Keith Botsford vs Saul Bellow

10 gennaio 2007
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traduzione di Silvia Casertano

Eccolo, lo si scorge appoggiato ad una parete. Jack Ludwig col suo fiato pesante lo tiene bloccato lì, un torrente di Yiddish defluisce dal muso imbronciato. Lui – Saul – osserva con occhi inespressivi. In mano regge un drink. I suoi occhi disposti irregolarmente riflettono sentimenti diversi, esasperazione più che altro. La sua bocca è larga, i capelli prepotentemente invasi dal bianco. E’ il 1953. Ha lasciato la sua prima moglie, e anche Princeton, dove insegnava, forse perché troppo vicina a New York. Lì si è lasciato dietro Humboldt e Delmore Schwartz, anche se non lo sa. E non sa neanche che quell’uomo grande e grosso davanti a lui sta dando vita a Herzog. Ma questo non lo sa nemmeno Jack Ludwig. Siamo a Barrytown, NY, vicino il Bard College, un satellite penosamente piccolo (150 studenti) e legato ben stretto alla cassa del Sarah Lawrence, a due ore a nord di New York nella calda valle – sono gli inizi di settembre– del fiume Hudson. Siamo entrambi nuovi assunti, ma a dare la festa non è il college bensì Chanler Chapman, nipote del grande John Jay Chapman.

Saul non sa che Chapman diventerà Henderson. Si guarda intorno per cercare nella stanza qualcuno con cui parlare. Dall’altro lato della sala c’è Gore Vidal, che vive con i suoi tre barboncini in una splendida residenza sulla sponda del fiume a New York Central. C’è anche Irma Brandeis, una donna vigorosa, la musa del grande poeta Eugenio Montale. Uno di noi succede a Paul de Man, l’altro– dopo una pausa- a Mary Mc Carthy che, prima di lasciare Bard, ha scritto in toni offensivi della sua striminzita Facoltà.

Il giorno dopo è lì che pedala su una bicicletta da bambino verso il picnic di Facoltà, le gambe che sporgono all’infuori. La bicicletta appartiene a suo figlio Gregory, che ha nove o dieci anni. Subito dopo lo vedo sogghignare dai bordi del campo mentre Jim Case, il rettore, prende una solenne batosta sul campo da tennis: gli piace veder sistemati per bene i bianchi anglosassoni protestanti. Da allora diventiamo compagni di tennis e di chiacchiere. Il nostro punto di contatto, di affinità, è nella nostra infanzia. Siamo entrambi sopravvissuti di disastri infantili, e le parole sono il nostro mondo. Nei tre anni seguenti Herzog prende forma, insegniamo a studenti Fulbright del Pakistan e di Israele che barano a pallavolo. In un weekend speciale compare John Berryman, con Ralph Ellison e Georges Simenon, e Dylan Thomas muore a New York. Il suo secondo matrimonio è alla frutta, ma ora è diventato munifico col denaro appena procurato da Augie e compra una casa enorme a Tivoli. Qui Ralph diventa un socio particolare: Saul si occupa del caffè (col caffè è schizzinoso), e Ralph, gran gentiluomo, si occupa del suo cane, che pasticcia sul parquet che Saul ha levigato– quando non ascoltava Bach sul suo giradischi.
Herzog viene composto nello scantinato di una casa a San Lorenzo, PR. Varie volte a settimana andiamo al campus in auto, una Volkswagen decappottabile, e lui mi confida che la sua abilità nelle descrizioni– di persone e luoghi– è qualcosa che fa entrare nei suoi libri a posteriori. La realtà è un ripensamento. In seguito continuiamo a parlare: a Londra (dove pranziamo con S. J. Perelman), a Parigi (dove mi passa un libro di Paul Morand che ha trovato sui quais), a Roma (dove si incontra con il suo compagno scrittore del seminario di Salisburgo, Paolo Milano, e dove visitiamo l’appartamento barocco di Mario Praz), a Chicago (molte volte). Una volta passeggiamo in un parco di Chicago. L’erba è marrone, il vento taglia in orizzontale. Una delle mie imprese si è rivelata un fiasco, il suo terzo matrimonio è andato in rovina.

Uno di noi due è ai massimi per status e condizioni economiche, l’altro di una felicità delirante per la moglie dell’epoca . Stabiliamo di occuparci l’uno dell’altro: lui non farà mosse matrimoniali senza prima essersi consultato, il suo amico nessuna mossa finanziaria. Ognuno di noi ha sentito, anche se solo per poco, di avere una certa presa sulla precarietà della vita, un pochino di perizia. Chiamatelo uno scambio di servizi. C’è un altro giorno a Chicago: alla sua festa di compleanno per i settantacinque anni, offerta dalla città della sua giovinezza, Chicago appunto. Siede trionfante al tavolo principale con politici e politicanti. Loro e gli avvocati, i ricchi e i truffatori, sono per lui le persone reali di questo mondo. Recitano le loro vite extralarge nel mondo reale. Gli piaceva quel ’tipo’ così come amava i poeti che affondavano, quelli autodistruttivi. I politici devono saperci fare, qualità che lui ama, e i bravi giornalisti raccontano storie. Il fatto di aver studiato antropologia e lavorato per il Syntopticon di Mortimer Adler lo hanno reso il Baedeker delle nostre guerre culturali. L’America scrutata dal lato sbagliato del cannocchiale. I suoi personaggi diventano i bauli dei ricordi di biografia e memoria: ‘brevi vite’ – cos’altro sono i suoi romanzi?

Poi c’è il Texas (dove porta una innamorata). Di nuovo a Londra, siede nervosamente da Brown’s e compone il suo discorso per l’accettazione del Nobel, mentre suo fratello passa al setaccio le gallerie per scovare tele del mare senza nave. La mia figlia più piccola gli fa pipì in braccio e lui è felice di togliersi i pantaloni e rivelare i suoi boxer di seta scarlatti. Un anno dopo siamo vicino Oxford, dove lui, il suo padrino, rinuncia da parte sua al ‘diavolo e tutta la sua pompa’, e aggiunge, a un parroco perplesso, che in effetti lui vi rinuncia ogni giorno. L’amicizia resiste, e quella figliastra era sulla sua tomba il triste giorno in cui tutti noi ci accomiatammo da lui.
Quello che ognuno di noi ha significato per l’altro è una cosa che riguarda noi soltanto. La nostra amicizia non era costruita. Non c’era intenzionalità. Era completamente naturale. Lui si firmava ‘il tuo vecchio amico’. E altrettanto. Non c’erano barriere. Avevamo interessi in comune, avevamo vissuto insieme dei momenti e fatto tante cose insieme. Condividevamo: e questo è stato il regalo più grande di Saul. Lui condivideva con tutti il suo intelletto, le sue letture, le sue percezioni, il suo linguaggio, il suo io, vasto e complesso. Era un’amicizia alla pari. Qualsiasi disparità possa esserci stata tra noi – di età, fama, bagaglio culturale, condizione– da amici la ignoravamo o la perdonavamo, a secondo del bisogno. Senza quella indulgenza non c’è amore. E noi ci amavamo.

Le tante persone che ne hanno scritto dopo la sua morte sentivano tutte di aver condiviso qualcosa con lui. Hanno descritto quanto strano fosse il mondo senza Saul. E’ curioso che non ci faremo la nostra pizza del sabato, sezionando il conto fino all’ultimo centavos. Le amicizie sono un costituirsi di abitudini ed è difficile smettere un’abitudine. ‘L’abitudine è abitudine’, diceva Mark Twain, il più americano tra gli scrittori prima di lui, ‘quando nessuno ti scaglia fuori dalla finestra, ma ti persuade a scendere uno scalino alla volta.’ Lasciarsi persuadere a scendere un paio di scalini più giù, tutti abbiamo cinque minuti per farlo, tutti quelli per cui Saul era una dipendenza.

L’allegria assoluta di quest’uomo riflessivo con l’argento vivo addosso non è cosa che qualcuno di noi possa spiegare. Le espressioni belloviane si riversavano su mezzo secolo: quelle letali come quelle delicate, sempre accompagnate da una risata vivificante che si scusava da sé. Gli importava il suo piacere. Era un Narciso con le parole. Niente veniva fuori informe. Gli si poteva fare una domanda seria e ci sarebbe stata una breve pausa, dedicata ad un’intensa concentrazione: non tanto per quello che pensava, ma per come lo avrebbe espresso. Era sempre riflessivo: ogni atomo del mondo doveva essere esaminato separatamente e in tutta la sua individualità. Di qui il motto, tratto da Darwin, della nostra prima rivista, The Noble Savage: ‘Discuteremo ora un po’ più in dettaglio della lotta per l’esistenza’. Un epitaffio appropriato per un uomo che ha fatto proprio di questo il lavoro di una vita.
E in che stile discuteva! In una lettera di Cesare Pavese datata 5 aprile 1930 al musicista Antonio Chiuminatto, Pavese dice dell’ America e dei suoi scrittori:
“Siete la perla del mondo! Ognuno dei vostri validi scrittori scopre un nuovo campo dell’esistenza, un mondo nuovo, e ne parla con tale immediatezza e andando così dritto al punto, che è inutile per noi confrontarci”.

Le sue fondamenta sono state cementate nella metafora, il linguaggio che Saul ha creato per noi è pieno di frizzi e lazzi. Ti fa scoppiare a ridere; e devi scoppiare a ridere. Alle sue battute, l’autoironia, quell’intreccio di alti e bassi. Sotto la superficie c’è un’intelligenza ben accordata. In quello che ora sappiamo essere stato il suo ultimo testo, diceva di John Auerbach che aveva il ‘dono di poter trasmettere all’istante a quanti avevano antenne predisposte a ricevere frequenze rare.’ Saul agganciava il lettore e trasmetteva su quelle frequenze: una strategia ad alto rischio, perché la radio del mondo è piena di elettrostatica. Ma poi anche lui aveva un orecchio formidabile. Era uno che ascoltava tanto quanto parlava. Era un Grande Osservatore: di tratti distintivi– i denti alla Stonehenge di Pierre Thaxter e le vestaglie in fantasia orientale di Ravelstein– di virtù e disonori, della camminata a gondola di Valentine Gersbach come dei modelli di eloquio comuni, tanto quelli riusciti che quelli falliti. Arrivare a far questo, essere tutte quelle persone, completamente, nelle loro stesse parole, richiede una fierezza immaginativa di genere raro.

C’è qui un astenersi dalla pedagogia, dalla spiegazione, dall’istruire, da quella dedizione da ventesimo secolo espressa in quella sorta di consiglio che comincia con “Se io fossi in te…’. Saul sembra volere che tutti noi cominciamo da noi stessi. Dovremmo lottare con la nostra psiche, con le nostre speculazioni finanziarie, con la natura temporale dei nostri corpi, con il se c’è vita dopo la morte. Lui non invaderà la nostra sfera privata per dirci cosa fare. Al massimo ci invita a unirci alla condizione umana– in particolare la condizione comune americana– che è un pasticcio. Il suo era un mondo inebriante e lui ci impegnava tutti in questo mondo. Questo grande sensualista aveva capito che il mondo reale è sempre lì a far inciampare l’amante e l’imbroglione, ostacolarlo prima e poi addomesticarlo e trasformarlo in marito, padre, capo famiglia. Queste persone sono letteralmente giganti nelle loro auto rappresentazioni, nel modo elaborato in cui hanno allestito le loro storie. I personaggi devono esistere così come loro si vedono, come sono incarnati nelle loro stesse ostinate illusioni, nel loro modo di parlare. Saul concedeva a ognuno la propria totale libertà; li lasciava andare a tutta birra, verso la gloria o verso il disastro.
In niente si è mai trattenuto. Men che mai nell’amore e nell’amicizia.
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One Response to Keith Botsford vs Saul Bellow

  1. sitting targets il 14 gennaio 2007 alle 02:48

    odio i post senza commenti. tra l’altro questa è letteratura, mica certe cacatine che si leggono in giro (anche qui).



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