Come ho liquidato il Barracuda

20 novembre 2006
Pubblicato da

il liquidatoredi Mauro Baldrati

Il taxi corre per le strade lucide di pioggia. E’ sempre emozionante tornare a Londra, la città dove ho passato l’infanzia. Ormai non ho più una città mia, vivo sparso per l’Europa e l’America, per ragioni di sicurezza. Ma, se arrivassi alla vecchiaia – chissà, forse mi sarà concesso – vorrei che la città del riposo e della fine fosse Londra. Ci si perde a Londra, ci si nasconde, si dimentica il passato e non si pensa al futuro a Londra.

Eve, la mia socia, è seduta accanto a me. E’ più bella al naturale, devo dire, coi suoi capelli lunghi biondi e gli occhi verdi, ma è dovuta diventare una stangona bruna con gli occhi scuri, perché a lui, sembra, piacciono così. E lei, in questo lavoro, ha un ruolo importantissimo. Lei è la mia chiave, la mia password. Per questo è stata addestrata per mesi, per affinare il comportamento che deve tenere con lui, per agganciarlo coi codici psicologici studiati per il suo carattere. Non sbaglierà Eve, anche se l’ho vista tesa, quasi preoccupata per il rischio che dobbiamo correre entrando nella villa. Questo non è un lavoro a distanza col fucile di precisione, come nei film, qui dobbiamo recitare una parte, e se qualcosa va storto, siamo in trappola.
Anch’io mi sono addestrato.
No, non è esatto: ormai non ho più bisogno di addestramento, perché nulla mi può essere ancora insegnato. Io sono in grado di adattarmi a qualunque situazione, sono il migliore, e non è per narcisismo che lo dico. Ne sono cosciente, tutto qua, e lo sono anche i miei committenti. Mi chiamano The Best, perché ho una straordinaria velocità di improvvisazione, e capisco i miei soggetti, ne intuisco le debolezze, i limiti. E forse stanotte dovrò usarlo a fondo, questo mio talento naturale.
Diciamo che mi hanno trasformato. L’esigenza primaria, oltre al buon esito dell’operazione ovviamente, è che una mia immagine riconoscibile non venga inserita in qualche archivio della polizia. Io sono pulito, perfettamente incensurato, ho un passaporto inglese e uno argentino, e anche se le telecamere di cui probabilmente è disseminata la villa mi riprenderanno sarà impossibile identificarmi. E così per Eve, che di fatto a Marsiglia, dove fa la squillo di lusso per tre o quattro mesi all’anno, è una clandestina, col suo passaporto canadese. Però i miei committenti vogliono essere assolutamente sicuri, perché la posta è alta: indagheranno i servizi inglesi, i migliori del mondo, e il rischio deve essere ridotto al minimo. Non per la nostra incolumità, ovviamente, di cui non gli importa nulla, ma per loro stessi. Se mi identificassero potrebbero ricostruire i miei movimenti e i miei contatti, e risalire a loro.
Così mi hanno modificato: per due mesi mi hanno fatto delle iniezioni per favorire la ritenzione di liquidi, ho mangiato chili di gelato e sono aumentato di 18 chili. I capelli tinti, e una barba ben curata hanno fatto il resto. Ora sembro un gioviale ragazzone spagnolo che lavora per un settimanale di Madrid che sta andando a intervistare Flavio Briatore in compagnia di una fotografa francese molto avvenente. Non sono in piena forma, le iniezioni mi provocano mal di schiena, anche una febbricola, ma non produrranno danni permanenti. A operazione conclusa assumerò dei diuretici che riporteranno tutto alla normalità.

Arriviamo al cancello. Dopo un controllo documenti e della lettera d’invito, che per la verità si è rivelato abbastanza sommario, siamo dentro.
La dimora non è particolarmente sfarzosa, non è un castello vittoriano, ma una villa di medie dimensioni, con un parco tenuto a prato. E’ solo una delle sue residenze, Flavio Briatore ha una grande casa in Kenia, una a Cortina, uno yacht all’ancora a Cannes. Le abbiamo studiate con cura, perché non sapevamo con certezza dove avremmo dovuto agire. I miei committenti sono molto precisi, hanno quantità di informazioni dettagliate, ma fino all’ultimo non è stata chiara la location. Il mediatore, colui che mi rappresenta – il mio agente, diciamo così – dice che sono i russi, anche se non so, e non voglio saperlo, chi sono veramente, benché l’esperienza mi dica che – per le modalità, per l’efficienza, per l’accurata falsificazione dei nostri documenti – sono potenti, con probabili agganci nei servizi segreti. Comunque la cosa non mi compete, e neanche mi interessa.
Mi interessa invece il servizio di sorveglianza. Una guardia era al cancello, un’altra è all’ingresso. Una terza è certamente all’interno. Una sorveglianza discreta, che non creerà problemi se l’operazione filerà, come deve filare, liscia.
Nel salone c’è ressa, le voci, le risate, i trilli dei bicchieri di cristallo. Gente elegante, ma nulla di particolarmente eccentrico. Sulla sinistra, ad angolo con due muri rivestiti di moquette azzurra e rossa, c’è un buffet che sembra piuttosto sfarzoso. Un cameriere in guanti bianchi serve i cibi, un altro i vini.
Lo individuo subito: è in piedi, accanto a un mobile bar, impegnato in una conversazione con una signora e un uomo coi capelli brizzolati. Li riconosco, ho studiato le loro foto; sono amici e suoi partners in affari: lei è una deputata italiana, si chiama Santanchè, lui è stato l’allenatore di calcio della nazionale italiana, Marcello Lippi.
Flavio Briatore Indossa una giacca vistosa, di seta forse, ricamata, o decorata con ghirigori multicolori. E’ il capo di vestiario più originale di tutti quelli indossati qui, che tendono decisamente verso il classico. C’è anche qualche smoking e alcuni abiti lunghi neri indossati dalle signore. Un po’ arretrato, seduto in una poltrona, c’è il pilota che ha appena vinto il mondiale, Alonso. E’ in suo onore la festa. Sembra un ragazzino un po’ cicciotto, se ne sta defilato, come a disagio.
Il nostro contatto ci vede, fa un cenno. E’ un uomo d’affari inglese, un tipo atletico, affabile, sui quaranta, molto elegante. Si avvicina a Flavio Briatore, scambia qualche parola, ci indica con un gesto discreto. Flavio Briatore ci guarda, sorride, risponde a una battuta della deputata Santanchè, ma subito torna a fissarci con insistenza.
Io ho già capito: è rimasto colpito da Eve, la nostra esca. D’altra parte la mia partner è splendida: indossa un tubino verde attillato, molto scollato, tutti gli sguardi sono su di lei.
Ci avviciniamo, invitati dal contatto. Flavio Briatore ci aspetta, guarda fisso Eve, sembra stupito, abbagliato da lei. Eve lo sa, sa che si sarebbe comportato secondo questo modulo, per cui avanza sicura, ma al contempo ha un atteggiamento riservato, di leggera chiusura. Il contatto fa le presentazioni, dice che io sono il giornalista di cui gli ha parlato, ed Eve la fotografa. In effetti la mia identità corrisponde a quella del giornalista, solo che è morto un anno fa in Iraq. Per questo il nostro contatto, a operazione terminata, potrà sostenere di essere stato a sua volta ingannato, e quindi eviterà di bruciarsi.
Flavio Briatore mi stringe la mano, è gentile, mi dice alcune parole di circostanza. E’ un tipo che mette a proprio agio l’ospite, per un attimo sembra che tutta la sua attenzione sia rivolta a lui, lo fa sentire importante. Ma dopo un paio di minuti si rivolge a Eve, le parla in francese, non le toglie gli occhi di dosso. La deputata Santanchè segue tutti i gesti e le espressioni facciali dell’amico con aria divertita. Forse ammicca all’allenatore Lippi, che ricambia con un sorrisetto.
Anch’io li osservo, e osservo soprattutto Eve, le sue doti di attrice. Forse è l’esperienza della squillo, che sa come prendere i suoi clienti, oppure è l’addestramento: le è stato insegnato che non deve mostrarsi troppo interessata a Flavio Briatore, non deve sembrare troppo vulnerabile al suo fascino, all’influenza del suo potere. Questo lo ecciterà, lo innervosirà. Si sentirà stuzzicato, e cercherà di intensificare il corteggiamento. Io devo insinuarmi in questo gioco, devo dirigere Eva per dirigere lui, per portarlo in un luogo a me favorevole.
Decido di lasciarli soli per qualche tempo, per dargli l’illusione di tendere le sue trappole di seduzione a Eve. Ma è lui che sta cadendo in trappola, lui, che di solito è il predatore, il Barracuda, sta per essere catturato all’amo da Eve, che da esca si è trasformata in pescatrice.
Mi avvicino al buffet. Ci sono frutti di mare in varie salse, aragosta alla catalana, vassoi con tartine e salse, frutta, dolci. Tutto allestito con grande cura e stile, su tovaglie bianche ricamate in oro, servito su piatti di porcellana e posate di argento massiccio. Pura ospitalità italiana di alta classe, che fa impazzire gli stranieri. I vini sono spumante brut Ferrari, bianchi dell’Alto Adige, rossi del Veneto e del Friuli, vini freschi del Lazio. Conosco tutto, mi intendo di tutto, ma non tocco nulla. Non quando lavoro. Voglio che i miei riflessi siano tutti al massimo. E poi non m’importa di questi beni superflui. Io col mio lavoro mangio nei più costosi ristoranti del mondo, ma amo una cucina semplice e parca. Mangerei sempre riso, verdure, qualche uovo, cibi naturali. Il mio interesse per questa cosiddetta nouvelle cuisine è solo professionale.
Torno al capannello di Flavio Briatore, che è estremamente variabile. Si avvicinano persone che vogliono parlare con lui, fargli i complimenti, stringergli la mano. Lui è cortese con tutti, ma dedica pochissimo tempo ai suoi interlocutori, perché la sua attenzione è attratta, come il metallo dal magnete, da Eve. E lei continua a non dargli corda, anche se io osservo attentamente il suo lavoro sotterraneo di sguardi, che sono apparentemente ritrosi, ma lo trafiggono. E lui la guarda, fa battute, le rivolge domande, muove con garbo le mani.
A questo punto, a un mio cenno, scatta la fase due. Il contatto, che non li molla un istante, fa alcune battute rivolgendosi a Eve, e lei scoppia in una bella risata argentina, coprendosi la bocca con una mano. E poi inserisce il nuovo codice, un codice di enorme potenza di fuoco, devastante: tocca il braccio del contatto, mentre ride. Flavio Briatore osserva la scena con le braccia penzoloni, immobile. Con lui è stata sempre così sfuggente, inavvicinabile, e non è riuscito a strapparle che qualche sorrisetto di circostanza… Intuisco il fremito di un muscolo della mascella. Anche la deputata Santanchè, che sembra la persona più vicina a Flavio Briatore, ha avvertito questa vibrazione dissonante. La presenza della deputata, che non ci molla un istante – mentre l’allenatore Lippi si è defilato – rappresenta una variabile di cui non so valutare con precisione l’importanza. Sembra molto attenta e furba, potrebbe anche rappresentare un problema. E ci sta osservando da troppo tempo.
Così, decido che il momento è arrivato.
“Allora, signor Briatore, la facciamo questa intervista?” chiedo, con tono affabile.
A questo punto Eve apre la guardia e dice: “sì, e le foto. Voglio realizzare un bel servizio su di lei, il migliore della mia carriera.”
Flavio Briatore sembra colpito da questa sua affermazione, ma soprattutto dall’attenzione esclusiva che d’un tratto lei gli sta rivolgendo. Ora lei lo guarda con gli occhi che brillano, se lo sta mangiando con lo sguardo. Lui si illumina, dice: “oh, ma certo”, con la sua inconfondibile pronuncia di maniera.
La deputata Santanchè, che sta cominciando a preoccuparmi, si illumina a sua volta e dice: “l’intervista e la foto? Che bello! Be’, Flavio, chiamiamo anche Fernando, no?” e guarda in direzione del pilota, che sembra uscito dal suo torpore a sta parlando con una ragazza.
Qui è importante il mio talento di improvvisatore: non tanto per ciò che devo dire, ma come dirlo: non devo far trasparire il minimo allarme, né tensione; devo essere calmo, sicuro di me, perché la presenza del pilota, ovviamente, manderebbe tutto all’aria.
“Direi in un secondo momento” replico, dopo una breve pausa, lanciando un’occhiata piena di simpatia alla deputata. “Forse è più opportuno se siamo solo noi tre, anche per la fotografa, che può concentrarsi meglio”.
“Beh, sì” dice Eve. “In effetti ho bisogno di… un po’ di intimità col mio soggetto”. Come adoro la sua scioltezza, il suo tono, la sua risposta perfetta. La deputata, a questa battuta la guarda con un’aria imbronciata. Devo liberarmi al più presto di questa donna. Sta diventando pericolosa.
Ma è Flavio Briatore che risolve la situazione. “Sì, Daniela” dice, e le passa un braccio intorno alle spalle, “lasciamo lavorare al meglio questi ragazzi. Fernando lo chiamiamo dopo, per una foto insieme. E anche tu, Daniela”. La deputata Santanchè si rilassa, dice che lei non è necessaria, si schermisce, ma noi ci stiamo già muovendo, ci dirigiamo verso la scala che porta al primo piano, dove c’è lo studio.

Conosco bene la pianta della casa, l’abbiamo studiata nei dettagli. Al piano di sopra ci sono tre camere da letto, una stanza per la servitù, e lo studio. E’ fuori discussione che l’intervista e le foto saranno realizzate qui, è impensabile in una delle camere da letto.
E’ un locale ampio, arredato con una libreria carica di libri rilegati in pelle, i libri che nessuno legge ma si tengono come arredo, e una scrivania di legno massiccio, forse di ciliegio giapponese, tirata a lucido. Ci sono due ampi divani, comodi, accoglienti, dove certamente Il Barracuda porta le amanti di turno, e grandi mensole con soprammobili, sculture africane, vasi di fiori, lampade. Una parete è rivestita di legno scuro, che fa da sfondo a un grande mobile orientale, con gli sportelli di vetro azzurro e i bordi rossi. Io me ne intendo di arredamenti, anche se non sono interessato al lusso; vivo gran parte dell’anno in albergo, e un giorno la mia casa sarà semplice e sobria, piccola, perché non amo i saloni, l’abbondanza di camere, la dispersione. Questo è un ambiente arredato da un architetto, senza personalità.
Flavio Briatore ci invita a sedere, ci offre da bere. Ci porta del whisky, dello sherry, acqua frizzante, fette di limone. Parla, parla, della Formula 1, dei suoi inizi alla Benetton, ma non è invadente, non ci sommerge di parole a senso unico. A me si rivolge per cortesia, ma è a Eve che è interessato. Cerca di fare parlare lei, di darle il massimo dello spazio, e ogni sua parola, anche la più banale, sembra di enorme interesse per lui. E’ la sua tecnica, fa sentire le donne delle regine, gli esseri più importanti del creato.
Non c’è molto tempo. Devo agire rapidamente, perché se restiamo chiusi qui dentro troppo a lungo arriveranno dei curiosi, qualcuno che busserà per una comunicazione, magari la deputata Santanchè. Propongo di iniziare con le foto, così intanto potrò muovermi per la stanza. Flavio Briatore accetta volentieri, è contento di iniziare questo rapporto esclusivo con Eve. E lei, che ha recuperato la borsa fotografica che aveva lasciato all’ingresso, inizia a montare l’attrezzatura. Non capisce quasi nulla di fotografia, ma è tutta una finta. L’importante è che impugni la macchina in maniera corretta, che scatti il flash.
Io mi alzo, fingo di guardare i mobili e gli oggetti. In realtà sto decidendo rapidamente su che strumento usare.
La scelta dell’arma è stata oggetto di lunghe discussioni. La più semplice, e la più efficace, resta sempre la pistola, un colpo alla nuca ed è tutto finito. Ma il nostro contatto non ha potuto fornire garanzie sul controllo col metal-detector. Non c’è stato alcun controllo, ma non potevamo averne la certezza, così abbiamo deciso di non correre il rischio. E le pistole di plastica, di cui tanto si è parlato, si sono dimostrate poco affidabili. In alcuni casi sono esplose in mano all’utilizzatore, mutilandolo. In quanto alle micro-pistole nascoste in una penna, dagli esperimenti segreti effettuati su condannati a morte in un paese africano è emerso che non sempre il minuscolo proiettile riesce a sfondare la scatola cranica. Inoltre non si può applicare il silenziatore. Da escludere poi qualunque sistema che preveda spargimento di sangue. A lavoro finito dobbiamo tornare nella sala, mostrarci agli invitati per uscire. Non possiamo permetterci di avere i vestiti macchiati. Ho con me un sottilissimo filo di acciaio, ma non credo che lo utilizzerò. E’ sconsigliabile una colluttazione. Potrebbero arrivare i rumori nel salone. Vista la situazione, credo sia più efficace il secondo sistema.
Gli sono alle spalle ora. Eve mi segue con la coda dell’occhio, quando mi vede a tiro intensifica gli ordini della ripresa fotografica, gli dice di sorridere, di appoggiare il mento sulla mano. Ecco, è questa la posizione giusta, con la schiena piegata, il collo allungato. Prendo il corto sfollagente dalla tasca interna della giacca, di gomma ad alta densità, pesantissimo. Colpisco senza un attimo di esitazione, io non ho mai esitazioni. Colpisco con calma, con precisione e con violenza. Ho provato questo colpo decine, centinaia di volte durante l’addestramento. Il manganello si abbatte sulla nuca, alla base del cervelletto. E’ un impatto che tramortisce, che paralizza, ma non uccide.
Flavio Briatore si irrigidisce, ondeggia, è sul punto di cadere in avanti. Allora lo afferro per le spalle, lo faccio cadere sul pavimento, cercando di metterlo supino. Eve, intanto, sta arrivando con la siringa. Affonda l’ago nella gola, e pompa dentro il cianuro di potassio. L’effetto è immediato, in pochi secondi entra in circolo. Il processo di annientamento della respirazione cellulare è già iniziato.
Benché tramortito Flavio Briatore si dimena, cerca di scalciare, rantola. E’ l’istinto di sopravvivenza estremo, che può contrastare anche uno svenimento. Lo colpisco di nuovo, nello stesso punto, e si irrigidisce, ma continua a rantolare. Lo trasciniamo nel bagno privato dello studio, dove c’è una grande vasca per idromassaggio. Questo è il momento più pericoloso, qualcuno, per esempio un cameriere, potrebbe entrare.
Apro la porta del bagno, lo facciamo scivolare dentro mentre rantola e riprende a scalciare. Lo prendo da sotto le ascelle, Eve per i piedi, facendo attenzione a non farsi sporcare o rompere una calza con le scarpe di lui, e lo issiamo nella vasca. L’agonia dura quattro minuti. Mi accerto del decesso auscultando il cuore, il polso, la giugulare. Sì, è finita.
Mentre Eve, che è tornata nello studio, ricompone rapidamente la siringa, l’attrezzatura e cancella con un fazzoletto le poche impronte che abbiamo lasciato, perché abbiamo prestato attenzione a non toccare nulla, a parte i bicchieri e i braccioli delle poltrone, io apro il rubinetto dell’idromassaggio. L’acqua esce sotto forte pressione, impiegherà un paio di minuti per riempirsi. La regolo alla temperatura massima, ogni segno che eventualmente sia rimasto, sui vestiti, sui bottoni, verrà eliminato.
Esco, chiudo a chiave la porta. Metto la chiave in tasca. Eve ed io ci scambiamo un’occhiata: è tutto a posto, lo studio è in ordine, niente tracce, niente. E non ci sono telecamere, questo ce l’ha assicurato il contatto. Flavio Briatore non voleva essere ripreso mentre si appartava con le amanti. Ora bisogna uscire, è un altro momento critico. Dovremo parlare, spiegare. Ma siamo calmi, rilassati. Anche per questo siamo i migliori sulla piazza. Passiamo indenni nelle situazioni più critiche.
Apro la porta e siamo in corridoio. Nessuno. Scendiamo la scala, ci affacciamo nel salone. Una ricognizione dall’ultimo gradino mi fa immediatamente individuare l’allenatore di calcio, che ci guarda incuriosito, e la deputata Santanchè, che ci viene subito incontro, come avevo previsto.
“E Flavio?” chiede, con aria interrogativa, mentre sta ancora camminando.
“E’ su, che deve fare alcune telefonate” dico, sorridendo. “Noi andiamo un attimo in macchina, a recuperare un flash. Torniamo subito.”
La deputata guarda in alto, sembra perplessa. Ma cos’ha questa donna? Sembra sempre allarmata, fissa Eve scura in volto. E’ gelosa di Flavio Briatore? Gli fa da mamma? Ha intuito qualcosa? Poi sembra rilassarsi, dice “ah, va bene”, e noi ci dirigiamo verso l’uscita con passo sciolto, scambiando qualche cenno di saluto con gli invitati.
Salutiamo anche la guardia, che ci riconosce e ci fa un cenno col capo.
Attraversiamo il cortile di ghiaietto, raggiungiamo il taxi, che ci aspetta. Saliamo a bordo, diciamo all’autista di dirigersi verso l’uscita. Mancano gli ultimi metri ormai. Certamente la deputata Santanchè è salita nello studio. E’ entrata, non ha visto nessuno. Allora ha sentito l’acqua scorrere nel bagno, si è avvicinata, ha bussato. Ha bussato di nuovo, ma inutilmente. Ha chiamato “Flavio! Flavio!” ma non è arrivata nessuna risposta. In questo istante probabilmente sta cercando la guardia che si trova all’interno, mentre noi siamo fermi di fronte al cancello, e la guardia ci controlla con la torcia elettrica. Lo saluto, lui guarda Eve, sorride, si tocca la visiera del cappello, fa scattare il comando automatico del cancello.
Siamo fuori, al sicuro. Il taxi si dirige verso il centro, è fatta.

Ora staremo fermi a Londra per un paio di settimane, ben nascosti. Ci toglieremo le tinture dai capelli, le lenti a contatto colorate, io mi taglierò la barba e inizierò a prendere i diuretici, per sgonfiarmi. Poi, quando le acque si saranno calmate, andrò in Svizzera, in una clinica, a ripulirmi dai farmaci, ed Eve tornerà a Marsiglia, dove resterà un mese, quindi volerà in Canada. Dopo la clinica passerò un mese in montagna, per rimettermi in sesto. E dopo deciderò il mio futuro.
Per questo lavoro verremo pagati seicentomila dollari. Quattrocento per me, duecento per Eve. Con questo pagamento ho un bel gruzzolo da parte, potrei anche decidere di ritirarmi. L’idea mi affascina, sono stanco di rischiare, di mettermi in gioco. Potrei stare in giro un anno, a New York, a Buenos Aires, prima di trasferirmi definitivamente a Londra.
Ed Eve… più volte mi ha fatto capire che lei ed io potremmo metterci insieme anche nella vita. Noi non abbiamo mai avuto una storia, perché abbiamo deciso di limitare i nostri rapporti al lavoro. Meglio non avere altre implicazioni, quando c’è da rischiare la vita. Se arriva un momento critico, e tutto precipita, ognuno deve pensare per sé, senza esitazioni. E’ questo il senso della vita, il significato della selezione naturale. Eve è molto bella, morfologicamente parlando, ma io non sono particolarmente interessato a questo tipo di bellezza femminile. E poi la conosco troppo bene. A me piacciono le donne sconosciute, le estranee, quelle che vedo passare per strada, ma non appena faccio conoscenza, parlo con loro, scambio delle idee, la mia attrazione svanisce. Per questo i pochi rapporti che ho avuto sono stati con prostitute, e mai due volte con la stessa.
No, io voglio vivere da solo, in una piccola casa a Londra, e condurre una vita semplice. Voglio avere un terrazzo, o un giardino, per coltivare fiori. Vorrei anche piantare un paio di alberi da frutto, un albicocco e un ciliegio, cercare di farli crescere in questo clima.
Perché a me piace il clima di Londra, che tutti criticano.
Amo i suoi cieli grigi, nuvolosi, il vento, la pioggia: mi rendono così allegro.

[Le vicende qui narrate sono finzioni letterarie. In esse compaiono nomi e circostanze reali in qualità di pure occasioni narrative. I nomi di personaggi del mondo dell’economia, dello spettacolo, della politica e dello sport vengono usati soltanto ai fini di denotare figure, immagini e sostanze dei sogni collettivi che sono stati formulati intorno ad essi, e si riferiscono quindi a un ambito mitologico che non ha nulla a che vedere con informazioni o opinioni circa la verità storica effettiva degli avvenimenti o delle persone su cui questo racconto elabora una pura fantasia]

foto di Mauro Baldrati

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8 Responses to Come ho liquidato il Barracuda

  1. giacomo d. il 20 novembre 2006 alle 16:15

    Lei, bellissima e superassassina, e lui, il killer naturista. Non ho mai letto un racconto come questo. Leggeve e mi chiedvo e adesso cosa fanno? e come fanno?

    Faccio davvero i complimenti, un quarto d’ora di lettura coinvolgente, un bel regalo.

    Giacomo

  2. giacomo d. il 20 novembre 2006 alle 16:20

    Ho messo un commento un minuto fa ma non è entrato.
    Dicevo, lei bellissima e superassassina, lui il killer naturista. Non ho mai letto un racconto come questo, leggevo e mi chiedvo: adesso cosa fanno, e come fanno?

    Un quarto d’ora di lettura coinvolgente, un bel regalo. Faccio i complimenti.

    Giacomo

  3. hag_reijk il 20 novembre 2006 alle 18:21

    Secco e preciso come uno schiocco di frusta.
    Ma anche divertente.
    Pare uscito dal manuale del killer di frigidairiana memoria.

  4. fabio il 20 novembre 2006 alle 19:38

    Alcuni pensano che saper scrivere sia una sorta di dono naturale. Altri invece sostengono che certe supreme “regalie” nulla hanno a che fare con la parola scritta e ti costruisci quest’arte poco per volta, con fatica, leggendo molto.
    Chi avrà ragione? Mah…credo sia un mix virtuoso di entrambe le cose.
    Bè, comunque, se sapessi descrivere e raccontare così bene…passerei parte del mio tempo libero con la penna sulla carta. Un bravo all’autore.

    Questo racconto mi è sembrato coinvolgente, riga dopo riga, anche senza un “classicone” fin troppo tipico in prose come questa: il colpo di scena finale. Il “personaggione” (il “barracuda”) lo fanno fuori come da cinico programma, senza il minimo inghippo. Punto e basta. Dove ho trovato qualche tratto di un simile cinismo metodico? Forse nel film Nikita, di Besson. C’era una magnifica protagonista se non erro interpretata da Anne Parillou (si scrive così?), che però non ha nulla in comune con l’adescatrice Eve. Non so perchè…penso a quell’atmosfera lì.
    Cosa non mi è piaciuto? L’uso di personaggi reali. Era proprio necessario? Perchè “inquinare” una prosa di fantasia ben riuscita? La storia sarebbe rimasta identica con nomi di personaggi di fantasia. Anzi…la loro onnipresenza è già fin troppo “asfissiante” nella realtà e ne avrei fatto volentieri a meno nella finzione.

    Xanto.

  5. sergio pasquandrea il 21 novembre 2006 alle 00:04

    A me invece l’uso dei personaggi reali è piaciuto. E’ un po’ un modo di identificare certe funzioni, certi stereotipi sociali e di aiutare il lettore a visualizzarseli attraverso personaggi che, proprio per la loro onnipresenza mediatica, hanno quasi smesso di esistere come esseri umani per assumere un’esistenza fatta solo di carta patinata e pixel televisivi.
    All’inizio il racconto mi aveva lasciato un po’ perplesso, perché mi aspettavo un colpo di scena, un improvviso rivolgimento della situazione, o persino un risvolto di satira sociale. Insomma, un ammiccamento, qualcosa di “intelligente”. Poi, rileggendolo, ho pensato che in realtà l’interesse sta proprio nel meccanismo narrativo nudo e crudo, nella narrazione pulita, senza sbavature e senza secondi fini.
    Letteratura “di genere”? Forse, ma per me la definizione non ha niente di peggiorativo.

  6. lorpat il 21 novembre 2006 alle 14:36

    C’è un bel ritmo jazz e c’è anche una bella telecamerina che gira e rigira e non si ferma mai.
    Sai cosa mi viene da pensare?
    Queste avventure capitano sempre alle persone ordinarie, anzi queste avventure capitano soltanto alle persone ordinarie.
    Credo sia per questo che i personaggi si chiamano Briatore, Lippi, Santanchè.
    Questi vips ordinari servono per agganciare il lettore ordinario che, per quanto mi è dato sapere, è ancora ben vivo e vegeto in mezzo a noi.
    Per parlare, per riuscire a spiaccicare parola, bisogna conoscere vita, morte e miracoli di questo curioso indigeno.
    Solo così lo si può blandire, incantare, insultare, vezzeggiare, provocare, coccolare e trasformare.
    Bella impresa.
    LORPAT

  7. pierfrancesco il 22 novembre 2006 alle 17:07

    Qualcuno ha citao il manuale del killer professionista di frigidaire.
    Questo racconto é un frutto di quella scuola, geido ed avvincente, freddo e altamente emotivo. Di quelle storie ‘fotografiche, che channo nelle pura descrizone dgli eventi la loro forza narrativa. Bravo Mauro, la scena diventa scenario.

  8. mauro baldrati il 23 novembre 2006 alle 09:13

    Prima di andarcene a dormire in archivio voglio ringraziare per i commenti, che ho apprezzato particolarmente.

    Buona notte a tutti.



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