Una storia credibile of course

6 dicembre 2006
Pubblicato da

di Alessandra Galetta
Poi mi chiudo in macchina e ammazzo la mia ex moglie, sempre con una tecnica diversa of course.
Of course
è la parola che lessi sul primo manifesto con cui oscurai il parabrezza. Ed è la parola che fisso ogni sera quando uccido la mia ex.
La uso anche per darmi un tono, quando giro per le case a riparare le linee adsl e mi chiedono: hai individuato il problema? E io rispondo: of course anche se non ho capito un accidente e loro scappano a preparare il caffè.
Poi m’è capitato un cliente che dalla faccia avevo incasellato come un potenziale piantagrane, uno che ci lavorava con il computer aveva sottolineato con una vocetta acuta quando ancora non m’ero tolto il giubbotto.
Mi disse che era uno scrittore.
Uno con certe mani lunghe, esili e con le dita sempre in movimento. Uno con una linguetta che s’affacciava tra le labbra e le manteneva lucide.
Quando a un certo punto ho risposto con il mio of course si è piegato in una risata sorreggendosi con quelle mani la pancia che dilagava dalla tuta da ginnastica.
Ecco, ho pensato, lo scrittore ha intuito che dietro al verme c’è agganciato l’amo.
E invece lo scrittore rideva per come avevo pronunciato of course.
Così me l’ha fatto ripetere tre o quattro volte.
Ci sono delle persone che non sono portate per le lingue m’ha detto mentre trafficavo al computer. Io penso che non ci sia riuscito perché m’ero incantato su quelle mani guizzanti che parevano serpenti e che m’avevano imprigionato gli occhi, la lingua, il pensiero.
Poi un giorno su una locandina appesa a un’edicola ho letto la pubblicità di un corso d’inglese in dodici cd e ho comprato il primo in offerta speciale.
Intanto ascolto questo, poi si vedrà.
Così prima ammazzo la mia ex moglie, l’ho appena soffocata con un cuscino sulla faccia, e dopo ascolto per cinquanta minuti il cd.
E of course lo ripeto proprio identico alla signorina inglese adesso.
Segue la lettura del giornale che prendo all’ingresso della metropolitana e le notizie del mondo, e qui si capisce che ho una mente un po’ bizzarra, invece di preoccuparmi, intristirmi, irritarmi, mi rilassano e mi conducono al sonno, ma forse è una reazione anche questa: mondo tu non mi piaci e io me ne vado, però non so, sono un tecnico dell’adsl mica uno psicologo.
Comunque è grazie a questi riti che non mi sono disperato o avvilito.
Che poi la mia ex non è stata una cattiva moglie, è quando è avvenuto il passaggio in ex che si è trasformata in diavolo.
Qualcuno pensa al diavolo e lo collega alla violenza o alla cattiveria.
Io penso al diavolo e come prima immagine mi appare il fuoco.
La sera della trasformazione io non l’avevo certo prevista come non potevo prevedere quali sarebbero state le conseguenze per me, dopo. Per quello che mi riguarda la nostra convivenza sarebbe potuta continuare nell’indifferenza pacifica fino alla morte. Le volevo bene come a una sorella ed è stato questo il motivo che l’ha fatta esplodere.
Quella notte sono sceso da questa macchina e ho gettato un’occhiata verso l’alto, ora che ci penso per otto anni ho ripetuto quel gesto, e dal balcone del quinto piano si alzava un filo denso e nero. Nelle dieci rampe di scale ho annusato l’odore amaro di bruciato e prima di infilare la chiave nella serratura già sapevo che erano i miei quadri che se ne andavano in fumo e che non avrei dormito più lì con le gemelle.
Se lo avessi saputo prima avrei cambiato atteggiamento con lei?
No, penso che sarebbe stato impossibile. Si possono trattenere gli schiaffi, la lingua, ma non l’indifferenza.
Il suo fu un gesto simbolico: la pittura m’aveva sottratto a lei e quindi l’ha sterminata.
Da allora non ho dipinto più per ragioni logistiche e per il trauma. Mentre le fiamme avviluppavano quegli scialbi paesaggi, questi si trasformarono, negli ultimi istanti, in rappresentazioni meravigliose che tutta l’umanità avrebbe dovuto ammirare. Fui io stesso a gettare sul fuoco l’ultimo quadro, ma la combinazione di fattori casuali che aveva portato al prodigio non si verificò più.
Anche il metodo scelto per distruggerli non fu casuale. Avrebbe potuto scaraventarli dal balcone oppure annegarli d’acqua. Invece escogitò un sistema più complicato e lungo. C’era un barbecue in un angolo del nostro balcone avvolto in un telo di plastica, lei comprò la carbonella dal ferramenta, l’accese e attese con pazienza che salisse la fiamma. Perse un’ora e anche più per mettere in atto il suo progetto.
Quel barbecue ci fu regalato dai suoi genitori il giorno del nostro matrimonio, otto anni fa. Suo padre l’accompagnò con una frase che suonò sinistra: usalo tu, sempre. Le donne con una fiamma libera diventano pericolose! A cui s’aggiunse quella della madre: le femmine usano i fornelli, i maschi il fuoco. La vita della famiglia gira intorno alla preparazione dei pasti. Arrostisci pesce, bistecche e salsicce e sarete felici.
Dopo sei mesi dalle nozze io divenni vegetariano, non c’erano motivazioni nobili per la mia decisione per lo meno quando fu presa: non digerivo la carne ed erano appena nate le gemelle, così fu un modo per risparmiare ma anche per liberarmi di lui, del barbecue, intendo.
Ti ho coperto di parole, scusami. In effetti m’avevi domandato solo se potevi parcheggiare vicino alla mia auto, ma ho visto il tuo sguardo dilatato e non ho resistito: ho dovuto raccontarti la mia storia. Sono come l’acqua compressa in un tubo di gomma che quando trova un’apertura schizza via.
Il tuo sguardo l’ebbi anch’io un anno fa quando mi cambiò la vita e lo osservai a lungo nello specchietto retrovisore.
Lo sguardo impaurito dell’uomo senza casa.
Lo so che è una condizione momentanea causata da circostanze sfavorevoli. Colpa del governo, dei giudici, degli assegni di mantenimento e delle mogli sanguisughe. E infatti la prima cosa di cui ti ho parlato è stato proprio dell’omicidio immaginario che compio ogni notte. E’ il sistema che ho elaborato per restare agganciato al mondo che dorme in un letto. Mi sono cercato anche un secondo lavoro in un negozio che assembla componenti per computer, è una cosa che so fare e che mi piace fare. Eppure dopo averli sollecitati una volta non mi sono fatto più vivo con loro. Credi che sia stato un comportamento casuale? Io non lo penso invece.
La notte in strada ti imprigiona a lei come fa la ragnatela con la mosca, e ciò spiega il rifiuto ostinato dei barboni di dormire sotto un tetto. Non sono mica tutti pazzi o alcolizzati, è perché sono stati catturati da quella trappola nera.
Poi mi fanno sorridere quei giornalisti che parlano dei barboni come esseri che vivono ai margini della società. I barboni sono fuori, quelli che sono ai margini siamo tu e io. Noi che dormiamo in un’automobile, ma che siamo in fila per farci la barba e la doccia alla stazione Termini prima di andare a lavorare.
Ci infiliamo sotto lo scroscio dell’acqua e rientriamo.
Compriamo una bottiglia la sera e non torniamo più. Oppure ci mettiamo a parlare da soli per riempire il silenzio dell’abitacolo, usciamo a caccia di visi a cui parlare, è così semplice aprire lo sportello. O ti mantieni in bilico come me e ti riempi di microattività quali ammazzare una moglie, memorizzi parole di una lingua che non assomiglia alla tua, leggi le notizie di un giornale.
Poi non è vero che non li ho richiamati quelli del negozio. Gli ho telefonato e sono passato lì almeno una decina di volte. E’ che mi viene la tentazione, raccontando la mia storia, di dimostrare che sono io a non voler rientrare per un letto, che dormendo qui, sulla strada, ho acquistato uno sguardo che oltrepassa le follie della società.
Potremmo vendere le nostre automobili, la tua è un catorcio come la mia, e comprarci una roulotte catorcio, che ne dici? E’ una condizione provvisoria la tua? Se è veramente così come affermi, metti in moto e vattene! Bussa alla porta di un amico e trascorri lì la prima notte e quelle che seguiranno fintanto che tua moglie non cambi idea o aspetta di ottenere un secondo lavoro che ti consentirà il lusso di pagarti una stanza. E’ inutile che ti illudi: a meno di trecento euro non la trovi, aggiungine cento per le spese e conta quello che avanza. Io con quei trecento euro invece ci porto le bambine al cinema o a mangiare la pizza e quest’estate due settimane al mare, in Calabria.
L’orgoglio ti impedisce di approfittare dell’ospitalità di un amico?
Eh, l’orgoglio è lo scudo dietro cui mi sono riparato anch’io.
Io lo propongo sempre a quelli come te che passano di qui: uniamoci, organizziamoci, fondiamo roulottopoli, e voi, tutti voi, tirate fuori l’orgoglio e la provvisorietà e scappate a cercare un altro parcheggio e quando ci troviamo in fila davanti ai bagni di Termini mentite, temporeggiate, v’arrampicate a chiacchierare delle sciocchezze per non rispondere la domanda che mi esce dagli occhi: dove hai passato la notte?
E confidate nella caduta del Governo, nell’arrivo della Sinistra o della Destra o di una fidanzata proprietaria di un appartamento.
Poi sono tornato da quello scrittore con le mani che guizzavano come serpenti. Quel giorno della riparazione aveva finito il caffè e m’ha detto: se capiti nella mia via, citofona e te lo offro.
Così un pomeriggio gli ho suonato.
Stava preparando una presentazione: andava davanti a un pubblico a parlare di un suo libro e preparava il discorso.
Gli ho detto che la mia storia meritava di essere scritta e lui ha risposto: sentiamo.
S’è accomodato sulla poltrona, ha appoggiato le gambe su un tavolo su cui c’erano dei giornali, delle riviste, dei fogli zeppi di una scrittura minuscola, che dalla forma avresti detto che appartenesse a una donna e invece era la sua, ha infilato le mani nella tasche.
Quando sono arrivato alla conclusione, l’ho raccontata confusamente come sto facendo con te, mi ha detto: la tua storia non è credibile. Sarà pure vera, anzi non ho dubbi sul fatto che lo sia, però non è verosimile e quindi non può entrare in un libro. Gli ho domandato perché. Mi ha risposto che gli avrei dovuto parlare d’altro: dell’amore per le mie figlie, del dolore di abbandonarle, del dispiacere davanti ai quadri che bruciavano, dei motivi che avevano portato la separazione con la mia ex, della mia rabbia nei suoi confronti, dello stillicidio nel condurre una doppia vita, e invece ero andato vicino a tutte queste cose sfiorandole appena.
Puoi sempre farlo tu, no? Lui ha detto che certamente, avrebbe potuto farlo, ma a quel punto sarebbe diventata la sua storia non la mia.
Infine mi ha domandato: mi hai raccontato tutto questo perché hai bisogno di soldi? Io ho risposto che non mi occorreva denaro, che ormai ero abituato a vivere con poco, l’avevo raccontata per la curiosità di leggere un giorno come si sarebbe comportato un altro al mio posto. Ho spiegato che se ne parlavo in quel modo è per il mio carattere che è calmo e pigro e che mi spinge a riassumere per non sciupare energie.
Così quella prima notte ho strappato un manifesto e ho tappezzato il parabrezza, ho abbassato il sedile anteriore e sono rimasto immobile ad ascoltare il gocciolio dell’acqua che cadeva dalle impalcature. Mi è parso un rumore insopportabile, forse perché non l’avevo mai udito prima, e mi sono caduti gli occhi su of course, mi ci sono adagiato sopra come una foglia quando si posa sul tetto di un’automobile, sul vetro di un lampione, sul davanzale di una finestra. Mi ha fatto compagnia per un’ora, mi ha fatto compagnia anche quando ero nell’altra vita, e a poco a poco ho aggiunto altri pezzetti che mi hanno aiutato a recuperare.
Sul lavoro non sono cambiato, credo, e seguito a essere efficiente come prima.
Poi domani esce il libro.
Lo scrittore alla fine l’ha scritta quella storia.
Eccolo qui. Un racconto lungo o un romanzo breve, così mi ha detto.
Una storia credibile.
Il titolo non mi piace. Io avrei scelto of course.
Lui dice che il titolo deve spiegare oppure attirare.
E of course non muove niente, è una parola neutra e inconsistente e inoltre è preferibile non utilizzare parole straniere per una storia italiana.
Eppure è da lì che è cominciato un altro me.

Alessandra Galetta ha pubblicato la raccolta di racconti “Vedrai vedrai” con Untitl.ed

10 Responses to Una storia credibile of course

  1. marino il 6 dicembre 2006 alle 21:46

    Molto bello, anche le storie di Vedrai vedrai a suo tempo mi erano mi erano piaciute molto.

  2. Effe il 7 dicembre 2006 alle 10:32

    visto, si stampi

  3. effeffe il 7 dicembre 2006 alle 10:48

    visto visto, si stampi si stampi
    effeffe

  4. Giovanni Bianchi il 7 dicembre 2006 alle 12:12

    L’ho letto con piacere. Non avevo mai letto niente di questa autrice. Brava.

  5. Giorgia il 7 dicembre 2006 alle 12:40

    E’ bellissimo. Ci diventi sempre più brava. Eh, i tulipani fanno bene!

  6. preferisco non dirlo il 7 dicembre 2006 alle 15:25

    be’ tutta una serie di commenti delle ‘penne’ dei blog…
    buon per te, alessandra.
    io ho letto vedrai vedrai.
    il terzo racconto è un 8.
    il secondo un 7.
    il primo un 5 y medio.
    l’ultimo preferisco astenermi :)
    ciao a tutti

  7. OrsaLè il 7 dicembre 2006 alle 16:16

    E’ il tuo stile. E mi piace più ti leggo. Spero sempre in un romanzo lungo. Ma anche un bel racconto fa piacere.
    Un abbraccio

    OrsaLè

  8. Veronique verge il 8 dicembre 2006 alle 13:18

    Questo racconto è divertente! Il personaggio scrittore è un po’ come une sanguisuga che aspira la vita e la riproduce con una ricetta testata: l’analisi psicologica dei personaggi sembra creare una storia credibile.
    La novella si differenzia appunto dal romanzo: va al punto essenziale.
    Nella sua brevità ha una forma perfetta. Si presta a tutte le esperienze: come per esempio un titulo strano: of course!

  9. ArimaneBis il 9 dicembre 2006 alle 10:10

    ne vedrò altri, of course

  10. bel racconto.. of course!!

    Un saluto dalla prima community italiana di amanti del BBQ…



indiani