Repetita Iuvant / Giorgio Agamben vs Amnistia

25 dicembre 2006
Pubblicato da

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Erano alcune settimane che avevo voglia di dire anzi urlare:no. Da più parti mi arrivano segni – sintomi?- addirittura libri, di Restaurazione. Scrittori , peraltro stimati, partecipano all’ambaradan dello scandalo gridato sui giornali e provocato dalla rimessa in libertà dopo trent’anni di galera – e mi chiedo quante settimane, giorni, ore, minuti facciano trent’anni – di ex terroristi. Ho sempre lottato per l’amnistia, e ho partecipato a manifestazioni, incontri, firmato appelli, quello per Cesare Battisti o Paolo Persichetti, per Toni Negri o Scalzone (Oreste).
E non si hanno nemmeno prove concrete del loro pentimento– essi scrivono. La parola pentito mi addolora, quando non è uno stato interiore, un sussurro o un grido, da sè a sè, e diventa invece la prova fondante della buona coscienza, magari da dire in conferenza stampa, davanti a un giudice o a Porta a Porta
Il pentimento non fa parte dello stato di diritto. Come diceva un filosofo, non Marx, la legge morale dentro di me
Per questo Natale ho un solo sogno: Amnistia, e un cielo stellato, fuori, di tutti. Vittime e carnefici.
Francesco Forlani

Cattive memorie
di Giorgio Agamben

La classe politica italiana rifiutando l’ipotesi dell’amnistia per i reati degli anni di piombo si condanna al risentimento: ciò che dovrebbe essere oggetto di indagine storica viene trattato come un problema politico di oggi.
Come molte categorie e istituzioni delle democrazie moderne, anche l’amnistia risale alla democrazia ateniese. Nel 403 avanti Cristo, infatti, dopo aver abbattuto la sanguinosa oligarchia dei Trenta, il partito democratico vincitore prestò un giuramento in cui si impegnava a “deporre il risentimento” (me mnesikakein, letteralmente “non ricordare i mali, non aver cattivi ricordi”) nei confronti dei suoi avversari. Così facendo, i democratici riconoscevano che vi era stata una stasis, una guerra civile e che era ora necessario un momento di non-memoria, di “amnistia” per riconciliare la città. Malgrado l’opposizione dei più faziosi, che, come Lisia, esigevano la punizione dei Trenta, il giuramento fu efficace e gli ateniesi non dimenticarono l’accaduto, ma sospesero i loro “cattivi ricordi”, lasciarono cadere il risentimento. Non si trattava tanto, a ben guardare, di memoria e di dimenticanza, quanto di saper distinguere i momenti del loro esercizio.

Rimozioni
Perché oggi in Italia è così difficile parlare di amnistia? Perché la classe politica italiana, a tanti anni di distanza dagli anni di piombo, continua a vivere nel risentimento, a mnesikakein? Che cosa impedisce al paese di liberarsi dai suoi “cattivi ricordi”? Le ragioni di questo disagio sono complesse, ma credo si possa rischiare una risposta.

La classe politica italiana, salvo alcune eccezioni, non ha mai ammesso apertamente che vi sia stata in Italia qualcosa come una guerra civile, né ha concesso che il conflitto degli anni di piombo avesse un carattere genuinamente politico. I delitti che sono stati commessi in quegli anni erano quindi e restano reati comuni. Questa tesi, certamente discutibile sul piano storico, sarebbe, tuttavia, pur sempre legittima se non fosse smentita da una contraddizione evidente. Poiché, per reprimere quei reati comuni, quella stessa classe politica ha fatto ricorso a una serie di leggi eccezionali che limitavano gravemente le libertà costituzionali e introducevano nell’ordinamento giuridico principi che erano sempre stati considerati a esso estranei. Quasi tutti coloro che sono stati condannati, sono stati inquisiti e processati in base a quelle leggi speciali. Ma la cosa più incredibile è che quelle leggi sono tuttora in vigore e gettano un’ombra sinistra sulla vita delle nostre istituzioni democratiche. Noi viviamo in un paese che si pretende “normale”, nel quale chiunque ospiti in casa propria un amico senza denunciarne la presenza alla polizia è passibile di gravi sanzioni penali.

Lo stato di eccezione larvato in cui il paese vive da quasi vent’anni ha così profondamente corrotto la coscienza civile degli italiani, che, invece di protestare e resistere, essi preferiscono contare sull’inerzia della polizia e sull’omertà dei vicini. Sia lecito ricordare – senza voler con questo stabilire nient’altro che un’analogia formale – che la Verordnung zum Schutz von Volk und Staat, emanato dal governo nazista il 28 febbraio 1933, che sospendeva gli articoli della costituzione tedesca che concernevano la libertà personale, la libertà di riunione, l’inviolabilità del domicilio e il segreto epistolare e telefonico, restò in vigore fino alla fine del Terzo Reich, cioè per tredici anni; le nostre leggi eccezionali e le disposizioni di polizia con esse connesse hanno largamente superato questo limite.

Risentimento
Non sorprende, allora, che la nostra classe politica non possa pensare l’amnistia, non possa deporre i propri “cattivi ricordi”. Essa è condannata al risentimento, perché in Italia l’eccezione è veramente divenuta la regola e paese “normale” e paese eccezionale, storia passata e realtà presente sono diventati indiscernibili. Di conseguenza, ciò che dovrebbe essere oggetto di memoria e di indagine storica, viene trattato come un problema politico presente (autorizzando il mantenimento delle leggi speciali e della cultura dell’emergenza) e ciò che dovrebbe essere oggetto di una decisione politica (l’amnistia) viene invece trattato come un problema di memoria storica. L’incapacità di pensare che sembra oggi affliggere la classe politica italiana e, con essa, l’intero paese, dipende anche da questa maligna congiunzione di una cattiva dimenticanza e di una cattiva memoria, per cui si cerca di dimenticare quando si dovrebbe ricordare e si è costretti a ricordare quando si dovrebbe saper dimenticare. In ogni caso, amnistia e abrogazione delle leggi speciali sono le due facce di un’unica realtà e non potranno essere pensate se non insieme. Ma per questo sarà necessario che gli italiani riapprendano il buon uso della memoria e dell’oblio.

pubblicata sul Manifesto il 23 12 1997

22 Responses to Repetita Iuvant / Giorgio Agamben vs Amnistia

  1. tashtego il 26 dicembre 2006 alle 09:01

    è vero.
    la questione del terrorismo, con tutti i suoi numerosi sotto-temi è come un misuratore di “stato di civiltà” all’oggi, del Paese.
    un Paese cattolico di centro-destra con sopra sottile vernicetta di centro-sinistra.
    tra l’altro, non riesco a spiegarmi come possa avere validità giuridica un concetto come quello di “pentimento” che confonde etica personale, giustizia ed etica civile.

  2. Ast il 26 dicembre 2006 alle 10:19

    mi chiedo e vi chiedo: ma davvero sono ancora in vigore le leggi speciali che richiedono tra l’altro la denuncia alla polizia dei propri amici ospiti e altre cose assurde? poiché questo testo è del 97, qualche dubbio mi viene e spero di no, altrimenti… siamo proprio messi male… e non lo sappiamo!

  3. Cristoforo Prodan il 26 dicembre 2006 alle 10:27

    Non ho vissuto gli “anni di piombo” in prima persona, ma mi sono reso conto anch’io che c’è stata una sorta di rimozione di un fenomeno politico e militare che è durato quasi vent’anni. La lotta armata delle Brigate Rosse, decisamente il fenomeno più rilevante, abbraccia un periodo che va dal 1970 a quasi il 1990, con le sue varie trasformazioni e divisioni successive: dalle BR propriamente dette, alle varie BR-Walter Alasia, BR-Partito Guerriglia, BR-Per la Costruzione del Partito Comunista Combattente. Ma parecchi altri sono stati i movimenti della cosiddetta “sinistra extraparlamentare” usciti dal “movimento del ’77”, come pure i gruppi più ideologicamente inquadrati, quali Potere Operaio e Autonomia Operaia, che, in fome diverse, si sono resi partecipi di azioni di lotta armata o di attività di fiancheggiamento alla lotta armata. Una storia complessa, fatta di azioni politiche, di lotta armata, di leggi speciali, di repressione, e di torture nelle carceri. Un fenomeno che non può essere liquidato con una semplice rimozione e una frettolosa cancellazione delle impronte digitali da piatti e bicchieri.
    La cosa che stupisce è che i principali dirigenti della sinistra ex-PCI, dalle cui fila venivano parecchi dei protagonisti di questa storia, sono stati i primi ad adottare una politica della rimozione. Si legga ad esempio il capitoletto dell’ultimo libro di Pietro Ingrao (“Volevo la luna”, Einaudi, 2006), che al tempo del sequestro Moro era presidente della Camera dei Deputati, in cui il fenomeno viene liquidato quasi cadendo dalle nuvole e riproponendo la vecchia e superata tesi del complotto diretto da un fantomatico “grande vecchio” straniero.
    La riconquista della civilità giuridica in questo paese non può non passare attraverso una seria analisi storica e politica di quegli anni da parte dei principali partiti della sinistra italiana.

  4. Il Treno a Vapore il 26 dicembre 2006 alle 17:35

    Amnistia? E per chi? Chi c’è ancora in galera degli anni di piombo?
    E come mai quelle “galere”, ove ancora fossero, turbano gli intellettuali?
    E’ tutto semplice: si fa qualcosa, se è fuorilegge e si è scoperti si è sottoposti ad una pena. Tutto qui. Cosa c’è da rivedere? E’ così semplice, o no?
    Valgono le “intenzioni”? Ognuno ha “buone intenzioni”, almeno per sè, sempre: non ha “buone intenzioni” un pedofilo? Od un razziatore di organi infantili? Hanno ottime intenzioni, ma non per la legge.

    Non mi commossi allora, io c’ero e già con buoni anni, e non mi commuovo oggi. Escano pure, non mi turba, e non mi turba il contrario. Non fu cattivo destino, ma scelta.

    @ cristoforo prodan
    “seria analisi storica e politica di quegli anni da parte dei principali partiti della sinistra italiana.”

    E che vuole che dica questa povera sinistra? Non credo abbia rimosso alcunché, tutto si ricorda e tutto insieme si ridimensiona. Se fu tragedia, e lo fu, fu solo per i morti. Per il resto, una farsa fuori dalla storia, inevitabilmente sconfitta, inevitabilmente stupida. Nelle cose politiche il massimo della stupidità è la non comprensione del tempo che si vive.

    Mario

  5. tashtego il 26 dicembre 2006 alle 18:37

    da wikipedia:
    La cosiddetta emergenza terrorismo provoca una moderata involuzione in senso poliziesco dello stato italiano, con una diminuzione delle libertà costituzionali ed un ampliamento della discrezionalità delle forze di polizia. L’ampliamento del ricorso ai reati associativi o di pericolo presunto, fu l’ossatura normativa di un’emergenza che poi in Italia non è mai terminata, saldandosi infine con l’evoluzione sicuritaria post 11 settembre 2001.

    Emblematica è in questo senso la legge Reale (n. 152 del 22/5/1975), che in pratica autorizzava la polizia a sparare nei casi in cui ne ravvisasse la necessità, ma risponde al desiderio di protezione e sicurezza dei cittadini. La legge fu approvata a grande maggioranza dall’opinione pubblica. Tuttavia, non essendo tale favore unanime, fu sottoposta a referendum, attuato l’11 giugno 1978, risultando il 23,5% dei votanti per l’abrogazione, il 76,5% per il mantenimento.
    Nel 1978 seguirà l’istituzione di corpi speciali con finalità antiterrorismo: il GIS (Gruppo Intervento Speciale) dei Carabinieri ed il NOCS (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza) della Polizia.
    Nel 1980 viene emanata la cosiddetta “legge Cossiga” (legge n.15 del 6 febbraio) la quale prevede condanne sostanziali per chi venga giudicato colpevole di “terrorismo” ed estende ulteriormente, secondo alcuni in modo incostituzionale, i poteri della polizia.
    La legge fu approvata a grande maggioranza dall’opinione pubblica. Tuttavia, non essendo tale favore unanime , la legge fu sottoposta a referendum, attuato il 17 maggio 1981, risultando il 14,9% dei votanti per l’abrogazione, il 85,1% per il mantenimento.

  6. franz krauspenhaar il 26 dicembre 2006 alle 20:30

    Anch’io grido NO.
    Lo grido tre volte: NO NO NO.
    Lo grido disperatamente.
    30 anni di galera NO. Sono troppo pochi.
    Questi non dovrebbero uscire. MAI PIU’.
    M A I P I U’.

    Un caro saluto a Treno a Vapore.

  7. enricodelea il 26 dicembre 2006 alle 21:31

    nessun NO, anzi un sonoro e chiaro SI’ all’amnistia per una generazione, per coloro che, sostanzialmente sprovvisti di alcuno strumento culturale, caddero (in)consapevolmente nella spirale avvincente del ribellismo rosso o nero – per un puro caso chi scrive, ebbe la fortuna di non cadervi (Salvemini, Rosselli, Silone, etc. e non Lenin o Che Guevara, e un padre del … PCI, che mi mise in mano la Costituzione, come una Bibbia laica, e per il quale “socialismo” era una scelta di valore etico e non affaristico), ma altri non ebbero tale fortuna… ergo, un po’ di sana pietas…

  8. effeffe il 26 dicembre 2006 alle 22:53

    Lettera a un indiano da un indiano

    Carissimo Franz mi addolora saperti contro, e sapere che sono molti quelli, anche miei amici che come te insorgono contro l’unica via praticabile per quanto “inattuale”, come chiusura per sempre del capitolo “anni di piombo” .
    Una via quasi Inattuale ora, visto che lo stato, uno Stato forte, avrebbe dovuto cacciare le palle almeno sette anni fa, quando in occasione del Giubileo, e se non erro con un governo di centro sinistra, il provvedimento, fortissimamente voluto anche dal papa, naufragò.

    Quando ci furono gli ultimi due omicidi, quello di D’antona e di Biagi, ricordo ancora lo sgomento che percorse gli animi di tutti, e mentirei se ti dicessi che non mi si raggelò il sangue nelle vene quando vidi le facce di quelli lì, capaci di sparare a sangue freddo una persona, e il giorno dopo di tornare a lavorare, tranquilli.

    Eppure, fare finta che non sia esistita in Italia un’emergenza, una situazione di conflitto generalizzata, un caos delle istituzioni (vd P2, servizi segreti deviati,da una parte e ragazzi impazziti reclutati a destra e a sinistra in un gioco al massacro tanto terribile quanto inutile) o tacere il merito di quanti nelle istituzioni e no, nonostante tutto restarono al timone di una nave completamente impazzita – così come il tempo che era, con Golpe, prese di ostaggio, mafia e corruzione- sarebbe per quelli della nostra generazione, mia e tua, un gesto grave.

    Sono per l’amnistia per quanto detto da Agamben e qui riportato, per quanto scritto da persone molto diverse tra loro, che si chiami Cossiga o Erri de Luca, per farla finita con il buio di quegli anni. E tenerci le luci, che pure c’erano.E ho sempre letto l’incapacità di decidere l’amnistia come l’ennesimo gesto ipocrita di uno stato , L’Italia, che preferì negoziare negli anni ottanta con un altro stato, la Francia, l’uscita dall’impasse che vedeva da una parte delle persone decise ad uscire dall’illegalità e dall’altra delle istituzioni incapaci di accoglierli.

    Di quei paradossi che ti massacrano l’anima quando segui la vicenda Sofri, Bompressi, e che ti dici, come cazzo è possibile che un uomo totalmente altro rispetto a colui che era trent’anni prima, che vada in prigione, e che si riporti tutto allo schieramento innocentisti, colpevolisti.

    E se è una canaglia perchè lo si fa scrivere sui giornali, lo si interpella sulle questioni talvolta critiche e vitali del nostro paese? O forse non è una canaglia, come credo, ma allora che ci fa in galera uno così?

    E non è nel risentimento che si manifesta la pietas, quella sana di cui dice de lea, ma in un liberare il campo, quello del diritto, da ombre altrettanto nefaste che quelle di certi volantini seminati nelle poubelles o comunicati stampa dettati al telefono.

    Vedi caro Franz, il vero scandalo della mancata amnistia sai qual è (senza l’apostrofo, come indicato nel commento 19 da Giò o Gio’ non mi ricordo) ? Il non aver dimostrato che a fronte di certe derive fossimo noi, uno stato democratico, i più forti.

    effeffe

  9. tashtego il 26 dicembre 2006 alle 23:27

    credevo che il grido di franz fosse ironico, effeffe.

  10. Cristoforo Prodan il 27 dicembre 2006 alle 01:06

    @ Il Treno a Vapore
    “E’ tutto semplice: si fa qualcosa, se è fuorilegge e si è scoperti si è sottoposti ad una pena. Tutto qui. Cosa c’è da rivedere? E’ così semplice, o no?”

    No, non è tutto così semplice. La legalità è da sempre un formidabile strumento di repressione. Per reprimere un comportamento naturale il sistema migliore è quello di fare una legge che renda d’improvviso illegale quel comportamento. Con questo non voglio dire che la violenza è un comportamento naturale in assoluto, ma può esserlo in determinate situazioni. Come atto di ribellione ad esempio, come risposta a una violenza maggiore.

    In Italia abbiamo invece voluto mettere la testa sotto la sabbia, con leggi speciali, torture (perché, lo si sappia in giro, in Italia in quegli anni è stata ampliamente applicata la tortura nelle carceri – non in Congo, in Italia) e repressione. Si è voluto dire cioè che il fenomeno di rivolta, violenta e non, che ha coinvolto migliaia di persone in Italia non è semplicemente esistito.

    In altri termini, si è voluto portare sul piano strettamente penale ciò che era invece un fatto politico di vasta portata. A tal proposito consiglio la lettura del celeberrimo libricino di Jacques Mansour Vergès, Strategia del processo politico, Torino, Einaudi, 1969 (titolo originale: “De la strategie judiciaire”).

  11. franz krauspenhaar il 27 dicembre 2006 alle 01:15

    Caro Effeffe,
    prendo atto, anche della pietas che non ho per degli assassini, di destra e di sinistra, con validi strumenti culturali e senza. E’ un mio limite.
    L’emergenza, in questo paese che non è normale che non lo è mai stato, è ancora “in essere”. E allora perchè insistere per cancellare delle colpe che colpe rimangono? Perchè lo vuole Cossiga?
    Io mi sento male se vedo una Francesca Mambro in televisione, mi sento male se vedo i libri dei brigatisti sugli scaffali, mi sento male.
    Io mi sento male se non si è ancora trovato chi abbia fatto saltare la stazione di Bologna. Io mi sento male.
    Uno stato forte è (anche) uno stato che dà pene severe a chi queste pene severe merita.
    Per l’omicidio volontario ci dovrebbe essere l’ergastolo. Sono contro la pena di morte.
    M’importa poco del pentimento.
    Mi sento male a vedere questi ipocriti assassini pentiti. Meglio chi non si pente.

  12. Il Treno a Vapore il 27 dicembre 2006 alle 01:29

    @ cristoforo prodan

    “ciò che era invece un fatto politico di vasta portata. ”

    Di vasta portata?? Quanti erano, quanto popolo li ha seguiti? Quale voce rappresentavano? Erano poche migliaia,e qualche decina di migliaia di incerti simpatizzanti. Minoranza nella minoranza, portavano la voce di nessuno, in Italia come altrove. Se avessero rappresentato voci la storia sarebbe stata diversa.

    La violenza è certo un comportamento naturale, ma abbiamo insieme concordato di non utilizzarla e di condannarla. Sbagliando?

    E’ sempre vero che gli intellettuali capiscono ciò che il popolo non comprende?
    E’ sempre vero che le opinioni del popolo sono il frutto di una manipolazione tesa a preservare il potere a chi lo detiene?

    Modestia e statistiche, prego: che disturbi o no, la storia è lì.

    Buonanotte

    Mario

  13. Cristoforo Prodan il 27 dicembre 2006 alle 03:24

    @ Il Treno a Vapore
    Non dico che gli anni di piombo furono rivoluzione. Erano in pochi è vero. Dico solo che quei pochi sono nati all’interno dei partiti e delle classi politiche che dopo hanno continuato a governarci come se nulla fosse successo. E sono nati per reazione al malcostume o alle scelte politiche di quelle classi. L’ampiezza del fenomeno politico va dunque ben oltre i confini delle formazioni terroristiche o dei gruppi extraparlamentari fiancheggiatori di allora. La responsabilità è dunque anche dei politci di oggi, specie di quelli dei partiti della sinistra, e da loro ci si aspetterebbe un’analisi storico-politica seria, invece del solito convenzionale chiacchiericcio in difesa delle Istituzioni. Tutto qui.

    @ franz krauspenhaar
    “Per l’omicidio volontario ci dovrebbe essere l’ergastolo”.
    Assumere il valore della vita umana come valore assoluto da preservare è una precisa scelta di carattere etico. Si può condividere oppure no. Io opterei piuttosto per l’assunzione a valore assoluto della dimensione del dolore. Purtroppo la storia ci insegna che l’umanità si muove esattamente nella direzione opposta. La violenza nasce sempre come reazione a un’azione che viene percepita come violenza maggiore.

  14. effeffe il 27 dicembre 2006 alle 10:21

    carissimo Franz
    anch’io mi incazzo quando vedo sugli scaffali delle librerie libri scritti male, libri inutili, qualunquisti, pacchiani, opportunisti, estetizzanti, compiacenti, autoreferenziali, assurdi, scritti bene, troppo bene, studiati a tavolino, con editing, senza editing, libri copiati, plagiati, presuntuosi, male tradotti, finto comici e comicamente finti, italiani, troppo italiani, gialli quasi neri, neri quasi rosa, fantapolitici (come l’aranciata) arancioni, new age, profumati al mirtillo, gratuiti, omaggio e omaggiati, di sinistra, di destra, democristiani (rari ma esistono) fascisti (non rari e dovrebbero non esistere) esoterici, essoterici, termici, spinti, finto erotici, biografici senza bio o grafia, allucinati, natalizi, pasquali, eleganti, cuciti, incollati,dattiloscritti, invisibili
    eppure
    non è per tutto questo che mi auguro un autodafé (che non ho nemmeno la patente)

    Come ho già detto se la nostra cultura italica si ponesse su una gestione più razionale del diritto e non emotivo-sentimentale le cose andrebbero (sarebbero andate) molto meglio
    effeffe

  15. robertologo il 27 dicembre 2006 alle 11:25

    Sciascia: “le Brigate rosse funzionano perfettamente ma sono italiane. Sono una cosa nostra, quali che siano gli addentellati che possono avere con sette rivoluzionarie o servizi segreti di altri paesi. E non che si voglia qui avanzare il sospetto di un rapporto, se non fortuito e da individuo a individuo, con l’altra ‘cosa nostra’ di più antica e provata efficienza: ma analogie tra le due cose ce ne sono. Le Brigate rosse avranno studiato ogni possibile manuale di guerriglia, ma nella loro organizzazione e nelle loro azioni c’è qualcosa che appartiene al manuale non scritto della Mafia. Qualcosa di casalingo, pur nella precisione ed efficienza. Qualcosa che è riconoscibile più come trasposizione di regola mafiosa che come esecuzione di regola rivoluzionaria. Per esempio: l’azzoppamento – che è la trasposizione dello sgarrettamento del bestiame praticato dalla mafia rurale. Per esempio: il sistema per incutere omertà e sollecitare protezione e complicità (…). Il sistema, insomma, di ingenerare sfiducia nei pubblici poteri e di rendere l’invisibile presenza del mafioso (o del brigatista) più pressante e temibile di quella del visibile carabiniere. Per esempio: la micidiale attenzione dedicata al personale di vigilanza delle carceri e che tende a stabilire, dentro le carceri, il privilegio del detenuto rivoluzionario così come vi si è da tempo stabilito il privilegio del detenuto mafioso (…) Come la mafia si fonda ed è una parte di una certa gestione del potere, di un modo di gestire il potere, così le Brigate rosse. (…) Sarebbe pazzesco da parte nostra collocare le Brigate rosse in una sfera di autonoma e autarchica purezza rivoluzionaria che si illuda di muovere le masse a far saltare le strutture politiche che le contengono; e sarebbe ancor più pazzesco che loro vi si collocassero. La loro ragion d’essere, la loro funzione, il loro ‘servizio’ stanno esclusivamente nello spostare dei rapporti di forza: e delle forze che già ci sono. E di spostarli non di molto, bisogna aggiungere. Di spostarli nel senso di quel ‘cambiare tutto per non cambiare nulla’ che il principe di Lampedusa assume come costante della storia siciliana e che si può oggi assumere come costante della storia italiana. Operazione di puro potere, dunque (…) Si può dedurre, da questo procedere che appare scriteriato, che l’essenza e il destino delle Brigate rosse stiano davvero – a dirla banalmente – nel ‘pazzesco’ o – meno banalmente, più sottilmente – nella sfera di un estetismo in cui morire per la rivoluzione è diventato un morire con la rivoluzione?

  16. robertologo il 27 dicembre 2006 alle 11:28

    Ad ogni modo l’amnistia a me sta bene, speriamo nel cattolicissimo Mastella.

  17. tashtego il 27 dicembre 2006 alle 11:55

    Al passo, bellissimo, di Sciascia, si potrebbe obbiettare che qui da noi qualsiasi potere in qualsiasi forma, compreso il “potere culturale”, possiede in modo più o meno accentuato connotati di mafia.
    Meno banale è l’osservazione finale, dove però il tentativo di interpretare ciò che pare assurdo fallisce riparandosi nel paradossale.
    Tuttavia è vero che col terrorismo in Italia è anche morta l’idea di Rivoluzione, ma non credo che fosse questo l’obbiettivo dei terroristi.
    Mi rifiuto di liquidare come esclusivamente criminale (Franz lo fa) un movimento che aveva motivazioni politiche, che affondava origini e uomini nelle forze storiche dalla sinistra comunista e operaia italiana, che commetteva crimini non per lucro o tornaconto personale, ma in nome di una trasformazione politica del paese.
    In tutta questa vicenda si annida un mistero profondo, che forse qualcuno sarà un giorno in grado di svelare: il mistero dell’agire terroristico, del mettere a repentaglio ogni cosa di sé in nome di un’utopia, della cancellazione di ogni istanza etica sotto la pressa ideologica, eccetera.
    Nessun libro finora ha spiegato questo, men che meno quello di Gallinari, che descrive se stesso come una sorta di automa della rivoluzione.
    Sui motivi della virulenza e della forza del terrorismo italiano ci si può accapigliare, ma non si può appiattire thatcherianamente un movimento politico su un’immagine esclusivamente criminale, soprattutto dopo che l’emergenza è passata.
    Gente che è stata in galera per vent’anni ha scontato ogni possibile pena, perché dopo tanto tempo (forse Franz non lo sa ancora) non resta più nulla di quello che eravamo allora ed è come se si continuasse a punire un’altra persona.
    Un sistema politico forte sa essere generoso, sta chiudere con il passato, sa mettere i fatti in prospettiva storica, sa perdonare anche senza il perdono dei parenti delle vittime.
    Ma il nostro non è un sistema politico forte.

  18. robertologo il 27 dicembre 2006 alle 12:49

    Ancora Sciascia: “E’ come se un moribondo si alzasse dal letto, balzasse ad attaccarsi al lampadario come Tarzan alle liane, si lanciasse alla finestra salutando, sano e guizzante, sulla strada. Lo Stato italiano è resuscitato. Lo Stato italiano è vivo, forte, sicuro e duro. Da un secolo, da più di un secolo, convive con la mafia siciliana, con la camorra napoletana, col banditismo sardo. Da trent’anni coltiva la corruzione e l’incompetenza, disperde il denaro pubblico in fiumi di impunite malversazioni e frodi. Da dieci accetta tranquillamente quello che De Gaulle chiamò ‘la ricreazione’: scuole occupate e devastate, violenza dei giovani tra loro e verso gli insegnanti. Ma ora, di fronte a Moro prigioniero delle Brigate Rosse, lo Stato italiano si leva forte e solenne. Chi oserà dubitare della sua forza, della sua solennità? Nessuno deve avere un dubbio: e tantomeno Moro, nella ‘prigione del popolo’. ‘Lo Stato italiano forte con i deboli e debole con i forti’ aveva detto Nenni. Chi sono i deboli oggi? Moro, la moglie e i figli di Moro (…). Dell’improvviso levarsi dello Stato come ‘torre ferma che non crolla’ Moro è sorpreso. Com’è venuto fuori, da quella larva, questo mostro corazzato e armato? Sono stati ‘gli altri’ a trasmettere alla Democrazia Cristiana una così dura volontà nella difesa dello Stato? Gli altri (secondo Moro, ndr): ‘Parlo innanzitutto del Partito Comunista, il quale pur nella opportunità di affermare l’esigenza della fermezza, non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che tanto m’ero adoperato a costruire’. (…)

    “(sempre Moro, ndr) ‘Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere. Voglio vicino a me coloro che mi hanno amato davvero e continueranno ad amarmi e pregare per me. Se tutto questo è deciso, sia fatta la volontà di Dio. Ma nessun responsabile si nasconda dietro l’adempimento di un presunto dovere. Le cose saranno chiare, saranno chiare presto’. (…) Per il potere e del potere era vissuto fino alle nove del mattino di quel 16 marzo. Ha sperato di averne ancora: forse per tornare ad assumerlo pienamente, certamente per evitare di affrontare ‘quella’ morte. Ma ora sa che l’hanno gli altri: ne riconosce negli altri il volto laido, stupido, feroce. Negli ‘amici’, nei ‘fedelissimi delle ore liete’: delle macabre, oscene ore liete del potere”.

    Per gli amanti della ‘fermezza’, riporto anche un estratto dalla prima pagine del Corriere della Sera di oggi: “Il sostituto procuratore Gianni Malerba ha impugnato davanti alla Cassazione il provvedimento che concede a Barbara Balzerani la libertà condizionata. La donna, condannata a sei ergastoli e altri 93 anni per le sue attività nelle Br, non mostra ‘un reale ravvedimento’. Cinzia Banelli, la ex postina delle Brigate rosse condannata a 27 anni per i delitti Biagi e D’Antona, è tornata in cella dai domiciliari: non per nuove accuse ma per un passaggio tecnico”.
    Que viva la Manettocrazia!
    Que viva Travaglio!
    Adelante CoSSigheros!

  19. Gio il 27 dicembre 2006 alle 20:46

    Forlani says
    “il vero scandalo della mancata amnistia sai qual’è?”

    Il vero scandalo è che uno dei redattori del blog letterario più seguito e autorevole d’talia non sappia scrivere in italiano. Questo è il vero scandalo.

  20. franz krauspenhaar il 27 dicembre 2006 alle 21:00

    Il vero scandalo è che un correttore di bozze come te, senza firmarsi, scriva quello che ha scritto su Forlani, che è uno scrittore vero. E sottolineo vero.

  21. francesco forlani il 27 dicembre 2006 alle 22:06

    Eh no, caro Franz. Il tipo qui sopra ha ragione. Dovrei fare più attenzione e intanto spero vivamente che la sua, di attenzione, non sia stata distolta dalla questione che stiamo dibattendo e che mi sembra cruciale per la nostra storia, per colpa di un apostrofo. Chiedo venia – o vena non mi ricordo- dunque, ignoto correttore e prendendola sulla parola ritorno sul commento facendo questa volta bene attenzione a che qual, com’è giusto che sia, in questo specifico caso non si faccia seguire da un apostrofo. E so anche – e mi piange il cuore mi creda- che centinaia di migliaia di scolaretti leggendo questo mio umile contributo alle storie Italiane, presenteranno compiti con quell’errore a maestri inorriditi. Ma allora sa che le dico? Che se questo potrà servire a capire la nostra storia recente e a non sparare nelle gambe di professori troppo severi e autoritari, ben venga un apostrofo di più e visto che ci siamo anche un punto, un punto e virgola e due punti, meliu abbundare abbundancia, come disse il principe De Curtis.
    effeffe
    ps
    Un indultino per lo scriba però ci sta tutto…
    ppss
    a questo punto mi piacerebbe che la discussione continuasse sul post di FK

  22. forsizia il 29 dicembre 2006 alle 15:32

    Arrivo un po’ tardi, a discussione ultimata, credo, ma non c’ero (e se c’ero dormivo).
    Ci fu una guerra civile in Italia negli anni 70 e negli anni 80 del secolo scorso? non so rispondere. Se come metro di paragone usiamo la storia italiana dal 43 al 45, mi pare che si possa rispondere no.
    Fatto sta che in quel ventennio di disordini (se partiamo dalla strage di piazza Fontana; si potrebbe cominciare prima, ma siam qui per generalizzare) furono commessi degli omicidi “politici”. Ne furono commessi altri, indirettamente politici, magari nel corso di rapine compiute da delinquenti comuni per finanziare il “movimento” (cf. il caso Battisti su cui stenderei un velo affatto pietoso).
    Mi si permetta un’orribile e macabra confusione, ma i 16 morti di piazza Fontana hanno lo stesso peso politico dell’omicidio Moro. Le strategie erano diverse, ma il senso politico del gesto era simile: ci sono omicidi che hanno fatto la storia, atti di cui si porta la responsabilità politica, etica, morale. Non è colpa di Emanuele Filiberto di Savoia se la marcia su Roma ha dato gli esiti che sappiamo, pero’ la responsabilità politica e storica e morale non deve smettere di oscurare il nome di una famiglia reale. Non si deve dimenticare, non si puo’ dimenticare. Infatti non so più quale governo ha concesso una sorta di amnistia.
    E io allora insisto: non possiamo dimenticare la portata anche politica dei gesti violenti, degli omicidi commessi in quegli anni che ancora non abbiamo capito. Quanti romanzi sono stati scritti su quegli anni? La letteratura di solito si trova a confrontarsi con la realtà, a misurarsi con l’esperienza. Su quel periodo li’ si sono scritti molti saggi, ma pochi romanzi. Perché?
    Io fatico a capire quegli anni, e faccio fatica anche a capire gli scritti di Toni Negri, per esempio, che peraltro è rimasto fermo su posizioni che oggi mi sembrano anacronistiche (ha provato ad analizzare la violenza esplosa nelle periferie francesi l’anno scorso, e leggendo i suoi articoli si capisce che lui alla Courneuve non ci ha mai messo piede e non credo che abbia mai visto dal vero nemmeno un HLM).
    Detto cio’, io credo che su quegli anni non si sia fatta ancora la chiarezza necessaria per poter dire: va bene, dimentichiamo, perdoniamo. I parenti delle vittime possono perdonare, se ci riescono, sono affari della loro coscienza privata esemplare. Lo Stato ancora non ha capito cosa è successo in quegli anni (se lo Stato siamo noi, o voi che in quello Stato ci vivete, ché io sono partita 20 anni fa); lo Stato puo’ cercare soluzioni di pacificazione dignitosa, ma non puo’ dimenticare, non deve dimenticare e non debbono dimenticare nemmeno i suoi cittadini: quando è in gioco la democrazia, ogni atto diventa esemplare, sia per chi attenta alla democrazia, sia per chi la difende. Per questo lo Stato non deve concedere amnistie.
    Sulla quantità di democrazia dell’Italia di quegli anni ci sarebbe da discutere, naturalmente, non mi sembra tuttavia che le BR combattessero in nome del trionfo della democrazia. Oppure si’, ma non me ne sono accorta. Quella stessa democrazia, tra l’altro, permette oggi che terroristi vari pubblichino libri e libelli, memorie e romanzetti, che io sono libera di rifiutare di leggere e soprattutto di comprare, tanto per dare un segno forte agli editori (una formica smuove le montagne!!).
    E Giovanni Ventura intanto vive libero e felice a Buenos Aires, in una pizzeria dove le cameriere sembrano Piccole Italiane… son passati tanti anni, ma lui della sua formazione politica neofascista non sembra aver dimenticato niente.



indiani