L’anarchia transgender di Alan Moore: V per vendetta

10 dicembre 2006
Pubblicato da

V for Vendetta cover by Alan Moore

Recensione di Nadia Agustoni

Lear: Dai del matto a me, ragazzo?

Matto: Tutti gli altri titoli li hai dati via. Ma con questo ci sei nato. (1)

William Shakespeare

Le suggestioni di V per Vendetta a più di vent’anni dalla pubblicazione in Inghilterra e a una quindicina d’anni dall’uscita in Italia, non sono venute meno. Il fumetto di Alan Moore e David Lloyd, pubblicato in una nuova edizione da Rizzoli Libri (marzo/ aprile 2006, edizione economica in b/n, 300 pagine a. 17 euro, altre edizioni sono quella a colori, 21 euro, e quella di lusso a 25 euro, in b/n, della Magic Press) si presta quindi a ravvivare una lettura non facile che non può sottrarsi agli angoli ventosi, a quei corridoi di senso e citazioni che permeano il testo e si rincorrono per tutta la trama di V.

Dirò subito che V per Vendetta, fu e rimane un testo forte, poco conciliante rispetto al potere e men che meno consolatorio sui riti della violenza, pur essendo collocato nel panorama degli anni Ottanta, che nel caso dei fumetti ci ha offerto molte visioni alternative. (Ricordo qui: Electra assassin di Frank Miller, la saga degli X Man tuttora in corso, la Solange di Cinzia Ghigliano, per arrivare infine a un western cult come Ken Parker, che in certi frangenti si fa portavoce di istanze socialiste, come nell’albo n. 100, Sciopero. O ancora la breve serie di Spray Liz di Luca Enoch, un fumetto peraltro già degli anni Novanta, che metteva in scena antagonismo giovanile e sessualità non normativa, ma per una volta al femminile) .

In un’intervista a “Warrior Magazine” (n. 17) nel1983, Alan Moore dice che:

“V per Vendetta” ebbe inizio in parte su “Hulk Weekly” della Marvel uk e in parte da un’idea che avevo presentato a un concorso per sceneggiature per la DC Thomson alla tenera età di 22 anni. La mia idea trattava di un anomalo terrorista col volto truccato di bianco che operava col nome di The Doll e faceva guerra a uno stato totalitario attorno alla fine degli anni 80. La DC Thomson decise che un terrorista transessuale non era proprio ciò che cercava… (2).

Il nucleo dell’idea però permane, e Moore, dopo svariati tentativi, riuscirà a creare V.

Alle molte ambiguità di V non è improbabile aggiungere anche quella della dimensione sessuale, che la maschera di Guy Fawkes (personaggio storico inglese, che tentò di far saltare in aria il Parlamento il 5 novembre 1605) non cancella, ma semmai altera ulteriormente.

Nel gioco di scatole cinesi che V costruisce per mettere in scacco la dittatura fascista del Leader, una moltiplicazione e proliferazione di non identità (3) fa da filo conduttore per un puzzle surrealista, scandito da ombre e frasi che si rincorrono in un crescendo, traumatico prima che drammatico, proprio perché nel libro assumono l’aria innocua di stornelli canticchiati.

V non smette mai di accennare a un farsi che è sempre in atto, e che nel compiersi altro non rivela che l’aprirsi di un’altra scatola, l’aggiungersi di un altro tassello a una storia che si tesse con complicati disegni.

La Storia “in minuscolo” di V inizia nel “campo di assistenza” cioè di concentramento e sterminio di Larkhill, dove il regime ha fatto deportare le persone scomode: ribelli, socialisti, anarchici, lesbiche, gay, e popolazioni non bianche, “non ariane” o detto altrimenti razze e tipi “inferiori”.

Questo “campo di assistenza” è l’effetto della Storia “in maiuscolo“.

Il periodo in cui avviene la vicenda è dopo il 1992. Nella sceneggiatura di Moore (che scriveva nei primi anni Ottanta, riferendosi a un futuro prossimo) nel 1988 una guerra nucleare ha distrutto quasi del tutto il mondo che conosciamo, e l’Inghilterra si è salvata per trovarsi in balia di un susseguirsi di crisi (mancanza di cibo, leggi, istituzioni, politiche ecc.) e di una guerra di bande e partiti che producono solo insicurezza e violenza. Da questa situazione emerge il partito fascista, che prende il potere con una marcia su Londra e lo tiene poi grazie alla sistematica eliminazione delle opposizioni e soprattutto dei cittadini comuni dal passato non in linea con le nuove direttive.

Il nuovo fascismo ha forti tratti orwelliani e 1984 è con Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, uno dei libri ispiratori per Alan Moore.

Significativo è che la frase scolpita su un frontale dell’Abbazia di Westminster: la forza con la purezza e la purezza con la fede, sia la stessa che compare nel campo di Larkhill, e che subito evoca l’altra frase infame dei campi di sterminio nazisti: Il lavoro rende liberi.

Del resto l’universo concentrazionario appare fin dalle prime sequenze di disegni con le telecamere di sorveglianza puntate sui lavoratori che escono dalle fabbriche. E le stesse telecamere, l’occhio, saranno una costante nel susseguirsi degli eventi.

La voce del fato è il primo tassello che V fa saltare. Con la forza della ripetizione, ad ore stabilite e che non cambiano mai, e con la reiterazione dei discorsi, la voce assume nella vita del popolo non solo un carattere normativo, ma diviene quasi un’essenza, qualcuno che ti parla perché sa ciò che tu sei/vuoi e ciò che dovrai fare. Il suo improvviso mancare crea una crepa, come in una diga che da quel momento non sarà più sicura.

Proprio a partire dalla distruzione della voce del fato, V la maschera sorridente inizia a spiegare ad Evey (la ragazzina che ha salvato da uno stupro ad opera della polizia), che

ti hanno fatto diventare una vittima, Evey, una statistica, ma non sei davvero così, dentro di te non sei così” (4).

È in questo modo che Moore introduce, con lentezza e determinazione, il primo accenno a un discorso anarchico e a una ripresa dei temi umanistici che ci hanno accompagnato nel XX secolo e che tuttora ci provocano con le loro domande, e con le loro non risposte.

L’uccisione della dottoressa Delia Surridge svela alcuni segreti sulla storia, tramite il Diario che Delia lascia su un tavolo e che racconta quello che in realtà è accaduto nel campo di Larkhill. È qui infatti che la dottoressa aveva sperimentato sui prigionieri cavie qualcosa di letale. Il 75 per cento di loro era morto subito e tra i pochi, sopravvissuti più a lungo, c’è V, allora detenuto nella camera n. 5.

Delia Surridge annota scrupolosamente nel suo Diario che le pare di aver a che fare con non persone, e di loro a lei importa pochissimo. Conduce a buon fine il suo lavoro scientifico e le resta solo l’impressione di un vago rimorso, di un errore di fondo.

Sarà invece il poliziotto che legge il suddetto Diario ad avere una crisi di coscienza, che portandolo al campo ormai in disuso di Larkhill lo metterà di fronte alla propria complicità con il regime e con i crimini commessi per difendere la supremazia razziale dell’Inghilterra.

È l’ispettore in questione ad ammettere, in una sequenza di forte impatto emotivo, che quei ragazzi, uomini e donne di tutte le tendenze e colori che una volta erano anche amici suoi, gli mancano. Gli manca quel calore umano delle piazze riempite per i gay pride e i sapori, gli odori e le facce di gente che veniva da altri luoghi e che aveva tanta gentilezza.

V, fuggito dal campo, ricrea nella galleria dell’ombra uno spaccato del mondo che fu, con tutta la cultura che gli riesce di salvare: film, libri, musica, manifesti, teatro, canzoni… e li darà ad Evey senza esitare, nel renderla cosciente di sé, a farle rivivere in una finzione diabolica per realismo quello che lui ha vissuto nel campo. In questo frangente, quando crede di essere in mano ad aguzzini e quindi si sente perduta, Evey, trova una lettera scritta su carta igienica. In 5 pagine una donna racconta a qualcuno che non conosce e che come lei è un/una prigioniero/a la sua storia in minuscolo.

Valerie Susan Page sa di scrivere su quel pezzo di carta la sua unica autobiografia e sa che sta per morire. Affida la sua storia e il suo amore a qualcuno che come lei morirà, perchè vuole dar voce a quel centimetro di dignità a cui non ha rinunciato. Giovane liceale, Valerie si scopre lesbica, di quelle che non guariscono, e fa i primi passi per non rinunciare alla propria personalità. Vive in provincia, e per seguire la propria vocazione teatrale e cinematografica va a Londra. Durante la lavorazione di un film incontra Ruth, la donna della sua vicenda, con cui vivrà i suoi tre anni di felicità.

Ruth, catturata dai fascisti e torturata, farà il nome di Valerie, ed entrambe finiranno a Larkhill. Ruth, non perdonandosi, si uccide. Valerie è nella camera n. 4, nella n. 5 c’è la persona che diventerà V e che dopo aver letto la sua lettera deciderà di scappare e salvarsi.

Gli esperimenti della dottoressa Delia hanno reso questo prigioniero “completamente pazzo” e “magnetico” in modo strano.

La sua fuga sarà l’inizio di altre storie che intersecandosi daranno il via al naufragio del regime.

V non persegue solo la vendetta: la sua visone del mondo, la sua etica anarchica lo pone come distruttore, ma non si dà continuità, non per sé: infatti è alla ragazzina Evey, che si rifiuta di imparare ad uccidere, che trasmetterà la propria eredità perché costruisca e scelga senza imposizioni la strada da percorrere.

Nella galleria dell’ombra, la maschera sardonica di Guy Fawkes, celebra la memoria di Valerie e da questo ricordo, che è ricordo di un amore mai espresso e ricordo dell’amore reale tra due donne, nasce una salvezza che ha nel divenire, nel momento, la sua ragione d’essere. Il racconto di Alan Moore, va detto, non ha mai toni enfatici, ma scorre con parole che rimangono espressione della nuda quotidianità di cui ognuno potrebbe essere parte.

I personaggi femminili di V per Vendetta sono molti e fanno il racconto. Moore li tratteggia con sapienza e misura nella loro forza, fragilità e tragicità. Rose, casalinga, puritana e affiliata al partito, rimasta vedova e scoperto l’inganno a cui non si è sottratta, ormai ridotta a donnina da cabaret (anche in questo caso forti sono gli echi del cinema, nella fattispecie Cabaret ), compra una pistola e compie l’attentato finale al Leader, che ormai pazzo non riesce che a farfugliare di una pulizia compiuta contro uomini “nudi a letto che si sfregano tra di loro” (5).

Il gioco di scatole cinesi è nel fumetto in questione efficace fino alla fine. Ogni episodio si incastra nell’altro aprendo squarci su personaggi e vicende che solo nelle ultime pagine sembrano risolversi, per poi di nuovo aprirsi e lasciarci in sospeso.

Io confesso di non sapere ancora chi è V. Moore nella postfazione ci dice chi non è, e poi ci consiglia di arrangiarci. Forse è più che giusto. Ci ha dato una fantastica storia (da cui è stato tratto anche il film omonimo dei fratelli Wachowski).

In V per Vendetta il piccolo gioiello che è la biografia in forma di lettera di Valerie Susan Page, ci regala in quel sommesso raccontarsi, un momento di lucidità e forza ma ci ricorda che nell’Inghilterra degli anni Ottanta fu una leader donna ed il suo governo che con le parole di Moore

ha espresso il desiderio di estirpare l’omosessualità, persino come concetto astratto, e si possono solo fare ipotesi su quale sia la prossima minoranza contro ci si scaglierà la legge” (6).

La speranza è comunque che le minoranze non si sottraggano a un confronto. Trovare quanti più testi, libri e film possibili che raccontino altre storie e rileggerli, ri-raccontarli a nostra volta, può essere la goccia che farà piccoli laghi, fiumi e poi forse oceani.

Note

1) William Shakespeare, Re Lear, in: I capolavori, volume secondo, Einaudi, Torino 1997.

2) Alan Moore, V per Vendetta, p. 276. Edizione Rizzoli, Milano 2006.

3) V pare sfuggire ad ogni identità prima che ad ogni identificazione. Non è raro nei fumetti imbattersi in personaggi dall’identità frammentata, che andrebbero riletti in molti casi con attenzione alle nuove teorie del genere.

4) V per Vendetta, p. 35.

5) Ibidem, p. 238

6) Ibidem, p. 6 Prefazione di Alan Moore, del 1986.

Questo articolo è stato pubblicato su Cultura Gay
Illustrazione di David Lloyd per una copertina del fumetto. Fonte: Wikipedia.

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9 Responses to L’anarchia transgender di Alan Moore: V per vendetta

  1. BruttaStoria il 10 dicembre 2006 alle 14:05

    Grandissimo Alan Moore e sofisticato narratore.
    bye

  2. robertologo il 10 dicembre 2006 alle 15:14

    E’ un geniaccio uscito matto, Moore, uno di quei personaggi borderline della cultura atlantica che si sente più perseguitata ed osservata e controllata, come dimostra il caso umano di Philip Dick. Anni fa, Moore si è autoproclamato mago, gran maestro anarchico, assumendo pose sovversive che lo confinano nella riserva dei ribelli deviazionisti, nelle distopie del rock occulto, tra i seguaci beati e drogati di Sua Oscenità Aleister Crowley. Fratellanza panottica, orwellian-endemoliana, che unisce le sponde dell’Inghilterra a quelle dell’America. “V per vendetta” è un’opera sfaccettata e di grande valore, come dimostra la chiave di ricerca di Agustoni, mi riferisco alle questioni di ‘gender’. Ma forse ci sono anche altre toppe per aprire la serratura della cultura popolare anglo-americana. “L’agente segreto” di Conrad, per esempio, e la retorica del complotto. In questo senso, è possibile una critica dei limiti contenutistici, e soprattutto della presunzione ‘immorale’ di Moore, della proposta politica offerta dall’autore ai suoi lettori. In un intervista, Moore ha evidenziato che la storia di V, in termini di stesura e sceneggiatura, ha dei limiti, delle falle, insomma che la parte tematico-ideologica della storia non regge fino in fondo. E’ uno strano effetto, come lettori e spettatori, la stessa impressione che si prova guardando il film dei Wachowski: veniamo rapiti dalla potenza del racconto per immagini, dalla fluidità e dalla scorrevolezza della scrittura visiva, dagli ‘effetti speciali’, dall’arte delle matite e dall’involucro della forma; ed è questo che, evidentemente, rende un prodotto culturale del genere un’opera di fantascienza pienamente postmoderna, e cioè l’attenzione alla ‘forma che deve prendere il messaggio’, allo stile inteso come segno grafico – o ripresa cinematografica – riconoscibile, che dà unità e organicità al testo, che precede l’idea, si fa idea, si sostituisce alle ‘idee’ in una proliferazione di ‘temi’ e in definitiva in una sovversione autoreferenziale. Un filmone da godere per quello che è, ed è già tanto, quando riescono. Ma se andiamo a verificare i contenuti della rivolta di V – indagando contemporaneamente le scelte politico-ideologiche di Moore, che è autore off, fuori dai giochi delle corporations, ma periodicamente ‘ingaggiato’ dall’industria mediatica per ‘fare’ fanta-politica -, i contenuti allora si afflosciano spaventosamente su se stessi, e la realtà rappresentata dai fumetti diventa una ipertrofia cristofascista, in cui l’individuo scompare e un fantomatico Governo-Ombra tiranneggia sulla città di Londra. La furbesca intuizione di Moore è di identificare l’eroe con il terrorista, creare un terrorista buono (il buon anarchico), che ascolta Beethoven e brucia i simboli del potere in un delirio nichilistico e iperpopulista. Certo, il finale del film appare più rassicurante, una vaga nostalgia da Quarto Stato anti-tele-plutocratico. Ma V rimane una maschera, una cellula impazzita di quel sistema che ha contribuito a distruggere, una particella totalitaria che non si distingue dai suoi nemici per violenza armata, rabbia ideologica e che non ha alcun progetto storico per il quale battersi o in cui riconoscersi.

  3. marialuisa il 10 dicembre 2006 alle 19:30

    V for Vendetta è il primo fumetto d’autore che abbia letto in vita mia. In treno, da Padova a Roma con l’edizione apparsa su Corto Maltese nel 1991. Sei fascicoli in carta opaca e ruvida, che mi appariva come il tesoro di Buckingam Palace, anche perché il suo proprietario me lo aveva consegnato, in prestito, come se lo fosse.
    Mi ricordo di essermi immersa completamente, affascinata da un fumetto che si rivelava, come in una scatola cinese, scoperta continua. Me lo sono bevuta d’un fiato. L’ho riletto diverse volte, fino a riconsegnarlo con qualche rammarico e, visto i costi dei fumetti e la mia capacità d’acquisto a livelli di sopravvivenza, con la sicurezza che sarei riuscita ad averne copia solo dopo qualche anno.
    V for vendetta è stata la rivelazione di un nuovo linguaggio, di una scrittura per disegni e con una sceneggiatura complessa, degna di un film di Cronenberg.
    E’ proprio dalla scoperta del diario segreto, che i fili sospesi della storia cominciano a riannodarsi e chi legge si sente parte integrante del disvelamento circa l’identità di V e del progetto stesso di V. Alla fine, è vero, come dice Nadia che l’identità rimane celata, ma, a quel punto, non importa più chi sia e come sia in realtà V sotto la maschera. Bellissimo. A quando un post su Promethea?
    P.s. Dopo anni di ricerca, l’anno scorso sono riuscita a comprare un’edizione in carta ruvida e opaca, evitando la carta patinata. L’esperienza della lettura di un fumetto è sensoriale, parte dalla carta da sfogliare.

  4. rififi il 10 dicembre 2006 alle 23:52

    L’edizione economica che ho purtroppo è quasi illeggibile per la cattiva qualità della stampa, ma la storia vince senzaltro le congiuntivite dei neri sbiaditi.
    Il film contribuisce a riequilibrare la fame visiva.
    La maschera di V è sufficientemente ambigua da scoraggiare qualunque esegesi mi possa venire in mente e si presta invece all’identificazione, al riconoscersi di chi si scarnifica guardando gli accidenti della storia cui la tabula rasa sembra un buon rimedio per ripartire.
    Da buon anarchico V usa una violenza più simbolica che sterminativa, l’obbiettivo sono edifici simbolo vuoti, lui stesso finisce allo stesso modo, quando la maschera è svuotata, trasmigrando nelle coscienze, rimane nella sua grottesca inespressività, inutile.
    Io non so di artifici letterari, ma ci si innamora di quella maschera, e ci si ricorda della frase del padre di Evey: gli scrittori usano la menzogna per dire la verità.

  5. a.b. il 11 dicembre 2006 alle 21:36

    PLIN PLON (come scriverebbe onomatopeicamente Igort)

    Una precisazione sull’edizione italiana di V for vendetta.
    Il fumetto è pubblicato in Italia da Magic Press in tre edizioni:
    – “assoluta”, da € 25
    – a colori, da € 21
    – economica, mi pare da € 5,90.

    Poi, e solo poi, Rizzoli ha inserito nella propria collana gggiovane, la 24/7, il volume su licenza di Magic Press.
    Quale peculiarità ha l’edizione Rizzoli? quella di costare una somma spropositata rispetto alla qualità della carta e alle dimensioni (17 €). E’ questa di Rizzoli la vera edizione “di lusso”.
    L’edizione “assoluta” Magic Press costa soltanto 7 € euro più della Rizzoli ma si tratta di un volume non soltanto di dimensioni assai maggiori, ma addirittura delle esatte dimesioni volute dagli autori. La carta è ottima e di grammatura molto consistente. Il progetto grafico bellissimo.
    Stesso discorso per l’edizioni a colori, più piccola, ma proprio perché a colori imparagonabile come prezzo a quella uscita in 24/7.
    Consiglio vivamente coloro che amano o sono sul punto di amare il fumetto, di lasciare l’edizione Rizzoli sugli scaffali, entrare in fumetteria e comprare Magic Press.

  6. a.b. il 11 dicembre 2006 alle 21:38

    …8 € euro più della Rizzoli…

  7. Lazzaro Visconti Pera il 11 dicembre 2006 alle 22:45

    Io mi tengo bella stretta l’edizione uscita su “Corto Maltese”, insieme all’intera collezione, supplementi compresi, di quel meraviglioso mensile. Spero che qualcuno si roda un po’ d’invidia (lo so, sono cattivo, ma è la mia natura).

    Però a volte sono “anche” (una tantum: più una che tantum) buono:
    @ Marialuisa: se vuoi rileggerlo in quell’edizione, te la passo.

    Lazzaro Visconti Pera

  8. rififi il 12 dicembre 2006 alle 01:04

    Lo farò, compro quella.

  9. Aldo Vignoli il 12 dicembre 2006 alle 14:32

    E non dimenticatevi che il traduttore di questa e di altre pietre miliari (il ritorno del Cavaliere Oscuro – Watchmen – etc. etc.) era il mai abbastanza rimpianto Enzo G. Baldoni…



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