Come leggere il Vangelo e rimanere vivi – 2. Il sorso estraneo

29 dicembre 2006
Pubblicato da

di Fabrizio Centofanti 

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: “Che cosa dobbiamo fare?”. Rispondeva: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”.
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare, e gli chiesero: “Maestro, che dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”.
Lo interrogavano anche alcuni soldati; “E noi che dobbiamo fare?”. Rispose: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe”. (Lc 3,10-14).

More...

Il Battista è un bravo predicatore. Fino a lui si può pensare che l’obiettivo del discorso sia favorire il cambiamento del cuore dei destinatari; ma Giovanni ottiene il risultato più difficile: non solo il sentimento – i buoni sentimenti – cambia, ma anche l’azione: “Che cosa dobbiamo fare?”. E’ il principio basilare di ogni etica che si rispetti: fare quello in cui si crede.

Il messaggio è semplice: dare la metà di quello che si ha. Non è contro la proprietà privata: ma è un possesso fluido, non afferrato come fosse l’ultima salvezza disponibile.  Il dare è un darsi: nessuno può obbligare. E’ un’etica della spontaneità e della libertà. La generosità non s’impone.

Se non si può costringere a condividere, è anche vero che, questo, è l’unico criterio nel discernimento che qualcuno chiama giudizio, ma che è  inevitabilmente un auto-giudizio. La scena di Matteo 25 (“avevo fame e mi avete dato da mangiare”), ricorda che tutto si gioca in quella mano protesa verso l’altro per fornirlo di cibo,  vestito,  cultura, incontro: un’apertura che è la definizione di una salvezza altrimenti  fumosa e incomprensibile. La soluzione è nel tu. La via dell’io è una strada senza uscita.
                                                                                

                                                   ***

Do più della metà. Ma poi metto il nome sullo yogurth e le tacche sulla bottiglia del tè freddo. Sto a dieta, vado sotto senza quelle calorie: è un buon motivo?

L’etica generale non può prescindere dal tè freddo e dallo yogurth. Lo scenario mondiale dipende da quel sorso estraneo, dal cucchiaino che affonda clandestinamente nel vasetto.

Il destino dell’universo è in frigorifero. Tutto il resto è letteratura.

(La prima puntata qui)

236 Responses to Come leggere il Vangelo e rimanere vivi – 2. Il sorso estraneo

  1. massimo sannelli il 29 dicembre 2006 alle 13:06

    non riesco a lasciare un commento poetico e strutturato… vorrei solo dire che questo scritto è bello, divinamente e umanamente bello… ecco, un commento banale, ma detto con il cuore. grazie,
    massimo s

  2. josé il 29 dicembre 2006 alle 13:12

    Perché “bello”? Che senso ha questo testo? Dare metà di quello che si ha … Ma i militanti di ogni tempo, da Spartaco in avanti, non hanno sempre CONDIVISO ciò che avevano in piena solidarietà? Bisognava aspettare il Vangelo per saperlo? E proprio Spartaco non è finito in croce ben prima di un Cristo qualsiasi? E poi: vi ci vedete voi, poniamo a Genova nel 2001, chiedere ad uno sbirro: non maltrattarmi? Quante parole inutili …
    Tutto ciò è basato sul volontarismo … Ma se non c’è una forma giuridica che imponga a chi ha di dare, state freschi che costoro daranno: si terranno tutto per sé, alla faccia degli ultimi e degli sfigati. SI DEVE COSTRINGERE A CONDIVIDERE (è questo il senso delle rivoluzioni). Perché senza costrizione, ovvero quando tutto è lasciato alla buona volontà, nulla verrà dato, o solo le briciole.
    “Non è contro la proprietà privata” … E’ qui il problema: è la proprietà privata (dei mezzi di produzione, ovvio) la vera causa del disequilibrio presente (e delle ingiustizie e delle oppressioni). Se non sei contro, vuoi solo stemperarne gli effetti … E quindi, di nuovo, non puoi che rimetterti alla buona volontà … Meglio, davvero, un bell’atto di forza che imponga ai “padroni” di farsi i loro cazzi alla pari coi loro “schiavi” …
    PS: Giovanni? Ah! Giovanni detto il Battista, ovvero: quello che finì decollato per mano della splendida Salomé (mandante: Erodiade)? Sì, è senza rimedio un corpo fatto a pezzi, un cencio umano. Meglio l’erotismo dispiegato di Mallarmé, là dove scrive: “lei (…) / evoca la bellezza / umana della vita – / che oltre non si vada” (Cfr. Le nozze di Erodiade).

    José Sar.

  3. Al De Santis il 29 dicembre 2006 alle 13:27

    Il cambiamento è nel FARE, nell’esercizio della virtù’ (dice Goethe nella Vita di Gesù) e nel DARSI piuttosto che nel dare.
    La strada ed anche la soluzione è nel TU, nel frigo aperto del NOI e nel sorso estraneo non clonabile.
    Tutto il resto è, amaramente, letteratura.

  4. fabrizio centofanti il 29 dicembre 2006 alle 13:49

    c’è sempre erodiade di mezzo: i casi della vita. la faccenda della forza me l’aveva già detto la mia amica Maria Grazia: le masse vanno costrette. le ho risposto che credo nella persona e nella comunità. la rivoluzione culturale e spirituale rimane comunque necessaria. grazie a Massimo e Al. josè chi è?
    fabrizio

  5. Marco Saya il 29 dicembre 2006 alle 14:17

    Fabry, sempre stimolante la tua lettura. Una delle teorie fisiche contemporanee parla di un universo aperto che va incontro ad una morte termica con il raffreddamento di tutte le stelle. (frigorifero), in tal senso anche NOI facciamo,forse, parte di una letteratura più o meno sbiadita. Marco

  6. josé il 29 dicembre 2006 alle 14:21

    José chi è? Ma José è José, punto e basta. Donde questa mania di incasellare le soggettività? Ma non eri quello a cui non piaceva l’Io? José è per te straniero. Ma tu non hai la capacità di accoglierlo. Tu lo tieni lontano, e proprio perché non lo conosci. Bel modo di vivere il Vangelo! In fondo, caro Centofanti, sei solo Parola: nei gesti – nei comportamenti – ripeti il male dell’epoca, quella incapace di accogliere sinceramente al di là del soggetto che hai di fronte. Se fossi una prostituta per te sarebbe tutto più semplice. Siccome sono una normalissima persona (nome: Giuseppe, cognome: Sartorini), ossia sono propriamente Nessuno, ecco che mi rifiuti. Sei banalmente banale. Nel tuo segnare differenze sulla base di un nome – nel tuo segnare una distanza – assumi per di più un atteggiamento, come dire?, sbirresco: camminare col bavero alzato per te è segno di maleducazione … E se fosse soltanto freddo? Sai cosa penso? Che ti manchi l’esperienza dell’altro: un’esperienza reale di condivisione della normalità, non dico dell’altro sfigato – figuriamoci! Dico proprio dell’altro che è capace di stare al tuo livello, con le sue idee, con le sue convinzioni, con le sue putrefazioni corporee. Stai segnando una distinzione in base ad un nome: che tristezza infinita! (e che incapacità di cogliere l’essenza della rete, direi). E poi, per dirla tutta, il senso del tuo post è quanto di più scontato si possa leggere sul Vangelo (e te lo dice uno che è cresciuto a pane e Alberto Maggi, a vino e Emmannuelle Marie) … Io sono un corpo-pensiero; se convivo con altri, lo metto in comune, ogni mio abito è dell’altro, ogni mio succo, ogni mio senso … Ma l’umanità non ha sempre agito questa solidarietà senza doversi per forza incamiciare in una identità?
    José Sar.

  7. enrico de lea il 29 dicembre 2006 alle 14:22

    Io non riesco ad andare, logicamente eticamente spiritualmente, oltre il grido “ad ora nona” : “Eloì, Eloì, lammà sabactani?”. Credo che là ci sia l’alfa e l’omega, l’essenza reale, irrimediabile di tutto. Senza possibilità di riscatto alcuno. Nichilismo, il mio? Disperazione anti-storicista?

  8. carla bariffi il 29 dicembre 2006 alle 14:35

    il messaggio è semplice, ogni cosa veramente importante è SEMPLICE…la difficoltà è nel confronto, mai semplice, con chi la semplicità la ignora completamente!

    La generosità è sempre e solo dettata dal cuore, beato chi la offre…
    IL DARE è UN DARSI….A PRESCINDERE DA OGNI LOGICA o….metrica?

    Sei grande Fabrizio, perchè sai esprimere con grande sensibilità e intelligenza ciò che il vangelo suggerisce, ma che ognuno di noi dovrebbe già sapere.

    un caro saluto
    carla

  9. fabrizio centofanti il 29 dicembre 2006 alle 15:00

    perché ti alteri Josè? è una nuova forma di alterità?
    bella l’immagine del frigo cosmico, Marco.
    il grido dell’ora nona, Enrico, è il vero distacco dall’io: ci hai preso in pieno.
    grazie, Carla. anch’io sono per la semplicità.
    fabrizio

  10. robertologo il 29 dicembre 2006 alle 15:29

    “SI DEVE COSTRINGERE A CONDIVIDERE”
    Ahhahahahahhahha

  11. josé il 29 dicembre 2006 alle 16:12

    @ robertologo
    Ovviamente, come tra l’altro si può evincere da una lettura attenta di quanto da me scritto, la “costrizione” riguarda la parte della società “che ha” (che possiede, da sola, l’83% delle risorse mondiali, per dirla con dati ONU dello scorso anno) e che non è intenzionata a “condividere”. Ho infatti parlato di una “forma giuridica” … Hai altre soluzioni che non siano un richiamo generico alla buona volontà o all’amore?

    @ Centofanti
    Sì, sono alterato. Ma lo sono sempre quando si evita il dialogo. Ho fatto dei rilievi sul contenuto del tuo post; magari in forma irritante (e me ne scuso), però direi sensati. E poi quel “chi è José?” mi ha parecchio infastidito.

    José

  12. fabrizio centofanti il 29 dicembre 2006 alle 16:21

    @ Sar
    i rilievi che colgo sono:
    volontarismo: una volontà che tende al bene pesca le energie migliori, naturali e (per chi ci crede) sovranaturali.
    “si deve costringere”: per me il bene può essere solo volontario, appunto. altrimenti non è bene, è un’altra cosa.
    fabrizio

  13. Luminamenti il 29 dicembre 2006 alle 16:35

    Dove inquadrare (storicamente ed esegeticamente) quel passo?

    Gesù volle scardinare l’edificio sociale ebraico fondato sull’attesa messianica – come già la comunità zoroastriana e anche quel ramo buddista che sospirò la venuta di Maitreya, propaggine del Mitra iranico, come più tardi, erede dello zoroastrismo, lo shi’ismo.

    Il messianismo è come l’invenzione del motore a scoppio nella storia della macchina sociale. Le forze centrifughe del risentimento, della nostalgia, dell’insofferenza sono tutte coinvogliate nell’attesa di un capovolgimento storico e cosmico, il cui rinvio le incanala in senso centripeto, sicché la comunità diventa l’unione di coloro che aspettano (la risoluzione delle ingiustizie, del dolore e della morte, della povertà e miseria).

    E’ una risposta esotericamente razionale all’insoddisfazione inestirpabile dell’uomo, il quale, essendo finito, non può non tendere all’infinito, che gli è negato per definizione.

    La vita politica non ha scelta; se non si fonda sulla violenza o sulla corruzione, deve poggiare sul rinvio d’un messianismo (trascendente e/o immanente secolarizzato).

    Gesù propone di attuare subito il Regno messianico, lasciando là dove stanno aratro e famiglia, abbracciando la fede che il Regno c’è (questa fede in Gesù fu ai primordi la fede stessa di Gesù, che semplificando, era per lui, ed è, una capacità di autoallucinarsi o di sostanziare in certo modo la percezione. Comprendere cos’è questa fede significa arrischiarsi a seguire i labirinti e le volute di una tradizione spirituale sommersa e accuratamente scancellata che esiste e che sempre più nuove scoperte illustrano e confermano e di cui bisognerebbe parlare e discuterle).

    Questo valore, la Fede, per circolare più liberamente e garantitamente, si trasferì all’atto di investitura ecclesiastica e questo si concentrò nel documento che ne faceva fede e quindi ne trasmetteva la fede: era, simonia a parte, la moneta ecclesiale.

    Ma tornando a Gesù. Se il Regno è dentro di noi, non può che ribaltarsi fra di noi. Adesso c’è e non si vede, ma, testimoniandone, non potrà non apparire, essendo il mondo una tessitura della fede.
    Gesù dà l’esempio, fa come se il Regno ci fosse, viola le leggi divine sul sabato e sulla trascendenza assoluta e inincarnabile di JHVH, maledice a morte un fico perché non reca frutti fuori stagione, non si tramuta in tuttifrutti, com’erano stati gli alberi dell’Eden.

    Se l’esempio fosse stato seguito, la macchina sociale fondata sul messianismo al futuro sarebbe deflagrata. Il messianismo partecipiale presente è la catastrofe sociale. Il cristianesimo fu contenuto (nonostante una resistenza all’interno dell’ecclesia, rappresentata fino al 700 dalla grande mistica. La Chiesa risolse di disfarsi di ciò che poteva ferirla al cuore. La mistica, tesoro della Chiesa, non era di fatto necessaria. L’atto della sua liquidazione virtuale fu consumato a Santa Maria sopra Minerva in Roma con la condanna di Molinos, che aveva osato divulgare, com’egli confessa, l’arte dell’orazione interiore “a gente ordinaria, comune e senza importanza”, vale a dire incontrollabile, non vidimabile e liquidabile. Straziante e ingenuo eccheggia nei secoli l’urlo di Molinos: “Perché la Messa dovrebbe impedire la contemplazione?”. Era contemporaneo dei quaccheri e degli hassidim. J.M. Cohen, Some Reflections on the Life and Work of Miguel de Molinos, in Studies in Mystical Literature, Tunghai University, Taiwan, 1 marzo 1981) a quel poco che oggi ne rimane, l’ebraismo si salvò.

    La fede di Gesù, l’instaurazione magica del Regno, fu sostituita dalla fede nel Regno dopo la morte. Su quest’altra fede, su questo messianismo dell’aldilà girò la macchina sociale cristiana. Fede nel Regno per l’aldilà, speranza in esso, carità per meritarlo: i tre congegni della macchina sociale cristiana furono insidiati dai nemici della Cristianità con la libertà di fede, con un’uguaglianza che, togliendo di mezzo l’invidia (processo che tutti sappiamo sempre in crisi) estirpava le nostalgie inappagate in vita, e con una fratellanza che banalizzava la carità. Ma per far funzionare la triade anticristiana, bisognò proiettare anch’essa in un burlesco avvenire messianico per l’aldiqua, soltanto così una macchina sociale postcristiana poteva rimettere in marcia gli antichi stantuffi.

    Il Cristo non criticò il diritto come forza sociale, ma come impulso psichico e quale regime magico inferiore ed errato dell’interiorità. Si eviti di provare il bisogno di sacrificare l’homo sacer, quale era diventata l’adultera evangelica, pur mantenendo la premessa mistica della monogamia più intransigente. Si consideri il bisogno di rivendicare il debito come un legamento magico da cui sciogliersi per essere pienamente liberi e godere della propria gloria. Si accetti semmai la gara di donativi che si accende con un incontro per emergerne il più ilare donatore, aumentando la propria gloria. Così si perdonino le offese.
    Ma sussiste il bisogno di sacrificio, questo modo di comunicare col sacro non è eliminabile. Se si ricusa il sacrificio dell’homo sacer e i sacrifici del diritto (i risarcimenti, le pene), come comunicare col divino?
    Il sacrificio dello stesso Maestro come sostituto e vicario d’ogni vittima e condannato fornisce la risposta: la massima sacralità accetta la pena – l’onore (timé) della croce.
    Il sangue di una tale vittima, voluta dalla sentenza massimamente ingiusta e massimamente necessaria, è il lavacro psichico e magico per eccellenza e scioglie dalla sudditanza al diritto.

    La novità clamorosa di Cristo era questa: schiantava la dominazione della psicologia, la decretava scaduta e insignificante, faceva del diritto una comica deformazione della realtà psichica, invitava a scattare nella spiritualità pura.

    Come cogliere per se questa spiritualità pura?
    Intanto in Matteo 13, 11 Gesù chiama le sue dottrine “misteri del regno dei cieli che solo i discepoli, ma non la folla possono conoscere”;
    in Luca 8, 10: ” a voi è dato conoscere i segreti del Regno di Dio, ma agli altri se ne parla soltanto per similitudini”.
    La storia di come Gesù acquisì questa spiritualità pura (la Sua Fede) è un’altra storia.
    Una storia che ormai a poco a poco sta venendo alla luce e che passa (posso solo accennare per adesso per ragioni temporali e perché troppo ho già scritto) per un’esperienza in cui si identifica non con persone divine, ma con divine sefirot, come volti di Dio. Con nomi di Dio. Soffi mistici improvvisi e fulminei, nei quali ci si può per un istante incarnare. Gesù s’incarnò nel Dio Messia. Come tale aveva raggiunto il culmine del possibile. Questa storia esiste ed è la prova, ma se ciò non bastasse potrebbe benissimo essere ricollegata a tradizioni perenni (che incrociarono il cristianesimo primitivo, Gesù in prima persona e la comunità in cui crebbe), a una storia della Gnosi che ci riporterebbe all’incrocio tra sapere apollineo e dionisiaco, fino a Empedocle, al Parmeneide ( e non Parmenide come lo si chiama e la notazione non è formale ma storica; Parmeneides Pyretos Ouliàdes Physikòs), a Pitagora, ai Pitagorici, all’Orfismo che mi riconduce alla sapienza indù.

  14. fabrizio centofanti il 29 dicembre 2006 alle 16:44

    in poche parole, Luminale, il regno di cui parla Gesù propone una realtà mistica – il mistero di ciò che va al di là dell’io – ma molto concreta, il bene, l’alterità, da attuare nell’aldiqua. tutto il resto, appunto, è letteratura. anche ecclesiastica.
    fabrizio

  15. Luminamenti il 29 dicembre 2006 alle 16:55

    Non so fabrizio se il tuo “tutto il resto, appunto, è letteratura. anche ecclesiastica”, lo intendi nel senso che è finzione o inutile.
    In “tutto il resto” c’è tanto. Tanta immondizia e tantissimi errori ed inesattezze. Ma c’è anche un “qualcosa” che a cercarlo e trovarlo serve ed è utile a realizzare, trascendendone persino il senso, quel, per esempio, bene e alterità che tu promuovi. Perché di fatto senza quella ricerca e senza quel qualcosa trovato dopo averlo cercato, risulta – è l’esperienza concreta della storia del genere umano e la nostra vita quotidiana che ce lo insegna – quasi impossibile capirlo, esserlo ed agirlo! Certo, l’insussistenza dell’io, il morire prima di morire.

  16. macosacapperodici? il 29 dicembre 2006 alle 16:57

    Luminamenti quando imparerai a scrivere in maniera comprensibile? Guarda che anche Eco si fa capire quando scrive, lo sai?

  17. Luminamenti il 29 dicembre 2006 alle 17:18

    Domanda, suppongo che tu neanche ci proveresti a leggere la fenomenologia dello Spirito perché Hegel ormai non c’è più e non potrebbe fare quello che chiedi a me? e quindi penseresti che Eco serve mentre Hegel no!

    I miei bambini l’hanno capito. Ogni idioletto (linguaggio ti sta bene?) ha bisogno di essere ospitato e solo per cortesia da chi riceve! Se ti sta a cuore, in questo momento della tua vita, questo tema e quello che ho scritto (se mi accetti per come sono e non per come mi vorresti), avrai la pazienza di rileggerlo più volte e ti fermerai a dire ho capito! quando la tua mente avrà colto la comprensione.
    Non pensare che ti sto sfottendo, ma è l’unico mezzo per capire ciò che non si comprende. Io stesso faccio così con gli altri che scrivono.
    Se ti risulto difficile non posso che duolermi delle mie incapacità, ma è tardi per me per fare altrimenti e perché poi sono convinto di dover esser fedele nello stile a quello che mi sgorga (ma questo sarebbe un discorso lunghissimo che non oso neanche accennare per dovertelo poi semplificare cosa che non saprei fare).

    In quanto a Eco, sì molte sue cose sono comprensibili (sebbene per alcuni suoi romanzi avevo bisogno di più vocabolari accanto). Ma inutili, superflue all’esistenza.

  18. fabrizio centofanti il 29 dicembre 2006 alle 17:26

    certo che sono utili, Luminamenti. mi riferisco a cose che storicamente si sono stratificate sul vangelo e che storicamente sono superate. dagli anni sessanta in poi un salutare ritorno alle fonti sta sfoltendo e scartavetrando, per ritornare all’essenziale, cioè al bene e all’alterità.

  19. tashtego il 29 dicembre 2006 alle 17:44

    tovarich josè.

  20. macosacapperodici? il 29 dicembre 2006 alle 17:48

    Mai detto che tu non sia fedele a te tesso quando scrivi. Ma l’infedeltà alla forma è il presupposto della comprensione. Non chiedere di ri-leggere, poiché potresti farlo solo se scrivessi (in rete) meno di 4000 battute. Chiedi di ri-leggerti su carta, semmai.
    Non essere fedele a te stesso, stuprati, tradisciti. Se scrivi su schermo luminoso bianco 10mila battute, col membro che il lettore tende a ri-leggerti. Se scrivi su quotidiano spendi tot battute, se scrivi un saggio ne spendi molte più, se scrivi in radio userai un’altra forma, se scrivi qui allora immergi le parole nel succo di limone, che stringe.
    Essere prolissi in rete è uno sgarbo che il lettore non merita. Soprattutto quando gli chiedi di ri-leggerti quando non capisce.

  21. franz krauspenhaar il 29 dicembre 2006 alle 17:52

    State buoni se potete…
    :-)

  22. tashtego il 29 dicembre 2006 alle 19:13

    @fabrizio centofanti

    se invece di regalare una delle due tuniche giovanni battista avesse prescritto cose tipo:
    se hai un campo dividilo a metà e dai l’altra metà a chi non ne ha.
    oppure:
    se hai una casa grande condividila con chi dorme per strada.
    oppure: se hai due pecore danne una a chi è senza.
    eccetera.
    avrebbe intaccato la proprietà privata?
    sì.
    le cose che dice nel passo che citi, eticamente sono come la minestrina delle suore: acquetta buona per i fedelucci inginocchiati nella tua chiesa che sperano tanto che l’aldilà – con proprietà privata – che tu gli garantisci, esista.

  23. fabrizio centofanti il 29 dicembre 2006 alle 19:20

    @ tashtego
    ormai non s’inginocchia più nessuno, sei rimasto indietro. si sta diritti, da risorti, e si ha il coraggio di dare la metà di tutto, non solo della minestrina.
    sulle suore possiamo trovare un accordo.

  24. Gianmario il 29 dicembre 2006 alle 19:35

    Io vorrei tornare al testo di Luca in epigrafe – qui stiamo infatti scivolando sul tema dello scrivere… ed è un po’ noioso: tante parole qua o tante là… Certo, sarà giusto, ma poi uno scrive come gli viene: se vuole comunicare cercherà di scrivere nel modo che ritiene migliore per questa intenzione comunicativa. Se sbaglia si “corrigerà”, come diceva GioPaolo 2.
    Il testo di Luca sembra perentorio: e in effetti lo è, anche se non nel modo che appare. Beh, io sono uno di quelli che applicandolo ci guadagnerei – nel contesto in cui vivo. Ci perderei sensibilmente però in al tri contesti, ad esempio dove vive il mio amico Fracçois e la sua diecina di bimbi adottati (anche se è un prete) legalmente o di fatto, ossia a El Alto, in Bolivia.
    Voglio dire che tutto è relativo, ma il senso del messaggio è profondo proprio perché riesce in qualche modo ad adattarsi a contesti relativi (e anche ad un lògos relativo: su questo sono molto in dissenso col nostro Benedictus, se per “relativismo” egli intenda quello filosofico e quello etico-folosofico; ma non ci è dato ancora di capire cosa intenda). Se io dessi metà della mia casa a qualcuno, probabilmente dopo 15 giorni ci sbraneremmo a vicenda, perché non sono un santo e mi piace stare possibilmente da solo, almeno quando posso. E poi la chiesa è contraria alle unioni di fatto, no? ;-))
    Battute a parte, le parole di Giovanni sono parole rivolte a gente semplice, che ha bisogno di esempi concreti e forti, che tocchino la loro esistenza concreta (il soldato, il gabelliere…). D’altra parte, il popolo ebraico di allora è sempre quel popolo “dalla dura cervice”, mica dedito allo studio di Platone o della sofisticata e un po’ fumosa filosofia del tempo.
    Ma anche a noi un po’ di concretezza, o meglio di buon senso, non fa male. Dare la metà di quanto si possiede non ha infatti senso, perché se uno non ha nulla non può dare nulla e se uno ha debiti non può regalare debiti. Credo che il senso profondo della questione stia nella giustizia, nel riconoscere la giustizia, nel saper vedere l’altro con equilibrio. Il senso credo sia: non tenere per te il superfluo, perché non hai il diritto di farlo. E che cos’è il superfluo? Posso dire che un battello da crocera è superfluo? O una Ferrari? O una megavilla di 50 camere?
    Questo ovviamente, dal mio punto di vista lo è, ma da altri punti di vista non lo è. Posso dire di avere ragione io? O può dire il miliardario di avere ragione lui? E che ne sappiamo noi di questo… Certo, la vista di chi sciupa accanto alla vista di chi muore di fare muove un certo criterio etico che chiamiamo “giustizia”. La casa di uno che vive nello stralusso accostata a una baracca pascolata dagli spifferi e magari dai topi ci desta un legittimo criterio di giustizia.
    Ma cosa c’entra qui, prendere le armi, costringere, obbligare, che senso ha? Le guerre, le rivoluzioni (TUTTE) le hanno sempre fatte i poveri sobillati dagli intellettuali e le hanno SEMPRE pagate i poveri. Qualche ricco e qualche intellettuale magari ci ha rimesso la buccia, ma poi, tirando le somme, vale quello che diceva Tomasi, ossia che tutto cambia perché nulla cambi. Osserviamo la storia: non è stato così? Non è Cristo o il Vangelo o la Chiesa che sono fuori dalla concretezza della storia, ma è proprio l’idea di rivoluzione, di costringimento (ovviamente parlo di costringimento forzato e non di equità sociale nella distribuzione del prodotto del lavoro in una nazione…). Obbligare qualcuno a spogliarsi delle sue ricchezze è stata un’idea perdente, da sempre. Ci sono molti altri mezzi per ottenere le stesse cose senza obbligare o fare rivoluzioni, basta seguire le vie giuste, in politica ma anche nella interpretazione dei testi sacri. Ad esempio, c’è chi sostiene che è inutile lottare per l’equità sociale, perché tanto “i poveri li avrete sempre con voi”: OK, è vero, ma PERCHE’ li avremo sempre con noi? Ovviamente perché esiste quella che percepiamo come ingiustizia. E’ l’ingiustizia che bisogna riconoscere, far riconoscere e combattere. Ma non è un’equazione che l’ingiustizia si abbatte con la rivoluzione: chi l’ha detto? Ovviamente quelli che hanno fatto le rivoluzioni, ma, come abbiamo visto, avevano torto marcio.
    Ecco allora che la strada che Giovanni inizia a indicare e che Gesù specificherà ancora meglio, che è quella della solidarietà e dell’empatia, è l’unica via percorribile, al di là di ogni fatalismo, da una parte, e di ogni forzatura, dall’altra. Ed è una via umana, laicissima, perché Cristio, a ben vedere, non ha inventato nulla nei rapporti fra persone: il “comandamento” dell’amore non è un comandamento ma una via LOGICA, l’unica via logica per vivere felici. L’amore per Dio, come lo intende Cristo, questo è il vero “comandamento” da Lui inventato (perché è un “altro” volto di Dio che egli vede, non quello o non solo quello degli ebrei del tempo). D’altra parte, basti leggere il pensiero dei saggi antichi, religiosi o non come Seneca, per rendersi conto che l’umano non è una novità inventata dal Vangelo, ma soltanto sottolineata fortemente dal Vangelo, richiamata, ridetta in termini semplici e comprensibili alle persone semplici. Ma torniamo a noi.
    E come la mettiamo col fatto che noi (io), poveri nel primo mondo, siamo di fatto coloro che perpetrano l’ingiustizia nei confronti di quelli del terzo mondo? Perché non si parla di rivoluzioni per sanare QUESTA ingiustizia e non quella che subiamo noi? Perché accettiamo un sistema di scambi internazionali basati sulla rapina per mantenere il nostro “stile di vita”, pronti a urlare se ci tolgono la bistecca politica conquistata con le lotte sindacali, e con estrema indifferenza accettiamo che questi miliardi di esseri umani vivano senza pane e senza dignità per poter andare in giro in auto, farci le ferie al mare, la pizza al sabato sera e tante cazzate di regali inutili a Natale? perché tolleriamo lo scempio della natura, la rapina delle risorse, la gassazione continua e progressiva del pianeta senza cippire? (e molto altro tolleriamo, purché non venga intaccato quello che viene da noi percepito come “diritto alla felicità” – ma quale felicità, di fronte a tanta ingiustizia sulla quale poggia la nostra stessa vita?) Perché nelle trattative sindacali non si contratta una quota, pur piccola, di salario da destinare in solidartietà a coloro che indirettamente rapiniamo per vivere in questo sistema ingiusto? Eppure sarebbe così semplice, sarebbe almeno un ravvedimento, un tentativo di cambiare direzione! Quanto “rimosso collettivo” viene puntualmente ignorato pur di salvare l’immagine di noi stessi vittime dell’ingiustizia e non ingiusti? Quanta merda scopiamo sotto il tappeto – stupidi, perché l’odore ormai è insopportabile – ? Eppure sempre, quando dico o scrivo queste cose c’è qualcuno che dice che IO sono l’utopista, il visionario, quello che non ha capito come gira il fumo. Ma io sostengo, visti i risultati, che proprio questo perfetto sistema di sfruttamento è la vera, maledetta e funesta utopia nella quale viviamo credendo di vivere nella realtà. E’ questo il grande male della civiltà, il prodotto funesto del “capitalismo maturo”, più funesto ancora della ideologia, tutto sommato rozza ma anche meno pericolosa, del socialismo rivoluzionario. LA REALTA’ E’ LA VERA UTOPIA mentre l’utopia è la realtà che ci ostiniamo a non vedere. Le parole di Giovanni non possono non ricordarci tutto questo. E’ il coraggio di guardare in faccia la realtà “dal di dentro”, come sempre si sostiene, che ci manca: è la rivoluzione o metànoia da fare dentro, non fuori.
    Questo, credo, possa essere una interpretazione, forse poco mistica e poco intellettuale del passo di Luca, ma – io credo – con un po’ di senso e di sana concretezza.

  25. macosacapperodici? il 29 dicembre 2006 alle 19:51

    Ma quanto scrivi? Sticazzi!

  26. tashtego il 29 dicembre 2006 alle 20:17

    @centofanti (inutilmente)
    “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe”.
    c’era bisogno di giovanni battista per dire una banalità etica come questa?
    ma non vi rendete conto di cosa andate cianciando dai vostri amboni?
    di quanto siete fuori del mondo, o meglio, di quanto ormai siete nel mondo solo per dare una mano ai più forti, ai più ricchi, ai più potenti, semplicemente facendo stare buoni i più poveri?
    sai bene cosa intendo dire quando parlo di fedeli inginocchiati: è la loro mente spalmata sull’irrazionalità religiosa che i professionisti della menzogna come te alimentano all’infinito galleggiandovi sopra, sfruttando l’umanissima paura della morte e del nulla.
    non ho niente contro chi crede.
    ho molto contro chi amministra e alimenta la loro fede.

  27. fabrizio centofanti il 29 dicembre 2006 alle 20:25

    Gianmario, sottoscrivo in toto.
    Tashtego, se ti sentono i miei poveri ti prendono a calci in culo. loro non vanno tanto per il sottile.

  28. georgia il 29 dicembre 2006 alle 20:30

    :-)
    e così abbiamo scoperto che tash mangia spesso dalle suore ;-).
    Però io non sapevo che facessero delle acquette, anzi pensavo il contrario, mi dicono che ci sono, a roma e a venezia, degli alberghi (o per lo meno posti dove si può pernottare e mangiare) che costano pochissimo sono ex conventi bellissimi e si mangia anche di molto bene e prendono anche i miscredenti.
    Va beh si vede che tash è stato in altri posti, oppure … come ormai ritengo io, usa sempre solo dei luoghi comuni che non si è mai preso neppure la briga di controllare se siano esatti :-).
    Sul resto della discussione (tutto escluso le minestrine) non metto e-bocca :-)
    geo

  29. macosacapperodici? il 29 dicembre 2006 alle 20:38

    Io sono con tashtego, e contro la sufficienza con la quale centofanti sbriga il medesimo tash.

  30. franz krauspenhaar il 29 dicembre 2006 alle 20:52

    Sufficienza? A me non pare. A me pare, invece, che il sig. Tashtego sia insufficiente. La sua, di sufficienza velenosa, è insufficiente a una discussione come questa. E penso che abbia parecchi pregiudizi. Causati dal suo disprezzo.
    A me Centofanti piace (anche) perchè dice pane al pane (azimo, all’occorrenza) e vino al vino (santo).
    Se scrive che i suoi poveri prenderebbero Tash (o un altro, non è la persona che conta, ma i concetti, in una discussione) a calci nel culo, penso che lo abbia fatto a ragion veduta.

  31. macosacapperodici? il 29 dicembre 2006 alle 21:07

    Ma Tashtego in questo blog com’è visto?
    Così, per sapere…

  32. Gianmario il 29 dicembre 2006 alle 21:14

    Tashtego:
    >è la loro mente spalmata sull’irrazionalità religiosa che i professionisti della menzogna come te alimentano all’infinito galleggiandovi sopra, sfruttando l’umanissima paura della morte e del nulla.

    Io non ho paura della morte, sono credente e non ho bisogno di professionisti della menzogna per credere. Tu vuoi dire: chi crede è un poveraccio mezzo scemo che si lascia impressionare dalle chiacchiere dei preti? E’ questo?
    Grazie tante.
    Però ti chiedo una cosa: ha fatto più male agli uomini, nella storia, l’irrazionalità della fede o la razionalità della filosofia – o anche della stessa “applicazione nel concreto” della fede? Le crociate (cominciamo pure da lì) erano guerre di religione o guerre imperialiste camuffate da guerre di religione? Quante bande di armati-briganti, di cadetti spodestati, di principi senza regno e banditi a tutti gli effetti sono stati catalizzati e spediti in “Terra Santa” da un’accorta politica dei potenti dell’epoca?
    Quante questioni di potere sono state risolte in nome della religione? Non è la religione, ma l’uso che se ne fa, responsabile dei misfatti del clero, dei papi, ecc. ecc. storicamente. Noi indichiamo sempre Dio responsabile dei nostri misfatti, e continuiamo a non vedere.
    Perché Fabrizio sarebbe un fabbricatore di menzogne? Che potere strano ha Fabrizio di incantare la gente? Da dove gli viene? Il potere di “farmi fare” qualcosa? C’è qualche scuola di imbroglio che sia così sofisticata da incantare milioni di persone? E’ un ragionamento, scusa, patologico. Mia moglie, che fa la psicologa, trova questo modo di ragionare soprattutto nei tossici. E’ paranoia, insomma…
    Il rapporto con Dio è prima personale, poi collettivo, solo in seconda battuta… Se credi, non è per colpa o merito dei preti. I preti sono gente al servizio, “nostri dipendenti” direbbe Beppe Grillo ;-)) Poi è vero, anche fra i dipendenti può esserci quello che ruba lo stipendio, come si suol dire.
    C’è gente in gamba e gente che non mi pare molto a piombo. Fabrizio però non me lo toccare, è uno che ci crede ed è in buona fede e paga e soffre di persona. Simili accuse non le merita di certo.

  33. franz krauspenhaar il 29 dicembre 2006 alle 21:14

    Da me benissimo. In generale bene. Il fatto che dica quello che pensa senza troppe storie e ipocrisie, parlo per me, è un valore aggiunto. Ma non è il solo a dire quello che pensa, ecco.

  34. franz krauspenhaar il 29 dicembre 2006 alle 21:15

    Machecapperodici, mi vedi? Ti ho risposto…
    :-)

  35. josé il 29 dicembre 2006 alle 22:04

    Credo che Tashtego intendesse: se Dio non esiste, tutti i discorsi che ne conseguono sono menzogna. Anche se condotti con sincerità, hanno alla loro radice “una follia per la ragione”, ovvero l’esistenza di una entità ultraterrena che non solo non è provata, ma è indimostrabile (se non, appunto, “per fede”). Ora, credo che proprio in questo punto risieda l’impossibilità di ogni relazione tra chi crede e chi no. A meno che la relazione non sia condotta proprio a partire da quella banalissima (e invero anche scomoda) domanda: Dio esiste? Per quanto mi riguarda, i post come quello di Centofanti parlano un codice che chiude ogni possibilità di relazione; e proprio perché danno per scontato che il lettore sia già dentro quell’universo di pensiero. E siccome anch’io penso che dal punto di vista etico dica delle banalità sconcertanti (la semplicità è un’altra cosa dalla banalità), mi ritraggo, evitando il confronto. Non reagisco più con stizza, però resto nel mio scetticismo. D’altra parte, non credo che il target del post sia chi ha interiorizzato la tradizione gnostica e/o atea. L’alterità concepita è quella che evita ogni incontro con chi è veramente altro.

    PS. La frase “se ti sentono i miei poveri ti prendono a calci in culo” rende manifesto un atteggiamento di netta chiusura – e direi anche di chiusura violenta – nei confronti di chi la pensa diversamente.

    José

  36. IL GOLPISTA il 29 dicembre 2006 alle 22:19

    io ogni anno dò più della metà di quello che guadagno allo Stato, in modo che esso provveda, tramite vari servizi sociali, a darlo per mio conto a chi ne ha di meno.
    Ora caro Gesù non mi dire che questo è la parte di Cesare mentre tu vuoi la parte di Dio perché in questo caso non ho capito: a me che rimane?

  37. Luminamenti il 29 dicembre 2006 alle 22:25

    @tashtego Il messaggio di Gesù (non quello filtrato dalla Chiesa e dall’Illuminismo) non è di quelli che fa stare buoni i poveri. Paolo parla di atteggiamento amoroso, che non ha nulla in comune con la mansuetudine, è rovente e ispirato, induce ai sacrifici più atroci per recare conforto.
    Il messaggio di Gesù non induce a fare le vittime piuttosto invita a uno stravolgimento di tutti i valori. Gli esempi nei vangeli (includendo quelli ingiustamente definiti apocrifi) sono molteplici. Poi molti di questi esempi sono stati mutati, letti come semplici metafore, o letteralmente quando invece alludevano ad altro, usati per altro scopo, addomesticati. Il precetto di maneggiar serpenti fu interpretato come traslato del dominio sulla propria anima peccatrice, quello di bere veleno senza danno ovvero di mitridatizzarsi, fu spiegato come similitudine del subire senza cedere le tentazioni. Solo così le parole potevano circolare. La fede pubblica cristiana accettò il circolante delle dichiarazioni ecclesiastiche.
    Gesù non è mite, è aggressivo senza essere violento. E’ forte rimanendo quieto! Se si omette di esaminare con cura e distacco impersonale la “scoperta”, la rivelazione di Gesù (e la possibilità per gli uomini di svelarla a se stessi) ci si mette a discutere solo di ciò che sembra restare: l’opposizione tra lo Stato senza Ecclesia e il Regno con l’Ecclesia. Con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti. Ma in questo modo ciò che resta è ciò che rimane ai margini, alla periferia di ciò che serve per la rinascita degli esseri umani. Perchè non andarsi a leggere la vita, ad esempio, di Ildegarda von Bingen e dove trovi la forza per opporsi al potere, si tratti di sfidare l’Imperatore Barbarossa o le gerarchie ecclesiastiche?

    @macosacapperodici? Se la tua idea è quella balorda che il mezzo è il messaggio non mi stupisco della deriva che ha avuto il pensiero, di cui televisione e giornali sono l’esempio più palese. Un poco si salva la radio. L’editoria libraria già si è parecchio involuta sulla scrittura come sanno bene quei pochi che lavorando nelle redazioni editoriali conoscono bene quali ragionamenti(?) si fanno nella scelta di un libro e in pubblico sono costretti a dire il contrario, rimane la rete dove non ci sono mediatori e acquirenti che decidono e certamente non sarai tu a decidere per me se la tua idea è giusta anche perché è profondamente errata e non è qui la sede per illustrarla (anche perchè dovrei scriverla in maniera incomprensibile per fartela comprendere, o sintetizzartela per fartela capire in modo che rendendotela comprensibile riesca a non dire nulla che valga la pena di essere capito). Quello che tu hai illustrato – con abilità di sintesi – è la fine del pensiero! processo che già sapevo in atto da tempo.

  38. macosacapperodici? il 29 dicembre 2006 alle 22:42

    Luminamenti datti una svegliata! Hai capito? Svegliati!
    IL MEZZO E’ IL MESSAGGIO!
    Che per te sia un’idea balorda la dice lunga su quanto il tuo pensiero sia indietro rispetto al fatto.
    IL MEZZO E’ IL MESSAGGIO!
    Questo è un fatto, che ti piaccia o no.
    Io sono nella ragione e tu nel torto. E lo sai perché?
    Perché questo mio messaggio rivolto a te non fa del torto al mezzo che sto usando!
    Mi capisci? Sono chiaro?
    Tu invece questo mezzo non hai capito ancora come lo si usa, dunque il tuo messaggio risulta fasullo perché anziano rispetto al fatto.

  39. IL GOLPISTA il 29 dicembre 2006 alle 22:49

    mi piace, pur nell’invettiva, questa estrema delicatezza di dare dell'”anziano” a un messaggio (ché se gli dici “vecchio” potrebbe aversene a male).

    In fondo siamo tutti dei bravi ragazzi.

  40. guyyt il 29 dicembre 2006 alle 22:49

    Scusate, ma che c’entra questa deriva spiritualista con un lit-blog?

  41. Luminamenti il 29 dicembre 2006 alle 22:53

    E’ ora di dormire, non di svegliarmi (domani devo alzarmi presto per andare a correre), e il tuo ultimo messaggio funziona benissimo come sonnifero. Buonanotte e pace. Non occorre disturbare oltre gli altri con un argomento che non c’entra.

  42. sergio garufi il 29 dicembre 2006 alle 22:55

    @ guyyt
    Scusate, ma che c’entra questa deriva spiritualista con un lit-blog?

    c’entra eccome. la metafisica è una branca della letteratura fantastica.

  43. tashtego il 29 dicembre 2006 alle 23:05

    ultimo (mio) commento in merito.
    @franz
    non disprezzo nessuno in particolare, caro franz, ma non puoi pensare che un blog letterario possa ospitare santini teisti senza che nessuno dica niente in direzione contraria.
    in questo caso quasi nessuno ha detto qualcosa, perché è del tutto evidente che all’atto pratico, l’agnosticismo la vince: solito vecchio vizio nostrano che fa sì che poi la nostra sia una società etero diretta dal dettato della chiesa cattolica: se a te e ai tuoi colleghi bloggers sta bene, niente da eccepire.
    in fondo è solo una questione di percezioni.

    lo spiritualismo, di questa come di altre leghe, è segnale che siete, e tu in particolare, franz, sei, in tutta evidenza a corto di idee e allora la pappina buonista dei credenti e dei sostenitori di padrepio/madreteresa/escrivà/eccetera può andarti bene per riempire un vuoto tematico ormai pauroso.
    ma non penserai che questo non si percepisca.

    esiste un principio fondamentale ed è il principio di scelta, è il saper/dover discriminare tra ciò che si include e ciò che, necessariamente si deve escludere dal proprio discorso, pena lo snaturamento del livello della discussione: sono principi elementari dell’insiemistica, ma a te e ai tuo amici sembra sfuggire che alcune cose non stanno bene assieme ad altre.

    buon anno a tutti.

  44. macosacapperodici? il 29 dicembre 2006 alle 23:17

    Grande Tash!!!
    Questo è parlare!
    Questo è il MEZZO!
    Tiè!

  45. franz krauspenhaar il 29 dicembre 2006 alle 23:23

    Tashtego, dici stronzate: in questo lit-blog ci sono pezzi sui più svariati argomenti, come sempre è stato. La deriva spirtualista non esiste, da qualche tempo conosco Centofanti che è anche un poeta e uno scrittore (siamo in tema e siamo nel posto giusto) e pubblico certe sue cose senza nessun intento. Se non ti vanno certe cose tira dritto per la tua strada. Se vuoi criticare critica ma non dire cazzate, che è meglio. Tu sei come un tizio che conosco io: va allo stesso bar tutti i giorni, da anni e dice sempre che quel bar fa schifo.

  46. franz krauspenhaar il 29 dicembre 2006 alle 23:25

    Poi( non ho finito) me le devi citare le pappine buoniste di cui straparli, le santeterese e i padripii. No, guarda, qui di buonisti non ce ne è neanche mezzo. Io mi incazzo di brutto, e in tutti i modi, se è necessario.

  47. franz krauspenhaar il 29 dicembre 2006 alle 23:28

    E mi incazzo soprattutto con la tua arroganza da comunista fallito. Tu hai visto morire il tuo dio, è questo che ti rode.

  48. franz krauspenhaar il 29 dicembre 2006 alle 23:32

    Ah, “l’insiemistica” lo sai dove te la puoi attaccare, vero?

  49. Titti il 29 dicembre 2006 alle 23:34

    Caro Fabry,
    grazie per le tue parole, come sempre illuminanti nella loro semplicità -sono anche taumaturgiche: hanno lenito in parte il mal di denti che mi attanaglia da due giorni …lenitive non abbastanza, però, da consentirmi di leggere i commenti degli altri, quindi mi scuso se dirò cose già scritte –

    Pensiero e azione sono inscindibili: infatti come si potrebbe affermare di aver fede in Dio che non si vede, se non si amano con i fatti le persone concrete?
    La Comunione, la Condivisione è il segreto di tutto (e, al riguardo, con te sfondo una porta aperta!). Comunione “cum + munus” cioè un donare, frutto di libera volontà.

    “Il destino dell’universo è in frigorifero. Tutto il resto è letteratura.” Sintesi grandiosa: ho conosciuto un tuo omonimo che divideva con una linea Maginot in verticale il frigorifero di famiglia: guai a chi oltrepassava la linea e violava la sua metà! Inutile dire che, una volta sposato, non ha resistito all’idea di dover condividere il frigo con un’estranea!

  50. franz krauspenhaar il 29 dicembre 2006 alle 23:48

    ah oh tashtego, una cosa notevole di questo blog è proprio il fatto (che a te, vecchio indottrinato comunista non piace, e comunisti, come fascisti – per me è lo stesso- si nasce e si muore) che c’è assoluta orizzontalità, e molteplicità di sguardi. Quello che quelli come te prendono per mancanza di argomenti e/o per confusione, non è altro che libertà. Non pensare che tra noi non si discuta, oh tastego, eh? non lo pensare o mi arrabbio di nuovo. E te lo faccio vedere, il Padre Pio. Eh, caro? Buon anno, e se per caso ti viene l’illuminazione di non tornare più qui a rompere, beh, ecco, segui l’illuminazione.

  51. Lorenzo Galbiati il 29 dicembre 2006 alle 23:52

    E’ la prima volta che leggo uno scritto di Centofanti.
    E francamente, a uno come me, cattolico impegnato (con ciò si intenda molto più che “praticante”) fino ai 28 anni (ora ne ho 36), questo pezzo sembra un po’ miserello. Ermetico, se vogliamo usare un eufemismo.

    Che il signor Centofanti, che pare tenere molto ai commenti, assuma una posizione conflittuale e ci dica cosa ne ha fatto la chiesa di questo richiamo alla condivisione (intendo al suo interno e verso il mondo, e non solo a livello economico) e all’attenzione privilegiata verso i più poveri (ci spieghi anche perché Wojtyla ha fatto di tutto per ostacolare la teologia della liberazione mentre non ha fatto niente contro Marcinkus).

    E poi ci spieghi quanto c’è di cristiano nel rispondere a un noncredente astioso come tashtego che i suoi poveri lo prenderebbero a calci in culo.
    Perché ci sono anche poveri che prenderebbero a calci in culo molti cardinali, magari gli stessi che poi diventano papi. Allora forse, se si considera questo, la risposta cristiana agli sberleffi di tashtego
    dovrebbe essere un’altra.

  52. un povero (negro) il 30 dicembre 2006 alle 00:07

    eh già, adesso un povero incazzato non puo’ nemmeno prendere a calci in culo uno che lo ha offeso!

  53. macosacapperodici? il 30 dicembre 2006 alle 00:08

    Grande Franz!!!

  54. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 00:13

    vedo che i miei post suscitano sempre molto interesse e questo non può che farmi piacere. ci sono cose che contano più di altre, evidentemente. ringrazio Franz, in primis, poi Gianmario, Giorgia e quanti hanno preso le mie difese. la frase incriminata era direttta a far capire a quel testone di Tastego che io non sono omologato a un certo tipo di chiesa a cui pensa lui ed altri che hanno postato qui sopra. sono cliché logori che lasciano fuori i poveri preti di periferia, che lottano ogni giorno al limite del collasso. non sono abituato a diendermi, perché il nostro operato parla da solo, quindi non lo farò nemmeno adesso. il testo che ho inviato è volutamente semplice dal punto di vista del contenuto e quanto mai difficile da vivere sul piano pratico. pochi, anzi nessuno, si è soffermato sulla seconda parte, che esprime il dramma di ciascuno di noi quando è alle prese con la questione concretissima della condivisione quotidiana. è lì che si gioca tutto. e ho scelto intenzionalmente un contenuto che coinvolge alla pari credenti e non crdenti, perchè condividere è un fatto umano. per ora mi fermo qui, per non affaticarvi la vista.
    grazie a tutti gli intervenuti.
    fabrizio

  55. franz krauspenhaar il 30 dicembre 2006 alle 00:15

    Carissimo Lorenzo, spero che Centofanti ti risponda al più presto. Io sono molto felice per queste discussioni fatte sulla nostra nuda e viva pelle. Perché quando si toccano temi così importanti (e il tema della fede non è importante, è importantissimo) si scatenano, in noi, forze profonde. Da una parte e dall’altra.
    E’ importante rilevarlo: per far presente a chi crede che qui si distribuiscano pappine. Pappine un cazzo.
    Ecco (anche) perché pubblico Centofanti. Sull'”ermetismo” del suddetto, Lorenzo, ti invito a leggere le sue poesie, ne trovi qui su NI ma soprattutto sul suo blog.

    @macosacapperodici?
    Grande? Mah. Per quel mio commento firmato “un povero (negro)”?

  56. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 00:26

    quanto alle domande di Galbiati, credo sia inutile soffermarsi sulle cifre della Caritas e sulle attività delle missioni. e neanche sull’aiuto quotidiano che viene dato ai poveri che si rivolgono quotidianamente ai preti di parrocchia come se dovessero sopperire tutte le mancanze dello stato. bisogna parlare in prima persona e chi viene aiutato mensilmente dal sottoscritto con tutto quello che può dare del proprio potrebbe rendere una bella testimonianza. la regola è parlare di se stessi. ogni altra presa di posizione è immorale.
    saluti
    fabrizio

  57. Lorenzo Galbiati il 30 dicembre 2006 alle 00:54

    Franz, in effetti avevo immaginato che l’ermetismo fosse voluto però trattare temi così “vitali” con frasi a effetto può causare anche le comprensibili repliche che ci ha fornito tashtego. E quindi uno si deve esporre poi in modo più compromettente nei commenti, a mio parere.

    E’ per questo che non mi basta che Centofanti dica: io coi poveri ci lavoro: e quindi? Non possiamo criticare lui o gli altri preti o la Chiesa? O meglio, più che criticare a priori, mettere di fronte ciò che lui ha scritto non solo con il suo personale operato ma con quello di chi si considera vicario di Gesù Cristo in terra?

    Centofanti, io le ho chiesto un’opinione sull’operato della Chiesa nei suoi massimi esponenti e lei mi risponde citandomi la Caritas a i preti di periferia e i missionari. Quelle categorie lei li vede (le vedo e conosco anch’io, un po’) e d’altronde lei stesso ne fa parte, ma chissà perché non vede il resto. Parlare di ciò che le ho chiesto io, cioè della Comunità più grande di cui lei fa parte, non è giusto, anzi immorale, arriva a sostenere.
    Troppo comodo, specie per un prete che si è appena dichiarato non omologato a un certo tipo di Chiesa. Ci dica a cosa non è omologato, per favore, ci dica che ne pensa dei clichè logori di cui parla? Si riferisce a ciò che ho citato io? Ho detto allora delle falsità?
    Io le chiedo solo di compromettersi e di andare oltre il “io faccio così”, tutti dovrebbero fare così: la comunità di cui fa parte, a partire della gerarchia, come ha vissuto e vive la condivisione (che con gerarchia non va molto d’accordo) e la povertà? come la testimonia? come teologizza che il destino è nel frigorofero e il resto è letteratura? Perchè lei, con quella frase, è andato ben oltre quel che dicevano i teologi della liberazione condannati da Wojtyla via Ratzinger…

  58. fk il 30 dicembre 2006 alle 01:08

    Lorenzo, perdonami (anche se non sei dio): mi sembra che tu abbia il tipico complesso dell’ex.
    Come l’ex fumatore che quando sente odore di sigaretta si fa prendere da una leggera crisi di nervi.

  59. Lorenzo Galbiati il 30 dicembre 2006 alle 01:15

    Il fatto è, Franz, che io queste cose le dicevo già quando avevo 20 anni ai preti che conoscevo… non ho mai pensato che il cristianesimo fosse una religione per tutti, ho sempre creduto che fosse un atto radicale e, come tale, poco disposto ai compromessi e molto propenso alla continua autocritica e riforma: ma così non è.
    Lorenz

  60. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 01:18

    caro Galbiati, la mia è una convinzione morale, e vedo che lei fatica a comprenderla. per principio non giudico gli altri, né la gerarchia nè lei né tashtego. credo che il primo principio della morale sia guardare a se stessi. su argomenti come la teologia della liberazione ho le mie idee, che mi vedono schierato sempre dalla parte dei poveri e degli oppressi. le riserve della chiesa, che faccio altrettanto mie, sono quelle riguardanti un’identificazione semplicistica tra fede e ideologia, che come ho accennato più sopra non può essere fatta. l’affermazione che “le masse vanno costrette” non mi vedrà mai d’accordo e non vedrà mai d’accordo neanche la chiesa, così come il ricorso alla violenza. non permetterei nemmeno che i poveri prendessero a calci nel didietro il signor Tashtego, per quanto certamente siano pronti a difendermi da ogni tipo di aggressione. ho sempre vissuto lontano dal “palazzo”, ma non mi permetto di giudicare chi nel palazzo ci vive. ognuno rende conto alla sua coscienza. le consiglio di fare, quindi, lo stesso esame che ne faccio io.
    buonanotte
    fabrizio

  61. Lorenzo Galbiati il 30 dicembre 2006 alle 01:22

    Ciò non toglie che Dio perdona e io pure, e continuavano a chiamarlo Trinità è molto più gustoso dei quattro dell’ave maria, ragion per cui confido che domani è un nuovo giorno e che don Centofanti, più riposato, voglia rispondere esponendosi di più.

  62. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 01:28

    mi sono già esposto abbastanza, Galbiati. quello che c’è da dire lo dico con parole-fatti. il resto, come da conclusione, lo lascio agli intellettuali, che hanno tempo e modo di cesellare e ricamare. e di parlare male degli altri. io penso sempre alla famosa trave, e mi passa la voglia. le contraddizioni sono nella chiesa come nella sua vita. ma la prego di non dirmele qui. semmai me le confida in confessione.

  63. Lorenzo Galbiati il 30 dicembre 2006 alle 01:39

    Leggo ora la risposta di Centofanti.
    Che conferma quanto scritto sopra.
    Quindi io proprio non sono d’accordo con lui: credo cioè che sia primo dovere morale di un prete criticare e denunciare l’operato della Chiesa quando si discosta dall’agire cristiano.

    Don Centofanti si copre dietro il “io non giudico”. Io dico che chi non giudica “permette” che il fatto avvenga, acconsente. E in tal modo il lavoro che fa Centofanti nel suo piccolo viene di fatto – non dico annullato – svalutato dalla sua non-opposizione verso comportamenti che gli si oppongono.

    Il prete, a mio avviso deve essere il primo a dichiarare quando la Chiesa “è forte con i deboli e debole con i forti”; anzi, non dichiarare ma inquisire, inveire, perchè così lo dichiarava o scriveva un certo David Maria Turoldo.

    Così la vedo io. Detto questo, ha ragione, Centofanti: ognuno fa o dovrebbe fare secondo la propria coscienza (cosa questa, che alla Chiesa non piace molto, specie quando si va a votare per elezioni o referendum).

  64. georgia il 30 dicembre 2006 alle 01:50

    lorenzo, Wojtila (cioè la chiesa) ha ostacolato la teologia della liberazione, non per quello che faceva (anzi all’inizio l’ha favorita) ma per la commistione ideologica marxismo-cristianesimo, e non l’ha fatto in odio ai principi di uguaglianza del marxismo … troppo semplice vederla così :-) (per questi motivi semmai erano odiati dalle sette protestanti americane che hanno invaso allora i paesi cattolici del sudamerica), ma perchè la chiesa ha intelligentemente capito che alla lunga il marxismo sarebbe stato più forte e avrebbe “laicizzato” la componente cattolica. Ora, lorenzo, non vorrai pretendere che la chiesa si suicidi da sola, vero?
    Quindi da allora la drastica decisione: … nessuna commistione marxismo-cattolicesimo e così i teologi della liberazione, anche se in sintonia in molte delle loro azioni con la dottrina della chiesa, sono stati abbandonati e scomunicati.
    Io naturalmente simpatizzo con i teologi della liberazione … anche perchè penso che alla chiesa forse faccia molto più male ratzinger del marxismo ;-).
    @Fabrizio io sono felicissima che ci sia un prete, e i suoi commentatori, in NI, trovo la cosa di grande interesse, però …. mi chiamo gEorgia e non giorgia.
    geo

  65. GiusCo il 30 dicembre 2006 alle 03:05

    Mi stupisce l’accanimento su Fabrizio e i suoi post. A differenza di molti propositi difficili a capirsi e mai nel vero realizzati (perché morta è la loro ragione storica o debole è l’uomo di fronte alla tentazione di soggiogare l’altro uomo), le sue parole suonano chiare e clamorosamente praticabili, a volerlo. Non sono convinto che sia grande letteratura, che è una roba essenzialmente di linguaggio e retorica, nelle quali Fabrizio credo difetti per troppo ardore; né sono convinto che la Parola di cui è vicario sia l’unica risposta possibile (io certo le preferisco lo sforzo umano della fisica e le risposte a bocca aperta della matematica). La crisi d’identità che attanaglia molti è davvero tale da non reggere la figura di una tonaca di periferia, su questo sito? Eppure, mentre giro per siti australiani e americani, ciò che urge è il rapido patibolo del pluriomicida dittatore iracheno, e un senso di silenzio pervade un po’ tutti i luoghi mediatici, nel mondo, come se davvero, anche solo per un minuto, di altre Parole ci fosse bisogno. Nel mondo occidentale solo Marco Pannella ha proposto, fin dal principio di questa assurda guerra esportatrice di democrazia di cui siamo stati complici, una soluzione non violenta per salvare la vita al tiranno: l’esilio; e infine, unico in Italia, a ricorrere all’ormai spuntatissimo gioco mediatico del “non mangio, non bevo” per sollecitare il nostro nuovo Governo, presunto progressista, ad una posizione in linea con la razionale e illuminista tradizione occidentale europea; tradizione che ha le sue basi anche nella figura di cui Don Fabrizio è vicario, prima di tutto come uomo. E tradizione che è lontana sia dal becero fanatismo crociato e di frontiera di chi sta per consumare la vendetta uso media, sia dall’uomo massa o zero che altre chiese, per fortuna abbattute o collassate, vorrebbero sostituirle.

  66. Giovanni Nuscis il 30 dicembre 2006 alle 03:36

    Difficile, mi rendo conto, restare su un tema, il discorso tende sempre ad allargarsi a dismisura, e si tirano fuori, immancabilmente, colpe e responsabilità storiche (come in politica); smettendosi di parlare di Cesare per passare alla moglie di Cesare.
    Io trovo però attualissimo il brano evangelico propostoci da Fabrizio, e gliene sono grato, nel cinismo e disfattismo generale.
    Riprendo qualche passaggio. “Le folle interrogavano Giovanni…, e anche i pubblicani …i soldati…” Quasi un’intera comunità, dunque, s’era rivolta a lui; e non per questioni astrattamente religiose ma per problemi materiali e di coscienza. Per umanissimo bisogno di sostentamento (le folle) o di esercizio corretto dell’ufficio rivestito (pubblicani e soldati).
    Inutile dire che i tempi sono cambiati, certo; più acculturate le popolazioni, venuti meno i profeti: salvo quelli fittizi aureolatisi, in tempi più recenti, col carisma e con la forza delle armi o con quella mediatica.
    Ma i dubbi ed i timori di allora restano, anzi s’accrescono (pure oggi, sulla stampa, s’è parlato di precarietà e di povertà in aumento proprio nelle fasce più giovani della popolazione; molti i suicidi); chi ha un lavoro, tanto più se garantito, si può ben dire che ha saltato il fosso, interminabile, dell’incertezza, e dev’essere consapevole di questo, avvertendo qualche obbligo in più rispetto a chi non vive un’analoga condizione. Molti giovani non hanno davvero nulla da offrire nel mercato del lavoro, vale a dire che è inutile ciò che possono offrire, non interessa nessuno. Vi è dunque una questione di redistribuzione della ricchezza, di solidarietà, di ritrovata empatia, ma non solo.
    Il richiamo del vangelo, va evidenziato, oltre che al cambiamento di cuore, s’indirizza finanche al semplice rispetto delle leggi umane, di quelle che gli stessi uomini si sono dati; non quelle divine, ma proprio quelle umane: “non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”, “non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe”. Un esempio emblematico di “non ingerenza” nelle leggi che lo società si era data e, d’altro lato, il consolidamento di un’etica che doveva cominciare proprio dal basso. Da qui, tornando a noi, l’urgenza di intervenire proprio su quelle regole, migliorandole, calibrandole sulle esigenze sociali attuali, e tenendo conto dell’inarrestabile cambiamento che travolge tutto e tutti. Un appello, dunque, a tutti coloro che, a vario titolo, sono responsabili del bene comune. Un aspetto, anche questo, di non poco conto.
    Concludo osservando che non mi paiono per nulla di esclusivo interesse di preti e bacchettoni, queste tematiche, e rinnovo per ciò la mia gratitudine a Fabrizio per indurci, ogni volta, ad una riflessione attenta quanto libera.

  67. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 07:38

    se raggiungiamo di nuovo i cento ho diritto a un bonus?
    ringrazio Franz, Giuseppe, Giovanni e Georgia, che hanno colto l’essenziale, al quale resta poco da aggiungere. noto anch’io la crisi d’identità di cui parla GiusCo. per questo credo ci sia bisogno di trovare un linguaggio comune che faccia un tentativo serio di salvare l’occidente. e mai come oggi dev’essere un linguaggio trasversale rispetto a partiti, chiese, religioni. tra gente che ha cuore il destino dell’uomo, non quello della propria gretta “ragione” o addirittura della propria boria farisaica, che cerca le colpe negli altri per nascondere le proprie. se si è disposti a mettere in gioco se stessi e a pagare di persona, qualcosa di sicuro comincerà a muoversi.
    fabrizio

  68. nico il 30 dicembre 2006 alle 08:28

    Accolgo l’invito a parlare di se stessi … Ho fatto per anni l’operatore sociale (da professionista, non da volontario), incontrando diversi gradi di povertà, dal barbone al tossico. La mia esperienza mi porta a dire che la Caritas e le parrocchie, col loro modo di intervenire, cronicizzato il bisogno. Ma su ciò ci sono centinaia di studi scientifici, anche del Gruppo Abele. Fornendo abiti, pasti, rifugio momentaneo, non risolvono il problema, ma appunto lo confermano. Ciò ha, nell’utente, risvolti psicologici di portata enorme: è inutile che mi danni l’anima per uscire dalla mia situazione, tanto c’è la mensa dei poveri … Io mi sono esposto personalmente, criticando apertamente, nelle varie riunioni di coordinamento tra le diverse realtà, questo atteggiamento. Ho sempre e solo trovato chiusura. Si negava addiritura l’importanza di coordinarsi a livello cittadino per regolare l’intervento di ognuno attorno all’obiettivo non di lenire momentaneamente il tutto, ma per tentare di superare la situazione. La Caritas e le parrocchie, in questo, erano le più accesse sostenitrici dell’isolamento, o meglio: a loro interessava la “loro” rete, quella legata alla chiesa, tutto il resto chissenefrega … Ci sarebbe anche molto da dire sui “volontari” utilizzati da queste strutture (ovvero sulla loro strutturale incapacità di gestire le relazioni secondo un’ottica di crescita del soggetto “preso in carico”) … O del fatto che l’esistenza di questi (pseudo)servizi legati alla chiesa contribuisce ad abbassare fortemente l’attenzione delle amministrazioni, le quali preferiscono, per motivi economici, sostenere queste realtà piuttosto che altre più strutturate professionalmente e dunque più costose (e meglio attrezzate per fare fronte ai bisogni). Ho passato otto anni della mia vita in un dormitorio pubblico; ne ho viste di tutti i colori e sono stato anche accoltellato durante una rissa … Dunque mi posso permettere di dire, in tutta pacatezza, che le parrocchie e la Caritas hanno una portata negativa sulla povertà: il loro intervento è palliativo, null’altro.

    Nico

  69. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 09:06

    vedo che anche tu frequenti idee e luoghi fermi nel tempo. da noi sono anni che ci si aggiorna proprio contro l’assistenzialismo sterile, cercando innanzitutto di trovare lavoro ai poveri che ci chiedono aiuto e lavorando in collaborazione con le istituzioni politiche. per fare questo bisogna farsi, come sopra, il mazzo, non basta fare l’anima bella delusa dalla vita. datti da fare sul serio e vedrai che i palliativi saranno un ricordo del passato.
    fabrizio

  70. nico il 30 dicembre 2006 alle 09:38

    Caro il mio Centofanti, noto che le tue risposte sono sempre su un piano di morale generale, senza scendere mai nel concreto. Per tua informazione, i fatti che riferivo sono accaduti SOLTANTO UN ANNO FA in Torino, all’interno del coordinamento cittadino sui senza dimora … Puoi chiedere alle parrocchie di San Salvario o di Crocetta se siano o meno pruriti di anima bella, o chiedi se vuoi all’associazione legata alla Caritas che interviene alla Stazione di Porta Nuova … Scendi dal pulpito e fai azione di umiltà, magari eviti di giudicare chi non conosci. E poi ti chiedo, così, quanto pagano le amministrazioni per i vostri servizi caritatevoli? Quanto dovrebbero pagare una cooperativa sociale di professionisti? Non credi che ci sia un legame economico dietro il fatto che alcune amministrazioni prediligono la relazione con voi piuttosto che con chi, professionalmente, lavora con l’emarginazione? Non nasconderti però dietro le frasi fatte; ti prego (sic!), almeno una scendi tra gli umani. Scusa il tono risentito, ma te lo sei cercato con la tua risposta, che è molto violenta nei contenuti (alla faccia del bicarbonato!). E sì, mio caro Centofanti, quel tuo “datti da fare sul serio” è quanto di più violento potessi tirare fuori: liquidi l’interlocutore dandogli dell’incapace di operare se non davanti alla tastiera. Hai sbagliato proprio persona; ma d’altra parte non mi conosci. Ecco, non conoscendomi, dovevi limitarti a rispondere stando sul tema. Ne sei capace? Prosit!
    Nico

  71. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 09:44

    tibi quoque, Nico. le amministrazione non ci danno soldi, ci aiutano a trovare soluzioni. ora ad esempio abbiamo progettato di costruire un dormitorio che speriamo funzioni diversamente da quello dove sei capitato tu. forse si trova un edificio già in piedi, se no si farà con le offerte della gente. io parlo solo di cose concrete, delle cose che faccio. le parole le lascio a chi si lecca le ferite. bisogna ripartire, ogni volta. non c’è tempo per le recriminazioni, non servono a nessuno.

  72. Luminamenti il 30 dicembre 2006 alle 10:13

    Non sono per nulla d’accordo con Nico e chi ha contatti veri con la realtà della povertà sa quanto sostegno se ne ricava da chi si dedica ai più deboli.
    Che ci siano anche esperienze di asservimento e non di crescita questo già lo sapevamo, ma esistono moltissime situazioni e ambienti che indicano il contrario. Ed esperienze nel mondo tra le più significative, come quelle del banchiere dei poveri. Ma poi basterebbero le osservazione del prof. di management Peter Drucker che ha ampiamente studiato queste organizzazioni.
    In quanto al resto vedo che tashtego liquida tutto con la vittoria dell’agnosticismo. Che misera vittoria, li vediamo i risultati…
    Né in lui, né in molti altri c’è la benché minima voglia (o capacità?) di confrontarsi, ponendo domande, sollevando problemi, indicando direzioni di ricerca. Leggo la prosopopea del nulla delle proprie opinioni che non vengono mai suffragate da elementi di un proprio percorso di vita e/o di studio da mostrare agli altri per discuterne, anche aspramente.
    E che significa poi deriva spiritualista? Forse nessuno che si sia accorto che quando il Dalai Lama è venuto recentemente in Italia a prendersi la sua laurea, quanta gente sia andata ad ascoltarlo con umiltà? Un uomo che poi tra l’altro si confronta moltissimo con la scienza. Chi parla di spiritualismo, ma sa cosa significa la parola Spirito? e sa cosa la Scienza scopre? Qualcuno sa di medicina quantistica? di biofotoni? del biofisico Fritz Albert Popp? qualcuno sa dei lavori del neurofisiologo Margnelli sugli estatici e i mistici? qualcuno ha letto Natura e struttura di alcuni stati di coscienza Poletto editore? o oltre il cervello di Grof? o energetica dei sistemi viventi di Mussat? o la strada intrapresa da Jon Kabat-Zinn, Segal, Teasdale? o si sia provato a fare esperienze di quelle sorvegliate da Namkhai Norbu? o leggersi i lavori di Goleman (specie quelli meno conosciuti) o quello che fa e studia il fisico dr. Konstantin Korotkov? o abbia provato la medicina spagirica e antroposofica e le ricerche moderne che si fanno su di esse? o abbia fatto un’esperienza di cranio-sacrale? o aver letto i libri di Ivan Cavicchi sulla filosofia della medicina? o per finire si sia calato nel Moby Dick di Melville estraendo la sua alchimia spirituale della vita, del mondo, della natura umana?

  73. OT il 30 dicembre 2006 alle 10:39

    hanno impiccato saddam.
    il clima si è subito rasserenato.
    solo trenta morti civili nelle prime ore del mattino.

    mobilitazione generale a favore della sacralità della vita nel caso welby.
    non una parola, una, per fermare la mano del boia.

    si vede che non tutte le vite sono sacre allo stesso modo.
    e nemmeno tutte le morti.

    misteri della fede?

  74. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 10:46

    L’esecuzione di Saddam Hussein “è una notizia tragica”. C’è “il rischio che alimenti lo spirito di vendetta e semini nuova violenza”. È il commento di padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana ai microfoni di Radio Vaticana. È “motivo di tristezza anche quando si tratta di una persona che si è resa colpevole di gravi delitti. La posizione della Chiesa cattolica, contraria alla pena di morte – ha ricordato padre Lombardi – è stata più volte ribadita. La uccisione del colpevole non è la via per ricostruire la giustizia e riconciliare la società”.

  75. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 11:08

    concordo, Luminamenti. basta precisare che lo spirito ha a che fare con il bene, che è l’alterità.

  76. macosacapperodici? il 30 dicembre 2006 alle 11:53

    Lo spirito ha a che fare con il bene???

  77. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 12:03

    sì. e approfitto della convergenza tematica per precisare il pensiero della mia amica Maria Grazia, citato all’inizio. le masse vengono costrette da comunismo e chiesa rispettivamente con i gulag e la paura dell’inferno, fino all’avvento dell’uomo nuovo, che può verificarsi grazie a una rivoluzione culturale e spirituale. a mio parere lo rivoluzione spirituale consiste precisamente nel decidersi per la via del bene-alterità, contrapposta alla via dell’io.

  78. estovest il 30 dicembre 2006 alle 12:09

    @macosacapperodici?
    Hai davvero letto “Gli strumenti del comunicare”? non barare

  79. The Last OT il 30 dicembre 2006 alle 12:21

    post mortem tutto fa brodo, e le dichiarazioni vi galleggiano a piacimento.

    se sfoglio osservatore e avvenire degli ultimi quindici giorni
    la prospettiva, però, cambia radicalmente.

    chi sa mai perché.

    saluti.

  80. Gianmario il 30 dicembre 2006 alle 12:23

    Vedo che per tutta la nottata si è discusso qui, a volte con una certa acredine… Mi meraviglia, perché, in fondo in fondo (dall’altra parte, se vogliamo) le posizioni non sono antitetiche. E dunque…
    C’è il fermo proposito di molti di addossare le “colpe” delle cose che non vanno alla Chiesa, alla Caritas, a questo, a quello. Beh, la chiesa non è fatta solo da preti, prelati, da capitalisti, ricchi, ecc. ma anche da poveri, per la stragrande maggioranza. La Chiesa non è sinonimo di paciosità, per nulla. Ci sono i paciosi, ci sono anche i reazionari, certo, e sono tanti. Ma Cristo era aggressivo, come ha detto qualcuno: ricordiamo le sue parole contro i farisei, la sua sfuriata nel Tempio… La Chiesa dice soltanto che il mitra non si usa per parlare e risolvere i problemi perché – lo dicevo ieri – ad andarci di mezzo non sono i ricchi, ma sempre i poveri. E per questo sono tutti d’accordo per la non violenza nella chiesa, a parte i teologi della liberazione (di sinistra ma anche di destra, come certuni che predicano ancora il pericolo dell’Islam e la necessità di riesumare le crociate…), così com’è ovvio che ammazzare Saddam non risolve i problemi dell’Iraq e non apre per nulla un nuovo corso della storia iraqena, come dicono gli americani.
    La Chiesa non fa e non deve fare politica, anche se purtroppo la Curia romana (e non solo) è tornata massicciamente a far politica, credendo in questo modo di vincere sul fronte di una certa moralità, sul fronte anche di interessi materiali come le scuole private o gli ostelli o quant’altro. Non è con una chiesa di “sinistra” che si ostacola una chiesa di “destra”: questo è strabismo, non c’è né sul Vangelo né da qualsiasi altra parte, ma è soltanto deformazione di chi è abituato ad analizzare i fatti con gli occhiali della sua ideologia. Io sono peraltro convinto che la gerarchia stia in questo momento clamorosamente sbagliando su questo fronte, e sono convinto che è vero che sta facendo più male alla chiesa che non il comunismo o l’ateismo. Vabbé, i nostri figli o forse ancora noi stessi registreranno puntualmente le “scuse” di qualche papa futuro, anche agli omosessuali, ai divorziati, ecc. ecc., per le sofferenze che stanno loro infliggendo. Non bisogna essere profeti per capire questo.
    Turoldo non se la prendeva con le componenti reazionarie della Chiesa, ma semplicemente leggeva il Vangelo e le Scritture tentando di rendere testimonianza a quella che intuiva come Verità, senza mai pretendere di avere la verità in tasca. Quello che gli importava era il testo sacro, la “parola di Dio” per un credente. Un prete che attacca la Chiesa non è credibile, perché dovrebbe necessariamente affidarsi a una ideologia, se non lo fa con le parole del Vangelo, ossia dal suo interno specifico. Se Fabrizio lo facesse, non lo apprezzerei più.
    Un cristiano in questo campo (della morale sociale, dell’aiuto e del diritto di chi ha bisogno) dovrebbe comportarsi come qualsiasi laico: non c’è differenza. Per questo è possibile un dialogo e una collaborazione fra laici, anche atei, marxisti, ecc. ecc. con i cristiani su questi temi, ma bisogna lasciar fuori dalla porta qualsiasi pregiudizio, qualsiasi ideologia, “stare nel piatto” come si dice, agire nel concreto, capire dove si sbaglia e battersi per il cambiamento. Illuminante la lettera di don Milani a Pipetta. Altrimenti si sciupano un sacco di energie e di risorse umane, intelettuali, pratiche, per dimostrare quanto l’altro sia in torto.
    Ora, l’esperienza della Caritas è, a mio avviso, per molti versi sbagliata, come qualcuno sosteneva, ma non è certo con l’ostracismo che si può cambiare il modo di pensare della Caritas. Peraltro in certe situazioni è necessaria una risposta immediata, perché la situazione stessa lo chiede.
    Tutti sono una risorsa, se vogliono il bene, anche se compiono quello che noi consideriamo degli errori. L’importante è che si sia in buona fede.
    Ecco, sono le accuse di mala fede (comparse anche in questi interventi) che non capisco. Su che basi stanno queste accuse? Perché uno è credente allora deve rispondere di tutte le storture della Chiesa e se afferma qualcosa questa sua affermazione deve farsi carico di un retroterra non suo? E dove mai andrebbe un cristiano senza Chiesa? A furia di frammentarsi in sette, gruppi, controgruppi, si finisce sempre a trovarsi da soli, con tanta verità da raccontare ad una piazza vuota. E’ questo che vogliamo?
    Io credo invece che l’ideale sia quella di raccogliere insieme gli uomini di buona volontà, come dice il messaggio del Natale: la pace in terra per gli uomini di buona volontà (non i cristiani o gli ebrei o gli atei…), a prescindere dalle ideologie.

  81. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 12:40

    questo è sull’avvenire di ieri, prima della morte. ma basta cercare un po’ per trovarne altri.

    La sentenza di Baghdad

    Ragioni forti per dire no alla pena capitale

    Fulvio Scaglione

    Da due giorni Saddam Hussein è un dead man walking, “un morto che cammina”: così, nel gergo delle carceri americane, sono definiti i condannati alla pena capitale. L’unica differenza sta nel fatto che nel braccio della morte Saddam resterà per un tempo già determinato, un massimo di trenta giorni da quando, il 26 dicembre, la Corte d’Appello di Baghdad ha confermato le decisioni del tribunale di prima istanza. Con Saddam saliranno al patibolo anche il suo fratellastro Barzan al-Tikriti, complice di tutte le peggiori nefandezze del regime, e Awad al-Bandar, ex capo del Tribunale speciale che decretò l’uccisione di 148 curdi di Dujail come rappresaglia per un fallito attentato contro il rais nel 1982.
    Vale la pena di ricordare in breve i crimini dei condannati proprio per ribadire che non è la sottovalutazione delle loro azioni, o peggio ancora un’impossibile “comprensione” in nome della ragion di Stato o della storia, a rendere inaccettabile la loro messa a morte. Più semplicemente, ogni vita è sacra e fuori da questo concetto non v’è giustizia possibile. Nessun tribunale, nessun giudizio di uomini può arrogarsi il diritto di spegnere un dono di Dio, per quanto possa essere stato sprecato e infangato dalle azioni di chi l’ha ricevuto. Questa convinzione permea il nostro modo di vivere, persino più di quanto ne siamo coscienti: se la pena di morte è sparita dagli ordinamenti giudiziari di tutta Europa, lo dobbiamo anche a quelle “radici cristiane” che hanno operato e operano nonostante gli sforzi di chi cerca di negarle. E sarebbe tra l’altro anche difficile sostenere che la giustizia in Europa “funzioni” peggio che nei Paesi che ancora applicano la pena capitale.
    Alle ragioni di principio, in ogni caso, si aggiungono considerazioni politiche. Saddam Hussein, nonostante la ribalta mediatica che il processo per due anni gli ha concesso, non è più nella coscienza degli iracheni. Era un dittatore sanguinario, temuto quando aveva il potere, ignorato dal momento in cui lo perse. Sopravvalutarne il carisma è un grossolano errore, per di più già visto: molti, quando fu arrestato dalle truppe Usa, predissero la fine del terrorismo in Iraq. Metterlo a morte significa concedergli un’ultima ribalta che non merita e che lui è già pronto a sfruttare. Ieri è stata diffusa una lettera in cui l’ex-rais si definisce «martire». Un’autopromozione che a noi suona patetica ma che non mancherà di produrre qualche effetto, certo non positivo, nelle masse musulmane a cui è diretta.
    E con questo arriviamo alla seconda ragione per cui la messa a morte di Saddam Hussein rischia di produrre più danno che profitto: dovremmo smetterla di giudicare le cose solo dal nostro punto di vista. La condanna di Saddam, in coda a un processo le cui modalità sono state dettate dagli Usa in polemica con il Tribunale penale internazionale dell’Aja (quello che ha processato Slobodan Milosevic) a cui non hanno voluto aderire, avrà forse un effetto corroborante sull’opinione pubblica americana, sempre più scettica sull’Iraq e colpita dal fatto che i marines uccisi laggiù (2974) sono ormai più numerosi dei morti negli attentati alle Torri Gemelle (2973). Ma è difficile che faccia lo stesso effetto agli iracheni. Il presidente Talabani (curdo) ha detto di non essere d’accordo con la condanna. Certo non per simpatia verso Saddam, ma piuttosto nel timore che essa sembri un’intromissione Usa negli affari dell’Iraq. E di tutto ha bisogno il già fragile Stato iracheno tranne che di sembrare succube della Casa Bianca agli occhi dei suoi stessi cittadini.

  82. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 12:41

    concordo, Gianmario. la chiave è il bene, che coincide con la verità: a mio parere, ma sono in buona compagnia (tutti i grandi maestri spirituali hanno sostenuto questo).
    fabrizio

  83. tashtego il 30 dicembre 2006 alle 12:43

    @franz e all’ego-prete

    mi ero proposto un ultimo commento.
    purtroppo ne devo inserire un ultimissimo.

    cito una delle squisite risposte di franz:
    “E mi incazzo soprattutto con la tua arroganza da comunista fallito. Tu hai visto morire il tuo dio, è questo che ti rode.”

    occorre precisare per chi non lo sa, come franz, che il comunismo non è un dio, né una religione, ma la massima e maggiormente operante utopia degli ultimi due secoli, generata dalle condizione umane instauratesi con l’avvento della Rivoluzione Industriale, e nata dal pensiero e dall’azione di milioni di uomini per i quali tali condizioni erano non-tollerabili.
    il fatto che il comunismo abbia sottratto fedeli alla chiesa non lo ha perciò stesso trasformato in una religione, ma ne conferma la forza come sistema di pensiero.
    tuttavia tu non conosci (se non per qualche accenno ad un mio “comunismo interiore” che non hai capito e non puoi capire) i miei rapporti, passati e presenti, col marxismo e col comunismo, dunque non eri, e non sei, autorizzato a scrivere una frase del genere, che ti qualifica esattamente per ciò che sembri, vale a dire una persona a corto di idee in qualsiasi campo, compreso quello delle fedi, politiche e non.

    posso solo aggiungere che mentre il pensiero socialista punta(va) all’emancipazione dell’uomo dalle condizioni di sfruttamento cui lo sottopone(va) il capitale, la chiesa a quello stesso uomo oggetto di sfruttamento suggerisce ora e sempre di abbozzare e di accontentarsi, come viene ribadito nei passi delle scritture citati dal prete con sindrome egotica, qui sopra.
    per me era ed è più interessante la prima ipotesi, la prima via, perché la seconda lascia le cose come stanno e le cose come stanno non mi piacciono.
    a te piacciono?

    stoppe & greetings.

  84. georgia il 30 dicembre 2006 alle 12:47

    Hanno ucciso saddam impiccandolo, è una cosa terribile per chi è davvero a favore della vita e non solo come i moralisti d’accatto del caso welby.
    Ma soprattutto lo hanno ucciso nel giorno del Sacrificio, i primo giorno dei quattro di festa dopo il pellegrinaggio. E’ una delle due grandi feste dell’islam l’Aid al Adha, o festa del sacrificio, che cade dopo la fine del Dhul Hajj, il mese del pellegrinaggio alla Mecca,
    E’ appunto definita festa grande proprio per la sua importanza
    Di norma, la festa del sacrificio cade circa settanta giorni dopo la festa del Fitr che è l’altra grande festa che cade alla fine del Ramadhan.
    Uccidere saddam in questo giorno non è dunque casuale soprattutto se si pensa che in Iraq uccidere in quel giorno un sunnita è il massimo dell’offesa fatta ai sunniti (naturalmente varrebbe anche il contrario con l’uccisione di uno scita in quel giorno). Quindi il massimo della vendetta studiata forse a tavolino dai neocon.
    georgia

  85. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 12:49

    il vangelo suggerisce all’uomo l’unica cosa che conta: la libertà. e la libertà coincide con la verità e col bene. ogni credo ha la sua equazione. spesso queste equazioni nella storia vengono travisate da una parte e dall’altra. e allora sono tragedie inenarrabili di morti e feriti. si lotta, nella vita, per una sempre maggiore consapevolezza. perchè l’equazione in cui si crede diventi finalmente realtà, nel modo più puro.

  86. macosacapperodici? il 30 dicembre 2006 alle 12:54

    @estovest
    Sì, letto.
    Nell’ultima edizione della Net.

    Adesso aspetto tua invettiva.
    Mi frego le mani nel frattempo.

  87. robertologo il 30 dicembre 2006 alle 14:00

    “Quindi il massimo della vendetta studiata forse a tavolino dai neocon”
    Ahahahhahahahahhah.

  88. Marco Saya il 30 dicembre 2006 alle 14:23

    Che aggiungere? Pinochet è morto nel proprio letto…come al solito diversi pesi…diverse misure…potremmo continuare all’infinito…

    Marco

    Tristemente buon anno a tutti VOI.

  89. Lorenzo Galbiati il 30 dicembre 2006 alle 14:51

    Forse Gianmario

    dovresti leggere anche le lettere di Milani al Cardinal Florit, oltre a quelle ai comunisti. Forse dovresti leggere Milani che dice che è dovere del prete dire al suo vescovo che sbaglia, o quando dice che ogni prete può dire che sbaglia anche il Papa, e che il Papa deve pronunciarsi sotto l’egida dell’infallibilità per impedire a un prete di dissociarsi da quanto dice.
    Son passati 40 anni e si vede quanti passi indietro si son fatti grazie all’integralismo da Wojtyla e Ratzinger e grazie alla messa a tacere dei teologi non allineati.

    Forse potresti anche informarti su quanto Turoldo abbia attaccato le gerarchie ecclesiali dicendo tra le altre cose quello che ho riportato io: che la Chiesa è forte con i deboli e debole con i forti. Forse vedresti anche nelle poesie de Il grande male come Turoldo si rivolga al Papa: tutt’altro che Centofanti, che non vuol criticare mai nessuno.

    Forse, se avessi una vista a 360 gradi e non vedessi solo ciò che ti piace in Milani e Turoldo, eviterei di ricordarti queste cose.

    Così come eviterei di ricordare a

    Centofanti,

    che la sua opera di apostolato, che svolge in questi commenti, sa tanto di apologetica.
    Che finché continua a parlare solo per difendere la Chiesa, continuerà ad attirarsi attacchi da chi di fatto le sta dando credito proprio per l’opera che lei svolge ma che nel contempo si rafforza nell’idea che lei sta buttando acqua marina nel mare da un secchiello senza notare che poi le onde gliela portano indietro: lei infatti non vuol compiere il passo di come organizzarsi per attraversare il mare perchè quel passo richiede che dall’individuale o dalla piccola comunità si passi alla comunità grande, all’ecclesia tutta, alla comunità tutta, agli stati e all’economia.

    Può citare quanto vuole gli articoli di Avvenire contro la pena di morte, ma si dimostrerebbe prete molto più libero e meno omologato se facesse notare quanta energia e voce il Papa e la gerarchia cattolica impieghi contro leggi per i pacs (o l’aborto o la fecnodazione assistita ecc.) e quanta poca ne dedichi per la pena di morte.

  90. Lorenzo Galbiati il 30 dicembre 2006 alle 14:57

    A Georgia

    voglio solo dire che non sono d’accordo sulla teologia della liberazione.
    Per quanto ne so io, non erano i teologi della liberazione a confondere fede e ideologia marxista, ma i vari Ratzinger e Wojtyla a essere ossessionati dal marxismo e a non voler accettare una Chiesa DI poveri, DEI poveri, dove il povero è luogo teologico privilegiato, a favore semmai di una Chiesa PER i poveri, se va bene.

  91. anarcoide il 30 dicembre 2006 alle 14:57

    La giustizia divina è incarnata nel carnefice terreno Bush, cosa volete di più? Anche questa volta cercherà di recuperare qualche votarello in più dal suo elettorato K.K.K.

  92. georgia il 30 dicembre 2006 alle 15:03

    beh lorenzo sbagli, studiati la teologia della liberazione, leggiti Boff Gutierrez e altri.
    Che poi la chiesa sia ossessionata dal marxismo è verissimo, ma questo è un altro discorso.
    geo

  93. Lorenzo Galbiati il 30 dicembre 2006 alle 15:11

    Georgia, non è mai bello dire a una persona che non conosci: sbagli, leggiti questo.

    Boff l’ho letto abbastanza, l’ho anche visto poco prima si spretasse. Forse è il caso di dire che abbiamo opinioni diverse, se permetti.

  94. elena f. il 30 dicembre 2006 alle 15:18

    bel modo di risolvere il problema relativo alla condivisione inneggiando alla rivoluzione o scaricando tutto sulle spalle della Chiesa o dello stato o della caritas o di chissà quale altra organizzazione che per malattia intrinseca ad ogni organizzazione marcisce con l’atto di nascita. il brano di Vangelo commentato da Fabrizio non parla di ONLUS ma di noi, ci disturba perchè si rivolge proprio al nostro condividere o meno, ci guarda dritti negli occhi e ci chiede, come è solito nel vangelo, noi cosa facciamo? chiunque abbia attaccato Fabrizio sul suo vissuto non sa davvero quello che dice e dovrebbe lavarsi la bocca prima di parlare. dove vive lui non si parla e basta si fa, anche quando non si capisce bene come sia possibile ancora fare, ancora dare. qualcuno, mi pare Josè, ha scritto “in fondo Centofanti sei solo Parola”, lo ha scritto con la maiuscola. Bene, è quella maiuscola che fa la differenza. le sue parole sono Parola, in greco si dice remata- che significa parola-atto, parola che fa quello che dice, con tutta la difficoltà umana che questo comporta (vedi la parte finale del commento) . se fosse un comunista a fare quello che lui fa inneggereste al suo operato, poichè invece non agisce in nome proprio ma in nome di Dio, vi dà fastidio. forse dovreste rivedere il vostro concetto un po’ logoro di libertà.
    bravo Fabrizio.

  95. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 15:18

    caro Galbiati, evidentemente non mi sono spiegato. io potrei parlare male degli ecclesiastici, dei politici, dei cuochi e perfino di lei. se non lo faccio è perché non credo sia BENE parlare male di qualcuno. per me non c’è differenza tra parlare male del papa e di compare Turiddu. io credo nel bene e quello che ritengo non sia bene, evito di farlo, per quanto sta in me, e per quanto la grazia mi sostiene. ci vorranno altri 93 commenti perché questo sia chiaro? credo fermamente che se ognuno facesse la sua parte di bene il mondo sarebbe diverso da come lo vediamo ora. e ogni mia giornata, ora, minuto e secondo è orientato in questa direzione. se non fossi prete fonderei un partito: perché il malcostume generale, oggi, consiste nel non avere nessuno programma, all’infuori di quello che tende a distruggere il non programma dell’altro. uno spettacolo desolante. l’accusa dell’accusa dell’accusa. ecco perché ci siamo ridotti così.

  96. Lorenzo Galbiati il 30 dicembre 2006 alle 15:20

    Caro Centofanti, non si tratta di parlar male di ratzinger o di Turiddu, ma di dire la verità, se permette.
    Di gridarla, anzi, specie se scomoda.

  97. Lorenzo Galbiati il 30 dicembre 2006 alle 15:27

    PS ma gridare verità scomode a noi, che a differenza sua non lavoriamo a contatto coi poveri, le viene facile, mentre gridarle verso la Chiesa non le viene perché crede di far MALE in tal senso.

    L’ho capito, Centofanti, l’ho capito subito. Avrà per questa sua norma di comportamento la stima di Gianmario, io invece la stimerei di più se oltre a operare per il bene si mettesse a denunciare il male che fanno gli ambienti a lei vicino.

    Ma non è nelle sue corde, o forse lei non considera certe cose un male, o frose entrambe. Faccia come crede, ripeto, ognuno secondo la sua coscienza.

  98. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 15:45

    Caro Galbiati, si grida con i fatti, secondo me. Credo che la chiesa sia in cammino verso la verità, come ogni realtà umana. Ho detto di essere sempre vissuto lontano dal “palazzo”. Non mi ci troverei a mio agio lì. E penso che prima o poi anche il palazzo dovrà aprirsi ai poveri, in senso stretto. Lei cita tanto Turoldo: io cito don Tonino Bello, che ospitava i barboni nella curia di Molfetta. Era uno che dava fastidio: ma non parlando male della chiesa; semplicemente abbracciando la causa dei poveri. Uno dei miei modelli potrebbe essere lui. Un santo vescovo della povera gente. Non diventerò mai vescovo; mi piacerebbe, per il resto, seguire le sue orme.

  99. georgia il 30 dicembre 2006 alle 15:56

    ok lorenzo pensa come vuoi: la teologia della liberazione non ha nulla a che fare con il marxismo e la lotta di liberazione:-)
    Se ti fa piacere a me è del tutto indifferente :-)
    Scusa se ti ho detto che sbagli, ma mi sembrava abbastanza evidente almeno alla sua nascita, ora non so.
    geo

  100. ness1 il 30 dicembre 2006 alle 15:57

    Chi è (non: sarebbe) disposto a MORIRE (non come Cristo, ma da/in DIO) per incarnare ciò che crede/dice? Lo faccia, altro non serve. Tanti auguri!!!

  101. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 16:04

    bravo, Ness1. non a caso è il commento n. 100.
    auguri anche a te.

  102. Gianmario il 30 dicembre 2006 alle 16:18

    Forse Lorenzo

    dovresti leggere meglio quello che scrivo: nessuno ha scritto che la Chiesa è incriticabile, che la disobbedienza è male (per stare su don Milani), che il papa ha sempre ragione, che insomma la chiesa è una piccola miniatura di un qualsiasi regime assolutista se non fascista (da come capisco… ). Ci mancherebbe!
    Però, per stare con Turoldo e Milani, visto che mi accusi di non leggerli a 360 gradi: sono essi usciti dalla chiesa – pur criticandola? Che cosa hanno mai patito per starci dentro e lottare dal di dentro? Questo io dico, che ognuno ha il diritto di dire quello che vuole, se, dentro la chiesa, si appella non tanto alle parole del papa o del cardinale della curia, ma del Vangelo. Tu trovami una pagina ideologica in Turoldo o Milani, una pagina che puzzi di marxismo o di altro e non di Vangelo. E’ quello che conta per un cristiano, quello e nello stesso tempo star dentro e lottare dal di dentro, perché le divisioni non hanno senso se si cerca la verità. Nè hanno mai prodotto verità ma solo veleni. Insomma che vuoi che ti dica, che la chiesa è di destra? E che senso ha? CHIESA non è sinonimo né di episcopato né di gerarchia, ma è men altra cosa (ecclesìa). E’ un termine logorato, forse usurpato, che andrebbe messo a posto. La chiesa è fatta di reazionari, di progressisti, di destra, di sinistra, di Turoldo, di Florit, appunto perché NON è un movimento politico e NON deve (anche se la fa) fare politica. Mi cacciano dalla chiesa se dico questo? Quando accadrà allora dovranno inventarsi un altro Cristo, perché Cristo ha detto l’esatto contrario. La Chiesa forte con i deboli e debole con i forti alla quale si riferisce Turoldo non è la Chiesa ma la gerarchia ecclesiastica del tempo, vedi card. Florit o quell’altro (non ricordo chi) che quando Papa Gio XXIII ha indetto il concilio sperava di morire prima così almeno poteva morire da cattolico. Così è, se vuoi interpretare correttamente il pensiero di Turoldo; gli uomini della chiesa infatti non sono solo i forti contro i deboli: è solo un modo di dire, perché i deboli stessi sono chiesa: Turoldo non avrebbe mai detto questa cosa pensando alla chiesa in generale, ma appunto alla gerarchia, altrimenti avrebbe voluto dire che i poveri sono qualcosa di diverso dalla Chiesa (proprio lui… assurdo). Ma tutta la gerarchia è così? Niente affatto, accidenti. Penso a Bregantini in questo momento (uno che mi viene in mente al volo). Penso a tanti miei amici preti di Pax Christi.
    E che è allora questo generalizzare? La generalizzazione è un classico strumento retorico, non dialettico. Stiamo nelle cose concrete se vogliamo discutere seriamente. Stiamo fuori dai mascheramenti.
    Ma poi il discorso è un altro: si parla di uomini se si è concreti. Le istituzioni non hanno vita propria, sono uomini. Ed è sul piano umano che ci si può trovare, comunisti, atei, credenti, islamici, ebrei, in una antropologia che mette l’amore per la persona al centro, che solo in seconda battuta – come dicevo – è un’antropologia cristiana, perché in prima battuta è una visione dell’uomo condivisibile da tutti, basata su una epistemologia diversa di chi vede l’uomo “homini lupus”. Dentro questa epistemologia, come dentro l’altra, ci stanno pezzi di chiesa come pezzi di diverse ideologie – perché ogni ideologia, in fin dei conti, ha una certa visione della verità, visto che nessuno ce l’ha in tasca. Così recita anche una enciclica di Gio XXIII (non ricordo quale).
    E dunque il nostro compito, di uomini, è quello di unire, non di dividere, di vedere la verità che l’altro ha scoperto e di sollevare il dubbio su quello che riteniamo sbagliato. Ma sollevare il dubbio, criticare, non significa acredine, squalifica, o punte di astio (come ho letto anche in alcuni interventi).
    Inosmma, è una scoperta dell’acqua calda che dentro la chiesa ci sta della gente che si discosta dal Vangelo: certo, il coraggio della testimonianza adesso, qui ed ora, è dire quello che non va e non limitarsi al giudizio ex post, quando gli eventi sono fuori dalla portata delle emozioni (es. condannare la caccia alle streghe, la tortura dell’Inquisizione, ecc. ecc.).
    Ma questo è praticato (sempre DENTRO la chiesa), è sempre stato fatto, anche durante l’Inquisizione e anche pagando di persona, come hanno fatto Turoldo, Milani, Balducci e tanti altri.
    Ora, io non voglio scendere nel personale, ma accusare Fabrizio di non essere vero perché non sputtana la chiesa su un blog, scusa tanto, ma è poco a piombo… Io penso che il suo agire sia di per se stesso una critica spietata a tutti i populisti che mangiano in piatti dorati. E ci giurerei che di litigate ne ha fatte molte, con quelli che giustamente tu condanni. Solo che non lo mette su un blog, forse perché non ha in mente di creare divisioni o sette o atteggiarsi a profeta defensor pauperorum, o forse perché pur criticando non smette di amare.
    Io credo invece che tu, io, Fabrizio, Tashtego, Giorgia, tutti insomma, potremmo fare molto di più che una sputtannata solenne che lascia il tempo che trova, se ci mettessimo insieme con quattro idee che possiamo condividere e alzare il culo per fare qualcosa smettendola di fare gli intellettuali da blog. I poveri non hanno bisogno delle nostre parole, ma di aiuto vero a far valere i loro diritti. Che gliene frega a loro di Marx o di Cristo? Nessuno grida a pancia vuota. Quando hai la pancia vuota non capisci niente, non esiste Dio, Marx, preghiera o politica: sei solo di fronte alla tua fame, alla morte che devi vincere alzando il culo per procurarti il cibo da qualsiasi mano provenga, marxista o fascista o cattolica. I poveri (non generalizzando, ovviamente) sono bestie, perché sono ridotti così dalla loro povertà e dalla nostra rapacità occidentale, perché non hanno più dignità di uomini, perché ucciderebbero per non morire di fame, perché mangerebbero i loro figli per sfamarsi. Se siamo davvero uomini dobbiamo lottare con tutti i mezzi, dalla fede alla politica all’ideologia a che cavolo possiamo usare perché costoro non siano più bestie ma uomini. L’importante è l’obiettivo, volere l’obiettivo in buona fede, sapendo di far bene e spesso di sbagliare, perché anche noi potremmo diventare bestie, un giorno, se ci dimentichiamo della giustizia e sprechiamo il nostro tempo in viaggi intellettualistici intorno al pianeta “povertà” (e ad alcuni rende anche questo…). Questo voglio dire.

  103. georgia il 30 dicembre 2006 alle 16:28

    Gianmario se vuoi essere letto devi essere più conciso :-) in rete i commenti troppo lunghi vengono scartati, magari uno ogni tanto va bene (è necessarrio), ma … tu li fai tutti lunghissimi

    Poi scrivi: “Tu trovami una pagina ideologica in Turoldo o Milani, una pagina che puzzi di marxismo o di altro”.
    Puzzi di marxismo? ma siete proprio ossesionati :-)))).

    E poi … mi chiamo gEorgia, non giorgia, cavolo d’un cavolo!
    Ma per chi è inquadrato (in qualsiasi sistema), è così difficile accettare le differenze, anche se si tratta solo di una vocale?
    geo

  104. (another) last OT il 30 dicembre 2006 alle 16:46

    bello, tutto molto bello, Gianmario.

    manca un piccolo, “insignificante” particolare, secondo me.
    chiedersi chi è che, storicamente, ha ridotto coloro che tu chiami “bestie” in quelle condizioni.

    anche “la rapacità occidentale” diventa una generalizzazione di comodo, se non le si dà, politicamente, nome e cognome. non sei tu che rinfacci a Galbiati di ragionare in questo modo?

    e quando scopri che, almeno da duemila anni, coloro che quella “bestialità” l’hanno creata per costruirci i loro privilegi, di classe, e il loro potere, trovano spesso e volentieri rifugio nel “tempio”, cosa fai? te la senti di cacciarli?

    e quando scopri che il “tempio”, o chi lo dirige, se più ti piace, tranne pochissime eccezioni, si è sempre prestato a fare da sostegno a una civiltà che si costruiva giorno per giorno proprio su quei privilegi, cosa fai? invochi la giustizia divina, a venire, per punire i reprobi?

    bene. ma intanto, cosa cambia, quando quel sistema continua a reggersi e a perpetuarsi proprio sul fatto che, per ognuna delle bocche che tu lodevolmente contribuisci a sfamare, mille altre stanno già gridando, rivendicando il riconoscimento di quegli stessi diritti che tu invochi e la struttura stessa nega?

  105. anarcoide il 30 dicembre 2006 alle 16:51

    Tanto ognuno rimane sulle proprie opinioni. I sistemi delle “idee”, qualunque esse siano, sono morti e bisepolti. Riflettete e meditate!

  106. giordi il 30 dicembre 2006 alle 16:56

    Io, che faccio di nome Giordano e di cognome Bruno, sono stato disponibile a morire per incarnare ciò in cui credevo: il rogo ha messo fine al mio stesso credere. Chi ha acceso il fuoco? Anche molti miei cugini – non di sangue, ma di idee – hanno subito la stessa sorte, nei secoli dei secoli (amen!), sino a Welbi, cui la carità di palazzo ha rifiutato la funzione cristiana dell’addio. Se, come Centofanti dice, la chiesa è un cammino verso la verità, a me che dubito per natura, viene da chiedere: QUALE VERITA’? La verità umana e quella divina, come dimostra molto bene – e senza tema di smentita – la storia, divergono, radicalmente divergono. La verità umana è tesa a migliorare la propria condizione (il proprio stare al mondo); si basa – non può che basarsi – sulla scienza. Quella divina nega la scienza (non tutta, ovvio; diciamo quella che pone in dubbio le storielle della creazione e di tutto ciò che consegue) per affermare un modello di vita dove la ragione è succube del mistero. La verità umana è fondata sul dubbio, quella del credente sulla consolazione (e sull’obbedienza, naturalmente). La verità umana è fallibile, quella religiosa no. Bisogna avere il coraggio di scegliere: di scegliere con dubio de reveder il sole, scrissi in un mio antico testo, facendolo dire alla fenice che sceglie il suo nido nel fuoco che la distrugge. Scegliere tra due verità.

    Ma io ormai sono solo polvere, dunque anche le mie parole sono destinate a perdersi nel vacuo di una discussione inospitale. C’è chi crede e chi non crede. E i commenti lo hanno mostrato in tutta chiarezza. Gli uni diffidano degli altri. Io diffido di entrambi. Anche se parteggio per il diavolo e per la cattiveria: è molto più divertente (umanamente divertente: che palle la vita del buono, Cristo compreso – o meglio: ciò che ci dicono di Cristo, perché il signore in questione era un viveur che amava le Maddalene così come si devono amare!!!). La vita deriva da un atto di crudeltà: quando il bimbo esce dal ventre della madre il dolore è forte, così come è copioso il sangue che si versa. E al vita dipende dal peccato (di fornicazione): l’amore è solo un accessorio, può esserci oppure no, l’importante e ficcarsi uno nell’altro in piena libertà e rispetto. È tremenda la sofferenza, e ogni sua spiegazione finalistica, non la rivolta alle credenze. È tremendo il padre che chiede il sacrificio del figlio, non il figlio che si ribella all’autorità del padre (Cfr. “Il vangelo secondo Gesù Cristo”, Saramago). Il male è Dio, scrisse Bobbio. È questa la verità che ti interessa, caro Centofanti? Non credo. E allora diciamocela tutta: la divergenza tra le verità crea conflitto, anche dialettico. Accettiamolo per quello che è: incomunicabilità (quasi) totale.

    Scusate il delirio, vostro Giordano B.

  107. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 16:57

    i sistemi delle idee. eppure l’idea di bene è l’unica che resta da sempre. e mette in crisi tutti quelli che la disprezzano: cristiani, comunisti, islamici, indù, nazisti, parrucchieri, bocciofili. sì, perchè anche un bocciofilo può essere un figlio di puttana.
    ma l’idea del bene resta. e si rivolta contro chi la calpesta.

  108. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 17:04

    to’, ho risposto pure all’anonimo. incredibile, guarda un po’ la provvidenza.

  109. De Voto Olio il 30 dicembre 2006 alle 17:26

    Fabrizio, scusa se mi permetto di correggerti, ma *to’* in italiano non esiste. Forse volevi scrivere *toh*. Ti perdono, comunque, perché stare dietro a questi *commenta(t)tori* non deve essere per niente facile. Ma io sono qui che vigilo, non preoccuparti.

  110. Gianmario il 30 dicembre 2006 alle 17:47

    (another) last OT

    >chiedersi chi è che, storicamente, ha ridotto coloro che tu chiami “bestie” in quelle condizioni.

    Non mi frega niente di chi ha fatto questo (anzi, mi frega ma non è questo il punto). So che le cose stanno così, ADESSO e che il culo bisogna alzarlo ADESSO.

    La rapacità occidentale si chiama Gianmario, Fabrizio, Georgia (scusa il “giorgia”), ecc. ecc. perché noi ci marciamo, con tante chiacchiere. La domanda era superflua. Quello che mi gfa incazzare è che tutti noi, citati e non citati, siamo d’accordo, sulle analisi. Sarò “circonciso”, su richiesta di Georgia.

    >e quando scopri che, almeno da duemila anni, coloro che quella “bestialità” l’hanno creata per costruirci i loro privilegi, di classe, e il loro potere, trovano spesso e volentieri rifugio nel “tempio”, cosa fai? te la senti di cacciarli?

    Io non scaccio nessuno, non uso le armi. Ho solo il dovere di rendere testimonianza a quella che credo sia la verità, come io la capisco, e di ascoltare la verità degli altri. Ma non confondo costoro con il Vangelo. La Chiesa non è il Vangelo. La Chiesa è fatta di santi e farabutti: non l’ho deciso io questo. D’altra parte, dopo le sparate di Ferrara e di Pera interpreti del Vangelo, non mi meraviglio più di niente.
    Io non invoco nessuna giustizia divina, cerco di fare qualcosa. L’uomo è libero, non sotto tutela della giustizia divina. Sono fortunato perché non c’è più l’inquisizione di una volta e non mi metteranno al rogo, questo sì. E voglio starci dentro a questa chiesa, che farà anche schifo per certi versi, ma per altri è sublime. Ci sto dentro e mi sporco le mani. Questa nel nostro gergo di credenti si chiama “fede”, non il biascicare riti e mangiare particole come tanti robot.

    >invochi la giustizia divina, a venire, per punire i reprobi?
    Non ho l’abitudine di giudicare chi sia reprobo o no. Lungi da me il “fai come ti dico altrimenti Dio ti punirà”… non è un po’ megalomane? ;-))

    >bene. ma intanto, cosa cambia?
    E dividendosi, migliorano le cose? Cristiani e marxisti a squalificarsi a vicenda per far prosperare i neocon e la Exon col suo 175% di utili nel 2006, questo vuoi?
    Ci sono dei punti in comune, ci sono punti in disaccordo, come questo delle armi e della rivoluzione ad esempio. Ma almeno i punti in comune facciamoli funzionare: o anche tu hai paura di inquinarti se dialoghi con un credente? Io dialogo con tutti, anche con chi mi punta il mitra nello stomaco. Certo, può essere rischioso, ma non più che fare la rivoluzione da povero. I poveri crepano sempre, sempre.

  111. Gianmario il 30 dicembre 2006 alle 17:52

    Georgia:
    “puzzi” di marxismo è un modo di dire. Io non sono ossessionato da Marx né dal marxismo: me lo sono letto per benino il Marx e su moltissime cose sono d’accordo. Credo che abbia scritto anche emerite cazzate, ma questo non toglie che è senza dubbio uno dei maggiori pensatori, uno col quale bisogna misurarsi per capire meglio la storia e la società. La nostra civiltà senza Marx sarebbe molto più povera culturalmente, senza dubbio.

  112. georgia il 30 dicembre 2006 alle 18:09

    Gianmario NON sei stato molto conciso :-) ad ogni modo che abbiamo tanti punti in comune (sinistra e certi cattolici) è indiscutibile :-)
    Ho letto il tuo pezzo su welby (credo sia tuo), anche lì abbiamo punti in comune :-).
    Io sono contro l’eutanasia come te, ma a differenza di te non sono contro una legge (se sarà fatta bene): l’esistenza di una legge del genere non obbliga a metterla in atto.
    Sarei tendenzialmente contro perchè in questo mondo abbastanza infame potrebbe indurre un sofferente e a scegliere di morire per alleggerire familiari lasciati soli a se stessi nel curarlo, e per tanti altri motivi.
    Sono però a favore perchè non ci siano mai più casi welby.
    Welby non è stato un caso di eutanasia, ma in perfetta armonia con le parole di paolo VI che sembra ormai anni luce lontano dalla chiesa di oggi, ma se non ci sarà una legge apposita molti strumentalizzeranno sempre casi del genere.

    (Parole postate nel mio blog da un certo Lesandro)
    «Pur escludendosi l’eutanasia, ciò non significa obbligare il medico a utilizzare tutte le tecniche della sopravvivenza che gli offre una scienza infaticabilmente creatrice (…). Il dovere del medico consiste piuttosto nell’adoperarsi a calmare le sofferenze, invece di prolungare con qualunque mezzo e a qualunque condizione una vita che non è pienamente umana»
    Paolo VI, lettera al cardinale Villot, responsabile dei medici cattolici (1970)

  113. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 18:33

    caro Gianmario, mi ritrovo perfettamente nella tua diagnosi e nella terapia. ci vuole un progetto comune, altrimenti andiamo incontro al disastro. prima o poi ci riusciremo.

  114. bruno esposito il 30 dicembre 2006 alle 18:33

    Su questo argomento ( Cristo e Marx ) il miglior parere che ho mai ascoltato è quello del monologo di Benigni davanti al Giudizio Universale nel film di Arbore “Il Pap’occhio”. Rivedere per credere.

  115. bruno esposito il 30 dicembre 2006 alle 18:35

    E sarebbe pure bello sapere quali sono le “emerite cazzate” scritte da Marx.

  116. macosacapperodici? il 30 dicembre 2006 alle 18:36

    Ma quanto scrivete,
    voi inflazionatori della parola?

    Sembra che avete conquistato il Verbo qualche giorno fa e ora non sapete come gestirlo, ingabbiarlo nelle logiche di questo mezzo. Esagitati, tornate al MORSE!

    Non state scrivendo nulla, ve ne siete accorti?
    Vorrei chiamarvi al telefono un ad uno per vedere con la voce come ve la cavate. Perché la parola scritta è un mestiere, quella parlata è un altro mestiere.

    Lasciate i numeri che vi chiamo, forza!
    I numeri, qui, uno sotto l’altro.

    E dai che c’ho ‘na tariffa che mi fa spendere poco.

  117. fk il 30 dicembre 2006 alle 19:06

    02 4042266 (di notte lo stacco).

  118. (Just the) Last OT il 30 dicembre 2006 alle 19:10

    @ Gianmario

    – Non uso armi, sono un pacifista.
    – Il culo lo alzo, nel senso che tu dici, da quando sono nato.
    – Ho paura a inquinarmi solo se parlo con nazisti, fascisti, leghisti, razzisti, omofobi, integralisti di ogni genere.
    – Soprattutto quando si nascondono dietro la parola “fede”.
    – E infatti non ci parlo.
    – L’avverbio (di rispetto: invento una nuova categoria) “lodevolmente”, la dice tutta sulle mie intenzioni e, soprattutto, su quello che posso pensare di te.
    – E infatti è a te che mi rivolgo, è a te che parlo.

    Ma.

    – A me continua a interessare, lo ritengo essenziale, chi “li” ha ridotti in questo stato.
    – Interessava anche a Balducci e Turoldo, te lo assicuro.
    – Li ho conosciuti di persona.
    – E lo sai anche tu.
    – Io non marcio con le parole sulla “rapacità occidentale”: io la combatto, nei fatti, in tutti i luoghi dove porto il “culo” di cui sopra.
    – Scacciarli dal tempio non significa prendere le armi, ma prenderne le distanze, e questa distanza gridarla: anche, e soprattutto, nel tempio.
    – Romero, Puglisi, Diana… do you remember?
    – Io non squalifico nessuno.
    – Mai.

    Cioè.

    – Tranne quelli al terzo rigo.
    – Perché non saranno mai miei compagni di viaggio.
    – Mai.

    Saluti e auguri a tutti.

  119. fabrizio centofanti il 30 dicembre 2006 alle 19:25

    grande Franz.
    avevo dimenticato di ringraziare Elena.
    auguri, anche da parte mia.

  120. Gianmario il 30 dicembre 2006 alle 19:52

    (Just the) Last OT
    – Scacciarli dal tempio non significa prendere le armi, ma prenderne le distanze, e questa distanza gridarla: anche, e soprattutto, nel tempio.

    Su questo non siamo d’accordo: se prendi le distanze stai attento a che la distanza non sia fuori portata della voce…
    Ok, differenziati fin che vuoi, ci mancherebbe. Io ritengo indispensabile non confondersi con costoro (e non è la stessa cosa, anche se ha lo stesso effetto, apparentemente).

    – A me continua a interessare, lo ritengo essenziale, chi “li” ha ridotti in questo stato.
    Scusa, ma mi pare una domanda quasi retorica, almeno in questo contesto. Mi pare che sull’analisi storica siamo tutti d’accordo che la povertà viene dalla prepotenza, dal potere in mano a pochi, ecc. ecc. Non farmi dire queste scemenze. Dalla chiesa? NO, viene da papi, da cardinali, da curati disonesti, da principi cristiani disonesti, da imprenditori cattolici disonesti. ANCHE. E anche dai laicissimi padroni progressisti, se vogliamo metterla così. Il bene e il male si accoppiano nella storia, e producono ibridi schifosi.

    Ma la mia domandaè un’altra: chi ci sta in questo sistema squiliobrato (pensa al terzo mondo) e ne trae vantaggi? Tutti noi, non solo “i cattivi”. Non metto in dubbio (non l’ho scritto) che tu non alzi il culo, ma vivaddio, facciamolo insieme! Inutile buttarsi merda addosso reciprocamente, è da folli!

  121. (Just the) Last OT il 30 dicembre 2006 alle 21:36

    – Non ho mai buttato merda addosso a nessuno, tantomeno a quelli che, pur con diverse motivazioni e spinte ideali, camminano sulla mia stessa strada. Basta, come pure tu affermi, che mettano un dubbio, almeno uno, nelle loro vite. E’ quello che ci salva, cioè ci restituisce alla nostra finita e irripetibile umanità.

    Alle prossime.

  122. macosacapperodici? il 30 dicembre 2006 alle 23:59

    Grazie Franz,
    ti chiamo domani a mezzanotte per farti gli auguri!

  123. fabrizio centofanti il 31 dicembre 2006 alle 00:37

    mi sembra una bella idea.

  124. cristiano prakash dorigo il 31 dicembre 2006 alle 08:59

    dubbi. tanti.
    ma davvero fabrizio credi di abitare la verità?
    anch’io faccio l’educatore di mestiere.
    e ce ne sarebbero da dire su ricchi, poveri, disgraziati, servizi sociali, umanità allo sfacelo.
    ultimamente lavoro solo con giovani donne maltrattate e abusate. e in parte ti capisco.
    saper fare e poi sottrarsi lasciando che quelle gambe camminino da sole.
    ma la verità?
    forse non ho letto bene tutto. era francamente troppo.
    ma mi è rimasto il dubbio.
    con cui convivo da sempre.
    altrimenti sarei costretto a cambiare mestiere, come minimo.
    ciao

  125. fabrizio centofanti il 31 dicembre 2006 alle 09:51

    qualcosa ho detto più su, Cristiano. qualcosa dirò successivamente (un post è un post).
    ho letto da te: concordo.
    mi lasci una mail?
    buon anno
    fabrizio

  126. Luminamenti il 31 dicembre 2006 alle 09:57

    LA CONQUISTA DEL BENE (scientifico)

    Sappi,
    Qualsiasi cosa avvenga;
    Si confermerà ancora
    La caduta d’Adamo. Un seguito
    Ci sarà, che ora si vede in germe.
    Miriadi in ruoli di pigmei,
    Abbassati all’uguaglianza;
    Nel compiacimento delle arti materiali
    Può esserci una civica barbarie;
    L’uomo fatto ignobile, brutale
    Dalla scienza popolare, ateo
    Perché approssimativo
    (Melville, Clarel-Bethlehem)

    Nella prima ai Corinzi San Paolo avverte: “colui la cui opera s’incendierà, si salverà, ma come attraverso il fuoco”.
    Che cosa è l’opera per eccellenza dell’uomo? La sua figura, i suoi tratti acquisiti. E cosa ne rimarrà? Soltanto la misteriosa carità, l’amore verso Dio attraverso le sue creature, avverte ancora San Paolo.

    Come fare questa figura?

    “Il frutto della luce” dice l’Epistola agli Efesino, “è ogni cosa buona, giusta, vera”. L’albero della luce, cioè della vita, dà questi frutti; loro opposti sono la buccia e il guscio che li avvolgono: così lo spirito celeste e volatile è avvolto nel glutine terrestre che l’ha attratto e assorbito. Soltanto separando la luce dalla tenebra – cioè spiccando il frutto dal guscio, staccando lo spirito dall’anima vischiosa e spessa – è possibile che entrambi, frutto e scorza, spirito e anima risorgano nella comune, unica forma formante, nel seme. Il fuoco deve bruciare ogni cosa e le ceneri saline devono essere ribruciate vetrificandosi in corpo di gloria o puro tramite di luce, pura conoscenza, pietra filosofale. L’uomo e il cosmo, il frutto e il guscio, saranno riunificati, riassorbiti nella loro comune e luminosa origine il seme.

    Questa idea che il Bene si realizza in una coincidenza, sul piano degli archetipi seminali, di microcosmo e macrocosmo, dell’uomo e mondo, singolare ed universale, dei sentimenti e dei metalli corporali, non era certo solo della tradizione ebraica cui attinge san Paolo.

    Nelle Yoga Upanisad è detto che le immagini della mente (e “mente” è tutto gioco dei pensieri, dei desideri e delle fantasie) sono mercurio, e come il mercurio metallico solidificato o calcinato e quindi combinato con zolfo diviene una medicina, così la mente fissata o bruciata, e quindi combinata con una rovente, secca volontà di purezza spirituale, diventa perfetta. Mente perfetta, dominata, e mercurio fissato, sono la stessa cosa.

    In ogni tradizione si ripete uguale la storia della purificazione progressiva: il pentimento discioglie in acqua lunare e raggela in una saturnina malinconia che stacca dallo spettacolo del mondo. Ma l’intuizione degli archetipi, delle forme angeliche operanti dietro le quinte del gran teatro del mondo, scioglie dalla stretta malinconia, mostrando le energie sottili che plasmano gli eventi: dietro la collera, la calda secchezza di Marte; dietro l’accidioso dubbio, il freddo e secco Saturno; dietro la superbia, il Sole; dietro il vano vagheggiare, la fredda Luna; dietro la gola, Giove; dietro l’industre avarizia, Mercurio, dietro la libidine, il diaccio umidore di Venere. Dietro i fantocci, i marionettai.
    Ma si discerne anche il distacco del sapiente piombo, la fortezza nel duro ferro, l’umana imitazione della vita perfetta nell’argento, la pieghevole temperanza nello stagno, l’alacre zelo di pefezione nel mercurio, la soavità serafica nel rame sonoro. Ognuno di questi metalli guarisce una Malattia.
    E tutte queste qualità confluiscono infine nell’oro, la luce coagulata. Oro, luce, sapienza: sono realtà distinte, ma l’archetipo è comune. Quando lo si raggiunge, l’uomo e la natura non si dividono più.
    Tale la difficile, intravista unità cui san Paolo accenna con voce rotta ed esultante.
    Per raggiungere tale incredibile e irrapresentabile stato occorre che divampi costante il fuoco. “Non spegnete lo Spirito” esorta la prima ai Tessalonicesi.
    Cos’è questo fuoco, visto nella prospettiva dell’uomo incamminato verso la purificazione, se non la preghiera incessante? Nella prospettiva del fonditore il cui fine supremo sia la pietra, sarà la vampa visibile che tramuta i metalli; dal punto di vista dell’agricoltore vagheggiante le piante tuttifrutti che Dio creò alle origini, sarà il Sole.
    Sul piano dove e l’intelletto d’orazione e il fuoco e il sale si formano, opera un’unica forma formante, che variamente si presenta come questa o quella forma formata conforme.
    La preghiera si paragona a una fiamma dal crepitare costante, o all’infaticabile murmure di un’acqua viva, o allo stromire d’un albero o di un bosco. I Greci chiamavano gli dèi “coloro che vivono scorrevolmente”.
    L’orazione di pura presenza, ininterrotta, è l’acqua di vita che sgorga dal cuore, dalle viscere, e che toglie ogni altra sete; o anche: un fuoco che tutto consuma.
    Avvertiranno i Padri greci che una tale orazione non deve essere avvertita nel cervello, bensì “collocandola”, sentendola emergere dal plesso solare.

    Gli alchimisti insegneranno che il cuore è il focolare o Vesta, che nutre una fiamma sottile. Mentre la vampa spessa e bruciante delle passioni è Vulcano, la preghiera di pura presenza è la fiamma, sottile o vestale, detta Pallade o palladio.

    Paul Pearsall psiconeuroimmunologo scopre il CSEP, Cardiac Synchronized Energy Patterns, come cioè il cuore vada in coerenza cardiaca (e i miociti del miocardio producano sostanza con proprietà rigeneranti per il cuore e il resto del corpo) ogni volta che si concentra la preghiera nella zona del plesso solare.

  127. cristiano prakash dorigo il 31 dicembre 2006 alle 10:50

    volentieri: swprakash@libero.it

    a luminamenti: ma chi sei, uno sciamano, un enciclopedia, un mistico che fa footing?
    immagino che mi dirai che non lo sai, chi sei; che stai cercando di conoscere te stesso. ma intendo, senza ironia, e ben sapendo che la ricerca spirituale mal si conciglia con le parole, quale via stai percorrendo?
    mi fossi sbagliato, come non detto.
    approfitto anch’io per gli auguri

  128. wovoka il 31 dicembre 2006 alle 10:56

    C’è qualcosa che non mi torna (ma cos’ho? una dannata anima da contabile?) in tutti questi discorsi – e mi riferisco ad elementi sparsi, trovati qui o a un paio di link di distanza. Elementi che mi spingono al cinismo. No, non darò metà dei miei beni ai poveri, ne darò molto, ma molto meno, e pretendendo che gli altri facciano lo stesso: ovvero, principalmente, attraverso le tasse. Perché il mio denaro, anche se non è sudore essiccato, è comunque tempo – irrecuperabile, e sempre più prezioso – dissipato, bruciato, gettato ai porci, miliardi di neuroni dedicati a far funzionare, lubrificandoli continuamente attraverso il mio corpo intero, meccanismi collettivamente importanti ma personalmente irrilevanti, dei quali non mi occuperei affatto se potessi permettermi una “vita d’artista”. Cristiano scrive sul suo blog “Ho il bisogno di avere un mio spazio, una mia dimensione nella quale muovermi, pensare, ascoltare, osservare, senza che poi per forza, perché così dev’essere, debba produrre un qualcosa di tangibile e concreto.” e ne fa pure una questione “esistenziale”, elettiva. Fratello mio: tutti quanti ne avremmo bisogno! Poco prima, egli guardava con disprezzo l’indaffarato formicaio del Nord-Est: “Pensarsi protagonisti della propria agonia, essere orgogliosi di lavorare così tanto, non avere più energie per la creatività, invece che essere vissuto come un dato di fatto angosciante, è percepito come una caratteristica razziale di cui vantarsi.” Temo che chi scrive questo non abbia mai lavorato in un cantiere, non abbia sufficiente idea di come le case, le strade, la distribuzione, i servizi, gli stessi surplus da redistribuire, non nascano spontaneamente dalla terra, ma abbiano bisogno di gente che produca invece qualcosa di terribilmente “tangibile e concreto”, altrimenti, nell’affollamento in cui ci ritroviamo, non è che si torna alla pellagra, ma si salta direttamente al cannibalismo. Ora non so se la giornata di lavoro che egli descrive (spostamento in treno, qualche telefonata, una lettera, e cazzi propri in ufficio) sia una sua tipica giornata, non mi interessa fare i conti in tasca alle persone, ma è il suo pensiero a sembrarmi tipico. Ma torno in tema, che voglio scandalizzarvi: io accumulerò più soldi che posso solo ed esclusivamente per togliermi più velocemente possibile dal grande ingranaggio, che è riuscito a pizzicarmi (certo, avrò anche sbagliato le mie puntate, e allora?) e non mi vuol proprio mollare (oh, potrei anche scappare, ma ho delle responsabilità). Non li regalo, no, perché i soldi, nella nostra società, sono semplicemente tempo riscattato. Detto questo, tanto di cappello a chi è migliore di me (come Fabrizio) ma io alla divinità di Gesù Cristo non riesco ancora a credere, per quanto interessante mi appaia la sua figura. E questa rimane una differenza essenziale.

  129. cristiano prakash dorigo il 31 dicembre 2006 alle 13:29

    se vuoi ho scritto un paio di post su com’è una mia giornata di lavoro. non li posto qui perchè mi sembra invasivo; se vuoi te li mando; se non vuoi va bene lo stesso. è comunque vero che faccio un lavoro che è difficilmente quantificabile. di solito consiste nell’ascoltare e nel parlare con molte persone, ogni giorno. intreccio relazioni con persone – utenti – “che non ne sono capaci” e altre – servizi sociali – “da cui queste dipendono”, con le quali -insieme- cerchiamo di co-progettare scelte e situazioni di vario genere. facciamo un pezzo di strada insieme, con queste ragazze, che dovrebbe servire a far emergere le loro potenzialità inespresse in termini di autonomia e autodeterminazione.
    sono fuori dal sistema produttivo, anche se contribuisco alla manutenzione di potenziali “utenti recidive”, contribuendo a farle lavorare, produrre, consumare.
    scritto così crudo per non confondere l’idealità con la professione.
    comunque è vero che molti pensano che io non faccio un cazzo. soprattutto le utenti stesse.
    ciao

  130. estovest il 31 dicembre 2006 alle 14:09

    invettiva? occorre altro (desiderio dell’oltraggio, tensione telepatica, brutalità, irruenza elettromagnetica e sciocchezze simili) piuttosto ti offro un bicchiere di latte.

  131. wovoka il 31 dicembre 2006 alle 14:26

    c.p.d.> “contribuendo a farle lavorare, produrre, consumare”

    E’ questa la retorica che ho cercato, inutilmente, di farti inceppare. Essere nel “sistema di produttivo” non è granché bello per la maggior parte di coloro che ci devono star dentro, ma nondimeno è questo sistema che mantiene tutto il resto. Tutti vorremmo essere addetti al creativo, all’orpello, al senso aggiuntivo. Dove lavoro io, c’è la corsa al “coordinamento”, ai piani “concettuali” (che “mordono” assai poco, il diavolo sta sempre nei dettagli): se riesci a delegare il lavoro reale sei salvo, comunque vadano le cose, esso non rimarranno appiccicate a te.

  132. Luminamenti il 31 dicembre 2006 alle 16:14

    “Invero ogni essere è altro da sé, e ogni essere è se stesso. Questa verità non la si vede a partire dall’altro, ma si comprende partendo da se stessi. Così è stato detto: l’altro proviene dal se stesso, ma se stesso dipende dall’altro” (Zhuangzi).

    Esiste una metafisica unitaria, che è rintracciabile in ogni differente tradizione che possa definirsi perenne. Quindi queste si equivalgono. Non ci si abbandoni quindi a furie proscrittrici, anche quando una rivelazione inebri; si ami la tradizione che ci conduca alla quiete senza oltreggiare vie diverse.

    Si rammenti nei momenti di ceduta allo spirito di discussione questa postilla in sordina, che giova sgombrare la contemplazione dall’ombra più tenue dello spirito di potenza:

    Una parola di verità
    Soverchia il mondo intero

    dice un proverbio russo rammentato da Solzenicyn, che lo chiama “un’apparentemente fantastica infrazione alla legge della conservazione della massa e dell’energia”. Questa certezza deve bastare.

    Si faccia attenzione che fare “opere buone”, sebbene abbia valore positivo rientra nei meandri dell’agire di cui non si dovrebbe mai parlare.
    Come di ogni cosa del fare, esso appartiene alla più dubbia mistica. L’agire è ineffabile. La domanda che fare? non suppone risposta, ma già le gambe si mettono in moto da sole.
    D’altra parte l’etica filosofica solo del bene dovrebbe occuparsi, perché trattare del male sarebbe come occuparsi dell’aria che respiriamo. Deve quindi dare ascolto allo stupore che ci afferra ogni volta che una intenzione “buona” si intravede. Il male invece non ci sorprende, perciò non scatta la meraviglia senza la quale la conoscenza può avere la parvenza di mettersi in marcia, ma in realtà non s’è mossa.

    Meister Eckart:

    Sembra che sia grande impresa dare per amor di Dio mille marchi d’oro o costruire a proprie spese eremitaggi e monasteri o nutrire tutti i poveri: sarebbe veramente una gran cosa. Molto più felice sarebbe, però, chi altrettanto disprezzasse per amor di Dio. Questi possederebbe davvero il regno dei cieli se, per amor di Dio, a tutto potesse rinunciare, qualsiasi cosa Dio gli desse o non gli desse. …A ciascun uomo Dio dà quel che per lui è meglio e più gli si confà. Se si taglia l’abito per qualcuno, occorre adattarlo alla sua misura e quel che va bene a uno non può andare bene all’altro. Ciascuno deve avere ciò che è conforme alla sua taglia.

  133. cristiano prakash dorigo il 31 dicembre 2006 alle 16:22

    per quanto patadossale possa sembrare, mi pare di aver capito di più l’ultimo post di luminamenti rispetto allo stesso di wovoka, con cui mi scuso, ma non capisco se siano errori di battitura o mia ignoranza.
    auguri

  134. francesco 62 il 31 dicembre 2006 alle 18:05

    mi sembra che il commento di wovoka ,cosi’ “reale” e “concreto”,abbia riportato drasticamente in evidenza quanto il problema della “condivisione”dei beni ,cosi’ chiaro, semplice e netto dal punto di vista del contenuto teorico,sia tremendamente complicato e di difficile interpretazione /attuazione nella realta’ quotidiana,come lo stesso Fabrizio, ha evidenziato in precedenza.,e che comunque rientra nel discorso “aggressivita’ e rivoluzione” dell’opera di Gesu’e del Vangelo . E’ vero ,forse per i soldati e’ sufficiente “contentarsi delle proprie paghe” e non far male a nessuno,ma credo che per il cristiano sia importante fare un piccolo sforzo in piu’,rappresentato da quel dare via una delle 2 tuniche possedute,ovvero nel dare una parte (la meta’,tutto) di se stessi per l’altro.per quella ricerca del bene-alterita’ di cui parla Fabrizio stesso. Sono assolutamente convinto che sia veramente impresa non da poco,anche la ricerca stessa dei modi e delle forme per “passare all’azione” ,(alzare il culo), non e’ semplice ,lo dice uno che si sente comunque avvolto da un certo torpore -simil borghese,ma penso che per una vita di testimonianza cristiana nei piu’ diversi campi , lavoro-famiglia -svago etc.,mettere in gioco se stessi ,anche avendo e ponendosi dei dubbi,sia assolutamente necessario e imprescindibile.
    P.s.ammetto di avere avuto qualche difficolta’ nel completare la lettura dei post. di luminamenti.
    Non male anche l’accostamento “dare via una delle 2 tuniche ” con il pagare il giusto tributo tramite le tasse.che sia una conferma di come gia’ in tempi antichi si era visto cheil 50% ( o giu’ di li’) dei nostri profitti ,finiva nei sacri forzieri dell’erario?
    auguri a tutti

  135. francesco 62 il 31 dicembre 2006 alle 18:08

    mi riferisco al commento di wovoka delle ore 10.56

  136. fabrizio centofanti il 31 dicembre 2006 alle 18:14

    oggi è una fatica improba mettere le gambe sotto il tavolino e scrivere qualcosa. urgono mille impegni. sembra che il cambio d’anno generi un cambio di pelle, di casa, di vita. poi, in molti casi, non cambia proprio niente. ma spero che per noi non sia così. per il momento – spero di tornare più tardi – ho solo il tempo, oltre che di ringraziarvi, di farvi l’augurio che il vostro desiderio più profondo si realizzi e che questo desiderio comprenda il bene dell’altro, o meglio, comprenda il bene, tout court. perché in quel punto la libertà prende il posto della necessità e rivela il volto dell’uomo così come tutti noi, forse, l’abbiamo sempre sognato.
    fabrizio

  137. Lady Lazarus il 31 dicembre 2006 alle 18:25

    Meglio un’opera di carità fatta in sordina od una sbandierata ai quattro venti? E’ la solita distinzione che passa tra l’essere e l’apparire. Ognuno vorrebbe essere un consumatore soddisfatto o un prodotto desiderabile nell’anelito di soddisfare il proprio innato bisogno di adeguarsi al canone indotto dal corrente modello di civiltà. Ecco che si può definire così la figura del vincente, cioè di chi desidera ed ottiene dal perdente che desidera e non ottiene.
    Eppoi il denaro è quella cosa che tutti disprezzano ma di cui nessuno può fare a meno. Auguro a tutti di guadagnarne onestamente un bel pò nel prossimo 2007 ed anche di non scordarsi di chi non ha neanche l’indispensabile. Auguri.

  138. sergio garufi il 31 dicembre 2006 alle 18:48

    @1-10-centofanti
    “ho solo il tempo, oltre che di ringraziarvi, di farvi l’augurio che il vostro desiderio più profondo si realizzi”

    Nel film “13 variazioni sul tema” si diceva che l’augurio “che tu possa avere tutto ciò che desideri” fosse un’antica maledizione gitana :-)

  139. fabrizio centofanti il 31 dicembre 2006 alle 20:14

    a forza di stare con gli zingari, Sergio…però questo non me lo avevano mai detto: vatti a fidare!
    auguri, indiano!

  140. snaporaz il 31 dicembre 2006 alle 20:26

    A parte il fatto che se uno c’ha due sole tuniche una gli serve da ricambio quando l’altra è a lavare, quindi San Giovanni Battista avrebbe dovuto dire, casomai: “se hai tre tuniche” eccetera.
    Ma poi è questa cosa della carità e dei “poveri” che non convince, come se “i poveri” fossero endemici inevitabili e consustanziati col pianeta stesso, come se la povertà fosse “naturale” come se i ricchi non fossero tali proprio perché hanno tolto e tolgono ad altri, rendendoli “poveri”.
    La carità, il dare seguendo un impulso individuale di pietas, è un fatto privato come il sesso e la sua esibizione e la sua predicazione è pornografica esattamente come il sesso.
    Nulla qui si dice – nemmeno da parte di tutte le carpe che si sono qui precipitate sulle mollichine spiritualiste sparse a piene mani da Centofanti – per eliminare le cause della povertà e anzi, nel post, si avverte che nulla verrò detto o fatto contro la proprietà privata – state tranquilli eh? – nulla sul fatto che alcuni uomini, una minoranza, si serve del lavoro della maggioranza per accumulare enormi ricchezze, perché la Chiesa accoglie tutti nel suo grembo.
    A fronte degli ipocritoni pronti a parole a dividere le loro tuniche meno male che almeno uno, uno, risponde onestamente scrivendo che lui alla carità non ci pensa per niente, che non gli si rompesse il cazzo perché i soldi gli servono: viva la faccia.
    È così che la Chiesa ha depotenziato ogni ribellione è così che ha lavorato per slombare alla radice ogni legittima aspirazione ad una cosa che si chiama eguaglianza: su “questa terra” perché non esiste altro luogo dove realizzarla.
    La Chiesa, che alimenta e rinfocola l’egoismo centripeto familista tipico di tutti i paesi cattolici, negando al civile e al politico qualsiasi vera importanza e validità, puntando a combattere e soppiantare ogni via non-religiosa all’eguaglianza.
    La Chiesa che combatte aspramente ogni possibile battaglia contro l’altra via all’emancipazione umana, quella rappresentata dalla scienza – che allevia CONCRETAMENTE, quando non le elimina, le sofferenze del corpo e dello spirito, che ci consentirebbe di morire con dignità invece che urlando come capretti sgozzati col nostro bel prete a fianco che prega – perché questo oggi è il pericolo più importante, più pressante, per le fanfaluche teiste sulle quali galleggia la sua ampia e cinica gerarchia.
    Centofanti si atteggia a prete “buono” e non allineato e vicino ai “poveri”, ma su ogni argomento cita e ribadisce ad ogni piè sospinto posizioni ufficiali e curiali (compresa quella, incredibile, sulla morte di Saddam), oppure si aggrappa a semplificazioni etiche predicate in una società agro pastorale di duemila anni fa, quando i problemi erano molto diversi e più semplici, con buona pace di chi crede ad un assoluto etico.
    È così che ti frego il pupo, con la solita “forbice”: mai davvero nel farsi della Storia, nel presente (se non per proibire), sempre nel passato oppure nell’ultraumano.
    Gli unici preti “buoni” sono quelli che si vergognano, almeno un po’, di essere preti.
    E così via.

  141. fabrizio centofanti il 31 dicembre 2006 alle 21:46

    il tuo nome mi ricorda qualcuno: uno che non alzava un dito, ma conosceva tutte le soluzioni. è morto senza risolvere neanche uno dei problemi di cui era il massimo esperto. forse è questa la maledizione gitana del Garufi.
    buon anno, snaporaz.

  142. ehsìèproprioveroillupocambiailnickmanonilvizio il 31 dicembre 2006 alle 21:59

    eh sì, è proprio vero

    il lupo cambia il nick

    ma non il vizio

    p.s.

    scusa snaporaz, se te lo faccio notare, ma il tuo ragionamento è inficiato, alla base, da un gravissimo errore concettuale che mina tutta l’architettura argomentativa del tuo discorso: non puoi dire, come fai, , ma, più correttamente, . in questo modo, rischi che nessuno ti prenda in considerazione, capisci?

    comunque quella delle tuniche l’hai presa di sana pianta dal film di Henry Koster del 1953. l’hai visto per ben tre volte, furbone, non è vero? sei un vero cinofilo, devo proprio ammetterlo.

  143. ehsìèproprioveroillupocambiailnickmanonilvizio il 31 dicembre 2006 alle 22:02

    riposto tutto, perché sono scomparsi gli incisi. scusa di nuovo, snapy

    *

    eh sì, è proprio vero

    il lupo cambia il nick

    ma non il vizio

    p.s.

    scusa snaporaz, se te lo faccio notare, ma il tuo ragionamento è inficiato, alla base, da un gravissimo errore concettuale che mina tutta l’architettura argomentativa del tuo discorso: non puoi dire, come fai, “ad ogni piè sospinto”, ma, più correttamente, “ad ogni pie’ sospinto”. in questo modo, rischi che nessuno ti prenda in considerazione, capisci?

    comunque quella delle tuniche l’hai presa di sana pianta dal film di Henry Koster del 1953. l’hai visto per ben tre volte, furbone, non è vero? sei un vero cinofilo, devo proprio ammetterlo.

  144. snaporaz il 31 dicembre 2006 alle 22:19

    cinofilo, sì.
    amo i cani in effetti.

    belle e complesse le controdeduzioni del padre centofanti.
    nuovi preti, vecchia viscida tecnica.

  145. fabrizio centofanti il 31 dicembre 2006 alle 22:24

    è che la bava è arrivata fino a qui. dammi il tempo di pulirmi, snaporaz.

  146. ehsìèproprioveroillupocambiailnickmanonilvizio il 31 dicembre 2006 alle 23:24

    non avevo nessun dubbio, snapy, su questa tua passione segreta.

    e infatti ne parla anche il grande et(il)ologo corrado lorenzi, nella sua famosa (o)pera “e il cane incontrò l’uomo”. sono quindicimila anni, infatti, che dopo averlo incontrato, l’uomo si è messo a ragionare proprio come lui.

    non vorrei averti sconvolto, adesso, con questa “rivelazione”. non farmi l’errore, tra quaranta minuti, di buttare il cane dalla finestra insieme all’a(n)no vecchio. tanto, sarebbe tutto inutile: dopo l’assuefazione, è difficile tornare a ragionare come prima di incontrarlo. solo in pochi ci sono riusciti…

  147. macosacapperodici? il 1 gennaio 2007 alle 02:05

    @snaporaz
    “come se i ricchi non fossero tali proprio perché hanno tolto e tolgono ad altri, rendendoli “poveri”.”.

    E questa dove l’hai letta? Dentro ai baci perugina? Ma quanti anni hai, 11?

    La donna bella e bionda non è bella e bionda perché toglie qualcosa a un’altra donna rendendola brutta. Hai capito?
    Puerile! Moralista!
    La donna è bella e bionda e basta!
    Troppo facile pensarla come te, da poverini dell’intelletto.

  148. wovoka il 1 gennaio 2007 alle 08:51

    @Cristiano
    Sì, il mio secondo intervento contiene due fastidiosi refusi, ed è anche esplicato male, mi spiace. Del primo però hai colto soltanto l’insinuazione personale, che era quanto invece intendevo evitare: non presumo certo di poter dire qualcosa di te sulla base di quattro parole raccattate tendenziosamente in rete. Per quanto mi riguarda, li considero tutti discorsi ipotetici ai quali prestiamo qualche maschera temporanea. Ma spero almeno sia risultato abbastanza chiaro che non ho lezioni da impartire. Il punto era la natura illusoria del “distanziamento”, specie quello di matrice “estetizzante”, dal sistema produttivo, l’impossibilità di una reale “autonomia” in una società interdipendente come la nostra, e i doppi vincoli che ciò probabilmente comporta.

    @Snaporaz
    Non è esattamente come l’hai messa: sono disposto a esaminare ogni proposta tuttavia, non sentendomi sotto lo sguardo di Gesù, dichiaro in anticipo che non posso aderire pienamente al suo radicale messaggio. Dunque, le mie azioni concrete di carità dipenderanno da intricate costellazioni emotive, che incrociano il senso di precarietà e le responsabilità familiari con la sensibilità al caso in esame. Penso inoltre che il piano politico richieda tutt’altro genere di “ragionamenti”.

  149. cristiano prakash dorigo il 1 gennaio 2007 alle 10:58

    @ wovoka: ciao. ora credo di avere più chiaro il concetto. non mi sono sentito giudicato e credo, come mi pare di capire, anche tu, che ci sia il rischio di un illusione narcisistica nel sentirsi fuori pur non essendo possibile esserlo, dal “sistema”. in questo convengo pienamente. così come credo di essere in parte fortunato, e in parte di essermelo guadagnato, di poter fare un lavoro che mi piace, che ho cercato e voluto.
    insomma: dipende da come si vedono e vivono le cose della vita. diciamo che svolgo un lavoro in cui mi sento libero e che non mi fa avanzare soldi per la carità. neanch’io, per uscire dalle metafore, rispondo comunque a cristo.
    @snaporaz: come dicevo anche a fabrizio, probabilmente mal interpretando, e forse anche nel tuo caso, davvero conosci la verità? davvero pensi di vederla con chiarezza? così fosse, bisognerebbe dirla con più convinzione e minor impeto: il rischio, altrimenti, è quello di venire scambiati per giovani riottosi che poi con l’età capiscono e si sedano da sé.

  150. fabrizio centofanti il 1 gennaio 2007 alle 11:17

    la verità non appartiene a nessuno, Cristiano. o, meglio, la sperimentano tutti quelli che aderiscono al bene, superando i propri interessi. la verità è al di là di sé.
    ciao
    fabrizio

  151. emanue il 1 gennaio 2007 alle 11:41

    (QUESTO MIO COMMENTO RIGUARDA ESCLUSIVAMENTE IL POST PRINCIPALE)

    Prima considerazione: se è stato postato qui su NI, il post assume immediatamente un valore di testimonianza nel presente. È “al presente” che vanno considerati i risvolti etici del brano.

    Il post è diviso in tre capoversi. Il primo è una citazione dal Vangelo di Luca, il secondo un commento al primo, nel terzo si declinano i primi due nel quotidiano.

    Il brano evangelico è un invito alla condivisione. Ma è anche un esplicito invito ad accontentarsi: “non esigete nulla di più”, “contentatevi delle vostre paghe”. Il brano dei soldati è anche un invito a non infierire sul più debole.

    Il primo brano di commento, là dove Centofanti inizia con “Il Battista …”, contiene una evidenza forzatura interpretativa: quello che lui chiama “il principio basilare di ogni etica” (“fare quello in cui si crede”) non è deducibile dal brano di Luca. Se uno “crede” delle cose in proprio, perché dovrebbe chiedere il che fare? Sarebbe più corretto intendere Giovanni come una persona con un certo credito e a cui gli astanti chiedono consiglio sul da farsi. Il credito acquisito dal Battista, e le titubanze o le debolezze dei presenti, portano ala relazione del Profeta con i suoi discepoli, e non ad una assunzione libera di responsabilità da parte di chi interroga.

    Anche la seconda frase di commento (“il messaggio è semplice”) contiene delle forzature molto evidenti. Intanto non si capisce perché tradurre il consiglio di Giovanni in un limitante “dare la metà di quello che si ha”. Il brano di Luca contiene un invito a condividere PARTE di quello che si ha: se ho due tuniche, è evidente che non posso regalarne una quarta parte, altrimenti verrebbe meno la loro funzione. Se ho da mangiare, ne darò una parte (nel brano è indefinita la quantità). Ma questo è solo un “accessorio” del commento. La parte importante è quella successiva sulla “proprietà privata”. Anche qui le deduzioni di Centofanti sono una forzatura. Intanto è ambiguo l’uso del termine “proprietà”, in particolare se legato al precetto: “nessuno può obbligare”. La proprietà è un obbligo: solo chi ne è in possesso ne può godere. Non “criticare” la proprietà è riconoscere il diritto di imporre questo obbligo. Se acquisto l’unica fonte di acqua presente nel territorio, ho tutto il diritto di far morire gli altri di sete. Se accolgo l’invito di Giovanni alla condivisione, riempirò le borracce dei miei concittadini; ma se non lo accolgo? “La generosità non si impone”, scrive Centofanti. Quindi anche la mia non-condivisione, per quanto deprecabile eticamente, non è condannabile. Ho tutto il diritto, se non voglio accettare l’invito del Battista, di far morire gli altri di sete. Come ho già detto in un mio precedente commento, questo è il lato debole del “volontarismo”, ossia di demandare alla “buona volontà” la condivisione delle risorse. Tutto è rimesso nelle mani del singolo proprietario (“auto-giudizio”).

    E siamo alla parte finale del commento di Centofanti, quella del Tu/Io. Se mi protendo verso l’altro, accogliendolo e sfamandolo, il mio Io è messo in subordine rispetto al Tu: siamo nell’atto della carità, che è un donarsi all’altro. Ma la carità è diversa dalla giustizia. Mentre la prima rimette tutto nelle mani della bontà del proprietario, la seconda mette tutto nelle mani della comunità. È la comunità che può stabilire, ad esempio, che la fonte d’acqua può essere espropriata e messa a disposizione di tutti. Qui il il Tu e l’Io sono messi in una relazione che non è più vincolata a qualcosa di non misurabile (la bontà), ma fatti interagire a partire da un’idea condivisa di società (condivisa e regolata). L’importanza del comportamento etico sta anche nel riconoscere la necessità di imporre con la forza (la legge è forza – e la forza è diversa dalla violenza) la condivisione. Non riconoscere questa necessità è un errore che non potrà mai aprire effettivi spazi di libertà.

    Emanuel Trevisan

  152. snaporaz il 1 gennaio 2007 alle 11:49

    cari prakash & wowoka, buon anno.
    la Verità non esiste.
    quella è per i credenti.

  153. ehsìèproprioveroillupocambiailnickmanonilvizio il 1 gennaio 2007 alle 12:29

    snapy, e a me gli auguri no?
    come sei selettivo, cicci.
    io, comunque, li faccio a tutti, sperando che questa ondata di esegesi biblica si plachi un po’. ho la cervella in fiamme, davanti a tanta coltura, io che a malapena conosco il pater, l’ave e il gloria. (e la Gloria: ma questo credo non c’entri molto, forse è un’altra storia).

  154. fabrizio centofanti il 1 gennaio 2007 alle 12:49

    l’idea di un’adesione libera al bene è difficile da capire, ma soprattutto da vivere. ognuno fa quello che può. io non ho formule politiche, nemmeno Cristo ha fondato un partito. è una proposta esistenziale, che dove viene vissuta apre spiragli insospettati di autentica solidarietà. è una rivoluzione non violenta che scardina l’idea stessa del potere. un’utopia? c’è chi ci crede. il marxismo, ugualmente, è un’utopia? c’è chi ci crede.
    ah, il suo nome era svaporaz: è svanito nel nulla, senza che nessuno se ne accorgesse, neanche i poveri. buon anno anche a lui, comunque.

  155. snaporaz il 1 gennaio 2007 alle 13:14

    mon cher centofantì,
    come josè, tash e qualche altro prima di me, ho capito anch’io che provare a discutere con te al di fuori delle tue (vostre) regole & postulati è del tutto inutile.
    dunque ti lascio volentieri coi tuoi simili.

  156. fabrizio centofanti il 1 gennaio 2007 alle 13:36

    sei svaporato anche tu.
    lo supponevo.

  157. tashtego il 1 gennaio 2007 alle 14:28

    ultimerrimo commento:

    il prete egotico & furbastro glissa scrupolosamente su ogni obiezione, ma poi accusa snaporatz di dileguarsi.
    e poi dice anche che lo supponeva, come il commissario Cip.

  158. fabrizio centofanti il 1 gennaio 2007 alle 14:44

    è come l’ultima sigaretta di zeno cosini, tasht-ego?

  159. macosacapperodici? il 1 gennaio 2007 alle 15:21

    Centofanti sei proprio ridicolo.
    Ma la tua è supponenza derivata dall’esperienza?
    Proprio ora che tutti teorizzano la fine dell’esperienza?

  160. fabrizio centofanti il 1 gennaio 2007 alle 15:35

    ma cosa cappero dici? il bene è un’esperienza?

  161. Aut/Aut il 1 gennaio 2007 alle 15:40

    non posso che ringraziare tutti i partecipanti a questo thread. dovendo scegliere tra le * Razionali senza Filtro * e le * Spirit Light *, ho deciso di smettere di fumare.

    rngrz snttmnt.

  162. fabrizio centofanti il 1 gennaio 2007 alle 15:43

    qualcosa di buono abbiamo ottenuto.

  163. georgia il 1 gennaio 2007 alle 15:57

    ormai gli unici post che fanno accorrere commentatori sono quelli che parlano di sesso o di religione ;-)
    Ho sempre pensato che sesso e religione (l’amore è altra cosa in ambedue gli ambiti) siano molto legati, del resto i religiosi sembra si gustino il sesso con più appetito, gli altri ormai lo vedono solo come ordinaria amministrazione più o meno salutare :-), anzi forse la religione (quando parlo di religione charo che non parlo dei favolosi testi sacri ma solo delle organizzazioni nate intorno ad essi) è nata proprio per dare ulteriore pepe al sesso.
    geo

  164. Aut/Aut il 1 gennaio 2007 alle 15:57

    grz, dn.

  165. Aut/Aut il 1 gennaio 2007 alle 16:01

    ‘ussignùr! e adesso? dovendo scegliere tra * ordinaria amministrazione * e * ulteriore pepe *, cosa faccio? mi sa che passo la mano…

  166. Giovanni Nuscis il 1 gennaio 2007 alle 17:35

    Leggo più sopra “…quando parlo di religione charo che non parlo dei favolosi testi sacri …”

    Al di là del nostro credo, i testi sacri contengono un progetto ineguagliabile di civiltà, una testimonianza di saggezza, di propositività, contrapposto all’inerzia infruttuosa dei nostri umani limiti, e del nulla.

    Cosa di essi abbiamo assimilato, mi chiedo, assistendo a questa scarica di rutti postprandiali?

  167. emanue il 1 gennaio 2007 alle 18:39

    Ma caro Giovanni Nuscis, lei li ha letti i testi sacri? E se sì, come può affermare che contengano “un progetto ineguagliabile di civiltà, una testimonianza di saggezza, di propositività, contrapposto all’inerzia infruttuosa dei nostri umani limiti, e del nulla”? Le rammento che il Vecchio Testamento è pieno di massacri, di flagelli, nonché abitato da un Dio vendicativo e che non lascia speranza alcuna a chi non si “converte”. Dio ordina il massacro dei primogeniti (Es 11, 4-5), porta sulla terra lo sterminio (Sap 18, 14-15) e altre cose di questo genere. Se poi per Testi Sacri intende il NT o altro, lo precisi per favore. E tenga anche conto del fatto che in molti hanno, ben prima di qui e con altro spessore di argomenti, sia la veridicità di alcune parti delle “sacre scritture” che le ricadute “etiche” nel presente. Non esiste su ciò – se mi permette – condivisione di vedute. E può capitare che per alcuni le sacre scritture abbiano di fatto contribuire ad annichilire le coscienze …

    Rispetto ai “rutti postprandiali” perché sta sul vago? Faccia nomi e cognomi (o nick). Alcuni dei partecipanti a questo com-bestiario hanno posto delle questioni interessanti. Poi lei potrà sempre ritenerli dei “rutti”, è nel suo diritto, ma farebbe più bella figura rispondendo ai rilievi, più che nascondersi dietro una posizione che di moralistico ha solo la puzza sotto il naso e l’avversione per chi la pensa diversamente.

    @ Centofanti: lei glissa … Ma lo capisco. Però, se permette, non lo approvo. Specialmente se si appare in un sito dove è d’uso, da parte di chi posta l’articolo principale, stare dentro l’argomento. Vede, anch’io, che pure non sono un prete e vedo male la chiesa (e le credenze), ho scelto una “adesione libera al bene”. Forse non uso gli stessi termini (“bene” è il termine più inflazionato di tutti, insieme a “amore”; pensi che lo usa pure Bush), ma le garantisco che cerco quotidianamente di non “fare del male”. Eppure, a differenza di lei, ritengo che il “bene” di tutti – l’unico bene che mi interessi, secondo il famoso adagio O TUTTI O NESSUNO – non possa che essere ricercato anche mediante la “coercizione”: ovvero costringendo il proprietario a mettere in comune ciò che ha (l’acqua, nel mio caso precedente). Il suo atteggiamento, come dice lei, sarà pure capace di “aprire spiragli inaspettati”, ma non può dare soluzione al problema (la povertà) che è ben più grave e di portata ben più importante che non il singolo. Se poi lei preferisce aspettare che tutti acquisiscano questa consapevolezza, bene, legittimo, però vuol dire non risolvere i problemi, ma aspettare che si risolvino da soli. Niente di diverso dall’atteggiamento dello struzzo (la prego, non ritiri fuori la storiella del suo impegno; io qui sto criticando l’atteggiamento che porta come conseguenza diretta ciò che lei scrive, nel post e nei commenti; che è poi l’atteggiamento (“attesa messianica”?) che discende dal pensiero religioso …
    E.T. (quello di Spilberg?)

  168. fabrizio centofanti il 1 gennaio 2007 alle 18:47

    ahia, pochi minuti prima della messa. poi ci ritorno. crediamo in due modalità diverse. una cultura del bene è possibile e bisogna perseguirla con tutte le energie. bisogna tendere a trasformare la società, con tutti i talenti di cui si dispone. ognuno fa la sua parte. l’ideale sarebbe convogliare le energie, ma superando la logica della forza, che ribadisce la legge della giungla, scritta perfino nelle nostre cellule. per questo è un bene che va al di là dell’io, dell’individuo, incapace, etimologicamente, di spezzarsi in favore degli altri. ora devo scappare, mi sa che ci risentiamo verso mezzanotte.
    saluti
    fabrizio

  169. Luminamenti il 1 gennaio 2007 alle 18:51

    Giustizia, Psiche, Buona Volontà, Identità, Bene

    In quibus enim requiescere dicitur spiritus tuus, hos in se requiescere facit (Confessioni, 13, 4.5)

    Quando si dice che il tuo spirito riposa su una persona, si dovrebbe dire che la fa riposare in sé (Agostino)

    Gesù spiega e e mostra molto bene perché il Diritto è un legno storto e insufficiente e che esiste una via, certamente difficile da comprendere e realizzare (tanto più perché è stata scancellata), che realizza l’equanimità e l’amore meglio del diritto. Potrebbe dirsi altrettanto a partire da altre tradizioni perenni, per esempio il taoismo. Nessuno vuole cmq cancellare il diritto da un giorno all’altro, fintantoché l’uomo non pervenga liberandosi dal giogo dell’inconscio, alla chiarezza limpidissima, metafisica dei rapporti divini e così trasmutato irradii intorno, all’esterno ciò che è come l’interno.
    D’altra parte la Giustizia non è quella cosa che pensa Emanuel Trevisan. Basterebbe comprendere la deriva subita da una parola così importante, occorrerebbe capire le origini del diritto moderno occidentale a partire dai Greci. Un esame di Eschilo basterebbe a spazzare via il campo dell’opinione al riguardo. Ancor più fraintesa è la parola carità. Rabbrividisco alle letture che si fanno della parola carità usate dagli evangelisti e da san Paolo. Se si ignora il linguaggio kabbalistico non ci si capisce niente e si prendono delle cantonate. Poi, ognuno può credere liberamente che la parola che si mette in bocca e in azione significhi quello che a lui pare, ma non mi si parli di parola evangelica. Naturalmente io sto dalla parte dei vangeli e di paolo che sapevano benissimo cosa stavano dicendo, sapevano di cosa parlavano, con cognizione di causa e di esperienza. Solo accennarne adesso sarebbe lunghissimo. Procedo solo per delicati avvicinamenti e spunti. Sulla buona volontà. Anche in questo caso Gesù parla il linguaggio di chi sa che la buona volontà non esiste. Esiste solo l’illusione che esista la buona volontà. Questo è reale: l’illusione. Ma già Nietzsche aveva capito, citando Lutero, Agostino e Paolo che la nostra moralità e i fatti di essa non coincidono con la nostra volontà consapevole. Me lo ricorda Jacob Taubes trattando l’Epistola romana da rabbino.
    Ma per chi è insofferente alle profondità evangeliche, basterebbe leggere un trattato qualsiasi di psichiatria per accorgersi dell’inaccessibilità alla volontà attraverso il campo cosciente dell’uomo; questo è un fatto che spiega l’assenza o poca presenza nel mondo del Bene (ancora da definire in questo discorso); mentre è procedendo a partire dalla disidentità che incomincia un lento avvicinamento alle dimensioni dei rapporti divini. Ma non ci fermi all’inconscio che già ci domina al posto della buona volontà ed è putrido e non ha certezza! Certezza è ciò che non ha definizione psichica. Psiche è territorio maledetto, dove tutto è sempre precario e impedisce la chiarezza. Già cmq il fatto che nello studio dello psicologo si proceda senza giudizio morale è una conquista, però poco conosciuta ( e tal volta mal capita dallo psicologo stesso). Si potrebbe capire questo problema della volontà attraverso Jung, sebbene non sia decisivo e ci siano modi più avveduti per persuadersene. Già gli psicologi (maestri) sufi (quelli che fondarono i primi manicomi) mille anni or sono chiamavano alRuhMumathtal l’anima e nafs la psiche arrivando a una suddivisione in 18 parti che trova precise corrispondenze con le diciotto parti in cui si divide oggi, in particolare all’interno della ricerca psicoanalitica, sia pure utilizzando una diversa terminologia. Così si può arrivare a capire come la psichiatria doveva comprendere di essere un’espressione della società in cui nascesse. Foucault si buttò a capofitto su tale questione. Anzi, l’intera mente è alla mercé delle suggestioni ambientali. Mente e menzogna hanno identica radice.
    Ma negli anni 70 si introdusse una locuzione che suscita risonanze del tutto diverse dalle precedenti degli ultimi due secoli: stati modificati o alterati di coscienza. Un’epoca nuova si apre e si estende man mano ne avvenga la sua vulgata. Sicché la mistica si scioglie dalla condanna che le infliggevano isteria, schizofrenia, anoressia e diventa condizione nella quale il cervello emette onde theta: illimpidimento e semplificazione che fanno esultare e lasciano esterefatti. Wolgang Jilek ha tratto fuori i tesori della locuzione nuova notando che gli stati alterati di coscienza sono fatti di sonnambulismo, ipnosi, cambio di personalità, allucinazione, possessione, tutti fusi e rimescolati insieme. Essi comportano attenzione concentrata, suggestionabilità accresciuta, piena anestesia, assenza di autocontrollo, amensia, oblio del nesso di causa ed effetto, obliterazione della temporalità e della normale immagine del corpo (Transcultural Psychiatry Newsletter, 2, 2, 19 dic. 1994). Ne possono derivare un senso di rinascita, un ringiovanimento, un’illuminazione ineffabile che si irradia e contagia chi sta intorno infondendo energia, vitalità ed empatia (tre costanti mistiche che andrebbero sviscerate).
    Empatia e simpatia sull’onda del celebre libro di Max Scheler, Natura e forme della simpatia, dove aveva insistito sul progressivo accostamento di rapporto con il mondo oggettuale: cioè l’uomo prenderebbe parte diretta e integrante della vita degli stessi oggetti. Accostamento come fondazione del carattere intuitivo e immediato della conoscenza dei sentimenti degli altri. Tutto accade nel mistico come se l’intenzione dell’altro abitasse il suo corpo o come se le mie intenzioni fossero in lui. Così l’opera per noi santa è quella che Dio (o il divino o l’autorealizzazione in senso junghiano o l’autorealizzazione e basta per gli allergici alle metafore della divinità)
    desidera; non vuole l’opera santa in se stessa. Come disse acutamente il Rosmini: “a che ci servirebbe infatti convertire l’universo, se non fossimo santi? Le opere sante di per se stesse non ci devono interessare: sia perchè le assumiamo temerariamente, sia perchè non le facciamo nel debito modo, sia perché ci distraggono interamente dall’intera devozione”
    E’ attraverso questa conquista per noi stessi in primis che si giunge al Esse est coesse; con questo concetto lapidario Gabriel Marcel sottolineava l’importanza fondamentale della dimensione coestensiva per la nostra vita, quotidiana e di base; egli, così, poneva a fondamento del nostro esistere l’antropologia dell’incontro, la filosofia del Tu, la dimensione ontologica e fenomenologica del Noi (la noità di Buber, o la versione di Noi siamo un colloquio di Borgna). Così Doghen adoperava il giapponese mitsu, “esoterico” come equivalente di shimitsu, “intimità”. Egli insegnava che non si perviene all’esoterico finché si crede che soltanto io conosca la mia persona privata e che sia impossibile conosce gli altri: l’intimo è il prossimo e tutto esiste mercé l’intimità.
    L’incontro (ne fa fede il compatto volume di Josef Bockenhoff “Die Begegnungsphilosophie, Alber, Freiburg) viene considerato come fenomeno primordiale, originario, del vivere umano, e non più soltanto semplicemente vissuto ed espresso come esperienza-limite. Pedro Laìn Entralgo, il noto medico antropologo spagnolo, parla chiaramente di crisi del yoismus: il mio io non esaurisce la mia propria realtà. E Martin Heidegger, in Einfuhrung in der Metaphysik dice che ora non è più il tempo dell’Io ma il tempo del Noi. E il mondo moderno è il responsabile principale della creazione di un Io autonomo: Io-me, contrapposto all’Io-altrui; e l’Io-altrui come irriducibile a un Noi, donde il cruccio filosofico dell’ultimo Husserl, l’immane sua fatica della costituzione dell’intersoggettività (peraltro non compituamente attuata) e la perentoria affermazione di John Cullberg in Das Du und die Wirheit: L’io come individuo è un’astrazione; solo l’io che sta in rapporto con un Tu possiede un contenuto concreto.
    Torna così a infondere la sua quieta certezza il canto della grande mistica tibetana Ma gcig Lab sgron, nata intorno al 1005: la radice di tutti i demoni è la propria mente, come il demone dell’orgoglio (la cui base è la discriminazione dualistica. Che pena si prova a sentire contrapporre nel discorso illuministico razionale a irrazionale senza sapere per nulla di cosa si parla!). Ma gcig Lab sgron ci esorta a dedicare agli altri ogni azione senza giudicarla, si stia fermi nella meditazione e si otterrà potere. Ma di questi meriti occorre non accorgersi nemmeno. Si viva come le fiere nei luoghi selvatici, come piante, alberi, sassi. Se si ottiene la preveggenza, si dimentichi, e non si abbia il concetto di non avere concetti, anzi si rimmuova ogni aggregato (l’io, il mondo).
    Non c’è cmq necessità di ricorrere obbligatoriamente alla teologia mistica ( ma la mistica buddista è rigorosamente atea) per cogliere il potenziale eversivo del rimuovere l’identità. Già Fachinelli in La mente estatica si era avviato, seppure senza la montagna di dati che adesso sono in nostro possesso, a delineare nel fenomeno dell’estatico un’esigenza antropologica che sta a noi non perdere né sciupare. Percorso che porterebbe oggi a guardare ad alcune antropologie complesse nate in Italia, compresa l’antropologia di Rodney Needham, alla teoria della programmazione mentale religiosa di Couliano o agli studi sul pensiero scientifico di De Santillana o fino a Wittgenstein dove si perviene al fatto che il Mistico è la forma del suo darsi, più precisamente: esso si mostra: esso mostra sé. Questo mostrarsi si riconosce: per coglierlo si richiede davvero quella intensità di riconoscimento. Questo porterebbe il discorso ulteriormente oltre, dove non intenderemmo il Mistico in termini ancora ex-statici, sublimi, come il metodo dell’oltrepassamento della miseria umana, quindi non declinato in senso gnostico o genericamente esoterico, ma come il fatto che il Mistico mostra sé – dunque non ha nulla di oscuro, in cui l’ineffabile è la sua presenza, una presenza presupposta allo stesso dire, forse un avvicinamento alla Mistica di Panikkar

  170. Aut/... il 1 gennaio 2007 alle 19:09

    ho capito, riprendo immediatamente a fumare. datemi subito una razionale senza filtro, anzi, qualcuno prepari un cannone, che è meglio. ormai, per entrare qua dentro, c’è bisogno solo di quegli *armamenti*. e di aspirare con voluttà, in profondità, in profondità…

  171. maria luisa il 1 gennaio 2007 alle 19:32

    @Aut Bella idea.Il cannone fallo girare mi raccomando. Qui serve un po’ a tutti :-)

  172. maria luisa il 1 gennaio 2007 alle 19:55

    Per Centofanti (quando esce da messa): trattare un tema evangelico con toni molto semplici, e volutamente tali, quasi con toni da prima catechesi, su uno spazio come quello di NI, che è laico e pluralista, mi ha lasciata confusa e perplessa. Se la finalità era quella di aprire un dialogo, una riflessione, questa montagna di botte e risposte, alcune di nuovo molto semplicistiche, non sta conducendo ad una chiarezza della comunicazione. Mi spiace. Per favore puoi raccogliere gli spunti e dare un parere che sintetizzi il pensiero?
    Per quanto mi riguarda, il concetto di etica individuale e di etica comunitaria/collettiva su cui ha insistito Trevisan è interessante. Una battuta: il Vangelo contiene un messaggio politico, come ogni passo della vita di Gesù, altrimenti i Romani non avrebbero mai processato uno straccione di Nazareth. E la comunità rispetto ai beni del creato (come ormai le Curie hanno definito le risorse ambientali) è sollecitata ad avere comportamenti di cura e di equa distribuzione. Ecco allora che la tunica, se visto come un bene collettivo, richiede una risposta di morale collettiva. Se il bene individuale nuoce a quello comunitario che accade? Che cosa dice il Vangelo a riguardo? La storia della Chiesa? La dottrina sociale della Chiesa esprime come nel bene (presenza nelle situazioni di emarginazioni, di povertà) e nel male (coercizioni sociali molto pesanti e frustranti su cui Alberigo, Dianich e altri hanno scritto testi chiari e precisi), l’istituzione ecclesiale sia stata attivamente presente con un pensiero ed un’azione politica.

  173. macosacapperodici? il 1 gennaio 2007 alle 20:06

    Luminamenti e dai, datti ‘na regolata.
    Davvero, guardati il tuo ultimo post qui sopra (e non “leggiti”), non ti vergogni?
    E come se una bella ragazza, scoperti i trucchi a vent’anni, se li impiastricciasse addosso tutti, tutti in una sera.
    Che schifo!
    Non scappano le parole, Luminamenti, sii parco e vedrai che acquisti in classe e stile.

  174. fk il 1 gennaio 2007 alle 20:32

    Buon 2007, carogne di tutte le credenze!

  175. cristiano prakash dorigo il 1 gennaio 2007 alle 20:38

    se si trascende l’io, la personalità, che non è naturale ma costruita, si può trascendere la propria condizione di torpore e risvegliarsi – o illuminarsi che dir si voglia -. una volta raggiunto quello stato si diventa belli, autentici, trasparenti e contagiosi: si diventa maestri.
    Gesù, Lao Tsu, Budda e non aggiungo i miei preferiti.
    si diventa maestri cui seguiranno, per chi ha la voglia e l’umiltà, discepoli, che diffonderanno il verbo del maestro. il cui stato trascende la mente, le parole.
    il tutto per altro, soprattutto per l’occidentale filo scentifico, non prevede nemmeno la professione della fede, ma solo l’esperire ciò che il maestro propone.
    mi sembra un sintesi sintetica anoressica di quel che ha detto luminamenti.
    che dovrebbe ben sapere che l’eccesso di cultura può essere un impedimento all’illuminazione anzichenò.

  176. Domenica Delle Salme il 1 gennaio 2007 alle 22:16

    se si trascende l’io come si scendono le scale la mattina; se quando entri nel cantiere, dove lavori in nero, la smetti di chiederti se stasera ne uscirai in verticale o in orizzontale; se non puoi permetterti neanche di comprare un giornale, perché ti sembra di rubare qualcosa ai tuoi figli; se arrivi a metà mese e non sai dove sbattere la testa per pagare gli ultimi bollettini; se ti guardi attorno e non vedi uno straccio di futuro; se l’ultimo libro che volevi leggere te lo sei fatto prestare o l’hai rubato; se vivi con una pensione sociale; se vorresti suicidarti e non puoi nemmeno farlo; se sei sotto sfratto e non puoi nemmeno contare sulla casa in montagna (un vero cult!); se non sai se ti fanno più pena quelli con la pancia sempre piena, che non hanno mai fatto un cazzo nella loro vita tranne che leggere libri, o quelli che glielo hanno permesso; se, anche avendone la possibilità, non scambieresti mai la tua condizione con quei mondi fittizi e quelle vite di carta; se…; e se…; e ancora se…; e poi di nuovo se…: beh, forse allora meister eckhart sarebbe solo la marca di un amaro, e non il metro con cui misurare la lunghezza delle tue visioni anche quando sei in bagno. che pena. ma qualcuno ce li ha ancora i calli, oltre a quelli, ormai calcificati, prodotti da ininterrotta attività manuale nelle zone pelviche?

  177. Libera il 1 gennaio 2007 alle 22:38

    Che la veste nera da cornacchia di Centofanti sia sempre in fuga quando lo si mette alle strette ormai è risaputo. Non siete stanchi di continuare a girare a vuoto con questi discorsi che non hanno un minimo di criterio logico, ma si basano su superstizioni? Io e con me altri frequentiamo questo luogo per fare o leggere ragionamente, non per dire messa, credere che il vino si trasformi in sangue e il pane in carne. Cattolici che mangiano il proprio dio? Ma questo non è paganesimo antropofago? Se iniziassimo a fare un ragionamento socio antropologico sul cristianesimo e sul cattolicesimo allora potremmo anche straci, ma non sopporto che si riducano i discorsi a termini come bene, verità, giusto, amore universale, spirito etc. non sono abbastanza concreti per i miei neuroni.

  178. macosacapperodici? il 1 gennaio 2007 alle 23:33

    Ma chi è ‘sta Libera???
    E ‘sta Domenica delle Salme???

    Ecco questo io avrei voluto scrivere, ma non sono bravo!!!
    Bravi voi due! Bravi!
    Vi amo!

    Luminamenti, Centofanti e Credenti, leggete ‘sti due e imparate!
    Imparate invece di blaterare ancora fandonie da filosofi di quinto ordine.
    L’esperienza è finita, è finita la filosofia e la religione!

    Ora tocca menare! Staccare la spina e menare!
    Dagli giù forte!
    Che mancano 100 anni e poi il mondo si caga addosso.

    Liberiamo la domenica!

  179. georgia il 1 gennaio 2007 alle 23:35

    beh 177 commenti, di cui svariati che fanno addirittura per dieci :-) … sono entrata in questo post con reale interesse, a me piace che si parli di religione, di religioni … ma di *cultura del bene* un po’ meno … mi sembra di venire sommersa da una gelatina zuccherosa … anzi avete mai provato a sgranocchiare zuccherini inzuppati nel miele? uno è sufficiente, due troppi, dal terzo in poi viene da ululare … vo’ a cercare qualche vipera per farmi dare l’antidoto:-)
    geo

  180. fabrizio centofanti il 1 gennaio 2007 alle 23:54

    mi rendo conto di aver messo in crisi un intero blog. (libera/marcello/passannanti l’avevo già messa in crisi da un pezzo e ormai vive ossessionata dalla mia presenza).
    se poi è intervenuta anche un’indiana, vuol dire che siamo proprio alla frutta.
    non voglio infierire oltre.
    buoni anni a tutti
    fabrizio

  181. Pamela Canali il 2 gennaio 2007 alle 00:09

    Curioso che Libera si esprima come certi musulmani estremisti. Ad una manifestazione esponevano questo cartello: “Cristianesimo religione antropofaga”. A me non verrebbe mai in mente di definire il cristianesimo “paganesimo antropofago”, forse perché sono sempre vissuta in Europa, in un paese cattolico, pur provendo da una famiglia di non credenti.

  182. fk il 2 gennaio 2007 alle 00:28

    Potete dormire sonni tranquilli. Per un po’ niente più “catechismo”. Questa è una rivista laica e pluralista, infatti. Già, pluralista…
    Potremo riprendere a trastullarci con altre cose. Secondo me – ma non voglio essere provocatorio, è solo una mia personalissima sensazione – se invece di un prete cattolico avesse “parlato” un buddista (esprimendo concetti simili) molti non avrebbero fatto una piega. Ma forse mi sbaglio.
    Buonanotte a tutti.

  183. Giovanni Nuscis il 2 gennaio 2007 alle 03:03

    Uh. emanue! Torno solo ora in questo antro e la leggo; a sipario chiuso, ormai, mi sembra.
    Mi spiace per il mio udito (mi riferisco alla similitudine con certi rumori postprandiali) reso sensibile forse, dai botti di capodanno. Ma li rilegga gli ultimi interventi, non è un bel modo di dare addosso alle persone che, nel caso di specie, hanno difficoltà a replicare oltre certi limiti senza cadere anch’essi nella volgarità. Avrei parteggiato anche per lei, le assicuro, se l’avessero attaccata in un modo che mi fosse parso altrettanto indegno. Credo non ci sia bisogno che glieli richiami uno a uno certi passaggi. Nulla di personale contro i loro autori, semplicemente, l’espressione dura, e ad acta, della mia non condivisione.
    Il mio breve messaggio – preordinato unicamente ad esplicitare una personale percezione di quelle uscite (secondo me) infelici – aveva dunque carattere meramente interlocutorio (per definizione, mirato a far proseguire la discussione, non a risolverla), ma che nulla intendeva aggiungere di quanto (di indubbiamente valido) era già stato detto in precedenza.
    Del dio babau del vecchio testamento – per quanto mi riguarda, letto e riletto – mi risparmi i richiami, per altro parziali: chi è che non ha visto, almeno, qualche kolossal?
    Non ho tempo né voglia di fare in questa sede una disamina delle “ricadute etiche” del nuovo testamento nel nostro sistema giuridico; consiglio però di andare a leggere – per stare sul concreto – i lavori preparatori della Costituzione in cui, a mero titolo di esempio, risulta evidente la forte incidenza di tale pensiero, unitamente a quello socialista, nel riconoscere la funzione sociale della proprietà privata – art. 42 co. 2° – ritenuta da sempre un diritto inviolabile della persona; e nell’art 52 cost. aprendo un varco fondamentale per l’obiezione di coscienza e per il suo pieno riconoscimento (legge 15 dicembre 1972).
    Nessun moralismo da parte mia, e nessuna avversione per chi la pensa diversamente (che reputo una risorsa imprescindibile che non può che arricchire un confronto): quando pensa, però, e non insulta.
    Giovanni Nuscis

  184. Luminamenti il 2 gennaio 2007 alle 07:01

    La Pausa

    L’omogeneità dei contenuti
    non prelude a nuovi disavanzi:
    il tuo prezzo di Giuda sognatore
    è un calcolo esatto,
    almeno sul tasso degli interrogativi.
    Si scommette sulla qualità:
    le nostre parole contro altre parole
    nel diverbio che matura
    sulla eccentricità degli interessi.
    Per un apporto totale d’interventi
    puntiamo sul possibile rifiuto.
    Ci superiamo nella committenza
    di crampi alle viscere;
    ricercare nello spessore del petalo
    la dimensione giusta
    è insistere sull’accento.
    Ma la pausa va oltre…

  185. michele il 2 gennaio 2007 alle 10:33

    @ Luminamenti

    Condivido e comprendo ogni cosa. Un abbraccio alla ragione.

  186. maria luisa il 2 gennaio 2007 alle 11:56

    Non mi sento messa in crisi, svp. Ho chiesto chiarezza e dialogo aperto, e ho fatto presente il rischio del discorso riduzionistico. Penso sarebbe lo stesso con un esponente istituzionale del buddismo, dell’ebraismo o dell’islam, o di quello che volete. Un dialogo tra atei, laici, religiosi provenienti da diverse culture, storie o credenze basato sui testi base di una religione non è semplice, ma è recente e soprattutto non è scontato.
    Già per i cattolici l’accesso diretto al testo biblico, senza passare per un esponente istituzionale, è possibile e legittimato solo dopo il Concilio Vaticano II. E’ un dialogo da costruire con modalità di attenzione, di apertura e di rispetto dei testi oggetto dell’incontro e dei luoghi scelti per farlo. Ben venga dunque. Se volete fare un giro su http://www.biblia.org o su http://monasterodibose.it/ ci si fa un’idea dello spessore e della delicatezza del gesto che comporta il dialogare su temi del genere. Ciao Buon 2007

  187. tashtego il 2 gennaio 2007 alle 12:14

    @maria luisa
    nessun dialogo con i cattolici finché interferiranno con un libero modo di vivere e morire.
    finché ci impediranno di vivere secondo le nostre convinzioni.
    nessun dialogo con chi agisce secondo le direttive di gente come il cardinale Ruini e papa Ratzinger.

  188. macosacapperodici? il 2 gennaio 2007 alle 12:36

    @ maria luisa
    “…rischio del discorso riduzionistico”.
    Non comprendi che il Riduzionismo non è un rischio, ma sarebbe la vera manna dal cielo? Ridurre a zero il dialogo oggi, dopo secoli di “favelle di comodo” è l’unica cosa da fare!
    Ma stiamo scherzando?
    Ma ‘sti qua deciderebbero anche se e quando farci mangiare e respirare! E poi, tra l’altro, non lo stanno già facendo?

    Tu ci vuoi parlare con ‘sti qua?
    Parlarci è la loro forza!

    Una bomba su San Pietro, sarei disposto a perdere una tale opera d’arte e guadagnare l’opera d’arte della Libertà.

  189. maria luisa il 2 gennaio 2007 alle 13:38

    @tashtego: discorso chiaro. Un’unica nota personale: perchè dici che “ci impediscono di…”? le direttive di Santa Romana Chiesa sono solo dedicate alla comunità ecclesiale e alle istituzioni cattoliche. Altrimenti che senso avrebbe tutto il processo di secolarizzazione?
    @capperoetc: fosse così semplice…
    Fine. (torno a scrivere di laicissimi inceneritori e discariche)

  190. tashtego il 2 gennaio 2007 alle 13:56

    @maria luisa
    le direttive della chiesa influiscono potentemente sulla legislazione nazionale.
    in materia di bio-etica per esempio.
    puntano a proibire ai non credenti ciò che è proibito per i credenti.
    la chiea esercita da sempre una sostanziale capacità di ricatto nelle indicazioni di voto che regolarmente dà ai suoi fedeli al momento giusto.
    come si vede bene nella vicenda del referndum sulla fecondazione assistita.

    chi obbietta che chiunque ha diritto di dire la sua in materia etica, oppure di dare qualsivoglia indicazione di voto, ha ragione in linea di principio.
    ma cosa pensare di un’autorità etica, come la chiesa, che punta costantemente a influenzare l’autorità politica?
    cosa pensare, voglio dire, della sua credibilità etica?

  191. babau il 2 gennaio 2007 alle 17:57

    le bombe su san pietro

    questa è la sinistra? ovvero: la vera libertà= buttare bombe . votate votate votate per il nuovo regime! e poi dicono dei musulmani fondamentalisti, almeno loro non ci provano nemmeno a farsi passare per fautori e sostenitori della libertà.
    irregimentati senza cervello siete, prima ve lo hanno lavato per bene e poi ci hanno scritto quello che volevano per farvelo ripetere fino a farci venire la nausea.

  192. dottor pacis il 2 gennaio 2007 alle 20:18

    che tutto si rinchiuda
    dietro voi,
    la vostra alterigia i vostri
    passi di paura
    la vostra stanca voglia
    di dividere.
    che si richiuda quella porta
    di rabbia, come all’addio
    innamorato fa seguito
    il gelo.
    non c’è pietà ma solo calcolo
    di quello che s’è creduto
    vero.
    non c’è verità, ma ferita.
    non c’è l’altro, ma la contemplazione
    del proprio spazio
    curvo.
    si richiuda la porta, e ognuno
    prenda i propri passi e corra
    verso la propria solitudine,
    la coccoli, la accarezzi come
    il solo bene amato.
    nessuna certezza se non quella
    di morire.
    è questo il dolce acidulo alla fine
    della cena.
    domani non ci sveglieremo più,
    saremo polvere sfarinata
    dalle nostre tecnologiche
    superstizioni,
    saremo paglia, saremo voglia
    d’uscire, di prendere aria
    dove per noi non esiste
    che fatua speranza.

  193. GiusCo il 2 gennaio 2007 alle 21:43

    Mi spiace che l’esperimento sia fallito; probabilmente Fabrizio ha una presenza troppo marcata (ego-prete, diceva tashtego) per non alzare polvere, sovrapponendosi al messaggio di cui è portatore. Maria Luisa indica fonti e persone di più pacata discorsività a riguardo, ma il punto è: a che stadio del nostro sviluppo siamo per rapportarci a messaggi “spirituali”? Forse ci sarebbe da cominciare con qualcosa di più blando e razionale, tipo ipnosi regressiva ed analisi delle esperienze risultanti: leggere di un tizio che “torna indietro” e parla una lingua differente, riferendo una vita in contesti temporali precedenti è abbastanza controintuitivo e ancora non spiegato dalla scienza medica. Così come iniziano a certificarsi esperienze di pre-morte che indicano situazioni tuttora inspiegabili. Razionalità ferrea impone di non rispondere, in attesa di sviluppi, scoperte e nuovi metodi di indagine: non so, invece che no. Luminamenti citava qua e là onde theta del cervello e similitudini con la luce, che sarebbe vettore informativo a determinati livelli vibrazionali. Discorso interessante e portato avanti non solo da personaggi pittoreschi. Tutte queste faccende non sono bollabili con una scrollata di spalle o con l’accusa di superstizione. Pur senza andare al concetto di karma, i fantasmi e i limiti di ognuno sono nella sua propria mente e da lì proiettati sugli altri. Basterebbe Jung, per mettere un po’ d’ordine su molte faccende senza per forza arrivare alla metafisica.

  194. sergio garufi il 2 gennaio 2007 alle 21:57

    @fk
    “Questa è una rivista laica e pluralista, infatti. Già, pluralista…”

    laico, pluralista e tollerante sono parole-collutorio, di cui ci si riempie la bocca credendo che i discorsi che si fanno dopo ne escano più puliti. in realtà vengono solo sputati.

  195. a. il 2 gennaio 2007 alle 22:50

    eh che casino che avete fatto solo perchè il centofanti vi ha citato il battista, in pratica vi ha solo suggerito di regalare la tunica indiana che tenete inutilizzata dentro la vostra tenda al punkabbestia che sosta davanti al supermercato. addirittura le bombe sul vaticano! e tutto per una misera tunica. mah! a.

  196. raimondo il 2 gennaio 2007 alle 22:52

    Due parole su ciò che ha scritto Tashtego alle 12.14 di oggi:
    Caro Tashtego, sei rimasto a circa 25 anni fà….stesse espressioni … stessi toni usate dalle brigate rosse… stesse scritte sui muri…sei ormai fuori tempo… anzi …fuori da tutto

  197. mamifacciailpiacere il 2 gennaio 2007 alle 23:06

    @raimondo
    “stessi toni usati dalle brigate rosse”
    Dico, stiamo scherzando? ma a voi parlar di vangelo vi manda fuori, leggetelo forse vi tranquillizzate tutti.

  198. dottor pacis il 2 gennaio 2007 alle 23:14

    io trovo l’odio
    e non lo voglio
    io voglio l’amore
    e non lo trovo, qui
    dove mani sporche
    di benzina appiccano
    fuochi ansanti, timidi
    di ardere.
    si vergognano, forse
    d’uscire da vecchie braci
    e incendiare.
    sono parole vuote di senso
    le loro, coloro che hanno visto
    morire le divinità terrestri,
    volatili come slogan.
    sono condannati ad esser contro
    a chiedere a un prete il conto
    di tutti i furori
    come se un prete
    fosse il nucleo
    di cio’ che si vuole.

  199. maria luisa il 2 gennaio 2007 alle 23:20

    @tashtego il problema, che condivido, è nello sviluppo di uno stato laico – non laicista – con una logica e un’etica proprie. La Chiesa cattolica ha un messaggio relativo alla sua comunità; uno Stato che si sente interlocutore e che risponde alle direttive continua a pensarsi come uno Stato con una confessione privilegiata, o semplicemente è schiavo di una logica di puro consenso.

  200. tashtego il 3 gennaio 2007 alle 00:59

    lo stato è laico non se ha “una logica e un’etica proprie” ma proprio in quanto ne è privo, proprio in quanto ammette e garantisce l’esistenza di un territorio neutro dove ciascuno nel rispetto della libertà dell’altro esercita la propria libertà e il diritto di seguire le proprie inclinazioni e convinzioni senza dover subire imposizioni di nessun genere.

  201. Libera il 3 gennaio 2007 alle 01:05

    @ maria luisa
    la cornacchia ha finalmente preso il volo e adesso ti ci metti anche tu? I preti hanno sempre comandato in Italia e continuano a comandare. Adesso basta! Se volevamo pensarla in una certa maniera le “occasioni” in vita le abbiamo avute, non ti preoccupare carina, dalla scuola elementare in poi, un bombardamento obbligatorio continuo, ed è proprio perché le abbiamo avute che siamo stanchi di voi.

    @fk
    non ti sei ancora stancato di proponarci a puntate questa cornacchia? Fatti prete anche tu se li ami così tanto, ma non imporre a noi la tua finta “pluralità”. Centofanti, nell’ultimo mese, è apparso non so quante volte. Desideriamo altra pappa, questa è scotta da secoli.

  202. Libera il 3 gennaio 2007 alle 01:07

    propinarci

  203. fk il 3 gennaio 2007 alle 01:19

    Avrai altra pappa, non dubitare. Nazione Indiana è grande e varia. Che la mia pluralità – pluralismo, fai tu- sia finta, erminia passananti, me lo devi provare.
    Io, in te come in altri, ho letto solo disprezzo. Il “prete”, anzi L'”ego-prete”, o la “cornacchia”, come scrivi tu con enorme sensibilità, è diventato il male di tutti i mali. Solo perchè ha parlato di condivisione. Abbiamo condiviso differenze, qui. E’ già qualcosa.
    Non amo in particolare i preti, pasannanti. Amo chi ha da dire qualcosa. E tu non hai un cazzo da dire.

  204. Gian Ruggero Manzoni il 3 gennaio 2007 alle 01:49

    Non vi si sta più dietro. L’anno è iniziato bene. Andate come dei razzi. Reputo che il mio concetto di ‘schieramenti’ risulti ormai più che chiaro, anche se molti pensano che siano invenzioni di cassandre come il sottoscritto. 2007, per la Kabbala anno 0. Anno di scelte e di rivelazioni: mistico-spirituali… razional-positiviste? Mi va bene tutto, purché siano rivelazioni e, soprattutto, scelte. Considero che ciò stesse a cuore sia al Figlio del Falegname di Nazareth sia al buon vecchio Karl Marx. In effetti e non a caso erano entrambi ebrei… e gli ebrei l’hanno sempre saputa molto ma molto lunga, in tutti i sensi, anche ribaltando ogni possibile ribaltamento, vedi l’altro: Freud, non a caso maestro di Jung.

    @ Franz non credo che sia la signora che evochi, anche se l’amica/o viene da quell’ ‘area’ – cmq non me ne preoccuperei… mi preoccuperei, piuttosto, di come stanno andando le cose in generale. E il web ne è uno specchio più che evidente.

    Ovvio che per me va più che bene così. Almeno si fa chiarezza e non si gioca sulle nanosfumature.

  205. tashtego il 3 gennaio 2007 alle 08:09

    “Nazione Indiana è grande e varia.”
    Può essere.
    Però sui quindici ultimi post, sette sono di franz krauspenhaar, mi pare.
    Niente da eccepire, ovviamente – anche perché a differenza del resto il post con le poesie erotiche è bello – però mi sembra azzardato definire NI, in questo momento, una cosa “grande e varia”.
    Per dire.

  206. fk il 3 gennaio 2007 alle 09:28

    @Gian Ruggero. Prendo atto. Nel caso, dunque, mi scuso fin d’ora con la signora in questione. Per il resto, grazie di cuore.

    @Tashtego. Io parlavo di NI nella sua normalità. E’ verissimo che sto postando troppo, in questo periodo di festività. Non mi hanno dato le ferie, capisci? Ma tu, spesso, fai finta di non capire. O non capisci proprio, forse.
    Comunque diraderò la mia presenza, qui. Sperando, in ogni caso, che le cellule “in sonno” si sveglino…

  207. maria (valente) il 3 gennaio 2007 alle 10:03

    A me Ni piace proprio perchè possono benissimo starci insieme sia Fk sia Tashtego, io credo ci sia bisogno di entrambi, sperando che la smettano di spararsi addosso. Fate i bravi, su.

  208. carla il 3 gennaio 2007 alle 10:16

    MI ASSOCIO Maria!
    Fate i bravi …che l’anno è appena cominciato!

  209. tashtego il 3 gennaio 2007 alle 10:40

    @maria (valente)
    non ho nulla contro franz.
    tuttavia ammetto di odiare ormai potentemente la chiesa cattolica, il suo insegnamento e i suoi ministri.
    mi sembrano anti-umani.
    a fronte delle cose postate da centofanti mi trattengo a fatica.

  210. gianni biondillo il 3 gennaio 2007 alle 10:42

    Centofanti scrive: “mi rendo conto di aver messo in crisi un intero blog.”

    Ogni tot arriva qualcuno e dice: NI è moribonda, in coma, morta.
    Oppure: “mi rendo conto di aver messo in crisi un intero blog.”

    In questi casi mi vengono in mente le parole di quel grandissimo filosofo napoletano (Antonio De’ Curtis): “Ma mi faccia il piacere!”

  211. tashtego il 3 gennaio 2007 alle 11:58

    il walter benjamin partenopeo.
    il wittgenstein de forcella.
    ma su.

  212. maria (valente) il 3 gennaio 2007 alle 12:03

    tashtego è proprio per questo che io ho bisogno di lei..
    ammetto che anch’io comincio ad odiarli ferocemente, e le dirò che per me è una cosa nuova, trovo giustissime certe sue osservazioni generiche, ma poi si mette dalla parte del torto se va sul personale…continui per la sua strada senza lasciarsi distrarre

  213. georgia il 3 gennaio 2007 alle 12:09

    :-)))))))
    già e molti dicono anche: io ho portato il post a quota xy.
    Ad ogni modo nessuno è stato messo in crisi, neppure tash, che è la solita macchina (anzi ‘sta volta per l’occasione si è trasformato in macchina bellica, ma se dio vuole va solo a petardini quelli che usavamo da bambini).
    I post di franz andavano benissimo e non vedo perchè non ne possa mettere anche il doppio. Soprattutto non vedo perchè si debba allontanare solo perchè tash buba … e sinceramente non capisco neppure come mai se ne sia andato centofanti … mio dio, una resa così veloce mi sembra … uno scherzo da prete :-).
    Forza ragazzi che c’è posto per tutti.
    C’è un gustosissimo pezzo di Nello Rosselli che, confinato nel 1927 su una isola, organizza tra gli altri confinati un dibattito religioso tra un ebreo (lui stesso) un arabo (libico), un protestante, un cattolico, un anarchico un comunista … l’anarchico e il comunista si accapigliano un po’ con tutti ma soprattutto fra di loro e quasi si picchiano :-). Dibattito? zero
    geo

  214. gianni biondillo il 3 gennaio 2007 alle 12:24

    Tash,
    per la precisione Totò era della Sanità non di Forcella.
    ;-)))))))

  215. georgia il 3 gennaio 2007 alle 12:51

    una barzelletta carina in argomento con il post.

    un neocomunista (d’altri tempi) passa un piccolo esame per essere ammessonel partito.
    Il segretario di sezione chiede:
    -Caro compagno se tu avessi due case cosa faresti?-
    -nessuna incertezza, compagno, una a me e una al partito-
    -bene, bene! E se tu avessi due macchine?-
    -ma naturalmente una a me e una al partito-
    – … e se tu avessi due barche?_
    -una a me e una la partito–
    – benissimo! E se tu avessi due biciclette?-
    – Cavolo, quelle ce l’ho e, se permetti, me le tengo –

  216. tashtego il 3 gennaio 2007 alle 12:55

    da fastidioso petardino chiedo a gEorgia cosa significa il verbo bubare e a quale lingua eventualmente appartiene.
    preciso inoltre che la mia trascurabile resistenza al mood devozionale in atto in NI non parte da posizioni marxiste (in questo caso presenti, ma trascurabili), ma da posizioni atee tout court.
    sono, mio malgrado, un ateo militante, cioè “predico” l’ateismo come affermazione necessaria della ragione in un mondo travolto da credenze pericolose, auto-lesioniste e, nella sostanza, profondamente anti-umane.
    in più sono praticamente in vacanza.
    (ok, biondillo, sanità)

  217. georgia il 3 gennaio 2007 alle 13:05

    @ caro tash … ma me lo hai già chiesto un’altra volta e ti ho dato una risposta ultra-dettagliata, non mi ripeterò se le mie spiegazioni, come sembra, sono date al vento. Ti dico solo che viene dal verbo bubare il verso che fanno i piccioni (babbioni) che bubano a differenza delle tortore che tubano. E’ popolare- toscano naturalmente.
    geo

  218. tashtego il 3 gennaio 2007 alle 13:50

    babbione sarà il tuo simpatico nonno, georgia.
    aggiungo che la tua barzelletta, a dirla tutta, è imbarazzante.

  219. georgia il 3 gennaio 2007 alle 14:00

    a scanso d’equivoci, me l’ha raccontata un comunista doc … di quelli che non ci sono più ;-). ma capisco che per te sia imbarazzante … le macchine non hanno senso dell’umorismo.
    Non ti ho dato di babbione, ma ti ho solo detto che bubi (brontoli) proprio come faceva il mi’ nonno ;-)
    geo

  220. georgia il 3 gennaio 2007 alle 14:02

    poi ho sbagliato i piccioni (quelli che bubano) sono pippioni, non babbioni :-)

  221. tashtego il 3 gennaio 2007 alle 14:49

    parola babbione risultava presente in tuo precedente commento.
    tash no macchina, tash humano come te.
    come voi.
    in precedenza georgia usato parola “pippionare”, no “bubare”.
    tash no riconosciuta perciò.
    tash buono.

  222. benedettosubitoeletto il 3 gennaio 2007 alle 16:45

    tira più un chiodo di croce che chilometri di figa.

  223. il babbione il 3 gennaio 2007 alle 16:47

    scusate la domanda da babbione, ma…”krauspenhaar” è un incrocio tra i crauti e schopenhauer?
    (ovviamente sì fa per ridere e sdrammatizzare i toni accesi :-)

  224. il babbione il 3 gennaio 2007 alle 16:50

    per chiudere la discussione, un poetico “de profundis”

    Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono
    fate tacere il cane con un osso succulento.
    Chiudete i pianoforti e tra un rullio smorzato,
    portate fuori il feretro. Si accostino i dolenti.

    Incrocino aeroplani, lamentosi, lassù
    e scrivano sul cielo il messaggio: Lei è morta.
    Allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni.
    I vigili si mettano guanti di tela nera.

    Lei era il mio nord, il mio sud, il mio est e ovest,
    la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
    il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto.
    Pensavo che l’amore fosse eterno e avevo torto.

    Non servono più le stelle, spegnetele anche tutte,
    imballate la luna, smontate pure il sole,
    svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco
    perché ormai più nulla può giovare.

    W.H.Auden

  225. georgia il 3 gennaio 2007 alle 16:50

    georgia avere usato la parola *pippionata* per discorso di macchina (non *pippionare* che non credo esista), ma avere usato anche *bubare* per rumore di macchina … in folle.
    Macchina ricordare male e avere bisogno di tagliando per oliare le connessioni;-)
    geo

  226. georgia il 3 gennaio 2007 alle 16:54

    babbione bellissima poesia … formidabile
    geo

  227. il babbione il 3 gennaio 2007 alle 16:59

    geo, contento che ti piaccia…e che abbia fatto fare un “passannanzi” = passo in avanti…a differenza della passananti ;-)
    babbione-ma-non-troppo

  228. redipicche il 3 gennaio 2007 alle 20:30

    @LIBERA
    PER LA TUA BOCCA SENZA DENTI LE PAROLE DI CENTOFANTI SONO TROPPO DURE DA MASTICARE
    DI PAPPA IN GIRO CE N’E’ PARECCHIA, GUSTATELA FINO A VOMITARE. NON HAI FATTO ALTRO CHE NAUSERCI CON LA TUA INSIPIDA INSENSATA INSIPIENZA , MA TANT’E’ PROBABILMENTE NON VI CAPITE NEMMENO FRA DI VOI

    @TASHTEGOOCOMECAVOLOTIFAICHIAMARE

    TI ASSICURO CHE SE TI VOLESSI SUICIDARE,ORA, SEDUTA STANTE, MEDIANTE TECNICA EUTANASICA, NESSUNO, NEPPURE LA CHIESA AVREBBE DI CHE ECCEPIRE, CREDO CHE SE CHIEDIAMO IN GIRO SEI L’UNICO ABORTO CHE AVREBBE ACCETTATO SENZA DISCUTERE TROPPO

    DITE-LIBERTA’-LIBERO ARBITRIO-STATO SENZA ETICA-
    NON SAPETE NEPPURE COSA SIGNIFICHINO QUESTE PAROLE.
    SPERIAMO CHE NI NON SIA UN CAMPIONE FEDELE DELLA REALTA’.
    MI PIACEREBBE VEDERVI A DOVER DECIDERE DI STACCARE LA SPINA DEL RESPIRATORE DI VOSTRA MADRE (QUELLA CHE PER DISGRAZIA VI HA MESSI AL MONDO) MA FORSE NON VEDETE L’ORA DI LIBERARVI ANCHE DI QUESTO LEGAME (CHE QUANTO A ETICA E’ DECISAMENTE MOLTO STRETTO)
    ANCHE QUESTA E’ UNA POSSIBILITA’. ORRENDA, MA LO E’

  229. fk il 3 gennaio 2007 alle 20:36

    Sul web si scrive in minuscolo. Per favore basta con questi conti personali da regolare proprio qui, altrimenti sarò costretto a chiudere i commenti. Grazie. E niente offese, soprattutto.

  230. la funambola il 3 gennaio 2007 alle 21:04

    :)))))))
    siete una bella compagnia!
    io sono una comunista” in erba”, tendente idealmente all’ Anarchica ma sto con centofanti, nel senso che mi pare una persona per bene ,che dice cose semplici semplici.
    poi, per il resto ,le “religioni”, tutte ,son “roba” per inconsapevoli che ovviamente non è un offesa, agli inconsapoevoli, ma una mia personalissima constatazione che ancora non ha trovato smentita e anche questa mia ultima è semplicemente una mia personalissima constatazione e via cantando.
    baci a tutti
    la funambola

  231. alcor il 4 gennaio 2007 alle 01:19

    “La soluzione è nel tu. La via dell’io è una strada senza uscita.”

    Poi si legge da qualche parte che la condivisione è solo un’impulso della specie e che le comunità che condividono di più sono solo quelle che la sfangano meglio.
    Che c’entra dunque la religione? Che c’entra la salvezza? C’è gente che condivide pur essendo atea.
    Tutti i saggi spingono alla moderazione e alla condivisione, economisti compresi.

    Ciò non toglie che il singolo ricco che non condivide nulla possa sentirsi benissimo anche lui e che la comunità possa permettersi un piccolo numero di ricchi spirlorci ed egoisti senza danni troppo gravi.
    Solo se crediamo all’inferno possiamo illuderci che il loro egoismo sarà punito. Nella realtà senza inferno vivranno benissimo, circondati da figli e nipoti, in belle case, buone scuole, ecc ecc ecc.

    Bill Gates crede in Dio o è solo un individuo sociale?

  232. redipicche il 4 gennaio 2007 alle 10:43

    @ fk e tutta la nazione degli indiani

    ho raggiunto il mio scopo
    leggo il suo appunto: sul web si scrive in minuscolo.
    bene: questa è una regola e in quanto tale è etica , una regola che mi proviene dall’esterno, da lei che probabilmente l’ha ricevuta.
    le chiedo perchè? non sto recriminando, come vede mi attengo a questa come alle altre sui punti esclamativi, sui puntini di sospensione. insomma all’etica del web-si scrive minuscolo e senza fronzoli-
    c’è un motivo? non valido a mio parere:
    a me piacciono i caratteri maiuscoli, i punti esclamativi e tutti gli altri segni grafici che da sempre stanno ad indicare qualcosa nella scrittura, dunque, la mia libertà viene limitata dalla vostra regola. va bene, accetto se è per il vivere comune.
    così è dimostrato che nessuno stato, nè reale nè virtuale può vivere senza regole, da quelle più insulse (vedi il carattere maiuscolo o minuscolo degli scritti sul web) a quelle più cogenti che al contrario della prima hanno bisogno di più lunghe e complesse riflessioni.
    spieghi lei ai suoi lettori questo minimo di saggezza umana.

    quanto agli insulti, ho raggiunto un altro scopo.
    alla signora libera, e agli altri, spero sia chiaro che un conto è il dibattito e un conto l’insulto. non mi pare bello dare della cornacchia ad un altro essere umano, lei che ne pensa? non è mai piacevole ricevere insulti, per nessuno, la libertà si ferma di fronbte alla misteriosa dignità di ciascun essere umano. credo che persino libera pensi di essere degna di rispetto (se non lo pensa allora posso anche insultarla) perchè allora non si rivolge agli altri con altrettanto rispetto, magari con argomenti e non con slogans?

    per tashtego vale lo stesso
    sono consapevole del fatto che nessuno può arrogarsi il diritto neppure di pensare una cosa orrenda come quella da me espressa “sei l’unico aborto su cui nessuno avrebbe avuto da ridire”.è un’offesa grave, ma è solo un pensiero, nonostante questo è lesivo della libertà dell’esistenza di ciascuno, del diritto di esistere. quanto può essere lesivo allora un’azione vera, reale, fattuale, che vada ad impedire la nascita di chiunque, anche se poi diventa come libera o come tashtego o come chiunque altro?se non posso pensare che lui avrebbe essere dovuto abortito perchè qualcuno può decidere chi deve e chi non deve nascere, o meglio chi può o non può nascere?
    il fatto è che quando si lavora sui pregiudizi non si riflette sulla realtà e si finisce col dire scempiaggini.
    per me ho dimostrato abbastanza l’incapacità di uso dell’intelletto di molti dei suoi lettori. sarebbe ora che su NI e in qualunque altro posto dove circolano idee si cominciasse a criticare(sottoporre a giudizio) prima il proprio pensiero, a questo serve la ragione, e solo poi quello degli altri-
    cordialmente.

  233. redipicche il 4 gennaio 2007 alle 10:47

    correggo. la libertà si ferma di fronte, e non, ovviamente di fronbte

  234. tashtego il 4 gennaio 2007 alle 12:55

    devo essere sincero.
    concordo con l’amico redipicche.
    nel senso che se mi avessero abortito (“abortire” è transitivo?) in fase prenatale mi sarei risparmiato di doverlo fare io stesso, dopo e più volte.
    la non-esistenza è sempre preferibile all’esistenza.

    e comunque: complimenti agli chef di questo blog.

  235. fk il 5 gennaio 2007 alle 17:31

    Grazie. La prossima volta ti prepariamo un bel piatto di “comunismo all’amatriciana”.

  236. mirko il 10 gennaio 2007 alle 03:43

    u tendis?quado merendis?
    e de trapolinar umarquande fegiz
    us capolibre de tamoriquande asferuto pacez
    os taimolez caparupri tarque
    ut neofrocam abiterque pusit



indiani