Vita da prete. 1# – una cosa ridicola

24 novembre 2006
Pubblicato da

 chiesa2.jpgdi Fabrizio Centofanti 

Sembra facile alzare un prete. Con queste sedie di adesso, piene di sporgenze, diventa tutta una questione di gambe. Movimenti precisi, una danza che distribuisce il peso in proporzioni perfette, altrimenti addio colonna vertebrale. Mi sembra impossibile sollevare questa mole senza soccombere, rimanendone illeso. L’istante in cui il corpo giace finalmente sul letto è un record continuamente eguagliato e completamente inutile (siamo servi inutili, ci viene suggerito: e molti hanno problemi con questa semplice manifestazione di buon senso).

Mi chiedo se sia giusto non fare più caso a quando ti svaligiano canonica. Ci sono rimaste solo le valigie. Pensi al falegname. No, è morto. E adesso a chi lo dico? Una porta sfondata è un saluto un po’ troppo entusiasta, un abbraccio esagerato. Ho un’unica cosa da salvare: lo stereo della Micra 990, che mio padre mi regalò nel 2000. Se mi rubassero la mascherina della radio proverei un senso di rimorso. Verso tutta quella musica che dovrebbe fare a meno di me, forse per sempre.

Alla messa della sera ci arrivo sfinito. La gente mi guarda curiosa, “le mie parole forti, che toccano il cuore”. Io spero sempre che sorreggano me, di non svenire, insomma: preferirei un colpo di pistola di un fondamentalista. Una volta, avevo paura. Pensavo: quando apro il tabernacolo, che ha l’interno a specchio, ci guardo dentro per vedere se qualcuno mi colpisce alle spalle. Poi ho detto: no, c’è qualcosa che non va. Ho scritto un cartoncino che porto sempre con me, una sorta di giubbotto antiproiettile: non ha senso dirsi cristiani se non si è disposti a morire per questa causa. Da allora non ho avuto più paura. Ma faccio aikido (gratis: un amico con tre cinture nere. Andrà di sicuro in paradiso).

C’è un diversamente abile a fare il sacrestano. Quando mi vede arrivare per la messa, grida: “Eccolo, va’!”. Così, tutte le volte. Una cosa ridicola, sempre lo stesso, tutte le mattine. Un giorno, ho capito. “Eccolo, va!”: è il saluto di Dio, che vuole incoraggiarmi.

Gli è scesa una lacrima. In quella, tutto un mondo che parte. L’unzione degli infermi lacera. Quando il mondo va via, resta la lacrima che cade, involontaria, molto più d’ogni altra. Perché vogliamo piangere. Ma quando ce ne andiamo, piangiamo. Davanti a lui, una straniera – rumena? – bella e attillata. L’occhio cade, e come non potrebbe? Ma la morte le si attacca addosso, inavvertitamente. La lacrima è scesa. È finita sotto il letto. Comincia un’altra storia.

Suonò il campanello: era domenica mattina. “Portami in ospedale”. Che cos’altro sarà successo? “Mi hanno bruciato”. Non ho mai corso così. L’ultimo suo pensiero, mentre lo adagiavano sul tavolo, fu:”Vuoi vedere che ce la faccio anche stavolta?”. Il giorno dopo vidi una mummia dell’antico Egitto al Centro grandi ustioni.

Sembra facile alzare un prete. Con queste sedie di adesso, piene di sporgenze, diventa tutta una questione di gambe. Movimenti precisi, una specie di danza, per distribuire il peso in proporzioni perfette.

 

60 Responses to Vita da prete. 1# – una cosa ridicola

  1. R.S. il 24 novembre 2006 alle 16:13

    Ogni volta che sentirò insostenibili i pesi che trascino, penserò a quella sedia. Ti abbraccio con tutta la forza che tu metti nel sollevarla.

    R.S.

  2. R.S. il 24 novembre 2006 alle 16:15

    Why?

  3. R.S. il 24 novembre 2006 alle 16:25

    Anche le dimostrazioni di affetto, adesso, vengono moderate?
    E chi cazzo vi capisce più, ormai vedete db dappertutto.

    Saluti.

  4. franz krauspenhaar il 24 novembre 2006 alle 16:49

    Mi scuso con R.S. Per ragioni tecniche che non mi sono ancora chiare, a volte certi commenti vengono messi automaticamente in moderazione. E’ successo alcune volte anche a me. Nel caso qualcosa di tuo fosse ancora in moderazione, sarà bloccato comunque presto. Ciao.

  5. franz krauspenhaar il 24 novembre 2006 alle 16:51

    e.c.:sbloccato, non “bloccato”.
    Ai maligni: non è un lapsus. E’ la tastiera nuova. Giuro.
    :-)

  6. R.S. il 24 novembre 2006 alle 16:51

    Chiedo scusa, Franz, potresti cancellare il 2, il 3 e quest’ultimo che appare?
    Scusa il casino.

  7. gianni biondillo il 24 novembre 2006 alle 16:52

    Calma, R.S., chiedete e vi sarà dato…
    ;-)

  8. franz krauspenhaar il 24 novembre 2006 alle 16:54

    eh, ma dovrei cancellare anche i miei, allora. Odio censurarmi:-)
    R.S., facciamo così: questo scambio, a parte la tua bella dimostrazione d’affetto per Fabrizio, rimane in rete come memorandum per coloro che si sentono perseguitati dalla censura.
    un caro saluto.

  9. franz krauspenhaar il 24 novembre 2006 alle 17:01

    R.S.: Buffissimo: dal mio ultimo commento sembrerebbe che la tua dimostrazione di affetto sarà censurata, “a parte” il memorandum fatto di questi nostri commenti in off topic. Scusa la fretta, ovviamente nulla sarà cancellato.

  10. R.S. il 24 novembre 2006 alle 17:44

    Non tutto il male viene per nuocere allora, se la mia piccola crisi isterica può servire a sgombrare il campo da futuri equivoci. No problem e scusate ancora.

    R.S.

  11. carla bariffi il 24 novembre 2006 alle 19:44

    Grazie Fabrizio, per avermi offerto uno scorcio profondo della tua vita, per la tua grande, generosa sensibilità, che tutti vorremmo abbracciare.
    Con affetto sincero…..
    p.s.
    Tu sei veramente una stella caduta dal cielo!
    Ti abbraccio
    carla

  12. g.r. manzoni il 24 novembre 2006 alle 20:30

    Una pagina di grande letteratura. E’ scrittura che si morde. Ce l’hai fatta sentire la tua scelta. Bravo Fabry. Così si spinge con la penna. Questa è opera-forma.

  13. antonella il 24 novembre 2006 alle 22:23

    bella pagina, pagina di vita, di sangue, d fuoco, di lacrime e fatica. pagina viva, anche se la morte è sempre presente, sotto le spoglie della vita stessa. ci sarà un seguito spero. a.
    ps. devi tenere la sedia ferma. con i piedi, anche se hai messo il freno. ma già lo sai.
    psps. ma chi è sto db?

  14. fabrizio centofanti il 25 novembre 2006 alle 00:08

    R.S. ti ringrazio. sai bene quanto sia grande la mia stima per te. se posso condividere un’immagine preziosa per la mia esperienza, ne sono felice. grazie anche per la passione che ti spinge.
    Gian Ruggero, vale ancora di più detto da te, che scolpisci le parole e dipingi le visioni.
    un caro saluto anche a Franz, il mio indiano preferito, e a Gianni.
    fabrizio

  15. cara polvere il 25 novembre 2006 alle 00:51

    ti leggo da tempo. dal tempo di iap.
    la tua poetica è quasi un peccato “carnale” (nel senso migliore che vorrei dare al termine), un poetica che abbassa le difese immunitarie. non si può essere poeti senza essere peccatori o esserlo stati, forse non si può essere nemmeno buoni pastori di anime… ma qui mi fermo.
    un saluto e davvero, complimenti.
    paola

  16. fabrizio centofanti il 25 novembre 2006 alle 01:05

    Paola, dai tempi di iap. mi riporti alla mente molte cose. e mi hai fatto un regalo, di quelli che restano.
    fabrizio

  17. Il Treno a Vapore il 25 novembre 2006 alle 01:06

    Vita da prete, vita da Dio: o no?
    Povero me ateo, costretto da sempre a nessuna fede. Oppure ad incerte fedi “laiche” attaccate con un poco di ragione e con qualche emozione.
    Rimane una invidia che mi porterò nella tomba, insieme ad una convinzione di aver avuto ragione io.
    L’unica convinzione.

  18. fabrizio centofanti il 25 novembre 2006 alle 01:22

    siamo tutti sullo stesso treno, amico, convinti di qualcosa. “per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”: fanno pensare queste parole di de andré. come te ho una sola convinzione. la ragione del viaggio è l’amore.
    grazie.
    fabrizio

  19. mag il 25 novembre 2006 alle 09:08

    Bravo Franz!
    non ho letto il post ma ti approvo sulla fiducia.

  20. Marco Saya il 25 novembre 2006 alle 09:15

    Flash-storie all’interno di una storia-percorso tutta da scoprire…

    Complimenti.

    Marco

  21. fabrizio centofanti il 25 novembre 2006 alle 09:34

    Carla e Antonella, siete apparse solo adesso, qualche problema tecnico, credo. grazie, e non basta. la sedia si tiene ferma da sola, è di quelle a motore, tedesche, panzerdivisionen, che senza la convenzione dovresti venderti la chiesa.
    un saluto a Magda e a Marco: trovare la musica, come sai.
    fabrizio

  22. Giacomo Cerrai il 25 novembre 2006 alle 11:30

    Ma allora sei bravo anche come prosatore! Naturalmente il fatto che tu sia un prete non c’entra niente nemmeno qui, come direbbe qualcuno, ma mi confermi in certe idee, amico mio. Forse lo spirito si può innalzare ma, come il coraggio, se non ce l’hai nessuno te lo può dare…E tu ne hai da vendere.
    P-S. vieni a leggere le due righe che ho scritto su De Girolamo…

  23. fabrizio centofanti il 25 novembre 2006 alle 12:09

    grazie, Giacomo. l’ho sempre detto che la sintonia, quella che sento con te, ad esempio, è trasversale. grazie a Dio.
    un caro saluto
    fabrizio

  24. missy il 25 novembre 2006 alle 13:01

    Mi sono distratta…immaginando a cosa si può vedere dentro lo specchio del Tabernacolo.
    E’ qualcosa cui non ho mai fatto caso, cui non avrei mai pensato prima di leggere questa pagina: la descrizione di un gesto che non conoscerò mai.

  25. michele il 25 novembre 2006 alle 15:22

    Bella questa, Casa (d’altri).

  26. cara polvere il 25 novembre 2006 alle 15:41

    ci sono dei gesti che per essere fatti si deve forzatamente dare le spalle a tutto il resto. sensazione d’essere scoperti. come per gli animali, che cercano sempre un tetto come punto di riferimento da cui controllare il loro spazio vitale. fabrizio in quel caso lo controlla dal tabernacolo
    e quel gesto di guardare nello specchio quel che avviene dove lui non può vedere, è terribile. inquietante. e per il luogo in qui accade e per l’azione in se costretta a diventare parte dell’officiare, a quanto mi sembra di avere capito.
    fa pensare.
    un saluto
    paola

  27. fabrizio centofanti il 25 novembre 2006 alle 16:12

    saluto Missy, Michele e Paola. terribile, sì: proprio perché diventa liturgico (hai ragione, Paola). solo da questo contatto con qualcosa d’incompatibile poteva nascere la scintilla che poi è rimasta fotografata su quel cartoncino.
    vi ringrazio, dal profondo.
    fabrizio

  28. missy il 25 novembre 2006 alle 16:33

    In realtà, mi riferivo a qualcosa che andasse oltre la circostanza specifica del pericolo alle spalle. E cioè alla sacralità rituale di un gesto di confidenza privata ed intima, e in particolare alla presenza dello specchio. Qualcosa che mette in comunicazione con dio ma ti fa anche guardare dritto negli occhi.

  29. tantomisai il 25 novembre 2006 alle 19:05

    una prima linea d’avanguardia…
    nel pieno della tempesta

  30. fabrizio centofanti il 25 novembre 2006 alle 20:51

    bella, Missy. non pensavo ti spingessi tanto.
    sì, Tonino, nella tempesta. il massimo che si può chiedere è stare nell’occhio del ciclone, dove tutto è calmo.
    un caro saluto
    fabrizio

  31. missy il 25 novembre 2006 alle 22:12

    …per questo ti dicevo che la tua pagine è la “descrizione di un gesto che non conoscerò mai”. E lo dico anche con un senso di struggente invidia.

  32. Giovanni Nuscis il 25 novembre 2006 alle 23:58

    “Sembra facile alzare un prete. Con queste sedie di adesso, piene di sporgenze, diventa tutta una questione di gambe. Movimenti precisi, una danza che distribuisce il peso in proporzioni perfette…”

    La breve prosa di Fabrizio inizia e si conclude con queste parole emblematiche. Un prete che solleva un altro prete. Immagine forte e umanissima legata, certo, a un fatto reale ma, allo stesso tempo, ad un sentimento di non poco conto, indicatoci proprio attraverso quell’immagine. Carico immenso, il ministero svolto da Fabrizio: il prete sollevato a fatica è simbolo dell’intera Chiesa, e ci facciamo partecipi delle giornate operose e intensissime (“Alla messa della sera ci arrivo sfinito”). Un carico, quindi, che necessita di gambe solide dai movimenti precisi, …attraverso i movimenti di una danza (lieta, gioiosa), per non soccombere, per rimanere illesi.
    Ma a ben vedere, in molti possiamo riconoscerci nel sentimento che Fabrizio qui ci esprime, coi nostri tantissimi, crescenti compiti autoimpostici, ma ai quali, del resto, non potremmo fare a meno.
    Giovanni Nuscis

  33. fabrizio centofanti il 26 novembre 2006 alle 09:21

    “il prete sollevato a fatica è simbolo dell’intera Chiesa”: grazie per queste parole, Giovanni. e per la altre. in fondo, la fatica non può che unirci. è tra le cose più umane a questo mondo.
    un abbraccio
    fabrizio

  34. fabrizio centofanti il 26 novembre 2006 alle 11:24

    grazie, Missy. bella, davvero.
    fabrizio

  35. elena f. il 26 novembre 2006 alle 11:28

    “Ci sono rimaste solo le valigie”…

    Così lo mangerete:con i vostri fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano. lo mangerete in fretta. E’ la Pasqua del Signore!

    Quelle valigie che restano come simbolo di un esodo di cui si conosce solo l’inizio; valigie in cui non si pone altro se non tutta la propria storia, il peso, la stanchezza, la speranza che il “il servo inutile” sia chiamato amico… in quella valigia metti tutto l’amore… quello di una carne fragile e bellissima. Portaci con te.
    un abbraccio
    elena f.

  36. Giò il 26 novembre 2006 alle 11:40

    Ciao Fabrizio, ciao a tutti,
    mi chiamo Giovanna, è la prima volta che posto su NI, ma vi seguo da circa un mese. Il pezzo di Fabrizio mi ha
    convinta finalmente a togliere il naso dalla vetrina ed entrare.
    Questa prima puntata di Vita da prete è bellissima: forte, decisa, con i contorni netti. Bellissimo l’incipit, di quelli che si ricordano per sempre (a che si vorrebbero imitare…).
    Però mi ha fatto venire in mente l’immagine di un prete che – mole immensa – cerca a fatica di sollevare se stesso, più che quella di un prete che alza un altro prete, come chiarisce il post di Giovanni. E così continuo a immaginarmela, non so perché.
    Sono io che ho perso qualcosa o il testo chiamava anche questa interpretazione?
    Per il resto, ho continuato a leggere pensando a quel corpaccio gigante e a quanto corpo c’è anche dopo: corpi che sfondano porte, corpi diversamente abili, corpi bruciati, corpi che muoiono, corpo di femmina che attira lo sguardo. Carnale, qualcuno ha detto: lo penso anch’io. Ed è carne molto più viva e vera di quella a cui la quotidianità commerciale delle nostre vite occidentali ci costringe. Di lì, forse, il senso di esclusione che quel tabernacolo trasmette. E di nostalgia per un esistenza più vicina alle verità e alle paure di base, quelle da cui i binari delle corse produttive ci tengono lontani. Quelle che un prete vero incontra ogni giorno.
    Grazie Fabrizio, leggerà presto anche le tue poesie. Dopo averle stampate, naturalmente. A presto con la seconda puntata, spero.

  37. tashtego il 26 novembre 2006 alle 11:42

    forse la colpa è mia, ma io questo racconto non l’ho capito.
    cioè non ho capito quello che vi succede.
    se qualcosa vi succede.

    @treno a vapore
    saluti atei.

  38. elena f. il 26 novembre 2006 alle 12:17

    a tashtego:

    non ha importanza! forse puoi dar retta ad un ateo come te, un grande pensatore: Gadamer. Lui ti consiglierebbe di porti davanti a questo testo d’arte e di lasciarti illuminare dalla luce che solo l’arte pura può emanare.
    saluti credenti.
    elena f.

  39. tashtego il 26 novembre 2006 alle 13:35

    “…la luce che solo l’arte pura può emanare.”.
    perché a me, che mi iscriverei subito tra i soci sostenitori dell’Accalappiacani (vedi post qui sotto), un’affermazione del genere sembra un po’ ridicola?

    @elena
    devo concludere che nemmeno tu hai capito cosa accade nel racconto qui sopra?
    ma che non ostante ciò ti sei lo stesso illuminata della lusce dell’Arte?

  40. fabrizio centofanti il 26 novembre 2006 alle 14:03

    grazie a Giò, Elena e Tastego. l’idea della carne, Giò, è quella della verità della vita. che richiede una fatica a volte improba, ma umana, come dicevo a Gianni. a volte si rischia di averne piene le valigie – prendo in prestito la tua immagine, Elena – e non solo. ma altre volte è semplicemente la vita risultarne finalmente piena. tutto quello che succede, Tashtego, si concentra in gesti che diventano simboli. una sintesi sempre al confine dell’afasia. il mio incubo è il pleonasmo.
    grazie.
    fabrizio

  41. fabrizio centofanti il 26 novembre 2006 alle 14:04

    a risultarne.

  42. Giò il 26 novembre 2006 alle 14:41

    Infatti, nel testo di Fabrizio le cose non sono narrate esplicitamente (per questo pare quasi non accada nulla), ma sono solo suggerite con rapide inquadrature.
    E’ vero comunque -i n questo concordo in parte con tashtego – che a volte il testo di Fabrizio è talmente concentrato da creare difficoltà di comprensione. Ho dovuto leggerlo tre volte per capire bene bene.
    Per questo forse, Fabrizio – se mi posso permettere – nelle prossime puntate magari dovresti avere meno timore della ridondanza. In altre parole, oltre a inquadrare una singola scena di ciò che racconti, magari inquadrane più d’una, e gli eventi magicamente appariranno più chiari di adesso. Cioè: ora sono molto vividi i singoli momenti delle situazioni narrate, meno le sequenze che li connettono, mi pare.

    PS: nel mio post intendevo che “leggerò” le tue poesie, ovviamente (e non “leggerà”). E poi manca un apostrofo: un’esistenza. Qua i refusi inevitabilmente scappano, ma bisogna correggersi? Ho visto che a volte lo fate e dunque anch’io… però è pesante :-) Ciao!

  43. fabrizio centofanti il 26 novembre 2006 alle 16:03

    grazie, Giò. gli stili possibili (sarebbe un buon titolo di libro) sono molti. negli anni ne ho elaborato uno per via di sottrazioni successive, alla scuola di diversi autori, da Calvino a Sannelli. ogni stile presenta pregi e difetti. come dire: quello perfetto non esiste. il mio si fonda sull’intensità del cortocircuito più che sulla concatenazione chiara dei passaggi. come ogni forma è destinato a revisioni e trasformazioni. per ora sono in questa fase, che per me – quindi soggettivamente, sotto ogni punto di vista – è la migliore possibile. magari per un altro è la peggiore.
    grazie per i tuoi consigli, che probabilmente agiranno, anche inconsciamente.
    fabrizio

  44. tashtego il 26 novembre 2006 alle 16:09

    @giò
    sempre più imbarazzato, nonchè illuminato a giorno dalla lusce dell’arte, chiedo a te, che l’hai letto tre volte (io solo due) di spiegarmi e/o raccontarmi con parole tue, non necessariamente artistiche altrimenti rischio di non capire di nuovo, cosa accade in questo racconto.

  45. fabrizio centofanti il 26 novembre 2006 alle 17:44

    se Giò non appare, posso provarci io, Tash.
    faccio una prova, per non perdere tempo inutilmente.

    primo quadro: simbolo della sedia.
    il protagonista deve aiutare un prete bruciato che è rimasto paralizzato dopo l’attentato e le varie operazioni subite. l’attenzione con cui si muove indica, tra l’altro, la difficoltà e il rischio di quel gesto e l’amore per l’amico, che va oltre le suddette difficoltà e i suddetti rischi. record inutili: ma l’inutilità (il disinteresse) è la colonna vertebrale dell’amore e dell’amicizia.
    se dici che questo metodo ti soddisfa, continuo.
    ciao
    fabrizio

  46. tashtego il 26 novembre 2006 alle 22:53

    grazie fabrizio, va bene così.

  47. Giò il 26 novembre 2006 alle 23:04

    Ciao Fabrizio, ciao Tash.

    Tash gioca un po’ a provocare, mi sembra chiaro. Spero di non sbagliare a dire, perché non conosco Tash, né conosco le sue post-abitudini, ma così appare qui.
    Forse a Tash basterebbe uno stile più accogliente, aperto. Vorrebbe essere accompagnato mentre legge. Magari solo un poco. E forse Fabrizio, che negli anni ha imparato a togliere, per accompagnare Tash e chi come lui sente questo bisogno, potrebbe tornare ad aggiungere qualcosa di quel che ha tolto. Un pochettino soltanto, magari.

    Amo anch’io i cortocircuiti delle parole, Fabrizio, e amo moltissimo gli autori che hai nominato. Anche per questo ho amato il tuo scritto. Però due minuti fa ho letto i dettagli che hai aggiunto per spiegare il primo quadro a Tash, e mi sono detta: un po’ di quei dettagli avrebbero reso il tuo racconto ancora più forte, più ricco. O no?

    Lo so che “less is more”, ma fra less e more è sempre un equilibrio precario, che costringe a continui ripensamenti, addizioni e di nuovo sottrazioni. Non so.

    Per oggi basta, non vorrei aver esagerato. Scusatemi se l’ho fatto.
    Notte…

  48. fabrizio centofanti il 26 novembre 2006 alle 23:41

    grazie a voi. allora aggiungo il secondo quadro:
    il simbolo dello stereo.
    in un posto dove rubano continuamente non c’è più nessuna sicurezza. il furto diventa una forma di relazione, un abbraccio sui generis, che bisogna integrare. le valigie sono il segno di una partenza, di un lasciare: inutile voler possedere; persino chi dovrebbe reataurare le certezze e le separazioni, è morto. la mascherina della radio diventa il ponte tra un passato di stabilità (il retaggio del padre, defunto da sei anni) e il presente in cui appare un orizzonte di vera libertà: non ci si preoccupa più di quello che si perde, ma dell’altro, della musica che resta senza orecchio, di una solitudine che non è la propria.
    un caro saluto a voi.
    fabrizio

  49. fabrizio centofanti il 26 novembre 2006 alle 23:53

    restaurare le certezze

  50. alcor il 27 novembre 2006 alle 13:02

    Non vi pare che nei commenti si abusi a volte di parole enfatiche, retoriche e reboanti?
    Non sarebbe meglio, più serio, esprimere il proprio consenso a un amico stando schisci, mantenendo un po’ di sana sobrietà?
    Non so, provo un senso di imbarazzo.

  51. fabrizio centofanti il 27 novembre 2006 alle 14:00

    personalmente sono sempre per la sobrietà, Alcor. ognuno ha un suo stile, come dicevo sopra, e lo stile è in continua evoluzione. il tuo sobrio appello potrebbe dare ulteriori strumenti di discernimento.
    ciao
    fabrizio

  52. Roberto Rossi Testa il 27 novembre 2006 alle 15:57

    Leggendo queste righe mi è venuto in mente (non sarò il solo) il curato di campagna di Bernanos. Padre Fabrizio è assistito da maggiore cultura e vigore intellettuale, ma nei momenti decisivi è la creaturalità a trovarsi in prima linea, a fare fronte, a testimoniare di quello stile che si svela più nei fallimenti che nelle vittorie.

  53. Liuk il 27 novembre 2006 alle 16:56

    Ottima pagina di prosa. Fabry ti conoscevo solo come poeta, testo interessante. Che sopresa!
    Un caro saluto
    Liuk

  54. fabrizio centofanti il 27 novembre 2006 alle 18:29

    grazie a Roberto e Luca. il diario (e fin qui ci siamo) di un curato (anche qui) di campagna (qui no: sto nella periferia romana, meno suggestiva e molto più turbolenta) è sempre stato per me un mitico punto di riferimento. sorvolando sulla cultura e l’intelletto, per ragioni comprensibili, m’identifico nella tua intuizione riguardante il fallimento, proclamato nel vangelo del Cristo re, festività appena trascorsa. Dio non si identifica con il potere (del pretorio o della casa bianca), ma con quell’uomo sconfitto e fallito, che tra poco sarà presentato come l’Uomo:idou o antropos, ecce homo. la prima linea è quella. il regno non è la forza-potere (illusoria: ci sarà sempre qualcuno più forte di te), ma l’amore (uno spazio vitale non conteso, ma condiviso).
    grazie.
    fabrizio

  55. vocativo il 29 novembre 2006 alle 10:37

    è la prima volta che leggo una prosa di fabrizio. Mi sembra ben scritta. Potremmo intitolarla “La giornata di un curato”?

  56. fabrizio centofanti il 29 novembre 2006 alle 11:52

    in effetti ricorderebbe Calvino, Luigi.
    grazie.
    fabrizio

  57. carla il 29 novembre 2006 alle 12:37

    Sono pienamente d’accordo! Il grande Calvino!
    è un piacere che arricchisce, spero di leggerti ancora.
    una caro saluto
    carla

  58. fabrizio centofanti il 29 novembre 2006 alle 13:37

    grazie, Carla. oggi di Calvino si parla molto meno. a torto, secondo me. era uno che pesava ogni parola. adesso, più che altro, si pesano i fogli per vedere quanto possano rendere.
    ciao
    fabrizio

  59. Titti il 3 dicembre 2006 alle 23:54

    Caro Fabrizio,
    sei grande come sempre!
    I tuoi flash parlano in modo esaustivo (sarà perché queste situazioni le conosciamo ben da vicino).
    Peccato che – per la tua schiena – hanno risuonato come le ultime parole famose:
    “Movimenti precisi, una danza che distribuisce il peso in proporzioni perfette, altrimenti addio colonna vertebrale. Mi sembra impossibile sollevare questa mole senza soccombere, rimanendone illeso”.

    BUONA RIPRESA!
    Speriamo che il calore dell’amicizia e della stima – nostra e altrui, da cui ti sappiamo circondato – possa alleviare le tue lunghe e impegnative giornate da prete!
    Ti pensiamo sempre con affetto,
    Tiit&Co.

  60. fabrizio centofanti il 4 dicembre 2006 alle 08:50

    grazie, Titti. in effetti, questa volta mi sono incriccato di brutto. speriamo di uscirne, anche con il calore che riuscite a sprigionare.
    un abbraccio
    fabrizio



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