Expasse, e altre quattro

30 novembre 2006
Pubblicato da

sudoku20datos.gifdi Marco Saya

SCORE 

accado nel magma del passaggio.
siccome disturbo  nel desueto divorio
punta i gomiti quello che non ha il limite,
così per caso, un bar vale l’altro,
il dispetto sta nella resistenza,
il cablaggio ci fortifica
sino a esaurimento scorie.
 More...

COMODINO
Sonnolento alzo il braccio,
rovina di confezioni sparse,
anche sul letto – depositate –
m’intrufolo tra le righe,
pieghe (piagate) tra pagine scalze
di una moquette scolorita.

EXPASSE

L’expasse al re, non sempre riesce.
Il semaforo talvolta è giallo, sempre di notte.
“Senti…” “Ma che ti prende?”
Questo senso di poco spazio,
neuroni nel recinto.
“Hai voglia di passeggiare?”
Leggo qualcosa di Marinetti.
Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
Zaff Tumb Tumb
Zaff Tumb Tumb
Zaff Tumb Tumb
Venite signori della guerra
voi che costruite i cannoni
voi che costruite gli aeroplani di morte
voi che costruite le bombe
voi che vi nascondete dietro i muri
voi che vi nascondete dietro le scrivanie
voglio solo che sappiate
che posso vedere attraverso le vostre maschere
Tambourine man, le maschere non cambiano,
sono più siliconate, passiamo le carte!
 

BACK STAGE
Improvvisamente sei.
Permesso accordato,
in qualunque posto
dal prima.
(assieme camminavate)
Occhi,nasi,bocche
oscurati a metà.
(the dark side of the moon)
Si spalanca la luce.
Si omette l’oblio.
Riinizia la raccolta
–    a tentoni –
di vesti già sudate,
sparpagliate
(nella regia dei camerini)
 

OBLO’
Quanti fili per la città
grovigli muti
boccheggianti dai finestrini
orecchie incollate a pacemakers
detriti di comunicazione
rovinosi affanni
appannati tra vitrei stagni
come oblò obliati…
 

15 Responses to Expasse, e altre quattro

  1. fabrizio centofanti il 1 dicembre 2006 alle 01:07

    detriti di comunicazione:bel titolo, sarebbe, utilizzando un modulo che renda l’estraneità, fotocopia del non detto e del non senso. l’oggetto prende spazio, confondendosi col pensiero che ne attualizza l’urto. lingua nuova che comunica l’ansia del trasmettersi, l’urgenza del tradursi in messaggi decifrabili, ma sempre dissonanti.
    ciao
    f

  2. cara polvere il 1 dicembre 2006 alle 09:43

    si leggono si organi accalcati. e sudati, quando li pensi, li guardi. li annusi. li incroci. ci hai a che fare quotidianamente.
    leggo l’annullamento della compiacenza spirituale verso il dolore. il boom dell’oblio come implosione dell’indecenza della bellezza. nessun merito umano in questo.
    dall’oblò obliato si, ma anche continuamente obliterato che ci è concesso. gridando al ciak i pezzi si agitano, mietendo click, buoni pastori della resurrezione poeticamente chirurgica. è quanto resta anche in piazza vittorio qui, dopo che visi, capelli “detriti di comunicazione”, si sono intrattenuti a carnevale.
    qualcosa di contemporenea viaggiando in un salotto-cellula,
    alitando sulla crema gelata e gelando la clessidra estraniando e separando ogni frangia senza piangerla per incompetente, o per penosa, piuttosto trattata con cortesia formale, senza ammirazione.
    in queste poesie la vita non è ammirata, nè gli sforzi per amore lodati. è una lista di medaglie, seguite dalle loro matrici e messe via, catalogate. tuttavia non si stinge nulla, semmai scurisce qualcosa, buona parte e l'(o)scuro è pur sempre una colorazione e non sempre ha connotazione negativa. in fondo l’oblio è poi così male?
    cercare di fare p o e s i a è come scaldarsi le mani tra le cosce nudi in mezzo a un bosco a metà gennaio.
    un saluto
    paola

  3. cara polvere il 1 dicembre 2006 alle 09:55

    “cercare di fare p o e s i a è come scaldarsi le mani tra le cosce nudi in mezzo a un bosco a metà gennaio.”

    e aggiungo:

    anche dopo che letta una poesia, a cercare di dirci su qualcosa si ha la stessa sensazione.
    un calore che sembra durare, un’intercettazione, un imput, un la che poi si spengono a un certo momento e tutto si chiude e ti chiude fuori e resti lì, il più vicino possibile, e più lontanissimo. ed è poesia che sia così.

  4. Marco Saya il 1 dicembre 2006 alle 10:31

    Un caro saluto a Fabrizio e a Paola e una prima considerazione “a caldo”. I vostri interventi meritano un’approfondita riflessione da parte mia.

    Sicuramente è una poesia del malessere, della cellula-uomo, immerso in una contraddizione sociale senza scampo. l’uomo che descrivo è un “nato per caso”, orfano, desideroso di incontrare,conoscere scoprire “nuove dissonanze”, una riflessione sulla vita, sulle nostre angosce, sugli umori che ne avvingono l’esistenza. E’ un modo, la mia, di oggettivizzare la realtà come se fosse vista da un cronista che scrive in tempo reale quello che vede, sintesi del trascorso e proiezione in un futuro in divenire e, nel frattempo, tutto si mischia nell’oblio della contemporaneità. La riflessione, a mio modesto avviso, è quale contemporaneità? L’unica contemporaneità che vedo è l’onda lunga di un già detto, già fatto, forse, questo presente è da “riscrivere”. L’altro giorno mi risentivo la Sun Ra Arkestra, un’orchestra free-jazz degli anni 60. Una musica contaminata, in unico brano le dinamiche cambiano continuamente, il dixi (la contemporaneità) a un certo punto lascia spazio a delle note-scheggie impazzite totalmente disarmoniche, acute, atonali, in quel momento la musica-poesia si libera, si ribella, cerca una motivazione….per poi rientrare nel “cliché”, ma il sussulto è avvenuto!, la parola ha preso coscienza ma il buio ci aspetta per la sera…

  5. Marco Saya il 1 dicembre 2006 alle 10:36

    “E’ un modo, il mio, di oggettivizzare”, scusate il refuso.

    “un calore che sembra durare, un’intercettazione, un imput, un la che poi si spengono a un certo momento e tutto si chiude e ti chiude fuori e resti lì, il più vicino possibile, e più lontanissimo.” Si, paola, è proprio così…

  6. Nicoletta il 1 dicembre 2006 alle 17:05

    Da leggere attentamente. The “dark side of the moon”, improvvisamente “saremo” dai rovinosi affanni?

    Belle poesie Marco.

    Un saluto
    Nicoletta

  7. ros il 1 dicembre 2006 alle 18:39

    Che bella “Oblo'”. I “grovigli muti” della mente, pensieri che si sovrappongono, ricordi che rantolano ma….niente…nessun suggerimento, nessuna voce.

  8. Lazzaro Visconti Pera il 1 dicembre 2006 alle 21:01

    Scusa l’OT, Marco. Le tue poesie mi piacciono molto, ma “oggettivizzare la realtà” proprio no, ti prego. Non è che sei un lettore del dott. Eugenio “La Repubblica” Scalfari anche tu?

    Lazzaro Visconti Pera

  9. Marco Saya il 1 dicembre 2006 alle 23:25

    @ Ros

    Si, nessuna voce, solo rumori molesti di una tecnologia “non controllata” che copre antiche voci sempre più flebili….

    Un saluto

    Marco

  10. Marco Saya il 1 dicembre 2006 alle 23:32

    @ Lazzaro

    ogni tanto lo leggo…il dott. Eugenio, i neuroni ancora gli funzionano, mi sembra. Però,dai, non ho scritto “oggettivizzazione dei corpi”, linguaggio tanto caro alla classe medica per giustificare la scelta di ridurre l’umano a rango di cavia…, ma dobbiamo,forse, riflettere seriamente sul rapporto tra contesto sociale e individuo.

    Un saluto
    Marco

  11. Marco Saya il 1 dicembre 2006 alle 23:34

    @Nicoletta

    Improvvisamente “saremo” da qualche parte o da nessuna parte.

    Saluti
    Marco

  12. Mauro F. il 2 dicembre 2006 alle 14:50

    Sei unico nel linguaggio della metropolitaneità. Complimenti.

    Mauro

  13. Marco Saya il 2 dicembre 2006 alle 18:40

    @ Mauro

    A proposito di poesia metropolitana: nel 58 LAWRENCE FERLINGHETTI scriveva : “La poesia che si è fatta udire di recente è ciò che potrebbe essere chiamata poesia di strada. Perché consiste nel far uscire il poeta dal suo interiore santuario estetico dove troppo a lungo è rimasto a contemplare il suo complicato ombelico. Consiste nel riportare la poesia nella strada dove era una volta, fuori dalle classi, fuori dalle facoltà e in realtà fuori dalla pagina stampata. La parola stampata ha reso la poesia silenziosa”.

    Marco

  14. mario frighi il 9 dicembre 2006 alle 17:40

    Expasse è interessante! un mix non casuale. Ottimo lavoro
    Un abbraccio
    Mario

  15. marco saya il 11 dicembre 2006 alle 12:35

    Grazie, Mario.



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