Due fatti (diversi): il primo

14 gennaio 2007
Pubblicato da

di
Francesco Forlani
altan78.jpgimmagine di Altan in http://www.focus-magazine.info/vignetta78.htm

Quando ho letto la notizia non credevo ai miei occhi . Scoperto a Torino un centro in cui i clienti di un fantomatico salone di massaggi si facevano non solo insultare e infliggere pene corporali, ma in più pagavano. Dobbiamo a questo punto immaginare che tali pratiche dovevano essere particolarmente spinte per motivare l’irruzione nei suddetti locali di carabinieri e forze dell’ordine, proprio lì e non, ammettiamo, al ristorante La parolaccia , a Trastevere dove se è vero che ti insultano, pesantemente, è altrettanto vero che almeno ti fanno da mangiare (e mi piacerebbe sapere da uno dei dieci lettori dei miei post su NI se c’è stato e soprattutto se si mangia bene) salvo poi, pare, darti una mazzata finale col conto.

Nell’edizione torinese di una testata nazionale – w Zidane – di qualche giorno fa si narrava – perché ormai i giornalisti sono innanzitutto e per lo più narratori – di tale Fait divers come di un sintomo non trascurabile della trasformazione della sessualità dei torinesi ed infatti si chiedeva, nella pagina accanto, all’eccellente Carlo Fruttero di far lume sulla faccenda o quanto meno di esprimere un’opinione sul “modificato” e, mai come in questo caso , castigatissimo costume dei suoi concittadini.

Il problema è che al cronista sempre più narratore e meno cronista – un post a parte meriterebbe il fatto che i narratori siano sempre più cronisti e meno narratori- sfuggiva un particolare che invece avrebbe meritato più attenzione, proprio perché simbolo della trasformazione in atto nella città. Tra i clienti sorpresi in flagrante delitto – e mi si è parata davanti agli occhi la scena di quello che implorava il gendarme affinché gli stringesse le manette fino a fargli sanguinare i polsi – si annoveravano i soliti noti, insospettabili, avvocati, stimati professionisti, e, new entry, un operaio della Fiat. Premessa. In Italia l’Operaio della Fiat non è il più genericamente, un operaio, ma un’icona importante almeno quanto quella della Fiat tout court come si vede ormai nelle vetrine dei negozi d’abbigliamento. Insomma una figura mitopoietica come Altan, inventando il celebre Cipputi, aveva genialmente intuito.

E il cronista, sempre più narratore, immaginando lo sgomento del lettore medio del suo giornale, anticipando la domanda “ ma come può un operaio della Fiat permettersi una seduta Sado-maso in un posto del genere?” aggiungeva che il suddetto Operaio della Fiat non “potendo permettersi” di pagare tale sfogo della propria fantasia in moneta contante, ricambiava la proprietaria , giovane e brillante, in natura, e non come pensate voi, ma attraverso dei lavoretti di manutenzione del centro che potevano riguardare l’installazione delle macchine di simil tortura o le più modeste pulizie, quelle che a Sud si chiamano “i mestieri”.

Ricapitolando dunque, un operaio della Fiat, anzi L’Operaio della Fiat, riproduceva nelle proprie fantasie sessuali e nel loro passaggio all’atto, il binomio insulto-lavoro che come si sa era una pratica piuttosto ricorrente negli anni 50, soprattutto quando si era Operai Comunisti della Fiat e si veniva puniti nelle tristemente famose “officine Stella Rossa” prima e con la cassa integrazione e licenziamento poi.

A un operaio che non “stesse sul pezzo” poteva capitare di essere insultato dal proprio capo, e possiamo dire che “accettare” seppure di cattivo grado la cosa si metteva nel conto del prezzo da pagare per non essere licenziato.
Ora, recuperando il dispositivo prima hegeliano e poi marxista del movimento dialettico “servo vs padrone e viceversa”, possiamo finalmente capire come l’affrancamento dello schiavo dal proprio padrone, dello sfruttato dallo sfruttatore è inimmaginabile senza la rottura, violenta e radicale, di tale circolo vizioso, soprattutto quando imposto da alcune necessità, che vanno dalla semplice sussistenza a quella della definizione del proprio ruolo all’interno della società.

La prima grande novità contenuta nell’articolo in questione è proprio questa: all’ Operaio della Fiat niente e nessuno aveva imposto di farsi insultare, la seconda, ancora più rivoluzionaria, è che la sequenza lavoro-insulto qui è completamente rovesciata. In altri termini l’asserzione, io lavoro e dunque mi insultano – accetto di essere insultato per mantenere il lavoro ne sarà il corollario- è sostituita dall’altra, mi piace essere insultato e dunque lavoro per concedermi questo piacere.

Al cronista sempre più narratore era così sfuggito che a Torino si sta preparando la più grande rivoluzione situazionista mai avvenuta in Europa, essendosi realizzata la profezia di Guy Debord che quarant’anni fa parlava di abolizione del lavoro. Ed è quello che succederà già da domani, quando l’Operaio della Fiat– e il suo inconscio – mediteranno sull’accaduto e trovando finalmente, rispetto al desiderio di provare piacere, del tutto superfluo farsi insultare, smetterà di lavorare.

NON ABBIAMO DA PERDERE CHE LE NOSTRE CATENE…

Questo, insieme ad altro, era sfuggito al cronista sempre più narratore, ma per fortuna ci siamo noi dei blog che a queste cose ci pensiamo.

Tag: , ,

10 Responses to Due fatti (diversi): il primo

  1. sitting targets il 14 gennaio 2007 alle 14:00

    ci sono stato, a la parolaccia. all’inizio è divertente. a furia di dai e dai, quando sei arrivato al dolce, non ne puoi più. mia moglie l’hanno chiamata troia una ventina di volte. alla fine gliel’ho detto anch’io, tornando in albergo…

  2. Barbara il 14 gennaio 2007 alle 21:52

    @Sitting..
    Battuta esilarante la tua! Davvero !
    Ma almeno si mangia bene in ‘sto ristorante ?
    Val la pena farsi insultare per il buon cibo, o tanto vale invece farlo in intimità e a digiuno?:o)

  3. sitting targets il 15 gennaio 2007 alle 02:01

    tesoro mio, si mangia abbastanza bene. niente di eccezionale, comunque. per farsi insultare è meglio l’intimità. il digiuno mai, mi rende troppo nervoso…
    io comunque preferisco insultare, ovviamente a stomaco pieno. la mia “signora” ne sa qualcosa… cioè ex, precisiamolo.

  4. marco v il 15 gennaio 2007 alle 13:52

    ..mi sembra però che la questione non sia soltanto quando l’operaio smetterà di desiderare di farsi insultare: il problema è che il desiderio dei quell’operaio era soddisfare un appagamento borghese, di “trasgressione” che malcela un conservatorismo mortifero. In questo senso, siamo ben lontani dal liberarci dalle catene: gli operai non hanno neppure dei desideri “originali”…
    ma io Debord non l’ho mai granché capito…

  5. sitting targets il 15 gennaio 2007 alle 15:25

    .”.mi sembra però che la questione non sia soltanto quando l’operaio smetterà di desiderare di farsi insultare”.

    secondo me non smetterà mai. un mio amico industriale m’ha raccontato che certi suoi operai si fanno frustare sul nastro trasportatore, in fabbrica, dal caporeparto:” sì, fammi male, sono la tua troia da catena di montaggio!” – così ripetono.

  6. effeffe il 15 gennaio 2007 alle 15:33

    Che cosa non hai capito di Debord?
    Che cosa Guy Debord non ha capito?
    Che cosa capitò a Guy Debord?
    e a noi?
    comunque:
    Mi dispiace dissentire da te, Marco, ma tra l’operaio in questione e diciamo,Lapo Elkann non c’è nessuna possibile relazione, nemmeno mimetica dell’operaio nei confronti dei propri padroni.
    Non “è l’operaio che vuole un figlio dottore…”
    Detto ciò , a proposito dei borghesi, se dicessi- in linea con certe visionarie intuizioni di J.G. Ballard – che la rivoluzione del futuro o sarà borghese o non sarà, chi mi crederebbe?
    effeffe

    effeffe

  7. sitting targets il 15 gennaio 2007 alle 15:37

    ti credo io, effeffe. la rivoluzione non puo’ che essere borghese, da che mondo è mondo.

  8. Uno che passava di qua il 15 gennaio 2007 alle 17:43

    le rivoluzioni sono mai state altro che borghesi?

  9. mastrombroso il 15 gennaio 2007 alle 18:17

    Posto che debordo qui avendo intercettato la segnalazione di un guasto a Central Service, proverò a sbrogliare la matassa di tubi nell’appartamento di effeffe.
    Dapprima con una domandina: che cosa pensi pretendesse Lapo dagli amici trans, che per piacere gli cantassero la buona notte? Che gli infarinassero la cotoletta perché cotta risultasse più buona? Davvero non c’è nessuna possibile relazione con il cipputi in questione?
    Poi aggiungo un’ovvietà (già evidenziata da sitting targets): la borghesia è l’unica classe rivoluzionaria della Storia. Fino ad oggi, almeno. Ed è anche la classe che ha partorito il concetto di “fine della Storia”. Come a dire: “non si gioca più!”. Bastarda! Invece, il bravo operaio con la felpa FIAT, forse, ha ancora voglia di giocare. E se ne sbatte di provare piacere, è il desiderare che lo tiene vivo. Il desiderio, infatti, non è di per sè desiderio di provare piacere (altrimenti desiderio e piacere sarebbero sinonimi). “Desiderio”, invece, assomiglia di più ad “avventura”. Con il rischio che finisca male.
    L’idea di perversione è l’unica vera perversione, e ciò che avviene attorno a un letto è sempre pizza, buona se si ha fame. Farsi frustare alla catena di montaggio sottrae tempo alla produzione ed è quindi un atto di disobbedienza niente male. Se poi chi lo fa ci gode, tanto meglio per lui.
    Cos’è questo moralismo che bolla come borghese una “trasgressione” solo perché non si è capaci del relativo desiderio? A me sembra mancanza di fantasia. Sesso degli angeli.
    Il buon situazionista ama l’insulto, offerto in potlatch o ricevuto.

  10. sitting targets il 15 gennaio 2007 alle 19:06

    ben detto (poi magari mi traduci potlach, sembra una cittadina della carinzia).

    il mio amico industriale dice che gli operai se godono rendono di più. sono scettico. ma le charlie’s angels (che fanno sesso) fanno il sesso degli angeli?



indiani