Gli autori mondo

8 gennaio 2007
Pubblicato da

di Christian Raimo

Tempo di bilanci per i libri del 2006? Va bene, e direi positivi. Niente passatismo per favore, niente invocazione dei tempi che furono in cui la letteratura italiana era sì forte e gagliarda. Eppure pare che la questione critica sia sempre un po’ questa. Che cos’è che manca agli scrittori italiani d’oggi? Non li trovate tutti un po’ gracilini e imbelli? Nell’anno appena passato, l’ha espresso chiaramente Antonio Scurati in un pamphlet per Bompiani, La letteratura dell’inesperienza: manca il contenuto, manca l’esperienza che preme per diventare testimonianza (così era per il neorealismo, no?), manca il Novecento, manca l’attrito con la tradizione. Carla Benedetti aveva cercato di definire quest’impasse con più complessità qualche anno fa nell’Ombra lunga dell’autore (Feltrinelli, 1998). Rispetto a un Foucault che mostrava come l’autore fosse diventato come mai prima “questione” e rispetto a un Barthes che lo dava direttamente per morto, la letteratura aveva risposto con i suoi anticorpi. Facendosi meta-letteratura, più o meno. Aggirando il vicolo cieco, cercando un effetto straniato che desse a chi scrive un’aura minima di credibilità, visto che: autenticità, responsabilità, possibilità di incidere sul mondo nel frattempo erano diventati obiettivi lontani. Al tempo stesso, mostrava Benedetti, anche l’editoria ha mostrato i suoi muscoli, e invece di morire l’autore oggi è più vigoroso che mai, viagrizzato dalle strategie promozionali. Magari non è uno scrittore di professione e fa di mestiere lo psicologo da salotto o il cantante, ma ha la sua foto che occupa tutta la quarta di copertina se non la copertina direttamente. Oppure magari vorrebbe fare lo scrittore di professione (ossia: vorrebbe che valesse la sua opera e non la sua faccia), ma si deve accontentare di quello che passa il mercato editoriale, e ritrovarsi dentro “un’identità molto forte che non gli corrisponde” o addirittura in un’“identità editoriale vuota”.

Ma il problema più acuto, ricordava sempre Benedetti, era sempre quello della legittimazione artistica, che da Hegel in poi, pare che debba passare soltanto da una fruizione mediata e consapevole, e allora Benedetti si chiedeva: “Può esistere creazione dove si dà scelta? Può esistere l’arte senza un margine di irriflesso, di spontaneità, di non dominato concettualmente?”. Cosa vuol dire essere scrittori senza compilatori di un senso comune?

Quest’anno (l’ultimo) sono usciti due libri che non sono dei capolavori – sono libri senza equilibrio, eccessivi o difettosi nella lingua e nella costruzione narrativa – ma sono due libri importantissimi, fondamentali: Gomorra di Roberto Saviano e Troppi paradisi di Walter Siti. Che a queste varie impasse, a queste all’erta sullo stato di postumità della letteratura, hanno risposto con un’arma spiazzante, truccata: l’autore-mondo. Non posso più incidere con le mie parole sul reale? Il reale è diventato uno schermo? Al posto del mio nome in copertina ci potrebbe essere qualcun altro? E io inverto la tendenza. Divento impudico, esibisco il mio corpo tutto sulla pagina, faccio del mio corpo il territorio dove far accomodare la realtà, fittizia, deformata, brutale, sciatta, quella che è, neanche me ne rendo più conto di ciò che mi attraversa. Non tralascio però il dato che ogni malessere oggi è psicosomatico. Non più incarnato, elaborato, trasformato in esperienza, ma sintomatizzato! Nella mia autobiografia multiforme ci metto dentro reality show, traffici internazionale, e – letteralmente nel caso di Siti – il mio buco del culo. Inglobo le voci narranti, caricando su di me responsabilità e conivolgimento – come fa Saviano, che non specifica quanto di quello che racconta con la verità della prima persona sia effettivamente stato agito da lui. “Mi chiamo Walter Siti, come tutti”, come dichiara senza mezze misure voi immaginate chi.

Ma la cosa notevole è che questi due titoli non sono mosche bianche nel panorama sterilizzato della nuova narrativa. Quest’idea dell’autore-mondo, dell’autobiografia inclusiva non la trovavamo già in Lunar Park di Bret Easton Ellis, che comincia proprio riraccontando di un se stesso titanico e alla deriva dietro i suoi romanzi? Non c’era qualcosa di simile nel racconto di David Foster Wallace, “Caro vecchio neon” in Oblio in cui a parlarci c’è un narratore che si chiama David F. Wallace e che alla prima riga scrive: “Per tutta la vita sono stato un impostore”? E l’ultimo libro di Franzen? E Il velo nero di Rick Moody? E i libri di Philippe Forest? E, in Italia, Rondini sul filo di Michele Mari? E il Kamikaze d’occidente di Tiziano Scarpa? E i Cani del nulla ma soprattutto i due libri su Roma e sull’India di Emanuele Trevi? E i racconti sul fallimentare apprendistato da scrittore di Io odio John Updike di Giordano Tedoldi? E Il ventisettesimo anno e Last love parade di Marco Mancassola? E non è un tale Massimiliano Parente il protagonista del prossimo romanzo di Massimiliano Parente?

Un paio d’anni fa era uscita un articolo polemico di Franco Cordelli che etichettava questo tentativo di esibire se stessi, viscere comprese, come una scorciatoia stilistica: l’autenticismo. Quest’anno, sempre Cordelli ha fatto le pulci a Siti, accusandolo di avere usato il suo ego smisurato per costruire un romanzo ancora non adulto.

L’idea che io e mondo abbiano molti confini comuni è un’idea che hanno i bambini, è vero. Ma, se crescendo si continua a pensarla così, si fa della vita una continua e non selettiva sperimentazione, si vive con una sorta di disperata vitalità. Ecco. È chiaro quanto – quanto esplicitamente, quanto narcisisticamente – Pier Paolo Pasolini sia, almeno per l’Italia, il modello di questi autori-mondo. Per Saviano che scrive una scena oltre il limite del retorico nel libro, raccontando la sua visita-pellegrinaggio alla tomba in Friuli. Per Siti, curatore editoriale dell’opera, che si immerge a fino al fondo della trasformazione antropologica che Pasolini profetizzava, che si identifica con la società dei consumi, che afferma: “Io sono l’Occidente”. Pasolini, l’uomo geneticamente senza figli, è il padre di questi scrittori italiani, è lui la tradizione. Lui il padre da uccidere. Lui la forza del passato.

È significativo allora che proprio quanto a confronto con i padri genetici, i due, Saviano e Siti, liquidino la faccenda con un senso di impotenza che riesce a risultare tragico proprio per la ridicolaggine. Roberto Saviano racconta senza pietà l’incontro con il padre sotto il sole di Roma: il padre con la sua nuova compagna e un fratellino che fin adesso non aveva conosciuto. Non hanno niente da dirsi, non hanno nemmeno da litigare. Walter Siti scrive una scena altrettanto fastidiosa da leggere. Il padre muore, e lui da solo sul treno dice: Ecco questa famosa scena primaria, è tutta qui; poi piange un po’, ma è solo stanchezza, si schermisce.

Ecco, come dire, nella letteratura italiana, un po’ d’aria nuova si respira, le cose sembrano cambiare. E, forse, non è che l’inizio.

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74 Responses to Gli autori mondo

  1. lu il 8 gennaio 2007 alle 22:38

    La storia come romanzo, dal punto di vista dell’io che agisce e al contempo narra ; il passato stritolato nella morsa del contemporaneismo più pretenzioso; il primato delle biografie e delle microstorie sulle ricostruzioni sociali e sulle lunghe durate…Un adolescentismo infinito, che estetizza tutto ciò che tocca e rende tutto apologia dell’attimo, esaltazione e oblio del vissuto. La congiura contro la resistenza dell’oggetto continua, si cavalca la facilità della denuncia ad una realtà che non si lascia digerire. Ma attenzione a saviano; nel mare di retorica esperienziale, misticismo letterario, fascinazione e coinvolgimento nel male, nuota un sapere che non è opinionismo decadente nè apocalisse malapartiana. Tra le onde brilla ancora un colpo d’occhio sul sistema capitalistico-criminale vaccinato ai vitalismi ed autenticismi disperati e letterari.

  2. mirko il 8 gennaio 2007 alle 23:52

    Anche a me,piacerebbe tantissimo,entrare con la mia fidanzata da Feltrinelli e dire:”la vedi quella pila di libri,cara?sono i miei,l’ho scritto io”

  3. farminio il 9 gennaio 2007 alle 06:41

    caro raimo il suo discorso mi pare centrato. sono curioso di conoscere se ha avuto modo di dare uno sguardo al mio circo dell’ipocondria. alla luce di quanto scrive dovrebbe risultare interessante. mi scuso se il tutto suona un pò pubblicitario

  4. Luminamenti il 9 gennaio 2007 alle 06:55

    Farminio è Franco Arminio? il paesologo? credo di sì, dato che parla di ipocondria. Allora mi piace! e mi piace quello che scrive e come lo scrive. Seguo nell”ombra ciò che fa!
    Ti ho ascoltato tempo fa alla radio con goduria!
    Sul pensiero di Raimo scriverò più in là, forse.

  5. giuliomozzi il 9 gennaio 2007 alle 09:22

    All’elenco che fai di opere di questa specie, Christian, mi permetto di aggiungere un paio di titoli usciti nella collana Indicativo presente da me curata presso Sironi: “Infanzia dea” di Maria Luisa Bompani, “La cultura enciclopedica dell’autodidatta” di Davide Bregola. E da quelle parti sta anche l’Umberto Casadei di “Il suicidio di Angela B.”. Non aggiungo Arminio perché si è aggiunto da sé (più che il libro pubblicato da Sironi, vale quello appena uscito nella collana Fuori Formato curata per Le Lettere da Andrea Cortellessa).
    Sarebbe interessante, forse, provare a vedere se in questa categoria ci sta anche il “Dies Irae” di Giuseppe Genna.

  6. Anonimo Ri-saputo il 9 gennaio 2007 alle 09:42

    Forse a questo elenco – senza forse – si può aggiungere il Mozzi del 1993, la Janeczek di Lezione di tenebra e Cibo, ma anche Primo Levi del Se questo o Natalia Ginzburg del Lessico. Come dire che la tradizione dell’autobiografismo che fa coincidere autore/narratore con relative conseguenze de-estetizzanti è lunga e non si può fissare solo col Pasolini, e con le opere quivi citate.

  7. christian raimo il 9 gennaio 2007 alle 10:50

    ho pensato arminio! appena ho finito di postare questo,come ho pensato mozzi e casadei,èvero.bregola non l’ho letto, mami sembracentrato. graziedell’attenzione.houna tastierain cui lospazio funzionamale. scrivomeglio dopo,direi.

  8. Giuseppe Iannozzi il 9 gennaio 2007 alle 11:24

    David F. Wallace e il suo “Oblio” possono cadere nell’oblio: libro pretenzioso ma di nulla sostanza. Tiziano Scarpa: quel kamikaze non lo finirò mai, oramai è rimasto palla al piede; leggo una pagina e cado stramazzato lungo disteso dalla noia. Trevi, meglio lasciar perdere, peggio forse di Scarpa. Marco Mancassola è proprio ‘na sola, per come scrive, fortuna che mi sono fermato in tempo a “Il mondo senza di me”. Michele Mari, bene, l’unico che si salva: perché? Perché sa scrivere, non c’è altro da dire. Non dico di Parente perché il suo nuovo, non mi pare sia ancora uscito, quindi a un prossimo futuro. In sostanza: sì, la letteratura italiana è morta, con Pier Vittorio Tondelli, non proprio con Pasolini, perlomeno per me.

    L’aria che tira è ammorbata dal puzzo di tanti e tanti cadaveri a imputridire sotto la poca luce del sole, presi d’assalto dal buco dell/nell’ozono.

    g.

  9. Luminamenti il 9 gennaio 2007 alle 11:30

    Bene(si fa per dire)! Sembra che il tema di Raimo si sia spostato dalla ipotizzabile conversazione sugli scrittori italiani agli scrittori italiani che conversano sulla possibilità di essere acquistati perchè nessuno se ne era accorto. Potrei indicare un paio di scrittori aborigeni australiani imparentati alla lontana con antenati italiani?

  10. giuliomozzi il 9 gennaio 2007 alle 11:40

    Christian, no: ciò che è dichiaratamente “memoria” non può stare, mi sembra, in questa categoria.
    Faccio un esempio per spiegarmi. Savinio che dipinge i genitori in forma di seggiole e poltrone, sta in questa categoria. Un altro pittore che dipinga i genitori così come (più o meno) sono, non ci sta.

  11. Giorgio Fontana il 9 gennaio 2007 alle 12:50

    Colgo il suggerimento di Giulio Mozzi e cerco di svilupparlo. Il “Dies Irae” di Genna, a mio avviso, rientra in questa categoria per merito speciale. Le parti autobiografiche del libro fungono da “polo trascendentale” (scusate) nella frantumazione delle storie e della Storia. L’esperienza personale del Genna-personaggio riconduce in un certo modo all’ordine il caos che il Genna-narratore evoca. La storia cruciale di Alfredino si lega a lui come evocatore di spiriti; lo squallore dell’Italia si riflette nelle sue esperienze precarie; il complotto internazionale nel suo lavoro al Parlamento; lo sfondo filosofico del tutto nel “Dies Irae” che tiene sotto il letto… e così via.
    Qual è il punto essenziale di questo Io che fa da centro di ricezione? Il fatto appunto di essere un Io (in senso peculiare) autobiografico. Il fatto di legare indissolubilmente narratore e personaggio insieme. Tecnica antica, ma che trova sempre nuove applicazioni.
    Scusate l’eventuale confusione, ma ho scritto questo commento nei dieci minuti di pausa caffè al call center. E lo sto copiando di gran sgamo. :)

  12. alcor il 9 gennaio 2007 alle 15:08

    Questo post ha troppo dell’insiemistica, per i miei gusti, io le pere continuo a metterle con le pere e le mele con le mele.

  13. Luminamenti il 9 gennaio 2007 alle 16:05

    Male! sento ancora poco odore di festa (solo avanspettacolo) e mi è impossibile quindi fare, per adesso, il guastafesta! A notte fonda chissa?!
    P.S invece di citare scrittori e metterli sulla lavagna sarebbe proficuo inserirli nel contesto della visione generale della letteratura secundum Raimo.

  14. J Galaxy il 9 gennaio 2007 alle 16:42

    Iannotz: se la letteratura italiana l’è morta tu che ci stai a fa’, sempre ad abbaiarci intorno? Fai forse il becchino? Tutto ‘sto tempo da perdere ci hai… Non è meglio se fai allora qualcos’altro. Tipo aggiornare il tuo sito? (cioè: grazie. Se mi devo andare a leggere le poesie sulla befana di Iannozzi sul suo sito allora sì, nemmeno la letteratura, ma l’esperienza di scrivere è cadavere…)
    Siccome oggi sono stronzo, riporto a pubblico ludibrio. Ecco Iannozzi, l’annichilatore di Trevi, Scarpa e Foster Wallace. Oh yeah…

    La prima volta che ti ho incontrata
    l’ho capito dal tuo sguardo
    che eri una strega: tacchi alti
    e occhi neri e nudi, lucenti sì
    ma d’una luce nera presa dall’inferno

    La prima volta che ti ho regalato una rosa
    non hai battuto ciglio, l’hai presa in mano
    poi m’hai guardato strano; in quel momento
    ho capito ch’ero fregato per sempre e di più

    La prima volta che ho tentato di baciarti
    mi hai fatto volare lontano dal tuo seno
    con uno schiaffo: cinque petali di fuoco
    riposano ancora sulla mia guancia
    Però le mie labbra ardenti non hanno perso
    né il vizio né il desiderio d’incontrare
    almeno per una volta sola la tua lingua

  15. mamifacciailpiacere il 9 gennaio 2007 alle 23:43

    J Galaxy:
    ti amo!!!!!!!!!!!!!!

  16. carlomelina il 9 gennaio 2007 alle 23:56

    > giuliomozzi
    In effetti l’esclusione di Bregola mi ha sorpreso, ma che abbia sorpreso me conta poco.

    > Giorgio Fontana
    mi permetto: come i paradisi di siti e il gomorra di saviano (mi verrebbe da dire il culo di siti e la gonorrea di saviano – sic) il D.I. rientra per merito speciale anche nella categoria dei “non capolavori”: è un libro “senza equilibrio, eccessivo – piuttosto che difettoso – nella lingua e nella costruzione narrativa.”

  17. alcor il 10 gennaio 2007 alle 01:02

    @raimo

    insomma, tu pensi che Siti racconti una storia vera, la sua vera biografia. A leggerti sembrerebbe così. Eppure lui ti aveva avvertito che non era così quando ha scritto “Mi chiamo Walter Siti come tutti”.

    E pensi anche che il libro sia venuto male. Ma Siti non ha l’età di Saviano, non ha avuto bisogno dell’enorme lavoro di editing di cui ha avuto bisogno Saviano, è un vecchio scrittore superraffinato, e l’Einaudi è ancora una casa editrice con una tradizione. Tu pensi davvero che non poteva dirgli, guarda, Siti, il tuo libro è un po’ squilibrato, lavoraci ancora?
    Sono perplessa, devo dire.

    Se il libro è come è, vuol dire che Siti lo ha voluto così, questo non viene in mente a nessuno?

    E per mettere una pulce nell’orecchio, (spero però che nessuno vomiti perché mi servo di un vecchio e muffoso arnese come L’uomo senza qualità) vorrei ricordare a chi lo avesse dimenticato che anche quello di Musil è un libro squilibrato, anzi, non finito, eccessivo, un mostro che ha divorato l’autore.
    E forse non è un capolavoro neppure quello, ma visto che il primo volume è stato pubblicato nel 1931 nessuno ha pensato che dovesse esserlo. Era il vantaggio del vituperato 900.

    Non funziona ai miei occhi mettere nello stesso mucchio autori così diversi e di così diverso valore e ambizioni solo per dare rilievo al comun denominatore dell’inesperienza. Sembra che tu dia ragione a Cordelli, ma se Siti avesse solo un problema di ego non varrebbe la pena parlarne.

  18. Iannozzo Giuseppi il 10 gennaio 2007 alle 01:31

    La poesia di Giuseppe Iannozzi qui riportata non è tra le più rappresentative della sua torrenziale produzione versificatoria. Ripesco e propongo quest’altra, del 2004:

    DERRIDA

    Se sei brutto ti tirano le pietre
    e ogni tua riga è tutto il diario di Anna Frank,
    bastardi!
    Guardali, la loro vita
    è solo incisione di pustole
    per vedere sprigionarsi la sofferenza
    è solo baccano e baccanale
    sarcofagia fottuta,
    essi sono i nuovi FASCISTI
    e mi costringono ad urlare.
    Sì, mi piace la figa,
    ma questo non c’entra, adesso,
    perché sto lottando per vivere
    perché sto piantando le unghie nel muro
    che arrampico indarno.
    Eziandìo, sono vivo! Sono vivo! Sono vivo!
    Non sono morto.
    Il mio grido è fine del mondo
    per questo mi cucio le labbra
    perché per quanto schifoso
    questo mondo è anche te,
    zuzzurellina.
    E io amo e ti amo e li odio,
    e io rido e ti sorrido e li derido,
    loro e i loro filosofi, le loro canzoni:
    “Derrida, Derrida, Derrida,
    tu falla ridere perché
    Derrida, Derrida, Derrida,
    ha pianto troppo insieme a me.”
    E io piango e mi pungo e li compiango,
    e io singhiozzo, Iannozzo,
    singhiozzo
    perché scivola via quel che facemmo
    il 6 marzo 1988
    sotto quel sole violento
    al parco di Villa Pamphili
    in una Roma fino allora solo immaginata.
    Pestai una merda, quel giorno,
    ma non m’importava,
    le svastiche ancora non c’erano,
    benché non fossero che dietro l’angolo.
    Lo psichiatra gentile evitava di guardarmi,
    gli infermieri si davano di gomito
    quando, nei corridoi,
    fornivo loro sorrisi tristi
    di thorazina mai ingollata.
    Quando cambiarono direttore
    e nominarono Gianni Marucci
    lui fece una piccola rivoluzione.
    I nuovi dottori mi consigliarono
    di aprire un blog dopo l’altro.
    Non sarei guarito,
    non sarebbero scomparse le svastiche,
    ma mi sarei tenuto occupato.
    Accadeva non troppo tempo fa
    e ho tenuto fede all’impegno.
    A volte ti sogno, bricconcina,
    sogno di quando me la davi,
    o almeno la promettevi,
    o comunque alludevi.
    Io oggi rido, grido, strido,
    non più mi suicido
    e sono Potenza pura ed eterna
    Sposami, sarai regina
    del mondo.
    Sposami, mignotta!

  19. Luminamenti il 10 gennaio 2007 alle 08:43

    @Christian Raimo dice: “Niente passatismo per favore”. L’idea che la nozione di progresso abiti il mondo della letteratura è un’utopia, una fantasia adolescenziale irrisolta. Persino l’epistemologia scientifica ha abbandonato questa nozione. La letteratura assoluta è senza tempo. Mi pare il linguaggio di chi ha rinunciato a scoprire oggi la voce del passato, a verificare l’insussistenza del tempo cronologico. Nel dizionario di bestie immaginarie Borges accenna all’uccello cui interessa di dove è venuto piuttosto che dove sia diretto. Ma, si dice, dobbiamo parlare dei libri di ora, di questo presente vivente. Perché? perché è “tempo di bilanci”, mettiamoci le mani in tasca e vediamo cosa abbiamo raccattato. Una mentalità da ragioniere. Non di ragione. Stato dell’editoria italiana attuale, che si sbriga pure a cavalcare l’onda: non c’è tempo per l’editing, ditemi agenti se quest’argomento tira in giro, suvvia io devo vendere mica pensare a cambiare il mondo? D’accordo, parliamo del presente. Ma saperne parlare bene dovrebbe procedere comparando. Raimo rinuncia a ques’ottica capitale e rimane così cieco.

    Poi aggiunde questa immagine piccina: “Non li trovate tutti un po’ gracilini e imbelli?” Veramente no! sono grassi, ben vestiti e la società dello spettacolo e l’immondizzaio quotidiano fornisce loro tutti gli strumenti per godere del proprio io, soffrendo (Lacan insegni). Appunto esperienza dell’io, con un mondo confinato al loro interno piccolo piccolo, striminzito, pusillanime. Non è certo l’esperienza dell’io di un Robert Walser o di un Sebald, né quello di Michele Mari per rimanere agli italiani. Che c’entra accostarlo a quegli altri? Un mucchietto messo lì insieme in maniera scriteriata. Un pasticcio mentale. Mari è istruito! e in più è padrone della lingua. Esser padroni della lingua è riconoscersi (G. Steiner). Dominio dell’autocoscienza, luogo dove la parola s’incontra con il Mondo. Se controlli la lingua. Almeno nel momento della scrittura. Quell’attimo di verità che non è personale. Che c’ammicca con quel bravo ragazzo di Mancassola di cui Manco vorrei esser pagato per continuare a leggere i suoi libricini. Ma non vorrei affondare sul personale oltre perchè sono tutte persone.

    Da una certa età in poi, presto o tardi a seconda di ciascuno, la suddivisione atroce fra l’interiorità e il mondo esteriore si solidifica senza speranza. Così, questi scrittori italiani piccini piccini non riescono più neanche di notte, nei loro sogni, a uscire da questa prigione duale, senza poter dissipare l’inganno che si presenta per realtà. E lì, si calono in uno spazio, che si profila nella loro scrittura, rigidamente, violentemente separato, spazio che li rinserra ineluttabile, soverchiante, e dove taluni dei suoi abitanti si stringono loro addosso, li forzano a guardarli e ad ascoltarli e vengono da questi interrogati, sicché loro credono che tutto si riassuma non in loro ma nel sito molteplice dove ci si trova.
    Letteratura dell’inesperienza? Manca prima di tutto questa consapevolezza.
    Non può quindi esserci neanche esperienza, figuriamoci letteratura dell’esperienza. Eppure loro lo credono! inghiottiti come sono da enormi spazi in procinto di serrarsi addosso da cui non sanno uscire sani. Così, non si rendono conto di divenire, ridursi a scrittori di evasione. Ma di un’evasione personale, illusoria, perché chi vuole fuggire dalle prigioni evade con arte. Loro in cerca sempre della gabbia di Kafka. Invece che alla ricerca della letteratura come arte. Allora sì che le parole incidono sul corpo-mondo come nelle grandi isterie. Invece loro sono confinati in un mondo psicotico che inquina ma non guarisce. Così, leggiamo pure, ogni tanto, se capita di volerci confinare nei nostri piccoli affanni senza vincerli, se capita di non riuscire a passare il tempo, leggiamo pure questa letteratura di evasione irreale, illudiamoci pure per qualche ora, il tempo di far passare il tempo, cosa che ogni tanto faccio pure io, quando sconfitto dal masochismo, dimentico come devo calare la scure nel mare di ghiaccio dentro di me. Ma poi, si spera, di riprendersi. Ormai, è da tempo che la letteratura italiana è divenuta incapace di rinnovarsi rimanendo letteratura. Affogata nelle conventicole esoteriche della distribuzione dei favori. Internet sta amplificando di molto questa tentazione. Si ritorni a esser rigorosamente isolati (e sbrogliare i propri labirinti). Non significa non parlare con gli altri, ma saper parlare (senza sé).

    (Con Kamikaze d’Occidente non siamo andati avanti ma indietro nel peggio. Un giorno su NI sento Scarpa, che mi sembra tra l’altro una persona simpatica, dire che ha pubblicato un libro di aforismi sul corpo, e lo dice sottolineando che non era un testo molto commerciale, come a sottolineare, interpreto, poco pensato per il pubblico dei più plebeo, quindi un’opera d’ingegno. Ma lasciamo l’intepretazione e il ricordo vago. Vado alla sostanza. Stavo lavorando in quel momento a un progetto sul corpo con una danzatrice, un lavoro multimediale come si usa dire, parole e danza e allora me lo sono andato a leggere. Aforismi? ma dov’erano? pensiero? neanche a parlarne! è così sta roba è aforisma? Non posso commentare oltre. Spiegare oltre mi sembra ridurre la mia capacità di parlarne male. E io vorrei solo parlare bene dei libri. Infatti non ne parlo quasi più! Chi vuole leggere aforismi veri sa dove cercarli)

    La Benedetti si chiedeva: “Può esistere creazione dove si dà scelta? Può esistere l’arte senza un margine di irriflesso, di spontaneità, di non dominato concettualmente?”.

    Mi sembrano domande di scarsa efficacia retorica. Oltre che filosoficamente. Non ci può essere immediatezza. Mai. Creazione? L’uomo di norma dà figure nuove a una materia che ha sottomano. Sceglie sempre, quindi taglia, uccide, questo significa scegliere. Evoca, rievoca. E rinnovella il mondo. Cordelli: Autenticismo? Falso autenticismo. Non si può essere autentici, si può talvolta, caso raro, tornare allo stato uterino. Descriverlo però rimane vero se è arte, cioè mediazione intelligente, in qualche caso sapiente. Allora si fa, si è capolavoro.

  20. cristiano prakash dorigo il 10 gennaio 2007 alle 08:55

    gomorra mi sembra un libro utile, che fa luce su un sistema marcescente e degradato. ma non lo definirei un bel libro, né tanto meno scrtitto bene.
    in quanto a quel simpatico anonimo che sta sputtanando iannozzi, direi che già con il primo copia-incolla mi aveva infastidito; con il secondo mi ha confermato e ancor più intristito. trovo questo genere d’azione di una bassezza insuperabile.

  21. Thomas il 10 gennaio 2007 alle 09:11

    @Luminamenti
    Il testo di cui parlava Scarpa era “Corpo” e non “Kamikaze d’Occidente”.

  22. il porco il 10 gennaio 2007 alle 09:13

    Il libro-mondo di Walter Siti, come romanzo, è noioso, pettegolo e prolisso. Il fatto che lo pubblichi Einaudi non stupisce nemmeno un po’.

  23. Luminamenti il 10 gennaio 2007 alle 09:32

    @Thomas. Non hai compreso o non mi sono spiegato. E’ quello che ho detto. Che mi sono sorbito Kamikaze d’Occidente e pure Corpo (Einaudi 2004, 154 pagine sottratte alla natura di un albero che piange)

  24. Giuseppe Iannozzi il 10 gennaio 2007 alle 10:00

    Ohhh… Uhm… Ohhh… […]

    Oggi farò un fioretto: tenterò di leggere ben 2 pagine del Kamikaze. :-) Altre due… che noia.

    ————–

    Tornando a fare la persona seria: sottoscrivo in pieno il pensiero ultimo espresso da Luminamenti, che con il suo consenso, io oserei strappargli di bocca per farne un post, tanto il suo pensiero è intriso di verità e d’intelligenza critica.

    Ripensavo ad Herzog di Bellow: quello è un gran bel romanzo, dove l’io è prepotente, ma nella misura di descrivere la società americana. Non è un titolo per sé stessi e basta l’io descritto da Bellow, è invece un io totale che abbraccia la società per mostrarne il lato comico ma anche quello crudele – che è poi il fascino maggiore che Herzog suscita nel lettore. Un fascino che ammorba il nostro io, che lo corrode dal di dentro, per portarlo in mezzo a milioni di io, in mezzo alla società. In Scarpa, in Macansolla, in Trevi, in Genna – citato nei commenti chissà perché – c’è solo un io molto piccolo che ambisce a diventare adulto, ma comunque e solo per sé stesso: egotismo sfrenato, null’altro. Michele Mari è di tutt’altra pasta… e non capisco perché citarlo in mezzo a nomi di autori un po’ “così così”. Non diventano di certo adulti perché viene citato di straforo Michele Mari, ma senza approfondirlo affatto. Anzi, ne escono solo più infatili.

    g.

  25. Luciano Anceschi Jr. il 10 gennaio 2007 alle 10:08

    Dorigo, la difesa di Iannozzi è fuori luogo e sproporzionata: visti i comportamenti del personaggio, un occasionale sfottò è il minimo. Tralasciamo gli interventi sprezzanti sui siti altrui, ma il suo blog è ormai una collezione di insulti contro chiunque lo abbia contraddetto. Ogni due-tre giorni produce un attacco volgare e para-squadristico contro Giulio Mozzi, per fare un esempio, cose come questa:
    http://biogiannozzi.splinder.com/1168071623#10464387,
    intervallate ad accuse di fascismo e stalinismo a Tizio e a Caio, oltre a invettive sul fatto che i libri di questo e quello non valgono niente (libri che con ogni probabilità non ha nemmeno sfogliato).
    Orbene, se ogni tanto qualcuno ricorda in nome di quale idea di letteratura Iannozzi porta avanti le sue ferine campagne, e attira l’attenzione su alcuni dei suoi innumerevoli capolavori poetici, questo non è “sputtanamento”, perché le poesie esistono, Iannozzi le ha scritte, sono tutte lì a testimoniare una grande battaglia artistica e civile:

    Avanti, vieni e basta
    E sculetta come piace a me
    Avanti, donna e strega
    E sculetta come piace a me
    Avanti, vieni e basta

    Sculetta come piace a me
    Tutta nuda, tutta nuda

    Sculetta come piace a me
    Tutta nuda, tutta nuda

    Sculetta come piace a me
    Come piace a me, a me, a me…

    Tutta nuda, una Maria Maddalena
    nel mio letto, per il nostro sesso
    Tutta nuda, una Maria Maddalena
    nel mio letto, per il nostro sesso
    Tutta nuda, nuda come il peccato
    Tutta nuda, cruda come il peccato

    Oppure:

    Strega, una strega sei Diana
    Sei il mio diletto, il letto in difetto
    e ‘l dispetto che porto in petto:
    segnato e crociato come chi
    monta l’asta e lo scudo in mano
    per muover guerra ai Saraceni

    Strega, una strega sei Diana
    Faccia di cera la tua, che il desio
    mi dispera, ma che non disperde
    l’essenza del viro che sono, pronto
    a un postribolo nuovo ogni sera

  26. Giuseppe Iannozzi il 10 gennaio 2007 alle 10:42

    @ NAZIONE INDIANA

    @ Luciano Anceschi

    Trattasi di satira. Fine del discorso, perché non c’è un discorso da fare: tranne nel caso Lei voglia applicare il bavaglio della censura. E dal suo comportamento, parrebbe proprio di sì.

    Peraltro le accuse portate contro di me, per opinioni espresse, solamente perché non condivisibili, non dovrebbero mai portare terzi o i gestori di un lit-blog (di letteratura e di opinioni), in un contesto ben più che serio a darmi del “fascista” in pubblico. Ma questo è un altro discorso. Tant’è che sul blog in questione io non ci metto più piede.

    La satira è una cosa.
    Le accuse di fascismo, perché non si condive l’opinione di un commentatore, sono tutt’altra cosa, sgradevole e ben più che pesante.

    Nulla valgono le sue illazioni, che sono quelle proprie di un troll, che una identità non ce l’ha, ma solo la codardia di nascondersi dietro un nickname di comodo.

    Neanche sono giustificati questi miei scritti qui in luogo di commento, essendo che sono scritti con tanto di dedica ad altra “persona” a me molto cara: così facendo Lei, non solo ha dimostrato ignoranza, ma ha pure bellamente ignorato il disclaimer che eppure parla chiaro ed è sul mio blog. Ha altresì offeso in primo luogo la persona a cui i miei scritti sono dedicati e poi anche me, in maniera ben più che sconveniente.
    Tra l’altro, scritti parziali che lei ha totalmente decontestualizzato, portandoli in questa sede, che non trovo né appropriata né mi piace granché.

    Essendo che si sono violati bellamente i disclaimer apposti sul mio blog, si prega GLI INDIANI di cancellare il commento a nome di Luciano Anceschi Jr., o perlomeno i miei scritti qui riportati, in quanto sono stati decontestualizzati per un mero uso strumentale e fuorviante. Un comportamento diverso da parte degli INDIANI, sarà ritenuto dal sottoscritto un chiaro segno di partecipazione e di fiancheggiamento dei troll che qui in NI credono – e forse sono a casa loro – di poter fare tutto ciò che vogliono.
    Spero dunque che gli INDIANI abbiano il buon gusto di provvedere.

    Purtroppo, e per l’ennesima volta lo faccio notare, miei scritti recensioni e altro sono apparsi su SITI ai quali IO mai ho dato autorizzazione alla pubblicazione, essendo che chi intende portare su altri siti miei scritti, è tenuto a contattarmi in pvt, chiedendomi espressamente l’autorizzazione. Comportamento inaccettabile in una società civile, ma siamo in Rete: e anche i Wu Ming si prendono libertà che io mai e poi mai gli ho dato.

    In ultimo, spero che simili comportamenti da parte di anonimi non vengano tollerati dai gestori di NI e che spiacevoli inconvenienti come questo non abbiano più a ripetersi né nei miei confronti né in quelli di chiunque altro.

    Cordialmente,

    Giuseppe Iannozzi

  27. christian raimo il 10 gennaio 2007 alle 10:45

    “niente passatismo” mi sembra un buon proposito per chi ravana soltanto tra libri scritti due secoli fa. se va bene, posso accostargli anche “niente presentismo”. che per me è come dire niente generalizzazioni, giudizi cinici, ma curiosità rispetto alle ambizioni grandi o piccine che si pongono gli scrittori. se uno scrittore è consapevole come michele mari o walter siti, lo farà con tutta la consapevolezza, ma anche – se è un grande scrittore – con l’incoscienza del caso. se è uno scrittore ancora imberbe proverà, sperimenterà, cercherà di rifarsi a modelli, eccetera. che mari sia uno dei tre quattro scrittori oggi viventi in italia per me è placido. chi se non lui e busi sono riferimenti imprescindibili per uno che pensa che la lingua sia il territorio dove si combattono le battaglie più importanti. però difendo questa categoria, di autori mondo, proprio perché l’iperconsapevolezza è una prigione quanto la sciatteria. la grandezza di siti, saviano, ma appunto perché non l’albinati di maggio selvaggio e svenimenti, o il genna di assalto a un tempo devastato e vile, o il veronesi di superalbo (vedete la tendenza è multiforme) è di dirsi mediocri, di essere fascinati dal mondezzaio che è il mondo, di fare riapparire una figura spaesata di sé sulla scena. sono libri che chiedono al lettore un’empatia proprio nel momento in cui in cui mostrano la propria debolezza. ma debolezza epidermica, sintomatica. la differenza sta qui, in questo passaggio secondo me, dal significato al segno – non al significante – (che può essere regressione ma tant’è). la differenza tra troppi paradisi per dire e il male oscuro o la vita agra.
    non ha ragione scurati quando dice che ricoeur oggi non si ritroverebbe con la sua teoria dell’identità narrativa perché avrebbe a che fare con esplosi. ricoeur dovrebbe riformulare la sua teoria: dovrebbe accettare che le forme di elaborazione dell’esperienza sono molteplici, e stratificate, che l’uomo cognitivamente si evolve o cambia – come mostra che ne so l’ultimo libro di steven johnson caro ai wu ming – e quindi cambieranno le sue modalità di elaborazione dell’esperienza, e poi di narrazione.
    ecco, poil, se fossi meno incolto, fare un discorso anche più coerente sulla letteralizzazione dell’inconscio, in una linea che da lacan va a zizek. ma per questo devo studiare.

  28. Giorgio Fontana il 10 gennaio 2007 alle 11:06

    @carlomelina
    forse il dies irae è un “non capolavoro”. non so. sinceramente la categoria mi sembra un po’ difficile da inquadrare. in ogni caso non volevo discuterne il valore letterario in senso stretto, ma soltanto cercare di darne una connotazione nell’ambito della discussione sullo pseudo-autobiografismo (o come lo si voglia chiamare).

  29. Andrea il 10 gennaio 2007 alle 12:38

    quello che (a mio parere) accomuna Saviano/Gomorra e Genna/Dies Irae è lo scrittore che si racconta per informarci: dopo averli letti posso dire che non mi interessa più di tanto (in quanto lettore e non critico letterario) a quale categoria questi “oggetti narrativi” appartengano, piuttosto mi hanno lasciato parecchio su cui riflettere della nostra beneamata penisola (stesso effetto di American Tabloid).

    Andrea

  30. J Galaxy il 10 gennaio 2007 alle 13:48

    Il problema è un altro. Anzi due.

    Uno, cazzo. Se non fossimo su un blog ma su una rivista con un filtro editoriale, la sparata di Luminamenti non potrebbe essere pubblicata. E’ uno sfogo, scritta male, confusa, con intere frasi che, analizzate sintatticamente, logicamente (persino poeticamente) non hanno senso. Cioè, mi è chiaro lo sbocco del suo pensiero (“la maggior parte della letteratura italiana contemporanea mi fa cacare!”) ma quasi totalmente latitante il ragionamento. Se la cultura ha perso, ha perso in post del genere. Perché neanche allo stadio si manda affanculo la gente motivando il gesto con il vaffanculo medesimo. Tautologia, di questo si tratta: “quello mi piace perché fa arte, quell’altro non mi piace perché è brutto, quell’altro ancora è bello perché sa scrivere”. Egrazziealcazzo! Se uno si prende non soltanto il brivido libidico ma anche la responsabilità di fare una critica, perdio, si predesse la responsabilità di imparare a coordinare il pensiero. Luminamenti! Non pensare solo al fatto che Scarpa ti fa schifo, pensa a quale contributo potresti dare tu trasformando il piccolo delirio del tuo pensiero in un vero pensiero critico compiuto. E se per farlo devi ancora leggere, studiare, capire, riflettere, fallo e nel frattempo statti wittgeinsteinianamente zitto. Ho capito che questo è un blog. Ma un minimo di responsabilità per non farlo diventare uno sfogatoio latrinesco di pensieri.

    Due. Cazzo al quadrato. E’ stomachevole e vile e soprattutto denuncia una certa vocazione universale al servilismo il modo in cui vi accanite con certi scrittori. Che, generalmente: 1) fanno abbastanza coraggiosamente letteratura di ricerca, 2) non hanno un cazzo di potere, 3) si fanno un mazzo tanto fondando riviste, scrivendo articoli, pubblicando libri e percependo, per tutto questo, nulla se non le gratificazioni che possono venire a chi si mette in gioco. Mentre prendiamo i veri uomini di potere che non rischiano più una mazza da anni, non producono niente di valido da chissà quanto e vantano un numero spropositato di benefici (Citati, Tabucchi, Furio Colombo, Eco…) Ah… con quelli non ve la prendete mai? E perché? Perché ci avete il cazzinculo padronale di serie! Perché, a differenza degli autori che sbeffeggiate, questi non vi rispondono sui blog, sono innavicinabili, non vi cacano manco di striscio… Avete presente Céline quando faceva il medico dei poveri, curava gratis gli straccioni e gli straccioni gli sputavano in faccia perché, non facendosi pagare, Céline ai loro occhi perdeve l’aura di potere che agli occhi della plebaglia circonfondeva di luce i medici, i politici, i gran signori? Ecco, con voi ho l’impressione che scatti lo stesso meccanismo psicologico. Una psicologia servile. Non ne uscirete, non ne uscirete mai fuori.

  31. alcor il 10 gennaio 2007 alle 14:20

    Voi chi?

  32. Luminamenti il 10 gennaio 2007 alle 14:30

    Il Passato passa solo per chi non capisce niente del Tempo. Il Presente ha le sue specificità, ma io filtro i libri contemporanei se reggono a quelli che hanno retto nel Passato e che quindi saranno tali anche nel Futuro, dove mi sento proiettato. Ora, nel mondo della letteratura italiana contemporanea c’è pochino. In quanto a curiosità affogo in essa, spulcio dappertutto, ma il sarcasmo nasce dal sapere come si organizzano le conventicole e che cosa sia stata e sia divenuta la civiltà della critica da un lato e quella del commento dell’altro. Per cui saper discernere tra il grano e la zizzania anche per un lettore avveduto, è divenuto sempre più difficile. Esattamente come essere informati bene e con precisione e con affidabilità nell’era dell’eccesso di informazione che garantisce che tutti sono informati male.
    Poi leggo l’affermazione: “la differenza sta qui, in questo passaggio secondo me, dal significato al segno – non al significante – (che può essere regressione ma tant’è)”. Inutile dire l’enorme confusione che ha in testa Raimo! o quando dice iperbole insensate come iperconsapevolezza. Se leggo Mari, Ishiguro, Murdoch, Gao Xingjian, Marias, Saramago, Naipaul (per dirne qualcuno tra i noti, ahimé quasi tutti stranieri) non c’è perdita del significato e c’è ri-conquista della forma. Le pagine di Mari sono ciò che abbiamo di più vicino al protocollo di un dialogo tra l’irruenza del significato fattosi visione – altrettanto turbolento, altrettanto esigente dei suoi mezzi tecno-espressivi -e una ricettività carica d’energia, un’occhio pensante, una disponibilità all’eco interiore più eccelsamente disciplinato. Mi fermo qui.

  33. Giuseppe Iannozzi il 10 gennaio 2007 alle 14:31

    Il problema è uno solo: come per altri blog, anche NI, per mezzo di commentatori rigorosamente anonimi – figuriamoci se hanno il coraggio seppur minimo di firmarsi – tentano di apporre non un filtro ma UNA CENSURA su tutti quei pareri critici e commenti scomodi, a tutti quelli che pensano con la loro testa e non si svendono agli autori pubblicizzati per mezzo di articoli, la cui parvenza, è alla lontana di critica.
    Stando così le cose, mi par chiaro a questo punto che NI perde molto di credibilità e si capisce e si dà ragione a quanti si sono staccati da NI, perché l’ambiente è stretto. E non privo di troll, che con il silenzio vengono appoggiati dai gestori di NI.

    Pur non sposando appieno le tesi e le idee di quelle de Il primo amore, riconosco loro una coerenza forte e degna di rispetto nonché di considerazione: quella d’aver lasciato NI, d’aver aperto un loro proprio sito e d’aver chiuso a tutt* i commenti.
    In ultimo: Tiziano Scarpa, a mio avviso, potrebbe fare molto meglio. E mi spiace che non voglia osare di più, perché le carte in regola ce l’avrebbe.

    Bene, preso atto che qui è per dar voce agli anonimi, ai troll senza né una faccia né un briciolo uno che si possa dire di coraggio, cordialmente si saluta. E la speranza che questo fosse un posto dove si potesse discutere va a farsi benedire. Ma non fa niente: le speranze ammazzano più dei proiettili vaganti.

    Giuseppe Iannozzi

  34. cristiano prakash dorigo il 10 gennaio 2007 alle 14:31

    andavo di fretta e non ho saputo scrivere meglio. tento di farlo ora.
    a mio avviso, andare in un sito altrui, copia-incollare e portare qualsivoglia scritto senza chiedere, e con la palese intenzione di sputtanare, è un’azione stupida. a maggior ragione quando viene diffusa con un nick.
    detto questo, leggo anch’io – intervengo poco ma leggo ogni dì – le sparate di iannozzi. ma mi sembra che non siamo sullo stesso piano. non ho nemmeno io molte opinioni in comune con lui, ma, come dire, mi sembra, questa sì, una reazione sproporzionata rispetto all’azione.
    intervengo poco anche in funzione di tale atteggiamento. se mi venissero a prendere degli scritti sul mio blog, magari decontestualizzati o scritti anche male, per poi usarli contro di me, in forma anonima, non si agirebbe pesantemente non solo contro me, ma anche contro coloro che intervengono raramente, con un certo pudore.
    ora vado a leggere lo scritto para-squadrista.

  35. tashtego il 10 gennaio 2007 alle 14:32

    L’acqua della pozza si agita sempre quando si azzardano discorsi “critici”.
    Vale a dire quando si prova a mettere in fila qualche titolo, gerarchizzando secondo “valore”.
    Io il discorso di Raimo però non lo capisco bene.
    Sembra affermare che oggi l’unica strada possibile per dare un’immagine del mondo – comunicabile e in qualche maniera universale – sia quella di dare un’immagine di sé-nel-mondo, in un dato momento della vita e della Storia, in una data città, eccetera.
    Sia quella di mettersi in scena e in gioco innanzi tutto esibendo il proprio io in action (ma non sempre lasciando l’ego “sotto” la scrittura), eccetera.
    Le affermazioni di Raimo avrebbero bisogno di qualche sostegno in più, però sono interessanti: in mancanza degli strumenti per un’immagine complessiva (ma Siti li possiede, eccome) meglio l’ottica individuale.
    Per chi non crede all’esistenza dell’anima, l’io e il corpo coincidono, come accade nel libro di Siti.
    Strano che nel discorso “privato” di Siti (“io sono l’Occidente…”) ci sia meno ego che nel discorso “civile” di Saviano, tra le cui righe ricompare una (ingenua?) “volontà di letteratura”, che sovente confligge con l’intento di denunciare: d’altra parte senza questa volontà Gomorra sarebbe un qualsiasi libro sulla camorra invece di essere l’efficace dispositivo emozionale che è: e come si sa l’emozione funziona da super-conduttore della nozione.
    Forse ha ragione Alcor, forse gli squilibri del libro di Siti (che non è autobiografia, ma romanzo) sono del tutto voluti e perseguiti, mentre quelli di Saviano sono sfuggiti agli editor.
    Direi che ambedue le operazioni sono molto rischiose e l’importanza dei due libri sta nell’essere riusciti ad affrontare i rischi a viso aperto uscendone abbastanza bene.
    Tuttavia Gomorra è lontano anni luce dall’autentica bellezza di Troppi paradisi, che per me risiede nell’esibire l’io come materia vile e tuttavia (non ostante le ideologie e i loro residui) ancora come centro nobile di ogni esperire, come filtro di ogni messa in scena.
    Tuttavia Siti è lucido e quelli che nella prima parte sembrano fervorini etico-ideologici sono invece il suo modo non risolto, cioè non trasformato tout court in narrazione, di dirci che lui un’immagine del mondo in cui vive ce l’ha, eccome, e te la dice.
    Se avesse ragione Alcor allora si potrebbe dire che ciascuno di noi è nevroticamente diviso tra l’agire e il pensare, tra adesione e giudizio, e che Siti si limita a mettere in scena anche questo conflitto.

  36. J Galaxy il 10 gennaio 2007 alle 14:43

    Ecco. Per esempio ‘sto tashtego parla e io lo capisco, seguo il ragionamento, vedo il senso compiuto. Grazie.

  37. Luminamenti il 10 gennaio 2007 alle 14:48

    Caro Galassia non ho capito niente di quello che hai detto e sembrerebbe che non ti piace cosa ho detto e come l’ho detto. Bene, assodato questo e rimanendo ampiamente soddisfatto di quello che ho detto e come l’ho detto e non soffrendo proprio di nulla perché ho imparato la ricchezza del possesso della perdita, ti comunico che quei personaggi che dici sono inavvicinabili e non dialogono, e quindi non vengono attaccati perché neanche ti cacano, sono avvicinabilissimi, come ben sanno quelli che frequentano con una certa intensità passionale i libri e hanno desideri di contatto. Un contatto magari che non utilizza internet, visto che appartengono a una generazione che preferisce altri mezzi di comunicazione. Hanno il telefono, una residenza, un fax, s’incontrano in certi posti. E’ inutile raccontarti casi personali. Sebbene, i nomi che hai citato, non fanno parte delle mie preferenze. Forse, ma non tutto Citati.
    Tu vai per supposizioni e passi dal singolare al plurale. E pensi che tutti hanno lo stesso tipo di reazione emotiva e lo stesso tipo di motivazione. E’ certo che ti sbagli!

  38. J Galaxy il 10 gennaio 2007 alle 14:58

    Sì, è vero, mi sbaglio. Sei un genio, scusami.

  39. Giorgio Fontana il 10 gennaio 2007 alle 15:32

    @tasthego

    D’accordo con quasi tutto. Unica cosa: scrivi che Raimo “Sembra affermare che oggi l’unica strada possibile per dare un’immagine del mondo – comunicabile e in qualche maniera universale – sia quella di dare un’immagine di sé-nel-mondo, in un dato momento della vita e della Storia, in una data città, eccetera.” Forse ho letto male il suo pezzo, ma credo che Raimo non stia affermando che questa sia l’UNICA strada possibile, ma quella che nel 2006 è stata percorsa in modo più originale. O che, forse, ha semplicemente attratto di più l’interesse della critica. Insomma, constatazione e non difesa di una via.

  40. Luminamenti il 10 gennaio 2007 alle 16:36

    @giorgio fontana. Di originale nella psicosi non c’è nulla se non per chi ne viene abitato. Minuscoli io che vogliono al contrario apparire come giganti.
    La grande letteratura attraversa il mondo, non lascia che il mondo lo invada e paralizzi. Ma, bisognerebbe, per parlarne a un livello adeguato, prendere un testo di qualcuno di questi presunti giganti che si rigirano in cerca di altri che presumono di sentirsi giganti alla ricerca di un gigantesco consenso condiviso, dicevo, bisognerebbe prenderne un testo ed esaminare frasi, periodi, lingua. Poi, prenderne un altro di letteratura assoluta e vedere come affronta lo stesso livello problematico con bel altro arpeggio e sentire e visione. Non è che tutte le parole e tutte le combinatorie tra loro sono eguali nel fare movimento sul corpo del lettore; non parliamo poi dell’incidersi sulla carne altrui. Culturalmente gli autori citati sono quasi tutti in preda a una paralisi. Salvo dal mazzo di quelli citati da Raimo, alcune cose di Genna, che dovrebbero oltrepassare il tempo cronologico. Ma Genna è persona colta, di spessore. Fare nomi nel bene o nel male è cosa che non porta però da nessuna parte.
    Per il resto, da quei nomi traggo esempi, in alcuni, di intelligenza, ma distorta, bloccata alla superficie, insufficiente per dirne come qualcosa di nuovo, originale, auspicabile come linea. Insomma, libri che possano avere la dignità di una lettura, dopo si dimenticano, come quelli di Aldo Busi, che scrive molto bene, ma ha solo delle ideuzze.
    P.S. Per quelli che li ricorderanno in futuro confido nella santa provvidenza…

  41. Simone Ciaruffoli il 10 gennaio 2007 alle 16:58

    Bisogna firmarsi con nome e cognome. Questo è democratico.

  42. alcor il 10 gennaio 2007 alle 17:01

    Mah, per me Genna è solo uno dei nipotini di D’Annunzio, verboso.

  43. Giorgio Fontana il 10 gennaio 2007 alle 17:48

    @luminamenti
    psicosi?

  44. tashtego il 10 gennaio 2007 alle 17:59

    @lumina-menti
    “che dovrebbero oltrepassare il tempo cronologico”.
    ok, ma se esiste un tempo non “cronologico” dovresti dirci qual è.
    tipo.
    e come si fa ad oltrepassare anche quello.
    forse il tempo atmosferico?

  45. Giovanni Soriano il 10 gennaio 2007 alle 18:17

    Credo che questo bailamme che ormai in web ovunque si ripete quando si si tenta di parlare di valore o di qualità artistica sia già indice di una crisi in atto da molti anni, una crisi che vede il mondo letterario italiano povero di tenuta, di continuità. Se notate, chiunque abbia espresso qui dei pareri non salva per intero un autore, eccetto che non rientri in certe philie che vanno oltre il letterario e che rientrano nel personale, magari nell’amichevole, nel rapporto diretto. Si legge: salvo un certo Genna, ma non tutto, salvo Mozzi, ma non tutto, salvo questo ma non tutto, salvo quell’altro ma non tutto, forse questo potrebbe avere le carte in regole ma, forse anche quell’altra ma etc. Il fatto è che dopo alcune prove iniziali, o, per molti, solo la prova iniziale, la maggior parte degli autori di nuova generazione non hanno la capacità di sostenere il livello e quindi aumentarlo, ma già solo il mantenere il livello sarebbe molto. Si sgonfiano. Credo che questo sia dovuto al vissuto, al poco vissuto, cioè allo scrivere per sentito dire. Si è citato Celine: egli aveva un vissuto. Si è citato Pasolini: egli aveva un vissuto. Si è ricordato Todelli: lui del vissuto, come il secondo sopra, ci è anche morto. Si sono citati altri grandi: loro avevano un vissuto. Credo che ci sia molta finzione in giro, ma non quella elevata da Borges, cioè baroccamente fautrice di infinite aperture e di infiniti spunti, ma una specie di volersi far passare per quello che in realtà non si è, come del voler parlare di quello che infine si è ascoltato al bar il giorno avanti in un tavolo vicino accupato da 4 migranti o da 3 spacciatori. E’ l’assenza di vita che genera crisi creativa. E’ il dibattersi, sempre e comunque, in storie orecchiate oppure facenti parte di un microcosmo intimista o da cerchia ristretta che ben poco interessa al lettore. Viene premiato più il personaggio che quello che mette su carta, il come si muove nel potentato o nel mediatico, o il cosa riesce a muovere. Se fra cinquant’anni si faranno bilanci obiettivi di questa fine e inizio secolo temo che quasi tutti i nomi qui citati saranno già nel dimenticatoio, come poi è successo per il secolo scorso e per quello prima. Chi fra gli under 40 ha mai letto un libro della Bellonci? E dire che oltre ad aver creato il Premio Strega, quando era in vita andava per la maggiore come recensioni e vendite, pur non valendo alcunché. E il tempo è stato giudice, così come per tanti altri simili a lei. Il fatto è che quasi coetanei per età della Bellonci, nello stesso periodo, c’erano anche, ad esempio, Parise e la Morante, i quali tenevano alto il livello. Oggi di Parise e di Morante non ne vedo l’ombra, vedo solo delle Bellonci o qualcuno che per spocchia o per utilità cerca di emularne la protervia, magari fingendosi modesto e altruista. E ancora la finzione viene fuori.

  46. J Galaxy il 10 gennaio 2007 alle 18:19

    E’ vero: d’accordo con Luminamenti! Queste sono le grandi idee che danno un senso a queste discussioni. Fare i nomi degli autori non porta da nessuna parte. Giusto. E rincaro la dose, per la miseria! Fare i nomi pure dei libri pubblicati, non porta da nessuna parte. Basta, basta questi nomi, questi cognomi, questi titoli di opere. Da ora in poi l’invito è quello di parlare di letteratura senza citare né i nomi degli autori né quelli delle opere. Un grande esperimento umanitario. Manco a li tempi dell’Oulipo… Forza: senza autori, senza opere… ooop oooop…

  47. J Galaxy il 10 gennaio 2007 alle 18:27

    Ehm… Soriano… dovresti vedere cosa diceva Moravia di Berto o come Berto ad esempio sputava in faccia Moravia, o quel che diceva il clan dei Balestrini a Bassani (soprannominato ingiustamente “Liala” da quelli del Gruppo 63). Tanto per dirti che, mutatis mutandis, non è che all’epoca ci stava tutta questa unanimità di giudizio. Te lo dico perché c’ero. E giacché ci sto ancora ti dico che tra Tondelli e Busi, Tondelli e Siti, Tondelli e Mari io mi tengo mille volte Busi, Siti e Mari piuttosto che Tondelli (mai saputo mettere due righe in croce, a mio parere, Tondelli).

    E poi… la società letteraria mica è questa qua che emerge dalle nostre bagarre. Questa dei post, intendo. La società letteraria è gente che pubblica, scrive saggi, romanzi, che sacrifica la vita a queste cose ecc. ecc. non incazzati della domenica con il debole della letteratura che si spernacchiano sui blog. Qui, tra i post, si fa rissa, è pure una cosa simpatica. Poi i vissuti… ma da quando in qua uno deve avere un vissuto per essere un grande scrittore? Romanticherie hemingwayane per signorine! A parte che, alcuni degli scrittori in questione, ci hanno un vissuto alle spalle che Tondelli al confronto è un liceale. Per non parlare di Bassani…

  48. Giorgio Fontana il 10 gennaio 2007 alle 18:41

    @Soriano

    Esageri. Io credo invece che molti giovani autori, dopo un debutto magari nella media o persino un po’ deludente (dal punto di vista letterario), siano cresciuti alla grande. Penso solo a Genna, che è passato dal thriller alla Le Carré a un romanzo cruciale come il “Dies Irae”. Ma anche a Marco Mancassola, che ha scelto di non diventare un “autore di culto” con l’esordio (bello ma un po’ cliché) de “Il mondo senza di me”, e si è spinto verso direzioni straordinarie con i suoi ultimi lavori.
    Più in generale, credo sia più che lecito non salvare “tutto” un autore, anche quando si tratta di grandi autori… Perchè non dovrebbe esserlo?
    Infine, la questione del vissuto è solita vecchia storia trita e ritrita, ancora non imparata a dovere. Concordo sul fatto che SPESSO avere un vissuto aiuta uno scrittore a “farsi” – e MOLTO SPESSO gli evita di incartarsi nel chiacchiericcio da bar, o nelle seghe mentali di uno che è rimasto troppo a lungo chiuso in camera sua. Ma da qui a dire che il vissuto è un elemento chiave per fare un grande scrittore… Citavi Borges: che vissuto ha mai avuto Borges? Eppure è uno dei più grandi scrittori del XX secolo.

    Pace e bene.

  49. alcor il 10 gennaio 2007 alle 18:45

    @Soriano, ce l’abbiamo tutti un vissuto, non è l’assenza di vita che genera una crisi creativa, bisogna vedere cosa se ne cava. Ma non vedo lo scandalo, come dici anche tu, basta vedere cos’è rimasto del 900 e soprattutto prima, note a piè di pagina, nel migliore dei casi. Ma non c’è niente di male, senza quel brodo non sarebbero rimasti neppure quelli che sono rimasti.

    @galaxy
    sottoscrivo tutta la seconda parte del tuo commento.

  50. Giovanni Soriano il 10 gennaio 2007 alle 21:01

    @ Fontana. Seppure alquanto discutibile l’atteggiamento dell’Accademia di Svezia e dell’autore in questione, il non aver ottenuto il Nobel perché era andato a pranzo con Pinochet proietta Borges in una dimensione che io reputo del vissuto. E non è un vissuto da poco fare certe scelte e pagarne intellettualmente e umanamente il conto.
    Io non reputo Genna uno scrittore, ma uno di mestiere. Sta finendo la moda del giallo, del mistery, del gothic, del noir, com’è finita quella del cannibale, e questa gente si ricicla più o meno con professionalità. Questo rientra, a mio avviso, in categorie del sociologico, non dell’artistico. I veri scrittori mai hanno fatto dei trasformismi simili. Hanno avuto dei periodi, ma non che dal thriller siano passati al romanzo totale, sebbene Dies Irae pur ricalca certe precedenti percorsi di Genna. In effetti Dies Irae è un romanzo sociologico e penso non a caso.

    @ Galaxy. A parte che non reputo Moravia un gran scrittore, so benissimo quello che è sempre successo negli ambienti letterari. Lo “sputo” e lo sberleffo hanno sempre dominato, in particolare quando scuole o tendenze oppure potentati si trovano a confronto. Questo però non toglie che resti il merito. Che si misura sulla pagina. Per quel che concerne Tondelli è capitolo ancora tutto da studiare seppure i fiumi d’inchiostro versati. E’ comunque innegabile che se oggi esistono Mozzi, Ballestra, Brizzi, Caliceti e tantissimi altri e se loro hanno avuto spazio e pubblicano è perché un Tondelli ha aperto una via. Lui e Palandri. E’ come dire: “E’ stato Marinetti un grande poeta e una grande romanziere?”, certo che no, ma ha trasferito un suo essere completamente in quello che ha teorizzato poi seminato in pratica. Che Tondelli si sia beccato l’Aids certo non lo rende un romantico hemingwayano, forse più un Genet dei poveri o alla bolognese, ma nelle latrine lui ci andava a farsi inculare e di tali inculate poi ne scriveva, e di tale materia ne era esperto, rimettendoci anche la pelle.
    Condivido invece con te quando dici che il web è ricettacolo di un certo sottobosco petulante. Infatti quando un autore riesce ad emergere, come si è posto, solitamente lascia questi spazi, come so benissimo che qui non vengono quelli che già sono emersi; quelli che già sono a libro paga della Mondadori o dell’Einaudi. Oppure se continuano a venirci è perché fanno ogni atto pur di essere sempre e dovunque sul proscenio. Cioè devono cibare la loro continua ansia di esserci.

    @ Alcor. Avremo un vissuto noi dai 40 ai 50, seppure io non conosca la tua età, ma non credo che molti dei giovani scrittori e poeti di adesso possano vantare chissà quali battaglie politiche o esistenziali vissute. Comunque posso anche sbagliare. Il confronto su questi temi è sempre produttivo, come, a volte, una sana passiona romantica. Ma poi cosa c’è di sbagliato nel riversare la passione in letteratura? Oggi si deve essere per forza freddi per scrivere delle belle pagine?

  51. Giorgio Fontana il 10 gennaio 2007 alle 22:37

    @ Soriano

    Su Borges – ciò che dici dell’episodio di Pinochet è corretto. Ma se pensiamo il “vissuto” borgesiano in toto, la sua esistenza ha avuto ben poco da spartire con quelle di un Céline o di un Pasolini o di un Tondelli. Borges la vita l’ha vissuta sui libri, e certo le storie non è andato a cacciarsele per strada. Era solo questo che intendevo. (Fra l’altro uno degli autori preferiti di Tondelli era Frederic Prokosch, il quale a vent’anni scrisse un romanzo d’avventura ambientato nel profondo Oriente, senza mai muoversi dalla sua biblioteca statunitense.)
    Su Genna – che sia uno che “sappia fare il suo mestiere” è indubbio, e che non sia un “grande” (nel senso di un Calvino, per dire), è altrettanto indubbio. Però parlare di “riciclaggio” mi sembra un po’ troppo. E poi credo nella possibilità di uno scrittore di trasformarsi come vuole e come crede. Anche di un vero scrittore. Stendhal ha cominciato scrivendo brutti pezzi di teatro. Poi ha scritto “Le rouge et le noir” e “De l’amour”. Poteva essere uno dei tanti drammaturghi del cazzo dell’Ottocento: non lo è stato.
    Infine, qui c’è molta gente che è pubblicata da case editrici grosse e continua a frequentare questo sito perchè ama la letteratura, la discussione, il confronto. Non è pagata per esserci e spesso scrive cose intelligenti. Forse peccherò di ingenuità, ma dire che lo fa per “cibare la sua [loro] continua ansia di esserci” mi sembra un po’ generalista. E anche un po’ ingiusto, dato che fa di tutta l’erba un brutto fascio. No?

  52. Luminamenti il 10 gennaio 2007 alle 23:08

    @tashtego. Se vuoi sapere cos’è il tempo non cronologico puoi iniziare da Francois Jullien. Tutto il pensiero cinese è impregnato dall’assenza del tempo così come è stato concepito in Occidente. Toni Negri ha approfondito questa idea a partire da Granet. Francois Jullien ha scritto un libro Il Tempo (Luca Sossella editore) che presentai su Clarence.
    La letteratura assoluta è quella che ripete i principi fondati e non fondanti dell’esistenza, le verità immutabili dell’esistenza, che non divengono, quindi senza tempo, perché la fede nell’esistenza di una storia, vuol dire fede nel divenire. Discutere la fede nel divenire e nella libertà non significa mettersi contro l’esperienza: al contrario riconoscere il volto autentico di ciò che appare nell’esistenza. Se uno legge Shakespeare ritrova sempre le stesse costanti che si ripetono sempre nell’esistenza, perché non mutano di epoca in epoca, sono insussistenti al tempo. Se uno legge Marius Schneider la piana storia della umanità si dilegua e molte certezze storiche svaniscono. Se mi soffermo su Kafka scopro che quello dice vale sempre, non tradisce mai. E’ senza Tempo.

    Esistono dei principi fondati che accertano la via d’accesso alle verità immutabili in letteratura. Cioè, la ricerca di questi principi, il provarsi a seguirli, a rimanere a essi fedeli, è rievocazione della verità sull’uomo e sul mondo che incrocieranno il personale idioletto e l’esperienza singolare dell’autore. Inseguirli è dare la caccia alla verità e da come si caccia esce la propria possibilità artistica. Per esempio, il terzo livello di esperienza della forma è quello semantico. La parola indica il prodotto di significazione composito e globale, formato da tutti i mezzi lessicali, grammaticali e formali; denota il passaggio esecutivo dei mezzi al significato. Ma la descrizione quantitativa di questo passaggio è impossibile, per il semplice motivo che le unità di comunicazione in qualsiasi esempio dato – le parole, la sintassi, la disposizione formale, l’appropriato codice di referenza materiale o di notazione – si integrano immediatamente in un contesto. Una volta enunciate, esse si nutrono di una interazione con la totalità del mondo che le precede e le circonda. Il contesto di un verso di Shakespeare, di una frase di Madame Bovary è, nel senso più dimostrabile, illimitato. Un’opera senza tempo sopravvive alla lotta dei rapporti sociali.

  53. Giuseppe Iannozzi il 10 gennaio 2007 alle 23:16

    Dice Giovanni Soriano: “E’ comunque innegabile che se oggi esistono Mozzi, Ballestra, Brizzi, Caliceti e tantissimi altri e se loro hanno avuto spazio e pubblicano è perché un Tondelli ha aperto una via.” Purtroppo aggiungo io, eccetto per alcuni ultimi lavori di Caliceti e per il primo libro di Mozzi, “Questo è il giardino”, unico tra i libri da lui scritti che risente d’una certa freschezza tematica e stilistica. Dopo, nada. Tondelli ha “delineato” una strada e l’ha percorsa non solo per mezzo della sua opera letteraria, ma anche, e forse di più, tramite scritti ibridi, una sorta di diario di romanzo di forma giornalistica: “Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni ottanta”. Gli anni Ottanta in una via sperimentale, cosa che oggi alcuni scrittorucoli tentano di replicare per “il tempo presente” con risultati a dir poco catastrofici quando non imbarazzanti o esilaranti. Per fortuna, sei uno dei pochi a non ritenere Moravia un grande scrittore: di certo non lo è Genna, che ultimamente è scandaloso, con romanzetti che avrebbero la presunzione d’essere opere mondo o epiche (o qualsiasi altra cosa che puzzi di modernità, modernità disonesta però in stile Grande Fratello): come non ricordare “Costantino e l’impero”? per la sua bruttezza e per il battage vergognoso che è stato fatto? Per non dire dell'”Anno luce”: un libretto che se non avesse portato la firma di Genna, non un editore serio avrebbe preso in considerazione. Non è professionismo questo, nemmeno nel riciclarsi: è un vano cercare il successo, quando ciò che meglio riusciva a Genna era di scrivere thriller, onesti thriller. Questo glielo riconosco: non mi pare affatto versato per altri generi. Il “D.Irae”: letti pochi stralci e mi sono bastati per farmi un’idea ben più che negativa.
    A chi dovremmo guardare? A Simona Vinci o ad Ammaniti? Sarebbero questi i grandi scrittori del 2006? i “post-it” post-tondelliani? Anche come post-it funzionano pochissimo: “Come prima delle madri” è un libro pretenzioso, null’altro: un fallimento su ogni fronte, una storia che non è adulta, scritta con assoluta freddezza di stile che impatta sulla trama rendendocela a dir poco antipatica. Ammaniti: non fosse stato che il cinema ha tirato – commissionato – una sceneggiatura e che dietro la macchina da presa un grande nome d’un regista, “Io non ho paura” sarebbe passato inosservato, e comunque non avrebbe avuto il successo (di vendite) che invece ha avuto. Ma è stato grazie al film, perché “Io non ho paura” è poi alla fine una sceneggiatura, scritta peraltro in maniera alquanto sciatta: ma ottima per un regista che sa come muoversi e che in un canovaccio non vuole fronzoli.
    Gli scrittori sono in rete, al pari di bloggers e cantanti e persone dello spettacolo: essere sotto contratto Mondadori/Einaudi, Bompiani, ecc. ecc. non significa niente. Non mi pare d’aver mai visto un libro di Genna in classifica, fosse anche e solo per le vendite, così come non ho mai visto Mozzi, o Sandrone Dazieri o Valerio Evangelisti, o Stefano Tura o Scarpa ecc. ecc.: alcuni di loro hanno scritto anche romanzi validi, ma non esageriamo col dirli eredi di Tondelli o vicini a Tondelli. Scrivono. E molti di loro sono presenti in Rete, non solo per una questione di visibilità e di proscenio: se restassero a casuccia loro, tempo due mesi e non venderebbero più nemmeno una copia. Colpa e merito della Rete, che oggi come oggi è responsabile della riuscita (commerciale) e critica d’un libro, ben prima che il libro arrivi sui canali d’informazione classici – che presto saranno obsoleti, come la Tv e i giornali. Non a caso, negli USA, i libri prima che siano in libreria, sono già commentati da lettori selezionati: e se questi dicono che “no”, che il libro non vale, con un commento, con un semplice commento decretano l’inizio a la fine d’una carriera. Negli USA ciò accade già da anni. In Italia si sta capendo adesso, non a caso sono molti gli editori e gli uffici stampa (preoccupati o preoccupatissimi) per un commento che appare on line su IBS o BOL, ma IBS, or come ora, tiene il monopolio dei commenti e delle vendite on line di libri, cd, dvd (in Italia). Ne consegue che quegli autori che non sono né un Umberto Eco né un Salman Rushdie, devono per forza di cose vivere anche in e la Rete: altrimenti la Rete li affossa dimenticandoli. Un libro che esce oggi, fra un anno sarà già vecchio e di più: se ne ricorderanno due o tre anime, non di più. Sono anni che funziona così: colpa è degli autori che producono romanzetti, buoni per una stagione, non per durare nel tempo e nella memoria collettiva.

    g.

  54. alcor il 10 gennaio 2007 alle 23:30

    @ Soriano

    L’idea che senza un vissuto drammatico non ci sia lo scrittore è ingenua. Certo, dev’esser nato, e deve anche aver tenuto aperti un po’ di organi sensorii. Se per vissuto intendi questa apertura, siamo d’accordo, perché se penso a uno scrittore non penso solo a London, giusto? penso anche Walser, a Kafka, che avevano dei vissuti esteriori irrilevanti, ma organi sensorii fuori misura.

    Ma poi, ogni scrittore è diverso dall’altro, c’è quello che resta seduto nella sua cameretta guardando un chiodo sul muro, e rumina, e quello che finisce in un gulag, e rumina pure lui, se è uno scrittore farà un’opera sia del chiodo che del gulag. Altrimenti ogni soldato della legione straniera avrebbe scritto un libro, non ti pare?

    Quanto a chi viene qui, è vero, c’è tanto sottobosco, ma c’è anche tanta gente curiosa e intelligente, tanti giovani, e soprattutto c’è quella specie che lo scrittore incontra di rado, il lettore. Anche silenzioso, perchè se devo giudicare dal mio blog novellino la rete è piena di fantasmi che passano in silenzio. E tra i fantasmi anche gente che non immagineresti, e questo lo so per certo.

  55. Giovanni Soriano il 11 gennaio 2007 alle 02:55

    @Fontana. Tutti possiamo peccare di buonafede, questo ci rende a mio avviso più degni. Scusate se ho generalizzato. Lontano da me l’evocare certi “fasci”. E’ un’atmosfera generale di inconcludenza che forse mi rende pessimista e tende a farmi generalizzare e questo deriva sicuramente dal tenere monitorato molti blog rivolti alla letteratura. Bisogna in effetti cercare bene per trovare del buono Sono anche certo che da qui passano scrittori anche bravi però ho notato che le cosiddette firme non frequentano il web, oppure meglio dire non lasciano un loro segno, e magari qualcuno potrà dire è un bene perché già ci distruggono dai giornali.
    @Iannozzi. Non ho ben capito se mi dai ragione oppure ti dai ragione. Io non ho detto che Mozzi sia un figlio di Tondelli, ho detto che Tondelli ha aperto la strada a un mondo. Proprio per questo sono d’accordo quando dici che aveva una penna migliore nel raccontare in forma di saggio o di cronaca. Non è così che hai detto? “Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni ottanta” è per me un libro che segna un momento e un vissuto di quasi tutta una generazione che si è spesa in una certa maniera.
    @Alcor. Kafka, anche se faceva un lavoro d’ufficio, aveva del vissuto dovuto a sue condizioni familiari e a un’infanzia non certo idilliaca. Non bisogna essere della Legione per dirsi ferito o reduce o veterano. Che poi ogni scrittore sia diverso da un altro questo è lampante, c’è chi ha anche scritto da seduto sulla guerra, senza averla mai vissuta, e ha raggiunto dei buoni risultati, ma l’idea del scendere in campo e poi dire mi rende chi racconta più affascinante, anche se poi capisco che un Calvino è pari a un Fenoglio in quanto al masticare la scrittura. Adesso mi è venuta la parola: masticare. Carne e sangue. Sostanza. Io amo la letteratura che si può masticare. Anche di chi si è espresso ricercando un risultato formale più che contenutistico, e in questo Calvino è stato un grande. E’ stato un innovatore. Potrei ribaltare quel che dici: “Non è una laurea in lettere che ti può far scrivere un libro buono.” Sappiamo che lo scrivere e il prendere il lettore non derivano da quel che fai o dai titoli che hai, ma da una tensione quasi sempre emozionale. Poi c’è chi scrive anche di testa, ma di solito non raggiunge dei grandi risultati come narratore. La scrittura scaturita da un concetto non è quasi mai narrante. Borges ha scritto perché conosceva, aveva letto, sapeva, e con l’immaginazione ha poi svolto. Alla sua maniera era un passionario. Amava la scrittura, in particolare quella degli altri, quella dei grandi. In questo era maniacale, perciò quel tanto spostato. Poi la cecità ha fatto il resto. E’ stato colpito nel senso che lo aveva fino a quel momento guidato. Quindi è passato all’udito. E vedete come la scrittura ha corpo e prende corpo? Oggi temo che manchi il corpo, sebbeno lo si tiri fuori quasi sempre e lo si condisca in tutte le salse.

  56. alcor il 11 gennaio 2007 alle 05:12

    @ Soriano
    Questa ostinazione sul vissuto non la capisco. Tutti i vivi hanno un vissuto, se non sono lobotomizzati. E la letteratura da masticare è proprio una di quelle formule carne e sangue tanto frequenti nei blog (assieme alla serie ineliminabile e ricorrente dei superlativi, altra malattia endemica di questi luoghi) che impedisce agli scrittori seri di venire qui a commentare. E’ imbarazzante.

  57. carrino il 11 gennaio 2007 alle 05:12

    Come siete buffi (in modo settecentesco). A partire da Raimo e finendo all’ultimo commentatore, Soriano. Per carità!, ci mancherebbe! Ho apprezzato la storia di “certe philie” che secondo me va nella giusta direzione dell’onestà. Come pure ho apprezzato qualche passaggio di Raimo, che mica lo vogliamo buttare:). Chiedo scusa in anticipo, ma tanto io non rientro nella casta, e quindi potete tranquillamente ignorarmi, o insultarmi. Io sono un lettore, prima di tutto. E i diritti del lettore sono inviolabili. Sacri. Io sono privilegiato, posso dire quello che mi passa per la mente, e non devo dar conto di niente.
    E’ strano, ho letto quasi tutti gli autori qui menzionati (tranne Moody, e n’artro che mò – e non mo’, glielo direi a Lagioia che filologicamente è sbagliato;) – non mi ricordo), e secondo me molti so’ bravi, ma bravi veramente, cioè sanno scrivere. Che poi alcuni nun me piacciono è altra storia. Non è questo, infatti, il punto.
    Non mi permetterei mai di argomentare in questi termini – ontologicamente – nefasti, pantagruelicamente nefasti per un approccio frivol-esegetico qual è questo che leggo. Leggo – a mio inutile e deleterio parere (per me che so’ nessuno:)) – che c’è chi confonde qualità con vendite, destrutturalisti con mia zia titina nata nel ’63, chomsky con turing, autoreferenzialità con autobiografismo o – peggio – con diarietti di povere donnette frustrate, minimalismo con mia madre che vende carrozze di swarovski come bomboniere und so weiter (per dirla alla ludwig), l’intertestualità con il plagio, Tondelli con Proust…
    Aò, e su! E che diamine! Della maggior parte di voi ho letto, e non credo nemmeno per un secondo che le differenze da me su citate non siano a voi chiare. E allora dov’è il problema? Che giochino state a fa’? Raimo, e te?, stai a rosica’?
    Assegnare tout court una cifra di atemporelità alle mode imperanti letterarie, nello stesso tempo in cui ‘ste mode imperano, è davvero impresa ardua signori; e voi non siete onesti, a mio sempre + inutile parere. Già, ‘ndo cazzo sta ‘na critica onesta in Italia? Prezzolati in ogni dove. O giocatori di biliardo sul tavolo verde.
    Cioè, se io arrivassi qua e mi chiamassi Saviano, e col potere mediatico delle mie 200.000 copie vendute in una settimana dicessi: “La qualità dell’aria” è un pout pourri di 364 pagine (biografie comprese) di banalità sconcertanti che mi sfrantecano la uallera, e mi annoiano, e so’ scritte male, e Cognetti lo schifo, e Stancanelli la salvo, e Parrella fa la ricotta su Napoli, e, e… Che cambia? Cui prodest? Forse la mia opinione savianesca incidirebbe oggi – e solo oggi – sull’onesta ‘qualità’ dell’aria che si respira nel nostro tempo…
    E poi sta cosa delle etichette, una sorta di teatro brechtiano tutte le volte.

    L’unica cosa, Raimo, che manca agli scrittori italiani è una critica onesta, scevra da giochetti clientelari. Generi, genesi di un testo, di un autore, poco importano. E’ questa orwelliana confusione tra personaggio, autore e testo da sé generato, che non ha ragione di esistere. O meglio, non esisterà.
    Perché mò altroché se esiste!
    Ma – dal momento che siete scrittori – confido nell’elezione. Qualcosa in più di noi poveri comuni mortali dovete pur sapere! :)))

    parlando d’italia, e giochicchiando einsteinianamente con la curvatura dello spazio:)), cfr: San’Agostino, Cellini, Alfieri, Saba, e lo stesso Tondelli per la tesi Raimo, dove l’autenticismo paventato da Cordelli è piuttosto tecnica di seduzione linquistica alla quale i lettori del notro tempo facilmente – ed ermenuticamente – abbocano.

    per la critica onesta, invece, non smettiamo mai di sperare:)))

    saluterrimmi a vossignori.
    un lettore.

  58. carrino il 11 gennaio 2007 alle 05:22

    che sonno…

  59. alcor il 11 gennaio 2007 alle 07:16

    Ecco un altro cacciatore di ottave.

  60. Giuseppe Iannozzi il 11 gennaio 2007 alle 07:27

    @ SORIANO

    Ti do ragione. E in parte me ne do anche un po’ di ragione. :-)
    Sostanzialmente sì: sono d’accordo con quanto hai espresso.
    Tondelli è sì vero che ha aperto la strada verso un mondo: poi, i suoi epigoni, e quanti si sono eletti tali, in maniera più o meno consapevole, hanno tentato di proserguirla questa strada verso il mondo, però non riuscendoci. Lo sfrenato solipsimo di Mancassola ci è inutile in un contesto letterario: il suo io e solamente il suo, niente che possa essere portato all’interno della società, è una fotografia personale (per sé stesso), non è una fotografia per il, e del, mondo di oggi. In pratica, un fallimento.
    Mi do ragione in particolare per gli scrittori in rete: restando a quelli citati qui, Simona Vinci, Sandrone Dazieri, Valerio Evangelisti, Mancassola, Mozzi, ecc. ecc., tutti hanno un loro proprio blog o un sito, addirittura una mailing list su invito. In molti casi hanno sia un sito che un blog, una newsletter, un blog. Un commento negativo o positivo in Rete, nel punto giusto, fa più di molte recensioni da parte di eminenti critici: insomma, decide il destino di un libro.
    Non è poi vero che in Rete ci stanno solo coloro che hanno smania di apparire: è una necessità, per tutti, oggi come oggi apparire in Rete, altrimenti i lettori dimenticano gli scrittori. In Rete non c’è solo Dazieri o Mozzi o Wu Ming, tanto per citare a caso: ci sono persone di ben altro calibro, insospettabili, e che vivono la Rete in silenzio, ma che da questa ne traggono informazioni vitali e per il mercato editoriale e per sé. Scrittori importanti ed editori ci sono, vivono in silenzio la Rete.

  61. tashtego il 11 gennaio 2007 alle 08:08

    @luminamenti
    non esistono verità immutabili dell’esistenza.
    le verità sono mutevoli, tutte.
    non esiste l’eterno presente.
    non esiste l’opera valida per sempre.
    non esiste nulla che possa essere detto assoluto et definitivo.
    ecc.

  62. Giovanni Soriano il 11 gennaio 2007 alle 11:21

    @Alcor. Perché usi la parola: imbarazzante? Reputo che ognuno abbia il diritto di dire ciò che pensa usando un giusto metro civile. Io non mi permetterei mai di dire che quel che sostieni qui è imbarazzante. Di solito si usano questi termini quando non si ha del vissuto o quando si viene colpiti personalmente dall’affermazione di un altro. A questo punto potrei anche dire che il tuo imbarazzo sta ad indicare che tu non hai mai vissuto un bel niente in vita tua sebbene la pretesa di voler scrivere. Io non scrivo, seguo chi lo fa. Tu, invece, tieni un blog e vieni qui anche a dirlo. Ti proponi. Posti. Bene, andrò a leggere quel che scrivi e capirò subito se sei masticabile oppure se fingi. Del resto la finzione, come ho anche accennato sopra, è uno dei primi strumenti dell’uomo per tentare di darsi un’identità: seppure falsa. Ma tutto fa brodo, non trovi?
    @ Ora, Iannozzi, ci siamo capiti. Grazie della spiegazione.

  63. Giorgio Fontana il 11 gennaio 2007 alle 11:51

    @soriano
    @iannozzi

    bene, ci siamo capiti tutti e abbiamo raggiunto un accordo! :)
    unica cosa, per iannozzi: io credo che lo “sfrenato solipsismo” di mancassola, come lo chiami tu, sia invece uno strumento d’indagine potentissimo della realtà. pensa soltanto a “last love parade”: ben lungi dall’essere una “fotografia personale (per sé stesso)”, è una rappresentazione grandiosa di un’epoca, di un movimento, di uno stile di vita. e soprattutto, è scritto splendidamente.

  64. Cristoforo Prodan il 11 gennaio 2007 alle 12:20

    Non ho mai amato le classifiche estetiche o etiche, quelle che dovrebbero stabilire cosa è più o meno bello o chi è più o meno bravo. Credo che l’approccio più sano, e moderno, sia quello di cercare di assimilare il più possibile dal proprio tempo (e anche la nostra fruizione delle opere del passato è, in quanto attuale, figlia del nostro tempo) e di non prendere alcuna posizione pregiudiziale.
    Per me leggere è farsi prendere per mano dallo scrittore e lasciarsi condurre a scoprire qualcosa, accettando temporaneamente le sue regole, per poi magari allontanarsene, avendone fatto esperienza, o assumendole a modello di pensiero e di sentimento. Al diavolo la correttezza formale e le buone maniere letterarie.
    La scrittura prende sempre le mosse da un momento individuale, da un’intuizione sul rapporto tra sé e il mondo. Un momento soggettivo, intimo, in cui lo scrittore imprime alla parola il proprio segno in modo organico. Quello cioè che di solito viene definito lo stile.
    Lo stile di un autore è una caratteristica oggettiva della sua produzione, che non può essere annientata anche in presenza di una più universale oggettività. Capire uno scrittore, pur non condividendone gli ideali o il suo modo di rapportarsi col mondo, significa appunto questo: riconoscerne la peculiarità individuale, che è il marchio inconfondibile di quel valore culturale che porta il nome e il cognome di quello scrittore.
    Se poi dal quel sistema di valori che chiamiamo scrittore, riusciamo a individuare o meno del sentimento (che – come diceva Croce – è “cio che dà coerenza e unità all’intuizione”), questa è una questione personale del singolo lettore.

    Cristoforo Prodan, come tutti.

  65. alcor il 11 gennaio 2007 alle 13:14

    @Sorry Soriano, l’ora mi ha resa poco chiara. Intendevo dire che è imbarazzante per gli scrittori. O se preferisci lo sarebbe. Nessuno scrittore serio (e dico serio anche in quanto con ruolo riconosciuto) perderebbe il suo tempo come facciamo noi qui col suo nome e cognome. C’è del buono nell’essere poco seri, ma certo non paga molto.

    Quanto al blog non solo vengo a dirlo, ma con mia grande soddisfazione splendo di un bel blu elettrico, almeno sul mio schermo.

  66. cubalibre il 11 gennaio 2007 alle 21:36

    Gran bella riflessione di Raimo,Siti e Saviano sono la dimostrazione di un rinnovamento profondo.

  67. carrino il 12 gennaio 2007 alle 00:30

    >>> 2alcor
    meglio di una nota cretina sempre stonata o monotòna, non trova madam’?
    ‘nota’, in senso musicale, ovvio.
    ossequi, e mi scusi per il coro.

  68. Pierino e il lupo il 12 gennaio 2007 alle 00:48

    @ alcor

    nessun enorme lavoro di editing su Gomorra. Prima di parlare chiedere agli addetti ai lavori (visto che ci sono in nazione indiana). Quante fesserie scrivete.

    Siti è un libro fenomenale!

  69. alcor il 12 gennaio 2007 alle 01:59

    @ Pierino

    Prima di parlare infatti ho chiesto, e non agli indiani, e ho saputo che Saviano aveva portato una grandissima quantità di pagine che poi sono state ridotte al numero attuale, questo per me è un grande lavoro di editing, ma è possibile che io sia stata male informata, se è così faccio ammenda. Ma non ci sarebbe comunque niente di male, sui libri si lavora, resta il fatto che la sapienza letteraria di Siti è diversa dall’energia emotiva di Saviano e non mi verrebbe mai in mente di apparentarli, hanno scritto due libri diversissimi.

    @carrino

    Citavo Il cavaliere Gluck di E.T.A Hoffmann, leggere per credere.

  70. Fernando N. il 12 gennaio 2007 alle 15:47

    Che saccenteria da quattro soldi mia dolce alcor e che presunzione; da grande vuole forse fare la scrittrice anch’ella? Patetica.

  71. alcor il 12 gennaio 2007 alle 17:55

    Ella, caro Fernando, – parlo ovviamente della dolce Alcor – è già cresciuta, però è rimasta curiosa, se non altro dell’uso delle parole, perché sarebbe saccente e presuntuosa? Per Hoffmann o per Saviano?

    E poi, cosa spinge te e altri del tuo stampo a credere che chi posta qui debba per forza voler fare lo scrittore, “da grande”?
    E soprattutto cosa spinge te e altre menti del tuo stampo a trovarla una cosa indecente?

  72. mirko il 13 gennaio 2007 alle 02:32

    fate le flessioni

  73. Luminamenti il 15 gennaio 2007 alle 13:36

    tashtego dice: “non esistono verità immutabili dell’esistenza.
    le verità sono mutevoli, tutte.
    non esiste l’eterno presente.
    non esiste l’opera valida per sempre.
    non esiste nulla che possa essere detto assoluto et definitivo.
    ecc”

    E quindi anche queste affermazioni di Tashtego non sono immutabili? possono mutare?

    dette così poi valgono come il loro contrario. Argomentare, spiegare perchè e come si è pervenuti a una convinzione è un’altra cosa.
    Alla verità ci si avvicina sapendo come porre la verità

  74. maria (valente) il 16 gennaio 2007 alle 16:35

    A me questo scritto ha dato molto da riflettere, ma credo che sia utile leggerlo accanto ad un altro pezzo di Raimo che s’intitolava “Gli scrittori sintomatici, me compreso”, se non altro perché anche lì compare Siti, a fianco ed in opposizione però al grande bluff di Jt Leroy…e infatti anche qui, in un tuo commento, parli di “empatia sintimatica”, là ti domandavi quale macchina pervertitamente desiderante fosse stata prevista e artatamente messa in moto, qui ti concentri, in opere di altro spessore, su scene “vere” ma altrettanto “fastidiose” da leggere e alla fine io non sono così ottimista come te sulle conclusioni da trarre.
    Quanti, ti chiedo, secondo te, leggono Gomorra come se stessero leggendo Ingannevole il cuore? Tu credi che alla maggior parte di quei lettori interessi “la verità”, la politica, la camorra, o’ sistema, Napoli, … o piuttosto quella crudezza, quello scandalo, quell’oscenità – più palese con Siti – quell’abietto che è l’unica cosa che continui ad attrarre e che, se non fosse vero, lo s’inventerebbe come con Leroy?

    Non è l’io e non è il mondo, ma l’abietto…

    “Né soggetto né oggetto

    C’è nell’abiezione una di quelle violente e oscure rivolte dell’essere contro ciò che lo minaccia e che gli apre venga da un fuori o un dentro esorbitante, gettato a lato del possibile, del tollerabile, del pensabile. Vicinissimo ma inassimilabile. Qualcosa sollecita, inquieta, affascina il desiderio…” (Julia Kristeva: i Poteri dell’orrore, saggio sull’abiezione)

    Comunque non so, forse confondo solo le acque, ma mi dai da pensare…



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