Le mani sui ragazzi di Locri

14 dicembre 2006
Pubblicato da

di Riccardo Orioles, tratto dalla Catena di Sanlibero n. 347.

Tanti anni fa il Giornale di Sicilia – politicamente vicino ai cugini Salvo – ebbe la buona idea di pubblicare i nomi e i cognomi di tutti gli esponenti del Coordinamento Antimafia di Palermo, corredati dai rispettivi indirizzi di casa e da ogni altra utile indicazione. Aggiungendo che in realtà questi quattro fanatici – di cui vedi elenco nominativo – non rappresentavano nessuno e che il movimento antimafia in realtà non esisteva.

Adesso, il presidente del consiglio regionale calabrese, che si chiama Giuseppe Bova e che purtroppo è diessino (torneremo su questo particolare) sostiene che il movimento dei ragazzi di Locri, “Ammazzateci tutti”, in realtà non esiste ed è composto solo da quattro estremisti fanatici che non contano niente. E ne dà, ovviamente, i nomi: il primo è Aldo Pecora, che è un ragazzo di vent’anni e ha avuto il grave torto di fare alcune domande pubbliche sulla personale correttezza di alcuni politici calabresi.

Locri, come sapete, è un posto mite e tranquillo dove se qualcuno ti accusa di essere l’unico e decisivo esponente di un movimento antimafia puoi girare tranquillo per le strade, sicuro che nessuno ti farà niente. E’ come se Bova avesse detto, poniamo, a Stoccolma “Guardate che questo Bova è il capo dei vegetariani e se togliete di mezzo lui nessuno contesterà più le bistecche”. Perciò egli ha fatto benissimo a intimidire pubblicamente Aldo, a metterlo a bersaglio della ‘ndrangheta e a dire “se vi stanno antipatici i ragazzi di Locri, prendetevela solo con lui”.

Bova, nella sua veste di politico, è inquisito per coserelle, ma in questo non c’è niente di male perché più di metà dei consiglieri regionali lo sono come e più di lui. I pochi consiglieri incensurati, alla bouvette della Regione, si sentono – come dire – un po’ isolati. Bova non fa eccezione ma – lo ripetiamo – a differenza dei ragazzi di Locri noi siamo uomini di mondo e quindi non solo non lo condanniamo ma addirittura lo incoraggiamo: “Bravo Bova, continua così e un giorno sarai più famoso di Cuffaro e ti faranno anche i film”.

Ma perché è così importante che Bova – uno che denuncia alla ‘ndrangheta i capi del movimento antimafia – è diessino? Forse perché “ormai sono tutti uguali”? No. E’ un fenomeno tipico del Ds meridionale, ed è esattamente lo stesso fenomeno che si verificava nella vecchia Dc. La Dc, partito interclassista, organizzativamente era una struttura dei notabili. Un territorio, un notabile: ognuno, statisticamente, con le caratteristiche sociologiche del ceto medio (poiché la Dc era un partito di ceti medi) del suo territorio. In Veneto, così, avevi un Rumor pacioso che rappresentava più o meno il professionista cattolico del trevisano o di Rovigo. C’era una borghesia cattolica, in Lombardia, da sempre iperattiva e colta, ed eccoti i vari Bassetti. A Torino (operai, Acli, sindacato) Donat-Cattin. In Sicilia o in Campania, dove il notabilato locale era quel che era, spuntavano i Lima e i Gava.

Molti anni dopo, quando il partito socialista cambiò – come si disse allora – da una razza all’altra, il meccanismo fu più concentrato nel tempo, ma sostanzialmente eguale: nel vecchio partito di notabili i ceti notabilari “moderni” subentrarono a quelli tradizionali, il nuovo commercialista al vecchio medico condotto.

Quanti operai evoluti ci sono adesso nel ceto dirigente del Ds – meridionale? Quanti professionisti “tecnici” – insegnanti, impiegati, ingegneri – e quanti legati invece alla gestione del denaro? Come si è trasformato sociologicamente il notabile meridionale, e quello “di sinistra” in particolare? Visto che ormai di interclassismo si tratta, e *dunque* di notabilato locale (già ora che ci sono ancora i partiti: figuriamoci quando ce ne sarà solo uno, il famoso “partito democratico”) la questione non è di poco peso.

Io penso che il notabilato di sinistra, al sud, sia già in gran parte un notabilato d’affari; non lo castra il moderatismo, ma proprio il posizionamento sociale. La sinistra giovanile di molti paesini del Sud, che non è fatta di notabili ma (finché non vengono eventualmente cooptati) di ragazzi, pur con la stessa linea politica formale, si batte contro la mafia con coraggio e determinazione.Il difetto, evidentemente, non sta nella politica ma in chi la incarna.

E quando un pezzo di società si ribella – sostanzialmente e non solo “politicamente”, come da noi – e comincia a contestare il potere, è visto automaticamente come un nemico, da questo notabilato. E viene denunciato come tale. Bova, perciò, non ce l’ha coi ragazzi di Locri perché siano “estremisti” (Dio sa che non lo sono affatto) o perché siano di altri partiti (la maggior parte di loro, probabilmente, vota proprio Ds). Li teme proprio perché sono antimafiosi, e dell’antimafia riprendono istintivamente il contenuto più profondo, la lotta alla gestione incontrollata e padronale del potere. Abbastanza per combatterli, come vedete, senza starci a pensar troppo su.

Bova, che è (non da gran tempo, in verità, e alla fine di un percorso abbastanza tortuoso) “di sinistra”, per fortuna si limita a combatterli con le parole, anche se la sua professionalità di politico evidentemente non è abbastanza profonda da insegnargli la pericolosità dell’uso incontrollato delle parole.

Non volendo maramaldeggiare, ci asteniamo dall’elenco dei casi (spesso anche penalmente rilevanti) in cui sono stati coinvolti, negli ultimi dodici mesi, notabili di quel partito in quella zona. Ne attribuiamo l’origine, ripetiamo, non al partito ma all’imprinting sociale. Osserviamo però che Bova avrebbe dovuto essere pubblicamente censurato dal suo partito già a agosto, quando nella regione Calabria – col suo contributo determinante – si ebbe il silenziamento d’autorità di tutte le informazioni via internet su tutte le attività della Regione. Appalti, consulenze, pubblici esborsi, in Calabria divennero di punto in bianco – come nella Calabria vicereale, o come in Cina – “arcana imperii”. Questo non si sarebbe dovuto tollerare; ed è stato tollerato. Il Ds nazionale, in questo, è stato inadempiente.

Adesso un’ulteriore tolleranza è impossibile, visto che l’atteggiamento di Bova – del notabile Bova – si estrinseca non solo in un imbavagliamento delle notizie, ma anche in un pericolo fisico per i dirigenti del movimento antimafia, i vari ragazzi di Locri e i loro amici. Perciò tutte le critiche per Bova (nel senso e coi limiti che abbiamo detto) non possono più fermarsi in Calabria ma risalgono l’autostrada e – faticosamente e lentamente – approdano a Roma. Qui possono essere prese in esame dalla direzione Ds e dalla sua segreteria. Onorevole Fassino, se le parole di Bova (il “giudice ragazzino” di Cossiga: Livatino fu ucciso poco dopo) dovessero produrre danno, la responsabilità morale, Lei comprende benissimo, sarebbe – per inadempienza – anche Sua.

tratto da: riccardo orioles riccardoorioles @gmail.com La Catena di San Libero 14 dicembre 2006 n. 347. Il testo è stato leggermente modificato.

Leggi anche: Le mani sui ragazzi di Locri dossier in itinere.

13 Responses to Le mani sui ragazzi di Locri

  1. Mario Ameduri il 14 dicembre 2006 alle 12:20

    Anche da sedicenti giornalisti “impegnati contro la mafia” sono giunti attacchi velenosi contro i ragazzi di Locri. Così facendo, volenti o nolenti non so, costoro contribuiscono all’accerchiamento che denuncia Orioles.
    Vedere qui:
    http://italy.indymedia.org/news/2006/10/1169024.php

  2. toporififi il 14 dicembre 2006 alle 14:39

    Dalle nuove forme di aggregazione dei giovani si è passati tout court alle nuove forme di intimidazione dei giovani, e c’è ancora chi non crede all’evoluzionismo.
    Una bella analisi, molto verosimile e inquietante, la solidarietà sociale targata DS invece della carità cristiana targata DC.

  3. bruno esposito il 14 dicembre 2006 alle 18:38

    Bellisimo pezzo, finalmente si comincia a parlare delle responsabilità politiche della sinistra sul dilagare delle mafie.
    Scrivo da Napoli, governata dal vicerè Bassolino da 12 anni e per altrettanto tempo da giunte di centro sinistra. In questi 12 anni la camorra è passata da fenomeno malavitoso locale, frammentato e facilmente identificabile a una vera e propria piovra con tentacoli in tutta Europa e, fra poco, tutto il mondo. Tutto questo mentre Bassolino e De Mita litigavano sulle presidenze delle commissioni, della Asl, delle società miste, una pletora di poltrone che è costata, cifre molto ottimistiche e inverosimili alla mano, circa 50 milioni di euro di deficit. Secondo me ci manca uno zero ma non è questo il punto.
    Il punto è, senza giri di parole, che i Democratici di Sinistra sono ormai quello che era il Psi di Craxi, un partito azienda pesantemente invischiato negli affari e nella finanza di questo paese. E siccome gli affari e la finanza di questo paese di merda sono pesantemente inquinati dal denaro della mafie, che insieme fatturano quanto la Fiat o la Telecom, è evidente che la loro collusione indiretta è inevitabile. E non so fino a che punto sia indiretta. Alfio Marchini, Colaninno, Consorte, tanto per fare qualche nome, sono imprenditori e uomini d’affari vicinissimi a D’Alema, questo lo sanno anche le pietre della strada. Il potentissimo Consorzio Cooperativo
    Costruzioni, tutto in mano ai Ds del centro Italia, subappalta lavori a livello nazionale e spesso ad aziende non immacolate. Dai, vere e proprie aziende gestite dalle mafie, senza mezzi termini. Questo Consorzio nel 2004 ha fatturato 500 milioni di euro, da solo.
    E in Campania i Coppola, i più grossi costruttori del sud Italia, stanno costruendo un mezzo impero proprio nella terra in cui i casalesi danno ordini anche ai vigili urbani. Con tanto di patto con la Regione e contributi pubblici. E finanziamenti delle banche.
    Questi sono solo alcuni esempio, potrei proseguire fino a far notte.
    Senza voler criminalizzare nessuno, perchè i processi sommari non mi piacciono, certo così non va.
    La sinistra non ha mai brillato per impegno antimafia, visto che ha lasciato morire alcuni dei suoi uomini migliori senza batter ciglio ( da Placido Rizzotto a Peppino Impastato fino a Pio La Torre e tanti altri ancora ) però non è mai arrivata a sporcarsi le mani dal di dentro.
    Ora lo sta facendo e non è più tempo di nascondersi dietro a un dito. Chi fa affari col diavolo poi non può pretendere di salvarsi l’anima.
    Campania, Calabria e Puglia sono rette dal centro sinistra e solo la Sicilia dal centro destra. I voti di Cuffaro sono mafiosi e quelli di Loiero no ? Salvo Vendola, ma non so per quanto ancora.
    Smettiamola, questi di sinistra non hanno niente, meno del vecchio Psi.
    Abbattiamoli in fretta.

  4. robertologo il 14 dicembre 2006 alle 19:52

    “Senza voler criminalizzare nessuno, perchè i processi sommari non mi piacciono”.

  5. bruno esposito il 14 dicembre 2006 alle 20:58

    Beh, l’ho sparata la cazzata…

  6. bruno esposito il 14 dicembre 2006 alle 21:02

    Chiarisco : le aziende citate non hanno nessun legame evidente o riscontrabile con le mafie. Ma operano indisturbate in un contesto ad altissima densità criminale con l’appoggio della politica dei Ds. Ognuno tragga le conclusioni.

  7. domenico il 14 dicembre 2006 alle 21:08

    in merito alle qualità morali del ceto dirigente diessino( e non solo, aggiungerei anche rifondarolo) nel sud e in Calabria in particolare non c’erano e non ci sono dubbi: essere o dichiararsi di sinistra è solo una mera operazione letterale. Mi permetto di segnalare il vero padre padrone, la vera eminenza grigia, del potere diessino in Calabria:Mario Gerardo Oliverio, detto “u lupu”, presidente della provincia di cosenza, deputato nelle ultime tre legisature, dalemiano di ferro, decide in pratica tutto lui, il partito è nelle sue mani. Minniti è l’uomo di punta dei diesse calabresi, ma fuori dalla regione “sutta , a dittu maruzzu, u c’è nnente ppe nessunu”.

  8. Il Treno a Vapore il 14 dicembre 2006 alle 23:42

    @ bruno esposito

    “Smettiamola, questi di sinistra non hanno niente, meno del vecchio Psi.
    Abbattiamoli in fretta.”

    Bene, bravo bis !

    Mario A.

  9. Cristoforo Prodan il 15 dicembre 2006 alle 02:39

    La cultura mafiosa malattia senile del comunismo.

    C’è una differenza non di poco conto tra cultura mafiosa e mafia. La mafia è, come diceva il povero Pio La Torre, illecito arricchimento; per il conseguimento del quale non si esita a usare la violenza più estrema e l’eliminazione fisica delle persone. Non c’è boss mafioso che non abbia commesso in prima persona, o non sia stato mandante, di un omicidio. Che in pratica significa, torturare e uccidere un altro essere umano con le proprie mani, scioglierlo nell’acido o murarlo dentro un pilone di cemento armato, o sparargli in bocca. E poi brindare e divertirsi per il fatto, giocare a pallone con la testa del decapitato, disprezzare e umiliare l’assassinato e minacciarne pesantemente i famigliari. Tutto questo è accaduto e accade in Italia. Che poi questo sia più cruento al sud è conseguenza di un confinamento geografico voluto, perseguito, studiato. Una riserva di caccia, una savana, mantenuta volutamente sottosviluppata e selvaggia. Il sud è ricco di tantissime persone oneste, che tutti i giorni lavorano e studiano, ma che vivono in un ambiente decisamente ostile, non solo e non tanto dal punto di vista culturale, quanto piuttosto dal punto di vista ambientale. Basta farsi un giro per i paesi della Calabria per toccare con mano questo sottosviluppo, questo isolamento. Quindi che la mafia, come fenomeno violento, abbia le sue radici prevalentemente – e sottolineo prevalentamente, non esclusivamente – nel sud, mi viene da dire che è quasi ovvio che sia così. Per sradicarla l’unica via è lo sviluppo e la crescita economica reale, quella cioè che si traduce in termini di possibilità non fasulle di lavoro. Non la truffa di quella finaziaria di stato che era Sviluppo Italia, e che pescava guarda caso soprattutto nel sud. Amo il sud e la sua gente, e trovo offensivo per l’intelligenza di tutte le persone ragionevoli di questo paese ritenere che il sud sia un feudo di prepotenti e mafiosi.

    Altra cosa è la cultura mafiosa. Quella è fenomeno tipicamente italiano, senza distinzione geografica. Una cultura che affonda le sue radici nello sviluppo borghese e catto-fascista del nostro paese. Il primo nucleo mafioso è la famiglia. E guarda caso l’Italia è il paese al mondo più mammone e in cui si ottengono vantaggi e favori, perché papà e mamma, piuttosto che lo zio o il cugino, eccetera eccetera. Quando si hanno delle difficoltà nella vita, non c’è da noi la cultura di rialzarsi da soli ma quella di ricorrere alla rete delle protezioni famigliari. Questa cultura mafiosa è stata impostata dal cattolicesimo imperante prevalentemente al centro sud fino a un certo periodo storico e poi si è allargata a tutto il paese col fascismo. E questa cultura mafiosa è la cultura del favore, della pacca sulla spalla, del “do ut des”, dell’una mano lava l’altra, dello scambio di favori. E questa rete di complicità nello scambio di favori si deve fondare sull’omertà. Sul cattolico non dire la verità a fin di bene. Omertà che è trasversale alla società, alle divisioni partitiche. La partitocrazia, vero male della prima e seconda repubblica, non è forse un’estensione del concetto mafioso di famiglia? L’omertà mafiosa, la cultura mafiosa, fa parte anche della sinistra, e a livello nazionale, dal nord al sud. Ricordo un toccante articolo che Massimo Mila scrisse per commemorare Guido Rossa, l’operaio della Fiat che fu assassinato dalle Brigate Rosse per aver denunciato un suo collega di aver distribuito volantini delle BR all’interno della fabbrica. Mila diceva che la teoria secondo la quale “un compagno non si denuncia” è l’esatta definizione della camorra. E stava parlando da nordista, non da comunista ma sicuramente da antifascista (è stato incarcerato per cinque anni sotto il fascismo) di un fatto avvenuto nel nord, ad opera di un’organizzazione terroristica, fatta in gran parte da ex militanti del P.C.I., che operava prevalentemente nel triangolo industriale del nord. Prospero Gallinari, nel suo recente e pur illuminante libro sulla sua storia, o su una storia di militanza e di violenza, pecca di presunzione nell’analisi politica di quel fatto, facendo intendere che Rossa in fondo era stato una sorta di “infame” (non ha usato questo termine, ma il senso era quello) e che l’operaio denunciato è finito per questo in carcere dove poi si è suicidato. Insomma una triste storia, tutta “di sinistra” e tutta “del nord”, dove la cultura mafiosa (camorristica, come la chiamava Mila) l’ha fatta da padrona.
    Ma a parte i casi penalmente rilevanti, è chiaro che la sinistra, quella dei DS (e non solo la corrente “dalemiana”, ma anche l’antagonista “veltroniana”), non è immune dalla “cultura mafiosa”. Allora è ovvio che i compagni non si denunciano, gli si elargiscono dei favori e gli si riservano dei privilegi, e al massimo possono avere delle “debolezze”. Illuminante è stato il clamoroso articolo delle “compagna” Lidia Ravera apparso quest’anno su Micromega (Lidia Ravera, “I soldi e lo stile”, Micromega, febbraio 2006), all’indomani della pubblicazione delle intercettazioni telefoniche in cui Fassino si entusiasmava per la scalata alla BNL da parte di un gruppo vicino ai DS. Ecco la conclusione della compagna Ravera:
    «“Abbiamo una banca”, avrebbe esclamato il povero Fassino, sintonizzato sul gaudio per affari e finanza (un “must” per i “vip”), ma finché non si scoprirà che ha un conto in Svizzera, dove ripone guadagni illeciti, lontano da occhi indiscreti, io mi rifiuto di considerarlo immorale o amorale. Semmai omologato. Ma l’omologazione non è un reato. E’ soltanto una forma di debolezza».

    L’omologazione è un reato, cari compagni, e l’omertà è mafia.

    Cristoforo Prodan

  10. valerio buttazzoni il 15 dicembre 2006 alle 08:55

    carabinieri paracadutisti tuscania.
    reparti speciali. carta bianca all’esercito, agenti segreti sul territorio.
    la mafia è terrorismo a fini di lucro e va annientata con le forze speciali.
    questo io penso.

  11. bruno esposito il 15 dicembre 2006 alle 18:00

    Il sud è la regione più ricca d’Europa. Volendo fare una stima prudenziale di quanti vivono di illegalità, un numero attendibile si avvicina al milione di persone. Forse lo supera. E il fatturato delle mafie supera quello della Fiat. Il Pil italiano è la più grande palla del secolo poichè non tiene conto della ricchezza prodotta dal traffico di droga, armi, clandestini, riciclaggio, estorsioni e così via. E tutta la plusvalenza che genera questa attività non viene reinvestita in loco ma dirottata, via Roma, per le sale dei grandi affari nazionali. Il sud produce una ricchezza enorme che viene reinvestita al nord, per ora, e entro qualche anno prenderà la via dei paesi dell’est.
    Nessuno ha interesse a interrompere questa circolazione di denaro in quanto si rischierebbe un blocco dell’economia e un impatto sociale devastante. Al sud le mafie gestiscono l’ordine pubblico, nessuno si ribella perchè l’erogazione del reddito è certa e costante e si amministrano le questioni con rapidità e certezza di risoluzione. In Calabria la mafia gestisce i posti di lavoro come se fosse l’ufficio di collocamento.
    Venendo a mancare questo fortissimo e determinato potere centrale ci sarebbe l’implosione di un sistema di società basato proprio sulla presenza delle mafie.
    Davvero i vari governi che si sono succeduti dal dopoguerra a oggi pensavano che la metà di questo paese poteva campare nelle condizioni di devastante povertà degli anni 50 ? Davvero si pensava che l’emigrazione delle valigie di cartone non si sarebbe mai fermata ? Davvero si pensava che il sud fosse l’immenso serbatoio di manodopera a basso costo non sindacalizzata e di voti addomesticabili ? Il sud si è organizzatoa modo suo e ha occupato gli spazi lasciati vacanti dal potere centrale. Praticamente tutto. E oggi i figli di quegli straccioni a cui non si potevano fittare le camere a Torino si possono permettere il lusso di comprarsele quelle camere, e magari tutto il palazzo.
    Però come tutti i poteri forti, c’è una crepa nel sistema rappresentata dall’impossibilità di unificare sotto un solo leader o consiglio di amministrazione le vari componenti in gioco. Quindi si scatenano le guerre e ci sono centinaia di morti. Oltre in 90 % dei morti di mafia sono mafiosi. Gli scenari cambiano continuamente proprio a causa delle mattanze e della varie alleanze fra i cartelli.
    E allora l’altro potere, lo stato, è costretto, suo malgrado, a intervenire. E si sente in giro la solita ipocrisia sul recupero di un tessuto sociale contaminato da un brutale virus che lo stesso potere che vorrebbe combatterlo ha permesso che nascesse e si stabilizzasse in maniera endemica.
    Questo è più o meno lo scenario attuale.
    Le soluzione le sappiamo tutti. A latere della strategia militare di disarmo e repressione ci deve essere la confisca di tutti i beni mafiosi e la riconversione delle attività legali. Poi, ovviamente, il risanamento sociale a mezzo di colossali investimenti nel campo della scolarità, istruzione superiore, ricerca universitaria o privata, centri di aggregazione giovanili che abbiano la capacità di attrarre e non servano solo per pagare stipendi a un plotone di disoccupati senza formazione o esperienza, riqualificazione urbana, infrastrutture, risanamento ambientale, svulippo delle immense risorse naturali. E incentivi economici agli investitori seri mirati, non il colabrodo di Sviluppo Italia, un mostro nato sulle ceneri della cassa del mezzogiorno.
    Secondo voi c’è qualcuno in grado di poter gestire un processo di risanamento simile ?

  12. Il Treno a Vapore il 16 dicembre 2006 alle 01:22

    @ bruno esposito

    “Secondo voi c’è qualcuno in grado di poter gestire un processo di risanamento simile ?”

    Si. Prodi.

    Mario

  13. bruno esposito il 16 dicembre 2006 alle 10:40

    Perchè no ? Aspettiamo, allora.



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