Com’è scarna la lingua della gioia

11 gennaio 2007
Pubblicato da

di Andrea Inglese

Molte e diverse vie portano alla poesia, a questa persistente attività umana, a quest’arte dei suoni e dei significati. A questa poca, fittissima cosa che è il testo poetico. Una delle vie per ancora arrivarci, alla poesia, a quel poco di “poesia” di cui riusciamo, possiamo ragionare, è la fragilità.
La poesia è un’attività fragile, il fine di quest’attività è fragile (il testo poetico), e la fragilità è per certi aspetti la dimensione, la qualità saliente, entro la quale il poeta concepisce l’esistenza umana.

(La semplice formula “esistenza umana” è oggi quasi obsoleta, polverosa, libresca. Nel mondo delle merci, delle attività connesse alle merci, al loro consumo e alla loro produzione, nel mondo del godimento come ultima, sofisticata schiavitù, l’idea stessa che la vita di una persona possa comporsi nello spessore e nella coesione di “un’esistenza” e che tale spessore e coesione abbia qualcosa di propriamente “umano” ci sembra quasi un concetto religioso, un nome che allude a realtà trascendenti. In questa perenne alba, in questa pulsazione abbagliante, che è la vita come fluida energia che deve sempre e di continuo scorrere e scaricarsi nei dispositivi del piacere organizzato, dell’esibizione di sé, della puntuale o monotona prestazione salariale, la nozione di “esistenza” rinvia a qualcosa di remoto, torbido, oscuro, calcificato. Ma la poesia ricerca e crede nelle nozioni e nelle parole che perdurano. Se esiste un “potere” di raffigurazione delle parole, ossia un potere di assorbimento della vicenda umana, complessa, ambigua, enigmatica, in “figure di parole”, tale potere si basa sulla constatazione che il linguaggio è comune all’uomo attraverso i tempi, portatore non solo delle sue forme di vita spirituali e materiali più cangianti, mutevoli, effimere, ma anche di una sua costituzione spirituale e materiale più stabile, permanente, o dai movimenti lentissimi, millenari. Intorno agli assi costitutivi della nascita e della morte, della memoria e dell’amore, del desiderio e dell’orrore, il poeta trova, o cerca comunque, un terreno linguistico, a partire dal quale edificare la figura del suo presente percepirsi come essere umano tra altri esseri umani.)

Soprattutto oggi, la fragilità è il modo attraverso il quale possiamo percepire il legame tra vita e poesia, ossia tra ciò che siamo chiamati a raffigurare e i nostri strumenti di raffigurazione. Uso qui il termine “raffigurazione” per non usarne uno senz’altro impopolare, e ormai a ragione, ossia il termine “rappresentazione”. La “rappresentazione” è legata, per tradizione concettuale, all’ambito della conoscenza, e quindi della strumentazione, della ricerca e della sperimentazione, della verità e quindi dell’adeguatezza tra rappresentazione e realtà rappresentata. La “figura”, invece, rimanda all’ambito del riconoscimento, del vedere e sapere ciò che è “sempre sotto gli occhi di tutti”, ciò che “già siamo”, senza specifico bisogno di nuovi strumenti ottici e di nuovi esperimenti. La “figura” non dà forse verità, ma offre senso, ovvero risorse per accogliere quella complessità e quell’enigma che siamo, non come ruoli o funzioni, ma come individui, o gruppi sociali, destinati a muoverci attraverso narrazioni incomplete, lacunose, illusorie. La raffigurazione poetica, in particolare, mi è sempre sembrata una risorsa per tollerare il caos delle nostre vite, per amare le nostre vite nonostante la fragilità che le contraddistingue.

(Mettere la nostra vita in figura di parole, non è mai cercare una soluzione – da qui anche il carattere impolitico della poesia –, ma comprenderla [e magari riuscire ad amarla] come una vicenda che, di fondo, nella sua totalità, è insolubile.)
In un mondo che sempre più vede trionfare la potenza della tecnologia, della scienza, delle armi, dei grandi dispositivi di mercificazione della vita, le persone, individualmente, o come gruppi, permangono costitutivamente fragili, esposti all’inganno, alla manipolazione, o all’autoaccecamento, alla follia, alle dipendenze più distruttive, alla morte più banale e imprevedibile.
È su questo scenario di fragilità permanente e residua, che poco o nulla c’entra con il tema mediatico dominante dell’insicurezza, che può acquistare nuova ragione la scrittura poetica.

Giuseppe Mandelstam
Da Tristia (Berlino, 1922)

3

Io amo le abitudini del filo:
il fuso ordisce, ronza l’arcolaio.
Quasi peluria candida di cigno,
ecco giungere Delia a piedi nudi.
Debole tronco della nostra vita,
com’è scarna la lingua della gioia.
Tutto già fu ed ancora si ripete.
Ma il riconoscimento è sempre dolce.

Renato Poggioli, Il fiore del verso russo, Mondadori, 1968 [Einaudi, 1949]

*
Questo pezzo è tratto dal numero due di “Per una critica futura”
www.cepollaro.it/poesiaitaliana/CRITICA/crit002.pdf

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46 Responses to Com’è scarna la lingua della gioia

  1. davide racca il 11 gennaio 2007 alle 15:41

    caro andrea, alla fragilità “permanenete e residua” di cui parli mi pemetto di aggiungere solo (anche solo per esplicitare qualcosa di presente nella tua riflessione): la fragilità è un atto di forza. perchè fa a meno della verità. farne a meno significa sospendere un dogmatismo imperante, che sia politicante, edonistico, estetizzante (e le tre cose vanno spesso a braccetto). ma questo non vuol dire abiurare alla ricerca di un senso. più si va a fondo con la propria sonda più cadono le verità di cui sopra, e di più in più i travestimenti che si usano per incarnarle nel multiforme e animalesco spirito di potenza. ed ecco che all’osso si riscorge la fragilità. la fragilità di un mandel’stam contro stalin per esempio.

    la distinzione tra “rappresentazione” e “raffigurazione” fai bene a farla e cogli il punto. la rappresentazione è stalin, e il suo profilo in gigantografia dice la verità del comunismo (e per i più coscienti anche dei gulag). la figura, la raffigurazione è quella mandel’stam di cui riporto dei versi contro il dittatore:

    Viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese,
    a dieci passi le nosrte voci sono già bell’e sperse,
    e dovunque ci sia spazio per una convesazioncina
    eccoli ad evocarti il montanaro del Cremlino.
    Le sue tozze dita sono vermi sono grasse
    e sono esatte le sue parole come i pesi d’un ginnasta.
    Se la ridono i suoi occhiacci da blatta
    e i suoi gambali scoccano neri lampi.

    Ha intorno una marmaglia di gerarchi dal collo sottile:
    i servigi di mezzi uomini lo mandano in visibilio.
    Chi zirla, chi miagola, chi fa il piagnucolone;
    lui, lui solo mazzapicchia e rifila spintoni.
    Come ferri di cavallo, decreti su decreti egli appioppa:
    all’inguine, in fronte, a un sopracciglio, in un occhio.
    Ogni esecuzione, con lui, è una lieta
    cuccagna ed un ampio torace di osseta.

    Novembre 1933

  2. cara polvere il 11 gennaio 2007 alle 15:56

    forse

    ” le persone, individualmente, o come gruppi, permangono costitutivamente fragili, esposti all’inganno, alla manipolazione, o all’autoaccecamento, alla follia, alle dipendenze più distruttive, alla morte più banale e imprevedibile.”

    e sottolineo le persone individualmente permangono fragili…
    anche fragili nel senso che sono soggette ad errore

    allora questo articolo si può intendere finalmente come esortazione alla comprensione e ad una lettura più attenta della poesia cosidetta “autoreferenziale”?
    o meglio cosidetta: umorale?
    o meglio ancora: “viscerale”?
    insomma quella poesia che è un prodotto del fallimento organico contro la morte, che parla di cose molli, deteriorabili, di spurgi, di inguini, di lune private che scavano sotto le lenzuola, di membrane e di pensieri intimi da rottamare?

    dunque poesia “fragile” che io azzardo a chiamare anche poesia “di posizione” intendendo per posizione il “luogo-testo poetico” dove la persona (L’INDIVIDUO) è posta, situata.
    quindi per me autoreferenzialità è sinonimo di posizione e di “soggetto a cadere in errore” e proprio per via della fallace
    costituzione valevole di ascolto perchè ci riguarda tutti-
    un saluto
    paola

  3. esterhazy il 11 gennaio 2007 alle 18:02

    …mi chiedo il motivo di quella italianizzazione del nome di Osip Mandel’stam (che fa tanto anni Trenta).
    Mi ricorda una vecchia edizione de “La montagna incantata”, in cui il protagonista si chiama Giovanni Castorp e il di lui cugino Gioachino Ziemssten!

  4. alcor il 11 gennaio 2007 alle 18:17

    Ben fatto, Inglese, bello.

  5. michele il 11 gennaio 2007 alle 20:53

    Le parole non esistono, non sono mai esistite. Stolto chi crede nella parola. Questa finzione, la parola è solo menzogna. Il poeta non usa le parole, non sa cosa farne, ne fa a meno. Chi crede di essere poeta perchè usa “parole millenarie” e comunica fragilità egocentriche, usa parole millenarie e -parla- di fragilità, non fa poesia, insegue l’idea di poesia buona per signorine. La poesia si fa con il sangue, con lo sputo, con il coraggio, non con le parole. Forse si parlava di atmosfere poetiche,

  6. carla bariffi il 11 gennaio 2007 alle 21:04

    Fragilità, parola così delicata, eppure in sè racchiude forza, quella forza che sa mostrarci, nudi, agli occhi del mondo.

  7. vincenzo ostuni il 11 gennaio 2007 alle 22:37

    Caro Andrea,

    la categoria della fragilità che utilizzi mi sembra molto fertile: ma due o tre sue possibili (anzi, direi, immediate) implicazioni, nella versione che ne dai, m’inquietano un poco. Ovvero: che la fragilità sia un costituente essenziale di una testimonianza “autentica” e “riappropriante” – un “riconoscimento”, cioè, dell’altro e, assieme, della propria stessa inevitabile appartenenza a un contesto collettivo, in cui si è gettati e sempre in relazione (e più che a Heidegger mi riferisco allo Sloterdijk di Sfere che, spero al più presto, leggeremo in traduzione italiana): questo mi trova perfettamente d’accordo. E’ il rapporto con la nozione di verità che mi preoccupa – e ancora di più nella prima parte dell’intervento di Davide Racca: una verità, sembra, intesa esclusivamente come adaequatio rei et intellectus, piuttosto che – più modernamente – come limite, ideale regolativo, o “invarianza” (Nozick). Fragilità a rischio di “debolismo” filosofico, mi pare, o almeno temo.

    Di invarianze, addirittura di universali umani, accenni proprio tu, invece – a mio parere in contraddizione. Mi sembra cioè che, in un’apparente liscezza, la tua argomentazione oscilli fra una rinuncia precoce alla “verità” a vantaggio del “senso” (ma tarda, certo, se pensiamo ai Lyotard o ai Feyerabend di turno) e un universale assoluto, trans-storico, transculturale: “il linguaggio è comune all’uomo attraverso i tempi, portatore […] di una sua costituzione spirituale e materiale più stabile, permanente, o dai movimenti lentissimi, millenari” – che mi inquieta altrettanto. Come mi risolvi questo spigolo, questa frizione? Se lo è, ovviamente. Ma se lo è, nessuno dei suoi corni mi trova aderente.

    L’altro motivo d’inquietudine, che increspa la generale empatia, invece, verso il tuo spunto, ha da fare piuttosto con l’utilizzo del termine “la poesia”, come se l’interezza della poesia – e cos’è l’interezza della poesia se non, empiricamente, l’insieme delle produzioni poetiche di una determinata epoca? – fosse predicabile di altro che non sia semplicemente l’andare a capo prima del margine destro. Sono abituato ancora a una visione polemologica della letteratura, in cui alcuni la _fanno_ in un modo, altri in un altro, o in altri; allora ti prego di chiarirmi: ogni poesia (degna di questo nome) è “fragile”, nella tua accezione? (E potrebbe ritenersi tale, concordo, ma solo rispetto alle forme di distribuzione della cultura di cui, comparativamente ad altre espressioni, si trova a [potersi] servire; ma per un fattore dunque sociologico e politico, e non estetico o poetico). Oppure pensi a una nuova poetica militante, e dunque il tuo spunto riveste una dimensione normativa?

    Tutto qui, ma molto altro,
    Vincenzo

  8. silvia c. il 11 gennaio 2007 alle 22:59

    E se fosse una fragilità che ha a che vedere con la solitudine?
    Con l’assenza di compagnia che danno i personaggi al romanziere, i discepoli ai maestri e gli applausi ai politici?
    Una solitudine che può implicare costante con-fusione tra senso e verità?

  9. antonio sparzani il 11 gennaio 2007 alle 23:10

    caro inglès, un gran pezzo: molto mi colpisce e mi piace la tua opposizione tra figura e rappresentazione; nel mio immaginario la distinzione è che la figura può darti _calore_, ti può scaldare il cuore, la rappresentazione assai raramente. E cosa c’è di più interessante del calore.
    Caro Vincenzo, non dire, ti prego, “i Feyerabend di turno”, di F. ce n’è stato uno, ed è stato un grande, in molti sensi, malgrado quel che racconta in quella sua smozzicata ma rivelatrice autobiografia (“Ammazzando il tempo”).

  10. davide racca il 11 gennaio 2007 alle 23:22

    Egregio Vincenzo Ostuni,

    mi chiama in causa nella sua riflessione e io le rispondo per quel che mi riguarda. sgombro immediatamente il campo da equivoci: non intendo assolutamente la verità come adeguamento dell’intelletto alla cosa. nè tantomeno credo che si stia parlando di poesia “fragile”.

    la verità cui mi riferisco è piuttosto una verità data per certa dall’esterno (vedi il comunismo secondo stalin, come caso limite storico) e che non ammette la diveristà. nel mio caso si contrappone a questa visione massimalista ed escludente, la “debolezza” radicale -rispetto al regime- di un poeta come mandel’stam che non a caso è morto in un gulag. ma quando parlo di “debolezza” o “fragilità”, non intendo minimamente dire che mandel’stam sia un poeta debole. lo è rispetto al regime che può su di lui la vita e la morte. ma non assolutamente da un punto di vista poetico, dove invece credo -e lo dimostra, spero, la poesia che faccio seguire al mio post- che la sua forza sia enorme, tanto più forte quanto più si scopre libera dal tiranno, dal potere.

    la frgilità non è un attributo della poesia. la poesia se è tale è sempre forte. altrimenti non è.

    distinti
    saluti

  11. vincenzo ostuni il 11 gennaio 2007 alle 23:38

    Caro Davide,

    infatti Mandel’stam, per come la vedo io, aveva una “verità” da contrapporre al dogmatismo – e la poesia che riporti, e la sua opera, lo dimostra bene. Mandel’stam era fragile: ma non era debole. E non era contro la “verità”. Così posta, la diatriba sembra nominalistica, temo; penso che non lo sia, tuttavia, nei termini del mio precedente post. Tutto qua.

    Grazie,
    Vincenzo

  12. vincenzo ostuni il 11 gennaio 2007 alle 23:38

    @ Antonio

    Grande, per tanti versi. Ma, semplicemente, non è vero che “anything goes”.

    Vincenzo

  13. davide racca il 11 gennaio 2007 alle 23:40

    Perfetto, volevo solo chiarire. Chiarito!

    Grazie a lei

  14. vincenzo ostuni il 11 gennaio 2007 alle 23:41

    @ davide

    Ho 36 anni, non merito il lei.

    Ciao,
    Vincenzo

  15. lello voce il 12 gennaio 2007 alle 07:48

    sono stupefatto… fragile no, ma stupefatto sì…

    lv

  16. Marco Saya il 12 gennaio 2007 alle 12:18

    Bel pezzo! Più che di fragilità, forse, azzarderei parlare di “passività” dell’umano e di tutte le arti ad esso associato. Ciao Marco

  17. essezeta il 12 gennaio 2007 alle 12:29

    una delle cose più belle che abbia letto ultimamente, non solo di a. inglese.
    mi fa molto piacere, andrea, vedere che tutto procede…
    amities,
    sz

  18. veronique v il 12 gennaio 2007 alle 13:16

    Fragilità perché il poeta dà il suo sangue alla creazione artistica. Si mette a nudo allo scopo di cogliere la verità della lingua.
    Esser nudo di fronte alla solitudine soffocante.
    Fragilità perché tutta la forza va alla scrittura.
    Sensibilità perché preconcetti e ragionamenti rassicuranti cadono, percio il dubbio consuma il poeta.
    Ma forse mi sbaglio, non sono poeta.

  19. Marco Saya il 12 gennaio 2007 alle 13:29

    @veronique

    “…il dubbio consuma il poeta.”

    2.000.000 di poeti consumati dal dubbio?

    Ho qualche dubbio a tal proposito…

    Ciao
    Marco

  20. cara polvere il 12 gennaio 2007 alle 14:26

    la percezione delle esistenze.
    anche il “poeta” è fallace nel percepirle.
    esse montano, schiumano,sono scon-fitte a sè.
    e non solo esistenze umane..
    vedi van gogh quando muore nei suoi colori dipingendo i fiori e si prepara a dipingere la sua morte facendo “morire” di giallo i suoi girasoli . la sublimazione dell’amore per la vita
    proponendosi materia su materia marcescibile-
    c’è la fragilità del compromesso tra il corpo e il sovrannaturale , c’è la fragilità del d u b b i o, c’è la vita in un uomo che sceglierà la morte come “posizione” poetica.
    perchè non si può parlare solo del testo come tessuto scritto ma anche come di coperchio di terra, oggetto di terracotta, di cuocere la nascita e quindi anche la morte.
    (polvere alla polvere)
    un saluto
    paola

  21. cara polvere il 12 gennaio 2007 alle 14:30

    per il poeta, il cuocere senza valore aggiunto.
    ma quel poeta è distante oggi dalle stelle di van gogh che, di notte, da sotto il suo cappello pieno di candele, incontrava una luce stellare che nessuno ha mai posseduto come lui.
    nessuno.
    van gogh è un poeta perchè aveva fame di stelle.
    paola

  22. pat garret il 12 gennaio 2007 alle 14:59

    Troppi i temi e troppo poeticamente toccati.
    (richiama troppi commenti altrettanto “poetici”)
    Si può anche dire “che bello questo post”.
    E lo dico.
    Ma subito dopo viene da chiedersi cosa in realtà significhi, quale tema voglia toccare, tra i tanti della selva tematica inestricabile connessa col concetto e la prassi della poesia.
    A me viene alla mente una proposizione conclusiva un po’ andante del tipo “la poesia salva la vita”, ma non credo che siano queste le conclusioni di Inglès.
    Non credo ad una particolare fragilità dell’umano nell’oggi, cioè non siamo più fragili di quanto lo siamo stati in passato, casomai di meno, oppure in modo diverso.
    Le nostre condizioni sono piuttosto quelle perfettamente descritte nel titolo di un’opera di Henry Roth: siamo “alla mercè di una brutale corrente”, cui penso sempre non ci si possa opporre, ma solo eventualmente tirarsene fuori, mettersi di lato, lasciarla passare, sottrarsi; oppure starci dentro e difendersi, nuotare, mai smettere di applicare la mente per cercare di comprenderne origine, direzione, forza, esito.
    Se la poesia riesce a farsi una branca del pensare, contribuendo a questa applicazione del pensiero sulla “brutale corrente” per me va bene.
    Se seguita ad avvolgersi nell’esistenziale avendo come primo e ultimo orizzonte il sé, mi va meno bene.
    (Ecchissenefrega direte voi).

  23. gian ruggero manzoni il 12 gennaio 2007 alle 15:14

    Condivido il commento di Voce… infatti resto quel tanto basito (anche se piacevolmente) quando oggi si parla di fragilità (in particolare quando il mondo della poesia è più che altro animato da ragionieri del verso). Cmq trovo il pezzo molto bello e condivisibile seppure mi ponga in altre posizioni (ma questo non conta, l’importante è il riconoscere). Complimenti.

  24. andrea inglese il 12 gennaio 2007 alle 16:38

    ora mi trovo di fronte a una serie di commenti che quasi tutti comprendo e che nello stesso tempo interrogano con serietà e acume quanto ho scritto; questo è molto bello e vi ringrazio, ma non so se riusciro’ a rispondere, esplicitando sopratutto alcuni miei presupposti;

    in via generale mi soddisfa che il semplice termine di “fragilità” susciti quasi automaticamente il dispetto di alcuni; a volte ci serve ragionare su dei termini meno familiari e ovvi, perché serve almeno a distinguere quelli che tengono più ai ragionamenti da quelli che pavlovianamente si muovono per “segnali amici/segnali nemici”.

    Tutto questo breve pezzo è nato come semplice commento ad una strofa della poesia di Mandelstam, in una traduzione assai “vecchiotta”. Eppure trovo questa strofa in particolare strepitosa.
    Essa mo ha permesso di mettere a fuoco un paradosso: quella che noi chiamiamo poesia lirica (e qui rimando al saggio di Mazzoni “Sulla poesia moderna”, cosi non ci perdiamo negli equivoci: “lirico” si contrappone ad epico, tragico, satirico, ossia è termine che non riguarda le poetiche novecentesche ma la storia dei generi poetici nel corso dei secoli)
    la poesia lirica, dunque, ha tra i suoi temi privilegiati (e i suoi conseguenti modi) la fragilità dell’esistenza individuale umana; per chi non ha chiaro questo concetto pensi a questo: domani io, mia madre, suo fratello, l’uomo o la donna che più ama, puo’ morire, nel modo più imprevisto, e più banale, che esista. Punto. Questo duro, irriducibile dato di fatto, getta una luce tuttta particolare sulla nostra esistenza. Luce dentro cui i testi poetici spesso guardano. Ma questa fragilità questi testi la colgono grazie al linguaggio, linguaggio che, invece, ha una straordinaria potenza (potenza figurativa), perché riesce a parlarci di questa fragilità attraverso i secoli, da Saffo a Catullo, fino a Mandelstam, o Penna, o Zanzotto, ecc.

    figurazione della fragilità attraverso la potenza del linguaggio, delle sue strutture invarianti, grammaticali, sintattiche, e per certi versi semantiche;

    ecco un primo chiarimento; in tutto questo non c’è pero’ nessun immediata implicazione con la mia poetica, ma semmai un piccolo passo in direzione teorica sulla questione del rapporto che puo’ esistere tra concezioni diverse della poesia nell’arco della storia;

  25. cara polvere il 12 gennaio 2007 alle 18:43

    @ pat

    Troppi i temi e troppo poeticamente toccati.
    (richiama troppi commenti altrettanto “poetici”)

    mi chiedo che senso abbiano queste due frasi
    dato che chi scrive l’articolo scrive anche poesia
    e si “espone” con delle riflessioni, dove sta il “troppo?”

    che peccato ci sia sempre qualcosa che non mi torna
    ma forse sono io che mi sposto troppo velocemente.


    mi sembra quel principe che non capendo un’acca di musica disse soavemente a Mozart, dopo avere ascoltato una sua opera: “uhm, signor Mozart… qui ci sono troppe note…”
    (dal film “Amadeus” di Forman)
    un saluto
    paola

  26. andrea inglese il 12 gennaio 2007 alle 19:15

    a Vincenzo

    provo a rispondere alla prima tua questione: il mio discorso riguarda qui esclusivamente il discorso poetico; ora il concetto di verità ha per me senso entro altri ambiti, prassi e discorsi; quindi non lo liquido, ma dico che per quanto riguarda la poesia la coppia rappresentazione/verità mi sembra meno pertinente che quella figurazione/senso. Questa sottolineatura va incontro anche ad una riflessione di amici poeti come Marco Giovenale o Gherardo Bortolotti (e non sono i soli) che si interrogano su forme di poesia sganciate da norme mimetico/realistiche…
    Dopodiché mi rendo conto che la faccenda rimane assai ardua da concettualizzare. Senz’altro qualche buon teorico avrà già portato avanti il discorso. Io non possiedo pero’ ricchi riferimenti su questo snodo: rappresentazione/figurazione.

    Il discorso sulle invarianti antropologiche e lo zoccolo duro del linguaggio, vorebbe compiere qualche passo in direzione di Rossi Landi e di Wittgenstein, per rendere conto di come i criteri storici che definiscono un genere letterario (la sua prassi, la sua fruizione ecc.) dovrebbero essere affiancati a dei criteri di “lunga durata”, ancorati a strutture del linguaggio umano (strutture che sono del linguaggio e della vita umana, giochi linguistici e forme di vita). Ecco: cosi esplicitato il discorso mi sembra essere più indigesto. Ma questi sono i presupposti da cui sono partito. Mastodontici presupposti, molto più modesto pezzo.

  27. vincenzo ostuni il 12 gennaio 2007 alle 19:57

    @ andrea inglese

    Caro Andrea,

    certamente, la coppia raffigurazione/senso mi sembra più adatta (terminologicamente) a un dominio estetico; ma mi sembrava trasparire un’avversione metaestetica, direi, alla nozione di verità, intesa univocamente come adaequatio. Ma come accennavo nel post precedente, la disputa, a parte questa precisazione sull’estensione della nozione di verità (che, comunque, lo ammetto, non è teoreticamente innocente), va sul nominalistico. (Del resto, se riesco a immaginare come una poetica possa essere sganciata da pretese di adaequatio, mi chiedo quale poetica empiricamente rilevabile possa esservi _agganciata_, se non a un livello metaforico e in modo molto lasco!).

    Mi sembra che Wittgenstein e Rossi-Landi (che conosco però molto molto meno) siano molto poco “invariantistici” e universalisti, e direi la loro analisi del “lavoro della lingua” o dei giochi linguistici è tutta versata sul fronte di uno spiccato culturalismo. Non sono proprio i primi due autori cui mi riferirei in direzione di una scoperta, o di una messa in gioco, di invarianti storiche o culturali…

    Comunque grazie delle precisazioni. Spero a presto,
    Vincenzo

  28. cara polvere il 12 gennaio 2007 alle 21:17

    “la coppia raffigurazione/senso mi sembra più adatta (terminologicamente) a un dominio estetico; ma mi sembrava trasparire un’avversione metaestetica, direi, alla nozione di verità, intesa univocamente come adaequatio. ”

    “Del resto, se riesco a immaginare come una poetica possa essere sganciata da pretese di adaequatio, mi chiedo quale poetica empiricamente rilevabile possa esservi _agganciata_, se non a un livello metaforico e in modo molto lasco!

    (chiedo scusa ma sembrano le indicazioni di un bugiardino, mi devo iscivere al liceo classico, mi sa)

    mamma mia, quante citazioni e quanto periodare di poesia.
    mi ci vorrebbe un’altra vita intera per approfondirle tutte.
    la poesia si rivolterà nella tomba in cui l’hanno spinta a colpi di adaequatio
    ma farete felice “pat”.
    ciao
    paola

  29. fm il 12 gennaio 2007 alle 21:23

    ‘Mi sembra che Wittgenstein e Rossi-Landi (che conosco però molto molto meno) siano molto poco “invariantistici” e universalisti, e direi la loro analisi del “lavoro della lingua” o dei giochi linguistici è tutta versata sul fronte di uno spiccato culturalismo’

    questo NON vale per rossi-landi. e infatti è interessante questo riferimento di inglese. sarebbe interessante capirne l’origine e, magari, i possibili sviluppi. di conseguenza.

  30. pat garrett il 13 gennaio 2007 alle 10:49

    @cara polvere
    pat è felice.
    per fare buona poesia occorre in primis dimenticare il liceo.

  31. cara polvere il 13 gennaio 2007 alle 10:51

    @pat
    appunto.

  32. michele il 13 gennaio 2007 alle 12:18

    Mi sembra, come -quello- che dice: “conosco la morte. La -ho- osservata da vicino, sono stato più volte dinanzi al patibolo ed ho assistito alle impiccagioni con massima attenzione”. (adaequatio) Ma potremmo infilarci anche mimesis. Così è la tragedia della poesia. Mio padre è stato ripetutamente (come gioco nei campi) esposto alla fucilazione. Non so nulla di quel gioco “tedesco” ma ho avuto mio padre. Fragilità, o pretesto ad una poetica scenografica. Mio padre non era un uomo fragile, amava la vita come dono misterioso, come sorgere del sole, e non come fortuna tra una fucilazione “mirata” ed un altra. Quanta volgarità nella parola -sfortunati-. E ora vedo qui parlare di poesia come si dovesse parlare di idraulica. Con una finta sapienza da breve manuale del disumano che è, e vuole essere tutto piùttosto che umano, che soffre del vuoto, che si aggrappa alla folgorante idea. L’idea che genera metafore poetiche. Le analisi dei fluidi umani, i flussi vitali, le costellazioni, le fortunate primavere, i congiunti e disgiunti amori di mezza estate, il rimprovero untuoso della mala educazione. La cultura è pretesto, menzogna di verità, sapiente Ombra, affabulatrice di chiacchiere. Giuseppe Inglese, poeta calabrese nacque in Arena il 27.9,1823 pubblicò nel 79 un volume di canti Dio e popolo ecc, ecc, sono Colto? Mi rendo conto, che l’involuzione di senso poetico e congiunta all’ingenuità e alla educazione scolastica con i riti idioti dell’apprendere, ma un attimo mi fermerei nel considerare la parola scritta, come negazione e probabile finzione, come mistificatrice di una verità altra. Accetterei la disfatta, e sarei dolcemente più severo. Considero (io) volgarità la spiegazione sapiente, il volare tra poporzioni velate e sotto intese (per pochi eletti). Ma sono sempre fiducioso per la magia della capriola (all’indietro).

  33. vincenzo ostuni il 13 gennaio 2007 alle 13:52

    @ vari

    La poesia è malata dell’essere creduta un fatto mistico. Da un paio di centinaia di anni. Virus del genere, vedo, si aggirano anche qui.

  34. andrea inglese il 13 gennaio 2007 alle 14:04

    a Vincenzo e fm, qui si aprirebbe una discussione strettamente filosofica; e certo altri meglio di me la potrebbero condurre; un punto solo vorrei ribadire: il Wittgenstein iperculturalista/relativista di Lyotard non è che una semplificazione di Wittgenstein. In effeti, passare attraverso Wittgenstein significa riconsiderare criticamente (tra le altre cose) l’opposizione netta universalismo/relativismo naturalismo/culturalismo. Detto in modo molto semplice: le invarianti antropologiche esistono (anche per W.), ma costantemente inserite in contesti ampi e intrecciati di pratiche che hanno un carattere storico e relativo. La storicità delle forme di vita non ci impedisce di percepire delle continuità tra culture storicamente o geograficamente lontane. Questo è il modo, almeno, con cui io leggo Wittgenstein, sulla scorta di un filosofo come Descombes.

    Ora questo percorso concettuale fluido, rispetto alle antinomie canoniche, mi sembra utile per pensare continuità e discontinuità all’interno di una pratica come quella poetica.

    a michele, non ho capito molto del suo intervento, ma lo ringrazio dell’informazione sul poeta calabrese Giuseppe Inglese.

  35. michele il 13 gennaio 2007 alle 14:40

    Concordo con Fatto-mistico- malattia. E comprendo pure l’incomprensione.

  36. cara polvere il 13 gennaio 2007 alle 15:09

    non credo vi sia astrazione dalle cose del mondo parlando di terra e non credo che nemmeno la filosofia si possa astrarre dalla terra, venendole altrimenti a mancare la base su cui far ballare gli uomini.
    un saluto
    paola

  37. cara polvere il 13 gennaio 2007 alle 15:20

    mai detto che la poesia sia un umore animale benefico.
    tutt’altro.
    ma si cerca di stemprare questa valenza malefica – malefica perchè fa male come un dente nella scodella infiammata della sua gengiva, accrocchiando tutte le lontananze che l’uomo si è inflitto tra lui e il “sacro”, e riducendole a inene materia prima da discount.
    si fugge dal “male” senza attraversarlo e tutte queste discussioni pieni di nomi e termini sono una fuga dai recessi della poesia non un accoglierli come si dovrebbe ospitare un affamato.
    ma come la foresta amazzonica che non cede alla distruzione anche la poesia seppur ridotta ai minimi termini troverà il suolo per inghiottire le ruspe.
    la poesia a fame e invecei la si imbocca di pappette omogeneizzate.
    non la si vuole “ascoltare”. e se scaricassimo le poesie sul cellulare come si fa per le suonerie?
    chiamata e invece dell’ultima canzone una bella poesia.
    sarebbe già qualcosa
    paola

  38. cara polvere il 13 gennaio 2007 alle 15:33

    inene–>inane
    ma va bene anche imene inane
    e inanizione al posto di iniziazione

  39. vincenzo ostuni il 13 gennaio 2007 alle 16:19

    @andrea

    Non è certo al Wittgenstein di Lyotard che penso, ma neppure all’intepretazione di Descombes, che mi pare minoritaria ed eccentrica. E’ strano che tu scelga Wittgenstein come punto di riferimento, quando la sua prima produzione è, indisputabilmente, realista e la seconda, con complicazioni, certo, ma legata a una versione molte contingente della visione del linguaggio (certo, è vero che c’è una ricerca di invarianti, ad esempio nel tentativo se non altro di tematizzare, per poi respingerne i luoghi comuni, una grammatica psicologica; ma contraddittoria e, per certi versi, irrisolta). Non vedo neanche come Rossi-Landi possa fare da punto di riferimento, nonostante quello che dice fm e che mi sembra poco condivisibile… Ma tant’è.

    Grazie e un caro saluto,
    Vincenzo

  40. andrea inglese il 13 gennaio 2007 alle 16:35

    ho una formazione filosofica, ma cerco di utilizzare riferimenti filosofici il meno possibile; non credo che in questi brevi post si possa parlare di Wittgenstein in modo articolato; quindi, a me basta aver chiarito i presupposti teorici del mio discorso

  41. andrea inglese il 13 gennaio 2007 alle 16:56

    ma aggiungo, per Vincenzo, che quando capiterà di incontrarci, proseguiro’ molto volentieri questa discussione, cercando di mostrarti che il mio riferimento a W non è strano, essendo quasi l’unico filosofo che da anni “utilizzo” (forse perché è cosi anti/filosofico), che la lettura di Descombes di W non so se sia minoritaria, ma non mi pare per nulla eccentrica, e che, per me, il nesso W Rossi Landi si è rivelato leggendo “Significato, comunicazione e parlare comune”, anche se non sono andato oltre una prima ricognizione di analogie…
    a presto

  42. cara polvere il 13 gennaio 2007 alle 17:07

    a proposito di luoghi comuni avanzo l’opinione
    che se si vuole uscire dai certi luoghi comuni poetici, (perchè ad esempio i proverbi sono meravigliose pietre dei luoghi comuni e radici della poesia) ossia, da quella poesia conformata, che riceve consensi perchè diffonde solo opinioni condivise dalla maggioranza ma non dice niente: non è opera forma… ecco, se si vuole uscire da quei luoghi comuni bisogna invece di leggere, prima “ascoltare” ad alta voce.
    strappare, strappare tutti i grafici… che la poesia non c’è
    come scrive Ko Un. magnifici tra tanti di lui.

    (da A Memorial Stone, 1977)
    traduzione dal coreano di Vincenza D’Urso

    (versi che ho avuto il piacere di trascrivere sul blog di Aditus)
    un saluto
    paola

    il poeta

    Più di chiunque altro
    lui fu un Poeta.
    Persino i maiali, i cinghiali,
    grugnendo lo chiamavano “Poeta”.

    Partì per andare lontano, morì sulla via del ritorno.
    non un verso rimase nella sua capanna di paglia.
    Fu forse un poeta che non scriveva poesie?
    Un altro poeta
    compose in sua voce una poesia.
    Non appena scritta,
    f i u u u, volò via con una folata di vento.

    Fu così che poesie di ogni spazio e tempo, scritte nei secoli,
    e poi io e te, tutti,
    volammo via, f i u u u, con una folata di vento.

    La poesia non c’è.

  43. cara polvere il 13 gennaio 2007 alle 17:09

    correggo:

    se si vuole uscire da quei luoghi comuni bisogna prima di scrivere, leggere, e prima di scrivere e di leggere, “ascoltare” ad alta voce.

  44. michele il 13 gennaio 2007 alle 19:45

    bella veramente paola

  45. cara polvere il 13 gennaio 2007 alle 20:16

    @michele
    si.

  46. sergio garufi il 14 gennaio 2007 alle 01:21

    @antonio sparzani
    “Caro Vincenzo, non dire, ti prego, “i Feyerabend di turno”, di F. ce n’è stato uno, ed è stato un grande, in molti sensi, malgrado quel che racconta in quella sua smozzicata ma rivelatrice autobiografia (”Ammazzando il tempo”).”

    autobiografia magnifica, con quella foto indimenticabile di lui che lava i piatti e la dicitura “il filosofo al lavoro”

    http://dialogica.com.ar/unr/epicom/archives/imagenes/feyerabend.jpg



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