Luoghi di pellegrinaggio – Hollywood

10 gennaio 2007
Pubblicato da

di Marco Rovelli 

Sul sesto numero della rivista Documents, nell’ottobre del 1929, apparve uno scritto di Georges Bataille – uno dei più fecondi ed eterodossi pensatori del sacro – intitolato Hollywood. Del tutto trascurato negli anni a venire, questo scritto è in realtà una preziosissima riflessione sul luogo del sacro nella modernità secolarizzata, nonché un’intuizione destinata ad avere sviluppi decisivi in un pensatore come Guy Debord. Lo pubblico di seguito, con una mia traduzione.
Lo scritto di Bataille inaugurava una rubrica, Lieux de pèlerinage, che nei numeri successivi della rivista sarebbe stata ‘consacrata’ ad altri  luoghi di pellegrinaggio:  Lisieux, Lourdes, Chicago, Salt Lake City. I vecchi luoghi di pellegrinaggio dell’Europa cristiana e premoderna da una parte, e i luoghi di pellegrinaggio della modernità americana dall’altra. Ma la rubrica prevista si sarebbe fermata a Hollywood, già individuata come ‘ombelico della Terra’, cuore cultuale della società moderna: dunque non c’era più bisogno di visitare i santuari dell’americanismo fordista, così come invece avrebbe fatto il Céline del Viaggio al termine della notte. Era Hollywood il più pertinente, il più vero (e tanto più vero quanto più falso) luogo di pellegrinaggio della nuova epoca, spaccio di sogni e bestia trionfante.
La prima parte dell’articolo, apparentemente poco congruente con la seconda, ne è in realtà il sostrato filosofico. Nell’epoca della morte di dio, del venir meno d’ogni senso e valore (per cui i minimi gesti appaiono insensati, e in ciò si impongono quale avvio del filosofare), l’uomo rinuncia al gesto prometeico di essere dio, per la di lui accertata inutilità. Da questo gorgo, dall’abisso del non-senso nel quale ogni senso sprofonda, procede la ‘malattia’ dello spirito che lo conduce a cercare le ‘distrazioni’: è l’alienazione della società moderna, che sostituisce l’alienazione religiosa. Eccolo, il sacro degradato. Hollywood (ciò che più trent’anni dopo verrà chiamato da Guy Debord ‘società dello spettacolo’) è sogno e illusione sanguinante, luogo di singhiozzo, riso e lacrime, ovvero di quei fenomeni ‘inafferrabili’ (dal concetto – begriff – in primo luogo) che nella meditazione batailleana introducono al sacro.
Hollywood sostituisce i vecchi dei, si fa tempio di sacrifici di nutrizione (il denaro/obolo – àgalma – gettato ai nuovi dei), e simulacro di nudità (degradazione della divina nudità di Madame Edwarda, icona di un inarrivabile racconto di Bataille). E fondamentale è l’affermazione secondo cui Hollywood è ‘l’ultimo boudoir della filosofia divenuta masochista’: cioè a dire,  non si vivono le passioni, non si ha un ruolo attivo, aggressivo, ‘sadico’, che faccia dell’uomo quel che è, ovvero una particola della torrenziale materia universale, ma ci si lascia vivere, masochisticamente, dalle altrui passioni. Ci si fa cavi, puro spazio scenico, ‘tagli’ che ricevono le forme, e non le creano, come per esempio facevano gli aztechi: il sacrificio non lo si mette più in atto, ma lo si subisce. La società moderna, insomma, vive sotto il segno della passività: “Lo spettacolo è il sole che non tramonta mai sull’impero della passività moderna. Esso ricopre tutta la superficie del mondo, ed è immerso per l’eternità nella propria gloria”, scriverà Debord ne La società dello spettacolo.
Insomma la ‘malattia’ dello spirito di cui parla Bataille è lo spettacolo, e lo spettacolo è il luogo dove si situa il sacro, per quanto degradato: e come la malattia è il pervertimento di uno stato naturale, lo spettacolo è il pervertimento del sacro. Hollywood – il cuore irreale dello spettacolo – rimane all’interno dello spazio sacro, rovesciandone il segno. Hollywood, ovvero il dominio spettacolare, è la degradazione del sacrificio, che è sempre stato, in ogni civiltà, cuore pulsante e primo motore del sacro, e per questo è sempre stato anche al centro di tutta la riflessione batailleana. Il sacrificio, oggi, non ci è più consentito, come scriverà Bataille: “noi non possiamo ritornare dalla discrezione attuale alle maschere vistose dell’Antichità. Noi possiamo soltanto mettere a nudo, nella piena luce della coscienza”. Possiamo solo far luce nell’abisso della coscienza, nella sua notte, là dove si mescolano furiosamente vita e vuoto, come scrive Bataille in un testo del 1934, violentemente lirico e densamente filosofico, intitolato proprio Sacrifices. A proposito della genesi di questo scritto il pittore surrealista André Masson, compagno di viaggio di Bataille, ricordava: “…disegnai in vista di un album Les dieux qui meurent: il Minotauro, Osiride, Orfeo, Mithra, il Crocifisso. Domandai a Georges Bataille un titolo e una prefazione. Così Sacrifices vide la luce”. In questo testo –  che sarebbe stato ripreso anni dopo, con significativi cambiamenti, ne L’esperienza interiore – Bataille descrive l’esperienza del sacro da un punto di vista ‘ateologico’, l’esperienza estatica al culmine della lucidità della coscienza che pensa l’eternità dell’istante senza Dio. L’esperienza interiore, allora, appare come lo spazio infinito e vuoto, non-luogo di ‘un’estasi sadica’, che nell’epoca della morte di dio (e dell’impossibilità del sacrificio messo in scena) si contrappone radicalmente al luogo di pellegrinaggio degradato (e ‘masochista’) che è lo spettacolo ‘hollywoodiano’.

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Hollywood

di Georges Bataille

Alle volte ci si chiede, assolutamente depressi, dopo un’attività che non aveva nulla di piacevole (per esempio – per non parlare del lavoro – radersi, mettere via la propria roba, tagliarsi le unghie), qual’è la ricompensa per gli sforzi minimi, di cui si osa appena parlare per timore di essere guardati col disdegno che si riserva a una formica. Allora ci si accorge che probabilmente la sola ricompensa sta nel poter constatare con assoluta certezza che la partita (che pure è cominciata suo malgrado) è persa in partenza, perché anche se si dovesse ottenere il potere di distruggere tutto, e tutto ricostruire, ogni tanto si preferirebbe ammalarsi; al punto che la ricompensa, in fin dei conti, dev’essere questa terribile malattia – che probabilmente è già reale – in cui ogni inezia procura una distrazione. Questo perché noi siamo ancora al punto – su questo non c’è il minimo dubbio – in cui un’attività qualsiasi non ha nessun altro scopo che quello di procurare una pausa, di accordare un po’ di respiro all’infelice imbecille. Non scrivo questo per disprezzo: lo scrivo semplicemente per disperazione – e perché il fallimento totale dell’attività umana, agli occhi di spiriti scriteriati, può ancora passare senz’altro come una distrazione.
Tutto questo potrebbe far ben capire perché, attualmente, Hollywood è l’ombelico della Terra, essendo il solo luogo dove non si sogna che di divertire il resto del mondo, di fabbricare vesiche che ci facciano da lanterne! Hollywood, ovvero la città che vi fa singhiozzare o ridere fino alle lacrime, la venditrice di colpi di pistola, di avvelenamenti e di rapine in banca e, in generale, di tutto ciò che manda il sangue in circolo. Hollywood è così l’ultimo boudoir dove la filosofia (divenuta masochista) potrebbe trovare le lacerazioni alle quali, finalmente, essa aspira: in virtù di un’immancabile illusione non pare in effetti che si possano incontrare altrove delle donne così snaturate da sembrare impossibili in una maniera così sfacciata. Tutta la terra gli getta ogni giorno il denaro perché esse non gli vengano a mancare, così come un tempo si faceva con le statue degli dei o dei santi: triste maniera di trasformare ciò che salva il cuore in un vistoso miraggio.
Ma Hollywood potrebbe essere, oggi, ben più di ogni santuario, il luogo di pellegrinaggio di tutti coloro che la vita ha trattato come noi trattiamo volgarmente un pezzo di stoffa (come ad esempio quando tagliamo dei calzoni): e se questo accade, è per la sua falsità impudicamente gridata, vera dea con ogni evidenza, abbastanza nuda per piacere e degradare!

(traduzione di Marco Rovelli)

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65 Responses to Luoghi di pellegrinaggio – Hollywood

  1. effeffe il 10 gennaio 2007 alle 14:13

    bellissimo e doveroso contrappunto (vd Bachtin) alle riflessioni “apparse” sui nostri muri (NI)
    spero di finire una mia traduzione di Artaud in linea con quanto da te riportato
    effeffe

  2. georgia il 10 gennaio 2007 alle 15:56

    F.O.R.M.I.D.A.B.I.L.E!
    grazie marco veramente un dono formidabile
    aspetto la traduzione di effeffe

    Ho visto che hai citato la “citta in piedi” di Celine, e vorrei segnalarvi un’altro scritto che io amo molto, più recente, ma moto interessante
    Jean Cocteau, Lettera agli americani (Archinto 1991, nuova edizione 2002) scritta nel 1949 sull’aereo durante il viaggio di ritorno da New York.
    geo
    Chi dice che NI è in crisi? ;-)

  3. georgia il 10 gennaio 2007 alle 16:00

    effeffe mi segnali le riflessioni su bachtin, me le devo essere perse :-(
    geo

  4. effeffe il 10 gennaio 2007 alle 18:13

    oh Georgiainmymind,
    citavo Bachtin per la sua idea di contrappunto e fuga applicata al romanzo
    (Michail Bachtin, La parola nel romanzo, in Estetica e romanzo, Torino, Einaudi, 1979, p. 155.)
    Il post di Marco mi è piaciuto anche per avere in questo momento “aperto” il discorso sul sacro da un punto di vista diverso da quello di Centofanti, per certi versi e a mio avviso, troppo chiuso, monolitico.
    Per quanto riguarda Artaud ho scritto a de Vivo di Zibaldoni, per avere il testo, Pour en finir avec le jugement de dieu, tradotto da Gianni Celati, scoperta che ha reso a questo punto la mia trad assolutamente non necessaria.
    effeffe

  5. marco rovelli il 11 gennaio 2007 alle 13:02

    Sono felice di aver trovato correspondances su questo, per me Bataille è fondamentale come sapete, e dopo l’ondata degli anni settanta è tornato nell’ombra. Mentre sarebbe opportuno farlo tornare alla luce, anche giocandolo al di là di se stesso. E – è vero, ff – quando si dice “sacro” si dovrebbe averne presente il senso – questo senso.
    Dato l’entusiasmo dalla più grande e attenta (e per me la parola attenzione ha un certo valore) ascoltatrice e compilatrice del web, mi viene l’idea di mettere a puntate, prossimamente, una riflessione su lingua e sovranità a partire da Bataille…

  6. Lacrime d'eros il 11 gennaio 2007 alle 13:24

    Chissà se la grande e attenta ascoltatrice va in solluchero anche per questo:

    “L’amante non disgrega la donna amata meno di quanto non faccia il sacrificatore cruento con l’uomo immolato. La donna nelle mani di colui che l’assale è privata della sua individualità; essa perde, insieme al pudore, quella salda barriera che, separandola dagli altri, la rendeva impenetrabile: bruscamente essa si apre al travolgimento del gioco, che fermenta negli organi sessuali, s’aspre alla violenza senza volto che la travolge dall’esterno”
    (G. Bataille – L’erotismo)

    o quest’altra perla di saggezza del becchino Bataille:

    “Il sacrificio, se è una voluta trasgressione, è l’atto deliberato che ha per scopo il repentino mutamento dell’essere che ne è la vittima. Quest’essere è messo a morte. Prima che ciò avvenga, egli era racchiuso nella particolarità individuale, e la sua esistenza era frammentata. Ma questo stesso essere, nella morte è ricondotto alla totalità dell’essere, all’assenza di particolarità. L’atto violento, privando la vittima del suo carattere limitato e donandogli l’illimitatezza, l’infinito che appartengono alla sfera del sacro, è voluto nella sua conseguenza profonda, come l’atto di colui che denuda la sua vittima, nella quale egli desidera e vuole penetrare”

  7. georgia il 11 gennaio 2007 alle 13:44

    lacrime d’eros ti vorrei dire cosa sei, ma non lo faccio visto che la rete è diventata peggio di un tinello e i borghesi minacciano di querele come si mangia la minestrina di dado in pantofole, però ti faccio presente che se io ho dei principi e combatto per dei diritti non mi sognerei mai di fare moralisticamente le pulci ai Grandi del passato. Credo che se lo facessi oltre ad essere moralisticamente pedante mi sentirei anche cretina perchè a forza di far le pulci resterei con le mani vuote dell’intelligenza umana del mondo. Chiaro che se a sostenere gli stessi concetti è una e-pulce che studia da pappa-gallo … mi rifiuto di leggerlo e magari pure mi ci incazzo ;-).
    geo

  8. Lacrime d'eros il 11 gennaio 2007 alle 15:13

    E’ tanto che cerco di capire che differenza c’è tra moralità e moralismo. Ecco chi me la spiega: morale è stigmatizzare il male quando è compiuto o teorizzato dall’uomo della strada (= e-pulce), moralistico è permettersi di condannare il pubblicista o lo scrittore (più o meno Grande).
    Bell’esempio di servitù intellettuale.

  9. georgia il 11 gennaio 2007 alle 17:42

    bho non ho parlato di morale:-).
    c’entrava come il cavolo a merenda o come il culo con le quant’ore (o ventiquattro dipende da quale religione segui).
    Soprattutto non mi sembra di aver parlato di pubblicisti e neppure di giornalisti e neppure di scrittori odierni.
    Ho parlato di grandi, e bataille è un grande (per me naturalmente) quindi che abbia scritto anche cose che non condivido a me non frega proprio nulla, sono abituata a prendere quello che mi serve oggi e lasciar perdere il resto.
    Aristotele era a favore della schiavitù e Spartaco ha lottato contro la schiavitù io naturalmente sono a favore di Spartaco, però se leggo di filosofia non ho dubbi da quale parte dirigermi, sì in questo caso mi faccio serva e schiava intellettuale senza alcun problema, e che Kavolo (a se merenda o a colazione scegli tu).
    geo

  10. Lacrime d'eros il 11 gennaio 2007 alle 18:10

    Giustissimo. Per esempio a me di Hitler piacevano i baffetti.

  11. georgia il 11 gennaio 2007 alle 19:14

    beh paragonare Bataille e Aristole a hitler hon lo avevo mai sentito dire, del resto oltre che di pubblicisti io non ho neppure parlato di criminali … per i baffetti passi, ma solo sul labbro di Chaplin.

  12. Valter Binaghi il 11 gennaio 2007 alle 20:18

    Dai Georgia, ci ho un po’ marciato per stuzzicarti. E’ che non sono quasi mai daccordo con te ma mi sei simpatica. Quasi una dichiarazione.

  13. marco rovelli il 12 gennaio 2007 alle 09:25

    Giuro che leggendo le prime righe del primo commento di “lacrime d’Eros” ho pensato a Valter Binaghi. Capisco, Valter, che la tua è un’idiosincrasia verso Bataille per motivi personali, però non si dovrebbe sovrapporre la propria storia al mondo.
    Dopodiché, i periodi che tu citi sono l’enunciazione di un fatto. Bataille non incita alla violenza, semplicemente svela i dispositivi dell’esistenza. Così come Girard, insomma, con la sua teoria, non incita nessuno a linciare chicchessia. Certo, qui manca il Redentore, e il conflitto è visto come irriducibile. Questa però è la natura della Tragedia, dai tempi dei tempi.

  14. Valter Binaghi il 12 gennaio 2007 alle 13:30

    Marco, mi fai torto se pensi che uno che insegna filosofia da venticinque anni e di Bataille ha letto quasi tutto ce l’abbia con un filosofo per “motivi personali”. Bataille forse non incita alla violenza ma confonde la mistica con la dissipazione. Il paragone con Girard non regge affatto. ma capisco che un blog non è luogo per argomentazioni serrate.

  15. millepiani il 12 gennaio 2007 alle 14:23

    “Bataille forse non incita alla violenza ma confonde la mistica con la dissipazione.”

    …e, di grazia, anche senza argomentazioni serrate, ci farebbe l’onore di dirci perchè B. le confonderebbe, e quale rapporto ci sarebbe tra le due e la violenza in B.?

  16. millepiani il 12 gennaio 2007 alle 14:30

    Aggiungo una piccola nota. Intanto saluto Marco, che non incrociavo da tanto, e lo ringrazio per questo testo, chiedendogli anche se forse non fosse stato già tradotto nella raccolta ‘Documents’ pubblicata da Dedalo nel 1974 che purtroppo non ho sottomano.

  17. marco rovelli il 12 gennaio 2007 alle 16:03

    Ma Bataille non è un mistico. (Questa, se mai, era l’accusa di chi come Sartre non lo aveva compreso). Nell’Esperienza Interiore vi sono pagine molto chiare ed esplicite su questo.
    Ciao Emilio, felice di ritrovarti, non sapevo fossi tornato alla luce… Nella raccolta che citi avevano tradotto quasi tutti i saggi, ma questo, incomprensibilmente, non c’era.

  18. Valter Binaghi il 12 gennaio 2007 alle 18:52

    @Millepiani
    Facciamo parlare Bataille:
    “Alberga nell’umanità un eccesso irresistibile che la induce a distruggere e la pone in concordanza con l’incessante e inevitabile rovina di tutto ciò che nasce, cresce, e si sforza di durare. Tutto ciò ha un significato in un certo senso divino, o più esattamente sacro: è il desiderio che c’è in noi di consumare e rovinare, di fare un falò di tutte le nostre risorse; è, in generale, la felicità che ci danno la consumazione, il falò, la rovina che soli decidono in noi atteggiamenti sovrani, vale a dire gratuiti, senza utilità, non servendo che a se stessi” (Da: “L’erotismo”)

  19. millepiani il 13 gennaio 2007 alle 07:55

    @ Valter Binaghi

    “Tutto ciò ha un significato in un certo senso divino, o più esattamente sacro…”. Mi pare che il passaggio sia chiaro: non c’è un rapporto tra dispendio e mistico, ma tra dispendio e sacro, che è cosa molto ma molto diversa. In più: ciò che B. istituisce è una relazione diretta tra dispendio e sovranità, non fra dispendio e mistico. Che la pratica del dispendio INCLUDA anche quella del sacrificio – e dunque implichi anche violenza – era posizione che B. aveva sino alla fine degli anni trenta. Ma, anche qui, non è così semplice: si tratta di AUTO-sacrificio (Acephale viene sciolta da B. stesso proprio per la difficoltà di far coincidere sacrificato e sacrificatore).
    In garbata polemica direi – se capisco bene i presupposti – che la tua è un’interpretazione piuttosto datata di B.

  20. marco rovelli il 13 gennaio 2007 alle 09:24

    “Auto-sacrificio”, sì. Tanto è vero che la pratica sacrificale più adeguata è quella dell’orecchio di Van Gogh (mi riferisco a un altro testo di Documents). Dico “adeguata”. A cosa? A dire il dispendio sovrano dell’essere. Perché il sacrificio, in Bataille, è prima di tutto una pratica mimetica, un segno performativo per mettere in scena (rap-presentare) il darsi infinito dell’essere, traboccante e senza scopo – l’Un-sinn nietzscheano. (Su questo, mi permetto immodestamente di rimandare a un saggetto che sarà postfazione alla traduzione di Sacrifices – uscirà per Stampa Alternativa tra qualche mese).

  21. un uomo da marciapiede il 13 gennaio 2007 alle 12:14

    binaghi, leggerLa è sempre un sacrificio…

  22. Valter Binaghi il 13 gennaio 2007 alle 12:49

    Una concezione estetizzante della cultura, che s’innamora delle parole e perde di vista le cose, fa si che sfugga la sostanziale equivalenza tra l’auto-sacrificio che non è un dono per nessuno al suicidio spirituale o fisico (dissipazione, appunto). Cultura della morte, che può permettersi chi vive in beata contemplazione del proprio ombelico, non chi ha figli da avviare al mondo.
    Ma che ve lo dico a fare?
    Uomo da marciapiede, fammi vedere come e cosa scrivi tu, così magari mi converto al bello stile.

  23. marco rovelli il 13 gennaio 2007 alle 13:20

    Se siamo arrivati ai figli da avviare al mondo – non c’è davvero più nulla da dire, mi pare.

  24. Valter Binaghi il 13 gennaio 2007 alle 15:10

    Eh, certo. Strillano i figli. E cacano anche. Poi chiedono significati e prospettive. Mica come le evoluzioni batailliane e post batailliane, che danzano coi tacchi a spillo sulle rovine.

  25. marco rovelli il 13 gennaio 2007 alle 18:24

    Oh, come siamo estetizzanti, Valter – “danzare coi tacchi a spillo sulle rovine” – immagine peraltro inadeguata a mettere in figura Bataille anche dal tuo punto di vista.
    E’ sinceramente sgradevole sentire un tono “inquisitorio” – io che allevo i figli, voi che vi guardate l’ombelico. Eh no, mio caro, tu non sai un cazzo di me. Tutto ciò è molto pretesco, nel senso peggiore e più deleterio del termine. Del resto sono convinto che di questo ti compiacerai.

  26. millepiani il 13 gennaio 2007 alle 19:09

    Marco, lascia stare, non ne vale la pena. Sin dall’inizio era provocazione e basta. Quando si comincia a parlare seriamente, attaccano, sparano i loro pistolotti e ne sono soddisfatti. A proposito di ombelichi…beviti un buon bicchiere di rosso alla loro salute…

  27. sitting targets il 13 gennaio 2007 alle 21:54

    “danzano coi tacchi a spillo sulle rovine”. binaghi sei un poeta. complimenti. gene kelly (cantando sotto la pioggia) ti fa una pippa.

  28. .. il 14 gennaio 2007 alle 00:22

    senti Valter Binaghi restiamo calmini con le parole..
    non giudicare la vita di chi non conosci,e tu Marco non ti abbassare al livello di quest’infelice..

    da:
    mezza depressa e,quando leggo certi attacchi gratuiti e ingiustificati,anche alterata.

  29. sitting targets il 14 gennaio 2007 alle 02:46

    @binaghi.
    @rovelli.
    @millepiani (non di morbidezza, a quanto pare)
    fate la pace se no m’incazzo di brutto o, a scelta, vi mando barbieri. io sono una vera belva, ma mi sa che è peggio la seconda opzione…

  30. Costanzo il 14 gennaio 2007 alle 03:34

    Buona camicia a tutti

  31. Valter Binaghi il 14 gennaio 2007 alle 09:47

    Naturalmente i figli erano metaforici, non biologici. Qui il problema non è avere mocciosi per casa o no, ma concepire la cultura nei termini della costruzione di un futuro o della resa alle pulsioni più nichiliste che si agitano al fondo del nostro occidente martoriato. Poi magari se uno i figli li ha sul serio si sente ancora più responsabile, in questo senso. Ma se giudicare in nome dell’umano o del disumano è pretesco, allora accetto la qualifica. Così come tra quello che definite pistolotto denigratorio (però attenzione: ho parlato sopratutto con citazioni batailliane) e l’acritica esaltazione della vestale non so mica dove sta lo stile più clericale.

  32. Sestoempirico il 14 gennaio 2007 alle 14:41

    @ Binaghi

    Forse il tuo problema è proprio che i tuoi figli sono metaforici. Le tue evoluzioni mentali comunicano frustrazione. Ed è una risposta violenta alla violenza della frustrazione. Che è dissipazione.

  33. Valter Binaghi il 14 gennaio 2007 alle 14:48

    @ Sestoempirico

    Il tuo invece è che hai litigato con la lingua italiana.
    Non si capisce un cazzo di che vuoi dire.
    I miei figli invece sono due, in carne e ossa.

  34. sitting targets il 14 gennaio 2007 alle 16:39

    d’accordo al 100% con binaghi. bataille ha fatto più danni di mike bongiorno. e questo sestoempirico deve aver messo l’alfabeto in un computer che ha sputato fuori il risultato della sua “scrittura”.
    ah binaghi, faccia pace con rovelli; è fissato con quell’aguzzino di bataille ma è “indiano” con le penne tirate a lucido.

  35. diego il 14 gennaio 2007 alle 17:00

    “[…] fabbricare vesciche che ci facciano da lanterne!”

    Per spirito di completismo, esiste una traduzione italiana del testo di Bataille pubblicata nel 1974 nella raccolta “Documents”, raccolta che rappresentò l’esordio della storica “Collana Bianca” della Dedalo libri di Bari.
    La trduzione è di Sergio Finzi.

    Luogo di pellegrinaggio: Hollywood

    Ci si domanda a volte, estremamente depressi, nel lasciare una occupazione che non ha niente di piacevole (come, senza parlare del lavoro, radersi, sistemare le proprie cose, tagliarsi le unghie), qual’è il prezzo di sforzi minuscoli, di cui si osa appena parlare, per paura di essere guardati con disdegno come si guarda una formica. E allora ci si accorge che il solo prezzo è probabilmente quello di poter constatare, senza possibilità di errore, che la partita (che non ha d’altronde avuto inizio che malgrado se stessi) è perduta in anticipo, poichè anche se ci si dovesse impadronire del potere di distruggere tutto e di ricostruire tutto ex novo, si preferirebbe qualche volta ammalarsi. In modo che il prezzo, in fin dei conti, deve essere una terribile malattia che è probabilmente già reale, nel corso della quale i più piccoli balocchi procurano tante distrazioni. Poiché siamo ancora qui, non c’è il minimo dubbio che una qualunque attività non abbia per scopo che di procurare un po’ di tregua, un po’ di respiro al disgraziato imbecille. Ma ciò non viene detto più per disprezzo, ma solo per disperazione e perchè il fallimento totale dell’attività umana può ancora passare, agli occhi di spiriti senza polizia, per niente di più che una distrazione.
    Tutto ciò potrebbe far ben capire perché, attualmente, Hollywood è l’ombelico della Terra, essendo il solo luogo dove non si pensa che a divertire il resto del mondo, a fabbricare le lucciole che sono le nostre lanterne! Hollywood, cioè la città per farvi singhiozzare o ridere fino alle lacrime, la commerciante di colpi di rivoltella, di avvelenamenti e di furti di banca e, in generale, di tutto ciò che fa circolare il sangue. Hollywood è anche l’ultimo boudoir dove la filosofia (divenuta masochista) potrebbe trovare le lacerazioni alle quali in fondo aspira: per una immancabile illusione non sembra, in effetti, che si possano ancora incontrare altrove donne abbastanza snaturate da apparire impossibili in modo così palese. Il fatto è che tutta la terra getta loro ogni giorno i soldi perchè non gliene manchino mai, come una volta si faceva con le statue delle divinità e dei santi: triste modo di porre la salvezza del cuore in un miraggio di orpelli.
    Ma più che ogni altro santuario, Hollywood potrebbe essere ora il luogo di pellegrinaggio di tutti quelli che la vita ha trattato come noi trattiamo volgarmente un pezzo di stoffa (per esempio quando ci ritagliamo un paio di pantaloni): non fosse che per la sua falsità impudicamente urlata, vera dea evidentemente, abbastanza nuda per piacere e per corrompere!

    diego

  36. marco rovelli il 14 gennaio 2007 alle 17:27

    @ diego.
    Avevo avuto sotto mano il libro che menzioni, ma solo per poco, essendo fuori commercio. La memoria mi diceva che lì Hollywood non c’era. Faccio ammenda, evidentemente. In ogni caso, ciò che mi premeva era riflettere su questo testo, facendone rilevare le intuizioni anticipatrici, ciò che fino ad ora, per quanto mi risulta, non era stato fatto.

    Quanto alle vesciche-lucciole, a me piaceva questa cosa che le vesciche-interiora-buio facessero luce, al di là del modo di dire figurato. Ma non sono un traduttore, questa è una traduzione che mi ero fatto per studio personale, dunque è possibile che mi sia posto in una prospettiva distorta.

  37. diego il 14 gennaio 2007 alle 18:09

    No Marco non volevo fare polemiche: conoscevo il testo e m’era sembrato strano quel “per la prima volta”.
    La storia delle vesciche l’avevo intuita, però già di suo lo scritto – oltre ad avere, nel bene e nel bene, i suoi ottant’anni – non è semplicissimo, metterci dentro altre sintesi/allegorie forse è un po’ eccessivo.
    Io cmq. non conosco neanche le lingue, quindi figurati.
    Il senso resta quello, prima di tutte le possibili dialettiche dell’illuminismo. E Bataille resta un unicum (ahinoi) irripetibile.

    diego

  38. marco rovelli il 14 gennaio 2007 alle 18:23

    Già. Curioso come uno che spende la vita in Palestina, rischiandola tutti i giorni, apprezzi così tanto Bataille. Ecco i danni che ha fatto Bataille, il suo estetismo che si guarda l’ombelico…
    (scusa Diego se ti uso come pretesto, ma a me fa incazzare non poco questa opposizione scurrile estetica/etica – quando mi si tocca sull’etica, mi imbestialisco. Il discorso di Bataille non è l’opposto dell’etica. Tutt’altro. Ma questo, vaglielo a far capire).

  39. diego il 14 gennaio 2007 alle 18:39

    è solo malafede Marco, e internet che delega la conoscenza alla presunzione di conoscenza non fa che accelerarne la paranoia.

    diego
    [cmq. in palestina ci sono stato solo un mese, non so se incosciamente spinto pure da bataille ;) vero è che di ritorno certe cose si finiscono per apprezzare più di prima, e quelle che si disprezzava – la sedicente realpolitica, per esempio – a disprezzarne soprattutto la diffusione e la coltivata menzogna che le regge]

  40. sitting targets il 14 gennaio 2007 alle 19:23

    non so se avete letto il libro “killing time in hollywood” di daniel. c. mercer: da quello che scrivete mi pare di no.
    la mgm offrì un contratto a bataille come sceneggiatore. lui accettò, scrisse una sceneggiatura, venne pagato, il film ovviamente non si fece, lui tornò a casa.
    provate a riparlare del tema tenendo nella mani questa notizia.

  41. marco rovelli il 14 gennaio 2007 alle 19:32

    A parte che, così come la riporti, non si capisce dove starebbe il problema – in ogni caso qui stiamo parlando dell’esperienza del pensiero batailleano, di ciò che dice, di ciò che mostra. Non dei pettegolezzi (i pettegolezzi sono una forma d’arte, scrive Agamben, basta sapere che si tratta di pettegolezzi).

  42. Valter Binaghi il 14 gennaio 2007 alle 19:40

    Gran pacche sulle spalle ai sodali e poi insieme dagli all’untore. Quando li tocchi sull’etica s’imbestialiscono. Perchè l’etica non è promuovere il sano e il valoroso e scartare ciò che è tossico, ma restare fedeli ai monumenti della propria giovinezza. Ollallà.

  43. sitting targets il 14 gennaio 2007 alle 19:49

    sì, è vero, ma c’è anche l’esperienza del vissuto batailliano. comunque fate voi.

  44. marco rovelli il 14 gennaio 2007 alle 20:06

    Valter, credo che manchi un vocabolario minimo comune per intenderci: “sano”, “valoroso”, “tossico” – non sono vocaboli che possono darmi una mappa accettabile del mondo. E pure sull’etica mi imbestialisco, sì. Solo che per me l’etica non si fonda sul tuo spazio concettuale. Nella meditazione sulla lingua sovrana che sto pubblicando ” a puntate” provo, in fondo, ad abbozzare un discorso sull’etica su altre coordinate concettuali. E non su vestali nè su monumenti.

  45. monmouth il 14 gennaio 2007 alle 21:41

    E’ terribile, quest’eterno ritorno dell’identico.

  46. millepiani il 14 gennaio 2007 alle 21:51

    @ Binaghi

    “Perchè l’etica [non] è promuovere il sano e il valoroso e scartare ciò che è tossico”.
    E con questa definizione di etica, che farebbe schiattare dalle risate persino un curato di campagna, la candidatura al trollaggio di fine settimana è assicurata.
    Buon proseguimento:per quanto mi riguarda la smetto di ‘intossicarmi’…dalle risate…e torno a più sani pensieri…

  47. alcor il 14 gennaio 2007 alle 22:42

    A prop dell’etica:

    Bataille, Sartre, Hyppolite. Dibattito sul peccato. A cura di Pierre Klossowski. Shakespeare & Company, 1980.

    Il dibattito si tenne a Parigi il 5 marzo 1944 e fu raccolto e pubblicato nel nr.4 della rivista Le Dieu vivant, nel ’45.

    Erano presenti al dibattito: Adamov, Blanchot, Bolin, de Beauvoir, Bruno, Burgelin, Camus, Couturier, i padri Daniélou e Dubarle, Gallimard, Hyppolite, Klossowski, Lahaye, Leiris, Lescure, Madaule, Marcel, Massignon, padre Maydieu, Merleau-Ponty, Moré, Mounir Hafez, Paulhan, Prévost, Sartre ecc.

    Quelli che sanno di Bataille già lo sanno, ma chi non sa potrà essere interessato, oltre che al contenuto, anche al numero e alla qualità dei presenti.

  48. diego il 14 gennaio 2007 alle 22:52

    # sitting targets
    bataille aveva progettato insieme ai suoi “amichetti” (gente del calibro di caillos) di farsi “sacrificare”. questa pantomima non ebbe mai luogo – per fortuna – ma era ridicola da qualsiasi punto di vista la si volesse guardare.
    bataille era succube della superiorità di un koievnikov (kojeve), molto più giovande di lui eppure così lucido, senza sbavature – e questi aveva buon gioco a denigrare le sue “stravaganze”.
    bataille era anche questo, un uomo di carne, mica Dio. sembra impossibile ai tempi nostri. come sembra impossibile, a me almeno, che qualcuno riesca oggi ad essere così lucido da scrivere qualcosa come “il limite dell’utile”. per esempio.

    #valter binaghi
    – l’etica è promuovere il sano e il valoroso e scartare ciò che è tossico –
    boh, che dirti, sarà proprio così

    #marco rovelli
    incredibile – veramente incredibile. cercavo una vecchia cosa che scrissi su bataille in un mio vecchio blog. ho usato google con chiave bataille+mio nick, ma la cosa non è uscita fuori: è uscita invece una pagina del blog che t’ho linkato, che ho messo giusto per non restare anonimo nei tuoi commenti. è un blog del 2005, quindi figurati. eppure ho scoperto che parlavo di “Documents” proprio nel post inaugurale, prima che partissi – me n’ero c o m p l e t a m e n t e dimenticato, giuro. e quindi forse “ecco i danni che ha fatto bataille, il suo estetismo che si guarda l’ombelico…” nello scherzo ci hai pigliato ;)

  49. Valter Binaghi il 15 gennaio 2007 alle 01:51

    @ millepiani
    Peccato che la definizione di etica che ti fa tanto ridere è quella classica, condivisa sostanzialmente dai greci fino a Nietzsche compreso.

    @ rovelli
    Se non c’è spazio universalmente praticabile (per esempio un’oggettiva definizione dell’etica) ma solo costruzione ideologica, insindacabile se non condividendone le “coordinate culturali”, allora siamo proprio a Babele, cioè la negazione stessa del discorrere.

  50. millepiani il 15 gennaio 2007 alle 05:21

    @ Binaghi
    peccato che il curato di campagna era quello che ha incontrato Bernanos e, purtroppo per te, camminava in una campagna novecentesca.
    E, certamente, era meno professorino di te, che pretendi di incarnare l’etica classica. Che, tra l’altro, letta in termini radicalmente fenomenologici, non potrebbe accettere questa definizione ‘parziale’.
    Tanto per dire, dal De Mauro:
    “è|ti|ca
    s.f.
    1 TS filos., parte della filosofia che studia la condotta morale dell’uomo e i criteri per valutarla: e. edonistica, kantiana | estens., opera che sviluppa tale argomento e che porta tale titolo
    2 CO complesso delle norme morali e di comportamento proprie di un individuo, di un gruppo o di un’epoca: e. quattrocentesca, e. cattolica”

    E comunque, il testo che sta pubblicando Marco sulla ‘lingua sovrana’ fa piazza pulita di tutte le sciocchezze che stanno volando in questi commenti.

    @ Alcor
    ‘Quel’ dibattito fa giustizia delle volute incomprensioni su B.

    @ Diego
    sulla pretesa ‘auto-sacrificale’ del gruppo di Acephale ho già scritto qualche post sopra. Se Bataille era succube di Kojeve, lo era tutta l’intellettualità parigina, cioè europea, degli anni trenta, da Lacan a Queneau, a Sartre, etc., etc….

  51. Sestoempirico il 16 gennaio 2007 alle 01:07

    @ Binaghi

    Perdona il ritardo, Binaghi dei miei coglioni. Visto, che ti dicevo? Il tuo problema è proprio la frustrazione. Passi all’offesa, e cominci ad esplicitare quel disagio e quella stipsi mentale che in principio avevi celato sotto una vanitosa carica filosofica. Quanto ha ciò che ho scritto, se non capisci due righe messe in corce (tra l’altro scritte in modo abbastanza semplice) quello che ha litigato con la lingua italiana sei tu.

  52. Sestoempirico il 16 gennaio 2007 alle 01:29

    @ Sestoempirico

    Ecco, adesso mi dimostrerai che ho litigato con la lingua italiana perchè m’è scappato un “quanto ha” invece di “quanto a”. In verità ci litigo quotidianamente, come darti torto? A dirla tutta credo che filosofia sia proprio, anzitutto, un litigio con la lingua, un capriccio scritturale, il cui senso conosce solo chi sulla lingua si ar.rovelli. Sei tu che ci litighi poco invece, come dimostrano sentenze squallide quali (perdonate se la cito un’ennesima volta) “l’etica è promuovere il sano e il valoroso e scartare ciò che è tossico”, che pare uscita dalla più becera della perorazioni isocratiche…e che sinceramente – per parlare come mangio – fanno proprio cascare i coglioni.

  53. Sestoempirico il 16 gennaio 2007 alle 01:34

    E c’è pure un “in corce” invece di “in croce”. Me ne compiaccio…

  54. Valter Binaghi il 16 gennaio 2007 alle 13:22

    Prova a firmarti nome e cognome, e poi ne riparliamo, o sei capace di sproloquiare solo dietro a una maschera?
    Quanto alle offese, direi che la cosa più offensiva in tutto questo parlarsi addosso è che la formula dell’etica classica, che non ti piace in un dibattito culturale, è probabilmente la stessa che usi nella vita: tenere ciò che fa bene e scartare ciò che avvelena. Segno di una schizofrenia purtroppo largamente condivisa, di una cultura di sinistra che ormai è totalmente autoreferenziale, e non ha più niente da dire al senso comune.

  55. Sestoempirico il 16 gennaio 2007 alle 18:23

    Lorenzo Rustighi, via Aurelia Ovest 90, 54110 Massa (MS), tel. 3404679104. Sesso: maschile. Età: 21. Professione: studente.
    Sei più felice adesso? Le parole devono avere un referente riconoscibile per essere efficaci? La parola è uno spazio comune, una volta proferita vale per ciò che è. Io non ti conosco per nulla, ciò non m’impedisce di dialogare con te, whoever the fuck on earth your are.

  56. Una Che Passa Di Qui Per Caso il 16 gennaio 2007 alle 19:50

    Sestoempirico sei un mito!non mi sono mai piaciuti gli schiavi di se stessi come il nostro professor(a quanto ho capito) Binaghi..

  57. Valter Binaghi il 16 gennaio 2007 alle 19:55

    Ciao pellegrina. Tu sei la frutta di quando uno è alla frutta?

  58. Valter Binaghi il 16 gennaio 2007 alle 19:59

    @ Lorenzo Rustighi
    E’ un vecchio clichè della mia educazione arcaica. Pensare in termini di persone, capire perchè uno si accanisce si di te più che sulle cose che dici, sapere se c’è una ragione o se è solo un modo per ammazzare il tempo.

  59. Una Che Passa Di Qui Per Caso il 16 gennaio 2007 alle 20:31

    no,in verità non credo d’arrivarci alla frutta,aime sono una semplice studentessa ignorante,ma i Tuoi modi così arroganti mi disgustano e te l’ho gia esplicitato in un commento dell’altro ieri.

  60. Valter Binaghi il 16 gennaio 2007 alle 23:12

    Non ho niente contro gli ignoranti, anzi, forse è l’unica forma di salvezza che ci è rimasta, ma per curiosità
    1) Bataille l’hai mai letto?
    2) Qui di arroganza ci vedi solo la mia?

  61. Una Che Passa Di Qui Per Caso il 17 gennaio 2007 alle 00:18

    non avrò letto quasi tutti i testi di Bataille,non avrò insegnato filosofia per 25 anni ma non ho assurde manie di protagonismo(esempio dei commento per Georgia):non vorrei impormi solo riportando citazioni(quindi limitandosi,a mio avviso) con il solo scopo di mettere in imbarazzo l’altro,questa si chiama mancanza di moralità:intesa come complesso sistematico di principi o Valori del comportamento,da chi si proclama il moralizzatore,da chi alleva figli metaforici,e non solo, e non si guarda l’ombelico.Ciò che ti manca è l’umiltà,sei tu a sproloquiare dietro un maschera,attraverso questa maschera ciò che diventa palese è la tua frustrazione.
    considero concluso il nostro dialogo,io torno alla mia ignoranza di un liceo emblema del provincialismo,dal quale uscirò un giorno e tu torna a te stesso,Narciso,schiavo del tuo sapere.In ultimo,Penso che la filosofia e far filosofia sia porre una relazione fra te e l’altro in termini di comunicazione,condivisione di concetti,un esporsi comune al limite,il limite del pensiero stesso,una ricerca del senso che si attua insieme all’Altro,non confutando l’altro ma dandogli la possibilità di errare liberamante al di là dei confini,tu non lo stai facendo.
    Dafne la pellegrina,non ancora frutta.

  62. Sestoempirico il 17 gennaio 2007 alle 00:54

    @ Binaghi

    Sei proprio afflitto da manie di persecuzione Binaghi. Mi accanirei su di te? Ma sei partito di testa? Ho solo detto la mia riguardo a ciò che hai scritto, mi sembrava palese. Al massimo sei tu che ti sei accanito su di me, quando al mio primo brevissimo commento ti sei limitato a dire che non si capisce un cazzo di quello che dico, invece di provare a capirlo. Se non avessi detto che insegni da 25 anni (donde deduco che sei come minimo sui 50 anni), direi che sei un ragazzino.

    @ Dafne

    Grazie mille.

  63. Valter Binaghi il 17 gennaio 2007 alle 01:18

    ciao belli

  64. Una Che Passa Di Qui Per Caso il 17 gennaio 2007 alle 09:31

    @ binaghi

    ciao belli..interessante affermazione.

    @ Sestoempirico
    figurati

  65. riccardo il 10 febbraio 2007 alle 17:04

    All’ipertestizzato ( nel senso del monsieur valeriano) Rovelli,
    ti faccio notare che Bataille non parla mai di etica ma di morale, ed è precisamente l’abisso greco-cappadociano che non li farebbe facilmente ricongiungere che gli dà il nerbo per poter dire: ” L’esempio di Genet corrisponde esattamente all’atteggiamento classico: egli infatti ricerco la sovranità nel Male, e il Male, in realtà, gli diede quei momenti vertiginosi in cui sembra che in noi l’essere venga scisso ed in cui, pur sopravvivendo, esoo sfugge all’essenza ( e qui spero che non ne farai incetta per rimpinzare il tuo già satollo mancamento batailliano, non leggere troppo in fretta, no!: è in questo eidos infatti che non si obiurga che l’ethos: n.d.r.) che lo limitava ( sembrano cucito su i ” formanilisti” del Volga… Bachtin, pur crist! teoria del romanzo? solo con il marezzamento lacaniano di Barthes essa mi sembra respirabile). Ma Genet rifiuta la comunicazione. E per il fatto di rifiutarsi alla comunicazione, Genet non raggiunge il momento sovrano, in cui cesserebbe di ricondurre tutto alle sue peroccupazioni tipiche di un essere isolato o , come dice Sartre, di un ‘ essere’, semplicemente; la comunicazione gli sfugge nella misura in cui egli si abbandona senza limite al Male. tutto si illumina a questo punto: ciò che sminuisce Genet deriva dalla solitudine in cui egli si rinchiude, in cui ciò che sussiste degli altri è sempre vago, indifferente. In una parola, egli fa per suo solitario vantaggio il Male. al quale era ricorso per poter esistere in modo sovrano. Il Male che la sovranità esige è necessariamente limitato, la necessità stessa lo limita. Essa si oppone a ciò che tenderebbe ad asservirla, nella misura in cui è comunicazione: Vi si oppone con quell’impulso sovrano, che esprime un carattere sacro della morale.” Rovelli e Binaghi, mi spiace ma nelle vostre osservazioni ho visto troppo della formichina d’ecole ( che è stata sempre quella che più tradisce la letteralità di un testo precisamente per il contegno un pò ottuso con cui non la vuol tradire, vale a dire non leggendola punto) per potervi aprire i damaschi della grande scena batailliana, ma non disperate.



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