Da “Kobarid”

4 gennaio 2007
Pubblicato da

di Matteo Fantuzzi

Il portiere di riserva non esulta come gli altri
rimane fermo abbarbicato alla speranza
che quell’altro in calzamaglia se lo stracci un legamento
per entrare tra gli applausi, conquistare il proprio posto,
avere donne, case al lago, delle macchine potenti.

Avere gloria finalmente. Il portiere di riserva
se ne gira col cappotto anche di luglio per non prendere un malanno,
perché una volta era il suo turno, ma lui era a letto
con la febbre, ed entrato il ragazzetto degli under 18
strappò un 9 alla Gazzetta, ed oggi gioca in Premier
nel Newcastle, ed ha fatto anche la Champions.

E due réclames per gli shampoo.


*

Perché volendo pure Modena è lontana
e allora uno si chiede: – Quanto tempo?
Un anno. E un anno è poco ma anche tanto,
se a casa sta una moglie a letto con le doglie
con la testa della bimba dietro al corpo col cordone
cinto attorno al capo ed urla “padre, padre”
e il padre sta a combattere la guerra
ad ammazzare i figli di quegli altri
a compiere gli stupri, in modo la sua razza sia difesa
e sia immortale: e salva sia la sua famiglia.

*

Non si sveglia mai
questa città dal treno
come non volesse,
ne sentisse poco l’obbligo.

E mentre chiude le finestre,
mentre si tappa in casa, intanto
dorme il proprio stato di malessere:
la sua sconfitta urbana.

*

Malpensa

Non è per dire, io ti ricordo al duty free
della Malpensa, con il vestito, come tutte
perché uno sguardo come quello non si scorda:
di chi da terra ha sollevato un corpo
ancora caldo e l’ha piantato, l’ha ricoperto,
ha omesso, ha tolto. Senza parlare, nulla.

È un mondo a parte la Malpensa,
coi tabelloni bianchi
coi profumi, le sigarette a stecche da 50,
il brandy che ti guarda e sembra un viso
che conosci, sparato in volto, decapitato
chiuso dai capelli, misto alla polvere,
che implora di riemergere.

*

Devi diventare più aggressivo col lavoro
perché oramai va forte anche l’usato
e un poco ovunque spuntano degli outlet;
devi andare (avrai capito) nei luoghi del dolore,
in clinica oncologica ad esempio, e dire:

“Lei è incurabile per caso ? E quanto tempo ha a disposizione,
un anno ? Ed alla bara ha già pensato ? Io le vendo da 20 anni,
importo il legno dalla Svezia, sono bravo, costo poco”.

O ancora meglio ti dovresti fare forza e suonare
porta a porta nel paese, e chiedere a chi t’apre
se per caso è a conoscenza di qualcuno che sia morto
o lì per farlo o se quello in primis (pure in ottima salute)
non volesse già decidere la cassa.

Perché tanto “quella” arriva e non fa sconti,
e per lo meno allora la tua bara sia economica e curata,
di buon gusto, fatta a mano, da un esperto del settore.

*

Devo prendere gli antipsicotici,
è quello che ha detto Nazzoli alla clinica.
I motivi già li conoscete:
ho reazioni scomposte ed attacchi di panico.
Alle volte mi pare qualcuno mi fissi
sull’autobus, è a quel punto che cerco
di sfondare il vetro scappando per strada.

Fingo d’essere un terrorista due volte ogni anno,
minaccio l’autista con il tagliaunghie,
gli dico di portarmi in Piazza dei Servi:
lui ormai mi ha presente (è lo stesso da anni)
in fretta mi lascia nel luogo richiesto,
chiede scusa alla gente sul mezzo

e riparte. Ridendo.

*

In televisione rivedo Pier Carlo,
cuoce una bernese di sgombro.
Quello che presenta domanda:
“anche i grandi poeti mangiavano il pesce sovente ?”
Ed ecco che lui gli risponde. E sorride.

Pier Carlo a vent’anni se lo contendevano tutti,
era la grande promessa, il nuovo Leopardi.
Montale perfino voleva cenasse con lui
ogni volta possibile, lo chiamasse “nonno”:
lo amava come fosse un figlio…

Ma un giorno una tv privata gli chiese
di partecipare a un dibattito:
e lui era bello, spigliato, ci sapeva fare,
“è perfetto” dicevano
“sa proprio bucare lo schermo”.

Di comparsate Pier Carlo ne ha fatte 240 a quest’oggi:
scalato montagne, visitato malghe, accudito delfini,
camminato sui carboni ardenti, inviato ai mondiali di rutti.
Esce un suo libro ogni anno, ma li scrive Sandro, ragazzo di Sondrio
pagato profumatamente per tacere, lavorare. basta.

A volte Pier Carlo mi chiama
la notte, dice che ancora una volta
Montale gli è apparso in sogno
ai piedi del letto
e lo ha preso a schiaffi.

Risponde mia moglie,
gli dice che sono a Milano,
o Varese per qualche convegno,
che è solo un fattore nervoso, di prendere
un bel latte caldo e rimettersi a letto.

*

dimmelo mamma:

che sono bellissima, come le ballerine alla televisione,
anche se in classe mi chiamano
scimmia e mi gettano in faccia le arachidi.
ma tu dimmelo. dimmi che io sono
intelligentissima.meglio dei miei professori
che mi urlano “scema perché non capisci che è così semplice: è ovvio !”
che mi hanno affidato a una tizia che insegna le cose
più semplici.

ed io te ne prego tu dimmelo: dimmelo
mamma, ti prego, e smetti di piangere. basta.

*

Ti parlai di Apocalisse nell’ultima mia lettera,
e ancora oggi sono convinto della cosa:
non ho pensato più alla possibilità di trasferirmi.

In effetti non è che pensi a molto ultimamente
sono bloccato da qualcosa che mi umilia,
forse le immagini del dramma
oppure un insistente insinuazione del ricordo.

*

Il lattaio di via degli Ori
chiuse nel ‘938
per scappare in Francia
dove aveva parenti.
Per anni sulla vetrata
rimase a vernice la scritta

LATTE EBREO

Ed io ero un bimbo,
senza un’idea precisa di quello
che stesse accadendo:

credevo si trattasse soltanto d’un gusto,
come la grattachecca all’arancia.
Un giorno ne domandai
al nonno per fare merenda.

Lui mi lasciò cinque dita sul volto.

*

Dimmi se hai presente
quant’è stretta via Valdonica,
schiacciata tra le mura
del quartiere ebraico

che per assurdo ad uno lì
potrebbero sparare in pieno volto
verso sera all’imbrunire senza nemmeno
un testimone, perché tanto quella strada

anche se in centro è fuori mano,
perché da lì non passa quasi mai nessuno
se non si ha un obiettivo, un luogo
dove andare, dove attendere per ore.

*

Precariato

E non sai più cosa aspettarti
da questo borgo in mezzo alle montagne
dove la gente invecchia e non fa figli,
che si spopola. E tu che sei il becchino del paese
come tuo padre e il padre di tuo padre
(e che non vuoi, non puoi)
ti domandi come sarebbe meglio: che crepassero
in un solo colpo tutti per chiudere bottega,
oppure un po’ alla volta, goccia a goccia, per vivere di stenti,
ma nel contempo andare avanti, per resistere.
E sopravvivi in questa prospettiva di precario,
di chi lavora a termine, si attacca al calendario,
e quando senti un’ambulanza tremi e esulti assieme,
perché è così: oggi si mangia,
ma nel contempo non hai più un cliente,

è un nuovo scatto
che procede e porta al baratro, ti annienta.

*

Pari una Madonna tra le luci della Chiesa,
contrita, addolorata, trafitta dalle lame
attorno al cuore: hai un ventre che non si scompone,
non si muove. E mentre guardi altrove e pieghi

il corpo si aprono le vesti e scopri il fianco.
E ancora sangue perdi e sembri non curarti,
mentre ti arrendi o meglio non ti opponi
a quello che è accaduto e accade ancora.

Ti genufletti e prostri il volto.

*

Sei bella. Ma di una bellezza che quasi non sembra,
quasi non si tocca. Entri nella mia camera e mi infili
in testa la flebo con dentro il mio pranzo.
Poi ogni tanto mi spogli, e lavi con cura il mio corpo, ogni parte
il mio corpo che ormai non si muove da anni
neppure comunica, mi resta soltanto lo sguardo:
– potessi parlarti, Dio quanto sei bella –
anche se (sono franco) potresti essere pure mia figlia,
avrai sui trent’anni ma ne mostri anche altri ed a me
non ti sei mai rivolta, ma io ti guardo ed intanto mi nutri
o mi aspergi e non riesco a far altro che amarti.

*

Ma tu credi veramente d’essere
un fallito ? Ed io invece cosa sono ?
Io che ho sofferto certamente molto più

di chiunque altro, se davvero credi
che ti ceda questo scettro puoi sbagliarti caro,
mi hai capito ? Tu ti sbagli e neanche poco.

L’ho ottenuto con fatica questo posto,
rintuzzandone gli attacchi, ho sacrificato tutto.
Questo è stato il mio lavoro di una vita,

il fallito sì: ma il migliore.

*

Ode al Lexotan®

Forse li avremmo avuti per più tempo
i Dino Campana o gli altri con quei farmaci:
io ad esempio, previdente, per entrar già ora
nella gloria ho iniziato con 10 gocce al giorno
prima di coricarmi; e ho intenzione
di protrarre tutto questo fino a quando
non saranno conclamati i tempi di dosaggio cronico
o non sarò riuscito più a trovare
un medico ben disposto nel prescrivermene.

Vedi, pure il mio testo in questo modo si modifica,
ora è più lento, non fa male. Non mi assale nel protrarsi
della notte. Ora questo testo non mi sbrana.

_______________________

Matteo Fantuzzi (1979) è nato e risiede a Castel San Pietro Terme in provincia di Bologna. È redattore della rivista Atelier, collabora con la rivista Le Voci della Luna e con l’Almanacco di Poesia edito da Castelvecchi. Pubblicato in molte riviste tra cui Nuovi Argomenti, Yale Italian Poetry, Specchio, Gradiva, Atelier; ha creato il sito UniversoPoesia, suoi versi sono presenti in varie antologie ed hanno raggiunto in questi anni Francia, Germania, Slovenia, Belgio, Stati Uniti, Finlandia, Polonia, Rep. Ceca, Venezuela ed Islanda. Il primo canale della radio nazionale slovena gli ha dedicato una serata di trasmissioni leggendo un’ampia selezione di testi. Ha diretto in questi anni una serie di festival ed eventi dedicati alla poesia contemporanea tra i quali per 3 edizioni “Degustare Locale” da cui è scaturito il libro celebrativo “La linea del Sillaro” sulla poesia dell’Emilia Romagna e appena uscito per le edizioni Campanotto.

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15 Responses to Da “Kobarid”

  1. Monsieur de La Palisse il 5 gennaio 2007 alle 18:00

    Eh, sì, siamo davvero tutti figli di dio. E di due.

  2. maria (valente) il 5 gennaio 2007 alle 18:12

    Ecco un’altra cosa con la scritta LATTE che mi piace, io che non bevo latte da quando avevo 5 anni, più o meno per le stesse 5 dita.
    Bravo Fantuzzi, ma porca miseria, c’hai un curriculum da paura e pure un anno in meno a me, e che cavolo ;-)

  3. Monsieur de La Palisse il 5 gennaio 2007 alle 18:18

    Potenza dei blog, altro che fave.

  4. matteo fantuzzi il 6 gennaio 2007 alle 08:57

    ehm, in realtà maria è un refuso, perchè manca la parola “ebreo”, la dicitura esatta è LATTE EBREO.

  5. Anila Resuli il 6 gennaio 2007 alle 10:09

    Nella tua poesia quasi ti racconti ma dubito che tutto quello di cui parli, ti appartenga.
    La tua non sembra una poesia “pre-confenzionata” come giorni fa ha detto Paola Lovisolo su Poesia&Spirito sulla poesia di cui si conosce già il modo di esprimerla in versi, il ritmo e la forma (un po’ come la mia). A leggerla in alcuni passi sembra quasi un racconto e se tempo fa amavo questo tipo di verso, ora lo vedo con occhio diverso.
    Di questi versi comunque ci sono dei passi che rimangono specie la seconda poesia di Precariato anche se la parola “genufletti” mi sembra un po’ fastidiosa all’orecchio.
    Una cosa che ho notato comunque è l’uso dei nomi nella poesia e una curiosità infatti l’ho: sono persone con una vita dietro di cui prendi parte oppure nomi di fantasia ai quali dai tu vita? (la storia di pier paolo comunque è un po’ troppo azzardata secondo me. racconta troppo e perde più che negli altri passi, la poesia..imho)
    Un’altra cosa che ho notato è l’uso delle frasi interrogative: personalmente io le uso poco perchè ho sempre visto nell’interrogativa quasi l’innocenza nell’usarla; non sempre sono belle in poesia e quindi innocentemente fanno decadere la bellezza del verso. E forse sono ridondanti, no?
    Tutto il commento comunque è sotto un velo fortemente soggettivo, quindi so che può essere discutibile.
    Purtroppo o per fortuna siamo soggetti alla nostra crescita e alla nostra storia.
    A rileggerti.
    Grazie per averli dato la possibilità di farlo.
    Anila

  6. Anila Resuli il 6 gennaio 2007 alle 10:13

    ..grazie per avermi dato la possibilità di farlo (non “averli”)
    :-)

  7. matteo fantuzzi il 6 gennaio 2007 alle 11:30

    un poco di realtà c’è sempre in tutti i personaggi che racconto, però c’è anche tanta finzione, per arrivare a dire quello che realmente mi interessa. per assurdo “pier carlo” e “sandro” che sembrano personaggi impossibili, delle esagerazioni hanno il loro molta meno finzione di quello che sembra, e di altri personaggi forse più plausibili…

  8. Libera il 6 gennaio 2007 alle 13:25

    @ Anila se vuoi del vissuto leggiti il raccontuccio di Manzoni due post sotto e i suoi commentucci da spaccamondo. E’ sbadigliante leggere quel che scrive e scrive e scrive su di sé. Matteo Fantuzzi è giovane e ha ancora molto da provare, ma quel che scrive mi piace. Quindi lasciamo perdere il vissuto e godiamoci il risultato artistico.

  9. Antonio Fiori il 6 gennaio 2007 alle 14:44

    Ero certo che sarebbe valsa la pena stamattina di leggere Matteo. Il vissuto del poeta (perchè tutto è mascherato e insieme tutto è vero in poesia) scorre in versi curati, dove s’insinua ogni tanto l’accelerazione del ‘parlato’ ma dove mai si perde la musicalità sinuosa e costante (dalle sapienti rime e assonanze interne ai versi) nè il filo del discrso. Dicevo che tutto è vero in queste poesie dalla perfetta gestazione, e se qualcosa non è accaduto realmente o è verosimile o un giorno accadrà comunque: mimesi e anamnesi dell’arte cui si aggiunge, nella poesia di Matteo Fantuzzi, una concretissima azione curativa. Ai già meritati complimenti come critico e come paziente costruttore di comunità (umanissime e virtuali) aggiungo dunque i più sinceri complimeti per la qualità della sua poesia e pronostico per Matteo – ma è cosa facile – un gran bella strada.
    Antonio F

  10. LaGiardiniera il 6 gennaio 2007 alle 15:31

    Matteo Fantuzzi, sei proprio straordinario.

  11. christian raimo il 6 gennaio 2007 alle 16:05

    scusate, tre quattro passaggi di impaginazione del file avevano cancellato la parola ebreo, che ora sta dov’era.

  12. matteo fantuzzi il 6 gennaio 2007 alle 16:35

    ringrazio tutti (e christian per la correzione e l’ospitalità). forse la cosa migliore libera (si sa che la penso diversamente da lui su diverse posizioni, però quando ad esempio dice che soprattutto dalle mie parti quasi tutti erano fascisti e dopo la guerra sono diventati quasi tutti comunisti mica posso dire che non è vero… è pure un famoso detto del bolognese…) è leggere manzoni nell’interezza dell’opera approfittando proprio del fatto che andrea ponso ha appena curato per le edizioni del bradipo le sue scritture scelte poetiche e teatrali che vanno dal 1977 al 2003. poi ognuno si può fare (giustamente) la propria idea.
    speriamo che non accada antonio proprio tutto tutto quello che scrivo…

  13. framar il 9 gennaio 2007 alle 00:54

    Buona la stoffa. Artigianato di classe. Ne verrà fuori un gran bel manufatto.
    Complimenti e auguri, Matteo.

    fra.mar.

  14. Giovanni Soriano il 11 gennaio 2007 alle 02:08

    Complimenti anche dal sottoscritto. Fantuzzi è giovane ma tratta di argomenti anche per noi più vecchietti.

  15. Anila Resuli il 13 gennaio 2007 alle 17:25

    Sinceramente Libera non mi interessano i “raccontucci” di Manzoni, non sono venuta qui per quelli.
    Se mi sono permessa di dire la mia sulla poesia di M. Fantuzzi è perchè so bene che avrebbe capito che il mio commento l’ho dato con sincerità e con buona intenzione.
    Conosco il suo potenziale e se volevi fare dell’ironia, potevi evitarla perchè di poco gusto.
    Io sono più giovane di M. Fantuzzi ma non credo l’età conti: le idee sono idee.
    Caramente.

    p.s. questo sito diverse volte non funziona e non permette di commentare..scusate quindi la distanza di questa risposta.



indiani