Le domande di Pasolini

5 dicembre 2006
Pubblicato da

di Barbara Meazzi

[Barbara Meazzi, italianista, è maître de conférences all’Université de Savoie, Chambéry. Con lei ho da tempo un bello scambio epistolare. Ho chiesto ed ottenuto da Barbara di rendere pubblica una sua lunga considerazione giuntami in email. Eccola. G.B.]

Sono andata a rileggermi un po’ di interventi di Pasolini, a partire appunto dall’articolo del Corriere della Sera di quel lontano 14 novembre 1974; saltando di palo in frasca, sono capitata volontariamente su due articoli, uno intitolato “Dove va la poesia?”, del 1959 e uno coevo intitolato “9 domande sul romanzo”. L’unica domanda a cui Pasolini non risponde è l’ultima, quella sugli scrittori preferiti; alle altre, Pasolini reagisce nei confronti della contemporaneità con il solito acume. Cercando di raccapezzarmi nell’universo della letteratura italiana contemporanea – ovvio, non sto cercando di mettermi sullo stesso piano di Pasolini -, osservo invece con sconcerto l’inadeguatezza dei mezzi a mia disposizione, intellettuali – ecco, appunto – e critici.
C’è uno studioso russo, a Mosca, che si occupa di letteratura latinoamericana: si chiama Yuri Girin, un portento d’uomo che sa parlare tutte le lingue e che conosce a memoria tutti i testi dei formalisti russi e non solo quelli. Durante un convegno su “Intertestualità e avanguardie”, questo studioso ha affermato che il concetto di intertestualità funziona perfettamente per il postmodernismo; se applicato a ciò che precede, ci si deve aspettare inadeguatezza. Yuri Girin intendeva essere un po’ provocatorio, forse però non aveva completamente torto.
Non ho mai provato e dovrei: se applico le teorie di Lukacs allo studio di un romanzo di Barbara Garlaschelli, cosa succede? Il risultato della lettura è plausibile, soddisfacente, esaustivo? Come ha fatto Barilli ad accorgersi che arrivava la terza ondata, quella del post-postmodernismo? Ovvero: siamo in grado di studiare, interpretare e capire il senso della produzione letteraria contemporanea? Siamo in grado di farlo osservando l’Italia dall’estero? Sono in grado di farlo coloro che vivono in Italia? Siamo sicuri che per studiare questa letteratura contemporanea si debbano utilizzare gli stessi strumenti critici che si rivelano utili per lo studio, che ne so, della Scapigliatura? Siamo capaci di valutare esteticamente ciò che si pubblica au jour le jour? E anche quello che non si pubblica: io ho un amico aspirante scrittore, si chiama Massimomiro Pusceddu, è bravo, ma non è mai riuscito a trovare un editore. È bravo secondo me; il mio nome è nessuno, però, ahimé e ahi lui.
Una mia studentessa ha proposto una lettura di Ammaniti attraverso Bachelard, e debbo dire che il risultato è stato plausibile, anche soddisfacente – brava la studentessa. Esaustivo? Non vorrei polemizzare, l’immagine dello spazio in Ammaniti è sempre un po’ la stessa: una volta che Bachelard ha fatto il suo dovere, non so se ho davvero capito Ammaniti o se grazie a Bachelard ho regalato ad Ammaniti un po’ di autorevolezza che prima non aveva. Avrei potuto utilizzare altre griglie di lettura, facendo attenzione a non soffocare il testo; se poi intendo studiare a fondo la scrittura di Ammaniti, gli posso sempre scrivere, telefonargli se è un mio amico, chiedergli di parlarmi del suo rapporto con la mamma e poi servirmene per interpretare la sua opera. Non sono sicura che la lettura psicanalitica serva poi davvero per capire il senso dell’opera ammanitiniana, intanto perché essendo Ammaniti Senior quel che è, Ammaniti Junior deve aver inzuppato i biscotti al plasmon nella psicanalisi fin dalla più tenera infanzia; e poi non sono sicura che Ammaniti vada letto come Balzac. Non perché Ammaniti valga di meno o di più, ma perché è un’altra cosa, ed io non ho i mezzi sufficienti e necessari per valutare Ammaniti rispetto ai suoi contemporanei. Ammaniti, Lucarelli, Mozzi. Posso dire hic et nunc che i libri di Stefania Bertola sono un simpatico passatempo per lettrici femminili; fra cinquant’anni autorevoli critici stabiliranno un bilancio credibile sull’opera della Bertola, individuando peraltro una linea piemontese che collega Bruno Gambarotta ad Anna Berra.
Il fatto è che la letteratura è cambiata ed è cambiato il modo di studiarla, è cambiato il modo di far critica letteraria. Da Pasolini a Tondelli… scrivo delle banalità, ma ne rendo conto. È cambiata la letteratura, è cambiato il mondo dell’editoria: quanti libri si pubblicano ogni settimana? Non posso leggere tutto, seguire tutti i blog, le recensioni su Internet, leggere tre quotidiani tutti i giorni, non ce la faccio. Internet ha provocato una rivoluzione culturale, signora mia. I critici sono spiazzati, anche se continuano a fingere di aver letto tutto e di conoscere tutto. I professori universitari annaspano, almeno quelli che si occupano di contemporaneità, per esempio se si chiede loro un giudizio critico sull’opera di Franz Krauspenhaar; mentre gli altri, quelli che studiano la “letteratura alta”, sparlano dei colleghi che osano occuparsi di un Macchiavelli che di nome non fa nemmeno Niccolò. Vogliamo scherzare: considerare sullo stesso piano la figura del principe e quella di Sarti Antonio sergente? Orrore. È vero, i due non stanno sullo stesso piano, e l’unica cosa che hanno in comune è il fatto di essere un prodotto letterario. Per farla breve. Il fatto è che gli studiosi di Niccolò non hanno mai letto niente di Loriano, mentre i lettori di Loriano spesso hanno letto di Niccolò. Passons.
Beato chi si occupa di Apollinaire, morto il 9 novembre 1918: grosse sorprese possono venire solo dalla scoperta di eventuali inediti o lettere che per ora giacciono nelle casseforti dei collezionisti e degli eredi, mentre gli studiosi studiano ed interpretano un corpus delimitato. Con le mailing-list ora non si fatica nemmeno più a sapere che X in Texas ha pubblicato un saggio o un articolo sui Calligrammi. Ma come si fa a fare una bibliografia degli e sugli scritti di Stefano Benni? Se voglio scrivere un articolo su Simona Vinci, devo cominciare con google, anche se so che certi risultati saranno incongrui: tanto, però, in biblioteca nazionale su e di Simona Vinci non c’è nulla. Non sto parlando di differenze tra letteratura “alta” e di letteratura “bassa”, sto parlando semplicemente di come e di cosa studiare nella letteratura contemporanea, “quella roba” che con tenacia continuiamo a leggere con una certa passione e a far leggere anche e persino ai figli dell’Ipod, “quella roba” che – miracolo – permette ai figli dell’Ipod di riconciliarsi con lo studio della letteratura perché in “quella roba” trovano punti di riferimenti significativi, riscontri e magari anche qualche risposta a domande esistenziali. Una volta bastava Leopardi, oggi per arrivare a Leopardi bisogna cominciare da Brizzi, quando va bene, e dalla Giulia Carcasi quando va malissimo. Almeno leggono: il fine giustifica i mezzi – comme disait l’autre.
Torniamo a Pasolini, allora, e alle domande cui egli rispondeva nel lontanissimo 1959: forse è da lì che bisogna cominciare, o ricominciare.

Tema n. 1: lo scrittore deve possedere una ideologia?
Tema n. 2: Qual è il rapporto tra lo scrittore e il neocapitalismo?
Tema n. 3: Cultura o poetica?
Tema n. 4: Qual è il rapporto tra ideologia e stile?

Le ideologie ed il neocapitalismo si sono trasformati; la poesia, quella vera, dovrebbe tuttavia continuare ad andare dalla stessa parte. Dovrebbe. Molto più complesso il discorso sul romanzo:

1) Credete che ci sia una crisi del romanzo in quanto genere letterario o piuttosto una crisi del romanzo in quanto il romanzo partecipa della crisi più generale di tutte le arti?
2) Si parla molto del romanzo saggistico. Pensate che esso sia destinato a prendere il posto del romanzo di pura rappresentazione (ossia behaviourista?). In altri termini Musil sostituirà Hemingway?
3) La scuola narrativa francese di cui fanno parte Butor, Robbe-Grillet, Nathalie Sarraute e altri proclama che il romanzo volta definitivamente le spalle alla psicologia. Bisognerebbe far parlare gli oggetti, tenersi ad una realtà puramente visiva. Qual è il vostro parere?
4) Non vi sarà sfuggito che i romanzi moderni sono scritti sempre meno in terza persona, sempre più spesso in prima persona. E che questa prima persona tende sempre più ad essere la voce stessa dell’autore […]. Credete che si potrà mai tornare al romanzo di pura oggettività, del tipo ottocentesco? Oppure pensate che il romanzo oggettivo non è più possibile?
5) Che cosa pensate del realismo socialista nella narrativa?
6) Il problema del linguaggio nel romanzo è prima di tutto il problema del rapporto dello scrittore con la realtà della sua narrativa. Credete che questo linguaggio debba essere trasparente come un’acqua limpida in fondo alla quale si distinguono tutti gli oggetti, in altri termini credete che il romanziere debba lasciar parlare le cose? Oppure credete che il romanziere debba prima di tutto essere scrittore e anche perfino vistosamente scrittore?
7) Che cosa pensate dell’uso del dialetto nel romanzo? Credete che si possa dire tutto con il dialetto, sia pure in maniera dialettale? Oppure pensate che soltanto la lingua sia il linguaggio della cultura e che il dialetto abbia dei limiti molto forti?
8) Credete alla possibilità di un romanzo nazionale storico? Ossia nel quale in qualche modo siano rappresentati i fatti d’Italia, recenti o meno recenti. Credete che sia possibile, in altri termini, ricostruire vicende e destini che non siano puramente individuali? E fuori del tempo storico?
9) Quali sono i romanzieri che preferite e perché?” ***

Sembreranno domande anacronistiche, ma io non so rispondere a nessuna, nemmeno all’ultima… Sono questi i drammi del post-postmodernismo, probabilmente; ai posteri l’ardua sentenza.

 *** (In Pier Paolo Pasolini, « Dove va la poesia » (1959) ; « 9 domande sul romanzo » (1959), Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull’arte, Milano, I Meridiani, 1999, p. 2734-2745)  

3 Responses to Le domande di Pasolini

  1. alcor il 5 dicembre 2006 alle 15:43

    Non capisco il succo.

  2. Angelo De Lorenzi il 5 dicembre 2006 alle 17:23

    Direi che la lettera può essere divisa in due parti. Fino a “Torniamo a Pasolini” ci sono questioni molto serie, direi da specialisti. Poi arrivano le domande di Pasolini e le amare conclusioni-non conclusioni di Barbara. Intanto a lei darei un consiglio, lo stesso che dò a mia moglie, per altre occasioni di vita:” si rilassi. Rilassati”. Pensiamo davvero che uno scrittore abbia in testa tutte queste nobili domande? So di essere brutale, ma io direi: “iniziamo a leggere (o a scrivere) con gusto sulle cose”. Provando piacere o ribrezzo. Pasolini, Testori, Doninelli, Benni o Leopardi. Certo, è un’epoca confusa, mi par di capire. Anche da ciò che leggo su altri siti letterari simili al vostro. Sarà colpa del post-postmodernismo? “Ai posteri l’ardua sentenza”.
    (Angelo De Lorenzi)

  3. Phipip il 30 dicembre 2006 alle 22:42

    Troppe elucubrazioni, Ammaniti non è una divinità, anche se Berlusconi gli ha già pubblicato una tetralogia. Se un libro comunica emozione, swntimento, se resta dentro di noi, è un buon libro. Per giudicare un libro non bisogna essere onniscente, è impossibile ed inutile. Non dimentichiamo che Monnicelli ripete sempre che la crisi del cinema nacque con l’arrivo degli intelletualini comunisti, figli di papà, volubili e capricciosi. Il cinema come la letteratura non è “arte” ma industria. Solo pochissimi capolavori s’innalzano ad “arte”.



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