Cristina, Mita e l’amicizia

22 novembre 2006
Pubblicato da

di Linnio Accorroni

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( Questo pezzo è apparso su ‘Stilos’ del 3 gennaio 2006. Ho chiesto a Franz la possibilità di pubblicarlo anche su Nazione Indiana perché questo bel libro della Pieracci Harwell ­Cristina Campo e i suoi amici”, Edizioni Studium­ è passato in mezzo a quello che, con ricorrente ossimoro, si usa definire come ‘un assordante silenzio’, quando invece avrebbe dovuto godere, a parer mio, di maggiore considerazione ed attenzione. Un ottimo viatico per coloro che ancora non conoscono la Campo, un testo ‘imperdonabile’ per gli iniziati .)

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Cinquant’anni sono passati da quando Margherita Pieracci Harwell ( la destinataria di quel Tesoretto sotto forma d’epistolario pubblicato, nel 1999, dall’Adelphi con il titolo di Lettere a Mita) cominciò a frequentare assiduamente Cristina Campo (nome de plume di Vittoria Guerrini:1923-1977) e a godere, oltre che del privilegio di un’amicizia esigente ed appassionata, anche della possibilità di leggere in anteprima i versi, le traduzioni, i saggi di un’autrice che, volendo restituire alla locuzione la sua pregnanza originale, può davvero essere definita di ‘culto’. Un culto che, in tempi abbastanza recenti, ha visto anche lo scatenarsi di polemiche inutilmente accese e dai toni persino virulenti, assai poco in sintonia con l’assoluta indifferenza mostrata dalla Campo nei confronti del mercato delle lettere. Mi riferisco, in particolare, alla querelle innescata dalla biografia che Cristina de Stefano ha scritto per Adelphi, Belinda e il mostro, sempre targata Adelphi. La prospettiva dalla quale la Pieracci Harwell riflette e medita sull’opera della Campo non ha la pretesa né dell’ermeneusi esaustiva o totalizzante, né quella della rilettura postmortem in chiave agiografica, ma semmai nasce dalla volontà di “ trasmettere un poco la meraviglia che mi coglie ad ogni nuovo contatto: che sempre più vasto e profondo appaia il territorio da esplorare”. Così i piccoli, densi saggi contenuti in questo volume ruotano attorno al tentativo “ di illustrare alcune figure di quella colonna istoriata intorno a cui lei girò con occhi attenti per tutta la sua vita”: figure che non solo hanno avuto in sorte di poter incontrare fisicamente la Campo ed avviare con essa un rapporto amicale ( da Leone Traverso a Ignazio Silone, da Andrea Emo a Elemire Zolla, da Margherita Dalmati ad Andrea Spina) ma anche phares ( nell’accezione baudelairiana del termine) quali Von Hoffmansthal e la Dickinson, Proust e Simone Weil. In questo catalogo di relazioni ed incontri, che la Pieracci sdipana con somma cura e raffinatezza, fedele assertrice della lezione campiana secondo cui mai va trascurata né l’adesione fra senso e forma, né la specularità fra stile ed idea, vengono sottoposti ad una appassionata esegesi alcuni topoi dell’esile ­ per scelta, vista la coerenza con la quale la Campo praticò l’ideale del minus dicere ­ produzione letteraria della scrittrice de Gli imperdonabili: il ‘tempo circolare’, le riflessioni sull’amicizia e sull’esercizio del leggere e del tradurre, il culto dell’epistolografia. Nel far questo, l’autrice ritorna, attraverso il gesto non parassitario, ma nobilissimo della citazione ( “Non c’è per noi accesso esistenziale o cognitivo alla parte di noi che è ancora da far vivere, che non sia attraverso un altro io – oppure almeno l’opera di un io. Incontrare un altro – o magari anche solo un’opera – è trovare la porta di se stesso”) a ripercorrere quelle frasi e quelle parole che, pur lette mille volte, continuano ad incantare e stupire chi ama Cristina Campo, la sua scrittura allusiva e cifrata, intessuta di sprezzatura e mistero, che preferisce di gran lunga l’intricata armonia dell’arabesco alla geometrica, consueta refertazione del dejà vu e/o lu.

MARGHERITA PIERACCI HARWELL “Cristina Campo e i suoi amici”, Edizioni Studium, 2005, pag.174, euro15,00.
 

La sensazione è che l’interpretazione postuma che viene fatta della opera e della personalità di Cristina Campo sia il frutto di uno spiacevole contrappasso: in vita, l’esigente riservatezza del “minus dicere”,  lo svolgersi di una esistenza vissuta in modo tanto appartato e ritroso da poter essere scambiata per aristocratica superbia, la voluttà dolce del tenere la vita “con lievi mani”; postmortem, invece, una vulgata che piuttosto che interrogarsi, con accanimento ‘filologicamente corretto’, sulle sue carte e su suoi scritti, preferisce l’olezzo del gossip, la spiata dal buco della serratura.
 

Se non mi avesse fatto Lei la domanda, Le avrei in ogni modo parlato di questa situazione, così dolorosa che mi vien fatto a volte di chiedermi se l’aver pubblicato le lettere di Cristina – benché nelle lettere non ci sia nulla di segreto – non abbia in qualche modo incoraggiato lettori, non abbastanza fini, a questo indiscretissimo, profondamente irrispettoso frugare nel ‘privato’ che contraddice clamorosamente l’insegnamento di ‘stile’ che ci viene dalla Campo. L’ironico contrappasso è ancor più pungente nel fatto che ad accanirsi siano anche alcuni di coloro che rappresentano oggi la causa per cui aveva scelto di lottare nei suoi ultimi anni.
 

Non si può non concordare con quanto lei afferma, che cioè la lettura sia uno dei modi più profondi e sottili attraverso cui è possibile raggiungere una conoscenza dell’Altro: così è sicuramente avvenuto per lei con Cristina Campo. Ad essa, si aggiunga anche il fatto che lei ha potuto godere, felice continuum orale di quella scrittura, anche della gratitudine di una conversazione che, come dice A.Spina, “diventava pura come la sua scrittura”. “La sua conversazione creava un’atmosfera nella quale l’attenzione dell’interlocutore arrivava senza pena al suo massimo”aggiunge lei. Saprebbe dirci qualcosa di più a tale proposito?
 

A differenza di certi pensatori– la cui conversazione ci schiaccia, ma forse ancor più intorpidisce, per l’assenza della ‘sprezzatura’–, Cristina fu, come dice Spina, una stupenda maestra dell’arte della conversazione, arte praticata con mirabile sapienza nel ‘700, appesantita da quell’’800 romantico, a volte  incapace come Cristina diceva di decantarsi, ignorata  nel ‘900 che ne aveva atrofizzato le delicatissime antenne. Quest’arte – ariosa, lieve come la musica di Mozart, ove ‘la massima profondità si nasconde, come dice Hofmannsthal, alla superficie’- conciliava miracolosamente il ‘divertimento’ con la ‘concentrazione’. Vengono in mente vari esempi, ma non sono abbastanza brava per riprodurre l’atmosfera che in questo caso è tutto. La ‘lievità’ veniva trasmessa con l’espressione e il tono della voce, anche quando l’argomento era serio – il che accadeva la maggior parte delle volte. Neppure i sordi contemporanei che si precipitano a chiamare ‘serioso’ quel che non è cinico, si sognarono mai di applicare a lei l’aggettivo, e si lasciavano incantare come da Mozart, appunto, o da un balletto. Ma non di rado la ‘leggerezza’ cominciava dall’argomento (sapeva fare delle straordinarie caricature, per esempio), e questo aiutava l’interlocutore a riprender fiato, discendendo dalle altitudini dei discorsi weiliani, dove, come dice Margherita Dalmati, non si può aspettarsi che qualcuno soggiorni troppo a lungo. Il miracolo era che quel ‘respiro’ non era mai nell’interlocutore un afflosciarsi – non poteva esserlo perché Cristina manteneva intatto nella pausa il suo grado assoluto di vigilanza a un livello di forma, di stile (si sa che vasto senso abbiano queste parole per lei), e l’altro doveva bene in qualche modo corrisponderle per non perderla. Non riesco a consolarmi che non ci siano restati, almeno nelle lettere, campioni di questa Campo ‘orale’, non meno sorprendente dell’altra,  a cui del resto corrisponde come la Pisana a Cristina. 
 

Nell’amicizia per e con Cristina Campo non potevano certo rientrare trascuratezza o superficialità; bisognava aderire “da lettori semplici, di cuore intero” all’idea di sentirsi “obbligati ad essere fedeli al proprio vero significato”, “svettare alla cima più alta di sé stessi”, spinti dalla certezza che “quando una creatura degna del tuo nome rifiuta di incontrarti in un punto, è perché ti aspetterà in un punto più alto”. Cosa ha significato e significa a tutt’oggi, a più di 50 anni di distanza, per lei l’incontro con questa autrice? Qual è l’eredità morale e spirituale che le deriva da questa ‘lunga fedeltà’?
 

Un poco la mia risposta precedente ha anticipato questa domanda. La presenza fisica di Cristina rendeva impossibile a chiunque la sciatteria. È esattamente lo stesso della presenza del suo pensiero. Ma, mentre nella conversazione era lei a dosare le pause senza che si rompesse il filo dell’attenzione, ora tocca a noi amministrare la nostra capacità di reggere a quel livello che per lei sembrava naturale. Ho detto altrove che ciò che la distingueva era proprio il fatto che non si registrava mai in lei una caduta di livello – come se fosse tutta intera in quel personaggio che vedevamo, con le grandi ali spiegate sia che sorvolasse alti picchi o stagni, mentre noi uomini, per la maggior parte, voliamo solo per brevi intensi momenti, poi ci riposiamo becchettando nell’aia. È proprio da questa periodica abdicazione al vero sè (alato) che dobbiamo guardarci, se non vogliamo correre il rischio di perdere la facoltà di tornare al nostro più vero sè, come accade a volte nelle fiabe che Cristina amava. Quello che lei ancora ci suggerisce è proprio la fedeltà alla parte più alta di noi stessi.
 

Ogni libro su C.Campo aggiunge una pietra nuova ad un edificio ancora lungi dall’esser terminato; un work in progress che spesso sembra negare ciò fino ad allora si era considerato come verità acquisita. Per esempio, lei parla di C.Campo come di una creatura ‘non tiepida’…
 

Quello che Lei chiede qui è ancora una precisazione di quanto ho appena cercato di dire sulla natura di Cristina, che, a differenza di quella della maggior parte degli uomini, è sempre, per quanto riguarda il livello di tensione, uguale a sè stessa . Non intendo dire con questo che Cristina fosse sempre idealmente perfetta, ma, appunto, che non era mai tiepida, cioè che viveva ogni moto dell’animo – cioè lo sdegno e il rifiuto come la carità– con totale dedizione, con assoluta intensità.
 

Un altro aspetto assai interessante che emerge dal libro è legato a quella che lei considera una necessaria opera di ‘rivalutazione’, in termini di interpretazione critica, del corpus letterario di C.Campo: lei fa intendere che, per esempio, il suo epistolario dovrebbe godere della stessa dignità e della stessa valenza artistica che, oggi, viene assegnata alle sue poesie e ai suoi saggi. Saprebbe spiegarci perché?
 

Io credo che le lettere di Cristina, pur rivelando un registro diverso da quello dei saggi e delle poesie, abbiano lo stesso grado di perfezione – che, cioè, se Cristina non ci avesse lasciato altro che le lettere, come Madame de Sévigné, sarebbe lo stesso una grande scrittrice, perché anche nelle lettere, squisitamente ‘sottovoce’, giunge ad esprimere senza approssimazione, nel modo più limpido. tutta se stessa e la sua percezione del mondo. 
 

I phares che hanno illuminato l’esistenza della Campo e che lei, in questo agile, ma densissimo libro, sa tratteggiarre con un’acribìa mai scevra dalla passione, appartengono sia al territorio vasto dell’esperienza intellettuale e letteraria( Von Hofmannsthal e Simone Weil, in primis) ma anche a quello dell’amicizie, turbinose e solidissime, che la Campo ha saputo coltivare nella sua vita: Leone Traverso, Andrea Emo, E. Zolla, Andrea Spina, Williams Carlos Williams,…
 

Nel mio piccolo libro tento appunto di dire che dall’attenzione all’altro nacquero ugualmente le appassionate adesioni di Cristina al mondo di autori come Hofmannsthal e la Weil, che incontrò unicamente sulla pagina, e l’amicizia vissuta qui in terra per personaggi come Zolla e Spina. È bene ricordare che con gli amici viventi, fin dall’infanzia (Anna Cavalletti), Cristina condivise le letture e  l’ ideale di scrittura.
 

E i phares di Margherita Pieracci Harwell, la Mita dell’indimenticato epistolario pubblicato dall’Adelphi, quali sono ?
 

Accenno qui a due soli, oltre i phares che Cristina ebbe la generosità di dividere con me. Sono rimasta fedele a Charles du Bos, che avevo scoperto prima di incontrare Cristina. E da anni amo moltissimo la Ortese, di cui mai parlammo con Cristina, ma  ho sempre pensato che le due erano fatte per intendersi. (Questo, del resto, disse una volta anche Citati)
 

A più riprese, nel libro, lei parla di tranches dell’epistolario della Campo in procinto di essere pubblicate: quando accadrà? Con chi si inizierà?
 

Spero che le lettere di Cristina a Traverso usciranno nel 2006. Seguiranno le lettere all’amico fiorentino Gianfranco Draghi.
 
 

(Nella foto: Cristina Campo)

10 Responses to Cristina, Mita e l’amicizia

  1. maria strofa il 22 novembre 2006 alle 20:56

    Plaudo, linnio, plaudo forte, forte e mi sovvien dell’eusebia quando ne parlava colà… e lei mi era sconosciuta. Ma ora che più sconosciuta non è, bellissimo risentire parlare di lei.

  2. alcor il 23 novembre 2006 alle 01:21

    mah! non ho ben capito che libro sia.
    per essere più precisa, mi piacerebbe sapere se le riflessioni della Pieracci sono all’altezza della Campo o se sono solo riflessioni innamorate come parrebbe dall’intervista.

  3. Maura il 23 novembre 2006 alle 18:59

    Ho trovato questo libro nella biblioteca della mia facoltà pochi giorni fa e l’ho preso in prestito. Conoscevo Cristina Campo ma non avevo mai letto niente di suo (nè su di lei). Mi fa piacere che se ne parli qui.

  4. antonio sparzani il 23 novembre 2006 alle 19:38

    grazie molte Franz di questa segnalazione, il libro mi era sfuggito, pur essendo io un fan di C.C, e grazie anche dell’intervista a Mita. Segnalo che il libro di Alessandro (non Andrea) Spina che Campo amava era “Storie di ufficiali” (Mondadori, 1967). Cristina diceva di avere, e probabilmente aveva, l'”orecchio assoluto” per la letteratura. Straordinarle anche le sue traduzioni, o interpret

  5. linnio il 24 novembre 2006 alle 05:46

    ad alcor:
    per non so quale strana alchimia, quasi tutti coloro che si sono occupati di C.Campo hanno scritto pagine di grande bellezza ed intensità. forse perchè intrinsecamente convinti che qualsiasi dialogo si stabilisse con lei li obbligasse a ‘ svettare alla cima più alta di se stessi’. Cosi è per questo libro della Pieracci harwell, così è anche per un dignitoso saggio di M. farnetti di qualche anno fa e per le bellissime ‘Conversazioni in S. Anselmo’ di Alessandro Spina, entrambi, temo, di difficile reperibilità.

  6. cara polvere il 24 novembre 2006 alle 09:18

    @alcor

    la tua considerazione mi fa un po’ “accipigliare” ma niente di grave eh…
    ben venga la passione, l’interesse innamorato, l’amicizia con l’autore di cui si va a scrivere sia nel bene che nel male, se accompagnato da buone capacità critiche scevre da qual si voglia deferenza esagerata . anzi. il testo ne guadagna in sensibilità e attenzione ed è sempre un buon leggere.
    quel libro a mio parere lo è.
    almeno questa è la mia opinione.
    un saluto
    paola

  7. Lady Lazarus il 24 novembre 2006 alle 09:47

    Con il grande stile Linnio che ti contraddistingue lo stesso che sarebbe piaciuto a colei che definire solo poetessa è restrittivo sai offrire occasioni davvero alte. C.C. di sé amava dire “scrisse poco e vorrebbe aver scritto meno” ma così poco non ha poi mica scritto anche se più “post mortem” vista le uscite delle pubblicazioni – per fortuna di tutti e soprattutto di chi come me ammirano lei ed il suo saper essere “imperdonabile” portatrice di un valore stilistico che appartiene solo ai grandi – con quel suo modo di pensare che tende all’assoluto e che non è facilmente paragonabile e per qualcuno nemmeno tanto comprensibile. Ma il suo modo di essere appartata nella sua ricerca di conoscenza è stato anche un aprirsi al mondo. Bella la testimonianza di Mita nella tua intervista.
    Pure nel suo modo creativo di traduzione poetica – dei poeti stranieri – c’era un pò dell’altro suo io, un pizzico di sé stessa.
    Con la citazione che hai riportato “Incontrare un altro – o magari anche solo un’opera – è trovare la porta di se stesso” mi rimandi alla poesia di Simone Weil “La porta” che ritorna specie nel finale “…. La porta aprendosi liberò tanto silenzio. Che nessun fiore apparve, né i verzieri;
    solo lo spazio immenso nel vuoto e nella luce
    apparve d’improvviso da parte a parte, colmò il cuore,
    lavò gli occhi quasi cechi sotto la polvere.”

    Quella di Cristina Campo è una lingua perfetta elegante e preziosa. Cosa altro dire dei suoi versi in Il Passo d’addio

    “Devota come ramo
    curvato da molte nevi
    allegra come falò
    per colline d’oblio,

    su acutissime làmine
    in bianche maglia d’ortiche
    ti insegnerò, mia anima,
    questo passo d’addio…”

    Grazie Linnio, grazie Krauspenhaar

  8. nadezhda il 24 novembre 2006 alle 09:58

    grazie. è sempre bello leggere di lei.

  9. alcor il 24 novembre 2006 alle 12:41

    @Linnio Accoroni

    grazie

  10. franz krauspenhaar il 24 novembre 2006 alle 15:55

    Grazie a voi, l’intervista di Linnio è magnifica e la Campo pure. Abbracci.



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