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	Commenti a: Caro Scalfari	</title>
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		<title>
		Di: roberto		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 15:13:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@lucio
@pensieri
Sull’indipendenza dai finanziatori direi che c’è un margine di manovra possibile. Sul Sole24Ore di ieri c’è un pezzo che fa riferimento a dati sugli investimenti delle imprese italiane in cultura. I 269 milioni di euro investiti in un decennio arrivano più dal Nord (65%) che dal Sud (42 aziende nel 2006), e hanno premiato, nell’ordine, progetti culturali legati alle mostre e alle arti visive; attività di promozione del territorio e valorizzazione del patrimonio culturale locale; settori (in crescita) come la musica, l’editoria, la scienza, la formazione. I servizi alle imprese e l’attività di consulenza potrebbero essere una risorsa per le università in cerca di fondi sul mercato. L’indipendenza deriverebbe dal fatto che le aziende non cercano più degli sponsor ma dei partner creativi: “le imprese non considerano più l’investimento in cultura come mera sponsorizzazione ma come asset strategico. Vale a dire non ci si aspetta tanto un ritorno di immagine a breve, quanto una risorsa competitiva di lungo periodo”. La continuità che dicevo prima.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@lucio<br />
@pensieri<br />
Sull’indipendenza dai finanziatori direi che c’è un margine di manovra possibile. Sul Sole24Ore di ieri c’è un pezzo che fa riferimento a dati sugli investimenti delle imprese italiane in cultura. I 269 milioni di euro investiti in un decennio arrivano più dal Nord (65%) che dal Sud (42 aziende nel 2006), e hanno premiato, nell’ordine, progetti culturali legati alle mostre e alle arti visive; attività di promozione del territorio e valorizzazione del patrimonio culturale locale; settori (in crescita) come la musica, l’editoria, la scienza, la formazione. I servizi alle imprese e l’attività di consulenza potrebbero essere una risorsa per le università in cerca di fondi sul mercato. L’indipendenza deriverebbe dal fatto che le aziende non cercano più degli sponsor ma dei partner creativi: “le imprese non considerano più l’investimento in cultura come mera sponsorizzazione ma come asset strategico. Vale a dire non ci si aspetta tanto un ritorno di immagine a breve, quanto una risorsa competitiva di lungo periodo”. La continuità che dicevo prima.</p>
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		Di: Lucio		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52731</link>

		<dc:creator><![CDATA[Lucio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 14:54:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[il fatto è che all&#039;epoca le prestazioni volontarie e non retribuite erano un preludio all&#039;inquadramento come ricercatore o spesso come associato. Oggi non è così. Anche a Tor Vergata (dove ho insegnato per tre anni precariamente) la situazione è esattamente identica a quella descritta da LaGiardiniera.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>il fatto è che all&#8217;epoca le prestazioni volontarie e non retribuite erano un preludio all&#8217;inquadramento come ricercatore o spesso come associato. Oggi non è così. Anche a Tor Vergata (dove ho insegnato per tre anni precariamente) la situazione è esattamente identica a quella descritta da LaGiardiniera.</p>
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		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52728</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 14:23:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@lagiardiniera
se non esistevano, come fecero a darmi un contratto di docenza per tre anni (&#039;82-85&#039;)?
non sono in grado di contestare i tuoi dati, perché non dispongo di controdeduzioni basate su numeri.
sta di fatto che l&#039;attività didattica di allora si basava in gran parte su prestazioni volontarie e non retribuite.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@lagiardiniera<br />
se non esistevano, come fecero a darmi un contratto di docenza per tre anni (&#8217;82-85&#8242;)?<br />
non sono in grado di contestare i tuoi dati, perché non dispongo di controdeduzioni basate su numeri.<br />
sta di fatto che l&#8217;attività didattica di allora si basava in gran parte su prestazioni volontarie e non retribuite.</p>
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		<title>
		Di: LaGiardiniera		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52715</link>

		<dc:creator><![CDATA[LaGiardiniera]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 12:11:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A occhio e croce? Tashtego: nel decennio in cui parli furono assunti in Italia più ricercatori e docenti che nei 35 anni successivi, ti dice niente? No? Ebbene, sappi che il 90% dei professori universitari è entrato allora, ed hanno tutti la stessa età (forse la tua età). Altro che &quot;situazione eterna&quot; e immutabile. Oggi non si utilizzano i fondi per &quot;assumere&quot;. Oggi si utilizzano solo ed esclusivamente per avanzamenti di carriera. Nella mia università il 50% delle risorse di bilancio servono a pagare SOLO i professori di prima fascia. I precari sotto vario titolo (decine di contratti diversi) sono i 3/5 del personale docente e ricercatore, e su di loro in gran parte si regge la didattica. E lo sai quale frazione del bilancio si spartiscono? 1/7. C&#039;è una piccola differenza, Tashtego, tra i tuoi anni e questi: all&#039;università non esistevano co.co.pro., professori a contratto, collaboratori alla didattica, contrattisti a sei mesi, ricercatori in formazione (]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A occhio e croce? Tashtego: nel decennio in cui parli furono assunti in Italia più ricercatori e docenti che nei 35 anni successivi, ti dice niente? No? Ebbene, sappi che il 90% dei professori universitari è entrato allora, ed hanno tutti la stessa età (forse la tua età). Altro che &#8220;situazione eterna&#8221; e immutabile. Oggi non si utilizzano i fondi per &#8220;assumere&#8221;. Oggi si utilizzano solo ed esclusivamente per avanzamenti di carriera. Nella mia università il 50% delle risorse di bilancio servono a pagare SOLO i professori di prima fascia. I precari sotto vario titolo (decine di contratti diversi) sono i 3/5 del personale docente e ricercatore, e su di loro in gran parte si regge la didattica. E lo sai quale frazione del bilancio si spartiscono? 1/7. C&#8217;è una piccola differenza, Tashtego, tra i tuoi anni e questi: all&#8217;università non esistevano co.co.pro., professori a contratto, collaboratori alla didattica, contrattisti a sei mesi, ricercatori in formazione (</p>
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		<title>
		Di: lucio		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52714</link>

		<dc:creator><![CDATA[lucio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 11:58:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[il nanismo e la miopia del capitalismo italiano e&#039; ahime&#039; un dato acquisito, e da questo discendono tanti problemi.
attenzione, pero&#039;. anche negli stati uniti l&#039;intervento pubblico, nella ricerca, e&#039; quantitativamente assai rilevante (sia a livello federale che per quanto riguarda i singoli stati). non parlerei di &#039;minimo&#039;
molto d&#039;accordo sulla necessita&#039; di snellire procedure e di garantire a universita&#039; e centri di ricerca un&#039;autonomia effettiva, sempre accettando un controllo terzo, ma di natura pubblica (non privato, ne&#039; politico in senso deteriore). 
Altro punto che mi lascia perplesso: i modelli aziendalistici hanno fallito nella sanita&#039; e in altri settori (ad es. i trasporti) non solo in italia. l&#039;universita&#039; che io utopisticamente vorrei e&#039; qualcosa di efficiente, ma non puo&#039; essere considerata semplicemente un qualcosa che offre servizi, proprio per il nesso tra formazione, ricerca, diffusione della cultura che dovrebbe caratterizzarla.
e comunque continuo a pensare, ingenuamente, che accanto a grandi discussioni occorrerebbe avere - anche con il sistema traballante attuale - appena un minimo di soldini in piu&#039; per sanare molte situazioni pessime.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>il nanismo e la miopia del capitalismo italiano e&#8217; ahime&#8217; un dato acquisito, e da questo discendono tanti problemi.<br />
attenzione, pero&#8217;. anche negli stati uniti l&#8217;intervento pubblico, nella ricerca, e&#8217; quantitativamente assai rilevante (sia a livello federale che per quanto riguarda i singoli stati). non parlerei di &#8216;minimo&#8217;<br />
molto d&#8217;accordo sulla necessita&#8217; di snellire procedure e di garantire a universita&#8217; e centri di ricerca un&#8217;autonomia effettiva, sempre accettando un controllo terzo, ma di natura pubblica (non privato, ne&#8217; politico in senso deteriore).<br />
Altro punto che mi lascia perplesso: i modelli aziendalistici hanno fallito nella sanita&#8217; e in altri settori (ad es. i trasporti) non solo in italia. l&#8217;universita&#8217; che io utopisticamente vorrei e&#8217; qualcosa di efficiente, ma non puo&#8217; essere considerata semplicemente un qualcosa che offre servizi, proprio per il nesso tra formazione, ricerca, diffusione della cultura che dovrebbe caratterizzarla.<br />
e comunque continuo a pensare, ingenuamente, che accanto a grandi discussioni occorrerebbe avere &#8211; anche con il sistema traballante attuale &#8211; appena un minimo di soldini in piu&#8217; per sanare molte situazioni pessime.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: roberto		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52705</link>

		<dc:creator><![CDATA[roberto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 11:03:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@pensieri
Ottimo. E&#039; così che dovremmo muoverci. Discutiamone, anche sulla indipendenza (vedi il caso dell&#039;Istituto Nazionale di Geofisica). Ma a proposito dell&#039;Italia avevo scritto: &quot;se l’industria italiana non è ‘pronta’ a recepire l’innovazione della ricerca scientifica, be’, il mercato globale sì&quot;. 
Grazie del tuo intervento.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@pensieri<br />
Ottimo. E&#8217; così che dovremmo muoverci. Discutiamone, anche sulla indipendenza (vedi il caso dell&#8217;Istituto Nazionale di Geofisica). Ma a proposito dell&#8217;Italia avevo scritto: &#8220;se l’industria italiana non è ‘pronta’ a recepire l’innovazione della ricerca scientifica, be’, il mercato globale sì&#8221;.<br />
Grazie del tuo intervento.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Pensieri Oziosi		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52704</link>

		<dc:creator><![CDATA[Pensieri Oziosi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 10:53:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Roberto, tu pensi che la società italiana sia pronta ad accettare una università che riceva finanziamenti diretti dall&#039;industria?

All&#039;università Stanford il dipartimento di informatica è ospitato nel &lt;a href=&quot;http://cs.stanford.edu/info/&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;William Gates Computer Science Building&lt;/a&gt; ma nessuno pensa che ciò possa orientare la ricerca a favore di Microsoft. Ora immaginiamo che la sede del &lt;a href=&quot;http://www.elet.polimi.it/&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;Dipartimento di Elettronica e Informazione&lt;/a&gt; del Politecnico di Milano sia stata costruita con i soldi di un imprenditore italiano: pensi che in Italia si sarebbe disposti ad accettare i risultati di una ricerca sui livelli di intensità delle radiazioni elettromagnetiche prodotte dalle antenne delle reti telefoniche cellulari condotta da gente che lavora nel &quot;Marco Tronchetti Provera Building for Telecommunications Technology&quot;?

Non solo. Luigi Severi, un &lt;a href=&quot;http://w3.uniroma1.it/studiorientali/docenti/severi.htm&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;contrattista della Sapienza&lt;/a&gt; (quindi come Lucio, se non mi sono sbagliata), ha scritto un saggio sul ruolo dell&#039;intellettuale, &lt;a href=&quot;http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/11/lintellettuale_1.html&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;riproposto&lt;/a&gt; su Vibrisse, nel quale definisce &quot;Forse meno eclatante, ma di certo assai più insidioso, il nesso tra scienza ed economia industriale, e poi (ancora di più) tra scienza ed economia postindustriale&quot;. Dopo un paio di linee Severi specifica: &quot;Non a caso il finanziamento delle aziende alla ricerca universitaria; con conseguenze di impurità e ambiguità in settori cruciali per gli uomini tutti, e per ciò stesso strategici per la grande impresa, com’è quello  chimico-farmaceutico.&quot;

Tutto questo fa vedere che non solo nella società in generale, ma anche all&#039;interno dell&#039;università stessa, il finanziamento da privati viene visto con sospetto. E qui non si tratta di arroccamento su posizioni di privilegio o difesa di interessi speciali, ma di sincera preoccupazione sull&#039;indipendenza della ricerca.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Roberto, tu pensi che la società italiana sia pronta ad accettare una università che riceva finanziamenti diretti dall&#8217;industria?</p>
<p>All&#8217;università Stanford il dipartimento di informatica è ospitato nel <a href="http://cs.stanford.edu/info/" rel="nofollow">William Gates Computer Science Building</a> ma nessuno pensa che ciò possa orientare la ricerca a favore di Microsoft. Ora immaginiamo che la sede del <a href="http://www.elet.polimi.it/" rel="nofollow">Dipartimento di Elettronica e Informazione</a> del Politecnico di Milano sia stata costruita con i soldi di un imprenditore italiano: pensi che in Italia si sarebbe disposti ad accettare i risultati di una ricerca sui livelli di intensità delle radiazioni elettromagnetiche prodotte dalle antenne delle reti telefoniche cellulari condotta da gente che lavora nel &#8220;Marco Tronchetti Provera Building for Telecommunications Technology&#8221;?</p>
<p>Non solo. Luigi Severi, un <a href="http://w3.uniroma1.it/studiorientali/docenti/severi.htm" rel="nofollow">contrattista della Sapienza</a> (quindi come Lucio, se non mi sono sbagliata), ha scritto un saggio sul ruolo dell&#8217;intellettuale, <a href="http://www.vibrissebollettino.net/archives/2006/11/lintellettuale_1.html" rel="nofollow">riproposto</a> su Vibrisse, nel quale definisce &#8220;Forse meno eclatante, ma di certo assai più insidioso, il nesso tra scienza ed economia industriale, e poi (ancora di più) tra scienza ed economia postindustriale&#8221;. Dopo un paio di linee Severi specifica: &#8220;Non a caso il finanziamento delle aziende alla ricerca universitaria; con conseguenze di impurità e ambiguità in settori cruciali per gli uomini tutti, e per ciò stesso strategici per la grande impresa, com’è quello  chimico-farmaceutico.&#8221;</p>
<p>Tutto questo fa vedere che non solo nella società in generale, ma anche all&#8217;interno dell&#8217;università stessa, il finanziamento da privati viene visto con sospetto. E qui non si tratta di arroccamento su posizioni di privilegio o difesa di interessi speciali, ma di sincera preoccupazione sull&#8217;indipendenza della ricerca.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: roberto		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52695</link>

		<dc:creator><![CDATA[roberto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2006 09:05:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@lucio
Trasformare le università in piccoli centri di ricerca, guidati da una dirigenza che agisca in modo politico, con un’amministrazione ridotta, centralizzata e indipendente, e attraverso forme di autogestione del personale. Società di revisione dei conti private giudicherebbero la gestione dei manager universitari. Le università devono offrire servizi, non solo formazione, che pure continuerà ad esserci, permanente. Servizi da inventare ex novo, mettendo a frutto quello che produci, a cominciare dalle tesi di laurea, di cui nessuno parla (a che servono?). Si può alleggerire il ‘peso’ della didattica che ‘grava’ sulle spalle di professori, ricercatori e dottorandi, cioè in massima parte dei precari, per dedicarsi in modo più incisivo al lavoro scientifico e alla ricerca di fondi. I finanziamenti vanno cercati all’estero più che a casa nostra; se l’industria italiana non è ‘pronta’ a recepire l’innovazione della ricerca scientifica, be’, il mercato globale sì. Il collettore sei tu, non è una bestemmia. Industrie, centri di ricerca stranieri, onlus e altrus. Tempo e soldi per andare in giro per il mondo, in cerca di finanziatori nel pubblico dei congressi. I ricercatori devono formarsi in senso politico ancora prima che tecnico e culturale. Diventare i terminali di un progetto scientifico che faccia capo al loro istituto. Ovviamente, lo stato italiano deve garantire un minimo sindacale di fondi pubblici (cosa che adesso non fa) per rimettere in moto la macchina universitaria, farla funzionare, ma vorrei sapere, cosa ne pensate se arricchissimo la flessibilità di premi e incentivi, per cui non hai solo un contratto, il concorsone-contrattone unico, vincolante e definitivo, ma un numero variabile di progetti che sei in grado di trovare, gestire e monetarizzare da solo? Più lavori, più progetti (validi) riesci a trovare, più guadagni. Questa non è precarietà, è il mercato del lavoro. La continuità nella mobilità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@lucio<br />
Trasformare le università in piccoli centri di ricerca, guidati da una dirigenza che agisca in modo politico, con un’amministrazione ridotta, centralizzata e indipendente, e attraverso forme di autogestione del personale. Società di revisione dei conti private giudicherebbero la gestione dei manager universitari. Le università devono offrire servizi, non solo formazione, che pure continuerà ad esserci, permanente. Servizi da inventare ex novo, mettendo a frutto quello che produci, a cominciare dalle tesi di laurea, di cui nessuno parla (a che servono?). Si può alleggerire il ‘peso’ della didattica che ‘grava’ sulle spalle di professori, ricercatori e dottorandi, cioè in massima parte dei precari, per dedicarsi in modo più incisivo al lavoro scientifico e alla ricerca di fondi. I finanziamenti vanno cercati all’estero più che a casa nostra; se l’industria italiana non è ‘pronta’ a recepire l’innovazione della ricerca scientifica, be’, il mercato globale sì. Il collettore sei tu, non è una bestemmia. Industrie, centri di ricerca stranieri, onlus e altrus. Tempo e soldi per andare in giro per il mondo, in cerca di finanziatori nel pubblico dei congressi. I ricercatori devono formarsi in senso politico ancora prima che tecnico e culturale. Diventare i terminali di un progetto scientifico che faccia capo al loro istituto. Ovviamente, lo stato italiano deve garantire un minimo sindacale di fondi pubblici (cosa che adesso non fa) per rimettere in moto la macchina universitaria, farla funzionare, ma vorrei sapere, cosa ne pensate se arricchissimo la flessibilità di premi e incentivi, per cui non hai solo un contratto, il concorsone-contrattone unico, vincolante e definitivo, ma un numero variabile di progetti che sei in grado di trovare, gestire e monetarizzare da solo? Più lavori, più progetti (validi) riesci a trovare, più guadagni. Questa non è precarietà, è il mercato del lavoro. La continuità nella mobilità.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Lucio		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52647</link>

		<dc:creator><![CDATA[Lucio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 15:41:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@roberto
insistiamo, certo che mi va. per cambiare le dinamiche di reclutamento, di spesa dei fondi di ricerca, di accesso ai finanziamenti, di &#039;governance&#039; (come va di moda dire adesso), per cassare un po&#039; di burocrazia. per aiutare un po&#039; i fuorisede e gli studenti che non tengono famiglia (in un altro senso). e poi su su, per trasformare l&#039;istruzione - anche superiore - in un diritto vero e pieno, e rendere la cultura accessibile e la scienza familiare. però prima di tutte le splendide utopie e riforme strutturali, per fare una cosa banalissima: garantire alle università i soldi minimi per pulire i cessi, per cambiare le prese di corrente e per sostituire i professori ordinari che vanno in pensione (nei prossimi anni - dice la solita CRUI e non i COBAS - il turn over sarà notevole) con ricercatori giovani, e non con contrattisti precari o con mummie (grazie alle leggi della moratti per un&#039;università può essere più costoso assumere tramite concorso un ricercatore nuovo piuttosto che chiamare uno che è già professore associato o ordinario in altra sede). Ricercatori valutati essenzialmente sulla base di un&#039;analisi decente delle loro pubblicazioni e dei progetti che vogliono provare a realizzare, e soggetti a procedure di valutazione serie anche per il futuro. Costa poco (una frazione delle spese militari) e rende molto, perchè i ricercatori all&#039;inizio guadagnano poco e pubblicano spesso di più degli ordinari.
E ha ragione J Galaxy: per farlo avremmo dovuto già da tempo lottare 
di più e bloccare le università. Ma molti, troppi, ancora non hanno imparato a stare sulle barricate.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@roberto<br />
insistiamo, certo che mi va. per cambiare le dinamiche di reclutamento, di spesa dei fondi di ricerca, di accesso ai finanziamenti, di &#8216;governance&#8217; (come va di moda dire adesso), per cassare un po&#8217; di burocrazia. per aiutare un po&#8217; i fuorisede e gli studenti che non tengono famiglia (in un altro senso). e poi su su, per trasformare l&#8217;istruzione &#8211; anche superiore &#8211; in un diritto vero e pieno, e rendere la cultura accessibile e la scienza familiare. però prima di tutte le splendide utopie e riforme strutturali, per fare una cosa banalissima: garantire alle università i soldi minimi per pulire i cessi, per cambiare le prese di corrente e per sostituire i professori ordinari che vanno in pensione (nei prossimi anni &#8211; dice la solita CRUI e non i COBAS &#8211; il turn over sarà notevole) con ricercatori giovani, e non con contrattisti precari o con mummie (grazie alle leggi della moratti per un&#8217;università può essere più costoso assumere tramite concorso un ricercatore nuovo piuttosto che chiamare uno che è già professore associato o ordinario in altra sede). Ricercatori valutati essenzialmente sulla base di un&#8217;analisi decente delle loro pubblicazioni e dei progetti che vogliono provare a realizzare, e soggetti a procedure di valutazione serie anche per il futuro. Costa poco (una frazione delle spese militari) e rende molto, perchè i ricercatori all&#8217;inizio guadagnano poco e pubblicano spesso di più degli ordinari.<br />
E ha ragione J Galaxy: per farlo avremmo dovuto già da tempo lottare<br />
di più e bloccare le università. Ma molti, troppi, ancora non hanno imparato a stare sulle barricate.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: roberto		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/11/27/caro-scalfari/#comment-52642</link>

		<dc:creator><![CDATA[roberto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2006 15:12:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@lucio
&quot;cambiare schemi e regole&quot;.
Quali e come. Sono d&#039;accordo.
Se ti va insistiamo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@lucio<br />
&#8220;cambiare schemi e regole&#8221;.<br />
Quali e come. Sono d&#8217;accordo.<br />
Se ti va insistiamo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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