tempo fosse meglio, anzi.
    si arrivava distrutti e il problema delle gambe c’era anche lì.
    il fatto che una cosa sia fatta male non deve per forza farci provare nostalgia per ciò che la precede nel tempo: potremmo magari chiedere che sia fatta meglio.
    o no?

  15. Luca il 20 novembre 2006 alle 16:20

    tashtego, ti do piena ragione sulla discutibilità delle inclinazioni sentimentalmente passatiste. Cito, a mo’ di aneddoto, il caso della mia novantacinquenne nonna, un’infanzia passata negli anni dieci e venti dello scorso secolo in un paesino invallato nell’appennino toscoromagnolo, e un presente domestico cittadino fatto di millenarismo spicciolo e dichiarazioni di rifiuto e distacco da una società degradata e priva di valori. Poi, al dai nonna raccontami qualcosa di quando eri piccola, basta scavare un po’ e sembra di entrare negli atti del processo a Gilles De Rais.
    Ti darei piena ragione, dunque, anche sulla questione treni, se non fossi freddamente e razionalmente convinto, in seguito a test d’uso recenti, che il vecchio espresso (oggi trascurato, sporco e malandato) sia progettualmente molto più accogliente e comodo per il passeggero del moderno Eurostar – fatta salva la questione del notebook segnalata da Roberto. Un espresso curato nei materiali, con prenotazione obbligatoria (per scongiurare l’effetto carro-bestiame) e senza l’obbligo umiliante di dover cedere sistematicamente il passo ai treni più chic, sarebbe proprio un bel treno, secondo me.

  16. Luca il 20 novembre 2006 alle 17:08

    gnozi, per quanto mi riguarda, non credo che una privatizzazione radicale, e un’apertura del mercato, gioverebbero. Ammetto, in premessa, d’esser ideologicamente parecchio statalista per quanto riguarda i servizi fondamentali – e i trasporti lo sono. In secondo luogo, non dimentico quel ridicolo, costoso, inefficiente e letale troiaio che son divenute le ferrovie inglesi in seguito alle privatizzazioni selvagge. Infine, in linea di massima, reputo gli odierni “grandi privati” italiani una squallida cricca di speculatori privi della benché minima cultura industriale, e non oso neppure immaginare quel che combinerebbero colle rotaie.

  17. tashtego il 21 novembre 2006 alle 10:02

    “Infine, in linea di massima, reputo gli odierni “grandi privati” italiani una squallida cricca di speculatori privi della benché minima cultura industriale, e non oso neppure immaginare quel che combinerebbero colle rotaie.”
    mi tocca sotto-scrivere anche questo.

  18. gnozi il 21 novembre 2006 alle 15:09

    per esperienza personale e di ricerca ti assicuro che alcune (non tutte!!) le realtà che si sono privatizzate ne han tratto un beneficio di funzionamento e gestione ( a discapito di altri aspetti come in ogni cosa mi sembra ovvio) e da analisi di processi amministrativi ai quali ho avuto accesso mi permetto di dire che è così. Ad ogni modo, se io potessi SCEGLIERE, non utilizzerei mai un intercity o un espresso di trenitalina; per lavoro utilizzo eurostar di prima classe che invece continuerei a scegliere (ma che strano!!?) Ma allora non parlarei in “media” italiana!
    Ad ogni modo io sono e sarò sempre a favore del trasporto ferroviario sopra ogni cosa per sicurezza, praticità, consumi, et ceterum…
    vedremo con la fatidica..alta velocità! (uh cos’ho detto!)

  19. tashtego il 21 novembre 2006 alle 17:58

    sono contro le fottute privatizzazioni perché sono ideoligiche esattamente come lo è il mio essere contro.
    voglio che lo stato si tenga le sue competenze e se possibile le implementi.
    sono uno statalista convinto, sono per il pubblico contro il privato, detesto l’idea stessa di “privato”, la trovo, fatte salve alcune privatezze sacrosante, volgare e stupida.
    il privato è stupido perché si muove esclusivamente secondo la logica del proprio interesse e l’interesse da solo è insignificante e non porta a nulla: i servizi generali e di interesse nazionale, nonché molti dei servizi locali devono restare in mano pubblica.

  20. gnozi il 22 novembre 2006 alle 14:23

    Tashtego guarda che io sono una statalista convinta anche perchè conosco i limiti dei privati e il fatto che perseguono solo il proprio interesse (anche se in alcune realtà han portato miglierie). Siamo lontani dall’argomento cruciale di QUESTO post ovvero..le singole ferrovie. Una realtà problematica e piena di sfaccettature e piena di potenziali miglioramenti. Io personalmente mi sento tutelata dallo stato e infatti se leggessi attentamente non ho criticato le FS ma Trenitalia….e va da sè..!

  21. tashtego il 23 novembre 2006 alle 14:50

    gnozi, non mi riferivo in particolare al tuo commento.
    era un’invettiva astratta contro er cosiddetto “privato”.

  22. domenico il 25 novembre 2006 alle 15:39

    Il miglior treno italiano è il figlio del peggior treno di qualsiasi altro paese, europeo e non..

  23. ariele il 26 novembre 2006 alle 18:05

    pure io sono parecchio statalista in fatto di gestione di servizi fondamentali quali sono, anzi, dovrebbero essere i trasporti. e infatti da pendolare sconvolta dalla sporcizia, dall’inefficienza, dai continui insostenibili ritardi, dalle soppressioni dei convogli, dalle tariffe maggiorate perché le tratte sono state spezzate, vorrei che tutta la gestione, per intero, passasse nelle mani dello stato. quello tedesco. Amara e facile ironia a parte, mi piace il pezzo. all’inizio mi chiedevo se fossi tu o se si trattasse di un caso di omonimia. ma sospesa sull’onda delle parole l’intuito m’ha risposto che sei proprio tu. bello che tu abbia continuato a scrivere. e bello incrociarti per caso, come quando scorgi dal finestrino qualcuno che conosci e non vedi da tanto, su un treno fermo al binario opposto, pronto a ripartire nell’altra direzione. buon viaggio, luca!

  24. Luca il 27 novembre 2006 alle 12:51

    ariele! Mentre il capostazione fischia implacabile, ti urlo dal finestrino, in impari lotta cogli sferragliamenti, che mi fa molto piacere che il pezzo ti sia piaciuto, e che al di là di disordinate pratiche di scrittura effimera da forum o newsgroup, quel ghiribizzo testuale lì è il primo strutturato che scrivo da cinque anni a questa parte (questo, come concetto da berciare da un treno in partenza, è piuttosto fantascientifico), e che – hai ragione – è bello, e bizzarro, reincrociarsi su questo impredicibile binario, e che nome.cognome presso gmail.com in qualsiasi caso o eventualità, e che, fossi stato dietro i vetri sigillati di un eurostar, tutto ciò avrei dovuto mimartelo – e tu, ora che sei ripartita, staresti perplessa pensando “sembrava contento di rivedermi, ma perchè mimarmi nei dettagli la ricetta dell’impepata di cozze?”. Ma così, per fortuna, non è. E anche tu, ariele, fai buon viaggio!

  25. pino il 27 novembre 2006 alle 19:24

    bravo, condivido tutto! la forma è come sempre eccellente, ma credo manchi un piccolo flashback sulla tratta monaco-berlino!
    saluts

  26. Luca il 27 novembre 2006 alle 22:35

    pino, tu hai l’aria di saperla lunga, ma quell’episodio oscuro e remoto del mio passato non poteva certo trovare spazio qui visto che sarà il soggetto del mio prossimo testicolo – sono ancora indeciso sul titolo: ‘C’era una volta Otto di Catania’ o ‘C’erano una volta la birra colle canne e il tavor’?
    Salutami a Don Fabio.

  27. ariele il 3 dicembre 2006 alle 20:33

    non sono certa che oltre il finestrino di un treno pendolari ti avrei realmente visto… se non eseguendo un carotaggio di innumerevoli strati sedimentati di sporcizia, fino a raggiungere una porzione di vetro che probabilmente sarebbe risultata lurida anche dall’esterno. ma posto che ti avessi ‘intuito’, non sarei rimasta perplessa, avrei estratto rapida il blocco degli appunti, avrei preso nota della tua versione dell’impepata e pure trovato il tempo per mimarti che era tutta sbagliata, a parer mio!
    per inciso sappi che alcuni treni pendolari della regione Lombardia, quelli più fighi intendo, somigliano pericolosamente agli Eurostar in quanto a spazi ristretti (se superi il metro e cinquanta devi ingaggiare una strenua lotta col dirimpettaio, prendere a ginocchiate l’avversario e guardarlo in cagnesco per conquistare centimetri preziosi). esprimono anche le stesse performance, arrivi a Monza esattamente nel tempo in cui raggiungi Torino, delle volte. Altri sono solo penalizzati da un design deprimente, emettono fumi densi e irrespirabili (quello che fa lecco molteno monza milano è indescrivibile, quando ferma in stazione provoca accessi di tosse stizzosa), traboccano carne umana ma hanno la ‘filodiffusione’! serve per annunciare, cinque/diesci minuti prima che tu giunga a destinazione, che sei giunto a destinazione. così non ti accorgi del ritardo. evviva il progresso e gli appalti fantasiosi!

    ps
    non sapendo nulla della storia, come titolo suona comunque meglio c’era una volta otto a catania…



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