Progetto “mercoledì 7 maggio 1947”

7 dicembre 2006
Pubblicato da

di Paolo Spaziani

Mercoledì 4 maggio 1947 è evidententemente uno degli esiti più violenti della cosiddetta fase ‘materialistica’ di Artaud, strenuo ed estremo regolamento dei conti con la metafisica occidentale, con ogni forma di concettualizzazione-Spaltung, contro forze fantasmatiche sovra-determinanti che minacciano ad ogni istante di interrompere il grande flusso, il piano d’immanenza che la sua scrittura, la sua vita non cessano di tracciare, fuoriuscendo da ogni margine.

Non si tratta ormai neppure più di contestare una certa assiologia soffocante, Artaud non perde più tempo a spiegarsi, a enucleare dei distinguo, agisce in assenza di tempo (mancano pochi mesi alla sua morte) e aggredisce direttamente uno degli elementi chiave di ciò che aborre (non era stato il gemello Nietzsche a mettere in connessione la prigionia, la morte con la nostra credenza nella grammatica?): Artaud aggredisce con una violenza inaudita lo statuto stesso della lingua come res di scambio universale, di spaccio di universali, come oggetto di comunicazione, gli è indifferente anche la pietosa menzogna della ‘poesia’, non si tratta più di una lingua ma di una contro-lingua che recupera a se stessa ciò che le era stato catturato nei circuiti di svolta del simbolico, l’emozione pura, il soprassalto del corpo. Glossolalìe, paragrammatismi, controsensi, inversioni sintattiche, sintagmi filosofici sminuzzati a colpi d’ascia, uno jargon dell’urlo, una lingua per cui non ci sono analisi decrittanti possibili perché può essere solo canto immemore senza melodia (capita però che vi si depositi, vi  transiti un passato immane, geografico, come la sedimentazione senza strati di tutti i sibìr del Mediterraneo, nell’inflessione amniotica di tutto il femminile di Artaud, la pleiade delle madri sparpagliate nei vari cimiteri visitati amorosamente da Paule Thévenin alla ricerca di questa paradossale genealogia – Smirne, Marsiglia, Napoli, Genova – come se la linea debordante di Artaud fosse proprio di essere il vessillifero estremo, rabbioso, sarcastico di un Molteplice disparso).
Lontanissimo dagli intendimenti del Teatro e il suo Doppio, non si tratta più di rimmergersi nel tutto, di trovare un assorbimento nell’assoluto dopo aver decantato la materia vile con tecniche raffinate mutate dal teatro orientale, in una dialettica tra spirito risorgente e un corpo, puramente semantico, da scandire secondo i lessemi ermetici, completo capovolgimento, sarà proprio questo corpo, sempre sempiterno e non eterno, questo corpo particolare che si ri-forma ad ogni istante che Artaud cercherà disperatamente di difendere dagli stupri tassonomici, un corpo che finalmente ha trovato un divenire che non conosce arresti se non quelli, funerei del cattivo doppio, del calco simulacrale impostogli dal feticismo nominante, utilitario-spiritualista, degli apparati di cattura. Giustamente Umberto Artioli stabiliva un illuminante parallelismo con Wilhelm Reich e la sua diagnosi sconsolante del corpo corazzato, che, ignaro della forza orgonica, la vede sempre fuori di sé come mancanza abbietta nel dritto\rovescio del soprannaturale su cui fondare ideologie aberranti oppure in uno sconsolato erotismo meccanicistico e predatorio, carico della rabbia, la peste emozionale, di non riuscire mai a colmare la beanza-clivage di che consiste il cosiddetto “soggetto”.

Portare in sala questo testo non può mai essere, dunque, trovarobato storicistico, Hommage à, rievocazione del particolarissimo CsO di Artaud, ennesimo soffermarsi sui traumi e le idiosincrasie specifiche che ne furono comburente o carburante ma piattaforma vettoriale di una strana avventura che ha ben poco a vedere con qualunque storia. E’ stato Bene (Carmelo) a sottolineare come la riuscita di Artaud sia stata proprio questo meraviglioso palcoscenico linguistico, una lingua infettata dalle potenze dissolventi del teatro che si scinde (smargina) dalla stessa lingua francese, ben oltre le discettazioni saussuriane (antithéâtral rimase fino alla fine l’ingiuria ultima ed estrema, la preferita e la peggiore scagliabile, di Artaud).
Se questo è vero esporre questo protocollo d’esperienza alla scena significa dimenticarsene fuori di ogni paradosso, ovvero traslato che insegue a palindromo l’assenza di qualsiasi premessa, non solo perché colui che ‘compie’ questo testo lo colora o lo campisce della sua personalissima tragedia, ma perché il reale protagonista non può essere che un accadimento, testo come pre-testo, testo di Artaud come unica nota fissa nel tessuto volatile di una scena da rifare ogni sera, senza che questo possa voler dire l’ingenuità dell’happening o l’assenza di rigore dell’improvvisazione velleitaria. Ma, sì, contro-tecnica.

7 Responses to Progetto “mercoledì 7 maggio 1947”

  1. cara polvere il 7 dicembre 2006 alle 22:01

    si è sempre tentati di parlare di Artaud senza a mio parere riuscire a dire niente che abbia a che fare con Artaud. paroloni con la c con la p con la t. classificature. tentativi a tentoni. non c’era spazio per gli umani in Artaud. non vi e nemmeno oggi che si tenta invano di usarlo come stampella palcoscenica. o revival chic. l
    Artaud, quello che scriveva dei corvi di Van Gogh come mai nessuno ha potuto e saputo scriverne seduto a un tavolino di un caffè mentre si sentiva “il ventre pieno di enormi marmotte grigie che si agitano e si rivoltano” (si pensa ad un tumore al retto e all’ano ).
    ci hanno mangiato in molti con il caso Artaud e i retroscena sono terrificanti.
    per il resto se non si è nudi,la poetica di Artaud , sproporzionata schiumante demoniaca cortocircuitalmente rumorosa (l’impianto scenico di rumori rutilanti, amplificati, l’assenza quasi di verbo o comunque verbo ridotto ai minimi termini a vantaggio della sensazione fisica come un dolore)si perde incompresa dietro la luce azzurra dell’elettrochock e dietro il fumo della fucilata al ventre di Van Gogh
    ogni recensore dovrebbe avere nella sua biblioteca “Van Gogh – il suicidato della società” dell’Adelphi.
    ogni recensore. e ogni censore-
    un saluto
    paola

  2. paola il 8 dicembre 2006 alle 00:33

    Ma come cavolo parlate??
    Ce la suoniamo e cantiamo?

    per favore no…

  3. effeffe il 8 dicembre 2006 alle 12:35

    carissimo Marco un film (non so se esista una versione in italiano) che vale la pena vedere per cogliere degli aspetti importanti dell’opera(della vita) di artaud è questo. Anzi credo proprio che lo proporrà per gli incontri “indiani” che stiamo preparando.

    LA VERITABLE HISTOIRE D’ARTAUD LE MOMO
    de Gérard Mordillat et Jérôme Prieur
    documentaire 1993 couleur lh25min

    Essentiellement composé de témoignages des proches d’Antonin Artaud, ponctués de photos, dessins et enregistrements sonores de l’écrivain, ce passionnant documentaire en deux parties retrace les deux dernières années de cet insurgé de génie, poète, acteur et homme première partie évoque le retour d’Antonin Artaud à Paris en 1946, après des années d’internement de théâtre, dans le Paris de l’après-guerre.
    La à l’asile psychiatrique de Rodez.
    Cette première partie présente les témoignages de:
    Anie Besnard, Marthe Robert, Henri Thomas (époux de Colette Thomas), Paule Thévenin (éditrice des oeuvres complètes d’Artaud), Jacqueline Adamov (épouse d’Arthur Adamov), Gustav Bolin, la photographe Denise Colomb, Jany de Ruy, Domnine Milliex, Alfred Kern, PierreCourtens, Henri Piçhette, Rolande Prevel (épouse de Jacques Prevel), Minouche Pastier, Luciane Abiet.

    La deuxième partie évoque les derniers temps et la mort d’Antonin Artaud à la maison de santé d’Ivry (94).
    Cette deuxième partie présente les témoignages de:
    Marcel Piffret, Henri Thomas (époux de Colette Thomas), Marthe Robert, la photographe Denise Colomb, Jany de Ruy, Paule Thévenin (éditrice des oeuvres complètes d’Artaud), sa fille Domnine Milliex, Rolande Prevel (épouse de Jacques Prevel), Jacqueline Adamov (épouse d’Arthur Adamov), André Berne-Joffroy, Gustav Bolin, Minouche Pastier, Henri Pichette et Alain Gheerbrandt.
    effeffe

  4. hag reijk il 8 dicembre 2006 alle 14:36

    È vero cara polvere quello che dici.
    In molti hanno mangiato alla sua mensa: e se ne sono andati poi senza pagare il conto -tranne tenersi un’immaginetta da mostrare con una strizzatina d’occhio sotto la giacca.
    Più ancora dei suoi accecanti testi, l’immagine che ancor oggi più mi colpisce di Artaud è la sua figura di monaco confessore della/nella Passion de Jeanne d’Arc di C. T. Dreyer, di colui che raccoglie le sue ultime parole prima del rogo -che noi non udiamo, che non sapremo mai. Il divino fatto di carne e sangue: ecco la sua crudeltà. Una crudeltà catartica da cui si tende a distogliere il naso.
    (Se aveva un fratello era senza dubbio Lautréamont)

  5. la funambola il 9 dicembre 2006 alle 00:53

    io non ci ho capito una mazza! :)
    non che sia importante, ognuno spende il proprio tempo come crede.
    io sto qui a leggere perchè probabilmente sono spinta da qualche bisogno che indagherò e il fatto che non capisca una mazza di quanto postato, può fregare di meno, in primis a me in secundis a voi. :)
    ma la di là delle considerazioni psicologiche che mi spingono a scrivere un commento che è poi un non commento, visto che non ci ho capito una mazza, ecco al di là di questo interrogativo sul senso di essere qui, mi domando: ma che cazzo scrivete?
    ma lo stupore si fa infinito, leggendo, che qualcuno “capisce”.
    paola, forse che ce la suoniamo e cantiamo io e te? :)
    baci
    la funambola

  6. cara polvere il 9 dicembre 2006 alle 01:07

    @hag reijk
    già. se ne sono andati cercando poi di resuscitarlo senza nemmeno avergli fatto le esequie.
    comunque Artaud non anelava certo al suo funerale

    Post -scriptum

    Chi sono?
    Da dove vengo?
    Sono Antoni Artaud
    e che io lo dica
    come so dirlo
    immediatamente
    vedrete il mio corpo attuale
    andare in frantumi
    e ricomporsi
    sotto diecimila aspetti
    notori
    un corpo nuovo
    e non potrete
    dimenticarmi
    mai più.

    artaud non vuole essere ricostruito

  7. Fabian Lloyd il 10 dicembre 2006 alle 11:39

    “La vie est atroce.” (Fabian Lloyd)
    “Scrivo per gli analfabeti” (A.A.)

    @La funambola, Paola
    Cosa c’è da capire? Il buon senso comune? Siamo ancora al buon senso comune?



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