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	Commenti a: Un deficit teorico?	</title>
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		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/12/18/un-deficit-teorico/#comment-55542</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Dec 2006 15:21:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[il Capitale di fronte al precario con in mano un libro di Fruttero-Lucentini se la fa sotto e subito si rifugia sotto l&#039;ala protettiva del proletariato conservatore, noioso e che non va più di moda.
allora scoppia &quot;una tale rivoluzione antropologica che in confronto le lotte operaie degli ultimi centocinquant’anni non sono che continuità e conformismo&quot;.
in conseguenza di ciò sono cazzi amari per tutti, il mondo si precarizza dalla testa ai piedi, il lavoro te lo trovi giorno per giorno e i contratti di affitto durano al massimo 24 ore, le mutande sono tutte di carta e l&#039;eiaculatio, o è praecox o non è, non sia mai si dovessero creare legami più duraturi di una decina di minuti.
tutto questo in conseguenza della presa del potere antropologica del precario.
che almeno si sappia in giro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>il Capitale di fronte al precario con in mano un libro di Fruttero-Lucentini se la fa sotto e subito si rifugia sotto l&#8217;ala protettiva del proletariato conservatore, noioso e che non va più di moda.<br />
allora scoppia &#8220;una tale rivoluzione antropologica che in confronto le lotte operaie degli ultimi centocinquant’anni non sono che continuità e conformismo&#8221;.<br />
in conseguenza di ciò sono cazzi amari per tutti, il mondo si precarizza dalla testa ai piedi, il lavoro te lo trovi giorno per giorno e i contratti di affitto durano al massimo 24 ore, le mutande sono tutte di carta e l&#8217;eiaculatio, o è praecox o non è, non sia mai si dovessero creare legami più duraturi di una decina di minuti.<br />
tutto questo in conseguenza della presa del potere antropologica del precario.<br />
che almeno si sappia in giro.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Marco Meneghelli		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/12/18/un-deficit-teorico/#comment-55525</link>

		<dc:creator><![CDATA[Marco Meneghelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Dec 2006 11:53:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Rispondo a domande bizzarre.

Non so se si tratta di far paura al capitale. Credo che però si tratti di cambiare categorie di analisi. Credo che la prospettiva marxiana sia per vari aspetti superata, per altri no. Per esempio il Marx strutturalista riletto da Althusser ha ancora molto da dirci.

Mi pare che qui non si stia parlando di paura e di timore verso una certa classe di eventuali precari uniti nella lotta ma di tentare di comprendere con uno sguardo teorico complessivo il fenomeno del precariato. Che si iscrive nel più generale contesto della nostra epoca mutata rispetto all&#039;ottonovecento di Marx, un&#039;epoca globalizzata che Marx aveva iniziato a comprendere.

Credo che allora gli strumenti di comprensione da usare siano Marx e Deleuze. Un Marx riletto con occhi attenti al contesto di oggi. Perchè il precariato è un fatto come lo sono i lavoratori a tempo indeterminato. In questo senso nel mio post precedente parlavo di frammenti di senso.

Il lavoro a tempo indeterminato è stato il senso di un epoca: il dopoguerra. Adesso quel senso permane sempre più come brandello e lacerto di un epoca, in una nuova epoca che non si è ancora travata un senso complessivo e forse non lo troverà mai, un&#039;epoca precaria, di incertezza, dove continuano a galleggiare sparse isole di certezza. 

E la paura vera è allora quella di perdere, chi ce le ha, anche queste isole rimaste.

C&#039;è da chiedersi infine però se ciò che serve è solo una prospettiva teorica o anche e forse di più non serva una prospettiva pragmatica. Qualcuno che ci insegni, magari a partire dalla teoria, come navigare in questo mare, in questa prospettiva mutata. E in tal senso: l&#039;intellettuale può ancora dare un senso al nostro percorso? L&#039;arte, la filosofia, sono ancora strumenti di qualche utilità?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rispondo a domande bizzarre.</p>
<p>Non so se si tratta di far paura al capitale. Credo che però si tratti di cambiare categorie di analisi. Credo che la prospettiva marxiana sia per vari aspetti superata, per altri no. Per esempio il Marx strutturalista riletto da Althusser ha ancora molto da dirci.</p>
<p>Mi pare che qui non si stia parlando di paura e di timore verso una certa classe di eventuali precari uniti nella lotta ma di tentare di comprendere con uno sguardo teorico complessivo il fenomeno del precariato. Che si iscrive nel più generale contesto della nostra epoca mutata rispetto all&#8217;ottonovecento di Marx, un&#8217;epoca globalizzata che Marx aveva iniziato a comprendere.</p>
<p>Credo che allora gli strumenti di comprensione da usare siano Marx e Deleuze. Un Marx riletto con occhi attenti al contesto di oggi. Perchè il precariato è un fatto come lo sono i lavoratori a tempo indeterminato. In questo senso nel mio post precedente parlavo di frammenti di senso.</p>
<p>Il lavoro a tempo indeterminato è stato il senso di un epoca: il dopoguerra. Adesso quel senso permane sempre più come brandello e lacerto di un epoca, in una nuova epoca che non si è ancora travata un senso complessivo e forse non lo troverà mai, un&#8217;epoca precaria, di incertezza, dove continuano a galleggiare sparse isole di certezza. </p>
<p>E la paura vera è allora quella di perdere, chi ce le ha, anche queste isole rimaste.</p>
<p>C&#8217;è da chiedersi infine però se ciò che serve è solo una prospettiva teorica o anche e forse di più non serva una prospettiva pragmatica. Qualcuno che ci insegni, magari a partire dalla teoria, come navigare in questo mare, in questa prospettiva mutata. E in tal senso: l&#8217;intellettuale può ancora dare un senso al nostro percorso? L&#8217;arte, la filosofia, sono ancora strumenti di qualche utilità?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: domande bizzarre er.cor.		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/12/18/un-deficit-teorico/#comment-55428</link>

		<dc:creator><![CDATA[domande bizzarre er.cor.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Dec 2006 23:00:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[terz&#039;ultima riga: lavoratori a tempo indeterminato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>terz&#8217;ultima riga: lavoratori a tempo indeterminato</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: domande bizzarre		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/12/18/un-deficit-teorico/#comment-55379</link>

		<dc:creator><![CDATA[domande bizzarre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Dec 2006 16:00:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Permettetemi un gioco:
Al capitale farebbe più &quot;paura&quot; un lavoratore (precario o meno) con un libro di Deleuze-Guattari in mano o con uno di Marx-Engels ?

p.s. 
capisco l&#039;interesse per i lavoratori precari, capisco anche che molti aspiranti artisti-intellettuali si finanziano facendo lavori precari/flessibili (in una legittima attesa di..), ma così facendo non si rischia di dimenticare il lavoro salariale e di dividere il mondo del lavoro tout court. Ceando fasce di lavoratori, alcuni degni di attenzione altri meno ? Ha valore parlare di una cosicenza di classe del lavoratore precario senza tener conto della coscienza di classe del metalmeccanico? Mi chiedo: esiste ancora un simil Mimì metallurgico o davvero siamo tutti al call-center? I lavoratori a tempo determinato (otto ore, stipendio, contributi.ecc.) sono dei Kulaki da ignorare e guardare con sospetto?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Permettetemi un gioco:<br />
Al capitale farebbe più &#8220;paura&#8221; un lavoratore (precario o meno) con un libro di Deleuze-Guattari in mano o con uno di Marx-Engels ?</p>
<p>p.s.<br />
capisco l&#8217;interesse per i lavoratori precari, capisco anche che molti aspiranti artisti-intellettuali si finanziano facendo lavori precari/flessibili (in una legittima attesa di..), ma così facendo non si rischia di dimenticare il lavoro salariale e di dividere il mondo del lavoro tout court. Ceando fasce di lavoratori, alcuni degni di attenzione altri meno ? Ha valore parlare di una cosicenza di classe del lavoratore precario senza tener conto della coscienza di classe del metalmeccanico? Mi chiedo: esiste ancora un simil Mimì metallurgico o davvero siamo tutti al call-center? I lavoratori a tempo determinato (otto ore, stipendio, contributi.ecc.) sono dei Kulaki da ignorare e guardare con sospetto?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Marco Meneghelli		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/12/18/un-deficit-teorico/#comment-55306</link>

		<dc:creator><![CDATA[Marco Meneghelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Dec 2006 22:09:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Forse si tratta di ripartire dagli ultimi orizzonti teorici che in ordine di tempo ci si sono resi disponibili. Penso per esempio ad autori come Foucault, Deleuze, perchè no Derrida. Tutti autori (Francesi) che hanno fatto il loro successo nei sessanta e nel sessantotto con strutturalismo e post strutturalismo. 

Deleuze ha poi scritto insieme a Guattari Millepiani nel 1980. Questo è secondo me un buon testo da cui ripartire per comprendere un po&#039; di quello che ci sta accadendo, sia per il suo carattere predittivo (dice cose per certi aspetti profetiche per l&#039;epoca in cui è uscito) sia per il suo estremo sforzo onnicomprensivo e per dir così totalizzante e non ancora parcellizzato nello specialismo dei saperi.

Che sia stato Millepiani l&#039;ultimo canto della metafisica e che la nottola di Minerva di Hegel sia arrivata per davvero?

Certo che dopo la fine di un epoca scorgere un nuovo inizio è divenuta impresa ardua. Sembra che dell&#039;edificio del senso oggi non restino che sparsi frammenti, piattafome, sparse aree di senso cui approdare, appigli, ancore (di salvataggio? Mah), più che altro lacerti, pezzi di sipari strappati in un oceano che è divenuto anch&#039;esso isola. Un&#039;epoca in cui bisognerebbe fare gli archeologi, perchè ciò che resta sono segni, spoglie che hanno ormai perso l&#039;orizzonte del proprio senso.

Propongo infine di ripartire da un&#039;archeologia semiotica in cui però gli oggetti di studio non siano più riportabili a una storia passata. Serve un&#039;archeologia semiotica del presente, perchè esso è divenuto pressochè del tutto incomprensibile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Forse si tratta di ripartire dagli ultimi orizzonti teorici che in ordine di tempo ci si sono resi disponibili. Penso per esempio ad autori come Foucault, Deleuze, perchè no Derrida. Tutti autori (Francesi) che hanno fatto il loro successo nei sessanta e nel sessantotto con strutturalismo e post strutturalismo. </p>
<p>Deleuze ha poi scritto insieme a Guattari Millepiani nel 1980. Questo è secondo me un buon testo da cui ripartire per comprendere un po&#8217; di quello che ci sta accadendo, sia per il suo carattere predittivo (dice cose per certi aspetti profetiche per l&#8217;epoca in cui è uscito) sia per il suo estremo sforzo onnicomprensivo e per dir così totalizzante e non ancora parcellizzato nello specialismo dei saperi.</p>
<p>Che sia stato Millepiani l&#8217;ultimo canto della metafisica e che la nottola di Minerva di Hegel sia arrivata per davvero?</p>
<p>Certo che dopo la fine di un epoca scorgere un nuovo inizio è divenuta impresa ardua. Sembra che dell&#8217;edificio del senso oggi non restino che sparsi frammenti, piattafome, sparse aree di senso cui approdare, appigli, ancore (di salvataggio? Mah), più che altro lacerti, pezzi di sipari strappati in un oceano che è divenuto anch&#8217;esso isola. Un&#8217;epoca in cui bisognerebbe fare gli archeologi, perchè ciò che resta sono segni, spoglie che hanno ormai perso l&#8217;orizzonte del proprio senso.</p>
<p>Propongo infine di ripartire da un&#8217;archeologia semiotica in cui però gli oggetti di studio non siano più riportabili a una storia passata. Serve un&#8217;archeologia semiotica del presente, perchè esso è divenuto pressochè del tutto incomprensibile.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Jacopo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/12/18/un-deficit-teorico/#comment-55081</link>

		<dc:creator><![CDATA[Jacopo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Dec 2006 02:02:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il precariato non è una classe. Non ha elaborato una cultura che gli sia propria: non opera scelte etiche estetiche morali etc... contraddistinte dalla coscienza di appartenere ad un insieme. Soprattutto non possiede una Grande Narrazione (un mito, una teoria etc...) che definisca le sue origini, la sua missione in un percorso storico, il suo futuro, i suoi mezzi (la lotta di classe). Il precariato non ha un nemico ( un antagonista, un&#039;antitesi etc...) che indirettamennte gli permetta di definirsi, il precariato non ha la borghesia.

Il proletariato aveva una sorta di alleato negli artisti. Certo, gli artisti potevano anche essere di ultradestra. Tuttavia anch&#039;essi si definivano in opposizione alla borghesia, portavano una critica incessante ai suoi costumi, alle sue mete. Questo è vero almeno dal Romanticismo in poi. Le avanguardie sotto questo profilo sono le eredi più conseguenti del Romanticismo. 
Il precariato non ha al suo fianco né il Romanticismo né le avanguardie.       

Il precariato non ha nemici. Non sono suoi nemici né il borghese né il &quot;neo liberalismo&quot; che non si è mai visto dietro le scrivanie o per strada. 

Il precariato ha un &quot;ombra&quot;: il proletariato. Il proletariato come una sorta di padre di (relativo) successo che annichilisce le prime prove del figlio.
Il precariato si definisce in opposizione al proletariato. Ma fa un confronto che è un assurdità logica perchè il proletariato non gli è contemporaneo.

Il precariato considera di ultradestra ( nietzche di nuovo a destra)
chi gli propone la sua condizione come un destino da accogliere con autenticità e da portare sino alle sue più vertiginose conseguenze (nessun figlio, nessun legame duraturo con luoghi o persone, concetto di solidarietà completamente da reinventare, continuità della personalità come pagliacciata anacronistca...). 

Il precariato ha in sè una tale rivoluzione antropologica che in confronto le lotte operaie degli ultimi centocinquant&#039;anni non sono che continuità e conformismo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il precariato non è una classe. Non ha elaborato una cultura che gli sia propria: non opera scelte etiche estetiche morali etc&#8230; contraddistinte dalla coscienza di appartenere ad un insieme. Soprattutto non possiede una Grande Narrazione (un mito, una teoria etc&#8230;) che definisca le sue origini, la sua missione in un percorso storico, il suo futuro, i suoi mezzi (la lotta di classe). Il precariato non ha un nemico ( un antagonista, un&#8217;antitesi etc&#8230;) che indirettamennte gli permetta di definirsi, il precariato non ha la borghesia.</p>
<p>Il proletariato aveva una sorta di alleato negli artisti. Certo, gli artisti potevano anche essere di ultradestra. Tuttavia anch&#8217;essi si definivano in opposizione alla borghesia, portavano una critica incessante ai suoi costumi, alle sue mete. Questo è vero almeno dal Romanticismo in poi. Le avanguardie sotto questo profilo sono le eredi più conseguenti del Romanticismo.<br />
Il precariato non ha al suo fianco né il Romanticismo né le avanguardie.       </p>
<p>Il precariato non ha nemici. Non sono suoi nemici né il borghese né il &#8220;neo liberalismo&#8221; che non si è mai visto dietro le scrivanie o per strada. </p>
<p>Il precariato ha un &#8220;ombra&#8221;: il proletariato. Il proletariato come una sorta di padre di (relativo) successo che annichilisce le prime prove del figlio.<br />
Il precariato si definisce in opposizione al proletariato. Ma fa un confronto che è un assurdità logica perchè il proletariato non gli è contemporaneo.</p>
<p>Il precariato considera di ultradestra ( nietzche di nuovo a destra)<br />
chi gli propone la sua condizione come un destino da accogliere con autenticità e da portare sino alle sue più vertiginose conseguenze (nessun figlio, nessun legame duraturo con luoghi o persone, concetto di solidarietà completamente da reinventare, continuità della personalità come pagliacciata anacronistca&#8230;). </p>
<p>Il precariato ha in sè una tale rivoluzione antropologica che in confronto le lotte operaie degli ultimi centocinquant&#8217;anni non sono che continuità e conformismo.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: salvatore		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/12/18/un-deficit-teorico/#comment-55066</link>

		<dc:creator><![CDATA[salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Dec 2006 23:06:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Io insisto: è la prospettiva storica che è cambiata. E&#039; il senso della Storia, in cui si muovono le nostre storie, che non è chiaro o comunque poco comprensibile. Per riprendere un pezzo di palahnjuk &quot;noi siamo i figli di mezzo di Dio, senza un posto speciale nella storia e senza speciale attenzione&quot; eppure dfwollace una strada l&#039;aveva indicata...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io insisto: è la prospettiva storica che è cambiata. E&#8217; il senso della Storia, in cui si muovono le nostre storie, che non è chiaro o comunque poco comprensibile. Per riprendere un pezzo di palahnjuk &#8220;noi siamo i figli di mezzo di Dio, senza un posto speciale nella storia e senza speciale attenzione&#8221; eppure dfwollace una strada l&#8217;aveva indicata&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: tashtego		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/12/18/un-deficit-teorico/#comment-55025</link>

		<dc:creator><![CDATA[tashtego]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Dec 2006 19:32:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Le classi sono (erano?) una cosa profonda, identitaria, non erano il risultato di un’aggregazione politica e nemmeno di una presa di coscienza, non nascevano dalla messa in comune di miriadi di esperienze, ma casomai producevano tutto questo, ne erano la ragione e il motore primo.
La classe operaia – non mi scuso dell’uso di questo termine “desueto” – era tale anche perché era capace di immaginare un mondo senza classi e di lavorare per costruirlo, non ostante il tragico fallimento che tale ipotesi ha subito e ancora subisce.
Forse il precariato soffre del non sapere immaginare un mondo senza precari, nell’essere nei fatti complice del sistema che lo produce e lo sfrutta, della voglia di farne parte, di entrarvi e collaborare, mentre si accontenta delle briciole.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le classi sono (erano?) una cosa profonda, identitaria, non erano il risultato di un’aggregazione politica e nemmeno di una presa di coscienza, non nascevano dalla messa in comune di miriadi di esperienze, ma casomai producevano tutto questo, ne erano la ragione e il motore primo.<br />
La classe operaia – non mi scuso dell’uso di questo termine “desueto” – era tale anche perché era capace di immaginare un mondo senza classi e di lavorare per costruirlo, non ostante il tragico fallimento che tale ipotesi ha subito e ancora subisce.<br />
Forse il precariato soffre del non sapere immaginare un mondo senza precari, nell’essere nei fatti complice del sistema che lo produce e lo sfrutta, della voglia di farne parte, di entrarvi e collaborare, mentre si accontenta delle briciole.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Bernardino di VallOscura		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/12/18/un-deficit-teorico/#comment-55009</link>

		<dc:creator><![CDATA[Bernardino di VallOscura]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Dec 2006 17:00:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Niente di originale quello che qui riporto, ma appena l&#039;ho letto mi ha fatto venire in mente questo post
Un passaggio dell&#039;intervista a E.Krippendorff:

«Io personalmente tengo molto al principio della localizzazione della politica. Per innescare processi realmente democratici e partecipativi è necessario che le persone si riattivino intorno a temi ben definiti, in riferimento ai quali possono misurare l&#039;efficacia della loro azione politica, e che siano localizzabili su un territorio circoscritto. Il vero problema oggi è che per tutte le iniziative che si muovono in questa direzione non esiste pubblicità e risonanza nella sfera pubblica. Questo è il lavoro da fare» (in &quot;La democrazia deve ripartire dal locale&quot; ilmanifesto 16/12/06).

Sembra difficile...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Niente di originale quello che qui riporto, ma appena l&#8217;ho letto mi ha fatto venire in mente questo post<br />
Un passaggio dell&#8217;intervista a E.Krippendorff:</p>
<p>«Io personalmente tengo molto al principio della localizzazione della politica. Per innescare processi realmente democratici e partecipativi è necessario che le persone si riattivino intorno a temi ben definiti, in riferimento ai quali possono misurare l&#8217;efficacia della loro azione politica, e che siano localizzabili su un territorio circoscritto. Il vero problema oggi è che per tutte le iniziative che si muovono in questa direzione non esiste pubblicità e risonanza nella sfera pubblica. Questo è il lavoro da fare» (in &#8220;La democrazia deve ripartire dal locale&#8221; ilmanifesto 16/12/06).</p>
<p>Sembra difficile&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Pippo Baudo		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2006/12/18/un-deficit-teorico/#comment-55002</link>

		<dc:creator><![CDATA[Pippo Baudo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Dec 2006 15:41:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il deficit di memoria è più che evidente. Il richiamo ad alcuni testi fatto da Inglese non mi convince.Teniamo comunque ben presente che gli anni &#039;80/&#039;90 hanno rappresentato una sorta di getto di varechina su quello che si era fatto sin li. 
Cosa sono a livello di coscienza collettiva italiana i vari Bianciardi, Volponi, Ottieri o Balestrini se paragonati a Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Raffaella Carrà [perdonate il leggero fastidio..]. Ora il pavimento è tutto insaponato, si scivola..teniamoci stretti e accorti!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il deficit di memoria è più che evidente. Il richiamo ad alcuni testi fatto da Inglese non mi convince.Teniamo comunque ben presente che gli anni &#8217;80/&#8217;90 hanno rappresentato una sorta di getto di varechina su quello che si era fatto sin li.<br />
Cosa sono a livello di coscienza collettiva italiana i vari Bianciardi, Volponi, Ottieri o Balestrini se paragonati a Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Raffaella Carrà [perdonate il leggero fastidio..]. Ora il pavimento è tutto insaponato, si scivola..teniamoci stretti e accorti!</p>
]]></content:encoded>
		
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