L’impronunciabile parola « avanguardia » (2)

13 dicembre 2006
Pubblicato da

immagine-046.jpg Di Andrea Inglese

(La prima puntata è qui)

Le tecniche
“Ma che mondo e mondo !” sibilava al telefono “che vai cercando? Le avanguardie incarnano tutto quanto di artisticamente rilevante si è fatto nel Novecento, e gli altri al traino, come affannati succhiaruote, obsoleti già prima di scrivere un rigo! È di questo che dobbiamo parlare: la rottura della rappresentazione, la breccia, la faglia, il buco, ma dentro nel foglio! E la sintassi: disgregata, dissolta, i frammenti, il caos, ma tutto nei procedimenti, nelle tecniche… Le avanguardie hanno rappresentato il laboratorio delle tecniche più avanzate di comunicazione, tutti ne siamo eredi, e debitori.” Poi utilizzando una vecchia tecnica dadaista, tambureggiò sui tasti, frantumando la mia replica sotto una pioggia di beep e riattaccò.

La notte non aveva portato gran consiglio. Ma non sono le opzioni formali né le innovazioni tecniche a nutrire il fantasma dell’avanguardia. Certo, da questo punto di vista non esiste quasi opera, poetica d’autore, categoria critica che non abbia subito, direttamente o meno, gli influssi di qualche movimento avanguardista. Ma più di tutti sono i linguaggi propagandistici della politica ufficiale, o dell’informazione, della pubblicità, e persino dell’azienda, ad aver messo a frutto il patrimonio d’innovazioni formali dell’avanguardia e, in genere, di tutte le esperienze d’arte e letteratura sperimentale del Novecento. Su questo non esistono misteri. C’è qualcos’altro, però, che è più determinante di ogni discorso confinato ai problemi della rappresentazione (possibile o impossibile) e delle sue tecniche (regressive o di rottura). L’idea, ben presente nell’origine militare e politica del vocabolo, di porsi non come esploratori del mondo presente, del proprio mondo, ma come anticipatori di un mondo futuro, di un mondo altrui (mondo dell’umanità liberata, o dell’umanità nuova).

Doti di preveggenza
Anch’io mi sono messo ai vocabolari. Nel Battaglia, leggo: “In, all’avanguardia: alla testa, prima di tutti. Anche al figurato: nella posizione più avanzata di un movimento artistico, di idee.” Qui trovo un nesso fondamentale tra la funzione tradizionale del letterato (poeta, intellettuale, ecc.) giunto al punto di massima valorizzazione nelle società borghesi in epoca romantica, e il declino di quella stessa funzione, che produce come una delle sue possibili conseguenze la reazione avanguardista. L’idea che un gruppo sociale si ponga alla testa dell’intero corpo sociale è ovviamente una concezione tradizionale e gerarchica della società. Ma in ambito politico, si pensi alla Gioventù Italiana del Littorio sotto il fascismo, l’avanguardia è quel corpo minoritario della società che prepara quei mutamenti, a cui l’intera società prenderà parte e da cui tutti i cittadini alla fine trarranno vantaggio. In una prospettiva classista, è la classe svantaggiata che invece usufruirà della preveggenza e del lavoro anticipatore delle avanguardie.

Inizio XXI secolo, le cose appaiono ben diversamente. Innanzitutto, dall’ambito politico a quello intellettuale, le capacità di previsione tendono ormai allo zero. Anzi, laddove le facoltà di previsione non sono palesemente riconosciute come insufficienti, il rischio può essere di gran lunga maggiore. Le “guerre preventive”, per garantire maggiore pace e democrazia, espandono e intensificano la portata dei massacri. La lotta al terrorismo, portata avanti con mezzi terroristici, legittima giorno dopo giorno la pratica stessa del terrorismo politico in ogni sua forma. Diversamente, forse, vanno le cose per quegli anticipatori prudenti e scrupolosi che sono gli scienziati. Essi ci annunciano pacatamente le più raccapriccianti catastrofi, per poi ritornare alla loro quotidiana routine con la coscienza più tranquilla del mondo.

Quanto agli intellettuali di formazione umanistica, quando non fiutano il vento in cerca di vantaggi più che immediati e personali, riconoscono con toni più o meno apocalittici che la complessità della realtà si fa di giorno in giorno più complessa. Insomma, vale quasi universalmente l’osservazione di Italo Calvino, datata 1980 e posta in appendice alla raccolta di saggi Una pietra sopra. Scriveva Calvino: “il tema del libro sarebbe questo: per un certo numero d’anni c’è uno che crede di lavorare alla costruzione di una società attraverso il lavoro di costruzione d’una letteratura. Col passare degli anni s’accorge che la società intorno a lui (…) è qualcosa che risponde sempre meno a progetti o previsioni, qualcosa che è sempre meno padroneggiabile, che rifiuta ogni schema e ogni forma. E la letteratura è anch’essa refrattaria a ogni progettazione, non si lascia contenere in nessun discorso”.

Ora, nelle parole di Calvino, ciò che più mi preme sottolineare non è l’idea che il mondo risponda sempre meno a progetti e sia sempre meno padroneggiabile, in quanto sia l’analisi dei progetti efficaci, di carattere soprattutto economico, sia le forme di dominio della realtà, di carattere soprattutto politico-militare, semplicemente sfuggono alla strumentazione dell’intellettuale-letterato, quale Calvino era stato dal Dopoguerra in poi. Ma il fatto che sfuggano a lui, non significa che sfuggano ad altri, in particolar modo a certi settori di ricerca nel campo delle scienze umane. Ci si ricorderà, però, che proprio nel momento in cui Calvino scrive queste righe, egli ha già fatto la sua scelta di campo. Così la descrive in un passo successivo del saggio citato, parlando di sé in terza persona: “Comincia a vedere il mondo umano come qualcosa in cui ciò che conta si sviluppa attraverso processi millenari oppure consiste in avvenimenti minutissimi e quasi microscopici.”

Oggi appare chiaro che proprio intorno agli anni Ottanta è situabile una soglia storica decisiva per l’evoluzione del capitalismo nei paesi più sviluppati d’Europa e nel Nordamerica. È in questi anni che va definendosi la riorganizzazione del mondo del lavoro e il correlativo aggiornamento ideologico che ne consegue. In virtù di essa, le aziende rispondono alla crisi dei primi anni Settanta, riconquistando un assoluto vantaggio nei confronti della forza lavoro, che sarà costretta a pagare quasi interamente il peso delle incertezze del mercato. Insomma, è negli anni Ottanta che si pongono le basi dell’attuale e diffuso precariato, del dogma della flessibilità, della crescita del capitale finanziario. (Su questa svolta, un saggio di riferimento: Luc Boltanski e Eve Chiapello, Le nouvel esprit du capitalisme, Gallimard 1999, ma anche un romanzo di riferimento, Le mosche del capitale di Volponi, Einaudi 1989.) Di fronte a tali metamorfosi sociali, Calvino si rifugia in uno scetticismo selettivo: abbandona cioè ogni interesse per i lavori di sociologia per dedicarsi all’astronomia e alla biologia. Fuga nell’immensamente grande e nell’immensamente piccolo.

Non voglio con questo accusare Calvino, quasi che fosse un peccato per uno scrittore prediligere lo studio dell’infinitamente lontano piuttosto che lo studio di quanto lo coinvolge più da vicino. Ma Calvino traveste una libera scelta in una sorta di necessità storica. E in questo, consapevolmente o meno, bara.

La doppia costruzione
L’altro punto che mi interessa, nel primo brano citato, è il nesso presentato come del tutto ovvio tra “costruzione di una letteratura” e “costruzione di una società”. Oggi, si sente continuamente parlare del declino del “mandato sociale” dello scrittore, dell’intellettuale, ecc. Ma bisognerebbe innanzitutto interrogarsi sulle prerogative sulle quali si basava quel mandato. Il rapporto che può esistere tra la costruzione di una certa letteratura e la costruzione di una certa società a me sembra dei più oscuri ed enigmatici. E soprattutto, ammesso che un ristretto gruppo di persone possa essere all’origine di una certa letteratura, o, più precisamente, di una certa corrente letteraria, in che modo un ristretto gruppo di persone, siano essi letterati, artisti o genericamente intellettuali, possono porsi all’origine di una società? Per quale straordinaria forza demiurgica le opere letterarie di uno scrittore dovrebbero contribuire a costruire, secondo una sua consapevole intenzione, una società in un determinato modo? Un’opera letteraria o artistica non è né un programma quinquennale di stato né un prodotto d’azienda: ossia, non hanno come scopo quello di determinare un comportamento, bensì, al massimo, una scelta.

Che tipo di società contribuisce a costruire Leopardi nelle Operette morali? Non lo so. Potrebbe trattarsi di una società definitivamente atea, o di una società profondamente religiosa, ma certo non nel modo in cui lo sono le società teocratiche né la nostra, in cui la religione tollera di abbandonare al materialismo dell’economia molti antichi possedimenti, per meglio e più rigidamente installarsi in alcune zone franche, come il matrimonio eterossessuale o la protezione della vita al di là della volontà personale. Credo, in definitiva, che un’opera lasci al lettore la scelta d’immaginare, o meno, a partire da essa una società possibile. Con questo non intendo assolutamente schierarmi dalla parte di coloro che sostengono che l’opera si riduca all’interpretazione che ne fa il lettore. Anzi, poiché l’opera è un organismo determinato, e non una massa informe, proprio in virtù dei suoi tratti salienti, dei suoi aspetti ineliminabili e caratteristici, essa pone il lettore di fronte ad una scelta.

Nella concezione di Calvino, in conclusione, leggiamo qualcosa che appartiene allo spirito dell’avanguardia, ma anche a quei privilegi dell’intellettuale-letterato, che la stessa avanguardia nega. L’idea della doppia costruzione rinvia all’epoca della massima valorizzazione sociale della figura dell’intellettuale-letterato, in epoca romantica. Una valorizzazione che ha sue motivazioni storiche, ma che oggi non possiamo non considerare del tutto sproporzionata. Da qui nasce la presunzione di un gruppo minoritario di porsi come testa di qualcos’altro (lo scrittore è la coscienza di un popolo), o nel caso migliore, come nel marxismo-leninismo, alla testa di qualcun altro (l’intellettuale anticipa le intenzioni della classe e dispone i mezzi per la loro realizzazione). Senza poter dir nulla qui delle conseguenze negative a cui una tale valorizzazione esorbitante ha dato luogo, mi limito a constatare che i pieni poteri di cui il letterato si sentiva investito, ora dalla nazione tutta ora dalla sola classe borghese o dal movimento operaio, non hanno cessato di ridursi nel corso di tutto il Novecento.

(CONTINUA)

(Foto di A Inglese)

43 Responses to L’impronunciabile parola « avanguardia » (2)

  1. wovoka il 13 dicembre 2006 alle 08:06

    Beh, per intanto c’è da complimentarsi per un testo che vuole essere compreso, piuttosto che “far colpo”. Aspetto un po’ per vedere quale dei molteplici stimoli sembri condurre più diritto al cuore della questione (ammesso che la questione abbia un cuore).

  2. luminamenti il 13 dicembre 2006 alle 20:58

    L’amore della degenerazione, della malattia, l’abbandono ai deliqui nervosi preludono a un capovolgimento.

    Il capovolgimento, che è fatale, e spesso avviene per una progressione quasi insensibile, produce l’avanguardia, conclusione di un romanticismo che abbia esaurito le sue carte.

    I suoi germi sono nel romanticismo stesso, sopratutto in quel vizio romantico che è l’esaltazione della freschezza posticcia, in quelle nostalgie d’un passato ingenuo che a poco a poco diventano bambinaggini.

    In questo lezio è germinalmente l’avanguardia, nella quale è sempre presente il momento della goduta, manieratamente maldestra puerilità.

    Quando questa recita diventa quasi inconsapevole, si è nell’avanguardia piena.

    La verità, oggi palmare, è che nell’800 e nel 900 l’Europeo non era in grado di capire la propria inferiorità mentale di fronte all’epoche rette da una metafisica e alla loro arte.

    La sua inferiorità, sentita come superiorità, proiettava su quell’ignoto i deliri di Rousseau.

    Come poteva un Europeo del 700 o dell’800 capire l’estetica sacra di Onorio di Autun, dei Vittorini, di Durando di Mende?

    L’esoterismo di san Cugat del Valles o delle figure alchemiche di Notre Dame, sarebbe stato incomprensibile anche ai più esoterici romantici, perfino alla Huysmans o, più giù nel tempo, anche agli gnostici della Rivoluzione.

    Quanto alla curiosità per gli oggetti d’Africa che sollecitò l’avanguardia del 900, essi restavano curiose, strepitosamente puerili deformazioni: era inimmaginabile che potessero far accedere a una metafisica e ad una sapienza esoterica ancor più profonde di quelle medievali.

    L’avanguardia si può definire come lo scioglimento dei significanti dai significati: essa è perfettamente adatta al mondo ormai privo di significato del tardo industrialismo, è anzi il corrispettivo inevitabile di un mondo ridotto a pura quotidianità.

    Già il calendario del quotidiano, che ha espulso ogni diversità qualitativa fra i giorni salvo la differenza di temperatura, è un’opera d’avanguardia, esibizione di significanti senza significato, ne è non l’espressione, ma il semplice riflesso, e offre loro uno strano conforto.

    Ma chi tra gli umani, ormai rinunzianti perché troppo solo umani, è capace di accorgersi di ciò, e riesca a forare gli strati densi dell’atmosfera odorosa di zolfo dell’adesso?

  3. gilcagné il 13 dicembre 2006 alle 21:14

    è tornato.

  4. gabriella il 13 dicembre 2006 alle 21:32

    Sì, a volte ritornano. :-)

  5. Lazzaro Visconti Pera il 13 dicembre 2006 alle 21:36

    Sì, e ancora più s-fatto che pria…

  6. gilcagné il 13 dicembre 2006 alle 22:15

    dove diavolo è lo psichiatra ufficiale di nazione indiana???

  7. Lazzaro Visconti Pera il 13 dicembre 2006 alle 22:57

    Sta studiando il principio delle catarsi esulceranti scariche ancestrali aprioristicamente propulse nel segmento mediano della skepsi che si fa metadiscorso e si proietta fuori dall’introiezione paraonirica che avvolge le sinapsi shining-izzate in sillogistica compulsione con l’assoluto che si rivela in infranoia e agli infrarossi manifesta l’arcano di un simbolo colto nella sua figurale partizione d’aura ovverosia per segmentazioni d’alterità rifratte in attimi d’abissale manutenzione dell’arnese in semprepausa gnoseologica con riflessi ontologici non del tutto dispersi nel dasein che si oltra e si altera durante la cottura: i.e.: sta cercando di capire quali sostanze rimesta in quei coktails che ingurgita come fossero succo di ananas. Solo facendo un inventario completo potrà predisporre la cura adatta. Abbi fede.

  8. cara polvere il 14 dicembre 2006 alle 00:22

    … ma dove lo mettiamo il manifesto antropofago di de Andrade, il creacionismo, l’ultraismo… lo dovremo pur mettere da qualche parte…

    un saluto
    paola

  9. luminamenti il 14 dicembre 2006 alle 00:27

    Ricorrere all’ombra
    come oggetto d’incanto
    è consuetudine ai pochi:
    il resto spezza l’uso
    con trovate alternative
    senza modalità.

    Nasce come concetto
    di salsedine, il grumo,
    il nodo polifonico.
    Nel presidio dei fumi
    scatta l’ALLARME
    per il cieco dissenso,
    per il concreto disavanzo

    Il sapore del veleno
    scivola sulla mandibola,
    ne deterge la sinuosità:
    appari vipera – santa
    con scettro di luce nera
    sempre a slinguare
    sul resto delle ceneri

  10. cara polvere il 14 dicembre 2006 alle 00:44

    correzione: li (plurale) dovremo (o devremmo?) mettere pur da qualche parte…

  11. bill il 14 dicembre 2006 alle 01:08

    divenire mosaico
    geografia impero luoghi
    retorica petrarca
    la lirica e il discorso

    canzonare una caduta di
    stile tardo difensore
    attraverso storia
    pensiero declinante

    nel contesto produttivo
    d’avvisaglie intercettate
    noi diciamo presunta

    la confusa denuncia
    antirinascimentale
    di certezza d’avanguardia

  12. Il Treno a Vapore il 14 dicembre 2006 alle 01:36

    “Diversamente, forse, vanno le cose per quegli anticipatori prudenti e scrupolosi che sono gli scienziati. Essi ci annunciano pacatamente le più raccapriccianti catastrofi, per poi ritornare alla loro quotidiana routine con la coscienza più tranquilla del mondo”

    mentre le avanguardie letterarie soffrono?

    @ luminamenti

    “Ma chi tra gli umani, ormai rinunzianti perché troppo solo umani, è capace di accorgersi di ciò, e riesca a forare gli strati densi dell’atmosfera odorosa di zolfo dell’adesso?”

    Io non me accorgo e per quanto ti abbia letto con attenzione, non ho avuto lumi. Si vede che ho passato troppo tempo nei laboratori. Non mi stupisce di essere solo umano mentre mi stupirebbe il contrario. In laboratorio sentivo molti odori. Fuori solo diversi odori di umani.

    “essa è perfettamente adatta al mondo ormai privo di significato del tardo industrialismo”

    Dunque devo desumerne che “prima” vi fosse un significato: quale?

    @ Lazzaro Visconti Pera

    Applausi liberatori! Grazie davvero…

    Mario A.

  13. luminamenti il 14 dicembre 2006 alle 08:15

    per @ Lazzaro Visconti Pera

    Quello dei princìpi fondati e non fondanti.
    Lume si può sul web che per bagliori che sono come istanti.
    Lume non è, se non viene dal sereno/che non si turba mai (Paradiso, canto 19, 64-65)
    La luce eterna si cerca nelle tradizioni perenni.
    Il regno della fisica va loro incontro a saper comparare.
    E poi: studiare, cercare, scavare…per esempio: La Simbologia della Danza di Marius Schneider o Le Galerie religieuse di Djuna Barnes. E poi quando nell’intimo ogni movimento è stato assimilato con l’immaginazione privata da ogni gratuito fantasticare, lasciare incedere nell’azione di vita. Lo stesso potrebbe dirsi dell’arte simbolica (con i suoi significanti ben aderenti ai suoi significati) nell’atto gestuale del mangiare (in Abraham Heschel). Ecco il laboratorio più evoluto che mai possa sperimentarsi di un molteplice rinconducibile all’Uno!
    E come disse Simone Wel: Non c’è niente di più importante che il concetto dei piani sovrapposti della coscienza, di cui l’ultimo
    è superiore alla psicologia.
    Così è dell’uomo: che potrà essere ogni suo concepibile futuro
    se non una distanza minore o maggiore dal punto di perfezione,
    che non è nel tempo né del tempo?
    Signori il futuro non è forse una cambiale in bianco?
    Eccovela, firmate, è il discorso di tutte le avanguardie e dei progressisti!
    Rettamente vede, soltanto colui che sappia rendersi impersonale e quieto, così l’acqua può rispecchiare soltanto se è immobile, senza turbamento. Una quieta ebbrezza in cui incerchiare la vita.
    E lo stile deve fare tutt’uno con il cuore, come insegnò Paracelso
    (infischiandosene del tardo futuro critico classificatore dei linguaggi). Il cuore è sempre lo stesso!

  14. andrea inglese il 14 dicembre 2006 alle 08:49

    grazie cara polvere, un “manifesto antropofago” e´ sempre benvenuto, inoltre non lo conoscevo…

    @Treno a Vapore
    no, no, non credo che le avanguardie soffrano piü degli scienziati (scusate ho a che fare con tastiere tedesche… impossibile captare gli accenti…)
    ma la preveggenza dei letterati e´ sempre meno affidabile e sempre piü irrilevante… mentre oggi quella degli scienziati (penso alle ricerche sull´ámbiente, clima, ecc.) ha un peso ben piü importante.

  15. gherardo bortolotti il 14 dicembre 2006 alle 09:24

    ciao andrea e tutti,
    come al solito sono di fretta! cmq, è molto interessante il fatto che sottolinei, parlando d’avanguardia, cioè di momenti/gruppi che investono tutto l’investibile sulla produzione culturale in quanto azione sulla comunità, il fatto che il discorso degli intellettuali umanisti in genere – ma soprattutto degli scrittori/poeti – è sempre più marginale.
    per conto mio metterei in relazione la cosa con lo spostamento da comunità basate sul discorso a comunità basate sull’immagine. (ovvero dall’epica allo spettacolo (v. debord ;-), per usare uno slogan). la “decadenza” dello scrittore è in parallelo con la “decadenza” della scrittura: mentre l’industria culturale si concentrava su altri tipi di prodotti e non è più nel romanzo e/o nella raccolta di poesie che la comunità trovava una sua sintesi, lo scrittore si spostava dal baricentro verso la periferia.
    in verità, la comunità, la società in cui ci muoviamo è ancora fortemente ed essenzialmente influenzata dai “testi verbali”: pensa solo agli slogan pubblicitari e/o politici, alle espressioni tecniche degli esperti, ai tormentoni televisivi. questo perché, mi sembra, quando si deve produrre una “morale della favola” è pur sempre una frase quella che si tira fuori. certo è, però, che non siamo più ai tempi di zola ;-). il discorso in effetti meriterebbe altro che una battuta ma, ripeto, sono di corsa.
    ultima cosa: nel campo delle arti figurative l’avanguardia non è problema. è stata processata e non è più sotto processo, per così dire. forse proprio perché il paradigma visivo è quello “vincente”, quindi più sicuro di sé, senza sensi di inferiorità da scontare e che riducono a posizioni di difesa, conservatrici, etc.. forse anche perchè l’avanguardia ha fatto e fa girare più soldi (di nuovo una battuta ma anche questa perchè non ce la faccio ad affrontare la questione).
    scappo.

  16. luminamenti il 14 dicembre 2006 alle 10:15

    I tre momenti necessari all’avanguardia: la confezione (o ritrovamento) dell’oggetto qualsiasi, la sua esibizione, il suo riconoscimento o commento, vedono impegnate tre persone:
    l’operatore d’avanguardia o artista tra virgolette, il mercante e il critico.
    Nell’arte viceversa l’artista è l’unico personaggio visibile necessario;
    mercante, mecenate e pubblico possono essere superflui.
    Le tombe egizie, certi angoli di guglie gotiche contengono opere che l’artista compose non affinché fossero viste, ma al modo che un uomo fa il bene in segreto, affinché fosse glorificata l’essenza visibile effigiata.

    Momento essenziale dell’avanguardia è l’esibizione, perché un significante senza significato esiste solo se è esibito.

    Il mercante è infatti il personaggio essenziale dell’avanguardia, l’operatore e il critico ne sono i satelliti.

    Un giovanetto di Treviri, Carlo Marx, rimbeccherà Kant nella sua tesi di laurea: se davvero sono convinto di avere cento talleri, contraggo prestiti come se li avessi e, sapendo investire bene, faccio altro che cento talleri.

    La morale di questa favoletta è la seguente: la moneta è il segno del nome, del valore che la fantasia umana assegna alla forma delle cose; il mondo economico è basato su una metafisica di nome e di forma. Perfino una tete de chien d’Occidental potrebbe rifletterci su.

    Sul critico basterebbe quanto ne discetta spesso Zecchi.
    Ma si potrebbe esser più rigorosi di lui tornando molto indietro.

    Il catechismo cattolico è poi l’avanguardia della cattolicesimo post-moderno secolarizzato.

    Al di là del bel libro di successo Inchiesta di Gesù vale infinitamente di più come antiavanguardia catechistica il libro sconosciuto ai più (l’uomo-massa) L’Origine dei Dogmi Cristiani di Elia Benamozegh, edito da Marietti che riporta tutto alla sua verità (risaputa).

  17. cara polvere il 14 dicembre 2006 alle 11:12

    @ A. Inglese.
    prego e grazie a te
    paola

  18. Lazzaro Visconti Pera il 14 dicembre 2006 alle 15:02

    Lumi, ti prego, fammi partecipe della composizione del tuo cocktail preferito…

    Dopo i tuoi ultimi post, io…, vedi, non so cosa mi sta succedendo…, ma sento di doverlo confessare…, io credo di… essermi innamorato… Ogni volta che ti leggo è un’emozione nuova che mi pervade… Altro che la banalità e la routine dei soliti rapporti coniugali quotidiani. Tu mi stai aiutando a evadere dal carcere di convinzioni e di convenzioni nel quale, me ne accorgo adesso, grazie a te, sono sempre stato rinchiuso…

    Ti prego, fammi felice. Continua a scrivere……..

    Lazzaro Visconti Pera

  19. Pasquale il 14 dicembre 2006 alle 15:33

    @lazz: simpatico.

  20. robertologo il 14 dicembre 2006 alle 20:08

    @andrea
    @wovoka

    Caro Andrea,
    queste pagine hanno il merito di essere chiare, di farsi capire, sia nella loro parte più narrativa, sia in quella più propriamente saggistica. Di questo ti va dato atto, cioè di essere, in questo momento, tra le penne migliori, forse la migliore, di NI. Hai delle cose da dire e sai come dirle.

    Ma in questa seconda puntata, hai toccato una serie di punti che – ancora una volta – mi sembrano affrontati e risolti in souplesse, come se il giudizio storico, teorico, letterario, che dai su alcuni fatti ed eventi dell’ultimo scorcio di Novecento ormai fosse quello e solo quello, quasi intercambiabile: la guerra al terrorismo come una forma di terrore; gli anni ottanta come fucina dello schiavismo postmoderno; la chiesa cattolica che se ne frega dell’economia e si ritira nei campi elisi dei pacs e della difesa della vita.

    Più in generale, l’impossibilità – per gli intellettuali – di confrontarsi con i meccanismi distorsivi della economia, del “dominio” politico-militare, della comunicazione. Tutto questo nella convinzione di una realtà sempre ‘altra’ e sempre ‘diversa’, una realtà che non arriva mai, una irrealtà.

    Mi dirai che queste erano appendici di un discorso che parlava d’altro, delle avanguardie, di scrittura, cultura, arte, poesia, ma non credi che avresti potuto ‘interrogare’ più in profondità gli aspetti storico-politici che hai citato, o magari rimandarli ad altri interventi? Il rischio è di non aggiungere niente di nuovo a quello che sappiamo già.

    Intanto altri, lontano da qui, vanno avanti, con le loro corbellerie ben cucinate, che almeno hanno il vantaggio di sorprendere. Per quanto mi riguarda, strada facendo, ho perso in chiarezza e guadagnato in contorcimenti mentalisti e pseudodialettici. Sono (siamo) inadeguati, e già vedo qualche mezzasega di troll che gode a queste parole, eccolo farsi avanti, il fessacchiotto irriducibile, il mezzo uomo pieno di sicurezze. Non credo che per te sia lo stesso, almeno spero.

    Forse oggi fare avanguardia potrebbe significare anche questo: una strada sterrata, dei testi incomprensibili non solo per i lettori che li scelgono ma per l’autore stesso che li scrive senza arrivare a una verità che sia una. In caso contrario, rimarremo prigionieri di equazioni che non ci aiutano a crescere e a dubitare di noi stessi. Meglio non farsi capire che essere bravi. Non dobbiamo essere per forza noi, quelli bravi. Lasciamo ad altri le verità in tasca.

    “Ogni mattino, ci sono bambini che partono senza inquietudine. Tutto è vicino, le peggiori condizioni materiali sono ottime. I boschi sono bianchi o neri, non si dormirà mai”.

  21. Fabrizio Corselli il 14 dicembre 2006 alle 20:13

    Finalmente Luminamenti ritorna… che bello!

    :)

    Troppo sei stato sopito…

    Un Abbraccio

  22. gabriella il 14 dicembre 2006 alle 20:33

    tanto per chiarire: sono felice di rileggere Luminamenti!

  23. Lazzaro Visconti Pera il 14 dicembre 2006 alle 21:10

    Io, più che felice, godo solo all’idea che sia di nuovo qui tra noi. Mi sembra di ritornare a vivere, di scorgere la “luce” alla fine di un lungo tunnel.

    Magna cum Laetitia: finalmente…

  24. cara polvere il 14 dicembre 2006 alle 21:42

    @luminamenti
    questa l’ho tenuta. ascoltata
    paola

    Ricorrere all’ombra
    come oggetto d’incanto
    è consuetudine ai pochi:
    il resto spezza l’uso
    con trovate alternative
    senza modalità.

    Nasce come concetto
    di salsedine, il grumo,
    il nodo polifonico.
    Nel presidio dei fumi
    scatta l’ALLARME
    per il cieco dissenso,
    per il concreto disavanzo

    Il sapore del veleno
    scivola sulla mandibola,
    ne deterge la sinuosità:
    appari vipera – santa
    con scettro di luce nera
    sempre a slinguare
    sul resto delle ceneri

  25. tashtego il 14 dicembre 2006 alle 23:19

    @inglès
    “Credo, in definitiva, che un’opera lasci al lettore la scelta d’immaginare, o meno, a partire da essa una società possibile.”
    Francamente faccio fatica a capire un’affermazione di questo genere, o se vuoi, a condividerla.
    Così come mi suona persino un po’ ridicola l’affermazione di Calvino circa lo scrivere come strumento per erigere società diverse, altre, e invariabilmente “più giuste”.
    Così come faccio fatica a vedere il fenomeno delle avanguardie come fenomeno di anticipazione di qualcosa che si colloca nel futuro e quindi che prima o poi si produrrà, confermando “l’anticipazione” avanguardistica.
    Significa vedere l’avanguardia legata al concetto di progresso, tutto novecentesco, o al massimo tardo ottocentesco, invece di vederla come fenomeno preoccupato sopra-tutto di incidere sul presente, per spiazzarlo e ricavarne una fetta di potere.
    Un artista che rompe con il presente e i suoi paradigmi, ma lo fa *da solo* non è avanguardia.
    Avanguardia è solo quando hai un movimento cosciente, organizzato, programmatico.
    Ma avanguardia non vuol dire automaticamente innovazione, instaurazione di nuovi linguaggi.
    Vuol dire soprattutto azzeramento di quelli correnti: il movimento dada è stato importante, ma ha lasciato, concretamente, tracce minime.
    Delle avanguardie sono stati molto più importanti i fenomeni di trasformazione e/o ribaltamento spontaneo dei paradigmi ereditati dai padri, come per esempio, in architettura, quello che va sotto il nome di Movimento Moderno, molto composito ma molto incisivo, alla lunga.
    Ma l’MM non era semplicemente un movimento culturale messo in piedi da giovani desiderosi del loro spazio, era qualcosa di molto profondo, legato allo sviluppo della società industriale, alle ideologie socialdemocratiche, socialiste, e comuniste, certo.
    Mi accorgo, mentre scrivo, che c’è avanguardia e avanguardia, naturalmente, e che parlarne genericamente non ha molto senso.
    Credo che il concetto stesso di avanguardia oggi sia non-comprensibile, perché sostituito da quello più semplice, di innovazione.
    L’avanguardia è stata travolta, da tempo, dalla semplice innovazione, il cui unico scopo è differenziarsi a tutti i costi dal già fatto.
    Però penso soprattutto alle avanguardie nelle arti visive.
    Per quelle letterarie, più rare, er discorzo sarebbe più complesso.
    Posso solo dire che hanno faticato moltissimo, molto più delle altre, a produrre innovazione permanente.
    Non parliamo poi della capacità di costruire di “altri mondi”.

  26. andrea inglese il 14 dicembre 2006 alle 23:32

    a gherardo, roberto e tash
    1 lunedi c´e` la terza puntata, e alcune questioni che voi sollevate le tocco li

    2 a me non interessa dare un giudizio sulle avanguardie, che sono tante, diverse, ecc. ma cogliere un nesso tra il ruolo tradizionale del letterato coscienza del popolo, nazione, classe, ecc. (almeno dal romanticismo in poi) e làzione di contestazione delle avanguardie letterarie, che non possono non iscriversi nella storia di quel ruolo. Ora che ci sia, avanguardie o meno, un declino dell´intelletuale coscienza di, alla testa di, ecc. per me non e` di per se un male. Semmai bisogna chiedersi come e` possibile mantenere la stessa tensione critica delle avanguardie nei confronti della realtÄ, senza ripeterne la stessa logica oggi obsoleta per molti aspetti.

    3) la questione innovazione, l´ho detto subito, e` quella che mi interessa di meno.
    Quanto alle questioni di Roberto, esse toccano essenzialmente l`analisi politica, io vorrei parlare di come la letteratura ha tentato di connettersi con la politica, con tutti i limiti del caso.
    Ecco per ora….

  27. andrea inglese il 15 dicembre 2006 alle 09:45

    aggiungo due punti, uno per gherardo e uno per tash
    ponendo giustamente l attenzione sulla societä dell immagine, sarebbe interessarsi chiedersi (e la domanda e`rivolta anche a Mattia Paganelli) che ne e´ dell idea di avanguardia tra gli artisti visivi… (sepolta del tutto…?)

    quanto a quello che dici Tash, Fortini concordava perfettamente, citando il caso dell architettura come quello in cui il lavoro delle avanguardie europee si e´ espresso piü compiutamente e con un bilancio piü positivo

    (mi riscuso per l`ortografia avanguardista…)

  28. wovoka il 15 dicembre 2006 alle 11:44

    Penso che fra gli “artisti visivi” l’idea di avanguardia abbia già da parecchio tempo raggiunto il suo stadio finale: quello di un “token” linguistico reso assolutamente astratto e distante dalle imponentissime dislocazioni di “già detto” e di “già fatto” che gravano su di esso. E dunque, ciascun artista può liberamente rapportarsi ad essa, esattamente come a Omero, o per provare a succhiarne qualche residuo elemento di legittimazione o fascinazione, a diversi gradi di perversione ironica, a diversi gradi di cinismo esibito – a seconda dei complicati contesti in cui tutto questo avviene – creando l’ennesimo neo-qualcosa, il cui successo effettivo dipenderà da dinamiche che conviene (pressoché a tutti) lasciare ben nascoste dall’abile fumo di ingegnose teorie.

  29. tashtego il 15 dicembre 2006 alle 14:37

    Per l’architettura, molto in breve, si può parlare di grossa incidenza delle avanguardie sulla cultura ufficiale, addirittura di adozione delle stesse, da parte di regimi, come quello fascista, in piena opposizione con le premesse politiche della riforma globale dell’ambiente predicata e perseguita dal Movimento Moderno (c’è chi contesta questa identificazione complessiva).
    Lo stesso era accaduto, più coerentemente, alle avanguardie russe.
    Ma per l’architettura non parlerei di bilancio “positivo”.
    Lo stato informe della città contemporanea (italiana?) lo dobbiamo alle teorie dell’habitat razionalista (come la pratica dello zoning), non sbagliate di per sé, ma subito impugnate come randelli dalla speculazione edilizia degli anni del boom, che fece carne di porco del nostro territorio e continua a farlo.
    La modernità, anzi il “modernismo” trova piena realizzazione, non è un caso, solo nei paesi scandinavi dai quali poi ci ritorna nella forma ideologicamente ridotta, ma molto efficace dell’Ikea.
    Insomma, il rapporto tra Ikea e l’utopia modernista del Novecento non è poi così indiretto.

  30. tashtego il 15 dicembre 2006 alle 15:47

    insomma, se una delle tesi di inglès è che la cultura delle avanguardie è parzialmente transitata nella cultura “ufficiale” – alta media e bassa – e nel sentire comune, direi che complessivamente ciò è vero.

  31. wovoka il 15 dicembre 2006 alle 16:23

    Questo è poco ma sicuro :-)

  32. Paola il 15 dicembre 2006 alle 17:01

    ma che fate sul serio? ancora con le avanguardie stiamo?

    è nella tradizione che dobbiamo volgere lo sguardo, lì troveremo tutto e di più…

    quando per tradizione intendo comprese le avanguardie reali, quelle che si preoccupavano per un pensiero del tempo, non quelle finte, tipo Gruppo 63…

    be’, certo, certo…
    con tanto amore, Paola

  33. andrea inglese il 16 dicembre 2006 alle 02:27

    grazie wowoka e tash degli elementi ulteriori, in ogni caso e´ risaputo che le avanguardie sono state assorbite, e con grande vantaggio ormai dal marketing alla pubblicitä alla cultura bassa, ecc.
    rimane il fatto di interrogarsi sul senso che quel tentativo ha avuto, e sul´perche´ oggi e´ improponibile quel tipo di critica; certo possiamo semplicemente constatare che oggi non se ne parla piü, e` roba da museo, come tutto il Novecento; ma perche`?
    vado pure a dormire perche` sono sbronzo…

  34. b.georg il 16 dicembre 2006 alle 08:49

    i miei due cent
    mi pare che uno dei sogni delle avanguardie fu di conquistare un realismo più ampio, contro il realismo ottocentesco che allestiva il suo teatro dell’io tra soggetti e oggetti, un realismo in cui la de-centralità dell’io, in sé impossibile a percepirsi, e dei suoi limiti fosse incorporata esplicitamente e non per tramite di interpretazione infinita – sogno che finì per auto-infettarsi implicando sé nella ricerca, sogno antinomico e labirintico quindi, che progredì fino a far questione di sé e ad autodistruggersi proprio nella figura del labirinto (l’avanguardia come propaggine del moderno collassa dentro borges e l’avvento del postmoderno, questo secoli fa).

    credo che poi la fine della memoria e della rilevanza attuale di tutto questo abbia anche a che fare con l’alfabetizzazione e scolarizzazione di massa, la cultura di massa, il tendenziale tramonto dell’eguaglianza differenza di classe=differenza di cultura grazie alle politiche riformiste inclusive e di welfare novecentesche, la fine del ruolo separato dell’intellettuale, la fine del sogno classico dell’arte come riconciliazione in figura con la libertà ab-soluta di formare il “reale” e della sua ambiguità radicale derivante dall’apartheid di classe in cui naque, la fine successiva della cultura di massa e l’affermarsi della “coda lunga”, la soggettivazione della produzione, la fine della politica dei bisogni e la nascita della politica dei desideri, l’incorporazione del sapere umanistico nella produzione…

    ok, stavo scherzando :)

  35. b.georg il 16 dicembre 2006 alle 09:02

    pardon, sogno romantico non classico.
    aggiungo: è banale ma senza direzione di marcia non si dà avanguardia, o retroguardia. la direzione, un po’ o anche tanto militaresca, aveva a che fare col sogno di cui sparlavo sopra, e con le sue ambiguità. e il fatto che tale direzione sia inabissata descrive l’oggi come sosta sul piano, situazione nella quale nessuno pare avere un accesso privilegiato all’oggetto (anzi a rigore senza direzione manca anche l’oggetto)

  36. wovoka il 16 dicembre 2006 alle 09:36

    I due cent mi sembrano buoni, incassati, drin drinn :-)
    Scherzi a parte, sono d’accordo, soprattutto con il discorso della scolarizzazione di massa. Per quanto possano permanere grandi masse semi-acculturate, il sovraffollamento e la ridondanza, innegabili, non potevano non apportare dei radicali cambiamenti nella logica dei campi: il mito avanguardista (inteso nella sua autenticità – non nelle sue finzioni postume più o meno ironiche e opportunistiche) non funziona più, e ne devono venire escogitati di altri.

  37. Sofìo il 16 dicembre 2006 alle 12:52

    La Tradizione emette l’antitradizione (Menzogna a Trazione Multipla).

    Solo gli Eletti sanno. (Gli elettori tacciano).

    Corruttela e Decadenza delle democrazie plutocratiche, buio e caparra del serpente capitalista comunardo, la sedicente avanguardia è fòmite e dèmone apòlide, anticipo ancipite e
    pentola nomade e sòreta dei mali che al passaggio della Modernità si affannano ad apparire. Fenomeni, ovvero Nulla.

    L’apparenza è il cerchio o Ovo Nullo, per l’Iniziato, il rubino CXXX passerà nel buio e nell’Argento. Poi ancora un’èra di Buio, ivi la Torre sarà denegata. Non passerà molto nuovo tempo tuttavia, la ruota gira.

    Le sfere pure.

  38. giordano bianco il 16 dicembre 2006 alle 13:14

    ecco.

  39. Lazzaro Visconti Pera il 16 dicembre 2006 alle 15:18

    Questo, invece, è appena uscito dai fumi, a trazione anteriore, del suo confortevole cabinato firmato dalla premiata ditta bellarmino & co., con interni rifiniti in stile inquisitorio e l’arbre magique pendulo all’essenza di incenso controriformato. Con iniettori di serie a base di propellenti lisergici.

  40. andrea inglese il 16 dicembre 2006 alle 23:07

    georg “e il fatto che tale direzione sia inabissata descrive l’oggi come sosta sul piano, situazione nella quale nessuno pare avere un accesso privilegiato all’oggetto”
    ecco, questo e´ un primo punto (che ha un suo senso se comparato pero` alle utopie di accessi privilegiti di certuni)
    da qui si puo` partire per una temeraria elaborazione di un`alternativa al semplice inserimento nella catena delle merci letterarie, artistiche o intllettuali, che oggi ci caratterizza…

  41. tashtego il 17 dicembre 2006 alle 11:08

    La scomparsa delle avanguardie e della memoria che ne abbiamo forse fa parte del fenomeno di scomparsa del Novecento che caratterizza questi anni.
    Forse fa parte del fenomeno della scomparsa degli intellettuali dall’orizzonte sociale, politico, culturale.
    Nessuno ha più l’abilitazione ad indicare la strada e, anche se lo fa, nessuno ascolta.
    L’avanguardia, ripeto, funzionava per gruppi, alleanze e aveva soprattutto un effetto orizzontale: creare nuovi paradigmi sui quali costruire l’affermazione personale di un certo insieme *chiuso* di artisti.
    Le élite si formavano così, squilibrando il presente e creando ondate di emulazione se non di massa, certo più rilevanti di ora.
    Oggi è il concetto stesso di élite che viene meno: una cosa, o è di massa, o non è.
    Ma oggi non possiamo saper cosa veramente sta succedendo.

  42. b.georg il 17 dicembre 2006 alle 14:31

    “un`alternativa al semplice inserimento nella catena delle merci letterarie, artistiche o intllettuali, che oggi ci caratterizza…”
    mi pare che evochi la prospettiva dell’esodo di cui parlava virno anni fa (e anche negri assume quando gli fa comodo). che secondo me è ancora la linea delle due città cui anche tu alludi nel testo di agostiniana memoria.
    secondo me noi siamo dove siamo e nel dirlo già ci spostiamo (lo diciamo in infiniti modi e con infiniti mivimenti). mi sfugge il motivo per cui non ci sia sufficiente questo fatto, di per sé letteralmente incredibile, sorprendente, quasi miracoloso.

  43. […] apparso su Per Critica Futura n° 3 e che riprende una riflessione già avviata su NI qui, qui e qui. A. […]



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