Come leggere il Vangelo e rimanere vivi – 1

11 dicembre 2006
Pubblicato da

sjff_01_img0518.jpgdi Fabrizio Centofanti

Disse Gesù ai suoi discepoli: “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.


Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte”.

La fine del mondo è passata di moda. Ormai non ci crede più nessuno. Neanche i testimoni di Geova, che dopo aver bucato tante date non hanno più il coraggio di inventarsene una. Ci sarebbe da interrogarsi perfino sulla terminologia. Se dico: è la fine del mondo, intendo qualificare qualcosa come bello, straordinario, fuori dal comune. Sempre in accezione positiva. Lo stesso linguaggio suggerisce che, lungi dal causare una reazione di terrore, l’evento susciterebbe un sussulto di curiosità, come davanti agli effetti speciali di un film di Steven Spielberg, o di un tunnel di fantasmi e scheletri con falce al lunapark. Il brano citato in apertura è tratto dal vangelo di Marco (13, 24-29). In apparenza evoca, appunto, un quadro da fine del mondo. Ma se adottiamo lo sguardo lucido dell’esegeta, alieno dagli abbagli delle scenografie fantascientifiche, ci accorgiamo subito che potrebbe essere altrimenti. I destinatari del secondo evangelista sono i cristiani di Roma, assuefatti a un sistema di dèi capricciosi e imperatori ancor più pericolosamente imprevedibili. Nerone, ad esempio, si era fatto erigere nel suo palazzo una statua di 30 metri che lo rappresentava come il dio sole. Un credente romano che leggeva: “il sole si oscurerà”, non poteva non pensare al singolare monumento autocelebrativo del feroce persecutore. Il libro dell’Apocalisse raccoglierà la suggestiva eredità nell’esortazione a svelare un assai discusso arcano: “Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: esso rappresenta un nome d’uomo. E tale cifra è seicentosessantasei” (13,18). È noto come in ebraico e in greco ad ogni lettera corrispondesse un valore numerico: 666 non sarebbe altro che “Cesare – Nerone”. E, curiosa coincidenza, anche qui sarà implicato in una sorta di black out, che ne sigilla la disfatta: “Ma la bestia fu catturata e con essa il falso profeta […]. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo” (19,20). Il sole che si oscura, quindi, anziché rappresentare un qualsivoglia cataclisma cosmico, indicherebbe tutt’altra caduta, gravida di conseguenze positive per i perseguitati discepoli di quel certo “Cresto” – per dirla con Svetonio (De vita Caesarum, Claudius 25) -, fomentatore di disordini. Discorso analogo vale per la luna “che non darà più il suo splendore” (la dea Selene) e per “le potenze che sono nei cieli”, che “saranno sconvolte” (i pianeti avevano nomi di dèi: Marte, Mercurio, Giove, Venere, Saturno): si tratta di un sistema religioso e politico che frana rovinosamente sotto i colpi di un’altra civiltà, balenante nelle persone prive di statuto sociale che vanno sotto il nome di “crestiani” (Tacito, Annales 15,44,2-5). Si scopre, in questa linea, che forse nel nostro brano non si parla affatto della fine del mondo, ma della fine di un mondo, di cui non si condividono più le coordinate – e addirittura i presupposti – di esistenza. Ciò spiega, anche, la breve parabola del fico inserita nel testo apocalittico: un’immagine di nascita in mezzo a uno scenario di morte e distruzione. Come a suggerire – ed ecco l’altro asse portante del messaggio – che a rigor di logica non si può parlare della fine, ma del fine del mondo: che è uno sbocciare della vita ogni volta che provvidenzialmente crollano i meccanismi oppressivi del potere. Il programma di una rivoluzione non violenta è nascosto in un involucro mitico, quanto mai attuale se, ancora oggi, la figura della bestia imperversa con numeri sempre più raffinatamente – ma a volte ancora sfacciatamente – ricchi di effetti speciali.

(Nella foto: lo studente catalano di origine basca Enrique Irazoqui nella parte di Cristo ne “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini)

40 Responses to Come leggere il Vangelo e rimanere vivi – 1

  1. ness1 il 11 dicembre 2006 alle 20:23

    “non si può parlare della fine, ma del fine del mondo: che è uno sbocciare della vita ogni volta che provvidenzialmente crollano i meccanismi oppressivi del potere. Il programma di una rivoluzione non violenta è nascosto in un involucro mitico, quanto mai attuale”… Ecco. Qualcuno si dimentica del 3° avvento di Cristo, prefigurato nella Bibbia. Un libro di Alejandro Jodorowsky, “I Vangeli per guarire” (Mondandori) esplicita in che modo ci sarà la fine di questo mondo (un certo modo di non-essere)…

  2. andrea il 11 dicembre 2006 alle 21:01

    molto interessante.. mi ricorda sestov

  3. gdm il 11 dicembre 2006 alle 21:39

    La fine del mondo, ovvero la fine di “un” mondo…

  4. rififi il 11 dicembre 2006 alle 21:41

    “la figura della bestia imperversa con numeri sempre più raffinatamente – ma a volte ancora sfacciatamente – ricchi di effetti speciali”.

    Forse ti riferisci al fatto che nell’alfabeto ebraico i numeri 6,6,6, corrispondono a vav, vav, vav = WWW?

    ” Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome.”
    Ap. 13,16-17-18

    Mmmmh, continuo a non essere tranquillo.

  5. Gianmario il 12 dicembre 2006 alle 07:03

    Il mondo non sa di essere “mondo”. Solo una parte di lui, ossia l’uomo, colui che attribuisce i nomi a se stesso e al creato, lo ha chiamato così. Il mondo è esistito anche senza nome e senza uomo. La fine del mondo è o può essere, la fine di questo passaggio umano nel creato. Se così possiamo interpretare, la fine del mondo è iniziata con l’avvento dell’uomo, così come in ogni nascita è già iscritta la fine – la morte.
    Molto allegro, mi si dirà, ma è così.
    La fine del mondo è vicina perché se fai quattro conti il pianeta non avrà più, fra poche decine di anni, la possibilità di farci respirare – non dico di nutrirci. La “bestia” delle Scritture è il nostro stesso male, il “Grande Male” di Turoldo, la brama di immortalità e di onnipotenza (la “hybris” dei greci) che ci sta fagocitando. Ossia noi stessi che ci stiamo sbranando con le guerre, gassando con le emissioni nocive, avvelenando coi rifiuti tossici, per conseguire il mito dello “sviluppo economico”.
    Se Dio ci ha creati liberi… o anche senza tirare in ballo Dio, laicamente, noi stiamo scegliendo di morire. La libertà è scelta, anche del male. Possiamo vivere o morire, dipende da noi, non da Dio (laicamente).
    Ora, consolante è l’esegesi alla quale si riferisce Maurizio, ma non posso dimenticare che la libertà non può convivere con l’idea che “tutto è stato scritto” e che l’uomo non abbia più nulla da scrivere. Siamo dunque realisti: nulla esclude la “fine del mondo”, anche nel senso più crudo e realistico del termine: le premesse ci sono davvero tutte e, queste invece, sono per nulla consolanti… Certo, non sappiamo quando, ma sappiamo che non è poi cosi lontana… D’altra parte, lo scenario descritto dall’Apocalisse non è poi così incompatibile, anche nella sua descrizione realistica, con i possibili scenari di una “fiine” per i motivi ai quali accennavo sopra.

  6. tashtego il 12 dicembre 2006 alle 08:09

    Paragonare il demonio ad una bestia, chiamandolo la Bestia, è tipico dell’antropo-centrismo cristiano.
    L’apocalisse è uno di quei dispositivi emozionali con i quali la chiesa ha perseguitato gli uomini per tenerli soggetti e galleggiare sulle loro coscienze, traendone millenari benefici: puro sfruttamento e dei più biechi.
    È ancora lontano il giorno in cui si riuscirà a districare il messaggio del filosofo etico, totalmente umano, Gesù da tutta la paccottiglia terroristica biblica e post biblica, è ancora lontano.
    Personalmente, qualora si dovesse verificare un’apocalisse divina a breve, considererei un privilegio assistervi ed esserne vittima.
    Sempre meglio della noia attuale.
    Mentre ci si balocca con le cazzate attorno alla bestia e al numero della bestia (io ce l’ho incastonato nel numero di telefono dell’ufficio, ma per il resto sono buonissimo), cioè alle stronzate cosmiche, le migliaia di tommasi welby sono in attesa di una parola di pietas, di un’”autorizzazione” chiesastica che non arriva.
    Prima ditela, poi potrete anche ammorbarci con le vostre cazzate: saremo più pazienti.

  7. Roberto Rossi Testa il 12 dicembre 2006 alle 08:30

    Di fronte a queste righe di Padre Fabrizio non posso fare forbite riflessioni in punta di penna. Lui prende di petto il nocciolo del problema, non posso non fare altrettanto. E dico: meno male che un rappresentante della Chiesa, ancorché di quella di base ed un intellettuale, dunque uno strano oggetto, si ricordi ancora della prospettiva escatologica, ed abbia il coraggio di affermarla in pubblico, come oramai la Chiesa non fa più da troppo, o fa con troppi contorcimenti. E’ vero: l’apocalisse è la fine di un mondo, ogni epoca ha il suo o i suoi 666 (qualcuno, che se ne assume la responsibilità, ha trovato il 666 anche nel nome di Bill Gates). Soprattutto è la fine del mondo nel quale ci troviamo così bene (malgrado i suoi orrori fintanto che non ci toccano da vicino), della “valle di lacrime in cui si piange così bene”, e alla quale non sappiamo più opporci che con la negazione (non ci sono state repliche, di cui ora mi ricordi, al miracolo della conversione di Ninive). E paradossalmente, ma forse è un paradosso solo apparente, a soffrire di più nei calamitosi tempi di discrimine, di fine, sono proprio coloro che al male si oppongono con la loro debolezza, con il loro barlume di coscienza che neppure giunge sempre ad essere piena consapevolezza: i piccoli, gli innocenti, il “resto” che non traligna, i quali vengono sempre più perseguitati con la ferocia mirata o con la, a volte, ancora più feroce indifferenza. Ma queste sofferenze e queste lacrime vere danno adito al giudizio (la salvezza per alcuni, anzi per pochi, non per tutti, come reciterebbe la pubblicità) e all’irruzione del Regno, non soltanto (pur essendo già moltissimo) dentro di noi, ma finalmente anche al di fuori.

  8. fabio il 12 dicembre 2006 alle 09:11

    “Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che Egli è vicino, alle porte.”

    Gesù ha accennato a segni premonitori dell’ultima sua venuta: segni che esprimono una realtà inquietante, sconvolgente, segni che hanno fatto e fanno sempre paura all’uomo!.
    Il termine della vita e il termine del tempo. Per l’evangelista Marco, la distruzione di Gerusalemme e del tempio serve da simbolo dei tempi finali del mondo e della storia. Allo stesso modo, l’immagine del fico da quando fiorisce in primavera fino a che maturano i fichi, serve per mettere in risalto il tempo intermedio tra la storia concreta della vita di ogni uomo e la fine della “storia”, intesa come umanità, intesa come fine del mondo! C’è dunque una relazione tra il tempo e l’eternità, tra il termine di una storia ed il termine della “storia”, tra la fine della vita e la fine del tempo.
    Questa relazione ci rivela la condizione dell’uomo e del suo mondo; una condizione limitata, imperfetta, precaria, che rimanda necessariamente a un’altra realtà superiore dove tale condizione riceve perfezione e completamento.
    L’ immagine primaverile del giovane ramo di fico con le sue foglioline nuove c’introduce a una forte speranza; è il trionfo della vita nella sua pienezza, l’evento ultimo e definitivo.
    Ci saranno prove e un cataclisma finale attraverso il quale l’aspetto attuale del mondo cambierà.
    Tutto questo però rapidamente passerà e verrà la gioia senza tramonto.

  9. baldrus il 12 dicembre 2006 alle 09:47

    tashtego, tu mi stupisci: riprendi sempre i commenti emozionali/emozionati, e ne hai appena postato uno alquanto emotivo. Va a finire anche tu ogni tanto ti lasci andare.

  10. Gianmario il 12 dicembre 2006 alle 10:32

    Prendersela con la Chiesa o con la cristianità, come fa Tasthego o cosa che capisco: come tutte le istituzioni umane anche la chiesa ha avuto ed ha tutt’ora i suoi molti luoghi di incomprensione, ingiustizia, persino di terrorismo. Ci sono, per dirla fuori dai denti, santi che di certo non pregherò mai. Riconosco anche che oggi la chiesa non sta vivendo uno dei suoi momenti più felici (helas!) e avrei molto, molto da criticare, sempre ovviamente convinto che la mia è una critica, non la verità…
    Anche nella chiesa ci sono quelli che addossano ad altri pesi che non potrebbero sopportare – ma ne sopporteranno le conseguenze, spero.
    Io non ho tempo, purtroppo di annoiarmi e non so nemmeno immaginare l’Apocalisse divina, neppure leggendo Giovanni. Non ci sto con la testa su quella lettura, perché vedo l’apocalissi umana.
    Le scritture non sono filosofie, non sono costrutti logici – ma nemmeno irrazionali – sono soltanto parole, comunicazione. Come ogni comunicazione hanno interpretazioni diverse, nel tempo (così come una poesia di Dante o un dipinto di Piero della Francesca). Nulla è definitivo. D’altra parte, se – come dice il cristianesimo – Cristo è entrato nella storia, anche la sua parola viaggia con la storia. Non c’entrano qui le filosofie, ma una parola libera detta a un uomo libero, che la interpreta e sceglie, liberamente – anche di servirsi della parola stessa per fare del male, per tortrare, per uccidere. Pinochet era cattolicissimo. Bush vuole portare il Bene con l’esercito, massacrando civili… e non lo chiamiamo neppure “nazista” – il nazismo è altra cosa (ma che cosa?) e molti cristiani cattolici italiani, onorevoli deputati e senatori, sono schierati con lui. E magari, esplicitamente o no, qualche vescovo, qualche cardinale (?). La parola, anche se “Verbo”, è solo parola. La ragione può essere anche razionalizzazione. L’irrazionale può essere invece la vera razionalità. Tutto può essere il contrario di tutto: basta assolutizzare, in una filosofia ad esempio, non solo in una religione. Ma questo è umano, non c’entra con Dio, né quello teologico né quello filosofico. E’ la presunzione di sapere dove sta il bene e il male che ci frega.
    Meglio non sapere niente, essere candidi come colombe, come ragazzini ma guardare attentamente, aprire bene gli occhi e non obbedire mai senza aver capito, perché il rapporto con il mondo e gli individui è sempre un rapporto individuale e solitario, non collettivo, e passa attraverso una “coscienza” (co-scienza), un dialogo da soggeto a soggetto, non solo e forse non principalmente attraverso una chiesa. In ultima istanza, siamo noi i responsabili dei nostri atti, non la chiesa. E se uno è credente, non è il dogma (troppo rassicurante e deresponsabilizzante) che lo mette sulla strada giusta, ma il rapporto che ha con il trascendente, non le ideologie ma la coscienza. Non c’è tempo di annoiarsi se si ha il coraggio di guardare davvero il mondo. La noia è solo il segno che uno rinuncia a cercare, è come il dogma della rinuncia.

  11. elena f. il 12 dicembre 2006 alle 11:12

    e’ sconcertante vedere come chi legge invece di leggere il testo che ha davanti legga se stesso e le proprie idee o i propri pregiudizi nonostante il testo che dice di aver letto.

    L’esegesi di Fabrizio mi pare eccellente proprio perchè nonostante la contestualizzazione storica ha rimandi di attualizzazione che se letti nella giusta prospettiva possono aiutare ad eliminare tanti pregiudizi.
    e’ vero che il sole che si oscurerà è l’immagine della fine di Nerone, ma in Nerone sono celati-rivelati tutti i Neroni della storia, quelli che propinano panem et circenses a chi si accontenta o a chi ha paura della noia. e’ vero che la bestia-demonio è la stessa Roma, ma tale da essere simbolo di tutti i poteri repressivi di ieri e di oggi. e’ vero che viviamo in un mondo che si sta avvelenando da sè stesso ma tutto questo è sempre e solo opera di un potere che uccide, che lo si chiami capitalismo, progresso, economia di mercato . allora la lettura dovrebbe richiamarci ad una riflessione su noi stessi più che sulle colpe della chiesa . noi da che parte stiamo? a quale mondo apparteniamo, quello di Nerone e del suo circo o tentiamo di innestarci in quell’albero in germoglio che porta vita?
    grazie Fabrizio. non ti arrendere mai.

  12. fabrizio centofanti il 12 dicembre 2006 alle 12:34

    i vangeli come miti che guariscono: mi sembra una buona idea, da verificare.
    il w.w.w.è anacronistico: non come scherzo, ovviamente.
    il riferimento al mercato delle dittature, se è quello, è già stato fatto frequentemente.
    la fine del mondo accelerata dalla nostra incuria è sempre la fine di “un” mondo (non so perché i corsivi vanno sempre via negli inserimenti).
    ci sono stronzate che salvano la vita. soprattutto quella delle potenziali vittime.
    i deboli: esatto. il vangelo è una buona notizia per loro, quando cade lo stars sistem del potere omicida.
    l’emozione gioca brutti scherzi, in effetti.
    una parola libera detta a un uomo libero: la vedo anch’io così.
    nazir, netser, natsur: al nazareno sono legati il consacrato, il germoglio, il resto. ci vuole coraggio, in ogni caso.

    l’immagine del poeta cantautore massacrato nello stadio di santiago è l’icona di ogni vittima di un cosmo creato da mano umana: ma la bestia non può soffocare qualcosa di cui, innegabilmente, ogni tanto si trova una traccia, al di là della nostra buona o cattiva volontà, dei nostri sforzi sempre imperfetti in una direzione o nell’altra, al di là di noi, insomma: il bene.
    fabrizio

  13. Liuk il 12 dicembre 2006 alle 14:42

    Un caro saluto
    Liuk

  14. tashtego il 12 dicembre 2006 alle 14:55

    nessun discorso di ordine “spirituale” con credenti cattolici è non dico accettabile, ma solo fattibile, a prescindere da tommaso welby e da quelli come lui, a prescindere dall’oscena ingerenza nelle nostre vite come fosse cosa loro, nelle proibizioni che impongono al resto della società in nome delle loro convenienze storiche.

    (perché poi, se gli conviene, cambiano idea: quello che oggi è assoluto, domani diventa relativo, facoltativo, la gente che oggi soffre a causa loro, domani faranno finta di non averla sulla coscienza, eccetera)

    mi consolo nella convinzione che prima o poi verrà il giorno anche della loro vergogna.

    @baldrus
    sono contro le emozzioni, non le emozioni.

  15. fabrizio centofanti il 12 dicembre 2006 alle 16:00

    con uno del tuo spessore, invece, lo spirito si spreca.
    questo è consolante.

  16. a. il 12 dicembre 2006 alle 16:35

    ” Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome.”
    Ap. 13,16-17-18

    fabrizio perchè anacronistico? non potrebbe essere riferito anche al nostro tempo? anch’io ho sempre pensato che il 666 fosse il www, fosse la rete, senza sapere dell’alfabeto ebraico, la rete è come una catena, e sappiamo tutti cosa sono le catene di sant’antonio, inoltre il marchio, il comprare e vendere col numero, mi ricorda tanto i numeri dei nostri codici fiscali, i numeri delle nostre carte di credito, quindi un mondo dove non siamo più individui ma numeri. questo accade anche nei posti di lavoro, dove non siamo più lavoratori ma risorse umane. se questi fossero i segni? a.

  17. fabrizio centofanti il 12 dicembre 2006 alle 19:20

    è anacronistico perché il testo è di duemila anni fa. se poi vogliamo attualizzarlo, è un altro paio di maniche, ma certo l’idea non era nell’intenzione dell’autore. tutto quello che dici è vero, ed è curiosamente collegabile alle immagini e ai concetti del brano: non è il primo caso e non sarà l’ultimo. non bisogna però fare l’errore di certi letteralisti che vedono nei documenti antichi profezie di fatti molto specifici dell’attualità; quando non si tratta di vere e proprie contraffazioni, come lo pseudonostradamus che avrebbe previsto il crollo delle torri gemelle.
    ciao
    fabrizio

  18. fabrizio centofanti il 12 dicembre 2006 alle 19:55

    sì, Andrea, Sestov, Solov’ev, hanno detto qualcosa che ha cambiato il nostro modo di considerare la libertà e la razionalità.
    fabrizio

  19. carla bariffi il 12 dicembre 2006 alle 20:44

    Mi piace pensare che dall’mmagine del fico che germoglia possa sorgere qualcosa di buono, quest’attesa che è veglia in fondo, è la cosa più ricca che si possa desiderare, perchè racchiude un sogno….
    L’interpretazione di Fabrizio è delicata, e va misurata con la necessaria delicatezza.

    un caro saluto
    carla

  20. fabrizio centofanti il 13 dicembre 2006 alle 00:09

    un’attesa che racchiude un sogno: che dire di più?
    grazie, Carla.

  21. toporififi il 13 dicembre 2006 alle 01:53

    Anacronistico? dipende da chi ha scritto il testo o da chi l’ha dettato o ispirato.
    Se pensiamo le scritture un genere letterario para storico allora anche Nerone è anacronistico, se sono ispirate dallo Spirito, il primo secolo e duemila anni dopo sono come un giorno.
    Tutta la profezia dell’antico testamento vive nell’imminenza e quando il Messia arriva lo uccidono, non vogliono riconoscerlo.
    Cosa si oppone allora alla somiglianza di; www, codici a barre, microchip sottocutanei e tatuaggi di riconoscimento che consentono e in sempre più limiteranno le attività commerciali a cui è stato ridotto l’uomo, al numero della bestia. Se l’Apocalisse poteva prefigurare qualcosa che sarebbe successo pochi anni dopo era per lo Spirito che la animava e allora può farlo anche per epoche e mondi successivi che finiranno.
    Anche la profezia di Daniele (se ricordo bene) sul crollo della torre e il pianto inconsolabile dei mercanti somiglia all’attualità, senza tirare in ballo nostradamus.
    Allora occorre decidere se la Scrittura è lettera morta, rassicurante e museificata con sogni e poesie o se è parola viva e quindi portatrice di speranza oltre che timore.
    Non c’entra qui la chiesa, credere è sempre una questione di scelte.

  22. fabrizio centofanti il 13 dicembre 2006 alle 08:25

    credo che si debba cercare di essere più aderenti possibile al testo, ma non nel senso del letteralismo, che produce interpretazioni a mio modesto parere azzardate, come quelle che vogliono estrarre profezie su eventi troppo specifici. l’Apocalisse è scritta in un momento di feroci persecuzioni e vuole, da una parte, denunciare la crudeltà di questa violenza, dall’altra, aprire spiragli di speranza e indicare possibili vie d’uscita. per fare questo si serve di tutto l’armamentario del genere apocalittico, presente nel primo testamento e di immagini tratte dalla letteratura del mondo circostante, ma anche elaborate in proprio dallo scrittore che va sotto il nome di Giovanni. che il genio umano, variamente ispirato, possa arrivare ad anticipare anche prodotti tecnologici a venire, è dimostrato da personalità eccezionali come Leonardo da Vinci. ma, pur non volendo essere apodittici, mi sembra improprio sostenere che l’autore dell’ultimo libro della bibbia, pur nella sua veste di scrittore ispirato, abbia potuto prefigurare una realtà come quella del web. questo senza voler nulla togliere alla suggestività e perfino alla possibile veridicità, in ultima istanza, della tua ipotesi. insomma, secondo me non è così, ma non sono certo l’interprete infallibile del codice linguistico, immaginifico e profetico del libro sacro.
    grazie per l’intervento.
    fabrizio

  23. Marcello il 13 dicembre 2006 alle 09:36

    Vedo sempre più spesso in questo sito la sua presenza letteraria Padre Centofanti. Lei sta imperversando in web. Ha un blog, dirige una rivista, si fa intervistare, distribuisce le sue poesie a destra e a manca, è in ogni luogo, come il padre eterno. Mi chiedo come riesca a farlo senza trascurare quel che dovrebbe essere il suo primo ministero. Non è che stia peccando un po’ troppo di vanità? Oppure vuole farci credere che l’essere così presente in web fa parte della sua missione? O che il portare la buona novella fra noi miscredenti è perché è prete e non perché vuole farsi notare come letterato? Se fossi in lei ci rifletterei su e cercherei di non strafare. Non sarebbe meglio che cominciasse a prepararsi con prostrata riflessione alle festività cristiane che sono alle porte invece di stare qui a fare chiacchiere sulla sua scrittura? Un caro saluto.

  24. fabrizio centofanti il 13 dicembre 2006 alle 12:04

    adesso ti fai chiamare Marcello? quando questo tuo odio implacabile finirà di divorarti il fegato, potra dormire finalmente dormire senza tranquillanti.
    buone feste.

  25. fabrizio centofanti il 13 dicembre 2006 alle 12:04

    potrai

  26. fabrizio centofanti il 13 dicembre 2006 alle 13:32

    dormire

  27. franz krauspenhaar il 13 dicembre 2006 alle 14:19

    @Marcello.
    Se va avanti così creeremo una rubrica apposita per Padre Centofanti. Noi a Nazione Indiana siamo così, dispettosi…
    E io ne posso fare anche un caso personale.

  28. g.r. manzoni il 13 dicembre 2006 alle 14:41

    Ah, ma allora è un attacco in grande stile. Leggo da Antonella e anche qui. Vale quel che ho scritto nel post della Pizzo e di nuovo :-))) caro Marcello :-)))
    Brutti scherzi gioca l’invidia e la piccolezza. Che miseria. Che tristezza.

    Vai Fabrizio che sei come Napoleone… hai il quadrato della Vecchia Guardia attorno. Un abbraccio. Il pezzo è molto bello.

  29. toporififi il 13 dicembre 2006 alle 15:19

    Fabrizio, quello che intendo non è il prevedere l’invenzione di un prodotto tecnologico, come poteva accadere nell’umanissima e brillante mente di Leonardo, ma, e se consideriamo l’Apocalisse nel suo significato proprio di rivelazione e non di fine del mondo, non possiamo escludere che certi segni siano identificabili intuitivamente.
    La tecnologia del web non è la bestia, ma certe conseguenze come il legare gli uomini al suo uso e costringerli alle sue leggi che oggi ancora non conosciamo, avvolti come siamo nell’euforia della libertà di informazione, certamente possono esserlo.
    Anche sotto le persecuzioni c’era questa frenesia di censimento, si sa che spesso i cristiani si dichiaravano ebrei per non dover sacrificare agli idoli e il censimento delle sinagoghe serviva a smascherarli.
    Gesù stesso nasce a Bethlemme a causa di un censimento, realizzando così la profezia della sua nascita in quel luogo, diversamente sarebbe nato a Nazareth.
    Se, come mi è sembrato di capire, sei sacerdote, dovresti saperlo.
    Ecco, mi sembrava un po’ troppo laico come punto di vista, che non significa assolutamente che io approvi il farsi sconvolgere da un millenarismo da sette americane o da interpreti di famosi ciarlatani.
    La proibizione dell’investigare il giorno e l’ora, è scrittura anch’essa, profezia in qualche modo e si riferisce al futuro quanto evidentemente al passato.

  30. fabrizio centofanti il 13 dicembre 2006 alle 15:58

    ringrazio Franz e Gian Ruggero. “Marcello” potrà tornare nel suo sito soddisfatto.
    per Rififi: penso che alla fine le nostre idee possano convergere. se dici che non pensi al prodotto tecnologico, ma alla catena che il web può creare, non posso che essere d’accordo. la profezia parla di noi, al di là della cronologia. e ogni epoca ha le sue catene e i suoi strumenti per spezzarle.
    ti ringrazio
    fabrizio

  31. Alessandro il 13 dicembre 2006 alle 16:53

    Contributo davvero stimolante, Fabrizio.

  32. fabrizio centofanti il 14 dicembre 2006 alle 00:15

    ti ringrazio, Alessandro.

  33. tashtego il 14 dicembre 2006 alle 08:10

    @fabrizio
    se ti fosse venuto il dubbio.
    io non sono marcello.
    per dire.

  34. fabrizio centofanti il 14 dicembre 2006 alle 12:06

    non mi ha neanche sfiorato, Tash. so bene di chi si tratta.

  35. Gianmario il 14 dicembre 2006 alle 15:37

    Fabrizio è un uomo colto che fa il prete, e lo fa bene (l’uomo colto e il prete, voglio dire). dà l’immagine rassicurante di uno che si mette in discussione “da persona a persona” come direbbe Carl Rogers. E lo fa fino in fondo. Non “imperversa”, fa apostolato con la parola, con-vincendo, non con le prediche (dall’alto). La parola è sempre usata bene quando cerca il senso, con pacatezza, con la ragione e insieme la parte intuitiva, emotiva, irrazionale della persona (in questo caso la poesia). Fabrizio cerca, mi pare, un linguaggio integrale, propone modalità “integrali” di comunicazione. Peccato che non ho tempo di seguire questi siti, che portano una parola che ha senso, che è fatta per l’uomo, che “dice” l’uomo. Non c’è il “mestiere” del prete, credo, e soprattutto non c’è un “mansionario” pretesco, così come non c’è quello del poeta o dell’uomo di cultura. C’è un modo di essere vero o non vero, sia da prete che non da prete. Credo che Fabrizio ma anche Carla, e tutti quelli che leggo, si pongano in querst’ottica di solida com-unicazione. Fabrizio ha creato questo spazio, e per caso (e per scelta sua) è un prete. Fa il prete anche (non so se “soprattutto”) in questo modo, e lo fa molto bene, a mio avviso, con grande dedizione e competenza. A me ad esempio questa rubrica dà un senso di pienezza, nel generale vuoto delle chiacchiere… Tutto qui.
    Con amicizia e stima

  36. fabrizio centofanti il 14 dicembre 2006 alle 18:57

    ti ringrazio, Gianmario. hai colto l’essenziale: portare la parola come grazia continuamente richiesta (da me). e il finale del Journal di Bernanos lo stringerò fino all’ultimo respiro: tutto è grazia. solo così la competenza ha un senso.
    un caro saluto
    fabrizio

  37. tashtego il 14 dicembre 2006 alle 21:11

    “La “bestia” delle Scritture è il nostro stesso male, il “Grande Male” di Turoldo, la brama di immortalità e di onnipotenza (la “hybris” dei greci) che ci sta fagocitando.”
    se posso essere franco (mi scuso in anticipo) queste sono solo imbarazzanti, nonché assai banali, stronzate.
    la “stronzis” dei greci, per capirci.

  38. fabrizio centofanti il 15 dicembre 2006 alle 00:21

    da un certo punto di vista un simbolo è sempre una stronzata. da un altro punto di vista può risolverti un problema capitale. allora risolse il problema significativo della paura, inevitabile di fronte alla persecuzione. oggi lo stesso simbolo può risolvere il problema della depressione, del non senso, del veleno che ci vieni inoculato giorno dopo giorno. con me puoi essere franco tash: finché ci si guarda negli occhi c’è speranza.

  39. tashtego il 15 dicembre 2006 alle 16:59

    @fabrizio
    non credo nell’esistenza del Male, naturalmente, ma solo in quella della sofferenza, nelle sue varie forme.
    quella che alcuni chiamano “brama di immortalità e di onni-potenza” non è altro che la brama di eliminare la sofferenza e il dolore.
    lo si può fare solo con la scienza, cioè con un metodo di pensiero diametralmente opposto al non-pensiero del sentire religioso.
    la chiesa lo sa e ne ha paura, dunque si trincera a presidio degli ultimi due capisaldi che le restano: la nascita e la morte.
    non fregandogliene assolutamente più nulla di una qualsivoglia etica.
    la chiesa è un avvoltoio a guardia della sofferenza, nella quale inzuppa il pane e il becco.

  40. fabrizio centofanti il 15 dicembre 2006 alle 17:12

    si vede che sei un poeta, Tash, hai delle immagini efficaci. naturalmente non sono d’accordo con il non-pensiero: personalmente faccio dell’intelligenza un decisivo punto di forza. e non credo di essere l’unico esemplare del mondo cristiano (aggiungo almeno mio fratello). inoltre la paura non so cosa sia. cioè lo so, ma dalle mie parti, se hai paura, è meglio che cambi mestiere.



indiani