Portraits (Orson Welles)

19 dicembre 2006
Pubblicato da

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Yvonne Baby
traduzione di Francesca Spinelli

Ho conosciuto Orson Welles quando era triste. Naturalmente era ben attento a indossare tutte le sue maschere, cambiandole a seconda della compagnia, recitando, inesauribile e autoironico, i ruoli dei suoi ruoli. Rideva, sopra le sue mani infantili e le bollicine di Dom Pérignon che offriva a tutti, bevendo acqua, aureolato di una tristezza assoluta e decisiva. Tristezza del cinema che finisce e non finisce – fenice che risorge dalle proprie ceneri -, tristezza della vita che lo tradisce, della malattia che lo espone e gli toglie le forze. Eppure resiste, e vuole girare ancora, resiste ma muore sulle orme di re Lear, muore, come scrive Shakespeare, “sulle ombre del suo dolore” (“the shadow of sorrow”).

Quella sera, in Francia, negli anni ottanta, guardiamolo, vivo. Quella sera il festival di Cannes gli ha affidato la serata di chiusura – Mi hanno pregato di essere il presentatore del circo, mi dice. Sul palco, Orson Welles accoglie i bagliori della sera e raccoglie, sovrano, il peso immateriale della gloria. Si ritira, ed io lo accompagno. Il suo palco è vuoto – sta dove non c’è la folla, tenendo Kiki, la sua barboncina nera, stretta contro la spalla. Attraverso i corridoi deserti il rumore della sala ci arriva appena, quando, di colpo, la porta del palco si apre per magia e appare Natassia Kinski. In un fruscio di taffetà rosso, Natassia Kinski s’inginocchia e, in silenzio, bacia la mano di Orson Welles. Orson Welles esiste, avrà pensato, è proprio lui che le ha sorriso, ed è proprio lei, Natassia Kinski, che ha osato avventurarsi quella sera, prima di scomparire, lieve, fervida, appagata.

Siamo tutti Natassia Kinski, pronti ad adorare Orson Welles, il capo, il maestro, l’ultimo nababbo. Ma torniamo a quegli anni ottanta, gli anni francesi di Orson Welles, che precedono la sua morte. La Francia, è vero, lo onora, lo decora – e già, ahimè ! lo commemora – ma la Francia gli nega anche i fondi per Re Lear, il film che desidera interpretare e girare in video, possibilmente subito, a Londra, oppure in Ungheria, o sulla costa dalmata – I set lì, dice, sono meno cari e molto moderni. Eppure Orson Welles è re Lear, e lo sarebbe nel suo film, “povero vecchio carico di dolori come d’anni” (“poor old man, as full of grief as age”) come lo descrive Shakespeare. Dopo Macbeth, Otello e Falstaff, Orson Welles conosce a memoria il percorso di Shakespeare. E, soprattutto, ha la cognizione del dolore, ha in testa le follie e la saggezza di tutti i teatri che frequenta e riprende da quando è giovane.

No, non riuscirà a girare Re Lear. Le leggende non sempre sono all’altezza della loro fama. Orson Welles sarà pure un genio, ma non porta più a termine le riprese dei suoi film – pensate a Don Chisciotte – e chi garantirebbe il suo final cut? Come se non bastasse, Orson Welles trascorre giornate intere al montaggio, per poi abbandonare le giornaliere e allontanarsi, ghermito dai lacci del suo passato E infine i soldi, ah! i soldi, che spende con magnificenza per gli invitati e per la gente del suo ambiente, e i conti sono spese che non lo riguardano. La verità è che Orson Welles non risponde alle leggi e ai calcoli del mercato. Tutti quelli che avrebbero potuto sostenerlo e difenderlo si tolgono la maschera, accecati dalla polvere nefasta delle leggende e, in fondo, poco interessati all’arte. Saranno in tanti a dubitare di Orson Welles, a negargli un futuro e a prolungare il suo esilio, sulla terra stessa delle sue scoperte, dove ha proiettato una luce che ancora oggi continua a illuminare il giovane secolo del cinema.

Conoscere Orson Welles, in quegli anni francesi, rappresenta un impegno. L’artista geniale racchiude un grande uomo e un grande cuore. La sua voce, così presente, così generosa, così profonda, spazza via i fallimenti e scaccia le mediocrità della vita quotidiana, la sua voce darebbe, restituirebbe umanità e coraggio a chiunque. Dai nostri incontri nascono moti di speranza. Bisogna andare di persona qui, e poi là, da un produttore a un ministro, fino a François Mitterand. E così Jack Lang, ministro della cultura, lo riceve nel suo ufficio, in rue de Valois. Ma lo scopo iniziale della visita cede il posto a quella che dev’essere stata una strepitosa performance teatrale e, quasi certamente, una vera e propria lezione di cinema. Con l’autoironia che lo contraddistingue, Orson Welles ci racconta che da Jack Lang non ha parlato dei suoi progetti cinematografici, ma ha abbozzato, come per gioco, l’idea di un’avventura intorno a Dumas, padre e figlio.

Una nuova speranza: sollecitare Steven Spielberg, che incontriamo a Los Angeles, all’epoca di E.T, e puntare sul suo appoggio da produttore, dato che – come tiene a precisare – ammira Orson Welles più di qualunque altro regista al mondo. Ma Steven Spielberg si sottrae: Non posso fare nulla per Orson Welles, ci dirà, perché in questo momento Orson Welles non ha abbastanza fame di cinema (He is not hungry enough)… Warren Beatty, che vedremo in seguito, si mostra da subito disponibile e affettuoso: accetta con gioia di essere la voce narrante del film Re Lear, come desidera Orson Welles. Naturalmente, aggiunge, la sua partecipazione sarà a titolo gratuito, Orson Welles non ha motivo di preoccuparsi.

Passeranno mesi. L’attesa ormai è una costante, la pazienza non ha più senso. Orson Welles non girerà il Re Lear né i Sognatori (The Dreamers), un film tratto da Karen Blixen di cui ha già scritto la sceneggiatura, quasi un libro. Decide quindi di anticipare la fine del suo soggiorno in Francia e di tornare in America, a Los Angeles, dove lo rivedremo nel 1985, nell’estate che precede la sua morte. Lo rivediamo nella sua villa bianca, in una camera che pare una cella, e a Ma Maison, un ristorante dove ha il suo tavolo, in disparte, in un’alcova in fondo alla sala. Cerca, per quanto possibile, di nascondere la malattia che lo consuma, tiene la cagnetta Kiki sulla spalla e non fuma più il sigaro. Le sue mani sono molto più affilate. Evita tutto ciò che riguarda il cinema, ci parla solo di una pubblicità giapponese per una marca di whisky – quella mattina ci sono state le riprese – una delle tante che servono a pagare le tasse e i debiti. Vuole riderne davanti a noi, perché quella risata è l’unica distanza possibile dalla sua stanchezza, dalla sua disperazione, e da quella famosa leggenda che gli appare sempre più rigida, che lo ha spogliato così presto e, troppo presto, lo seppellisce. Non leggerà la sua biografia, in corso di stampa: –

Anche quello che è vero non lo è mai del tutto, dice, e i ritorni al passato non lo interessano. Ora è lui che chiede, che consiglia, che consola: la sua voce, che ha mantenuto intatta un’allegra gravità, è come un balsamo. Nella penombra dorata di Ma Maison Orson Welles sembra eterno, come il gigante buono delle favole che fanno sognare i bambini. Poco dopo un ragazzo viene a prenderlo, e Orson Welles sale in una vecchia Oldsmobile, con gli alettoni ammaccati, ricordo lampo di James Bond. D’un tratto, il cinema di Orson Welles ha una nuova immagine: non è proprio da quella macchina incantata che potrebbe spuntare il vecchio Charles Foster Kane, stringendo tra le mani la sua sfera di vetro e agitando una polvere di stelle per farne dei sogni?

4 Responses to Portraits (Orson Welles)

  1. fk il 19 dicembre 2006 alle 18:47

    “Conoscere Orson Welles, in quegli anni francesi, rappresenta un impegno. L’artista geniale racchiude un grande uomo e un grande cuore.”

    Proprio vero, ne sono convinto anch’io. Bel pezzo.

  2. cara polvere il 21 dicembre 2006 alle 09:52

    non sono una traduttrice e la mia conoscenza d’inglese basta giusto per poter comprendere abbastanza bene un testo.
    assolutamente da profana, volevo comunque sottolineare lo stile elegante di questa traduzione ad un testo che ( per chi ama le biografie) è notevole.
    un saluto
    paola

  3. effeffe il 21 dicembre 2006 alle 10:04

    cara polvere
    il testo originario era in francese. Sarà sul prossimo Sud (n°8)con delle bellissime fotografie (dell’autrice con Orson Welles) assolutamente straordinarie. Francesca Spinelli, traduttrice dal francese e dall’inglese, fa parte insieme a Chris Altan, paola de Luca, Massimo Rizzante, Stefano Zangrando e ora anche Domenico Pinto, di un team di traduttori, quello di Sud, assolutamente fantastico. Se pensi che come gli autori, i fotografi, disegnatori, grafici, anche i traduttori lo fanno solo per amore della letteratura, ti renderai conto del miracolo…
    effeffe

  4. cara polvere il 21 dicembre 2006 alle 13:00

    @ a effe effe.
    grazie della precisazione.
    in realtà non mi sono preoccupata della lingua originale del testo, mancando certamente.
    mi servirà di lezione per la prossima volta.
    ringrazio anch’io quanti, con il loro lavoro non semplice di diffusione e traduzione, mettendosi a servizio delle loro conoscenze e delle loro ore di studio, contribuiscono a questo m i r a c o l o.
    sono d’accordo lo sia davvero.
    un saluto
    paola



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