Finta plastica

12 gennaio 2007
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 chapman.jpg di Paolo Cesano

 Don Verga, star mediatica di contenitori pomeridiani domenicali per famiglie unite e single gay socialmente modesti, presenza moderata, schietta di spazi televisivi da cinquantatremila euro al mezzominuto, opinionista mite ma intransigente, bonario ma cavilloso, basso di statura ma piazzato e telegenico, fa il suo ingresso, in quanto guida spirituale, amico e confessore, verso le 20.30 nel nuovo spettacoloso appartamento da poco ristrutturato con materiali Touch & Feel e arredato senza badare a spese secondo l’ottimo gusto crossover della padrona di casa – non più giovane speranza di un ovvio giornalismo culturale da merende assessorali – in tempo per l’aperitivo a base di crostini caldi spalmati di paté, pizzette e scenografiche scaglie di grana in letto di foglie di rucola. Il rumore blu che sfolla al suo ingresso, nel contatto del suo cardigan con la pacca di striscio di un ammiratore, suona come il pugno di un pugile andato a vuoto, sfumando nel cosmo vocale dell’appartamento di 150 mq. con terrazzo piantumato.
Si guarda e si riguarda allo specchio Lea, appena uscita dal bagno secondario in compagnia di una buona dose in assorbimento di Anafranil, che insieme a Tofranil, Laroxyl e Surmontil è la sua pillola della felicità in caso di serate come questa, affollate di mentori e amiche conflittuali. “Qualcuno ha avvertito lo scrittore?” Chiede in giro come fosse una serata in maschera. La risposta affermativa di un tizio biondo appena entrato, scortata dalla presenza dello scrittore stesso che le compare alle spalle con un sorriso impacciato, la rinfranca: “eccolo il nostro oratore!” Lo scrittore, vestito di nero, con un pizzetto muscolare da motociclista e un’incontrollabile seborrea sulla fronte, si dispone subito a fare il suo dovere, destinando al primo che capita una serie di brillanti osservazioni su arte, musica e letteratura farcite da ripetuti passaggi di un fazzoletto sul viso. L’opinione pubblica galleggia in un limbo forzoso. La ragazza Federica, punteggiata da una bizzarra costellazione di nei sul viso, saluta lo scrittore: “sono un’appassionata lettrice, ma saper scrivere dev’essere il massimo”. Ha un’espressione imbambolata, come ascoltasse A white shade of pale appoggiata all’organo del cantante e tutta una serie di tic legati all’accettazione di sé. Un passato forse di accoppiamenti indecisi e innamoramenti sterili? E’ per questo che cede a un violento, claustrofobico tossicchiare che la porta a isolarsi tra l’ombrelliera e il Cattelan pre-successo, condotta da un’occhiata del tutto ostile della padrona di casa?
Don Verga in breve la fa da padrone, surclassando la presenza di Claudio, già saggista del Manifesto, fondatore di Mentifulgide, collaboratore di Stenos, fresco editor di Ponti Nuovi, nonchè romanziere colto, ironico, giovanilista di discreto successo, già titolare di qualche ospitata in tv e, pare, di un ipertrofismo sessuale leggendario. Nonostante questo, l’accolita femminile sta tutta intorno al prete, con la prostrazione di una claque televisiva. Forse è il cognome. “Ma chissenefrega del Vangelo, ognuno dia una sua lettura va’! E basta con ‘sto Cristo morto in croce per noi!” Ha un’aria sudata, da campo serale. Il grappolo vaginale non si stacca, si gonfia: “E Dio?” azzarda un vecchio elegante e profumato, vice-presidente di Carta Bianca, fortunato epigono di un colosso creditizio. “Dio? …” Fa lui, “… Dio non esiste… Dio sei tu, sono io, è questo tavolo … teniamolo in piedi come alibi va’!… Sennò a Domenica Insieme che ci faccio?” Tutti ridono mentre a lui, ingoiata troppo in fretta una pizzetta, scappa un piccolo rutto, ma chiude il pugno davanti alla bocca con un gesto che sembra apprezzato.
E’ umano, si pensa di quel gesto, come questo tavolo, questa applique, questi tarocchi Prada. La padrona di casa si stringe a lui con una vocetta da camerino: “la mia guida spirituale!” Poi squilla il cellulare del prete: “Marco, come va? Sei tre piani sotto al papa lì al Gemelli? Due superstar nello stesso ospedale eh?… Lascia stare le infermiere! Ma quando esci? Sì Marco, non ti preoccupare…”.
Tutte ascoltano la telefonata in rigido silenzio, come a una funzione. Nessuno parla, il prete con le sue conoscenze a cristalli liquidi ha in pugno il gineceo leopardato, depressa compresa, mentre lo spessore delle lenti aumenta la voracità dell’occhio e uno strato di piacere si confonde nella miopia. “E Marco com’è?” Azzarda subito una. “Com’è Marco?” Sbuffa come gli avessero chiesto il colore del latte. “E’ un cocainomane, anche un po’ pezzo di merda.” – “E la Veronica è simpatica?” Chiede una bruttina con delle tette moscie, quasi grigie, che vengono fuori per dispetto dalla camicia. “La Veronica simpatica? Mah… un po’ una stronza! Lei odia Giancarlo”. Lo spaghetto è pronto.
Una letizia da dopolavoro sbanca le occhiaie preoccupate della bionda elegante, che s’intrufola tra due posti occupati a tavola con un piglio preorgasmico. Si scoperebbe il prete per sentirlo dire a letto che Dio è questo cuscino.
Il piatto fuma, il ricciolo di pomodoro fresco che adorna il mucchietto di pasta sparecchia per un attimo ogni domanda dal tavolo Bonacina centonovanta per ottanta, ed è lui, Don Verga, il primo ad essere servito: con insistenza gli viene offerto del Parmigiano che allontana da sé aprendo la mano a sbarrare la strada come a fermare una ruspa, ma cede in fretta: “massì va’, metti un po’ qua!” La padrona di casa scuote la pancia della grattugia con accanita generosità. Che spettacolo la cima imbiancata! Don Verga si lustra il piatto con gli occhialoni, sfiorando col gomito, a mo’ di che ne dici? la tetta destra, pomposa e scollacciata dell’appassionata lettrice, e partendo subito alla conquista del vino appena aperto, con un’enfasi camionistica sui piaceri della vita.
Ma al momento della girata la guida spirituale ha un sussulto, la bocca diventa un mesto pellegrinaggio di insulti: “ma non sa di un cazzo ’sta roba qui! Passami del peperoncino per Dio!”, indicando proprio là, come una premonizione, l’angoliera della cucina Boffi dove sapeva trovarsi il barattolino di polverina rossa.
La bruttina, subito in piedi, segue il dito fino a destinazione, arrancando però nell’identificazione dell’oggetto: “là, non vedi?”, minaccia il timorato con un’espressione feudale. “Questi preti che passano la vita coi drogati e gli emarginati diventano bruschi”, lo difende una belloccia in disparte, “prova a fare il gentile con loro…”, argomenta come avesse una folta parentela di tossici. Lasciamolo mangiare, sembrano concordare tutti, ma il prete è su di giri, lui che può si scoperebbe il mondo: “belle stronze, le gemelle Arena, (star in ascesa ne Gli Svitati), furbe e stronze”, aggiunge a bocca piena, ricordando solo adesso una richiesta di giudizio. “Ah!…” Interviene il vice-presidente di Carta Bianca, la prima carta che ti rende libero: “allora sono proprio come pensavo: delle stronzette succhiacazzi?” “Delle stronzette? Sì! sì! ma quel coglione di Bari non scopava così da una vita”. “Ma se le scopa tutte e due?” “Boh, non mi meraviglierei”. L’appassionata lettrice si sposta secondo un itinerario obbligato. Abbandonato il divano, come posizione strategica ma defilata, irrompe nella solitudine del posto in piedi – tra la libreria e il cassettone – di contorno al lungo tavolo, dove ben dieci ospiti hanno trovato posto insieme a Don Verga, stabilendo un territorio identitario difficilmente accessibile, ma includendo formalmente nel proprio campo visivo le figure non sedute, con un atteggiamento che transita dal senso di colpa per non avere il coraggio di offrire la propria sedia e la gratificazione di averla.
Lea rimprovera mentalmente Federica di non fare nulla, oltre alle sedute analitiche, nei confronti di una difficile depressione bipolare, valutata clinicamente da continui saliscendi tra brevi euforie e anemici sconforti. Lei invece si fa forte di una depressione reattiva (in conseguenza all’abbandono subito da parte del fidanzato storico, noto chirurgo plastico) che le consente margini di azione superiori, irrobustiti da un aspetto più gradevole, da una personalità più definita rispetto all’amica e da una posizione economica dominante.
A Federica le cose vanno male e medita allora di parlarne col prete, una volta che l’uomo abbia concluso il pasto e qualora sembri aver cambiato umore. Mai e poi mai, dice a se stessa, accetterebbe l’obolo di una parola frettolosa.
E’ un’attesa che affronta tossicchiando, perciò torna a sedere sul divano in fondo alla sala, aiutata dal perfetto anonimato che scorta questa scelta. La forma persistente di umore triste che deve continuamente dissimulare, espande una stanchezza fisica che si giova di ogni posto a sedere come di una definitiva barella. La sua camicetta aperta al terzo bottone ha un che di ospedaliero, come i postumi di una visita.
E’ una camicetta celeste, con dei pizzi sul binario delle asole. CM, alle prese con la riconquista del pubblico, va a sederle vicino. Ha una forma di gentilezza professionale, che non indaga sulle complicazioni umane. E’ però anche l’unico, in questa parentesi di caos psichico, che si briga di parlarle. Federica lo considera un segno e per un attimo nutre una qualche speranza generica. CM ha una quantità di lucido sulla fronte tale da emanare una luce che, dopo aver stanziato tra i lobi parietali indifesi nei confronti della calvizie, finisce col brillare sul palmo della dita già unte. L’inestetismo non ha prodotto alcuna lettura da parte di Federica che segue i movimenti di Don Verga con un progetto che le causa un improvviso, violento martellamento interno e che la spinge a buttarsi in bagno per immergere il viso sotto l’acqua fredda, cosa che le dà sempre un certo sollievo.
Quando si riaffaccia in sala, con l’illusione di avere superato l’ennesima crisi di TPSV, Don Verga si è appena seduto al suo posto, aggiustandosi in bocca un Coiba Lanceros, pescato su invito di Lea dal comodo Humidor in legno di ciliegio. Il grosso sigaro nella bocca, unitamente a un gonfiore post-cena delle guance, rende picaresco l’ovale del prete, rintuzzando l’evidente disagio che i suoi occhi, ingigantiti dalle spesse lenti, trasmettono. La misericordia è una somma di malintesi.
Curiosamente, quasi tutte le persone sono in terrazzo a fumare sigarette, tranne un paio che fanno compagnia al prete nei paraggi del divano, scambiandosi opinioni compiaciute su Partagas, Montecristo e altri esemplari cubani. E’ un momento propizio per avvicinare il prete, ma l’ansia spinge Federica sopra un sottile cornicione mentale, non vista perciò come elemento in pericolo.
“Padre….”. L’uomo si volta meccanicamente dalla sua parte come avessero chiamato un altro, “potrei parlarle un attimo?”. “Ti stai sbagliando … io non sono padre di nessuno. Semmai amante.” La sua voce è alta, ingombrante, ma diventa sottile e sfuggente sulla parola amante, spostando con questo l’attenzione su Federica che adesso si immagina di dover dare conto a chiunque del motivo di tale richiesta. I due uomini col sigaro, uno dei quali suo conoscente, la squadrano però indulgentemente: non c’è da preoccuparsi, sembra gente innocua.
Federica non capisce le intenzioni dell’uomo. Starà scherzando col suo noto candore a trentadue pollici? Oppure è un ambiguo approccio sessuale che la metterà in guardia e poi in un angolo di equivoci? Una breve penombra si infila tra i due, poiché il prete va a coprire in parte la luce di una lampada a stelo. “Potrei scambiare quattro parole con lei?” – “Di cosa si tratta?” – “Della mia vita” – “Puoi essere più precisa cara?” – “Non so se esiste il peccato, ma quando ci si avvicina a una tale referenzialità, posso rendermi conto che si tratti di vanità e la vanità è un peccato …”.
L’isolamento umorale che una forte dispepsia può causare è il dazio che Federica deve pagare al momento di ascoltare la risposta cianotica, predigestiva di Don Verga: il peccato non esiste, almeno non come lo intendiamo noi. “Tu pensi di peccare molto?” – “Penso di aver bisogno di sentirmi al centro dell’interesse e di vedermi del tutto inconsistente quando non ci sono gli altri o quando ci sono, ma non per me. Dio non ne sarebbe contento, non è vero?” – “Ah Dio … Dio … Siamo sicuri che Dio ci ascolti? Forse invece hai dei preconcetti nei confronti di un uomo come me, che invece è in carne ed ossa ed è qui davanti a te”. “Cosa vuol dire?” – “che vediamo solo una parte degli altri, quella che ci fa comodo, adesso tu mi cerchi come prete ma hai davanti un uomo”.
Federica è già in quell’angolo, con la definitiva nostalgia di un parte di sé che pensava di ritenere come andasse il mondo. “Ma lei è anche un prete … “ – “lo sono la mattina, ma forse non la sera”. Un buffetto paterno si àncora alle guance della ragazza che sorride con un’espressione usurata, come la sostenesse dalla nascita. “Quando una persona pensa troppo a se stessa non pensa agli altri” – “ma tante persone attrattive hanno un ego smisurato” – “tante persone hanno un dono, mia cara, tu devi scoprire il tuo” – “lei allora non pensa che il dolore sia vanità?” Il cuore di Federica ricomincia a pulsare su livelli destabilizzanti. “Mah… io ho una certa opinione della vanità e ho la mia verità …”. Il cellulare di Don Verga comincia a suonare, al secondo squillo risponde interrompendo di colpo la conversazione, già interessato – gli occhi interrogativi sul display – a qualcosa d’altro, con una postura che si fonda sulla mano destra in tasca e la schiena leggermente curva, voltando le spalle a Federica con una piccola torsione escludente. La privacy non era il suo obiettivo poiché anche al telefono il tono di voce era alto per risucchiare inevitabilmente l’attenzione di tutti, con una certa abilità a farsi ascoltare anche quando sembrava essere lui in ascolto. Una delle due gemelle aveva richiamato per farsi cazziare e perdonare da qualcuno che ti stima, smantellando del tutto la speranza di Federica a riprendere il discorso. Il tono dell’uomo al telefono era semplicemente perfetto, quello di un agente che tratta dei diritti d’immagine, risoluto e via via più formale. Quanto durerà ancora la vanità della ragazza adesso che non forse non è più peccato?
Forse Federica non vuole uccidersi ma la quantità di pillole della felicità che ingoia – sfruttando in bagno le generose scorte di Lea – può essere letale e quando lo realizza è in pieno sbattimento pre-morte, con picchi pressori che spaginano l’ottica di riferimento (una stampa di erbe officinali incorniciata), seminando nella corteccia prefrontale una componente di puro dispiacere che inibisce l’esecuzione di alcuni movimenti elementari, come passare dalla posizione semi-accosciata a quella eretta, coinvolgendo gli arti superiori, con l’esito di una difficoltà alla presa da neonato.
La postura supina è rivolta alla confezione in parte spaccata di Anafranil, muovendo il bulbo oculare e cercando di semplificare il profilo delle informazione recepita. Le due capsule verdebianco rimaste sull’asse chiusa del water sospeso sono una frontiera visiva repulsiva: quante ne ha inghiottite di quelle? Deve uscire dal bagno, allertare qualcuno, farsi portare in fretta all’ospedale? Deve salvarsi o aspettare qualcosa? La percezione cerebrale di Federica non sfonda una realtà compiuta, ricamando ancora su modelli comportamentali standard, finché non afferra con l’ultimo lembo istintuale che la sua vita è in pericolo e che,da lì a poco, passato presente e futuro esisteranno contemporaneamente, generando una confusa immortalità.
In quei momenti, compaiono davanti alla porta del bagno l’amica Lea e il vecchio vice-presidente di Carta Bianca, entrambi preoccupati della sua assenza. La trovano sdraiata sul tappetino bianco ai piedi della vasca con un deficit di reazione altissimo. Sua madre da bambina le impediva di stare troppo in terra. Suo padre non aveva opinioni a riguardo. Il vomito e la prolungata crisi convulsiva della ragazza stravolgono i tratti dei due. Lea è bloccata dalla paura, il vecchio estrae il cellulare e chiama subito un’ambulanza, con un tono decisionale di primo livello AQ. In breve il bagno si affolla. Sono tutti lì intorno.
Per quelli che la scorgono, la scatola di pillole della felicità lasciata aperta sul ripiano wengé del lavandino è fortemente simbolica, ma più di tutto parlano le due capsule, accanto al blister sbucciato, tutt’ora l’ultimo tentativo di messa a fuoco da parte di Federica che, stimolata a non mollare, avvia uno sforzo che le pare illogico, tanto quella nebbia che adesso la sta avvolgendo le sembra dolce e disarmante. Può darsi che non stia morendo, forse è solo una forma acuta di sonnolenza – Federica non è più in grado di ragionare – ma la possibilità che si tratti di un principio di precoma sarà confermata soltanto sedici minuti più tardi al pronto soccorso del Fatebenefratelli, dove in poco tempo erano accorsi diversi conoscenti. All’apparire dei lettighieri nell’appartamento Don Verga si defila in una cameretta adibita a guardaroba, coinvolgendo un ospite nella goffa anamnesi del caso di Federica, peraltro senza che nessuno dei due abbia particolari informazioni sulla ragazza. Si riaffaccia nel grande salone doppio, quando l’ambulanza sta già correndo verso il pronto soccorso, dove Federica farà il suo ingresso al livello rosso di attenzione per essere scaricata su un lettino nel reparto di rianimazione in procinto di subire una lavanda gastrica, organizzata contestualmente a una serie di iniezioni per favorire la circolazione.
Don Verga ricorda ai presenti rimasti del tentativo di suicidio di un assistito della sua comunità. Lea è rimasta con lui e fa sì con la testa come se conoscesse la vicenda. Lea riceve una telefonata da CM, il primo a seguire l’ambulanza nella sua corsa: Federica se la caverà, sta neglio. Don Verga sembra risollevato, si tira giù le manica del suo cardigan blu in lana merinos e adesso, al momento del congedo, è di nuovo se stesso, così finalmente tutti riconoscono il prete che hanno imparato ad apprezzare a Pomeriggio Italiano, prima ancora che a Domenica Insieme: “torno ai miei ragazzi, quelle facce vere che hanno bisogno di me, credetemi, nulla nella vita mi dà più gioia”. Nel camino installato due mesi prima, dopo una serie di dolorosi ritardi e varie incomprensioni con l’impresa in materia di denaro, le braci si struggono una sull’altra, imbastendo uno shangai.

 
(Pubblicato nel volume AA.VV., Racconti nella Rete, Newton Compton, 2006)

 

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One Response to Finta plastica

  1. sitting targets il 14 gennaio 2007 alle 03:11

    un racconto “pubblicitario”. ci ritrovo d.f.wallace, in qualche modo. con una punta di ellis. una bella sciabolata. non capisco perchè manchino i commenti a questo racconto. questo è uno che “spinge”. forse per questo.
    mi ha fatto ridere il cambio da don mazzi a don verga.
    bravò all’autore.



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