Juke Box / CCCP

1 dicembre 2006
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MACISTE contro TUTTI
(Ferretti, Zamboni, Magnelli, Maroccolo)

vecchi, bambini e donne………….piangono amare lacrime
d’un pianto caldo antico…………d’arcana melodia
i giovani guerrieri i forti i saggi i folli
si rasano si ungono…….i cani abbaiano s’agitano i cavalli

“non temerai i terrori della notte, non temerai il terrore”
“non temerai i terrori della notte, non temerai il terrore”

OCCHIO PER OCCHIO
all’occhio un occhio, giudice, a un dente un dente
DENTE PER DENTE

MA SI PUO’ ASCENDERE IN VIRTU’ DI UNA FORZA CHE
E’ DISCENDENTE

Forme senza rimpianto
fra montagne lucenti, d’ombre Forme senza speranza
sotto cieli taglienti
tra scoscesi pendii
IMPRECA MALEDICE parla sussurra canta
parla sussurra canta

SOFFOCHERAI TRA GLI STILISTI
IMPRECHERAI TRA I PROGRESSISTI
MALEDIRAI LA FININVEST
MALEDIRAI I CREDIT CARDS

ma si può ascendere il virtù di una Forza che è discendente

le Prostrazioni
il fumo denso
le Adorazioni Devozioni esternate
di mirra e incenso
Penitenze e digiuni le processioni oranti
di spezie profumate
Genuflessioni e Salmi

caldo generatore e caldo che consuma
sogni allo scuro rotti mezze parole rantoli
forti odori impregnanti
e carezze cattive……….e umido sudore
e sospiri……………………e sorrisi
una gran voglia di ridere, irresistibile….
(Costanzo show Italia olè Mozzill’o re Ueh!) tu quoque punk?

sembra sole nascente
il sole d’Occidente
sembra sole che nasce
questo sole calante
spetakolo kaotico
purulento e pio
spetakolo kaotico
Disordine e Armonia

irradia l’orizzonte
infiamma il firmamento
e il buio lo sorprende
fosco nero avvolgente
Spetakolo kaotico
complicato e pio
spetakolo kaotico
sangue del cuor mio

Giovanni, voce;Massimo, zz Coop Guit. a destra;
Giorgio, tonsille, zz Coop Guit. a sinistra;
Ringo, Tamburi; Francesco, tastiere; Gianni, Basso.

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85 Responses to Juke Box / CCCP

  1. claudio il 1 dicembre 2006 alle 11:37

    Maestro.

  2. roberto il 1 dicembre 2006 alle 12:36

    C’è uno scrittore che aveva previsto il ritorno ai “meravigliosi anni ottanta” cantati nell’incipit di “Reduce”, il libro di Giovanni Lindo Ferretti. Questo scrittore è Pier Vittorio Tondelli. Si parte per tornare a casa, diceva Tondelli, che aveva lasciato l’Emilia per scoprire le grandi capitali del rock, Londra, Berlino e Amsterdam. Ma poi era tornato, perché alla fine si torna sempre, e il risultato insostituibile di un’odissea è quello di riavere una casa e di rifarsi un passato. All’inizio il borgo ti strozza, se non scappi te ne vai fuori di testa, ed è per questo che lui si mise in macchina e partì verso il Brennero, seguendo l’odore del Mare del Nord. Ad ogni rientro, le cose sembrano cambiate, anche se sono rimaste identiche, le stesse, quelle di sempre. In realtà sei tu ad essere cambiato, hai visto tutto e sei cresciuto abbastanza da capire qual è la tua origine. Molto prima del reducismo di Ferretti, Tondelli ha rimesso al centro della letteratura italiana la questione dell’identità, collegandola al recupero del romanzo realista e alla novità della scrittura rock. Fu una presa di coscienza potente, quasi traumatica: tornare all’antico, ai maestri dimenticati del Novecento, ai suoi libri di ragazzo, da Antonio Delfini a Silvio d’Arzo, per rendere omaggio a Boy George e ai Culture Club. Riscoprire la natura “un po’ folle” della sua terra, lo spleen della piatta padania, l’isolamento della sua ‘razza’, attraverso il punk filosovietico e le “svirgolettature” degli Smiths. L’identità diventò pietra su cui poggiarsi, stanco e felice, separato dagli altri e in pace con se stesso, aspettando la morte. Dopo di lui, tanti musicisti sono diventati autori: il vecchio compagno d’armi di Ferretti, Massimo Zamboni, ha scritto un libro, “Il mio primo dopoguerra” (Mondadori 2005), che è una meditazione sulle ceneri di Berlino e Mostar. Meditazione che si rivela più incisiva della prosa disorganica, ancora in fieri, di “Reduce”. Grazie all’accorta operazione editoriale svolta da Mondadori, d’accordo con il Foglio, per questa volta Ferretti se l’è cavata con le litanie, con uno stile fatto di illuminazioni, ma non appare ancora pronto a rappresentare quella identità in un forma più propriamente narrativa e romanzesca. Ed è un peccato che la ricerca di Tondelli sul romanzo da restituire all’Italia sia stata interrotta dal destino, sul più bello. Altri epigoni più acerbi – da Luciano Ligabue a Vinicio Capossela –, consapevolmente o meno, hanno provato a usare una prosa poetica, cantilenante, fedele alla linea della “scrittura emotiva”, e anche di loro si dovrà parlare. Come pure si dovrà dire della fede, della ‘sorprendente’ rivelazione di Ferretti, a sentire Langone, che di sorprendente ha poco e niente, perché per fortuna ci hanno pensato i critici di Civiltà Cattolica a salvare dall’oblio della critica italiana la scomoda religiosità di Tondelli, nutrita dell’eresia di Carlo Coccioli. Una fede inquieta e ricca di opportunità, che non va letta esclusivamente come consolazione nei giorni dell’abbandono e del distacco, ma come un serbatoio di ricordi dell’adolescenza, della giovinezza più sorridente, dissipata e indisciplinata. E ci sarebbe ancora da smontare le idees recues che fioriscono intorno agli anni ottanta, le cazzatelle sull’edonismo e la ricerca del piacere descritte da Lucia Annunziata sulla Stampa, e da tante anime liberal che credono che sia davvero sufficiente qualche menata sul rampantismo e la società gaudente per raccontare i cavalli da guerra di Ferretti, l’odore di mattina presto sulla collina, e la faccia che ha fatto Ritanna Armeni davanti a questo figlio del Medioevo europeo che si è fuso, ancora prima di essere concluso.

  3. Lazzaro Visconti Pera il 1 dicembre 2006 alle 13:45

    Dal “catalogo delle navi” (Omero), al “catalogo delle fave” (roberto).

    “… Ferretti, Ligabue … anche di loro si dovrà parlare”.

    Deus ex machina, in qualità di moderatore del dibattito: Boy George@Culture Club.

    Avvisami, quando inizi/ate a parlarne: ho un debole per le barzellette hard.

    Lazzaro Visconti Pera

  4. effeffe il 1 dicembre 2006 alle 14:01

    Bellissimo commento questo tuo, roberto. da tempo penso alla grande truffa tele sociale inventata da renzo arbore. Invece di ridere di fronte a quelle parodie della tv pensiero spazzatura si doveva riflettere a come, in realtà, quella televisione preparava il terreno a quell’altra, successiva di cui nessuna parodia è più possibile. Gli anni ottanta evocati da te vanno a mio parere ripensati, proprio attraverso azioni letterarie o meno che in qualche modo potevano e possono agire come anticorpo alla betise generale. Tu citi Tondelli ma a mio parere si dovrebbe anche ripensare al grande teatro d’avanguardia di quegli anni, all’impresa titanica di Vincenzo Sparagna che si trovò come compagni di strada artisti geniali come Andrea Pazienza,Tamburini, Liberatore, Munoz, Scozzari…
    Comunque sia i tre libri sui CCCP/CSI che ho visto da Angelo(un mio amico) ieri sera, sono stati per me come un pugno in faccia. Di quei pugni che fanno bene.
    effeffe

  5. marco p. il 1 dicembre 2006 alle 14:22

    “Il ritorno ai meravigliosi anni 80”? Al craxismo? Al superamento della scala mobile? Alla repressione davanti le centrali nucleari? Al superamento di ogni ipotesi di progettazione del mondo alternativa al capitalismo?

    “Recupero del romanzo realista”? Recupero del realismo stalinista in salsa togliattiana? Recupero che presuppone l’abbattimento di ogni sperimentazione anti-realista? Dell’abbattimento di ogni Gadda, di ogni Pizzuto, di ogni Cacciatore?

    “Boy George/ Culture Club? Smiths?” Ma la musica era solo questa? (Anzi: questa non era musica, era merda).

    “Accordo con Il Foglio”?

    “Per fortuna ci hanno pensato i critici di Civiltà Cattolica”?

    Posso permettermi un rutto di disgusto?

  6. Ben il 1 dicembre 2006 alle 14:32

    Oggi è uscita su Avvenire una pagina per Ferretti a firma di Jacopo Guerriero..

  7. roberto il 1 dicembre 2006 alle 15:13

    @ben
    @marco p.
    @l.v.p.
    Oltre ai rutti e al disgusto, aspetto sempre commenti sul merito.

  8. roberto il 1 dicembre 2006 alle 15:15

    @marco p.
    almeno leggi bene, era “d’accordo con il foglio”. Nel senso della operazione editoriale di cui, evidentemente, il senso ti sfugge.

  9. Il Treno a Vapore il 1 dicembre 2006 alle 15:42

    Che io parli di poesia è sostanzialmente blasfemo: non la capisco, e di questo tipo in particolare. Ma poi mi dico “Perché no?” Ci vogliono titoli, curricola, referenze? Autorità preposte non ne esistono.
    Non ho mai apprezzato la critica feroce intellatualoide e spocchiosa in merito a ciò che siamo, quasi che la nostra concreta storia fosse soltanto figlia della vittoria o degli stupidi o degli imbroglia-popolo. Non ho mai apprezzato che una nicchia di “eletti” (da chi?) dall’alto di una lunga pila di libri mettesse in fila la storia assegnando pagelle, compilando classifiche, sputando sull’indesiderato. Credo che poche cose meritino rispetto, e tra queste di certo la concreta fattualità degli eventi, dove giocano soltanto uomini veri, idee vere, tragedie reali. In quella fucina le cose si sono determinate, e così come lo storico anche l’artista, se proprio vuole parlarne, non può prescindere dal riconoscerne la “serietà”. La realtà rappresenta il massimo grado di serietà. Fuori da questa considerazione, quando va bene, si fa solo del buon cabaret.

  10. effeffe il 1 dicembre 2006 alle 15:52

    mi sembra che ill testo pro-post sia decisamente agli antipodi degli anni ottanta citati da marco p, anzi decisamente un anticorpo
    effeffe

  11. Lady Lazarus il 1 dicembre 2006 alle 16:22

    Due canzoni – siamo in uno di quei famosi anni ottanta e cioè il 1989 segnato dalla storia – chiudono in bellezza una carriera decennale dei CCCP (diventeranno poi CSI) una delle formazioni musicali tra le più importanti in Italia. Mi riferisco alla canzone del post e ad Annarella: ” Lasciami qui Lasciami stare Lasciami così Non dire una parola che Non sia d’amore Per me Per la mia vita che È tutto quello che ho È tutto quello che io ho e non è ancora Finita Finita…” (parole di Ferretti). Tutto il mio rispetto per grandi artisti ed anche per chi vuol rimanere fedele alla linea anche quando non c’è n’è più, però il tempo passa. Passi pure il fatto che adesso è il momento degli Afterhours, Verdena, Baustelle, Marlene Kuntz ecc… vada pure ruttare con disgusto su Boy George ed i Culture Club ma sugli Smiths non si dovrebbe. Preferirei invece parlare delle nuove leve che portano l’impronta inevitabile di chi è venuto prima. Mi riferisco ai classici gruppi che “se fossero nati in Inghilterra sarebbero già famosi in tutto il mondo” ed intendo gruppi come One Dimensional Man, Settlefish, Julie’s Haircut, Super Elastic Bubble plastic e su tutti gli Yuppie Flu. L’ultimo loro album, “Toast Masters” ha un sound davvero meraviglioso: atmosfere sixties, beatlesiane, ispirate a Television e Velvet Underground (e se non ci fossero stati gli anni ottanta questi pulcini sarebbero mai nati?).
    Cambiando genere, meritano certamente un approfondimento i Perturbazione: il loro pop estremamente delicato ed emozionale, impreziosito da testi che sono delle vere perle cioè una delle migliori realtà italiane.
    Primi su tutti rimangono però i Baustelle. Il migliore episodio indie-pop italiano dai tempi dagli Afterhours di “Hai paura del Buio?”. …Parole nere di vitaaaa…la guerra è finitaaa… Rabbrividiscano pure quelli con la puzza sotto il naso. Perdiamo un pò del nostro prezioso tempo, andiamoci a leggere i testi dei Baustelle: italiano pulito poetico forbito. Per capirci, ricordano il De Andrè degli esordi e le liriche neo-realiste ovviamente sono uno dei loro punti di forza, il beat anni sessanta, il “punk” – intendendo il termine in senso metafisico – old school più colto Patti Smith, Television, la delicatissima new wave dei The Smiths, (ecco, di nuovo qualcosa dagli anni ottanta su cui non ruttare) la bossa nova, le sigle dei vecchi cartoni animati giapponesi e gli swingle pubblicitari dell’ultimo quarto di ventesimo secolo. Ihihahah.
    Scusami f.f. ma non sono riuscita a trattenermi.

  12. roberto il 1 dicembre 2006 alle 16:32

    @lady
    avanti così.

  13. effeffe il 1 dicembre 2006 alle 16:51

    nessuno mi tocchi morrisey!!
    dunque attacca lady
    attacca
    magari con un bel giro di chiatarra alla Joe Perrino e i mellowtones
    effeffe

  14. kristian il 1 dicembre 2006 alle 16:59

    no vi prego, Morrissey no!

    “so please please please, let me let me let me, let me, get what I want this time… Lord knows it would be the first time…” + man-do-li-nooo…

    l’avrei messo al muro, solo che sono crollati entrambi prima che prendessi lezioni di tiro.

  15. Lazzaro Visconti Pera il 1 dicembre 2006 alle 17:11

    @ roberto

    Io non ho parlato né di rutti né di disgusto, ma di barzellette. Infatti la tua analisi mi fa ridere: uno che vuol rileggere gli anni Ottanta (che conosce solo per sentito dire o tramite le ricostruzioni del Foglio) attraverso gli epigoni di Tondelli e i neocon-vertiti dell’ultima ora (materia nella quale tu eccelli), con chiari riferimenti a uno dei maestri indiscussi del pensiero di quegli anni, alias Boy George, mi diverte. Nient’altro.

    E se qualcuno grida al miracolo di fronte alle tue dotte elucubrazioni sulle perverse “anime liberal” che avrebbero inventato il “rampantismo”, cazzi vostri: io continuo a ridere.

    Lazzaro Visconti Pera

  16. Lady Lazarus il 1 dicembre 2006 alle 17:17

    Magari Il ragazzo con la spina nel fianco – di Morrissey – che non ho ancora sentito come l’hanno registrata in cover i Baustelle.

    The boy with the thorn in his side
    Behind the hatred there lies
    A plundering desire for love
    How can they see the Love in our eyes
    And still they don’t believe us ?
    And after all this time
    They don’t want to believe us
    And if they don’t believe us now
    Will they ever believe us ?
    And when you want to Live
    How do you start ?
    Where do you go ?
    Who do you need to know ?

    Oh …
    Oh no …
    Oh …
    La …

    passo e chiudo.

  17. marco p. il 1 dicembre 2006 alle 18:34

    Sono io che ho parlato di rutto e di disgusto. E confermo tutto: il motto spontaneo che m’è fuoriuscito dal corpo nel leggere il commento di Roberto è stato quello, punto e basta. Potete deliziare la platea con i vostri proclami di esaltazione della musica di Morrisey & C., io non cambierò idea: è merda (musicalmente parlando, si intende). Poi, se volete, possiamo disquisire sulle strutture musicali, sulla forma-canzone, e su tutto ciò che è attinente a quest’arte così precisa e al contempo così evanescente. E non è questione di “gusto”; è questione, appunto, di strutture materiali, di segni e di rapporti, di note e di memoria, e di contesto culturale … Scusate, ma ho l’ardire di pensare che il rock migliore – questo sì “nuovo” – sia altro dall’intrattenimento, che sia cioè quello suonato dai vari Zappa-Canterboury-PereUbu … Ma tant’è, qui siamo nel pieno (rispetto?) dei Famosi Ottanta, che guarda un po’ sono universalmente riconosciuti come gli anni del “ritorno all’ordine” in tutti i campi della creatività, musica compresa: accantonato l’impulso anarchico-distruttivo del punk o le costruzioni atonali degli Henry Cow o il sinfonismo dei King Crimson, ecco, arrivano gli Smiths (e gli U2 e i Cure e altre amenità de genere) … Vi piacciono? Contenti voi … Poi, però, se proprio volete disquisire di musica, permettetemi un consiglio professorale: leggetevi almeno Adorno e la sua “Introduzione alla musica di consumo”. E questo consiglio mica perché io vi consideri portatori di un gusto da correggere; proprio no (questo è un fatto vostro). Solo che dalla lettura di quel testo se ne può ricavare, ad esempio, che i meccanismi percettivi di un certo andamento (strofa-ritornello-strofa) agiscono come conferma dello status quo … Qui non è avere “la puzza sotto il naso”, cara Lady: è conoscere la musica e saperla mettere in relazione ai contesti, punto and stop. Oppure no, aspetta, mi correggo: puzza sotto il naso? Sì, certo. Pur opponendomi totalmente alla merda mascherata da arte, ne sono comunque circondato; la puzza è una conseguenza di ciò …

    Per precisare: ho ascoltato sino alla nausea tutta la musica degli anni Ottanta, visto che in quel periodo facevo il DJ in una radio torinese. La nausea è rimasta, la musica ho imparato a conoscerla seguendo il mio maestro di canto, il quale mi educò a capire Shonberg cantando Giovanna Marini …

    Marco P.

  18. Lady Lazarus il 1 dicembre 2006 alle 18:35

    @ ff

    Forse la canzone che ho riascoltato di più recentemente è Emilia Paranoica, il meglio del delirio provinciale emiliano proiettato verso le migliori avanguardie internazionali. Durante un viaggio in macchina ascoltando un cd con una compilation fai da te di una ragazzina – guarda un pò nata nel 1989 – e che quindi non ha vissuto gli anni ottanta. Se ne può dedurre che le cose riuscite bene sono per sempre.

    Ecco il testo:

    Un freddo più pungente
    accordi secchi e tesi
    segnalano il tuo ingresso
    nella mia memoria
    consumami distruggimi
    è un pò che non mi annoio
    aspetto un’emozione
    sempre più indefinibile
    teatri vuoti e inutili potrebbero affollarsi
    se tu ti proponessi di recitare te
    Emilia Paranoica
    brucia Tiro, Sidone il roipnol fa un casino
    se mescolato all’alcool
    bombardieri su Beirut
    due tre quattro plegine
    chiedi a settantasette
    se non sai come si fa
    E. MI. LI A. PA. RA. NO. oi.oi.oi.oi. CA.
    posso essere uno stupido felice
    un prepolitico un tossicomane
    quello che se ne va nelle storie d’amore
    camminare leggero soddisfatto di me
    da Reggio a Parma, da Parma a Reggio,
    a Modena, a Carpi, a Carpi al Tuwat
    Emilia di notti dissolversi stupide
    sparire una ad una impotenti
    in un posto nuovo dell’A.R.C.I.
    Emilia di notti agitate per salvare la vita
    Emilia di notti tranquille
    in cui seduzione è dormire
    Emilia di notti ricordo
    senza che torni la felicità
    Emilia di notti d’attesa di non so più
    quale amor mio che non muore
    e non sei tu e non sei tu
    EMILIA PARANOICA
    EMILIA PARANOICA
    PA.RA.NOI.CA. PA.RA.NOI.CA.
    aspetto un’emozione
    sempre più indefinibile
    sempre più indefinibile

  19. J Galaxy il 1 dicembre 2006 alle 18:57

    Mortacci vostra. E che sta a diventa, qua’, o zecchino d’oro der reparto geriatria?

  20. Lady Lazarus il 1 dicembre 2006 alle 19:28

    @ Marco
    Condivido il tuo giudizio per i PereUbu e per altro ancora ma mi sembra – bada che è soltanto una supposizione la mia – che tu ti sia trovato negli anni Ottanta rivolto ancora ad esperienze del genere progressive, mi spiego: la sensazione che ho avuto leggendo il tuo commento, che trovo interessante e meglio strutturato del precedente è che – come dire – in quel momento eri troppo vecchio per i Joy Division, per Siouxie and the Banshees, per i Talking Heads, per i Cure und so weiter.
    Non posso non ricordare che i CCCP si sono formati in una discoteca di Berlino nel 1982, e che contesto poteva essere quello, respiravi lo spirito del tempo solo camminando per le strade di Berlino in quegli anni. Ricordo un mio articolo sul giornalino scolastico al liceo su D.A.F. (sfido chiunque a ricordarsi di questo gruppo tedesco).
    L’impatto che ho avuto io è stato diverso forse perchè avevo sedici anni e m’ero rotta dei freak pseudo impegnati che vedevo in giro. Poi con gli anni le prospettive cambiano ma sono rimasta comunque sempre poco incline al progressive. Stimo tutte le opinioni e maggiormente quelle che arrivano dagli addetti ai lavori, e tu mi pare di aver capito che te ne intendi.
    Uno che fa musica e non si limita solo a parlarne è M.Donà. Nel suo “Filosofia della Musica” c’è un invito a ricordare l’origine, il tempo in cui canto e parola erano carichi di una potenza che solo il divino avrebbe potuto in qualche modo sopportare. Mi permetto di riportarne alcuni concetti – perché, allora, la lingua era musica, e il dire degli umani riusciva a farsi tramite di una manifestazione che, delle cose tutte, custodiva integro il carattere mitico. Questa la musica da cui sia Ludwig van Beethoven che Charlie Parker avrebbero scelto di farsi educare, amando l’inudibile partitura della natura in cui è avvertibile il timbro di un canto sovrumano. E forse ogni vera musica si costituisce come prova di una perfetta innocenza, perché non ancora tradotta e forse mai traducibile in algida concettualità, non chiamata in causa da questa o quell’intenzione comunicativa. Non servendo a nessuno, libero è il suo aereo disegnarsi, perché mai schiavo né di fini, né di ideali, né di individui, né di stati, né di partiti né di religioni. Libero, proprio come l’inutile cinguettare degli uccelli tanto amati da Charlie Parker.”

  21. aditus il 1 dicembre 2006 alle 19:33

    Per chi non li avessi ancora letti, a questo collegamento http://www.aditus.splinder.com/post/9894015#comment-26952481
    può trovare la lettera di Giovanni Lindo Ferretti al Foglio (in periodo di Fecondazione Assistita) e l’articolo/intervista di Antonio Socci allo stesso.
    Per quanto mi riguarda, Giovanni “Mastro Lindo” Ferretti (la battuta non è mia, comunque è davvero pure Mastro di bottega, guardate su http://www.bottegabologna.org) s’è perso più che ritrovato. Questo non getta di certo fango sulla sua opera. E’ stato e continua ad esser(mi) d’ispirazione e folgorazione.

  22. aditus il 1 dicembre 2006 alle 19:39

    Non so perché non m’ha inserito il commento.. ci riprovo:

    Per chi non li avesse ancora letti, può trovare la lettera di Giovanni Lindo Ferretti al Foglio del periodo Referendum Fecondazione Assistita e l’articolo di Antonio Socci per Libero sullo stesso su http://www.aditus.splinder.com/post/9894015#comment-26952481

    Per quanto mi riguarda, Giovanni Lindo Ferretti (davvero Mastro Lindo.. la battuta non è mia, ma guardate su http://www.bottegabologna.org) s’è perso più che trovato. Questo non getta di certo fango sulla sua opera, che continua ad esser(mi) d’ispirazione e folgorazione.

  23. Lady Lazarus il 1 dicembre 2006 alle 19:41

    Comunque ragazzi c’è poco da fare: il target d’età di questo blog e ben definito. Per quanto ho potuto insistere nella divulgazione però gli adolescenti che conosco lo ritengono un posto per tardoni saccenti e complimentosi. Io, Lady Lazarus, mi sono offesa a morte ed ho infilato la testa dentro il forno, come faccio di solito quando sono in in preda alle paturnie. Ma i forni non sono più quelli di una volta, si sà, il mio attuale infatti è elettrico e non a gas.

  24. hag reijk il 1 dicembre 2006 alle 20:03

    Come cantavano i Joy Division?

    “Heart and Soul
    One will burn”

    @ Lady Lazarus
    Belli i tuoi interventi

  25. marco p. il 1 dicembre 2006 alle 20:27

    @ Lady
    Se tu nel 1982 avevi 16 anni, bene, io ne ho solo 2 più dei tuoi. Il progressive è uno dei generi che ascoltavo, ma non l’unico (Zappa non era progressive). Ascolto tutt’ora di tutto, dalla “colta” ai Tool, da Dj Spooky ai Gotan … Ciò che cerco è un ascolto emancipato, al di là del consumo e dell’intrattenimento. Tanto per dirti: io i CCCP li ho ascoltati in tempi non sospetti, in concerti per 20 persone; poi li ho anche contestati dal vivo (credo fosse il 1985 o giù di lì, al Big Club di Torino), quando, dopo aver transitato nell’autoproduzione, si convertirono al mercato. Fu un concerto memorabile, con il Ferretti stizzito che bloccò diverse volte la performance, e noi sotto che lo sfottevamo, dandogli del coglione e del finto-alternativo (giudizio che oggi risulta essere più che mai vero, visto le sue “conversioni”). Ad un concerto di Siouxie piansi molto (lacrimogeni), senza riuscire a vederlo. Sui Talking Heads condivido il giudizio di John Zorn: musica per piccolo-borghesi intellettualizzati, incapaci di concepire – musicalmente parlando – la rottura … (Zorn si riferiva anche alla Laurie Anderson) … E se proprio devo ascoltare qualcosa di “leggero”, scusami, ma gli XTC restano ancora oggi insuperati … Vedi, Lady, ogni fenomeno ha le sue contraddizioni, e non tutto ciò che luccica è oro. Sì, di musica me ne intendo. Per lavoro, ma soprattutto per passione. Per questo vado in bestia quando sento nominare “positivamente” Boy George, Culture Club e … The Smiths … In quel periodo il meglio del rock lo davano gruppi come i Big Black, come i Residents, come i Buthole Surfers …

    PS: Ai Joy Division, se permetti, preferivo di gran lunga i Bauhaus …

    Marco P.

  26. Lady Lazarus il 1 dicembre 2006 alle 20:58

    Giusto per i Bauhaus. Un pò meno per i Tool. Comunque i più grandi ora come ora, questo è quello che penso adesso, potrei sempre cambiare idea, sono i Radiohead. C’è stato un tempo in cui ero convinta – e forse lo sono ancora – che il cantante dei Joy Division, Ian Curtis da solo, dava le mele a tutti persino ai Bauhaus.
    Buona serata a tutti. Vado a preparare i panini per una ragazzina che domani parte per assistere al concerto dei Muse. Che ci vuoi fare Marco, liceale, adolescenza complicata, prende lezioni di musica, suona con il suo gruppo, vive il suo tempo e intanto riscopre pure i miei vecchi vinile. Pensa che io ai miei tempi ho avuto il coraggio di comprarmi persino il doppio cofanetto dei Trobbing gristle. Ma dove avevo la testa.

  27. cristiano prakash dorigo il 1 dicembre 2006 alle 20:59

    ferretti è una persona di cinquantatre anni che è tornata a casa propria. ferretti dice cose che non direi mai, che non condivido, che posso perfino detestare, ma le dice e “le è” con la grazia e la consapevolezza di uno che ha quell’età, quelle origini, quella vita e quel destino.
    ha un approccio mistico, una propensione alla solitudine, una devozione su cui si può non essere d’accordo, ma non si può minimizzare a marketing della destra.
    forse la destra ci prova, ma lui è altro.
    il suo libro mi ha deluso, mi aspettavo altro.
    ma riconosco in lui un’autenticità e uno sguardo sulla vita che solo il veleno dell’ideologia può non far cogliere.
    e poi, marco p, insultare morrissey, ma come si fa? ma te lo ricordi coi fiori sul palco? mi sembri molto informato, certo più di me; ma mi sembra non consideri che esiste una soggettività nella percezione, e quindi nell’attribuzione di ciò che è bello da ciò che non lo è, che disperde il rutto nell’aria.
    insomma, amo ferretti e morrissey e mi spiace non ce ne siano molti a questi livelli.

  28. effeffe il 1 dicembre 2006 alle 21:06

    allora, io avevo quindici anni nell’82.questo giusto per “situare” l’esperienza,
    1) marco p che hai sentito i cccp al big ti ricorderai senz’altro dedl boom delle etichette indipendenti che uscirono all’epoca in italia. I joe perrino, da me citati e che tu probabilmente non conoci ebbero una potenza lirica e politica in piena epoca dark devastante. I primi litfiba, i de novo, le prime prove degli avion travel (molto più elvis costello di quanto non lo siano ora)
    sputare sui Joy division contrapponendoli ai bauhaus (io adoro entrambi) mi sembra tipico di quelli veri alternativi che si ritrovarono anni dopo a lavorare in banca dopo aver sputato sentenze e veleno su tutti e tutto.
    Talking heads, mi spiace ma furono maestri e si amano amando i king crimson, weather report o uriah heep. E degli anni ottanta cosa dici degli Ultravox dei devo?
    ultimamente, confesso che ero un mods, ho riascoltato my generation degli who. una pietra miliare del rock. il balbettio delle strofe, lo spaesamento del narratore, la rivolta timida ma testarda, autentica che sento tuttora nelle mie vene. Gli anni ottanta hanno retto l’impatto di quell’onda anomala chiamata riflusso.
    Perchè questa attitude da tifoso, sei stones e non beatles, velvet underground o led zeppelin! il rock domanda orecchie intelligenti e corpo. ti sfido su una pista da ballo, è lì che voglio vedere chi dei due sarà più cerebrale.
    effeffe
    ps
    zappa l’ho visto in concerto nell’85 per una radio a new York. Garbato, poetico quasi timido.
    @lady lazarus
    ero indeciso tra i due pezzi (con quello tuo) al momento del post
    vite parallele?

  29. Lady Lazarus il 1 dicembre 2006 alle 21:22

    @ ff
    Devo and the devolution, grande ff….

  30. marco p. il 1 dicembre 2006 alle 21:31

    Mi ricordo tutto, effeffe, e anche molto bene. Ma qui, davvero, rischiamo di continuare a parlare una lingua diversa. Senza condividere una serie di criteri di “qualità” sul rock, come possiamo capirci? Tu mi citi i Litfiba (altro concerto che contribuii ad animare, quasi impedendogli di suonare, sempre a Torino anni ’80) e i De Novo … Per me è merda, senza mediazione possibile. Sì, forse dovrei spiegarti perché, ma non ne ho davvero voglia. Lo è per come strutturano le loro composizioni, e per il rapporto che hanno con il contesto-mercato. Non è certo un caso che Pelù e Ferretti sono oggi quello che sono e che invece Franco Fabbri (ex Stormy Six) sia altro. Gli atteggiamenti erano comprensibili fin da subito, a volerlo fare e avendo la capacità di uscire da quell’odioso mitizzare ciò che ci piace.

    Perché, ogni qualvolta qualcuno difende con forza ciò che pensa, parlate di “attitudine da tifoso”? Non ho amato il postmoderno, dove tutto si tiene. Penso ancora che la “scelta tendenziosa” (Benjamin et ultra) sia l’unico modo per affrontare le cose dell’arte. Se scelgo, allo stesso tempo rifiuto. È importante che sappia farlo con cognizion di causa, avendo cioè consapevolezza della materia del contendere.

    PS: Se “pensare” (razionalizzare) sui propri piaceri è essere “celebrare”, allora lo sono …

    PS II: le etichette indipendenti sono state una delle grandi truffe del rock&roll (basta vedere che fine hanno fatto). E poi l’autoproduzione esisteva già, ed era cosa di gran lunga più interessante.

    PS III: al concerto torinese dei Devo ero nel servizio d’ordine: si fece entrare tutti gratis. Gli Ultravox? Canzonette … (ma, davvero, così non ha senso discutere di musica) …

    Marco P.

  31. azzardo il 1 dicembre 2006 alle 21:33

    Ho letto con piacere molti dei vostri commenti, elucubrazioni sugli anni ’80, io non l’ho vissuti (sono dell’81) ma più di una volta ne ho sentito parlare con accenti amari e stonati.
    Forse è a partire da quell’epoca di grandi trasformazioni della musica che si è venuta definendo una nuova geografia dell’ascolto e i notevoli impulsi della computer music hanno iniziato a prendere il sopravvento…
    Mentre vi scrivo sto ascoltando un cd dei Kraftwerk, veri propulsori del macro genere elettronico. Ricordo una discussione da bar sulla musica con un mio caro amico e la difficoltà ad incontrarci su uno stesso terreno.
    In sintesi (alla meno peggio): lui ha sempre cercato i significati specifici offerti da un testo e da una musica, emozioni e attenzione intellettiva alla struttura…genere rock, formazione: anni ’60 e ’70
    Io gli dicevo, nonostante il mio apprezzamento della grande storia musicale del rock, che ormai non si può più stupire del parziale tramonto del rock in una certa forma. Vi è stata uno spezzettamento e rimescolamento delle forme e degli stimoli per i giovani. Oggi dove più è concesso sperimentare e creare è nell’elettronica, la tendenza alla dance e alla computer music non si può trascurare anche per chi di musica ha una grande passione e l’ha conosciuta magari suonandola…

    Un saluto:::

  32. azzardo il 1 dicembre 2006 alle 21:39

    Aggiungo, scusate la questione mi ha toccato…
    Vedere Ferretti da Ferrara mi ha fatto davvero pena…mi chiedo, non poteva scrivere il libro, pubblicarlo e basta, senza pubblicizzarlo in modo così sfacciato e scegliendo di andare da quel porco di Ferrara!!!
    Visto che lui è un personaggio pubblico e parte del suo pubbblico ha ricordi simbolici completamente diversi…se lo poteva risparmiare.
    L’ultima: E poi a me sentir parlare in tv del paesaggio bucolico e mistico fa davvero venire i nervi.
    Ferretti ci è proprio rimasto sotto, dispiace dirlo…
    Scusate il riferimento schietto, ma qui la forma l’abbandono.

  33. effeffe il 1 dicembre 2006 alle 22:13

    sottoscrivo per i kraftwerk
    servizio d’ordine dicevi tu marco
    cherchez l’erreur
    effeffe
    ps
    stormy six, la fabbrica è il pezzo che ho scelto per la mia tourné torinese, come vedi (e senti) nel mio non capire un cazzo di musica ci sono anche dei momenti d’illuminazione.
    ma mi piacerebbe che qualcuno mi raccontasse degli anni 90 e di seattle.
    ho visto un concerto dei pearl jam ed è stata una rivelazione…
    fedeli alla linea

  34. polenghi (il) lombardo il 1 dicembre 2006 alle 22:32

    ho letto tutta la vs bela discussione. però.
    io nel 1982 avevo 22 anni. vi devo dire che quei gruppi che avete citato sono tutta roba che io ascoltavo per farmi la barba – allora non così dura – senza offesa.
    che ne dite dei fuls enotter, gruppo punk danese? erano i più avanti di tutti. e i fucking chronicle, americani, con quel chitarrista assurdo, john fitzpatrick, che si gettò dall’empire state building dopo la morte del suo pechinese?
    come non dimenticare i garibaldi, gruppo di progressive italiano (ovviamente io vengo dal prog, ma poi non ho avuto alcun problema a sucarmi la new wave e il punk).
    ecco alcuni nomi indimmeticabili: rip rig panic, residents, material, replacements, raybeats, public image ltd, sonic youth, dogbowl, butthole surfers, flash rats, green on red, dream syndicate, art bears, the colonels, fruit rotten ghost, minutemen, lyres, soufflè voltairez, la duesseldorf, neu, swans, dutchil en aimee, camper vanbeethoven, big black, rapeman, pouppeys and bullets, husker du, squirre bait, homes sweat holmes, jesus lizard, caanan, zweikarossa, 66jahren, einzturzende neubauten, lubricated goat , unrest, proteins, the females

    che ne dite di questa classifica?
    ciao. un salutone a effeeffe, ci siamo visti a torino pochi mesi fa, lui forse non si ricorda.
    fausto

  35. marco p. il 1 dicembre 2006 alle 22:34

    @ effeffe
    Cherchez l’erreur? Perché? Dove? Nel dire che ero nel servizio d’ordine? Il concerto torinese dei Devo (ma se non sbaglio tutta la loro tourné italiana di allora) fu organizzata dall’estrema sinistra … Era normale che ci si dotasse di servizio d’ordine … In quel caso non successe niente, anzi si fece entrare tutti gratis … In altri, tipo il concerto dei Clash (Stadio Ruffini, sempre Torino) , ci furono violenti scontri prima con i fasci che tentarono di entrare poi con la pula … Guarda che i tempi erano leggermente diversi di quelli odierni …

    Marco P.

  36. Lady Lazarus il 1 dicembre 2006 alle 22:42

    @ Polenghi
    Public Image Ltd i.e. Sex Pistols
    @ ff
    Anni novanta, Seattle i.e. Nirvana

  37. polenghi (il) lombardo il 1 dicembre 2006 alle 22:48

    @lady lazarus.
    me li ricordo vagamente, i d.a.f. non male, anche se io, nella krautmusik, preferivo di gran lunga i neu, i la duesseldorf, i faust (ho dimenticato di metterli nella lista), i kraftwerk fino ad “autobahn”, i mehr erleben 14, i gutnagutna. ciao!

  38. francesco forlani il 1 dicembre 2006 alle 22:52

    mitico Polenghi gaucho
    effeffe
    ps
    chi mi canta una canzone?
    ppss
    marco p
    io voglio vederti ballare…

  39. polenghi (il) lombardo il 1 dicembre 2006 alle 22:57

    ciao effeeffe allora ti ricordi! sei simpaticissimo! (anch’io, a dire il vero)

    lady lazarus: eh no, i public image ltd sono un’altra cosa, nascono dai sex pistols ma sono, secondo me, una cosa a sé (viva johnny rotten!). i sex pistols non li ho neanche citati, a costo di sembrare snob ho sempre preferito i p.i.ltd, ciao,

  40. polenghi (il) lombardo il 1 dicembre 2006 alle 23:06

    canto io efeffe:

    vorei coprir la tua bocca
    di baci di baci d baci
    per dirti quanto mi piaci…

    l’importante e e e e e e e
    é
    ve…ehm, finireeee!

  41. kristian il 1 dicembre 2006 alle 23:12

    cazzo, polenghi, e dove me li ha dimenticati i black flag i dead keddedys i rem i pixies…
    di elenchi ragionati se ne posson fare finché si vuole…
    tra l’altro gli Ottanta sarebbero pure gli anni di Michael Jackson e dei Marrs di Pump up the volume…

  42. kristian il 1 dicembre 2006 alle 23:14

    ‘keddedys’ è dovuto al raffreddore stagionale…

    che jello biafra mi perdoni

  43. marco p. il 1 dicembre 2006 alle 23:18

    Guarda, effeffe, io ho avuto un’infanzia difficile. Anziché andare in discoteca, come facevano i miei coetanei, andavo in curva Maratona (la più bella curva d’Europa), agitando il corpo in frenesie senza senso, goliardiche e divertenti. Poi sono tracimato verso le piazze, molto giovane, gridando e cantando e tirando con la fionda verso bersagli lontani, e dopo aver letto Majakovskij. Alle feste, come ai successivi rave, non ho mai amato ballare. Preferivo stare in un angolino a slinguazzarmi con la mia bella o attorno ad una bottiglia di vino discutendo con amici del mondo e di letteratura, di musica, di calcio, di cinema. Il ballo non mi ha mai sballato (e viceversa). Ho visto amici morire per l’eroina e ho partecipato alle ronde che davano la caccia agli spacciatori, di solito para-fascisti. E così avanti in una militanza sempre corporea (il corpo si può liberare anche fuori dal ballo). Diciamo sino a Genova 2001, dove ho avuto modo di capire come nei Settanta e negli Ottanta (qui ciò che restava in vita dopo repressione e riflusso) si fosse molto più intelligenti e avanti nella capacità di gestire i corpi in azione (ballo o non ballo noi arriveremo a Roma, malgrado voi). Dopo Genova ho chiuso, schifato dai vari Casarini-Agnoletto (e dallo stato e dalle forze del dis-ordine, certo). Ora mi dedico alla musica (e qui il corpo ha una certa importanza, direi). Non ballo, suono free-jazz e contemporanea (di Sun Ra l’ultima partitura). Però, se proprio lanci la sfida, potremmo trovarci al centro della sala e scatenarci in una rissa … In fondo, resto un ultras nell’animo …
    Buona notte,
    Marco P.

  44. roberto il 2 dicembre 2006 alle 09:42

    @marco p.
    Il reducismo di sottoserie z: elenchi di canzoni e di gruppi e di concerti a cui pensa di essere stato solo lui (vezzo comune, lo eviterei se non contestualizzate); allusioni a quanto sono figo (slinguazzate con le bonone del movimento e fionda alla mano – mica la P38 -, la fionda, la fionda…, ma così so’ bravi tutti, pure io una volta lanciai cinquanta lire in testa a Bertinotti); gli amici morti di pere (devi vedere quelli per cui ho pianto io); Adorno e la musica di consumo che probabilmente non interessa più a nessuno. Insomma, due coglioni quanto Casa Usher. Almeno ti ho fatto ruttare, tu non riesci nemmeno a farmi sbadigliare.

    @LVP
    Mai quanto l’esimio Lazzaro Visconti Pera, appero, lui sì che ne capisce, di storia geografia e pure di politica militante, lui sì che ti risponde nel merito e diamine che scrittura, che penna, che omo: “uno che vuol rileggere gli anni Ottanta (che conosce solo per sentito dire o tramite le ricostruzioni del Foglio) attraverso gli epigoni di Tondelli e i neocon-vertiti dell’ultima ora…”. Sarei io, ovviamente. Cazzuto, cazzuto, soprattutto le due parole unite dal trattino. Che bravo, che sperimentatore. Mai pensato di rifondare il gruppo ’03?

    Ma ora basta con le polemicuzze, vi aggiungo un pezzo che spero faccia aumentare le risate, i rutti, le scoregge. Nel frattempo vi piscio in faccia, con tutto il buongusto possibile. Pazientate un secondo, mi fumo una sigaretta, rileggo e inserisco.

  45. roberto il 2 dicembre 2006 alle 09:56

    Nel ’90, Tondelli scrive che i CCCP sono andati in cerca di una identità europea. “Siamo bianchi europei colti”, aveva sintetizzato Ferretti collocando il suo punk tra Bologna, Mosca e Berlino Est. Un asse filosovietico che voleva distinguersi dal rock, dal blues, dal pop, cioè dalla musica di importazione anglo-americana. Nell’85, Gorbaciov si è appena insediato al Cremlino. Qualcuno, timidamente, inizia a parlare di ‘rinascimento sovietico’. C’è chi ha creduto sinceramente al ‘disgelo’, alla nuova primavera, alle riforme di un sistema irriformabile. Questa speranza è stata un soffio che alimentò le scritture, le arti e le canzoni del decennio. Il martello dei CCCP e l’estetica rude dell’operaio provos, eroe del lavoro promesso, e promosso, dall’industria rossa. “Gorky Park”, il romanzo di Martin Cruz Smith, che non andrebbe ricordato solo per il bel faccino algido di William Hurt (nel film interpreta la parte del detective Arkady Renko), ma anche per la omonima band moscovita, i Gorky che suonavano contro l’oppressione molle degli apparati di un totalitarismo in cancrena. L’iconografia sovietica esplode nei fumetti di Igort, al secolo Igor Tuveri, che trasforma il realismo in iperrealismo socialista, tributo alle disgrazie della Santa Madre Russia. Oggi Igort è uno dei picchi d’eccellenza della innovazione grafica italiana, tanto da essere riverito e applaudito fino in Giappone, raro caso di artista-editore (sua la Coconino Press) che sia riuscito a sfondare in Giappone con i Manga. Vediamo la Cina, il Giappone, l’Asia, e in mezzo l’Unione Sovietica. La fascinazione per l’Oriente di tanti autori degli anni ottanta parte da qui e segue i binari del Trance Europe Express. Ma ci sono anche il viaggio di Giovanni Paolo II in Polonia, l’operaismo cattolico e la condanna degli assassini di padre Popieluszko, che segnano la vittoria della ribellione popolare nei paesi dell’Europa Orientale. Le telecamere dei media sovietici trasmettono soltanto i primi piani del Pontefice che parla davanti alla piazza invisibile e stracolma; ma le immagini rubate parlano di centinaia di migliaia di persone percorse da un desiderio di cambiamento democratico, che ha attraversato mezzo secolo di storia del Patto di Varsavia.
    Nell’85 l’Unione Sovietica era alle corde. Andropov aveva bleffato con Regan sul poker delle Guerre Stellari, e aveva perso. C’è chi sostiene che la perestroika sia stata l’ultima carta giocata dal Direttorio prima dell’implosione dell’Impero. L’ultimo atto di una caduta inerziale, il vuoto automatico in cui è sprofondato il comunismo sovietico. Dalla finanza allegra di Eltsin alle purghe al polonio del ‘mio amico Putin’. La continuità di uno stato autoritario. All’epoca dell’intervista con Tondelli, Ferretti e Zamboni sono ancora perfettamente ignari del tonfo sordo che farà l’Urss, si percepisce il peso di questa bella illusione in cui qualcosa è andato storto. Il ritiro dall’Afghanistan, l’appeasement e le riforme paracadute di Gorbaciov non hanno migliorato la vita dei cittadini, era inevitabile. Ma il dopoguerra fredda poteva essere un periodo pacifico per l’Europa. Nell’intervista c’è un’idea di Europa più grande e aperta, bilanciata tra l’Atlantico e i turchi di Kreutzberg, tra il Mare del Nord e le enclaves musulmane nei Balcani. Un sogno che s’infrange nei primi anni novanta, quando scoppia la guerra civile iugoslava. Sulle ceneri di Mostar, Ferretti e Zamboni incroceranno i loro memoriali. La Guerra in Iugoslavia è il nostro primo dopoguerra, ha scritto Zamboni, nostro di chi è nato negli anni settanta ed è cresciuto negli innominabili ottanta. Da quel momento abbiamo attraversato la Storia guardandoci dentro, nella consapevolezza che un’epoca stava finendo (un’era, nel calendario di Ferretti), e che la festa era finita. Tondelli, dieci anni prima: “Per me gli anni ottanta finirono già lì, nel 1983, durante quel fine settimana dove, sotto l’apparenza di una fiesta mobile di ragazzi allegri, e anche scatenati, si rivelarono la follia dei rapporti, l’eccesso di certi riti e anche la paura. Dopo fu solamente il momento dell’osservazione e della riflessione, del lavoro sul materiale più o meno autobiografico”. Non è un attacco di ombelichite, non è la bufala del ‘ritorno al privato’, e nemmeno la balla sempre a galla del disimpegno. E’ una forma diversa di impegno che nasce della sconfitta, ma anche dalla prossimità, dalla condivisione e dallo spostamento, furono questo i traumatici anni ottanta. A meno che non si voglia ridurre tutto allo schema evenemenziale Craxi-Mediaset-Wall Street. Fulvio Panzeri ha notato che c’è una dorsale adriatica della letteratura italiana che emerge con grande visibilità negli Ottanta grazie al successo editoriale di Tondelli, ma che appartiene più in profondità alla nostra cultura. Una direttrice che parte dal Triveneto con i suoi giovani scrittori sacrificati sull’altare della Prima Guerra mondiale, e che, attraverso i lunatici, gli scorbutici e i folli della Seconda – i Delfini, i Celati e i Cavazzoni –, prosegue giù verso il tacco dello Stivale, fino al Salento, una terra che Tondelli guardava con grande interesse, come il laboratorio delle dinamiche che rendono le tradizioni popolari cultura di massa, moda, spettacolo, ‘evento’. Riflessione ancora valida a distanza di tanti anni, considerando le file incolonnate alla Notte della Taranta. L’Adriatico è una faglia dove le identità riemergono e all’improvviso, inaspettata, scoppia la guerra. I blocchi si scontrano in una frizione perenne. Si potrebbero allargare i confini della ‘dorsale’ di Panzeri, attraversare il ‘corridoio’ adriatico, andare dall’altra parte, riannodare le storie tragiche e violente dello scontro etnico e religioso che è divampato sulle coste slovene, in Bosnia e Crozia, nel Kosovo: “La Iugoslavia non esiste più. Al suo posto una finzione ad abuso politico-economico-religioso di staterelli e protettorati. Uno sperimentar giorno per giorno il dissolversi della burocrazia sospeso il massacro casalingo”. Dopo il diluvio, Ferretti ha scelto la via più breve: un recupero forte dell’identità, la Famiglia, il Borgo, la Fede, l’Albero genealogico, la Madonna, il presepe e la bandiera di Israele. I valori antichi della Cavalleria. Onora le donne e i bambini. Rispetta gli altri e te stesso, comportati in modo generoso. Zamboni invece resta sospeso, cercando risposte che non arriveranno, spaventato dalle insidie di un mondo radioattivo che ha dimostrato di poter fare a meno dell’uomo. Un mondo freddo, elettronico, come quello dei Kraftwerk: “Wir fahr’n fahr’n fahr’n / aut der Autobahn”, viaggiamo, viaggiamo, viaggiamo sull’autostrada. “Soggetto le automobili, non gli automobilisti”. Ferretti e Zamboni sono una coppia di reduci politici dei giorni nostri. Una destra cattolica e vivace che si fa scudo di Giovanni Paolo II e una sinistra più triste, in qualche modo disillusa, che non ha ancora accettato il verdetto della Storia. Bel ripiego, l’edonismo. Andrebbe studiato meglio, il decennio indegno. Se no come spiegheremo ai nostri figli l’ascensione di San Ferretti al cielo, nell’empireo della galassia Mondadori? Che parole troveremo per spiegare questo autore mistico e metafisico? A meno che non sia soltanto l’ennesima trovata, la copertina figa con la sciarpa, la pelata a lo sguardo basso, come se ne vedono tante, ma proprio tante. Per fortuna non è uno sguardo assente. E non è detto che sia per forza qualcosa di deprimente.

  46. effeffe il 2 dicembre 2006 alle 10:32

    da Radio Nazione Indiana une speciale dedicace to Roberto
    Psycho Killer Lyrics
    by Talking Heads

    I can’t seem to face up to the facts
    I’m tense and nervous and I can’t relax
    I can’t sleep cause my bed’s on fire
    Don’t touch me I’m a real live wire

    Psycho killer, qu’est que c’est
    Far better
    Run away
    Psycho killer, que’st que c’est
    Far better
    Run away
    Oh yeah

    You start a conversation you can’t seem to finish it
    You’re talkin’ a lot but you’re not sayin’ anything
    When I have nothing to say my lips are sealed
    Say something once why say it again

    Chorus

    Ce que j’ai fait, ce soir la
    Ce qu’elle a dit, ce soir la
    Realisant, mon espoir
    Je me lance vers la gloire
    We are vain and we are blind
    I hate people when they’re not polite

    Chorus
    ps
    almeno Esenin pisciava contro il giallo disco della luna…
    ma si sa che ci sarà sempre chi ama pisciarsi sulle scarpe convinto di determinare un mondo

  47. effeffe il 2 dicembre 2006 alle 10:37

    et toujours de la part de votre dj preferé
    pour Lady Lazarus et marco P
    degli Ultravox

    Somehow we drifted off too far
    Communicate like distant stars
    Splintered voices down the ‘phone
    The sunlit dust, the smell of roses drifts, oh no
    Someone waits behind the door
    Hiroshima mon amour

    Riding inter-city trains
    Dressed in European grey
    Riding out to echo beach
    A million memories in the trees and sands, oh no
    How can I ever let them go?
    Hiroshima mon amour

    Meet beneath the autumn lake
    Where only echoes penetrate
    Walk through polaroids of the past
    Future’s fused like shattered glass, the sun’s so low
    Turns our silhouettes to gold
    Hiroshima mon amour

    Ultravox – Hiroshima Mon Amour Lyrics

  48. aditus il 2 dicembre 2006 alle 14:16

    Porto la mano destra alla fronte
    un pelo corto duro morbido la paralizza
    mentre le mie narici inspirando con furia
    mi raccontano il mondo intorno

    lupo

    lupo sarai che sbrana
    lupo sarai che sbrana
    orrendi denti
    orrendi denti
    muso raggrinzito
    muso raggrinzito
    consapevoli gli occhi
    consapevoli gli occhi
    malcontenti
    malcontenti

    azzanna sangue addosso e dentro
    azzanna sangue addosso e dentro
    avanti e movimento
    avanti e movimento

    pace alla fine
    pace alla fine
    per sterminio intorno
    per sterminio intorno
    pace tremante tesa
    pace tremante tesa
    tregua sospesa
    tregua sospesa

    longobarda franchigia protoalchemica decadde
    avvicinando nello spazio-tempo l’area della salvezza

    […]

    Un muro dentro eretto dagli dei
    barbaro barbaro come gli avi miei

    Come gli Avi miei
    nei silenzi del Nord
    mai dominati
    mai dominanti
    mai dominanti
    mai dominati
    mai dominati
    mai

    […]

    Katolikos per poco, per niente Bizantino
    in nessun modo, No No No,
    quando è No è No comunque ovunque sempre,
    Indistintamente.
    Quando non si sa,
    è dubbio non si può,
    ognuno sia conforme a sé,
    giudica il Creatore giudica Me e Te.
    Giudica il mondo per quello che è, Rotondo.

    (barbaro)

  49. Lady Lazarus il 2 dicembre 2006 alle 15:49

    @ ff @ Marco
    Propongo qualcosa di simile ad Elio e le Storie Tese quando si sono travestiti da Rockets a S. Remo con il sound la terra dei cachi. Organizziamo qualcosa del genere: chi sa suonare suona, chi cantare canta e… chi ballare balla. Marco, tu che devi averne date ed anche averne prese, sai che effetti speciali!

    @ Polenghi
    Complimenti per il listone, narciso musicale, a conoscere gran parte dei gruppi da te citati eravamo davvero pochini però ti sei scordato X Ray Spex

    @ Roberto

    Lo sò che non è musica colta ma trovo questo testo interessante (Corvo Joe dei Baustelle)

    I barboni mi guardano mentre mastico la lucertola
    anche oggi è domenica tutta d’oro la gente luccica
    mentre osserva le anatre inventandosi la felicità
    la sorvolo e capisco che maledice la mia diversità
    ma nel parco ci abito è la vita mia esser simbolo
    di paura e di morte, sono tenebre i miei abiti
    i bambini sorridono “mamma guardalo, che bestiaccia è?”
    gli alberi mi consolano apro le ali e resto immobile
    gli studenti li evito
    preferisco le ricche vedove
    con gli anelli di platino
    sono un ladro ma fine gentleman
    Io sono il corvo Joe
    faccio spavento
    state attenti lasciatemi stare
    solo certi poeti del male mi sanno cantare!
    I borghesi si siedono e poi leggono il giornale
    i ragazzi si baciano, mezzogiorno sta per scoccare
    senza grazia e gracchiando mi avvicino e poi li supplico
    se soltanto per oggi fossi libero di parlare
    “piacere: corvo joe,c’è da mangiare?
    solo sassi sapete lanciare
    meritate di andare per me nell’eterno dolore”
    Io sono il corvo Joe
    faccio paura
    state attenti lasciatemi stare
    solo certi poeti del male mi sanno cantare!
    Ma vi perdono
    perchè in fondo portate nel cuore
    sangue che è destinato a seccare
    vivete a morire

    I barboni mi guardano mentre mastico la lucertola
    anche oggi è domenica tutta d’oro la gente luccica
    mentre osserva le anatre inventandosi la felicità
    la sorvolo e capisco che maledice la mia diversità
    ma nel parco ci abito è la vita mia esser simbolo
    di paura e di morte, sono tenebre i miei abiti
    i bambini sorridono “mamma guardalo, che bestiaccia è?”
    gli alberi mi consolano apro le ali e resto immobile
    gli studenti li evito
    preferisco le ricche vedove
    con gli anelli di platino
    sono un ladro ma fine gentleman
    Io sono il corvo Joe
    faccio spavento
    state attenti lasciatemi stare
    solo certi poeti del male mi sanno cantare!
    I borghesi si siedono e poi leggono il giornale
    i ragazzi si baciano, mezzogiorno sta per scoccare
    senza grazia e gracchiando mi avvicino e poi li supplico
    se soltanto per oggi fossi libero di parlare
    “piacere: corvo joe,c’è da mangiare?
    solo sassi sapete lanciare
    meritate di andare per me nell’eterno dolore”
    Io sono il corvo Joe
    faccio paura
    state attenti lasciatemi stare
    solo certi poeti del male mi sanno cantare!
    Ma vi perdono
    perchè in fondo portate nel cuore
    sangue che è destinato a seccare
    vivete a morire

    Prosit a tutti.

  50. mauro baldrati il 2 dicembre 2006 alle 18:33

    Sintonizzato ora, ho letto i commenti, molto interessanti.
    Stavo proprio elucubrando in questi giorni come l’ondata artistica degli anni ottanta contenesse elementi di rivolta, e se rivolta c’è stata, questa è stata soprattutto di stile: la rivolta dello stile. Compreso Frigidaire.

  51. Lazzaro Visconti Pera il 2 dicembre 2006 alle 22:36

    Remain in light – Talking Heads
    Sahara elektrik – Dissidenten
    Brilliant trees – David Sylvian

    Da qui si dipartono tre dei più importanti filoni della musica popolare dei successivi vent’anni: dal crossover all’ibridazione, dalla world music alle liriche e raffinatissime riscritture della pop song.

    Intanto Tom Waits partiva per la tangente:

    Swordfishtrombones e Rain dogs minavano dall’interno qualsiasi idea predefinita di canzone e scrittura musicale. I suoi universi disperati, notturni e sghembi preparavano il terreno a una ridefinizione non solo delle categorie, ma anche della fruizione del prodotto musicale.

    Alla fine del decennio, risorgeva anche la buonanima di Roberto (Zimmerman) che con “Oh mercy” firmava l’unico disco degno, fino ad oggi, di avvicinarsi a “Blood on the tracks” senza arrossire troppo.

    Altri dieci titolo, al massimo (o citato i primi che mi venivano in mente): il resto è noia, melassa plastificata senza un lampo e senza un ripensamento.

    Ah, già: dimenticavo… le storie tese, la carica “rivoluzionaria” del Ferretti e, perché no, i Jalisse e Laura Pausini…

    Lazzaro Visconti Pera

  52. Lazzaro Visconti Pera il 2 dicembre 2006 alle 22:38

    I re fusi corigetele v’oi, plis.

  53. Pentito il 3 dicembre 2006 alle 00:26

    Oddio
    non lo sapevo, non lo sapevo
    perchè me l’avete detto
    cosa dice, cosa dice di “islam punk”
    è pornografia:
    http://www.la7.it/news/videorubriche/dettaglio.asp?id=651&tipo=13

    Dio mi perdoni.

  54. Lazzaro Visconti Pera il 3 dicembre 2006 alle 00:48

    ah ah ah ah ah ah ah

    sarà apparso anche lui alla madonna… si vede dallo sguardo: uno che è appena stato la visione di qualcun altro.

    carmelo bene riderebbe, e ride, di tanto ciarpame.

    rosica rosica, converti convertiti convertitevi, poi finiscono tutti lì: alla grande svendita, in saldo, del passato, in cambio di nuovi orizzonti: o arcore o muori.

    che penae (ditt.: leggi “e”) madama la salvezza!

  55. Lazzaro Visconti Pera il 3 dicembre 2006 alle 00:54

    “pentito”, hai forse bisogno di un programma di protezione?
    se leggi tutti i commenti, individui facilmente a chi rivolgerti…

  56. roberto il 3 dicembre 2006 alle 09:20

    @Lazzaro alzati e sfarina
    “Si dipartono…”. Ecco un verbo che gesù cristo si sarebbe ben guardato da portare in croce. E comunque: un elenco di gruppi e una manciata di aggettivi in libertà. Quello che piace a me è bello assai (“i più importanti filoni” del panificio San Pasquale). Il resto è cacca pentitista (“melassa plastificata” e fiaschi de vin). Mr. Pera Cotta cita Carmelo Bene (miiii, cammelo bbene…). Cos’è, vuole provare a contestualizzare? Be’, dacci dentro lazzaretto, la strada è lunga lazzarone, ma puoi provarci viscontino. Sembri così carino, proprio un amore, di ragazzino. Figurati, ti do anche una traccia: “Cosa resterà di questi anni ottanta”, colonna sonora del reportage papesco firmato da Funari a Buona Domenica, la settimana scorsa. Qui nel gabbio certe trasmissioni fanno un certo effetto.
    Non so fuori tra i Liberatori.

    @RadioNazioneIndiana
    Pisciata punk, pisciata addosso, pissing, urina day. Mentre RNI dedica addirittura degli speciali alla goccia che fece traboccare il vaso resto in attesa di notizie sull’amico Rocco Martino.

  57. Lady Lazarus il 3 dicembre 2006 alle 11:33

    @ Mauro Baldrati
    Raccontare di Frigidaire senza un breve excursus sull’esperienza del Male costituirebbe un gap storico. Mi limito a ricordare l’ultimo periodo, quello più vicino agli anni Ottanta e cioè la fase dei “falsi” quando vennero magistralmente riprodotte le grandi testate giornalistiche nazionali. Indimenticabile trovarsi sotto gli occhi una copia del Corriere dello sport -falsa – che annunciava l’annullamento dei mondiali di calcio e l’Unità a titoli cubitali che proclamare Basta con la DC, in quel contesto storico non dimentichiamocelo: quella era satira che anticipava gli eventi e vendeva 50.000 a sinistra e non solo. Il falso Corriere della Sera che annunciava lo sbarco degli Ufo, il Giorno sull’arresto di Ugo Tognazzi come capo delle Brigate Rosse, la falsa prima pagina di Repubblica con lo scoop de “lo Stato si è estinto”. Gli ottusi etichettarono tutto con un termine limitativo: demenziale. Ricordo che mi trovavo a Milano per un lavoro in fiera ed in una pausa comprai in una edicola una copia di Frigidaire, in provincia dovevo ordinarlo: chi era con me sentenziò “il giornale degli scoppiati”. La mia risposta: imbecille. Ma arrivava ormai un nuovo decennio quello che Vincenzo Sparagna lucidamente ha inquadrato come “un decennio molto ambiguo in cui da un lato si assiteva al montare dell’ideologia del denaro, del successo, del potere, mentre dall’altro si constatava come l’esito finale della deriva degli armati aprisse moltissimi e inediti canali di passaggio ad una nuova comunicazione”. Intanto chiudeva il Male e Vincenzo Sparagna con Scozzari, Mattioli, Tamburini, Pazienza, Liberatore, cioé il team di “Cannibale”, fondarono la rivista “Frigidaire”. La satira di fine anni Settanta non era piú adeguata a svolgere un ruolo efficace nel nuovo scenario che si apriva. Da quel momento in poi la comunicazione moderna andò oltre la parola. Eccolo il nuovo stile degli Ottanta.
    Frigidaire è stata una rivista italiana di satira e fumetti pubblicata dal 1980 al 1986 per cui lavorarono i più grandi fumettisti italiani tra i quali i compianti Pazienza e Tamburini. Personalmente ero appassionala alla serie su RanXerox. Ho una colpa e cioè quella di aver trascurato e perduto l’intera collezione di Frigidaire durante le varie trasmigrazioni della mia tribù ma ho ancora tutta la raccolta de Il Male.

  58. Lady Lazarus il 3 dicembre 2006 alle 11:37

    @ Roberto
    Non cedere a desolazione è imperativo: non progrediremo lagrimando.
    (Alceo)

  59. furlen il 3 dicembre 2006 alle 11:42

    e ora da radio NI brani tratti dallo spettacolo di
    Joe Perrino
    UN OPERAIO ROMANTICO

    con
    Alberto Denaci

    Musicisti
    Joe Perrino
    Flavio Piga
    Giovanni Piga
    Dario Cortese
    Filippo Caruso
    Alberto Denaci

    Danzatrici
    Ombretta Pisanu
    Cristiana Bosoni

    Immagini e scene
    Davide Melis

    regia
    Joe Perrino

    effeffe
    ps

    Già cos’è l’eternità se gli anni ottanta erano tanto tempo fa

    in esergo alla biografia dei CCCP

  60. furlen il 3 dicembre 2006 alle 11:50

    O baldrus
    solo qualche giorno fa sono incappato in una tua fotografia (foto redazione frigidaire)
    Come Lady Lazarus poc’anzi anch’io sono convinto che Frigidaire prese il testimone di Radio Alice (Bifo e compagni) per portarlo oltre i fatti di Bologna 77. Ve la ricordate l’immagine di Pazienza che sfugge al corteo degli autonomi? E inventa. Ecco Baldrus, perchè secondo te in Italia non esiste un seguito a quell’esperienza. E se facessimo una versione italiana di HARA KIRI, rivista madre delle attuali Charlie Hebdo e Fluide Glaciale?
    dimmi che possiamo, o Baldrus, dimmi di si. Do you remember revolution?
    effeffe

  61. Lazzaro Visconti Pera il 3 dicembre 2006 alle 11:52

    prova a mettere un po’ di ironia e di autoironia nella minestra riscaldata delle tue convinzioni, signor roberto. è vero che stai ancora smaltendo una fortissima “delusione” (non te l’aspettavi proprio, vero?), ma così come ti conduci (ti piace il termine?), con la tua arietta da professorino che tiene sempre la sua lezione, col suo patriziato liberal sempre pronto all’uso, anche quando stai preparando le verze bollite, finisci solo per avvalorare l’immagine della più colossale e supponente testa di cazzo che abbia mai commentato su NI. esattamente quello che sei, egregio tuttologo della domenica, un superconcentrato di aria fritta (scaduta).

  62. pao pao il 3 dicembre 2006 alle 12:51

    @l’ottimo Lazzaro Visconti Pera

    ottima e fertile l’indicazione di una ‘nuova comunicazione’ prodotta, su sentieri nascosti, da certi anni ’80. poesia satira radio musica comunicazione porta a porta mano a mano reti di distribuzione e di autogestione fogliacci e dispacci. ci sarebbe da storicizzarne risultati e possibile eredità.
    e anche, col tuo aiuto, le origini (senza mai mitizzarle, d’altra parte): gli anni ’70, le lezioni al dams di citati, il teatro vagante di scabia, pazienza e tondelli che incrociano armi penne e sguardi, dorsali adriatiche o delle province italiane dove pullulano esperienze misconosciute di gruppi autogestiti, riviste e fogli volanti. visibilità alle tradizioni minoritarie, archiviazioni di dati della memorie sommerse, per capire meglio anche l’ultimo tondelli fino ai cavalli fumanti di ferretti cavaliere dello spirito.
    e così, pensare alle due strade – anche in rapporto alla musica che segna il ritmo della frase e della memoria generazionale di entrambi, del marketing della rispettiva immagine di ‘giovane scrittore’ e della rispettiva curiosità intellettuale e di kulturkritik (!!) – incarnate dai quasi coetanei tondelli (1955) e…. de carlo (1952)….
    interessante abbrivio per addentrarci nei ’90, l’epoca davvero dell’artigianato delle forme e del ‘mestiere’ di scrittore, talkshow e revival di rock d’annata o occhio alla world music del bel ragazzo milanese, bricoleur di emozioni piccolo-borghesi, magistrale affabulatore che sfonda. l’epoca della “cattiva infinità del vuoto continuamente variato nella forma” (si potrebbe dire, se me lo permetti, con lukacs): vuoto nel quale sguazzano ridicoli dandy attardati o radicali anticonformisti come te, lazzaro. grande capa di cazzo di cui parlava, mi sembra, lo stesso filosofo ungherese quando diceva: “tanto più che il vuoto è tenuto in grande onore dagli odierni nonconformisti come momento, come categoria psicologica preparatoria del nulla”.

    vai, vai, lazzaretto, magari ci scrivi anche qualcosa di tuo, così vediamo.

  63. furlen il 3 dicembre 2006 alle 13:43

    “vuoto nel quale sguazzano ridicoli dandy attardati o radicali anticonformisti come te”

    appunto!
    come te chi?

    lezioni di vuoto? Ora?
    ehi, pao pao
    vuoi venire a lezione di ridicolo? ti risparmierà il grottesco.
    E non è colpa mia se preferisco Benjamin ad Adormo e Bachtin a Lukacs,
    i velvet ai ramones
    effeffe

  64. Lorenzo Galbiati il 3 dicembre 2006 alle 14:53

    mitici i cccp.

  65. Lazzaro Visconti Pera il 3 dicembre 2006 alle 15:00

    anche quando cambi nick, l’odore di aria fritta scaduta è inconfondibile: una mistura mefitica di vocazione (alla santità) e di aspirazione (a sedere, finalmente, alla tavola del gran bovino arcorizzato, novello minosse che giudica, su mandato del padrone, chi ammettere al sacro banchetto).

    dài, pirletti! ancora uno sforzo e ci sei. lo so che è dura, ma vedrai che, quando sarai alla destra del padre – armi, bagagli e lingua compresi – troverai anche il modo di rivalerti della “delusione”, scrivendo, magari, un paio di editoriali al vetriolo contro le merdacce che non hanno compreso il tuo genio.

    poi, se ti resterà tempo, cerca anche un piccolo spazio per lady lazarus: credo che anche lei sia una che “aspira”…

  66. pao pao il 3 dicembre 2006 alle 15:13

    ehi furlen, vedo che hai una discreta coda di paglia (o di lupo), e magari sarebbe l’ora di verificarle, tra un disco e un altro, un ballo e un altro, le complesse coordinate dei nostri rapporti con i poteri, con le questioni che investono ruolo e funzione intellettuale, moralità e politicità della cultura, integrazione o separatezza del letterato. in un’ottica integrale, ben inteso, che coniughi benjamin e adorno, lukacs e bachtin, fortini e pasolini, tom waits e cohen, i ramones e i velvet (underground). ma mi rivolgevo alla sapienza sprezzante di lazzaro, per intenderci.

  67. pao pao il 3 dicembre 2006 alle 15:20

    bene lazzaro, è con un altro vile nick anonimo, apocrifo e fantasmatico, come il tuo, che hai da confrontarti, non con questo roberto con cui ce l’hai storto. mi ha colpito questa frettolosa metodologia – indegna della tua sapienza e del tuo cursus honorum – per la quale parlare degli anni ’80 scartando dalle idee recues equivarrebbe andare dritto dritto a rimpolpare thinktank liberal o in odor di mediaset e ferrara. bene, tienti strettto le tue idee, e avanti così, verso il sol dell’avvenire.

  68. Lazzaro Visconti Pera il 3 dicembre 2006 alle 15:57

    sprezzante? cazzo, non me ne “avevo” proprio “accorgiuto”! meno male che sei arrivato tu, lukacs alla mano.

    io “celo” storto con roberto? pao pao dei miei maroni, intanto vile nick lo dici a tuo fratello. io non “saprebbe” chi è questo tuo amico roberto, io “rispondessi” a uno che, ogniqualvolta interviene, praticamente su tutto, ha la parola definitiva pronta all’uso, perché pronto, lui stesso, a stupire col suo sapere enciclopedico che spazia dalle secrete vaticane alla composizione del suolo lunare, dalla musica pop alla questione palestinese, dall’integralismo alle orecchiette con le cime di rapa. e sempre senza un dubbio, piendo della boria e della certezza che la sua analisi sia quella giusta. è per questo che ho parlato di “delusione”, perché solo una persona che si è vista “fregare” in qualche sua segreta aspettativa e aspirazione, può comportarsi in questo modo: “dài, dài, che quasi ci sei”; “su, andiamo avanti su questa strada”; “lo vedi che inizi a ragionare”: ecco le sue parole d’ordine per prendere per il culo l’interlocutore. a uno che si presenta con queste credenziali, io rispondo col sarcasmo. non ti piace? e chi ti ha mai chiesto di interloquire con me? qui ho letto almeno trenta post di gente che propone dei titoli e li passa, giustamente, per pietre miliari ineludibili. e allora, perché, quando scrivo i miei tre titoli, e li pongo nella stessa ottica dell’esclusività, la cosa provoca fastidio a te e al reverendo roberto?

    Lazzaro Visconti Pera

  69. Lady Lazarus il 3 dicembre 2006 alle 16:30

    @ Lzzr Vsct Pr
    Aspirare nel senso di tirare il fiato, aspirare l’aria, pronunciare con aspirazione, aspirare una parola, oppure nel senso di desiderare intensamente?

  70. Lazzaro Visconti Pera il 3 dicembre 2006 alle 16:37

    @ Ld Lzrs

    Scusa, milèdi, ma i versi di Alceo a chi erano dedicati? Bene, datti una risposta (che conosci già) e poi verifica, in base ad essa, a quale delle cinque definizioni di “aspirare” che proponi sia più adatta.

    Bie bie.

    Lazzaro Visconti Pera

  71. baldrus il 3 dicembre 2006 alle 20:14

    @furlen:
    mi rendi eu-fori-co a citare Hara-Kiri, l’epica dell’epica!
    Ora, una versione italiana… ci sto pensando… ci sto pensando… ancora ci sto pensando… oggi, perlatro, sembra che tutto e nulla sia possibile, ma c’è un brodo in cui tutto bolle, ed è difficile creare una ricetta fuori da questo brodo, però sarebbe un’avventura esaltante, magari sul web?

  72. Lady Lazarus il 3 dicembre 2006 alle 20:15

    Morire è la mia aspirazione.
    É un’arte, come ogni altra cosa.
    Io lo faccio in un modo eccezionale.
    Dalla cenere io rinvengo
    Con le mie rosse chiome
    E mangio uomini come aria di vento.

  73. effeffe il 3 dicembre 2006 alle 21:03

    yes baldrus come un’orda d’oro…
    effeffe
    ps
    non di code di paglia maitre ma la parola dandy va difesa come quella comunismo…
    lady lazarus rosseggia come un’alba

  74. Lazzaro Visconti Pera il 3 dicembre 2006 alle 23:11

    Meno male.

  75. roberto il 4 dicembre 2006 alle 08:50

    @lvp
    Suca.

  76. roberto il 4 dicembre 2006 alle 08:58

    @paopao
    “anche quando cambi nick…”
    hahahhahahhah

  77. Lazzaro Visconti Pera il 4 dicembre 2006 alle 09:23

    senti, pirletti, perché mi inviti a coltivare l’arte in cui sei uno specialista riconosciuto, cioè a fare quello che stai facendo fin da quando sei comparso su NI la prima volta? poiché alcune doti non si improvvisano e non si imparano, quella deve essere una tua propensione naturale, una prerogativa ontologica, un dato ineliminabile della tua personalità di frustrato cronico. bela con tutti, signor aspirante, con me non attacchi proprio, sei solo un bambinello che, svegliandosi una mattina e non avendo trovato più l’orsacchiotto di peluche, ha deciso, seduta stante, di essere il peluche di se stesso.

  78. roberto il 4 dicembre 2006 alle 14:01

    robby
    robbyrobot
    gira come/
    un vero robot
    popopo

  79. roberto il 4 dicembre 2006 alle 14:11

    @paopao
    “la musica che segna il ritmo della frase e della memoria generazionale”

    La scrittura è musica, la scrittura è ritmo. Nel 1980, in un’intervista a “Lotta continua”, Tondelli parla di “letteratura emotiva”. Arbasino, Céline, Kerouac, Burroughs. La musica influisce sullo stile e sulle strutture narrative, detta il tempo delle parole. Dice Panzeri: “La corrispondenza tra linguaggio e musicalità della parola (…) non è un aspetto marginale, va anzi assunto proprio come elemento centrale della struttura letteraria. (…) La musica interviene sull’assetto linguistico e sembra coordinarlo. Il linguaggio parlato trova dentro la sua dimensione di ‘sound’ anche la ragione letteraria per proporsi”. I racconti di “Altri libertini” sono figli del furore rock che imprime forza e velocità alla scrittura. Dal juke-box del “Posto Ristoro” esce una “canzonaccia” di Grace Jones adatta a quel ritrovo di tossici, frocie e spacciatori. Il protagonista di “Viaggio” prende la chitarra e suona “Sea Song” di Robert Wyatt, il cantautore intimista che piace alla sinistra inglese; finito il viaggio, il protagonista torna a casa, un po’ depresso; non basta Tim Buckley a tirarlo su (“I am Young, I will live”); ma per fortuna arriva Karla, “nient’altro che una bella ballata di Leonard Cohen, una canzone ubriaca e roca”. I libertini del racconto omonimo sentono “vecchia roba ma ottima”, come Grace Slick e i Jefferson Airplane, si abbracciano durante un pezzo di Lou Reed e ballano con Bob Marley a ritmo di “vudù”. Giampiero Martelli, sul “Giornale”, scrive che i racconti d’esordio di Tondelli sono ispirati da “un’America contraddittoria e permissiva, caotica e amara, violenta e sotterranea”, fiorita sulle ceneri del beat e della rivoluzione liberal, con i readings di Patty Smith e la recita dissacrante di “Catholic Boy”. Nell’82 esce Pao Pao, “Picchetto Armato Ordinario”, le gesta epiche di un militare da strapazzo. Rinchiuso al Celio, Tondelli rievoca la babele di suoni che inondava la caserma: Gianni Togni, le canzoni napoletane, l’heavy metal, la musica classica, i dark e i new romantic come il soldato Beaujean, “funereo e cimiteriale e sepolcrale”. Intervistato dalla “Stampa”, dice che “Pao Pao” è il tentativo di fare un romanzo cercando di “realizzare una scrittura musicale, quasi cantata”. Anche in rima. Nell’83, su “Ciao 2001”, parla più diffusamente di punk. Gli piace il “blues galattico” dei Tuxedomoon, la band americana che mescola un ossessivo elettro-rock a performance di arte, teatro e danza. Apprezza la “roba di Berlino”, quei gruppi tedeschi dal nome impronunciabile, gli Einsturzende Neubauten (“Nuovi edifici che crollano”), altra formazione post-punk che ha fatto del rumore la sua poetica, usando come strumenti le lamiere, le spranghe e gli scarti industriali (in un concerto a Londra, scavano una buca sul palcoscenico con un martello pneumatico).
    La divisa di compare Renzu sintetizza l’antimilitarismo della generazione uscita dal ’77: “Una salopette piena di medagliette” dei Sex Pistols e di Joy Division”. Sorta di Generale Patton punk. Siamo a metà degli Ottanta. Didi e Fredo Oldofredi, le maschere di “Dinner Party”, incarnano lo spirito frivolo del decennio, quella leggerezza che circola nei party e nei rave, e che ieri sera D’Alema ha indicato come la vera, sorprendente forza del berlusconismo. Fredo fa il PR, organizza serate in discoteca. Didi tutto il contrario, è uno scrittore chiuso, malinconico, mezzo alcolizzato. Didi cerca la musica dei suoi anni: “una frase che si possa cantare in testa (…). Io faccio la musica con le mie parole. Chi è capace di vivere per il suono di una parola?”. Fredo risponde acido: “Ballo solo disco-music” e cala il sipario. Nell’85 esce “Rimini”, un sottovalutato giallo jazz dal sapore felliniano, in cui la riviera adriatica si snoda tra discoteche kolossal, balere piene di nonnini pomicioni e Grand Hotel fortezza. L’assolo di sax che Alberto, il jazzista del night-club, improvvisa sul lungomare, fa volare il lettore in ricognizione sulla litoranea del divertimento (e dello sfruttamento). Alberto suona con foga, rabbia, passione, suona con tutta la forza che ha nei polmoni, fino a quando il suo “canto rauco” si distende sulla provincia meccanica e gaudente, sulla moltitudine schiumante di turisti, cubiste e cameriere che danno vita al coro del romanzo. “E il suono del sax, la sua musica, fu come il rauco grido di dolore delle cose e degli uomini colti in quel momento bagnato, all’alba, dopo il diluvio”. La pagina finale del romanzo è intitolata “Musiche”. In scaletta ci sono i Bronski Beat, che Tondelli ha visto in concerto nell’84, “fra riverenze continue come locandiere goldoniane, lanci di garofani rosa come divine dell’avanspettacolo, bacetti e inchini come in una recita parrocchiale (…), escono di scena baciandosi e abbracciandosi come tre grazie”. Elvis Costello canta “I wanna be loved” con Green degli Scritti Politti (l’album è “Goodbye Cruel World” dell’84), look pelvico con occhiali da sole e contrabbasso, country, folk, rock e jazz strumentale. Ma soprattutto c’è Morrissey, l’impegno e lo sdegno della Red Wedge. Finisce così la compilation di “Rimini”, opera rock. “Camere Separate” è il romanzo-spartito della maturità, Panzeri lo definisce un “blues penitenziale”. Il mal d’amore e la morte, le “intensità autodistruttive” e lo stare male degli Smiths: “Oh, I’m so glad to grow older, to move away from those younger years, now I’m in love for the first time”. Un giorno Leo torna nella sua vecchia casa, nella stanzetta in cui era cresciuto da ragazzo. La distanza con il passato, con i suoi vent’anni, è un fatto fisico, una freddezza tangibile: “…fra i suoi vecchi dischi, lì accanto, (…) sua madre ha mischiato i suoi: Dalida, Orietta Berti, Iva Zanicchi, Casadei, Luciano Pavarotti”. Fortissimo bisogno di appartenenza. Tondelli spiega come ha costruito il romanzo: “I tre movimenti che lo compongono funzionano – a grandi linee – come una partitura musicale sul tema principale (la perdita dell’ideale, la perdita dell’amore)…”. Ripetizione nella variazione, musica minimale, come nei racconti migliori, “La casa!… La casa!”, la vita grama dei fuorisede: “Esco dall’istituto superiore, ho diciott’anni… Faccio un progettino… Faccio l’università… Me ne vado a Bologna, cari miei… Un disastro!… Una débacle!…”. Ai tempi dell’università aveva scritto una tesina, “Un racconto sul vino”, consegnata nelle mani del professor Eco; il tema era la cultura del vino, scoperta sui banchi del liceo, studiando Alceo e Saffo, quando si era imbattuto nei testi di Guccini ricopiati a mano sul diario dalla sua “amica del cuore”. Guccini poeta conviviale, Guccini poeta-archeologo che riscrive le nostre lingue morte in una ballata rock. Con i compagni di classe, in osteria, “arrivammo a canticchiare, in greco, Saffo, come se fosse Carole King”. Ma qualcosa stava cambiando. Arriva l’house e il volume si alza coprendo le parole. “Sabato italiano” è uno degli ultimi racconti di Tondelli. Scritto nel ’90, descrive l’universo estremo dello sballo ad alta velocità. Gli stravoltini discoricottari si denudano in mezzo alla pista, “alcuni si buttano dalla balconata in mezzo alla marea sottostante, tutti si spingono e si urtano in un crescendo dionisiaco che prende tutto il locale”. Oggi la chiamano montagna umana, e puzza un po’ di piscio.

  80. tashtego il 4 dicembre 2006 alle 19:09

    calma

  81. effeffe il 4 dicembre 2006 alle 19:16

    big tash is back
    effeffe

  82. jurij (bombardiere su beirut) il 5 dicembre 2006 alle 00:31

    la mia stanza è un cimitero con lapidi in vinile, conto i morti e innalzo lodi e requiem, i reduci mi annoiano…

    chiedi a 77 se non sai come si fa,
    chiedi a 77 cosa resta e cosa va

  83. robertologo il 5 dicembre 2006 alle 08:50

    @tash
    Calmissimi.
    Tanto che da oggi si cambia nick.

  84. aditus il 5 dicembre 2006 alle 19:13

    mitici i cccp, sì. Ma i csi, quelli proprio nessuno li ricorda? loro: immensi. o no?

  85. Arnold il 2 febbraio 2007 alle 12:20

    Riguardo a Ferretti per fortuna ogni uomo ha un evoluzione dal punto di vista interiore, anche se non tutti gli altri sono in grado di accettarla e comprenderla.PUNTO e basta perchè è facile giudicare



indiani