Openclosed, e altre

20 novembre 2006
Pubblicato da

 0503md22.jpgdi Fabrizio Centofanti 

I

la paura sottostante, la pineta, e l’ombra

onnipresente della madre, nelle grida violente,

l’impressione di scavare in una pietra,

l’ultima versione: il rumore e il clangore,

nonostante. la domanda, perché, perché tre volte

– come se ci fosse una ragione – l’onta, il bisogno di lavare,

di distruggere il muro della pelle. di tutto,

rimane quel recinto, e il pino,

l’insensato silenzio delle stelle, come in sogno.

 

II

si perde un figlio, solo, nella notte

un colpo nella tempia, una ceramica

rotta di nascosto, senza mettere

i cocci sotto il letto.

suicidio, dicono, articolo di fondo

non chiedersi il perché del già confuso

col rosso dei capelli, i colori

di dentro, e gli abiti neri della madre

corpulenta e sudata

stilettata inutile

nell’ultima chiamata al cellulare.

 

SARX EGHENETO

 crepe nel muro sfondano pareti da queste luci fitte di ferite.

 polvere densa filtra dalla porta sul pavimento.

 la cattedrale pende: parole e vetri cadono nel buio,

 calici a piombo dietro le inferriate: il sesso e il pane

 come se la stalla fosse toccata appena dalla grazia.

 fa risuonare l’ultima versione d’un puro requiem

 dietro quella porta. il luogo è sacro nudo nella polvere

 che il corpo lascia al fuoco del peccato.

   

 OSIP

 si compie il volo

 dentro questa polvere che prega sempre,

 mentre non c’è traccia

 di carne incisa, chiusa nello scritto.

 ritorna l’ansia, il patto di finire, l’insufficienza

 quasi mai conclusa dei cinque sensi.

 dal buio sale il limite del gorgo:

 scende dal mare senza percepire scaltri consensi.

 la notte affolla l’alto dormitorio dei sogni flebili,

 le muove incontro l’esile memoria della sterpaglia,

 l’umana pena,

 l’orda quotidiana.

 ma vuoi salire:

 fuori della cella conti i minuti

 d’ogni lieve insonnia.

 

ANNUNCIAZIONE

dalla finestra la testa dell’angelo

di cartapesta

si affaccia dall’ottagono

l’uccello immobile si china nella tenebra

dell’ultima chiamata possibile indicibile

muto la guarda

si convertono

solo spazialmente su piani paralleli

il pavimento obliquo ci avvicina

a un natale giallo ocra inverosimile

come pianeti opposti attraversati

da un udibile silenzio

un arrendersi al sensibile

la gonna cade fra trapunta e tenda

eskenosen

lui scrisse ma non era prevedibile

si volse intorno le mani sulle gambe

dalla finestra un angelo s’arrese

chinò la testa

e scese

 

OPENCLOSED

il campo ha un suono scuro che rintocca

con un colpo al di sotto delle palpebre

si cercano spiragli in questa vita

luci di sbieco

in un groppo alla gola c’è una nube

nel tuo sguardo la faccia della luna

la notte ha mani bianche che si sfanno

in grappoli di luci intermittenti

che sembrano parlare ma non sanno

quello che dicono

vorrei baciarti sotto questa buccia

di mela che rimane

ma di tutte

le perle che ora cadono

dall’orlo di quel freddo sei svanita

come una dea di latta

arrugginita

 

ARTE POETICA

lo scantinato e il muro l’esistenza

d’un’altra sede

un seggio d’oca piuma di poeta

l’indice fisso contro l’alfabeto

in cerca d’ogni lettera

che pronunciasse morte o resistenza

rifiuto d’ombra misera coscienza

di volere o d’agire

un dio dei fiori sorto a primavera

dal nulla sillabò vocali in corso

ancora intonse curve sulla carta

di fiamma breve forse:

perché nel freddo infranse

il vizio antico il cuore di violenza

d’empia sorella morte

la sua giornata piena d’ogni senza

nome per nome vittime del tempo

i fiori finti stendono colori

su cimiteri d’acqua

il resto è fuori

ma è l’umor nero l’orlo che si sfibra

l’urlo del vero che riemerge a stento

 

NOMEN OMEN

facile dire l’oltre nominare

sentire gocce contro la tua pelle

e dichiarare: è pioggia

oppure fare finta di partire

e dire: è fuga

che non esista un ultimo ricordo

e che la terra autonoma decida

il nome e il fatto e il fato di quell’acqua

e il rovinare sordo delle scarpe

lo stesso schianto turgido del bacio

che nella sera nutre il destinato

nome l’esoso nume del rapporto

il tuo calore il corpo che si placa

l’acqua e la pioggia l’umida incavata

risuona appena l’unico barlume

 

LIGHTNESS

la sera brucia l’ultimo passaggio di questa nuvola

del vento accende fulmini di ghiaccio come profili

d’acqua lontana d’ombra diluita scruta i percorsi

e il caso aggiunge il gesto del nascondere

del ricadere istante dopo istante

nel sonno verde d’albero frusciante

di foglia in corsa sempre verso terra

se il ballo lento immobile del bosco

volteggia nel silenzio

in un accordo nobile del fato

si spezzi il tempo s’alzi lo stendardo

dell’equilibrio incerto nel morire

che a filo cede cade lievemente

la sabbia della storia il suo sottile

peso

 

FRAMMENTO

……………………..

alberi molli tuorli d’altre vite

come su legni in croci vegetali

frecce di tempo voci

corpi pendenti d’umili natali

il come il quando

sfumano

veloci

elì elì

lema sabactani

 …………………………

 

ORDINAZIONE 

l’ultimo che aspetta, la cascata

di luce e il calendario dei suoi dolori,

il paradosso che esista un Dio

nonostante lo svanire, la preghiera

di terra: oscurità magnifica

raccolta per marcire, consacrata

alla polvere amara dell’incenso,

alla bruma che sale, diafana,

nel vuoto.

 

ETÁIRE

non sei così pesante da volare:

sembrava delicata la tua voce

che si cambiò in uccello per sottrarsi

al Dio dei passi inutili.

la fuga ti tentava, alla radice azzurra

si scava la fede del compagno

spina che diventa fiore

come l’occhio del triangolo

quando la perfezione dell’essere felici

è il più assoluto nulla.

 ***

le pietre sono ai piedi degli astanti

rinchiusi nella torre.

si lanciano in difesa

gli operai della pena, con scalpelli affilati di paura.

all’alba c’è un anticipo sui versi, anche se è il sole

la Musa divina che trascrive, leggera,

le pagine incompiute

(Queste poesie sono già apparse in “Liberinversi” di Massimo Orgiazzi)

(Foto: Domenico Ghirlandaio, l’Annunciazione)

26 Responses to Openclosed, e altre

  1. Massimo73 il 20 novembre 2006 alle 19:44

    Bravo Fabrizio ! Poesie ottime e, anche se già note, sempre ottime anche da rileggere.

    M.

  2. Marco Saya il 20 novembre 2006 alle 20:38

    Ciao Fabry,

    leggendo questi bellissimi versi mi sono andato a rivedere un testo di Sigmund Freud che narra di una passeggiata in compagnia di un amico e un poeta. Questi «ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire , che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato».

    ln particolar modo il tuo frammento mi ha ricondotto alla provvisorietà della natura (legni in croci vegetali) sposato a quei corpi (il come il quando sfumano veloci) “ in un accordo nobile del fato”. Il percorso del poeta fa i conti con un “presente” difficile in cui il confronto con la parola della fede si contrappone “all’insensato silenzio delle stelle, come in sogno…”

    Un caro saluto
    Marco

  3. elena f. il 20 novembre 2006 alle 21:13

    kai o logos sarx egeneto… abbiamo bisogno di parole di carne, che non temano il senso e la ricerca di senso; abbiamo bisogno di una poesia non facile eppure capace di dirsi nel suo donarsi. e per questo dono non possiamo che esserti, fabrizio, infinitamente grati.
    un abbraccio, elena f.

  4. antonella il 20 novembre 2006 alle 21:42

    Centofanti cattura il reale, poi lo trasfigura e ce lo restituisce sotto forma di incubo, sogno. un reale dilatato ma ben rappresentato, al punto che fa male, colpisce nel segno, nel cuore, nell’animo. lo spazio e il tempo sono dilatati come negli orologi molli di dalì, come nella pittura surreale. insomma Fabrizio, ciao e bravo! antonella

  5. fm il 20 novembre 2006 alle 21:55

    Leggo in questi versi di Fabrizio la più splendida speranza e il più umano, acuto, fraterno dolore: il volto dell’altro e il pianto delle radici: l’impossibilità delle parole a esprimere la compiuta epifania di un desiderio che si fa assenza per riconoscersi e leggersi in altre forme. E questo, forse, è il luogo della poesia, qualunque cosa essa sia: “un frammento di durata” che si specchia nel volto delle cose e, in comunione di distanze, si offre all’eterno perché lo consumi e ne restituisca la traccia più vera.

    “Osip” è “uno spazio colmato”: un grumo di memoria dove luce ed ombra ridisegnano ad ogni sillaba il profilo segreto del vivente.

    Una grande voce: fuori da ogni logica, etichetta, schema, scuola: poesia “umile ed elementare”, pur nella sapiente e coltissima cornice in cui declina i suoi codici e il suo alfabeto.

    fm

  6. fabrizio centofanti il 21 novembre 2006 alle 00:52

    ero a cena fuori, stasera: famiglia di parrocchiani. a un certo punto, telefonata d’emergenza. solita visita dei ladri (come sempre, tutto per aria, ma niente da rubare). stavolta, però, hanno sfondato il tabernacolo. ognuno cerca qualcosa, nella vita. qualcuno trova.Massimo, Marco, Elena, Antonella, Francesco:ho trovato voi, in questa sera di violenza bestiale. che desiderare di più?
    grazie
    fabry

  7. g.r. manzoni il 21 novembre 2006 alle 00:54

    Fabrizio riesce a colmare i vuoti della carne, la sua è poesia che segue una lunga meditazione interiore. Sono contento di ritrovarlo anche in queste pagine. D’accordo o no con la posizione da credente che professa e di cui è sacerdote, la sua scrittura lascia spazio a un oltre che, infine, non può che darci speranza… perché pur misera cosa sarebbe che il tutto iniziasse e finisse qui. Ma penso che già la poesia in sé sia una possibilità di scoperta, o, anche solo, un rimettersi a pensare e, soprattutto, a sentire. Altro non dico perché con lui a fianco sono già sceso in campo in altre stanze, e il tutto potrebbe sembrare una riunione di famiglia per il cenone di Natale :-) Cmq una simpatica e interessante intruppata in queste pagine… volti di un’umanità diversa che convergono: preti, anarchici, atei, seguaci del Dolce Amore, scientisti, soldati, donne di valore, mercanti di allodole al pari mio, attori, artisti, di vario spessore e disciplina, gente attenta, gente che si spende ancora – un astroporto – un nuovo corso per NI. Ne sono felice. Nel vero un riconciliarsi fra tribù, si spera per liberare ‘sta benedetta ‘nazione’ dall’uomo bianco e riconsegnarla ai leggittimi proprietari.

  8. g.r. manzoni il 21 novembre 2006 alle 01:01

    Ovviamente legittimi… ma la tastiera scricchiola.
    Ho commentato ‘pari’ a Fabrizio. Mi dispiace molto per il vandalismo, ma sei prete di frontiera (del resto anche qui si è sulla/in frontiera) e certe sorprese so che rientrano nel tuo bagaglio professionale e in ciò che ti sei scelto, in particolare là dove eserciti… e so che hai avuto sorprese anche peggiori di questa, quindi so che ti rialzerai più forte di prima. Un abbraccio… e aggiusta il confessionale.

  9. Giovanni Nuscis il 21 novembre 2006 alle 01:32

    E’ un piacere poter leggere queste poesie di Fabrizio: in cui vi è dentro meditazione, stati d’animo, cronaca, richiami storici e letterari, che si susseguono su ali forti, sul respiro calmo, regolare d’un ritmo e d’una musica sapienti (vedasi, in particolare, nomen omen); a cui bisogna abbanbonarsi – anche solo ad essi – con fiducia, certi d’una gratifica.
    Una poesia sicura, quella di Fabrizio, capace d’affrontare, mi sembra, qualunque sfida tematica.
    Mi sono molto piaciute, senza nulla togliere alle altre, II (splendida!), Annunciazione, Openclosed. E le loro chiusure – ultimi cinque, sei versi – veri e propri dardi, a suggellare.
    Giovanni Nuscis

  10. fabrizio centofanti il 21 novembre 2006 alle 07:27

    grazie, Gian Ruggero: sì, sorprese peggiori di questa, più che bruciarmi il parroco non potevano fare. ma. come dici, c’è un oltre, e ci fa passare, perfino, attraverso il fuoco.
    e grazie a Giovanni: la tua sensibilità si sposa singolarmente con la consuetudine giuridica, in un impasto che mi ricorda il grande Satta, anche lui della tua splendida terra.
    un caro saluto
    fabry

  11. Roberto Rossi Testa il 21 novembre 2006 alle 08:30

    Assomiglia, la poesia che più amiamo, alla profanazione del tabernacolo che ha subito la chiesa di Fabrizio. Più ci spingiamo avanti nella nostra ricerca più siamo colti dall’angoscioso dubbio di aver detto e fatto qualcosa di non consentito, e di terribile. Ma il sacrificio è necessario, anche se ne sarà chiesto conto, e non importa che chi lo compie abbia o meno i titoli per compierlo; anzi, in un mondo tutto rivolto altrove sarà forse l’empio a compiere ciò che si deve. Alla fine tutti avranno le mani sporche del sangue del fanciullo, anche se per motivi diversi; e saranno proprio quei motivi diversi a fare la differenza.
    Ma alla fine forse ci sarà anche per noi un Padre che dirà ai gendarmi venuti ad arrestarci per aver rubato i candelabri d’argento che lui, quei candelabri, ce li aveva donati.

  12. Giacomo Cerrai il 21 novembre 2006 alle 10:33

    Caro Fabry, sono accorso a leggere, vecchie e nuove. Di te e della tua poesia ho già scritto qualcosa (ma ce ne sarebbe da dire) sul mio blog e su liberinversi, come sai. Cerco sempre di dare qualche motivazione, come posso, alla stima, al di là di un mero piacere di leggere i tuoi testi. In questo caso la compattezza stilistica raggiunta che ti permette di sublimare il dolore, il dubbio, la pulsione e di pattugliare con la parola quella linea di confine tra immanente e trascendente, tra sacro e profano, tra cielo e terra di cui abbiamo già parlato…
    un caro saluto
    Giacomo
    P.S. Tre poesie mie da Ceccarini, testo e audio.Dimmi che ne pensi…

  13. Maria Grazia Calandrone il 21 novembre 2006 alle 11:35

    nelle poesie di fabrizio c’è una doppia voce, aria che si piega sulla terra e nella quale la nostra piccolezza e provvisorietà sono rese grandi da un eco orizzontale – come se fosse il cielo a piegarsi ad avvolgerci nel suo tempo più grande e non noi a sollevarci da terra
    c’è manodopera, lavoro di calce e di pesi, è una scrittura un richiamo degli uomini che tira dio a terra e lo insinua tra gli oggetti del mondo piuttosto che lanciare i propri oggetti verso le altezze stremate della invocazione mistica
    e questa umanità concreta del corpo tocca e strattona anche il ben più modesto invisibile di chi legge

    con un abbraccio a tutti i passeggeri!

    maria grazia

  14. fabrizio centofanti il 21 novembre 2006 alle 12:14

    Roberto e Giacomo, vi ringrazio. l’immagine della profanazione è potente. e vera. la compattezza è un fuoco condensato, da cui la voce vorrebbe uscire purificata.
    cercherò di sistemare le casse, per ascoltare: la camera è talmente piccola che rischiano di non starci. sembra fatto apposta per far disperare il Ceccarini, ma è la nuda verità.
    un abbraccio a voi
    fabrizio

  15. fabrizio centofanti il 21 novembre 2006 alle 15:39

    Maria Grazia, hai toccato il punto.
    grazie.
    fabrizio

  16. redmaltese il 21 novembre 2006 alle 21:38

    Caro Fabrizio io dispero quando sento/leggo certe notizie, ma come dice il buon manzoni sei un prete/uomo di frontiera e a ciò ahimè sei abituato. abituato alla costante violenza, immoralità. io intanto mi appresto a rileggere i tuoi testi sempre incredibilmente emozionanti, come nuovi.
    da me è tutto pronto. attendo un tuo cenno, male che va, avrai un invito da un non parrocchiano ad ascoltare la messa a punto del tuo lavoro (vitto compreso)
    un abbraccio,
    Roberto

  17. fabrizio centofanti il 22 novembre 2006 alle 00:14

    grazie per la pazienza e per il resto, Roberto. domani dovrei farcela.
    un abbraccio
    fabry

  18. carla il 22 novembre 2006 alle 10:24

    È forza semantica che sprigiona dai versi…
    L’incipit di Openclosed:
    Il campo ha un suono scuro che rintocca
    con un colpo al di sotto delle palpebre
    si cercano spiragli in questa vita
    luci di sbieco.
    Sono versi penetranti, densi di significato, a volte crudi nel mostrarci la realtà, ma necessari per porci di fronte ad essa, per prenderne coscienza.

    A volte sono versi introspettivi, che rivelano un certo pessimismo, quel dubbio che ci insinua un desiderio, che è quello di “cercare”, nel attraversato come nell’ risposte profondamente esistenziali. Vedi i versi di “Arte poetica”: ma è l’umor nero l’orlo che si sfibra/l’urlo del vero che riemerge a stento. Vedi “Frammento”.
    È un grande sguardo questo di Fabrizio, sgorga dalla vita, così profondamente lucido e presente, forte e consapevole. Una lettura interessante, che ci induce a riflettere.
    Un caro saluto
    carla

  19. carla il 22 novembre 2006 alle 10:34

    mi scuso per la lunghezza, ma devo riscrivere un pezzetto che è rimasto tagliato:
    Dietro quella porta. Il luogo è sacro nudo nella polvere.
    A volte sono versi introspettivi, che rivelano un certo pessimismo, quel dubbio che ci insinua un desiderio, che è quello di “cercare”, nel dolore attraversato come nell’ insensato silenzio delle stelle risposte profondamente esistenziali.
    a presto e un saluto a tutti.
    carla

  20. Lucianna Argentino il 22 novembre 2006 alle 10:43

    Mi intrufolo in questa bella conversazione con un po’ di amarezza perchè stamattina leggo di un’altra profanazione, questa ai danni dell’affresco trecentesco dell’Ara Coeli: il volto di Cristo imbrattato da feci… Profano… “che sta fuori del recinto sacro”… La poesia di Fabrizio fa resistenza alla profanazione, ci riconduce entro il sacro recinto, tenta di smerigliare la “paura sottostante”, di farne speranza e fede qui tra i nostri tanti mali e inquietudini e dubbi. Giusto Maria Grazia, orizzontale è l’eco che risuona nelle poesie di Fabrizio e il cielo sembra piegarsi ma se lo vogliamo accogliere questo cielo dobbiamo almeno tendergli la mano, almeno rivolgergli lo sguardo e nella poesia di Fabrizio questo sguardo è presente e penetrante. Il fare poesia di Fabrizio è nel furore che travaglia la cima dell’albero, mentre le radici, sotto, nel buio e nel silenzio, nel raccoglimento che nutre tutto l’albero stanno ben salde … Grazie. Un saluto a tutti, Lucianna.

  21. Liuk il 22 novembre 2006 alle 19:30

    Sempre un piacere leggere le poesie di Fabry. Apprezzo l’intensità dei versi e la tensione che non viene mai meno. Poesie con una giusta mesotes tra forma e contenuto, mai banali nè artificiosi.
    Un saluto a tutti!

  22. fabrizio centofanti il 22 novembre 2006 alle 20:33

    grazie, Carla: sì, una durezza necessaria, a volte. ma dalla durezza del crescere “sboccia” qualcosa, come dice Sannelli, prezioso amico.
    grazie, Lucianna, per aver intravisto quelle radici. le uniche che ci salvano dalla profanazione della vita, del suo volto santo.
    un abbraccio
    fabry

  23. fabrizio centofanti il 22 novembre 2006 alle 23:45

    grazie, Luca.
    salutami la tua cara città.
    fabry

  24. rita r.florit il 23 novembre 2006 alle 15:37

    Caro Fabrizio, sempre leggedoti ritrovo un sentire che s’incarna in fare, in essere e lì si radica, profonda a illuminare regioni sottostanti, doppi piani…sempre alla ricerca siamo…un abbraccio a te e un saluto a tutti

  25. fabrizio centofanti il 23 novembre 2006 alle 23:54

    grazie, Rita. parola ed essere, sì, è il nodo che mi interessa di più.
    un abbraccio
    fabry

  26. fabrizio centofanti il 1 dicembre 2006 alle 16:44

    cambio indirizzo. si ritorna al formato blog, causa lentezza del sito.
    fabrizio



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