Le frontiere del romanzo nel XXI secolo ovvero l’Europa reinventata dall’America

14 dicembre 2006
Pubblicato da

di Miguel Gallego Roca

A gennaio 2007 uscirà un numero monografico di «Nuova prosa» (46), rivista letteraria diretta da Luigi Grazioli, consacrato alla nuova narrativa latinoamericana. Pubblico qui un estratto di uno scrittore e critico letterario spagnolo che ne indica alcune problematiche.

La frontiera fantasma dell’Europa

Hans Castorp, «il bambino viziato dalla vita», l’ingegnere navale, l’uomo concreto promesso alla tecnica, affronta all’inizio del XX secolo un percorso di formazione abbandonandosi con passione alla stretta della «malattia» dell’esilio. La sua iniziazione si svolge su tre fronti sotto l’egida di tre maestri: Settembrini, l’umanista massone, l’homo humans; Naphta, il gesuita terrorista, homo dei; e Peeperkorn, il vitalista, l’uomo che sa ridere ma conosce la tragedia.
Tutto questo avvenne all’alba del XX secolo in Europa. Oggi, all’inizio del XXI secolo, mi pongo la seguente domanda: che nuovo Peeperkorn è quello che ha trionfato? Di quale natura è il suo riso? Fino a che punto conosce la tragedia?

Una sera, a Parigi, in un bistrot nei pressi dell’Odéon, espongo a Lakis Proguidis la necessità per la sua rivista, L’Atelier du roman , di affrontare l’attuale romanzo latinoamericano. Sono convinto che il romanzo europeo del futuro si costruirà a partire dalle opere di quei maestri. Penso, inoltre, che l’America Latina è un continente in cui avvengono fatti importanti – di cui nessuno può trascurare la spiegazione storica e la prospettiva futura –, in cui si continua a conoscere e a esplorare la realtà attraverso l’arte del romanzo. Laggiù sembra perpetuarsi una tradizione letteraria che in Europa agonizza o è stata del tutto sperperata. Più si parla della storia del romanzo latinoamericano, maggiore è la mia percezione del vuoto europeo, un vuoto che si concretizza sulla vetrata del bistrot punteggiata di gocce di pioggia dalla quale si intravede il carrefour dell’Odéon. Carmen, seduta con noi, aveva appena sette anni quando è caduto il muro di Berlino. S’interessa al modo in cui i greci di oggi considerano il presunto passato che li lega alla Grecia classica. «Come un fantasma – risponde Lakis –, considerano il loro passato come si considera un fantasma, probabilmente come gli attuali europei considerano l’Europa moderna, l’Europa del XIX e del XX secolo». Sì, è proprio di questo che si tratta, lo avverto ogni giorno di più. Lo percepisco nei modi di vestire e di muoversi dei passanti, in ciò che interessa e non interessa alle persone. Lo noto soprattutto in quel che di meccanico hanno le conversazioni che capto ogni giorno per strada; lo avverto nel mio esilio storico e geografico, anche in questo preciso istante, in questo bistrot dell’Odéon, vicino al posto in cui, un certo giorno di maggio, qualcuno scrisse su un muro: «Attenzione, i coglioni ci circondano». Chi sono, oggi, i coglioni?

L’Europa è un giorno lontano, un fantasma, un’illusione di passaporti, di treni, di bistrot, una grande festa dell’intelligenza e della politica che non sa più come reinventare se stessa. Le due principali tentazioni sono la resistenza o la liquidazione, cioè la soluzione etico-estetica della torre d’avorio, o la soluzione politica che consiste nel farsi carico della contemporaneità con tutte le conseguenze che questo implica. Il disertore o il cinico. Sembrerebbe che una sola via non sia sufficiente per passare da una soluzione all’altra senza subire un certo logoramento, un logoramento vitale, si potrebbe dire.

Il paradosso nasce quando si pensa che coloro che stanno davvero reinventando l’Europa sono gli abitanti dell’America Latina e, in particolare, alcuni romanzieri.
Dal momento che il romanzo europeo si limita alla contemplazione del proprio ombelico e all’analisi dei propri escrementi, proliferano l’autobiografia, il diario intimo, le memorie, le testimonianze, i pettegolezzi dei nevrotici, degli psicotici, dei paranoici, il flusso claustrofobico del tempo senza storia. Per dirlo a chiare lettere: la notte dei fantasmi. Cogito ergo sum. Quod cogito sum. Quod scribo sum. Dum scribo sum, scriveva Lawrence Sterne facendosi beffe del razionalismo benpensante del XVIII secolo. Privati del comico siamo perduti: ecco ciò che ci insegna la storia del romanzo. Da qui deriva l’inquietante regno dell’agelastia, quell’allarmante incapacità di ridere tante volte denunciata da Milan Kundera. Da qui l’inflazione di confessioni che non giungono ad articolare una forma letteraria nella quale l’immaginazione sia in grado di esplorare la realtà. Soltanto alcuni in Europa, i cui maestri riconosciuti sono per altro l’argentino Borges e il messicano Sergio Pitol, sono in grado di dare forma a un’autobiografia nella quale l’elemento artistico è talmente raffinato da perturbare alle radici ogni veridicità delle fonti. È il caso, ad esempio, dello spagnolo Vila-Matas, uno dei rari scrittori capaci di trasformare la propria vita in romanzo. Pochissimi sono anche coloro che, come l’argentino Ricardo Piglia, costruiscono un romanzo compiendo allo stesso tempo un’opera di critica letteraria, Piglia, i cui maestri riconosciuti sono Arlt, Borges e Gombrowicz, l’assurdo esule polacco in Argentina.

Così stanno le cose, e l’Europa del XXI secolo sembra volersi preservare spogliata della dimensione tragica e comica, deglutendo il dolore della Storia sotto le molli specie del mercato, delle terapie psicosomatiche e dei narcisismi lunatici. Tutti modi di dimenticare il passato e il futuro. Abracadabra. Carlos Fuentes, in un saggio ormai classico sulla storia del romanzo in America Latina, La nueva novela hispanoamericana (Il nuovo romanzo latinoamericano), pubblicato nel 1969, concludeva affermando che la tradizione cervantesca si fondava sull’immaginazione del passato e il ricordo del futuro. Immaginare il passato e ricordare il futuro: scriverò questa frase su una bandiera e appenderò la bandiera a una parete della mia camera in modo da poterla ricordare ogni mattina.

La frontiera romanzesca dell’America

Cent’anni di solitudine apparve nel 1967; un anno dopo, nel 1968, anno in cui, un giorno di maggio, qualcuno scrisse su un muro a Odéon qualcosa che ancora si può leggere, veniva pubblicata la traduzione francese del romanzo. García Márquez apriva un nuovo dialogo con l’Europa. Cortázar, Vargas Llosa, Fuentes, Onetti, Donoso, Borges nella sua biblioteca, e tanti altri tornavano a insegnare ai lettori europei la lezione di Cervantes, il riso di Rabelais, la composizione di Boccaccio.

Oggi, sia pure in altro modo, è necessario rivolgere di nuovo il nostro sguardo all’America Latina, a un continente romanzesco in cui, se non c’è più nulla di «magico», esiste tuttavia una realtà incomprensibile e un brusio altrettanto incomprensibile, un rumore di fondo che ci costringe a dare ascolto al nonsenso del nostro tempo.
Qualcosa accade nel romanzo latinoamericano, soprattutto grazie ad autori come Roberto Bolaño e alla sua comunità di lettori fedeli; grazie all’allargamento e alla critica dei modelli anteriori; grazie alla feroce parodia del realismo magico; grazie alla rilettura dei grandi maestri del romanzo europeo. Qualcosa accade per davvero, se dei romanzieri adottano strategie d’avanguardia, si riuniscono in antologie e redigono manifesti, se i migliori lettori di Kafka, di Broch, di Musil, di Gombrowicz sono oggi scrittori latinoamericani.

La ricchezza del romanzo in America Latina fa a pugni con il vuoto estetico che avvolge, in Europa, il romanzo. I lettori latinoamericani, così come quelli europei del resto, sono coscienti della situazione, e del fatto che è molto probabile che tale ricchezza del romanzo latinoamericano dipenda dal suo continuo dialogo con la realtà e la storia dell’Europa, tanto che oggi i migliori interlocutori dei maestri europei della tradizione modernista sono i romanzieri latinoamericani. Così come è molto probabile che siano rimasti soltanto gli abitanti dell’America Latina a immaginare il passato dell’Europa e a ricordarsi del suo futuro.

In America Latina, inoltre, persiste un dibattito intergenerazionale che si appoggia sulla dialettica delle élites intellettuali e artistiche, dibattito che in Europa sembra essersi esaurito fra le rovine dello strutturalismo e la gestione culturale degli organismi ufficiali. In un contesto del genere, il romanzo può ancora essere concepito come totalità dotata di potere utopico. Nella nostra epoca della fine dell’umanesimo, la proliferazione teorica e tecnica si scontra con la prerogativa tutta latinoamericana a riconoscersi nei maestri, tanto che si potrebbe stilare un lungo elenco di scrittori latinoamericani indicandoli come i veri eredi dell’alta modernità europea.

Per spiegare questa realtà Ricardo Piglia ricorda in «La novela polaca», un capitolo di Formas breves (Forme brevi), un saggio pubblicato nel 1997, alcune parole di Borges tratte da Lo scrittore argentino e la tradizione. Ciò che Borges afferma è che le letterature secondarie e periferiche, quelle che vivono ai margini delle grandi correnti europee, hanno la possibilità di interpretare le grandi tradizioni in un modo del tutto particolare, «irriverente». Inutile dire che le tradizioni sono tali soltanto se permangono vive, se non restano mummificate nei musei. Ciò può avere dei punti in comune con l’apertura intellettuale presupposta dall’esilio, condizione nella quale viene rimessa in questione la presunta unità di una cultura nazionale. Piglia ricorda anche «la cultura nazionale frammentata e sbriciolata, in tensione con una tradizione dominante di alta cultura straniera» che caratterizzava Witold Gombrowicz, l’esule.

I maestri degli attuali romanzieri formano una specie di tradizione occulta del romanzo latinoamericano in cui il radicalismo estetico cospira con il romanzo popolare, la cronaca nera e i miti urbani del XX secolo. Di tale ibrido, tra ciò che ha diritto di cittadinanza e impostura, Borges è il centro di gravità. Ma non tanto il Borges che è stato sacralizzato dalla critica accademica europea n negli anni Ottanta, quanto piuttosto un Borges «archeologico», l’autore che scrive nelle riviste popolari catturando il gusto letterario dell’immaginazione creola; il Borges riscoperto da Alan Pauls nel suo El factor Borges (Il fattore Borges), un saggio uscito nel 2000, e che, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, è molto vicino a Roberto Arlt, a Macedonio Fernández e a Manuel Puig.

Ho già detto che alcuni fra i nuovi romanzieri latinoamericani utilizzano tecniche d’avanguardia. In Colombia esiste un gruppo chiamato Nueva Literatura Urbana. In Perù è la rivista Etiqueta Negra a guidare le danze. In Argentina, c’è il supplemento letterario di Página doce. Delle strategie d’avanguardia fanno parte anche le antologie. Le due antologie più importanti che a metà degli anni Novanta del secolo scorso hanno tentato di smentire i cliché sul romanziere latinoamericano e di mettere alla berlina gli epigoni del realismo magico sono rispettivamente intitolate McOndo e Crack. McOndo (1996) è un’antologia di racconti che si apre con un manifesto, intitolato «Presentación del país McOndo» (Presentazione del paese di McOndo), firmato dai cileni Alberto Fuguet e Sergio Gómez, nel quale i due autori irridono «l’esame di stato» che lo scrittore deve sostenere in materia di culture indigene, folklore e «gauchismo» per essere ritenuto un vero scrittore latinoamericano.
L’altra antologia è messicana e s’intitola Crack. Instrucciones de uso (2004). Include il «Manifiesto del Crack», pubblicato originariamente nel 1996, nel quale il romanziere Ignacio Padilla difende il «cronotopo zero» e definisce «l’estetica della dislocazione»: «La dislocazione dei romanzi del Crack – sostiene – non sarà in fin dei conti che l’imitazione di una realtà demente e dislocata, prodotta da un mondo che la mass-mediatizzazione trascina verso un fin de siècle frammentato in tempi e luoghi, privo di legami per eccesso di legami». Ma ciò che è realmente avanguardista in questo manifesto è il gesto tutto europeo di percorrere di nuovo la strada della storia del romanzo, la strada dei giganti del romanzo «integrale»: «È meglio parlare dei romanzi supremi e di nomi come quelli di Cervantes, Sterne, Rabelais, Dante […] Si tratta di organismi che, pur giganteschi, non dovrebbero spaventarci, e dei quali, per quanto mostruosi siano, non dovremmo privarci». Si tratta di un atteggiamento avanguardista, ma costruttivo: la rottura nella continuità. È penoso dover pensare che un tale atteggiamento avanguardista in Europa oggi manchi del tutto. Ciò ricorda, inoltre, il modo in cui i modernisti elaborarono la tradizione e le loro sfide formali all’arte del XX secolo. Per Pedro Ángel Palou – secondo quanto scrive nel suo «Pequeño diccionario del Crack» (Piccolo dizionario del Crack), compreso nel volume citato – il «realismo magico» è la «tomba della letteratura latinoamericana», la «scrittura dei falsi epigoni», mentre il ritorno alla tradizione europea è rivoluzionario e permette di stabilire un rapporto personale con la letteratura. «Ogni generazione – afferma – riscrive la propria tradizione, la rimodella. Il filo che ci permette di scegliere in letteratura la nostra famiglia è elastico: padri, nonni, fratelli, sono sempre diversi». La famiglia scelta non parla sempre la tua lingua, non sempre conosce gli dei protettori della tua casa, così come, la maggior parte delle volte, non venera i tuoi morti.

Queste strategie d’avanguardia hanno avuto una considerevole ripercussione sul mercato. Scagliarsi contro il realismo magico in America Latina è senza dubbio uno scoop. Riviste come Newsweek e giornali come The New York Timesne hanno parlato più volte. Nel numero del 6 maggio 2002 di Newsweek, Mac Margolis ha firmato un articolo intitolato «Is Magical Realism Dead?», in cui riprende le dichiarazioni contro il realismo magico del cileno Alberto Fuguet, per il quale il mondo dei villaggi fantasma di molti romanzi latinoamericani è, agli occhi dei nuovi scrittori, simile alla «cryptonite». Nello stesso numero, come contraltare, il romanziere nordamericano William Kennedy rivendica la forza del realismo magico in un articolo il cui titolo è «Remedios the Beauty is Alive and Well». Un anno dopo, sulle pagine del New York Times, precisamente il 4 giugno 2003, Nicole LaPorte sanciva un cambio generazionale dei grandi romanzieri del boom, annunciando già nel titolo del suo articolo, «New Era Succeeds Years of Solitude», una nuova epoca per il romanzo latinoamericano.
I romanzieri di McOndo e del Crack, quelli del romanzo urbano colombiano, i peruviani che ruotano attorno a Etiqueta negra sono autori che si definiscono come ibridi culturali e geografici, come fiori artificiali della globalizzazione. Molti di loro, proprio per questa ragione, vengono considerati non sufficientemente latinoamericani dalla critica dei loro paesi d’origine. Alcune delle loro opere sono un luogo di incontro e di dialogo tra l’Europa e l’America, tra il XX secolo e il XXI secolo.

La frontiera tra due secoli: non si può negare che le tensioni tra futuro e passato sono sempre state eccellenti levatrici del romanzo moderno. Le epoche in cui vivono a stretto contatto il misticismo e il nichilismo, il decoroso e lo spudorato, la TV satellitare e i racconti della nonna, l’elmo e il bacile sono epoche propizie ai grandi romanzi.
L’America Latina è oggi uno di quei tempi geografici in cui si può ancora avvertire la pulsione storica della contraddizione, una pulsione bifronte, utopica e distopica, che germoglia nel romanzo. Gli impedimenti a riconoscerlo sono l’accademismo e il «politicamente corretto», sempre così ben intenzionati e così spesso ciechi rispetto al potere illuminante dell’arte.
Tuttavia, non si può far finta di non rilevare che in qualsiasi paese situato a sud del Rio Grande, persiste la tentazione del terzomondismo, il quale concepisce il sistema culturale e politico di una nazione in simbiosi con le tecnologie più avanzate, cosa che suppone un autentico filone per le analisi neomarxiste e postmoderne (che parola triste!). La crisi argentina dell’inizio del XXI secolo, l’ombra del generale Pinochet sulla paradossale solidità della democrazia cilena, il neocaudillismo di Hugo Chávez in Venezuela, la simpatica coppia di amici formata da Chávez e Castro, i labirinti giapponesi dell’era di Fujimori in Perù, il linguaggio delicato e severo del subcomandante Marcos, l’arrivo dell’indigeno Evo Morales alla presidenza della Bolivia e, per finire, la sfida alle istituzioni di López Obrador in occasione delle ultime elezioni presidenziali in Messico: tutto ciò assomiglia troppo all’immagine del nostro tempo, come gli assomiglia Bush stesso.

Diversi studi sociologici affermano che il futuro potrebbe avere i contorni di un mondo fatto di crimini e impunità, come quello che si estende lungo la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti. Migliaia di donne vi sono uccise senza che gli assassini vengano puniti. Una valanga di impunità che, iniziate nel 1994, sono giunte sino ai nostri giorni. Ma poco importa il luogo, ciò che è certo è che il futuro assomiglierà a una frontiera.
Alcuni romanzieri latinoamericani della nostra epoca provengono dalla frontiera storica che divide il territorio delle utopie e degli orrori del troppo umano XX secolo da quello delle incertezze di questo XXI secolo postumano.

30 Responses to Le frontiere del romanzo nel XXI secolo ovvero l’Europa reinventata dall’America

  1. J Galaxy il 15 dicembre 2006 alle 17:09

    Allora: il realismo magico a me sembrava morto già nel 1968.

    Tanto vivo e potente e profondo è il sud di Faulkner quanto edulcorato, turistico, da parco a tema è la Macondo di Garcia Marquez. La cui opera – senza che mai il suo autore ne sia stato consapevole – partì dai Caraibi per recuperare Cervantes e invece imbarcò soltanto una super-estetica a stelle e a strisce in salsa latin. Il comunista Garcia Marquez vittima di Paperopoli e altre parabole made in USA? Proprio così. E infatti se ne accorse pure Pasolini che a suo tempo lo stroncò.

    Mi sembra davvero molto debole, questo saggio di Roca. Per tutto il XX secolo, il dialogo romanzesco più fecondo che ci sia stato, riguarda semmai il rapporto tra Europa e Stati Uniti. Il Sudamerica ha avuto nondimeno due buoni maestri: Borges, Cortazar. Però, davvero, solo quando riusciranno a superare del tutto il proprio complesso di inferiorità, i sudamericani riusciranno a fare grande letteratura.

    Quanto all’Europa: è un continente esistenzialmente agonizzante, ma letterariamente in grado, con le intermittenze del non-morto, di partorire strane creature letterarie che non so bene se chiamare propriamente romanzi ma in grado, questo sì, di dare buone risposte agli interrogativi sul nostro tempo.

  2. Cato il 15 dicembre 2006 alle 17:25

    E Guimaraes Rosa? Donoso? Sabato? Arguedas? Arlt? Fuentes?…

    Su Marquez concordo. Non del tutto, ma concordo.

  3. J Galaxy il 15 dicembre 2006 alle 18:22

    Sì, è vero, sono bravi. Non volevo denigrare il Sudamerica. Ma non mi sembrano così determinanti come possono essere stati Faulkner, Thomas Mann, Camus, Philip Roth, Saul Bellow, Perec, Fenoglio, Beckett, Grass (per non parlare dei tre mostri di inizio secolo: Proust, Kafka, Joyce).
    E ancora oggi: Easton Ellis, DeLillo, Houellebecq, Sebald, Kristof, McCarthy, Pynchon, Estherazy (come si scrive non me lo ricord’): mi sembrano dare alla letteratura un maggiore contributo rispetto a ciò che di pur bello succede in Colombia, Brasile, Argentina etc.

    L’asse più fecondo, ripeto, è stato quello tra Europa e Stati Uniti.
    Con, allo stato attuale, la circostanza che gli Stati Uniti esprimono una letteratura molto più solida rispetto alla nostra, con qualche iniziale sospetto di rigidezza (negli ultimi anni). Mentre noi, qui ha ragione Roca, una letteratura più “fantasmatica” e cascante e forse di impatto minore, e di livello medio più basso, ma anche per alcuni versi (ultimamente) e solo in alcuni vertici, più libera e sorprendente.

  4. andrea inglese il 16 dicembre 2006 alle 02:37

    ringrazio massimo rizzante per aver postato questo pezzo, data la nostra ignoranza di quanto accade oggi in america latina sul versante letterario, del romanzo statunitense invece ci ingozzano ogni giorno le pagine culturali nostrane…

  5. alcor il 16 dicembre 2006 alle 03:15

    Mi sembra un po’ troppo “occidentale” e prevedibile il piccolo canone di galaxy, ma su garcia marquez concordo pienamente. edulcorato e per lettori di bocca buona.

  6. max rizzante il 16 dicembre 2006 alle 12:19

    Ringrazio Andrea. A parte i diversi giudizi di gusto che si possono dare, credo che il romanzo latinoamericano degli anni Cinquanta e Sessanta sia stato forse l’ultimo grande momento della storia del romanzo del secolo scorso. Il celebre “boom”, scoppiato con la pubblicazione nel 1967 di Cent’anni di solitudine e che ha fatto conoscere in Europa e negli Stati Uniti molti romanzieri di valore, in Italia è durato una breve stagione. Già negli anni Settanta, molti nomi erano scomparsi. Voglio dire che già all’epoca l’occasione per il lettore italiano di conoscere il continente romanzesco latinoamericano era andata perduta. Un esempio: sul Cile di Pinochet (finalmente spirato) si sapeva molto, su Neruda non poco, su Nicanor Parra, nulla.
    Oggi tutti al nome di Borges si mettono sull’attenti. Così al nome di Cortázar. Già molti meno al nome di Macedonio Fernández e Marechal. Nessuno al nome di Alfonso Reyes. Meno di nessuno al nome di Wilcock e Lamborghini. Qualcuno al nome di Bioy Casares. E ho citato solo autori argentini defunti. Oggi esistono almeno un paio di generazioni di scrittori che hanno composto opere originali, alcune delle quali, a mio parere, davvero innovative. Bene, scrittori come Piglia, Bolaño – quest’ultimo (morto nel 2003, a soli cinquant’anni) destinato a essere riconosciuto come uno dei più importanti romanzieri della prima metà del XXI secolo – o il più giovane Fresán sono dei lettori onnivori e non conformisti della tradizione latinoamericana (aprendo così nuove strade), europea e americana.
    A parte Bolaño (pubblicato quasi interamente da Sellerio), dei più giovani c’è poco o nulla. Ma la questione non è solo editoriale. E’ estetica: com’è, mi chiedo, che gli scrittori italiani non avvertono l’importanza di questi scrittori e non sentono di conseguenza l’esigenza di comprendere la loro novità?

  7. alcor il 16 dicembre 2006 alle 12:48

    Me lo chiedevo anch’io proprio ieri, leggendo il pezzo. A parte il giudizio personale, a me quell’eccesso di rigoglio fantastico disturba, se non è contenuto da una ragione luciferina, quindi Marquez mi sembra una carta di cioccolatino. Ma appunto, inutile discuterei gusti.
    Io credo che alla domanda che tu poni si possa rispondere solo pensando alla colonizzazione dell’immaginario collettivo da parte del gusto americano, col quale coincidiamo da tempo, almeno nei grandi numeri.
    I “tempi” della narrativa americana hanno imposto i loro ritmi, il loro giro di blues al nostro immaginario, non vedo altra ragione, se sono buoni come dici, non puoi darci qualche titolo, anche in spagnolo, di davvero buoni, due o tre, specificando perché? Io lo spagnolo con magari un dizionario vicino, lo leggo, non mi dispiacerebbe saperne di più.

  8. gina il 16 dicembre 2006 alle 13:01

    Fantastico.Si chiude con ciudad de suarez, Y faltan las mujeres.

    (Papi tiene más de to que el tuyo, más fuerza que el tuyo, más pelo, más músculo, más dinero y más novias que el tuyo. Papi tiene más carros que el tuyo, más carros que el diablo, tantos carros que tiene que venderlos porque no le caben en su propia marquesina. Papi tiene carros que hablan y te dicen que te pongas el cinturón y que cierres la boca, en inglés, francés y otros idiomas. Papi los maneja, uno diferente cada día, porque son tantos que tiene que repartírselos, uno por la mañana, uno por la tarde y otro por la noche, es decir cada cuatro horas. A veces uno incluso para el almuerzo. Uno para irme a buscar al colegio, uno para ir a mi primera comunión, uno para visitarme los domingos, uno para ir a visitar a su mamá y otro para sus hermanas, un jaguar para el día de los padres, un camaro para el día de los enamorados, un be eme doble u para las inauguraciones, un ferrari para llevarme a comer helados. Un carro que usa cuando va a traerle a mami mi mensualidad, uno para cuando viene a decirle a mami que quiere volver con ella y otro (por lo general un Mercedes baby descapotable) cuando viene a decirnos que vuelve a casarse con otra y que nos invita a la boda y deja los muebles de mami impregnados con su perfume que es muy fuerte, más fuerte y más caro y más bueno que el perfume que usa el tuyo, si es que acaso tu papá ha visto alguna vez uno.

    A mami le da dolor de cabeza.
    Papi tiene carros con los vidrios negros, por donde no pasa ni una lucecita, y que además tienen cortinitas negras para que no pase ni una lucecita. Carros que te dicen quién fue que dejó la puerta abierta o quién se está comiendo los mocos, carros largos y gordos, carros a los que se les abren las puertas levantándolas hacia arriba, que hacen que la gente se aglomere alrededor cuando todavía no nos hemos desmontado, que hacen que un montón de niños y jóvenes y viejos casi todos negros y descalzos vengan corriendo a tocarnos porque creen que es una nave en la que aterrizamos papi y yo, casi siempre frente a una cervecería o a un car wash en el Malecón, y vienen a tocarnos a nosotros y al carro y le preguntan a papi por el carro, por mí y por el carro y papi les responde sin mirarlos, como si no fuera importante, como si los carros volaran desde siempre, como si papi y yo estuviésemos aterrizando en un carro que parece una nave frente a todas las cervecerías del Malecón todas las tardes, y es verdad.
    Y papi se desmonta y deja el carro abierto para que los niños, los jóvenes y los ancianos (casi todos negros y flacos y descalzos) puedan subirse y activar el limpiavidrios y las luces y abrir las puertas que se abren hacia arriba como alas de gaviota, como en una nave. Y, a veces, papi hasta les da la llave para que lo enciendan y salgan volando, pero son tan brutos que hacen tres piruetas y luego se estrellan en el mar o en los arrecifes del Malecón o se quedan enredados en el tendido eléctrico como zapatos muertos.
    A papi ni le importa. Ni que se maten, ni que le dejen los carros empalados encima de un cocotero, como tiene tantos. Papi lo que hace es que inmediatamente saca una foto del accidente con una polaroid y se la regala a los niños, jóvenes y viejos que han sobrevivido, que en cuanto damos la espalda se entran a trompadas por la foto.)
    (rita indiana hernandez, fragmento de “papi”, vertigo 2005)

  9. max rizzante il 16 dicembre 2006 alle 13:24

    In questi ultimi tempi consiglio sistematicamente Roberto Bolaño. In italiano c’è quasi tutto, pubblicato da Sellerio: “I detective selvaggi” e “Notturno cileno”. L’opus magnum è “2666” che uscirà credo da Adelphi prossimamente. Della generazione precedente Ricardo Piglia: “Respiración artificial”, “Plata quemada” e un libro inclassificabile come “El último lector”. Della stesa generazione di Bolano c’è Juan Villoro, Daniel Sada e Carmen Boullosa. Tra i più giovani Alan PAuls, il mio preferito, autore di un romanzo importante, «El pasado”; Fresán con “Mantra” e “Los Jardines de Kengsington”; Jorge Volpi con “El fin de la locura”; Ignacio Padilla con “Amphytrion”.

  10. alcor il 16 dicembre 2006 alle 13:32

    Grazie.
    Forse un’altra ragione, ma la butto lì a istinto, per quel poco che ho letto finora, è che manca forse alla letteratura sudamericana non tanto la critica sociale, ma quella presenza, sia pure riflessa di “pensiero critico” che c’è invece da noi.
    C’è, mi pare, una maggior fiducia nella narrazione piena, di cui qui si diffida, una maggiore innocenza.
    Forse dico stupidaggini, azzardo solo un’impressione che ho avuto.
    Se non avessi del tutto torto è il problema della postmodernità che ci tiene lontani da loro (col che magari si torna al nostro ambiguo rapporto con la cultura americana)

  11. J Galaxy il 16 dicembre 2006 alle 13:50

    E’ vero, lo ammetto. Il mio canone è decisamente occidentale e stra-stra-straprevedibile.

    Però una volta Manganelli riportando una conversazione dell’epoca che fu con amici e colleghi, disse più o meno questa cosa qui, sulla quale concordo: “Iniziammo una piccola gara. Ognuno doveva presentare una lista dei suoi dieci scrittori preferiti. I nomi più sconosciuti, e originali, venivano puntualmente presentati da chi ne sapeva di meno”.

  12. stefano il 16 dicembre 2006 alle 13:54

    Alcor, secondo me la tua impressione è esatta. O almeno coincide con quella che ho avuto io – anche ultimamente, leggendo Bolaño.

  13. max rizzante il 16 dicembre 2006 alle 16:31

    @ Alcor e @ Stefano
    La letteratura meno innocente che io conosca è quella argentina. Borges docet. Leggere una pagina di Piglia per credere. E quella messicana o cilena non scherza. Leggere una pagina di Terra nostra di Fuentes o di Jorge Volpi. La cultura letteraria di Bolaño è impressionante, tanto è vero che praticamente in tutti i suoi libri i protagonisti sono poeti, scrittori, o uomini di lettere.
    Il problema non è la “fiducia nella narrazione“ (sbaglio o a partire dagli anni Ottanta in Italia e in Europa ci hanno riempito le orecchie con ritornelli tipo “ritorno alla narrazione”, “ritorno alla storia”?), ma la “fiducia nell’immaginazione”. Certo se intendiamo per immaginazione, irrealtà. Oggi ce n’è parecchia e a buon mercato. Ma intendo immaginazione come capacità di giocare alla frontiera tra verosimiglianza e inverosimiglianza. Io faccio sempre un esempio, tratto dal mondo del cinema: per un Fellini che abbiamo avuto quanto tonnellate di realismo, neorealismo, neo-neorealismo abbiamo dovuto ingoiare?
    @ Alcor
    Non discuto i canoni personali. Se sono personali non sono prevedibili.
    Manganelli è un autore i cui gusti erano molto personali, e anche quando leggeva e traduceva autori canonici come Poe, ne dava un’interpretazione tanto personale quanto illuminante. L’importante per me è parlare di quel che si è letto, siano essi autori canonici o meno. E avere antenne per ciò che è ignoto.

  14. fk il 16 dicembre 2006 alle 17:02

    Chiediamo anche ai cuginetti di Nacion Apache?

  15. alcor il 16 dicembre 2006 alle 18:17

    @Rizzante
    ne so troppo poco per non ascoltarti e portare a casa.
    Non so se per innocenza intendiamo la stessa cosa, forse sì, ma appunto, non sapendo, taccio.

    Dopo aver letto Borges, Cortazar e Bioy Casares, leggere Marquez, 8ma di quanti anni fa parliamo) mi ha fatto pensare al gelato fatto con le polverine, quello che sa di vaniglia artificiale e di rum in fialetta.
    Ma anch’io, parlo solo di quel che ho letto e ho letto troppo poco per aprir bocca qui. Di fronte a questi nomi che non conosco.
    Tu però ti chiedevi la ragione, ne ho ipotizzata una.
    Se non ricordo male a quei tempi Feltrinelli era più che ben disposto, perchè ha rinunciato? Evidentemente erano venuti a mancare i lettori, e la convinzione della casa editrice.
    Io vedo questa lontananza di gusto e mancanza di curiosità in quello che dicevo sopra.
    Un numero di lettori troppo esiguo per far massa e troppo esiguo perchè il loro immaginario si è modellato altrove, le loro domande ricevono risposta altrove.
    Non so, propongo solo un’ipotesi.

  16. alcor il 16 dicembre 2006 alle 18:22

    PS @Rizzante

    Mi par di capire rileggendoti che tu dai per equivalenti grande cultura letteraria e mancanza di innocenza.

    Non intendevo questo. Intendevo l’aver attraversato, o anche l’essere stati attraversati da tutte quelle pratiche critiche novecentesche che hanno segnato non poco la letteratura occidentale. La letteratura dell’America Latina (Ma si può considerarla in modo unitario? mi pare difficile) ha fatto le stesse esperienze? Non ne ho la minima idea, te lo chiedo.

  17. max rizzante il 16 dicembre 2006 alle 18:57

    @Alcor
    Intendo quello che intendi tu. La critica novecentesca, il cui cuore pulsante per molto tempo è stato Parigi, ha segnato profondamente tutti i maggiori scrittori argentini, messicani, cileni, etc. Nel senso che erano perfettamente consapevoli di quello che bolliva in pentola. Un esempio: quando Calvino scopre «la semiotica», Cortázar, che poi diventerà un suo autore, scrive già da un pezzo racconti che mettono a dura prova i fan dell’«analisi del racconto».
    Il «boom» degli anni Cinquanta e Sessanta è stato un fenomeno dell’esilio: molti di loro vivevano proprio a Parigi. Altri a Barcellona. Altri ancora facevano la spola.
    Anche i recenti scrittori hanno tutti vissuto molto tempo in Europa, in Spagna, in Francia. Jorge Volpi ha vissuto un anno a Roma. Viaggiano molto: Stati Uniti, Giappone. Bolaño, ad esempio, ha vissuto ed è morto a Barcellona, e prima per molti anni in Messico. Altre forme di esilio e di allargamento dei modelli romanzeschi.

  18. alcor il 16 dicembre 2006 alle 19:26

    Grazie, fino agli anni ’60 ’70 so, o almeno so abbastanza, è dopo che ho perso il filo.
    Li leggerò.

  19. gianni biondillo il 16 dicembre 2006 alle 22:28

    Da qualche mese guanda ha ripubblicato Alfredo Bryce Echenique UN MONDO PER JULIUS. (non c’è solo Vargas Llosa in Perù).
    Chi lo sa, forse qualcosa si muove.

  20. stefano il 16 dicembre 2006 alle 23:13

    Come non detto. Anche se il modo in cui la non-innocenza dei latinoamericani è potuta pervenire, attraverso una maggiore fiducia nell’immaginazione, a una simile riabilitazione della forza della “narrazione” non mi è ancora del tutto chiaro. Aspetto dunque il monografico di “Nuova prosa” per capirci qualcosa di più, giacché le mie letture in merito sono molto limitate.

    Grazie Massimo. Ti giunga, da un angusto punto-internet di Prenzlauer Berg, l’affettuoso saluto di Andrea, Magali e del soprascritto, tutti e tre in procinto di dissipare la propria lucidità in uno dei club più gettonati del momento.

  21. andrea inglese il 16 dicembre 2006 alle 23:15

    Raccomando a todos il romanzo capolavoro del cileno Jose` Donoso: “L´osceno uccello della notte” ripubblicato da Bompiani recentemente. Massimo lo conoscerä senz`altro.

  22. Cato il 16 dicembre 2006 alle 23:16

    E i colombiani Mendoza e Buitrago qualcuno li ha letti?

  23. Cato il 16 dicembre 2006 alle 23:18

    Sperando che ripubblichino l’ancora più bello “El lugar sin limites”, Andrea.

  24. max rizzante il 17 dicembre 2006 alle 01:22

    @ Andrea, Magali e Stefano
    Gute nacht e Buon risveglio berlinese!

    @ Cato
    Conosco la scrittrice colombiana Buitrago, ma non ho letto le sue opere.
    Invece l’unico Mendoza che conosco si chiam Hector ed è messicano. Ma non sono uno specialista.

    @ Gianni, Andrea, Cato
    In ogni caso, tutti costoro (Vargas Llosa, Donoso, Bryce Echenique, Hector Mendoza), a parte la Buitrago (1940), appartengono alla generazione del «boom», ovvero sono nati tra ghli anni Venti e Trenta.
    Il numero di “Nuova prosa” parlerà e farà parlare soprattutto quelli nati negli anni Sessanta (ma ci sarà un inedito di Sergio Pitol, l’ultimo Premio Cervantes e un inedito di Bolaño).

  25. magda il 17 dicembre 2006 alle 10:35

    Chiasmaticamente: e l’America reinventata dall’Europa?

  26. Cato il 17 dicembre 2006 alle 10:49

    Massimo, parlavo di Mario Mendoza, un interessantissimo autore nato nel 1964, già pubblicato in Italia da Einaudi. Da leggere.

  27. max rizzante il 17 dicembre 2006 alle 11:52

    @ Cato
    Grazie per l’informazione. Sono andato a controllare una raccolta di saggi, uscita in Spagna nel 2004 (“Palabras de America”, Seix Barral) dove si sono ritrovati per un convegno a Sevilla alcunid egli scrittori più significativi delle nuove leve. In effetti c’è anche Mario Mendoza.
    Provvederò.

  28. Miguel Gallego il 18 dicembre 2006 alle 20:01

    @ J. Galaxy
    Hai letto Bolaño?

    @ gina
    Ancora?

  29. gina il 18 dicembre 2006 alle 22:54

    miguel gallego
    magari se mi spieghi. ancora cosa?

  30. silvia c. il 10 gennaio 2007 alle 20:19

    In occasione di un viaggio in Messico mi sono gettata sulla letteratura messicana, e solo su quella, per cercare una sorta di filo logico al viaggio, alla ricerca di un immaginario collettivo che mi sarei immaginata io leggendo e che avrei poi ricercato in loco. L’impresa era presuntuosa e non ne voglio raccontare gli esiti, però mi ha permesso di conoscere Ibarguengoitia, che segnalo, scoperto anche lui, se non sbaglio, da Calvino per Einaudi. Ho trovato altri romanzi suoi in Messico.
    E nessuno ha citato Paz: perché? E’ una domanda curiosa e non un rimprovero, ovviamente. Il mio messicocentrismo forse mi inganna.



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