Cerca di ascoltare anche chi tace

25 dicembre 2006
Pubblicato da

di Sergio Garufi

Tutte le storie d’amore felici si assomigliano, ogni storia d’amore infelice è infelice a modo suo. Se sia il principio di individuazione, l’estrema consapevolezza di sé, a farci sentire estranei agli altri, o, più banalmente, se sia la snobistica arroganza del vittimismo a indurci a credere che il nostro dolore non possa essere condiviso, a impedirci di riconoscere la sostanziale identità del destino di ciascuno, questo Tolstoj non lo spiegò nella sua Anna Karenina. Come la scrittura ebraica, che non possiede vocali perché esse vanno integrate nell’atto della lettura, la grande letteratura è sempre un po’ sibillina, preferisce l’allusione all’espressione ed esige un interlocutore che colmi gli spazi vuoti e partecipi alla costruzione del senso dell’opera.

La passione per i libri e il dramma dell’olocausto fecero incontrare Paul Celan e Diet Kloos-Barendregt ai primi di agosto del 1949 a Parigi. A quel tempo lei era una giovane studentessa olandese in vacanza assieme a un’amica, e lui un promettente poeta e traduttore già autore di quel capolavoro che è Todesfuge. Entrambi reduci della furia nazista (lui scampò ai campi di concentramento e lei fu incarcerata per la sua attività nella Resistenza) e di dolorose separazioni sentimentali (lei era vedova di Jan Kloos, fucilato dai servizi segreti tedeschi; mentre lui si era da poco lasciato con Ingeborg Bachmann), Paul e Diet si conobbero sulla terrasse del Dupont, un caffè sul boulevard Saint-Michel, e il pretesto fu un libro: Mémoires d’un âne, di Sophie de Ségur, che lei aveva appena acquistato da un bouquiniste sulla Senna.

Le modalità dell’incontro ricordano molto quelle fra Céline e la ballerina americana Elizabeth Craig, avvenuto in Svizzera più di vent’anni prima. Anche qui galeotto fu un libro, e anche in questo caso la relazione fu breve, intensa ed estremamente proficua per lo scrittore. Forse, al di là delle differenze di età, di nazionalità e di professione, queste due donne appartenevano entrambe alla ristretta ed eletta categoria delle Muse, la cui funzione precipua non è tanto quella di rendere felice il poeta, bensì quella di ispirarlo, dettandogli le pagine immortali che sopravvivranno al loro rapporto e alla loro stessa vita. Perché le muse non muoiono, e anche quando lasciano il poeta, sposano altri uomini, rientrano nei ranghi della vita e di quell’amore dimenticano tutto o conservano solo vaghi ricordi, il loro nome resterà per sempre associato al canto che hanno stimolato.

Cerca di ascoltare anche chi tace (Archinto, 15 euro, pagg.115) è il titolo del piccolo e prezioso volume che raccoglie il carteggio fra Paul Celan e Diet Kloos, composto da dodici lettere corredate da alcune foto, un bel saggio introduttivo e un pregevole commento finale dei curatori Paul Sars e Laurent Sprooten. Se si considera che la relazione durò un anno, non si può certo affermare che la loro corrispondenza fu particolarmente fitta. La responsabilità maggiore è di Celan, che in una di queste lettere si definisce “epistolografo indolente”, e tuttavia la prega con insistenza di essere “indulgente”, di continuare a scrivergli anche quando sembra starsene zitto. Non si tratta unicamente della sua proverbiale afasia. Le lettere sono prive di espliciti riferimenti ai travagli editoriali del giovane poeta, compreso il difficile rapporto, che inizia proprio in quel periodo, con lo scrittore ebreo alsaziano Yvan Goll e soprattutto sua moglie, ma vi compare qualche timido e significativo accenno “all’opprimente andar d’attorno per il mondo del pane quotidiano”. Egli è consapevole di trovarsi a un punto cruciale della sua esistenza, “il punto in cui mi scindo da me stesso, Dio solo sa a che scopo”; come quando accenna alla linea della vita della sua mano, che “s’interrompe due volte”.

Diet è la confidente ideale, perché come lui ha fatto l’esperienza del dolore, l’unica che consente di raggiungere un livello di coscienza più alto. Non mancano naturalmente allusioni in codice all’intimità sessuale, momenti di struggente lirismo (“di veli sottilissimi è fatto il cielo notturno sopra Parigi: ti chiude gli occhi con un soffio, e Sesamo si apre”), timidi slanci di fiducia nell’avvenire (“in fondo sono anche uno che, se svolta all’angolo di una strada, spera di trovare un piccolo arcobaleno”) e preghiere di comprendere i suoi lunghi silenzi, perché lui “vorrebbe avere voce, farsi sentire, solo che ancora non ci riesce”.

La pazienza di Diet per quel giovane uomo tormentato non durò a lungo. L’esile filo di queste poche lettere non bastò a tenere insieme il rapporto a distanza, e un anno dopo il loro primo incontro Diet e Paul si lasciarono. Il mesto epilogo è per certi versi simile a quello del film Come eravamo, interpretato da Barbra Streisand e Robert Redford. Diet infatti torna nel 1953 a Parigi per motivi di studio e si reca all’albergo di Paul in rue des écoles per rivederlo un’ultima volta, ma lo scorge solo fuggevolmente e da lontano, mentre sta entrando in compagnia di una donna, con ogni probabilità la disegnatrice grafica Gisèle de Lestrange, che aveva conosciuto sùbito dopo la loro separazione e sposato alla fine dell’anno precedente.

Queste lettere di Celan, così come i suoi celebri versi, sembrano scaturire dall’afasia, da un linguaggio che anela al silenzio. Le sue parole non sono fatte per nominare le cose, ma per accomiatarsene, per tributargli l’ultimo pietoso omaggio. Forse Paul vide in Diet solo un’occasione per esprimersi e confidarsi con qualcuno che era in grado di capirlo, e le suppliche di continuare a scrivergli nonostante i suoi silenzi avevano lo scopo di mantenere aperto quel dialogo, ma di mantenere intatte anche le distanze che li separavano. Si potrebbe insomma supporre che il suo carteggio mirasse in realtà a scongiurare la presenza fisica dell’interlocutrice, a contenere l’urgenza di vita che lei incarnava, a generare il vuoto in cui far maturare l’opera. E cioè, in sintesi, a trasformare una donna in una musa.

16 Responses to Cerca di ascoltare anche chi tace

  1. a.b. il 25 dicembre 2006 alle 12:01

    Sergio, quanto sei letterato (astratto) nel leggere. La musa, la distanza, il “linguaggio che anela al silenzio”, tutto l’armamentario per fare un po’ di effetto, per essere alti (ancora: astratti, noiosi). In realtà se si legge l’epistolario brevissimo, si scopre semplicemente che a Celan piaceva questa donna, ma gli piaceva molto di più il suo lavoro, dove butta ogni risorsa. Ne risulta che usa il suo charme straordinario per avvicinarla a sé, finché la cosa lo disturba, allora per riprendere distanza elegantemente si autodefinisce “sbalestrato”, e le scrive la frase che dà il titolo al libro “Devi cercare di ascoltare anche chi tace, Diet: egli vorrebbe avere voce, farsi sentire, solo che ancora non ci riesce” confondendo il piano umano della comunicazione con una donna che aveva sofferto e quello artistico. Le lettere che invia sono bellissime, ma dirette evidentemente a se stesso o per mostrare se stesso, tant’è che include poesie. Ora se il suo linguaggio anelasse al silenzio e al commiato, semplicemente non avrebbe inviato i suoi lavori a Diet.
    Dello stesso editore è uscito un libro di lettere di Ortese a Prunas, anche questo davvero bello. Nonché carissimo: 16 euro per 150 pagine.

  2. a.b. il 25 dicembre 2006 alle 12:24

    Ah, una curiosità, il galante Celan porta Diet ad ascoltare un concerto di Gordon Heath che canta tra l’altro uno spiritual, Jacob’s ladder. Celan lo ricorda nella seconda lettera. Be’, questo incontro musicale lega Celan a Bruce Springsteen che canta Jacob’s ladder nelle Seeger Sessions, con la parte del coro riscritta da Seeger.
    Quando l’arte popolare è grande, rimane intatta nel tempo e unisce.

  3. fk il 25 dicembre 2006 alle 13:58

    Celan ascoltava spesso Bruce Springsteen, lo sanno tutti.

  4. Vastano il 25 dicembre 2006 alle 15:21

    Magnifica recensione, complimenti Garufi. Anch’io lessi quel libriccino più di un anno fa, ed ebbi le stesse impressioni tue. Un’unica obiezione, riguardo al principio di individuazione. A me non sembra giusta la contrapposizione fra il bisogno di distinguersi (individualizzarsi) e il desiderio di annullarsi (appartenere a un gruppo). Sono due azioni legate fra loro, no?

    p.s. Buon Natale!

  5. a.b. il 25 dicembre 2006 alle 15:46

    Come sei capzioso. Mica ho scritto che Celan metteva su The river. Ho detto soltanto che uno spiritual ha suscitato ammirazione in due persone che non si sono mai conosciute e lontanissime per esperienza di vita. Questo perché è davvero arte popolare e secondo me universale.
    Poi se a voi questi discorsi sembrano strani, beh, non ci posso fare niente, magari esiste una pillola analoga al viagra che sviluppa curiosità e meraviglia.
    State bene, e non separate troppo la vita del letterato dalla vita.

  6. sergio garufi il 25 dicembre 2006 alle 16:20

    @vastano

    dici bene, non esiste questa contrapposizione netta. l’essere umano non è mai un essere puramente individuale come non è mai un essere puramente collettivo. questa duplice tendenza regge e bilancia ciascuno di noi, perché solo rinunciando a una parte del nostro io assoluto in favore di altri individui possiamo salvaguardare la nostra specificità. pensa agli amish, ossia alla possibilità per un singolo di costruirsi un’identità e un’autonomia entrando a far parte di un gruppo indifferenziato. o le caste indiane, dove la chiusura verso l’esterno è ottenuta mediante una netta omogeneità all’interno. nella società di massa attuale è più evidente la tendenza centrifuga, ma solo perché il bisogno di distinguersi cresce in rapporto all’estensione della cerchia sociale in cui si è inseriti. walter siti spiegava che la volontà di affermarsi mediaticamente, di diventare “personaggio” e cessare di essere “persona”, viene sollecitata non solo dai benefìci materiali che questa condizione comporta (soldi, fama, successo), ma dal maggior spessore che si acquisirebbe uscendo dall’anonimato; salvo infine rendersi conto che il “personaggio” è una maschera imposta quanto quella della “persona”, e che il condizionamento sociale che ne favorisce l’affermazione non è meno pesante di quello che subisce il disprezzato uomo-massa.

  7. vera blau il 26 dicembre 2006 alle 11:28

    Una delle più belle poesie di Gottfried Benn s’intitola ” Blaue Stunde”.
    I protagonisti sono tre: un vecchio poeta, una bella donna e l’immancabile terzo.
    Il poeta e la donna s’incontrano in quella misteriosa “ora blu”. Ci sono tutti i requisiti : il crepuscolo, le labbra della donna, rosse, la sua carne bianca e naturalmente una rosa – eine spaete Rose … Come solo nella poesia, il loro incontro si svolge fuori dal tempo, ossia : l’attimo nell’attimo trionfa sul tempo e rende eterno l’utopia della copia.

    Fuori dalla vita incvece…

    In una lettera al suo amico Oelze, Benn racconta senza inibizioni il retroscena di quel ora blu:
    La donna, nella vita, fu una cameriera piuttosto volgare in una di quelle bettole popolari che Benn amava frequentare. L’uomo – nella poesia poeticamente chiamato ” l’altro”, fu un venditore di formaggi che, ingelosito, aveva cercato di mettere le mani addosso all’anziano poeta.

    Benn non solo ammette l’assoluta banalità del vissuto, ma sembra addirittura divertito dall’abissale ambiguità.

    Per me, Sergio, l’eterna storia del poeta e la sua musa dovrebbe rimanere nel regno della mitologia. Scolpita in una roccia come the four faces of the presidents…

    Perché nella vita uno dei due grandi amanti deve sempre prendere il treno delle otto, mentre l’altro, la stessa sera, purtroppo ha ‘assemblea annuale del suo condominio. Solo l’eterno venditore di formaggio è sempre uguale a sé stesso. Vende formaggi. Per tutti secoli dei secoli.

    Un melanconico saluto dalla tua amica Vera Blau…

  8. a.b. il 26 dicembre 2006 alle 12:46

    Mi dissocia da questa separazione tra vissuto e arte che propone Vera Blau. Per carità!
    Parafrasando il titolo di un libro di Fabro: Arte torna vita!
    Ragazzotti, ma non vi sembra grottesco portare avanti certi discorsi in un topic dedicato a un poeta che sosteneva l’equivalenza tra poesia e stretta di mano?

  9. esterhazy il 26 dicembre 2006 alle 15:52

    …francamente gli interventi di a.b. mi sembrano contraddittori. Se il vissuto e l’arte non sono separabili, perché vedere nelle lettere di Celan una dimostrazione di letterarietà, astrattezza, incapacità – mi pare – a comunicare sul piano umano con una donna. Anche in esse , egli non è altro che se stesso, ubbidisce al suo modo di essere,e non a un artificio letterario. Mi chiedo come mai a un certo tipo di personalità venga sempre più spesso attribuita questa etichetta di “letterario”, con una sottintesa connotazione di innaturale, artificioso, narcisista e persino opportunistico…

  10. michele il 26 dicembre 2006 alle 20:24

    Una approssimazione per difetto, quella dell’essere. La tendenza è centripeta e al contempo è opposta (non qualificabile per via delle approssimazioni e dei difetti). Il “nostro poveretto (io) semi sconosciuto”, tirato per giacchetta e volentieri preso a calci pure dal nostro immagginarci (Superman, eroi o solamente resti di questi (pure questi diventano film di un film del conscio). Pare un calendoscopio. Il più lucido sta zitto. (gli spazzi bianchi, il Midrash dell’uomo colto che si affanna a trovarsi, vedremo)

  11. a.b. il 26 dicembre 2006 alle 23:10

    La tua premessa, Esterhazy, è sbagliata: il vissuto e l’arte SONO separabili. Li separa purtroppo, quando l’arte è scrittura, il “letterato”, che si crea così il suo bozzolo narcotico, e produce sonnolenza nel leggerlo. Se un artista pensa che poesia e stretta di mano siano la stessa cosa, cercherà di attraversare l’esistenza in qualche modo con quello che produce. Celan purtroppo non stringe molto la mano a Diet in queste lettere, però le lettere, essendo più che comunicazione sullo stesso piano con una creatura che soffriva come lui, frammenti di poetica, intuizioni, poesie e cose così, ed essendo Celan un grandissimo poeta, hanno un valore più che umano artistico. Da qui anche un po’ di delusione mia, ovviamente per colpa mia.

  12. Luminamenti il 27 dicembre 2006 alle 07:28

    Provate a porgere una mano a chi si sia smarrito fra oscure ossessioni, paure, angosce, vi accorgerete, insegna Jung, che per guarirlo si dovrà fargli sacrificare la sua personalità inferma a un’istanza che non è affatto la morale collettiva e neanche un qualche istino, bensì un’identità superiore, lui stesso (Selbst) liberato dal “collettivo” e tuttavia non più legato al suo io.
    L’identità superiore è insieme la più perfetta individuazione e la più ampia universalità e comicità.
    PRINCIPIO di INDIVIDUAZIONE
    Jung arriva a questa conclusione per diverse vie, ma soprattutto esaminando minuziosamente le parti della vecchia Messa romana comparandola alla bizantina e alla mozarabica, dimostrando che essa non si scosta dal modello universale di guarigione psichica: narrava infatti che l’io (il Figlio) era offerto in olocausto all’identità superiore (il Padre) pur essendo essi Uno solo; la loro unità si era come sdoppiata per attuare quindi il sacrificio che li riconduceva a unità.
    Ad analoghe conclusioni o molto prossime arriva Shizuteru Ueda nella’analisi del pensiero mistico di Meister Eckhart.

  13. Luminamenti il 27 dicembre 2006 alle 07:28

    PRINCIPIO di INDIVIDUAZIONE
    Provate a porgere una mano a chi si sia smarrito fra oscure ossessioni, paure, angosce, vi accorgerete, insegna Jung, che per guarirlo si dovrà fargli sacrificare la sua personalità inferma a un’istanza che non è affatto la morale collettiva e neanche un qualche istino, bensì un’identità superiore, lui stesso (Selbst) liberato dal “collettivo” e tuttavia non più legato al suo io.

    L’identità superiore è insieme la più perfetta individuazione e la più ampia universalità e comicità.

    Jung arriva a questa conclusione per diverse vie, ma soprattutto esaminando minuziosamente le parti della vecchia Messa romana comparandola alla bizantina e alla mozarabica, dimostrando che essa non si scosta dal modello universale di guarigione psichica: narrava infatti che l’io (il Figlio) era offerto in olocausto all’identità superiore (il Padre) pur essendo essi Uno solo; la loro unità si era come sdoppiata per attuare quindi il sacrificio che li riconduceva a unità.
    Ad analoghe conclusioni o molto prossime arriva Shizuteru Ueda nella’analisi del pensiero mistico di Meister Eckhart.

  14. a.b. il 27 dicembre 2006 alle 10:05

    Celan però che è diventato artista (le pagine dell’epistolario non sono un vero dialogo con Diet ma sicuramente testimoniano del suo travaglio per imparare a esprimersi) e dunque dovrebbe aver raggiunto un'”identità superiore” non si salva, l’identità malferma quando ha voluto l’ha richiamato. Siamo sicuri che è possibile “sacrificare” un’identità?

  15. michele il 27 dicembre 2006 alle 11:41

    Non si sacrifica una identità, perchè questa è solo idea, “l’idea di una identità”(alquanto infantile e pretestuosa), si “sacrifica” (nella parola già destino) il sacrificio. O meglio il ridicolo (per me) è l’affermazione dell’atto come fatto, come evento, come possibilità di una idea di identità. Invece è solo tentativo e finzione di coscienza. La complessità non è individuabile (grazie a Dio) è li e li rimane a dispetto dei tentativi umani o umanoidi. Berhard (si parlava di Jung) “discepolo” che supera il maestro, Taoiza e presuppone entelechie (berhardiane e non aristoteliche) infinite e relative. (peraltro Manganelli- Fellini senza Berhard sono inconcepibili) L’insuperabile dualismo, è, ma è anche idea, convincimento di questo. Rimane appunto il convincimento come associazione (che sia questa di “tipo introversa o estroversa” non ha importanza) e negando il pensiero fatto convinzione in associazioni (eliminazione di tutte le pluralità) si concepisce quella Docta Ignorantia del Cusano che da li in poi in un correndo elabora (in base scientifica) il non Tolemaico. Ma rimane, credo, quella idea (o Ombra) di centricipità tolemaica, ombra che è anche forse causualità (ammesso che esista la causualità: forse siamo tutti assortiti e combinati come cariche posit. e negat.) come influenza come esperienza di “uso” di cultura tolemaica millennaria che ci fa concepire l’uomo anche come saqcrificio, (società la nostra del suicidio, religione del suicidio, idea questa naturalmente negata con forza dogmatica, ma altrimenti con buon senso sarebbe un termine proprio) Insomma a dirla alla Musil “sono gli ideali che fanno a pezzi l’idea”, ed allora si torna al punto di partenza, ammesso poi che esista un punto da dove partire. Il principio orientale del vuoto come massima espressione del divenire pare che sia alle porte, e non da poco tempo. Sarà quella la nuava idea?

  16. Luminamenti il 27 dicembre 2006 alle 17:44

    Quanto detto sul sacrificio dell’identità è la posizione dichiarata da Jung e sarei tentato nel concordare con Michele quando dice che è idea di un’identità. Questo però poco sposta, giustamente dal punto di vista di un psicoterapeuta (perché Jung era anche questo), il cosa si deve fare nei confronti di chi si è smarrito. Il resto, cioè il fatto di possedere un’identità che sarà probabilmente infantile (non sarei però tanto d’accordo sulle qualità della categoria “infantile” da addossare all’identità. Mi sembra che l’infante sia ancora abbastanza salvo dall’identità) e pretestuosa ma che non mi sembra che l’attuale civiltà abbia deposto, anzi il contrario, il resto dicevo, rimane come problema di una determinazione dell'”idea” come sostanza. La sostanzialità del soggetto è stata confutata da Kant ma è poi tornata sotto vari travestimenti. Ma per risolvere il problema della sostanza dell’idea o di qualsiasi altro oggetto della conoscenza (perché anche il soggetto della conoscenza deve essere posto come oggetto della conoscenza) è necessario risolvere la questione della rappresentazione ( e c’è chi l’ha posto con grande profondità in termini di ri-presentazione, rievocazione) e le sue espressioni prime e seconde. Già Spinoza affronta il problema della sostanza destando sospetti. Con Descartes poi lo snaturamento è totale e viviamo ancora sotto la sua deriva. E ancora oggi molti filosofi contemporanei usano la parola sostanza (usìa), mantenendo l’impianto teoretico di Aristotile ma stravolgendolo, dato che sostanza è in Aristotile un predicato, categoria. Ora se sostanza è anche un termine discorsivo esso stesso è in quanto rappresentazione un’espressione
    di qualcosa, così può considerarsi come sostanza.
    E non è forse vero che gli psicoterapeuti attribuiscono alla parola capacità taumaturgiche e sofrologiche proprio perché anche senza saperne nulla di filosofia le attribuiscono il potere di una sostanza? (sebbene ritenga che in genere non sono le parole dello psicoterapeuta quelle più adatte alla guarigione)



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