La Voce, la Scrittura

20 dicembre 2006
Pubblicato da

di Marco Rovelli

 Questo scrittore ha una sua voce, si dice. E lo si dice appropriatamente, a mio parere. Nel canto, decisiva è l’intenzione. Ovvero, il come la voce è portata. Il come della voce: un come che fa meraviglia. Un non-so-che che fa la differenza.

In auto, ascoltiamo – velocemente – un cd di quelli comprati a un euro e novanta. Canzoni degli anni quaranta, Nilla Pizzi, Flo Sandons, eccetera. Poi, un cd di Rosa Balistreri. Ed è tutta un’altra cosa. Rosa, meravigliosa cantante della tradizione popolare siciliana, nata nella durezza della miseria, Rosa che porta nel suo canto la pietra e il sole.

La voce carica di emozioni di Rosa segue essenzialmente dei codici tradizionali, la cifra stilistica della propria tradizione. E dei codici segue anche Nilla (anche lei sa cantare). E’ come se fosse proprio di ambedue di inoltrarsi in un labirinto. (Il labirinto è il codice). Ambedue cresciute, educate a riconoscere dei segnali per avanzare nel labirinto. Il talento, allora, non è che l’abilità a riconoscere quei segnali, la sveltezza, l’agilità di destreggiarsi, per non perdersi, l’intuizione nel cercare soluzioni nuove: insomma, è questione di forza, di intensità.

Ma un labirinto – quello di Nilla – è angusto, asfittico, e ha pareti rosa e azzurre. L’altro è ampio, assolato, ha pareti di pietra, il cammino è aspro. E’ un labirinto che ha il dono del tremendo. E la sua ampiezza, ovvero la sua profondità (dacché la superficie è il profondo), fa sì che vi si inoltra ha la possibilità, come si dice, di andare più nel profondo. Il labirinto di Rosa ha una profondità materica impressionante. Si tratta della matericità delle cose, e del tempo.

Il disegno di un labirinto è la raffigurazione iconica di un mondo. La sua idea – come un geroglifico. La grande voce è quella che riesce a percorrerlo tutto, il labirinto, a rendere la forma compiuta (ma nel momento in cui si compie, si è ancora nell’incompimento: di più, a quel punto, si è nel vuoto). Per questo una grande voce è, essenzialmente, impersonale. Così come anche un grande scrittore. (Ci sono dunque gli elementi per una distinzione tra talento e genio).

L’intensità, la voce: come dirle? Come dire quell’emozione che colora una voce? Non è più questione di struttura, di tecnica: siamo oltre, e c’è di più, in gioco. Quel di più, forse, che la poesia prima di tutto, e più in generale la letteratura, tentano disperatamente di dire. Si tratta di un’urgenza espressiva che, nella scrittura, è ciò che fa sì che le parole dicano di più di quel che raccontano. Parole al limite, che si sporgono sul bordo. Parole, e storie, che designano un silenzio, una fenditura lavica, un fuoco. Icone del fuoco.

7 Responses to La Voce, la Scrittura

  1. Francesca il 20 dicembre 2006 alle 19:56

    Caro Marco,

    che bellezza che incanto avere un indiano aedo!

    Francesca

  2. Andrea il 21 dicembre 2006 alle 11:53

    ciao,
    io ho ascoltato e recensito un cd di Etta Scollo che canta il repertorio di Rosa. Gran bella musica.

    http://www.sentireascoltare.com/CriticaMusicale/Recensioni/2006/recensioni/ScolloEtta.html

    Andrea

  3. marco rovelli il 21 dicembre 2006 alle 13:08

    Grazie per il titolo di aedo, Francesca, ma mi accontenterei di quello di cantore…
    Quanto al pezzo, mi auguro si sia compreso che Rosa è un pretesto per parlare della scrittura, anzi: per mettere in figura ogni tipo di processo creativo, oltre la partizione arte/tecnica.

  4. enricodelea il 21 dicembre 2006 alle 17:48

    ricordo l’ultima Festa de l’Unità (1982) tenutasi a Casalvecchio Siculo, a nord di Taormina – qualcosa di davvero eccezionale (prima dell’implosione, a prescindere dal muro di Berlino, dell’allora PCI) – agosto, il fresco di una collina aperta sullo Jonio e la capacità miracolosa di riuscire a far giungere nel più sconosciuto dei paesi d’Italia, nella stessa settimana, Rosa Balistreri e poi Franco Trincale e ancora l’omerico Ignazio Buttitta, con le donne anziane, memori del fascismo padronale, a commuoversi ascoltando soprattutto Rosa ed Ignazio – Rosa, la “pampuina di l’aliva”, e donne che canta(va)no i “canti a dispettu” nei miei ricordi legati alla raccolta dele olive – l’inesausta, eppure morta ormai, creatività di un popolo…

  5. ponzio p. il 21 dicembre 2006 alle 19:53

    di franco trincale ecco “dove sta saddam”:

    (ballata scritta molto prima della cattura di Saddam)

    NON MI VOGLIO FERMARE

    PER LA PACE CONTINUO A CANTARE

    CONTRO CHI COI DOLLARI E LE ARMI

    HA CREATO MOSTRI E FANTASMI

    CONTRO CHI QUELLE “ARMI DI MASSA”

    VA “CERCANDO” E IL MONDO SCONQUASSA

    CHE ESPORTA LA DEMOCRAZIA

    DISTRUGGENDO LA UMANA POESIA

    QUEGLI INGLESI E AMERICANI

    CHE IL SADDAMM ALLOR VOLLERO ARMARE

    PER IL MOSTRO MANOVRARE

    NELLA GUERRA ALL’IRAN

    ….Fù nel 1981, che Saddam le armi chimiche usò

    contro il popolo, la sua stessa gente

    e migliaia di morti causò

    Ma nessuna democrazia, la sua voce allor levò

    …ANZI:

    a Detroit venne accolto, con festoso attestato

    e cittadino onorario, il Saddam fù nominato…

    OR LA STATUA DELLA LIBERTA’

    E’ GIOIOSA DI FELICITA’

    CON LE MANI SANGUINANTE

    E LA CACCA ALLE MUTANDE

    E LE MADRI E LE SORELLE

    DEI CADUTI A STRISCE E STELLE

    PIANGON LACRIME DI GLORIA

    ..E L’AMERICA FA’ LA STORIA

    ….E SOPRA LE MACERIE ROVENT

    CADONO IMPICCATI I MONUMENTI

    I BRONZI DEL SADDAM CHE QUA’ E LA’

    LO CERCANO MA DOVE NON SI SA’DOVE STA SADDAM

    LO CERCA LA CIA

    PE’ ACCHIAPPA’ SADDAM

    CHE MACELLERIA

    SPARA SPARA A SADDAM

    SADDAM STA …LLA’

    SPARA SPARA SADDAM

    SADDAM NUN CE STA’

    ….E I MISSILI AMERICANI

    LE BOMBE INTELLIGENTI

    AMMAZZANO GLI INGLESI

    NEI LORO SBARRAMENTI

    GLI IRAKENI LIBERATI

    FAN VENDETTE NELLE CITTA’

    E GLI ALLEATI TACITI

    LI LASCIANO SACCHEGGIAR

    FATE FATE FATE PURE

    SON CONTENTI GLI OCCUPATORI

    E COSI’ DA “LIBERATORI”

    SENZA L’ONU GOVERNERAN

    IL PETROLIO CAMBIA GESTIONE

    ED IL POPOLO IRAKENO

    AVRA’ PANE ED ISTRUZIONE

    DALL’AMERICA PADRON

  6. antonio sparzani il 21 dicembre 2006 alle 23:52

    “Per questo una grande voce è, essenzialmente, impersonale. Così come anche un grande scrittore. (Ci sono dunque gli elementi per una distinzione tra talento e genio).” Così scrivi. uhm, uhm, ehm, ehm, non capisco abbastanza. Il genio è quello che ha una grande voce impersonale? Intuisco che c’è qualcosa dietro a quell’impersonale, ma non so bene cosa, vuol dire universale? Che la capiscono tutti gli uomini e le donne del mondo? Dài, dimmi qualcosa di più. Grazie comunque del pezzo da cantore doc.

  7. marco rovelli il 22 dicembre 2006 alle 09:23

    caro Antonio, so che si apre un mondo multiverso, dietro a un concetto che si tenta di articolare, tutto da pensare… in ogni caso: non intendo “universale” quanto alla comprensione, ma proprio impersonale in quanto non è l’opera che appartiene all’artista, ma il contrario. Dico (ma vorrei che provassimo a dirlo insieme, “impersonalmente”), che l’opera d’arte non è frutto della creazione ex nihilo, o à la Schelling – a replicazione di Dio -, ma che essa in qualche modo preesiste all’artista. Il quale è un canale, un vettore, e ancora più precisamente un lettore. Il grande artista, allora, (il genio) conosce il codice, lo “sa” (sapore/sapere) meglio e più a fondo degli altri (conosce ogni snodo del labirinto, ogni impasse, ogni senso), e perciò è in grado di restituirlo “compiutamente”: ma nel compimento, come ognuno sa, dimora il minotauro, e il minotauro è il collasso stesso dell’itinerario; compiere il labirinto allora significa – al culmine dell’impersonalità – consegnarsi all’incompimento, significa cessare di appartenersi.



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