La città dei bambini

9 dicembre 2006
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processione di bambini - foto di Luigi Verde

di Tiziana Verde

Da nove anni, io lavoro in una scuola di campagna. Insegno i numeri ai figli di immigrati, ai sinti del campo nomadi, chiamati Rocky e Rambo per evitare i nomi del calendario e ai bambini accolti in un istituto che, senza ironia, si intitola ‘Sacra famiglia’.
Da questo campo quadrato e senza versi niente sembra vicino, tranne invisibili recinti, invece una strada provinciale porta al centro, quello che vanta i migliori asili, la città dei bambini coi disegni di Natale per strada e i cassonetti dei rifiuti dipinti.
Io intanto, ogni giorno, mi siedo su una panchina di marmo e tra le palpebre socchiuse li guardo correre come puntini colorati di una giostra. Allora li conto, conto un lungo elenco di oltraggi.

Non sono questi i bambini che la città aveva previsto, eppure se mai crescerà qualcosa, verrà da loro, dal loro riso imparato a furia di esercizio…
Di ognuno so la voce esile o acuta, che si affanna per farsi sentire in tutte le lingue parlate o forse imparo, perché queste voci tremano: perché sempre voci più forti le coprivano…

Di questi nove anni soprattutto mi stancava il motivo delle riunioni, di discorsi così regolari e inalterabili, da consentirmi di stendere il verbale di ogni collegio, annotando prima ancora di ascoltarli, senza sbagliare, tutti gli interventi.
Negli anni ho raffinato esercizi di astrazione, non sono più in quelle stanze ed è la mia libertà. Porto lontano i pensieri e intanto traccio sul quaderno, con diligenza, quelle parole a nessuno rivolte.
Lì dentro metto anche, per riguardarli, i biglietti e i disegni dei miei alunni.
Me li lasciano di nascosto nelle tasche della giacca, perché a casa li trovi.
Ormai lo so, ma c’è dolcezza in questa sorpresa rinnovata, da farmi pensare ancora di più che queste parole ogni mese pronunciate, non riguardano nessuno di loro, nessun bambino già nato e attingono piuttosto al frasario tecnico cresciuto nella scuola di questi anni per gioco di memoria, ma una memoria combinatoria che non custodisce nulla e si esercita soltanto nella recitazione dei suoi comandamenti.
Un tale vuoto dovrebbe spaventare, spaventare il tempo impiegato ad imbastirlo, a preservarsi persino dalla possibilità di una domanda. In fondo le nostre sono oziose discussioni, senza nemmeno quella indolenza che allarga l’immaginazione. Sono oziose anche perché il consenso è presupposto iniziale, non accordo raggiunto. Si mette ai voti la conferma e indignano gli astenuti, il caso contrario.
Ne soffrono di più proprio quei colleghi che nei fatti ai ragazzi sono stati vicini e, con più senso della realtà, si ritenevano soddisfatti di toglierli dalla strada, fargli fare un pasto caldo e magari insegnargli a leggere e scrivere.
Ma nel verbale, le loro voci non compaiono.
In perfetto, forzato accordo, la scuola promuove invece ascolto, differenza… sempre con possibilità – che dichiarata facoltativa è di fatto obbligatoria – di avvalersi dell’esperto.
In genere sono esperti senza esperienza. Mi è sempre rimasto misterioso negli anni, il criterio con cui vengono scelti e il motivo della loro presenza, ma a volte mi sorprendo a provare, oltre al fastidio di subirli, una vaga ammirazione.
Diffondono l’ovvio come fosse una scoperta. Da questo analfabetismo delle cose comuni non deriva però, né inquietudine, né stupore, bensì un disarmante entusiasmo.
L’altro frequente punto all’ordine del giorno è l’amore per la lettura ed è strano che spesso ne decreti l’urgenza chi in un libro non si è mai perso.
Io intanto penso alla mia classe.
I figli dei sinti dormono in roulotte senza vetri, portano magliette leggere anche in inverno, e in aggiunta i segni della scabbia e i lividi dei padri ubriachi. Dovrei ‘educarli all’attenzione’ , loro hanno freddo.
Ho facoltà obbligatoria di seguire un esperto che al campo non c’è mai stato, – la prima volta si è fatto subito fregare l’autoradio – e ignora che la maggioranza delle famiglie sta lì da oltre vent’anni e ‘l’essenza del nomadismo’, non sa nemmeno cosa sia. Al corso raccomanda di non chiedere ai bambini di usare la forchetta. Scorge in questo una forma di pericoloso colonialismo.
Intanto a mensa, io li guardo ingoiare in un attimo la minestra quotidiana, gli passo il mio pranzo aggiustandogli tra le dita le posate e forse davvero li colonializzo, ma è il minore dei miei rimorsi.
Al campo, poche famiglie vivono con le giostre, ancora meno col circo, il resto di espedienti. Il comune dà una piccola somma in rapporto al numero dei figli, che resta comunque esigua e solleva polemiche sugli aiuti immeritati a scapito di chi onestamente si guadagna il pane.
Ultimamente è prevalso il tentativo di assegnare case coloniche per evitare l’accentramento, ma molti rifiutano di spostarsi da queste riserve, nonostante non manchino ostilità fortissime interne.
L’unica traccia dei passati spostamenti sono le roulotte, senza ruote, impaludate… e a una tale gravità pochi si sottraggono, il campo è comunità senza scambi, cerchio chiuso se, a camminarci nelle giornate di pioggia, quando nessuna luce ne riscatta l’aspetto di disperata discarica, capisci che da lì non si esce.
Eppure questa gente ha avuto un tempo, nel sangue, la libertà del viaggio.
Bisogna vederli nei giorni di neve, caricare i bambini su slitte di fortuna e trascinarli al gancio d’auto sgangherate. Vederli nelle feste a celebrare l’eccesso, coi falò all’infinito accesi, i barili di birra a fiumi, l’ospitalità da nulla turbata.
In quei momenti capisci quanta fierezza è andata persa, tutta la capacità di salto sopra gli ostacoli, tutta la gioia.
Nella politica fittizia della città, solo dall’aver cose, grazie ad alcune concessioni e illegalità tollerate, dovrebbe derivare soddisfazione. Ma quell’avere esclude e ammala. Il paradosso è già nella definizione di nomadi-stanziali, né fermi, né in viaggio, chiusi fuori… Ci si abitua certo a vivere così, ma non c’è dignità in questo, non può essercene. Si rimane senza orgoglio, rimane una miseria dall’abitudine alla segregazione, che nessuna ‘cosa’ arriverà mai a risarcire e a non capirlo si sbaglia il tiro, si danneggia credendo di aiutare.
Durante l’anno, in notti di rapina, i padri rimediano scarpe da ginnastica e giacconi imbottiti, ma è fortuna alterna, perché nei mesi di carcere si ristabilisce l’uguaglianza, i bambini di volta in volta affidati a parenti.
I più grandi, quelli che hanno finito la scuola, li incontro in questura e ne sento vergogna, anche quando gridano il mio nome e vengono ad abbracciarmi, d’essere stata lì a tenergli lezioni sui numeri. D’essergli stata lontana.
E mentre li guardo in quei corridoi spogli, tremare di un diverso freddo, in cuore gli auguro di non farsi mai prendere, gli auguro, contro ogni legge, qualsiasi via di fuga.
In questura mi tengono un lungo discorso sulla scuola che non insegna i valori della famiglia, dell’ordine…dico si a tutto e intanto ricordo una precedente direttrice, quando sgranava: disciplina, linguaggio, grazia – per le femmine soprattutto -, convincerle a lavarsi, cambiarsi i vestiti, tenersi lontane dalle cose del sesso – sapendo che il sesso lo imparavano subito dai fratelli, dai padri, e i bagni sventrati, il comune si era stancato di ricostruirli -.
Molte le ho viste crescere. Bambine, erano subito vecchie, con più figli di quanti ne potessero allevare e quell’accumulo improvviso d’anni dava la misura di quanto debba essere bestiale la sofferenza che lo versa così, di colpo, su un essere umano.
Alla direttrice non ne ho mai parlato, le stavo davanti come aveva fatto Brenda incontrandomi, solo che lei continuava a protestare – Non sai nemmeno chi sono! -.
All’improvviso avevo riconosciuto quel suo modo guappo e gracile di affrontarmi, ma trapiantato in un corpo che avrebbe dovuto avere diciott’anni e ne dimostrava quaranta.
Quando ho pronunciato il suo nome era tardi.
– Vedi che non lo sai? – quasi gridava e mentre rimpiangevo d’averle causato, con la mia incertezza, altro dolore, la grazia, le ho augurato di non concedersela mai, le ho augurato di indurirsi, di restare viva.
Ma avevi ragione tu Brenda: non lo so. Non so quanti muri bisogni attraversare per inventarsi liberi…se le nostre parole non siano sbarre di una prigione ancora più insidiosa.
Intanto la riunione va avanti.
I bambini dell’istituto percorrono tutto il calvario degli affidi, dei tribunali, delle famiglie continuamente perdute e ritrovate.
Ho imparato qui dentro un pianto che non conoscevo, senza nessun richiamo, versato in sé, di chi dispera d’essere udito.
Capisco oggi per quel pianto, che una confusione non è possibile e bisognerebbe provare sentimenti tersi di vicinanza o avversione, la pietà se arriva, diventa danno dove gioca la sorte, il tiro di dadi…
Non parliamo di questo. Nemmeno a loro le nostre parole sono rivolte.
L’ultimo gruppo è composto dai figli unici, nel senso di ‘soli’ dentro una solitudine affollata di oggetti. A loro più che agli altri, racconto storie, non per promuovere l’amore alla lettura, ma perché li raggiunga almeno una voce.
Io penso alla mia classe e vedo ognuno dentro una diversa fame che le nostre parole non arrivano nemmeno a sfiorare, e di quanto insegno non so cosa davvero li aiuterà e cosa servirà solo a confonderli.
Con questo dubbio, ascolto le verifiche positive su attività ben scelte fin dall’inizio.
Prima della conclusione, c’è un momento in cui entrano le madri.
Una sempre insiste, accalorandosi, sulla necessità di una pedana per agevolare la scalata al marciapiede e di una pensilina tra il portoncino e il cancello, parendole troppi due metri da fare sotto la pioggia. Un’altra aggiunge ‘per la sicurezza’ e io ricordo cos’era sicurezza dove sono cresciuta: avere capacità di previsione sui furti, i crolli, gli spari… non il giusto tempo, ma l’anticipo salvava la vita…
Ci sono notti in cui ancora sogno i saltati dal tetto, i saltati in aria e anch’io cado…
Di un privilegio però sono grata a San Gennaro: al crepuscolo o dopo un temporale, tutte le teorie su universo e materia venivano scalzate dalla convinzione di essere davvero tra le pieghe delle mani di un dio.
Era bello starsene a testa scoperta, sotto quei cieli furiosamente regali, da cui nessuna pensilina riparava…

processione di bambini - foto di Luigi Verde

Dal cortile della scuola, oltre i recinti, si vedono due cavalli. Uno bianco, l’altro grigio.
I bambini infilano le dita nella rete per accarezzarli.
Stavano lì anche oggi, sulla terra coperta di neve. Stavano lì da sempre. Tagliati, invece, gli aceri che in estate davano ombra. Siamo andati a contare i loro anelli, uno aveva i miei anni, qualche mano ci aveva piantati insieme su diversi campi.
– Fatevi una corsa – ho detto.
Non soffiava vento.
Il torrente oltre la rete era diventato una lunga striscia di ghiaccio, solo i profili dei tronchi, quasi astratti, correvano verticali sulla campagna vuota.
Mi sono sempre chiesta a quale richiamo ubbidiscano gli stormi, per quale istinto traccino fraseggi, risposte di sopravvivenza, con sincronia musicale.
Regole simili devono avere anche i bambini: qualche corrente invisibile che li porta a litigare contemporaneamente, piangere insieme o scegliere tutti lo stesso posto in cui stare. Uno stormo.
Di nuovo mi sono venuti intorno per via di un ramo coperto di brina e di nuovo se ne scappano. Me ne è rimasto uno alle spalle e mi chiede ‘chi sono’.
Ivan – penso – con la faccia bruciata, perché a tre anni sua madre gli ha rovesciato addosso una pentola d’acqua bollente; che non sa ridere e così ogni tanto si esercita; e non credo nemmeno sia autistico, come gli diagnosticarono quando era in prima, piuttosto vede cose invisibili a molti e ha pensieri così profondi da farmi chiedere se riuscirà a sopportarli. Ivan che anche adesso mi mette una mano sulla guancia, perché vuole essere guardato dritto in fondo agli occhi, mentre parla.
Lo guardo.
Mi chiede se gli animali soffrono quando crescono.
Rispondo no, anche lui è diventato più alto, è la stessa cosa.
– Però i pensieri mi fanno male, pure i denti -.
Mi abbraccia e aspetta risposta o una verità, ma ogni frase mi sembra per lui non abbastanza lieve…
Tengo ferma la voce e dico:
– E’ una legge veder crescere le cose e colpisce valga per tutti: denti, alberi, cavalli, zanzare e bambini. –
– Così diventiamo vecchi e le parole vanno a finire tutte sparse. –
E dove l’ha imparata la meraviglia, la delicatezza, la poesia… pronuncio un:
– Prima cresci! – e il tono è di comando, per paura che rinunci, ma lui mi guarda in fondo agli occhi, così aggiungo:
– Io ci penso spesso, chissà come sarete voi, come sarai tu, Ivan…-
– Forte – giura e subito gli credo, sorride, sta imparando, tira ancora troppo le labbra, ma quando ci riesce, davvero mi sembra di indovinarlo uomo, bizzarramente saggio per l’anticipo delle delusioni, con quell’alba di riso sulla faccia.
E’ tardi e chiamo gli altri per rientrare.
Sono in fila ma non si muovono.
– Che c’è? –
– Non ci hai contati -.
L’ho fatto, ma per loro non vale, se non metto a ognuno la mano sulla testa.
Gliela metto e intanto dico i numeri.
Per farli ridere dico i milioni, i miliardi…

Dal libro: L’ordine del vento, di Tiziana Verde. Foto di Luigi Verde

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6 Responses to La città dei bambini

  1. cristiano prakash dorigo il 9 dicembre 2006 alle 16:15

    c’è poco da dire. ben scritto, affronta con sobrietà lo smarrimento di chi si trova di fronte a delle responsabilità dirette. quei ragazzi li vedo nel doposcuola, e li accompagno per un pezzo di vita. qualche ora la settimana, per valutare e possibilmente modificare in meglio i loro rapporti con la propria vita, con la famiglia, con la società.
    e qui il discorso si fa complesso e abbisognerebbe di spazio e tempo.
    complimenti

  2. Sara il 9 dicembre 2006 alle 23:38

    Ho letto le altre cose di Tiziana pubblicate sul sito, mi sembra davvero brava, profonda.
    Grazie

  3. Fabio il 9 dicembre 2006 alle 23:39

    Finalmente qualcuno che racconta la scuola con sincerità e senza tanta retorica. Hai dato voce alle frustrazioni e perplessità di tanti insegnanti

  4. maria luisa il 10 dicembre 2006 alle 21:07

    Grazie. Mi sono commossa. La sensibilità nel vedere e narrare le sensibilità profonde dei bambini, dei piccoli in mezzo alle logiche burocratiche e statistiche della scuola, della città, delle istituzioni. E si dimentica come la scuola sia luogo di incontro e di crescita umana prima che contenitore di trasmissioni nozionistiche. Le foto mi hanno richiamato una chiacchierata fatta tempo fa sul senso del grembiule che a scuola annullava le differenze sociali. Nessuno poteva vedere quando si era piccoli, chi indossasse le magliette firmate e chi i buchi rattoppati. Vicino a casa mia era cresciuto dal nulla un quartiere di case popolari e da lì grandi discussioni pubbliche e private nel vecchio quartiere su quale scuola scegliere per evitare contaminazioni pericolose. Chissà che cosa poteva accadere… Tutti dicevano che “potevamo rimanere indietro” rispetto ai programmi ministeriali. In realtà era una commistione tra sete di distinzione e di crescita sociale che il quartiere e la città non voleva interrompere o rallentare per nessuna ragione. Un senso di rifiuto collettivo che si rifletteva anche nelle discussioni familiari verso questa fetta di città subito soprannominata a spregio “Cambogia”. E nella “Cambogia” costruita dalla cooperativa rossa, la cooperativa stessa si era ricavata delle costruzioni meno popolari delle altre per materiali, cubatura degli appartamenti, rifiniture. Un frammento della logica della città in scalata sociale all’interno della stessa “Cambogia”, una logica di differenze voluta dagli stessi costruttori, che avevano voluto il quartiere per ragioni di equità sociale e di dignità dell’abitare. E così i bambini si dividevano in quelli del quartiere vecchio, quelli che venivano dalle Torri (le costruzioni dove risiedevano i soci della cooperativa) e gli altri… i veri cambogiani, che di asiatico avevano ben poco.
    E tutto questo a dieci chilometri dal confine elvetico…

  5. Veronique verge il 11 dicembre 2006 alle 08:01

    Questo brano mi ha commossa. L’autore evoca una professione che ho a cuore anche se è délicata. E’ difficile di insegnare senza un cuore aperto all’infanzia e sensibile alla sofferenza dei bambini.
    A volte bisogna ottenere la loro fiducia affinché i bambini abbiano voglia di imparare e crescere. C’è un libro magnifico in francese che racconta una esperienza similare: “grâce et dénuement” d’Alice Ferney: una bibliotecaria insegna la lettura ai bambini rumini in un campo gitano.

  6. Clara S. il 11 dicembre 2006 alle 10:58

    Per fortuna questa insegnante malgrado e nonostante tutto ha conservato cuore per poter crescere dei bambini. E racconta bene, con grande grazia…
    Sono contenta d’averla letta



indiani