Un deficit teorico?

18 dicembre 2006
Pubblicato da

di Christian Raimo

Dice: la letteratura della precarietà. Dice anche: il cinema, il teatro, l’arte che si occupano della precarietà. Si torna a parlare di lavoro, dice. Un bel numero di libri, di iniziative culturali, di spettacoli, di film che parlano di cosa sta diventando il lavoro oggi, della condizione sofferente, sempre più pervasiva, sempre meno provvisoria, di una generazione che si definisce, senza troppa fatica, precaria.
Si potrebbe dire che forse è sempre stato così. È sempre andata così nel mondo di chi pensava che i rapporti di produzione influenzassero, determinassero gran parte se non tutto il resto delle forme di vita. Da Marx in poi pare, questo, un dato acquisito. Finanche nella Costituzione per dire, e proprio in cima. Gli scrittori, gli intellettuali, gli artisti hanno sempre parlato, si sono sempre interrogati sul rapporto tra il lavoro e la vita. Che cosa c’è di diverso oggi?
La sensazione che una differenza però ci sia, o meglio che esista un deficit. Per parlare di scrittura: quando Bianciardi o Volponi o Ottieri o Balestrini pubblicavano i loro romanzi per cui si parlava di letteratura dell’industria, questi non partivano soltanto da un’esperienza (personale) o ancor meno da un’urgenza; ma portavano con sé una riflessione teorica, molto spesso collettiva, che faceva da sfondo, da dialettica, da orizzonte, alla pagina dei libri. Esistevano non solo delle appartenenze partitiche, come ovvio, ma prospettive teoriche, concezioni politiche, o anche (soltanto?) visioni ideali di come sarebbe potuta essere la società italiana, o come sarebbe potuto cambiare il mondo.
Ovvero: l’impegno non era soltanto un compito di testimonianza, l’indagine del corpo sociale italiano non si limitava a una dissezione, o a un computo di sintomi, gravi o meno gravi, ma indicava un altrove, un futuro, molto spesso un’utopia. Ci si poteva appellare all’ortodossia marxista, o pensarsi keynesiani, o semplicemente luddisti; si era comunque in grado di segnalare una dottrina o almeno un immaginario con cui ripensare tutta la società e i suoi rapporti di lavoro. Oggi verrebbe da chiedere a chi scrive un libro sul precariato: che idea hai dell’Italia e del mondo? Se tu potessi cambiare le cose, da dove cominceresti? Che cosa hai da dire di più tu, in quanto scrittore, intellettuale, del fatto che la condizione della precarietà lavorativa okay è mortificante, non riguarda solo il lavoro, ma affetta tutta l’esistenza? Oltre mostrare le stimmate del tuo disagio, o del tuo disagio condiviso con tanti altri, che cosa immagini accadrà domani? A parte segnalare la voragine di status che si è aperta tra la tua generazione e quella precedente, a parte evidenziare il fatto sempre meno controvertibile che la tua sarà la prima generazione a essere più povera dei propri genitori, a parte ricordare che la tua sarà la prima generazione con una pensione molto in dubbio, che soluzioni politiche a lungo termine ti convincono? Oltre a schifarti del tuo percorso di intellettuale precario iperformato e malpagato, invece di dare testimonianza e basta, come agiresti, che cosa cambieresti alla base?
Dice: questo dovrebbe essere il compito della politica, della politica professionale e non della letteratura, della cultura, della variopinta schiera di intellettuali, e cognitari cosiddetti. Ma – prima obiezione –, come fa notare Stanley Aronowitz in Post-work. Per la fine del lavoro senza fine (Derive Approdi, pag. 302, euro 18), “è possibile affermare che l’effettiva assenza, nella cultura popolare come nel sapere istituzionale, di un racconto delle lotte che hanno portato alla formazione del movimento dei lavoratori nel XX secolo ha rappresentato un fattore cruciale nel declino del lavoro organizzato dopo gli anni Sessanta, quando i sindacati e le loro conquiste subirono un duro attacco e non furono in grado di opporre una resistenza efficace”. Insomma c’è anche da registrare un deficit di memoria in tutte le narrazioni del lavoro che oggi si rivedono. Una mancanza di legame con quello che nel secolo appena passato, nel famoso secolo di quando c’erano ancora le ideologie, veniva pensato e scritto. Perché la realtà banale è questa: le narrazioni storiche e le narrazioni collettive sono servite e servono nel processo di formazione di una forza di classe.
Come mai oggi questo non accade? Perché la condizione di precariato viene raccontata da mille sfaccettature da prospettive parziali, individuali, molto spesso atomizzate? Forse perché – proviamo ad abbozzare un’ipotesi – si dovrebbe smettere di parlare di precariato in questi termini, ossia accettando senza questionarla questa definizione culturale, questo pseudo-concetto, “precariato”. Un’espressione generica che racchiude in sé mille diverse e spesso contraddittorie caratteristiche, che rendono questa “generazione precaria” una parola evanescente come una “generazione X” qualsiasi.
Mentre qui stiamo parlando di un fenomeno sociale enorme, di una massa di persone che cresce e comincia a figliare, pur rimanendo incastrata in questa formula che continua a rimanere un oggetto non identificato. Quando va bene assimilabile a una sorta di strato sociale, di eccedenza sociale, quando va male a un problema sociale, come per dire la delinquenza giovanile. Per la quale si propongono leggi ad hoc, o misure di contenimento, o molto spesso chiacchiere da bar. Quando questi benedetti precari si cominceranno a vedere come soggetti politici? Come – mi si passi il termine desueto – si cominceranno a pensare come classe, come soggetto collettivo, capace di inserirsi in una dialettica di rivendicazioni e di lotte? Quando immagineranno il futuro? Non sarebbe il caso di ragionarci un po’?

21 Responses to Un deficit teorico?

  1. salvatore dit. il 18 dicembre 2006 alle 12:48

    Caro Christian,
    ne ho letti tanti di romanzi e racconti sul tema, descrivono il lavoro precario, i turni, gli orari, i rapporti, i caffè al gusto di macchinetta da caffè, i capi e i capetti eccetera. Ma qual’è l’orizzonte, il Senso, la fine e il fine di questa letteratura della precarietà?
    Insomma fino agli anni ’70 c’era un orizzonte storico, le masse erano diventate protagoniste della storia e ora dovevano concepire il cambiamento. Ma questo orizzonte si è rivelato un miraggio e se ci pensi anche la letteratura degli anni passati la leggiamo in questa ottica. Ma oggi, questi romanzi e questi racconti oltre a ri-descriverci la realtà che fanno? Qual è la loro proposta? La realtà è noiosa scriveva Houellebecq in “Contro il mondo, contro la vita” e per questo mi chiedo non sono sempre quelle le domande esistenziali che sottengono ad un romanzo o che almeno dovrebbero? Che futuro immaginiamo?

  2. mauro baldrati il 18 dicembre 2006 alle 12:51

    Questo pezzo pone una serie di problematiche assai complesse. Per certi aspetti mi ricorda un articolo di Carla Benedetti pubblicato sull’ultimo Espresso (non l’ho trovato su Primo Amore), dove analizzava le opere di alcuni scrittori – in particolare Scurati – nelle quali emergeva che la realtà che ci circonda, in cui ci troviamo a vivere, sarebbe una realtà irreale, perché vi è confusione totale tra realtà e immaginario della stessa: l’immagine cioè che ci arriva dai media ecc. si sovrappone alla realtà stessa e l’ingloba; alcuni scrittori, quindi, non terrebbero più conto del fatto che invece la realtà esiste e ci scoppia in faccia ogni giorno con gli immigrati morti nei naufragi, coi disastri ambientali, col precariato che diventa normalità. Alcuni scrittori pertanto si sottrarrebbero al loro ruolo di narratori – o anche interpretatori – o trasfiguratori – della realtà, facendo una scelta di stampo vecchio, vecchissimo, una scelta subalterna: quella appunto di optare per una negazione della realtà, in quanto è l’apparenza, la schiuma mediatica che la nega.
    Anche in questo pezzo leggo una ricerca interpetativa simile, e mi scuserà Raimo se la mia lettura non corrisponde alle sue intenzioni. Si parla di precariato in maniera superficiale, ri-territorializzando una tematica che invece è diventata – o sta diventando – la nuova realtà con cui noi – o meglio, le nuove generazioni – devono fare i conti. E’ superficie, è schiuma, perché non si tiene conto che non è solo un processo di metamorfosi del lavoro, ma una nuova condizione di vita. La tematica complessa però non è tanto questa, ma il ruolo dello scrittore nel processo di mutazione della realtà, e una sua possibile funzione nel cambiamento della stessa.

  3. Maurizio il 18 dicembre 2006 alle 12:53

    E se il deficit non fosse negli scrittori ma nelle cose stesse? Se fossimo giunti alla fine di un percorso in cui – finalmente o purtroppo – le uniche soluzioni immaginabili sono fughe verticali dalla dimensione storico-materiale dell’esistenza?

  4. Andrea Sartori il 18 dicembre 2006 alle 12:55

    Il «precario» vive in maniera derivata, cioè non originaria, una condizione che è comune all’antropologia di tutti gli esseri umani, ma che usualmente termina di essere tale con la fine dell’infanzia. In questa condizione l’individuo, e l’individuo precario oggi, debbono fronteggiare l’indeterminatezza degli obiettivi esistenziali, la mancata specializzazione, in un caso, degli arti del loro corpo e, nell’altro caso, delle loro funzioni cognitive e di apprendimento (a che cosa servono le centinaia di master post-laurea?). Essi sono poi necessitati – una volta biologicamente, l’altra socialmente – a rendere la propria esistenza un compito a sé medesimi, l’esito di un padroneggiamento attivo di quel campo di sorprese, di precarietà, di contingenze, che sembra essere, o essere divenuto, il mondo. Ora, il fatto è che per il precario tutto ciò è un punto di arrivo, non di partenza. Il precario, per questo, è un individuo grottesco: il suo volto hai tratti dell’infante, ma la sua vita è stata abbastanza lunga perché egli abbia visto sgretolarsi – o addirittura mai formarsi – quell’orizzonte simbolico che avrebbe dovuto mettere un freno, o dare una soluzione, alle sue insicurezze giovanili. Il precario è un giovane-non-più giovane che, come Zarathustra, ha avuto la possibilità di danzare sull’abisso, d’adottare l’etica del viandante, di usufruire delle possibilità d’esistenza permesse dall’affrancamento dalle autorità di vario tipo: metafisiche, teologiche, famigliari, finanche padronali. Nel campo delle contingenze, però, il precario ha disimparato tutto quello che, in via teorica, gli avevano insegnato gli accesi pedagogisti post-sessantottini della sua giovinezza. Necessitato a confrontarsi con il mondo del lavoro, il precario non ha danzato ma è scivolato, e si è fatto male. Poiché, inoltre, a tempo debito gli è stato detto di riscoprire la propria individualità, e di farla valere contro le imposizioni esterne, egli si è oggi scoperto fondamentalmente solo. Da qui la difficoltà di pensare al precariato in termini di classe, d’una progettualità comune, d’una balda chiamata all’iniziativa e alla mobilitazione. Curioso è che, quanto più si diffonde, in una nazione, poi in un’altra, e in un’altra ancora, la condizione di precarietà dei non-più-giovani, tanto più manca un linguaggio che sia medio espressivo del nuovo disagio. Più questo disagio diventa dato statistico-quantitativo, dotato d’un peso specifico, più esso diventa invisibile alla politica: non solo alla politica dei governanti, ma a quella che potrebbe svolgere il precario stesso. Egli, suo malgrado, ha fatto implodere la possibilità stessa d’una politica che lo riscatti e lo faccia finalmente maturare sul piano delle decisioni e delle azioni collettive.

    Il precario si fa tutt’alpiù difendere da chi, come Bertinotti, ricorda al Paese che anche lui ha dei diritti. Ma oltre al babbo o al nonno, il precario suscita nella maggior parte dei casi indifferenza: è a tempo determinato, cazzo, chi vuoi che investa su di lui, a parte la mamma e il papà, che gli vorranno sempre bene?

    Per questi motivi, ma raschiando il barile se ne potrebbero trovare un’infinità d’altri, il precario è il candidato ideale a divenire preda del delirio paranoico, a quella particolare forma di compensazione del reale che si traduce in un’amputazione del mondo. Quale terreno più fertile per fare attecchire delle corrive strategie di potere? Quale generazione migliore nella quale coltivare il cinismo e la furberia politica, il disprezzo per l’altro, una nuova visione manipolatoria delle masse?

    C’è solo da sperare di diventare, al massimo, una fragile generazione d’artisti.

  5. gina il 18 dicembre 2006 alle 14:43

    Ne discussi a suo tempo con la ex-it temp, nella bacheca di ottobre, quando postai il comunicato stampa d’incontrotempo, l’evento che immagino abbia dato corpo a questa tua riflessione. Ci ho preso dunque, seppur da esterna, e quel che penso lo puoi vedere li (deficit teorico, di sicuro, ma anche pratico).

  6. mauro baldrati il 18 dicembre 2006 alle 16:49

    Forse per eccesso di zelo, rileggendo il mio commento, quando ho sceritto: “Si parla di precariato in maniera superficiale, ri-territorializzando una tematica che invece è diventata…” voglio precisare che il “si” non era riferito al pezzo qua sopra ma agli scrittori che parlano di.

    Sì, è un eccesso di zelo, probabilmente era chiaro, pardon.

  7. andrea inglese il 18 dicembre 2006 alle 18:44

    Il buco teorico esiste, Raimo ha perfettamente ragione. Ma esiste anche un buco che riguarda anche solo la dimensione puramente descrittiva, ma in termini statistici. Ma non ci sono davvero teorie e studi disponibili sulla natura del lavoro in giro? E anche sulla storia del mutamento del lavoro? Io credo che ce ne siano. E diversi, e con tagli teorici e metodologici differenti. Io cito sempre Luc Boltanski e Eve Chiapello, Le nouvel esprit du capitalisme, Gallimard 1999, perche`e´ diventato un testo di riferimento in materia, nell´ambito della sociologia post-Bourdieu. Boltanski e Chiapello non parlano che della strategia consapevole tramite la quale le aziende e i suoi intelletuali organici, coloro che hanno inventato la letteratura del management (meta anni Settanta in poi), hanno riorganizzato il mondo del lavoro, per ottenere un drastico mutamento dei rapporti di forza a loro vantaggio. Una delle leve di questo progetto e`il recupero di vari temi nati da certa critica anticapitalistica nel corso degli anni Sessanta (tema della valorizzazione dell’autonomia individuale, ad esempio). Uno degli obiettivi, ripeto CONSAPEVOLI, di questo progetto: l’atomizzazione della nuova popolazione lavoratrice.

    Nel pezzo che ho dedicato ai fantasmi dell’avanguardia, mi interrogo, in fondo, sulle questioni che toccano anche Raimo. E ribadisco un dato esemplare: il Calvino dell’inizio degli anni Ottanta e il passaggio che lui fa dal paradigma delle scienze umane a quello delle scienze della natura, il passaggio da temi sociali a temi cosmico-cosmologici, o micro-biologici.

    Da li comincia ad allargarsi il buco, il deficit di un certo sapere nella schiera degli intellettuali. Ma anche la neoavanguardia non era da questo punto di vista messa meglio, anche se rimane “Vogliamo tutto” di Balestrini, uno straordinario libro documento sulle lotte di fabbrica.

    Quindi il buco di saperi c´è ed ha pure una storia.

    Ma un ultimo punto: quali prospettive di cambiamento? Qui davvero oggi le risposte sono molto difficili rispetto anche agli anni Settanta, ma su questo non possiamo illuderci. Se davvero non facciamo un lavoro di “presa di coscienza” dei nostri paradigmi storici impliciti, quelli che Illich chiama “a priori storici”, ogni nostra mossa di contestazione ricade ancora all’interno di ciò che vorremmo contestare.

  8. lucia il 18 dicembre 2006 alle 19:18

    Nell’azienda sanitaria dove lavoro convivono realta’ lavorative diverse: lavoratori a tempo indeterminato, lavoratori a contratto, lavoratori di cooperative diverse, borse di studio, ecc… lavorano non solo nello stesso posto ma spesso fanno lo stesso lavoro, soltanto hanno diritti e doveri diversi, diverso stipendio anche, questa diversita’ fa si’ che si crei oltre al disagio e al malcontento anche un astio verso coloro che hanno un contratto migliore, e’ questa divisione che porta la rottura tra i lavoratori, e’ questa divisione che non permette di unirsi e pretendere di avere uguali diritti e doveri. Scusate i miei accenti ma ho la tastiera che non funziona. E’ difficile immaginarsi un futuro. Penso che soltanto quando si sara’ toccato il fondo, soltanto quando i padri e le madri o i nonni con le loro pensioni, non riusciranno piu’ a mantenere i propri figli, soltanto allora forse si formera’ una coscienza di classe o perlomeno si lottera’ per cambiare la situazione. Forse la mia e’ solo una speranza. Lucia

  9. toporififi il 18 dicembre 2006 alle 23:47

    E dal dopoguerra in poi che i piani Marshall hanno venduto all’Europa l’illusione di stabilità e di crescita indefinita, dopo gli anni delle prese di coscienza collettive del ’68 sembrerebbe, a grandi linee, che l’operazione di assimilare lavoratori e consumatori sia riuscita, trasformando una classe necessaria in una classe sostituibile in virtù della formazione specialistica facilmente accessibile.
    Scusate la “semplificazione”.
    Parlare di precariato, è stato fatto notare con più rigore e consistenza di quanto posso fare io, non è univoco, il termine si applica a realtà sociali con i loro meccanismi e più drammaticamente alla realtà individuale di chi ne è afflitto.
    Quali sono le conseguenze del precariato? la totale sudditanza alla legge delle contingenze; in Queimada Marlon Brando convinceva i latifondisti dell’isola che era più conveniente avere clienti precari che schiavi da mantenere usando una metafora che evidentemente li toccava da vicino.
    Nel mondo moderno occidentale la prima conseguenza si riflette sui consumi di cui il precario non può più godere.
    Io non vedo altri orizzonti chiaramente percepibili collettivamente, se i leader della sinisttra vanno in barca a vela mentre operai, impiegati e, se dio vuole, dirigenti, non sanno se potranno andare in vacanza l’anno prossimo, è evidente che nell’ideologia storica non ci sono che mezze risposte.
    Leggendo i commenti si leggono frasi enigmatiche; “fughe verticali dalla dimensione storico-materiale dell’esistenza?” sarebbe a dire occupiamoci dello spirito? è una fuga?
    Oppure: “C’è solo da sperare di diventare, al massimo, una fragile generazione d’artisti” cioè fregarsene della pura contingenza e produrre bellezza? (una delle trappole tipiche è: fai un lavoro che ti piace e vuoi anche guadagnarci?)
    Non è sbagliato infatti guardare il sorgere della precarietà come un orizzonte a due facce, negativa sotto il profilo di alcune certezze e bisogni e positiva nel senso di una maggiore consapevolezza della relatività delle nostre esistenze.
    Bisogna solo abituarsi al fatto che non tutti avranno la pazienza di convincersi che essere poveri è meglio.

  10. Cristoforo Prodan il 19 dicembre 2006 alle 02:25

    Il precariato non potrà mai costituirsi in classe antagonista del padronato sul modello della famosa classe operaia. L’operaio, ma anche l’impiegato, diventa classe quando ha diritti riconosciuti e può difendersi dalle ritorsioni e dal licenziamento attraverso un contratto a tempo indeterminato tutelato da leggi nazionali. Il precario per definizione non ha queste tutele, e nel momento in cui volesse protestare per le sue condizioni economiche e contrattuali riceverebbe una mozartiana pedata nel sedere.
    cp

  11. Federico Platania il 19 dicembre 2006 alle 10:01

    Raimo si chiede: “Quando questi benedetti precari (…) si cominceranno a pensare come classe, come soggetto collettivo, capace di inserirsi in una dialettica di rivendicazioni e di lotte?”.
    La risposta non può prescindere dalla seguente considerazione: la differenza tra il precario e l’operaio/impiegato con contratto fisso è che quest’ultimo presumibilmente lo sarà per tutta la vita mentre chi è precario non vede l’ora di uscire da quella condizione.
    Non può esserci coscienza di classe in chi non vede l’ora di abbandonare la classe. Sarebbe come chiedere a chi vive in affitto – mentre sogna di fare il mutuo per comparsi una casa di sua proprietà – di investire (in tempo, denaro, energia, passione, etc.) sul monolocale in cui sta momentaneamente vivendo e che non vede l’ora di lasciare.
    In questo senso la classe manageriale prende tre piccioni con una fava: (1) dispone di manodopera a basso costo; (2) giuridicamente non tutelata come le figure a tempo indeterminato; (3) poco propensa a costituirsi come “classe” non solo per paura (come sostiene Prodan) ma anche e soprattutto per disinteresse.
    Un bel casino, a ben vedere.

  12. Pippo Baudo il 19 dicembre 2006 alle 16:41

    Il deficit di memoria è più che evidente. Il richiamo ad alcuni testi fatto da Inglese non mi convince.Teniamo comunque ben presente che gli anni ’80/’90 hanno rappresentato una sorta di getto di varechina su quello che si era fatto sin li.
    Cosa sono a livello di coscienza collettiva italiana i vari Bianciardi, Volponi, Ottieri o Balestrini se paragonati a Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Raffaella Carrà [perdonate il leggero fastidio..]. Ora il pavimento è tutto insaponato, si scivola..teniamoci stretti e accorti!

  13. Bernardino di VallOscura il 19 dicembre 2006 alle 18:00

    Niente di originale quello che qui riporto, ma appena l’ho letto mi ha fatto venire in mente questo post
    Un passaggio dell’intervista a E.Krippendorff:

    «Io personalmente tengo molto al principio della localizzazione della politica. Per innescare processi realmente democratici e partecipativi è necessario che le persone si riattivino intorno a temi ben definiti, in riferimento ai quali possono misurare l’efficacia della loro azione politica, e che siano localizzabili su un territorio circoscritto. Il vero problema oggi è che per tutte le iniziative che si muovono in questa direzione non esiste pubblicità e risonanza nella sfera pubblica. Questo è il lavoro da fare» (in “La democrazia deve ripartire dal locale” ilmanifesto 16/12/06).

    Sembra difficile…

  14. tashtego il 19 dicembre 2006 alle 20:32

    Le classi sono (erano?) una cosa profonda, identitaria, non erano il risultato di un’aggregazione politica e nemmeno di una presa di coscienza, non nascevano dalla messa in comune di miriadi di esperienze, ma casomai producevano tutto questo, ne erano la ragione e il motore primo.
    La classe operaia – non mi scuso dell’uso di questo termine “desueto” – era tale anche perché era capace di immaginare un mondo senza classi e di lavorare per costruirlo, non ostante il tragico fallimento che tale ipotesi ha subito e ancora subisce.
    Forse il precariato soffre del non sapere immaginare un mondo senza precari, nell’essere nei fatti complice del sistema che lo produce e lo sfrutta, della voglia di farne parte, di entrarvi e collaborare, mentre si accontenta delle briciole.

  15. salvatore il 20 dicembre 2006 alle 00:06

    Io insisto: è la prospettiva storica che è cambiata. E’ il senso della Storia, in cui si muovono le nostre storie, che non è chiaro o comunque poco comprensibile. Per riprendere un pezzo di palahnjuk “noi siamo i figli di mezzo di Dio, senza un posto speciale nella storia e senza speciale attenzione” eppure dfwollace una strada l’aveva indicata…

  16. Jacopo il 20 dicembre 2006 alle 03:02

    Il precariato non è una classe. Non ha elaborato una cultura che gli sia propria: non opera scelte etiche estetiche morali etc… contraddistinte dalla coscienza di appartenere ad un insieme. Soprattutto non possiede una Grande Narrazione (un mito, una teoria etc…) che definisca le sue origini, la sua missione in un percorso storico, il suo futuro, i suoi mezzi (la lotta di classe). Il precariato non ha un nemico ( un antagonista, un’antitesi etc…) che indirettamennte gli permetta di definirsi, il precariato non ha la borghesia.

    Il proletariato aveva una sorta di alleato negli artisti. Certo, gli artisti potevano anche essere di ultradestra. Tuttavia anch’essi si definivano in opposizione alla borghesia, portavano una critica incessante ai suoi costumi, alle sue mete. Questo è vero almeno dal Romanticismo in poi. Le avanguardie sotto questo profilo sono le eredi più conseguenti del Romanticismo.
    Il precariato non ha al suo fianco né il Romanticismo né le avanguardie.

    Il precariato non ha nemici. Non sono suoi nemici né il borghese né il “neo liberalismo” che non si è mai visto dietro le scrivanie o per strada.

    Il precariato ha un “ombra”: il proletariato. Il proletariato come una sorta di padre di (relativo) successo che annichilisce le prime prove del figlio.
    Il precariato si definisce in opposizione al proletariato. Ma fa un confronto che è un assurdità logica perchè il proletariato non gli è contemporaneo.

    Il precariato considera di ultradestra ( nietzche di nuovo a destra)
    chi gli propone la sua condizione come un destino da accogliere con autenticità e da portare sino alle sue più vertiginose conseguenze (nessun figlio, nessun legame duraturo con luoghi o persone, concetto di solidarietà completamente da reinventare, continuità della personalità come pagliacciata anacronistca…).

    Il precariato ha in sè una tale rivoluzione antropologica che in confronto le lotte operaie degli ultimi centocinquant’anni non sono che continuità e conformismo.

  17. Marco Meneghelli il 21 dicembre 2006 alle 23:09

    Forse si tratta di ripartire dagli ultimi orizzonti teorici che in ordine di tempo ci si sono resi disponibili. Penso per esempio ad autori come Foucault, Deleuze, perchè no Derrida. Tutti autori (Francesi) che hanno fatto il loro successo nei sessanta e nel sessantotto con strutturalismo e post strutturalismo.

    Deleuze ha poi scritto insieme a Guattari Millepiani nel 1980. Questo è secondo me un buon testo da cui ripartire per comprendere un po’ di quello che ci sta accadendo, sia per il suo carattere predittivo (dice cose per certi aspetti profetiche per l’epoca in cui è uscito) sia per il suo estremo sforzo onnicomprensivo e per dir così totalizzante e non ancora parcellizzato nello specialismo dei saperi.

    Che sia stato Millepiani l’ultimo canto della metafisica e che la nottola di Minerva di Hegel sia arrivata per davvero?

    Certo che dopo la fine di un epoca scorgere un nuovo inizio è divenuta impresa ardua. Sembra che dell’edificio del senso oggi non restino che sparsi frammenti, piattafome, sparse aree di senso cui approdare, appigli, ancore (di salvataggio? Mah), più che altro lacerti, pezzi di sipari strappati in un oceano che è divenuto anch’esso isola. Un’epoca in cui bisognerebbe fare gli archeologi, perchè ciò che resta sono segni, spoglie che hanno ormai perso l’orizzonte del proprio senso.

    Propongo infine di ripartire da un’archeologia semiotica in cui però gli oggetti di studio non siano più riportabili a una storia passata. Serve un’archeologia semiotica del presente, perchè esso è divenuto pressochè del tutto incomprensibile.

  18. domande bizzarre il 22 dicembre 2006 alle 17:00

    Permettetemi un gioco:
    Al capitale farebbe più “paura” un lavoratore (precario o meno) con un libro di Deleuze-Guattari in mano o con uno di Marx-Engels ?

    p.s.
    capisco l’interesse per i lavoratori precari, capisco anche che molti aspiranti artisti-intellettuali si finanziano facendo lavori precari/flessibili (in una legittima attesa di..), ma così facendo non si rischia di dimenticare il lavoro salariale e di dividere il mondo del lavoro tout court. Ceando fasce di lavoratori, alcuni degni di attenzione altri meno ? Ha valore parlare di una cosicenza di classe del lavoratore precario senza tener conto della coscienza di classe del metalmeccanico? Mi chiedo: esiste ancora un simil Mimì metallurgico o davvero siamo tutti al call-center? I lavoratori a tempo determinato (otto ore, stipendio, contributi.ecc.) sono dei Kulaki da ignorare e guardare con sospetto?

  19. domande bizzarre er.cor. il 23 dicembre 2006 alle 00:00

    terz’ultima riga: lavoratori a tempo indeterminato

  20. Marco Meneghelli il 23 dicembre 2006 alle 12:53

    Rispondo a domande bizzarre.

    Non so se si tratta di far paura al capitale. Credo che però si tratti di cambiare categorie di analisi. Credo che la prospettiva marxiana sia per vari aspetti superata, per altri no. Per esempio il Marx strutturalista riletto da Althusser ha ancora molto da dirci.

    Mi pare che qui non si stia parlando di paura e di timore verso una certa classe di eventuali precari uniti nella lotta ma di tentare di comprendere con uno sguardo teorico complessivo il fenomeno del precariato. Che si iscrive nel più generale contesto della nostra epoca mutata rispetto all’ottonovecento di Marx, un’epoca globalizzata che Marx aveva iniziato a comprendere.

    Credo che allora gli strumenti di comprensione da usare siano Marx e Deleuze. Un Marx riletto con occhi attenti al contesto di oggi. Perchè il precariato è un fatto come lo sono i lavoratori a tempo indeterminato. In questo senso nel mio post precedente parlavo di frammenti di senso.

    Il lavoro a tempo indeterminato è stato il senso di un epoca: il dopoguerra. Adesso quel senso permane sempre più come brandello e lacerto di un epoca, in una nuova epoca che non si è ancora travata un senso complessivo e forse non lo troverà mai, un’epoca precaria, di incertezza, dove continuano a galleggiare sparse isole di certezza.

    E la paura vera è allora quella di perdere, chi ce le ha, anche queste isole rimaste.

    C’è da chiedersi infine però se ciò che serve è solo una prospettiva teorica o anche e forse di più non serva una prospettiva pragmatica. Qualcuno che ci insegni, magari a partire dalla teoria, come navigare in questo mare, in questa prospettiva mutata. E in tal senso: l’intellettuale può ancora dare un senso al nostro percorso? L’arte, la filosofia, sono ancora strumenti di qualche utilità?

  21. tashtego il 23 dicembre 2006 alle 16:21

    il Capitale di fronte al precario con in mano un libro di Fruttero-Lucentini se la fa sotto e subito si rifugia sotto l’ala protettiva del proletariato conservatore, noioso e che non va più di moda.
    allora scoppia “una tale rivoluzione antropologica che in confronto le lotte operaie degli ultimi centocinquant’anni non sono che continuità e conformismo”.
    in conseguenza di ciò sono cazzi amari per tutti, il mondo si precarizza dalla testa ai piedi, il lavoro te lo trovi giorno per giorno e i contratti di affitto durano al massimo 24 ore, le mutande sono tutte di carta e l’eiaculatio, o è praecox o non è, non sia mai si dovessero creare legami più duraturi di una decina di minuti.
    tutto questo in conseguenza della presa del potere antropologica del precario.
    che almeno si sappia in giro.



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