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	Commenti a: Il film sui Feltrinelli che la Feltrinelli nega agli italiani	</title>
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		<title>
		Di: Jenny Carota		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jenny Carota]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jan 2007 18:26:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Aditus, ho solo avuto una piccola crisi di nervi. Perché mi sorprende come riescano a passare sempre più facilmente, presso le persone, le tesi autoassolutorie, le tesi a difesa dell&#039;esistente, le tesi del cosi è e non potrebbe essere altrimenti.  Laddove gli editiori (i grossi) invece hanno responsabilità enormi sullo smantellamento/affossamento di quella sfera di letteratura indispensabile all&#039;intellligenza umana. E loro sono invece quelli che dovrebbero garantirla. E lo potrebbero fare, ti assicuro, senza diventare dei madre teresa di calcutta. Ma l&#039;imprenditoria italiana (o universale), sempre di più vola ad arraffare quanto prima entra in cassa e chissenefrega se si lascia terra bruciata dietro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Aditus, ho solo avuto una piccola crisi di nervi. Perché mi sorprende come riescano a passare sempre più facilmente, presso le persone, le tesi autoassolutorie, le tesi a difesa dell&#8217;esistente, le tesi del cosi è e non potrebbe essere altrimenti.  Laddove gli editiori (i grossi) invece hanno responsabilità enormi sullo smantellamento/affossamento di quella sfera di letteratura indispensabile all&#8217;intellligenza umana. E loro sono invece quelli che dovrebbero garantirla. E lo potrebbero fare, ti assicuro, senza diventare dei madre teresa di calcutta. Ma l&#8217;imprenditoria italiana (o universale), sempre di più vola ad arraffare quanto prima entra in cassa e chissenefrega se si lascia terra bruciata dietro.</p>
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		Di: aditus		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[aditus]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jan 2007 13:27:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il mio discorso evidentemente non si riferiva solo a Beckett (era un esempio e, a fussura, preso male, visto quello che mi dici riguardo al suo blocco). La mia congettura consisteva nel dire che se tanti editori non proponessero i libri da grandi vendite probabilmente si estinguerebbero.. evidentemente non è il caso di Mondadori, Einaudi e tutte le case del padrone. Io sono un povero pirla e mi limitavo ad una congettura, appunto. Non conosco i meccanismi editoriali e mi limito ai racconti di un&#039;amica grafica di una medio/piccola casa editrice per piccoli. Anche lì, secondo quello che mi dice, la qualità deve essere circondata d&#039;immondizia, immondizia che vende, ma che permette di permettersi qualche buon libro: altrimenti si dovrebbe chiudere bottega. 
Ma è più probabile che mi sbagli. 
(E&#039; edificante anche lo sbaglio, certo, magari fatto notare con dei toni adeguati).
Ciao]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mio discorso evidentemente non si riferiva solo a Beckett (era un esempio e, a fussura, preso male, visto quello che mi dici riguardo al suo blocco). La mia congettura consisteva nel dire che se tanti editori non proponessero i libri da grandi vendite probabilmente si estinguerebbero.. evidentemente non è il caso di Mondadori, Einaudi e tutte le case del padrone. Io sono un povero pirla e mi limitavo ad una congettura, appunto. Non conosco i meccanismi editoriali e mi limito ai racconti di un&#8217;amica grafica di una medio/piccola casa editrice per piccoli. Anche lì, secondo quello che mi dice, la qualità deve essere circondata d&#8217;immondizia, immondizia che vende, ma che permette di permettersi qualche buon libro: altrimenti si dovrebbe chiudere bottega.<br />
Ma è più probabile che mi sbagli.<br />
(E&#8217; edificante anche lo sbaglio, certo, magari fatto notare con dei toni adeguati).<br />
Ciao</p>
]]></content:encoded>
		
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		Di: Jenny Carota		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jenny Carota]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jan 2007 12:32:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E&#039; molto semplice caro. E smentisce la tua tesi del buon (neo)liberismo editoriale italiano: Beckett di cui Einaudi ha i diritti è bloccato. Vai su Google e confronta quanto è pubblicato in francia e nei paesi anglosassoni e quanto è in circolazione e pubblicato in Italia. Certo Beckett non vende quanto Melissa P (e tanti altri), ma il TUO discorso era: si vende Melissa P per fare anche i libri di Beckett. Ebbeno, no. Hai sbagliato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; molto semplice caro. E smentisce la tua tesi del buon (neo)liberismo editoriale italiano: Beckett di cui Einaudi ha i diritti è bloccato. Vai su Google e confronta quanto è pubblicato in francia e nei paesi anglosassoni e quanto è in circolazione e pubblicato in Italia. Certo Beckett non vende quanto Melissa P (e tanti altri), ma il TUO discorso era: si vende Melissa P per fare anche i libri di Beckett. Ebbeno, no. Hai sbagliato.</p>
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		<title>
		Di: aditus		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[aditus]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jan 2007 14:51:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Come hai notato non conosco la vicenda editoriale di Beckett in Einaudi. E tu, invece che pigliar per il culo, potresti raccontarmela, o no? Per quanto riguarda la questione che in Italia si legge poco e si legge male (non mi spiegherei altrimenti l&#039;andazzo) non hai ancora risposto, ti sei limitato/a a scortesia e prese in giro.
Comunque &#039;sta vicenda editoriale di Beckett (che era un ESEMPIO che dubito ribalti il fatto che quel tipo di libri vende di meno di un Moccia) mi interessa, se mi fai l&#039;onore di raccontarla..]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come hai notato non conosco la vicenda editoriale di Beckett in Einaudi. E tu, invece che pigliar per il culo, potresti raccontarmela, o no? Per quanto riguarda la questione che in Italia si legge poco e si legge male (non mi spiegherei altrimenti l&#8217;andazzo) non hai ancora risposto, ti sei limitato/a a scortesia e prese in giro.<br />
Comunque &#8216;sta vicenda editoriale di Beckett (che era un ESEMPIO che dubito ribalti il fatto che quel tipo di libri vende di meno di un Moccia) mi interessa, se mi fai l&#8217;onore di raccontarla..</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Jenny Carota		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jenny Carota]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jan 2007 14:02:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ma mio caro aditus, tu ne sai qualcosa della vicenda editoriale di Beckett in Einaudi, o parli a vanvera? Io credo che tu parli a vanvera, e le tue metafore non piacciono neanche alla zia Luigia, che non ha mai avuto rapporti carnali con uomini, e ha conosciuto Giuseppe Garibaldi.
Fai il bravo, manda venti euro ad Arcore. Aiuta gli editori a mangiare (caviale).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ma mio caro aditus, tu ne sai qualcosa della vicenda editoriale di Beckett in Einaudi, o parli a vanvera? Io credo che tu parli a vanvera, e le tue metafore non piacciono neanche alla zia Luigia, che non ha mai avuto rapporti carnali con uomini, e ha conosciuto Giuseppe Garibaldi.<br />
Fai il bravo, manda venti euro ad Arcore. Aiuta gli editori a mangiare (caviale).</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: la balia asciutta		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[la balia asciutta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2007 23:31:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[?]]></description>
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		<title>
		Di: Cristoforo Prodan		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cristoforo Prodan]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2007 23:25:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Qualche mese fa sono stato alla Casa del Jazz, a Roma, per assistere a un concerto al quale non volevo mancare. C&#039;era Franco Cerri, che si esibiva in quartetto (chitarra, contrabbasso, batteria e pianoforte) in occasione del suo ottantesimo compleanno. Molti lo ricorderanno ancora per gli spot televisivi del Bio Presto, nel periodo 1977-1980: il famoso &quot;uomo in ammollo&quot; era proprio lui: quello che ha definito uno suo specifico stile nella chitarra jazz; una specie di Django Reinhardt italiano. Un concerto memorabile, e non solo per le sue straordinarie qualità musicali, ma anche per l&#039;atmosfera cordiale e affettuosa che questo esile &quot;gentleman&quot; con la chitarra è riuscito a creare quella sera. Tra un pezzo e l&#039;altro ogni tanto parlava col pubblico, e a un certo punto ha ricordato di come durante il fascismo era proibito suonare la musica jazz e che i titoli delle canzoni americane venivano tutti italianizzati. Così la bellissima &quot;Stardust&quot; di Hoagy Carmichael diventava, ad esempio, &quot;Polvere di stelle&quot;. Appena dopo lo guerra, con la Liberazione, queste musiche cominciarono a diffondersi anche da noi. Tuttavia, poiché l&#039;abilità dei musicisti nostrani era decisamente scarsa, gli editori musicali pubblicavano queste musiche in forma semplificata, in maniera tale che venissero eseguite nel maggior numero possibile di locali, in modo da poter incassare di più in termini di diritti SIAE (il famoso &quot;borderò&quot; che gli artisti compilano a fine serata). La cosa comica, che ha ricordato Cerri, è che quando i musicisti americani sono venuti in Italia a suonare le stesse musiche, non riuscivano a capire cosa stessero suonando gli italiani...
Ora - senza volere &quot;buscar el Levante por el Poniente&quot; con discorsi che la prendono troppo alla larga - vorrei dire semplicemente che una certa &quot;attenzione&quot; al mercato gli editori - musicali e non - l&#039;hanno sempre avuta. L&#039;editore è sempre stato una figura ibrida, a metà strada tra la promozione culturale e l&#039;imprenditoria. La degenerazione alla quale abbiamo assistito negli ultimi anni è dovuta piuttosto a un maldestro tentativo di voler inserire dei fenomeni culturali in un processo industriale e commerciale, dimenticandosi alla fine del prodotto culturale e assumendo come termine di giudizio estetico, o di valore, un fantomatico e comodo &quot;mercato&quot;; come se fosse un&#039;entità astratta che detta le sue leggi naturali. In realtà il mercato non esiste: si crea. Questo mercato, quello dell&#039;industria culturale con cui facciamo i conti ogni giorno, è creato appositamente dai media per sostenere la propria sopravvivenza e il proprio sviluppo industriale. Il contenuto che veicolano è un accessorio. Come lo sono state le musiche di Giuseppe Verdi da quell&#039;evento nazional-popolare che furono i suoi funerali nel 1901, passando attraverso il grammofono, l&#039;Araldo telefonico (una sorta di filodiffusione ante litteram), la radio, per arrivare alla televisione e a internet. Ogni nuovo medium si deve creare un suo contenuto ideale, deve creare degli immaginari nel pubblico, potenziale acquirente dei suoi servizi. Così è anche per il mondo editoriale, nel momento in cui si è trasformato in strumento di comunicazione di massa. La cultura non c&#039;entra niente. O meglio, non c&#039;entra più.
Che fare?, se questo strapotere è ormai incontrastabile? Sembra banale dirlo: forse (ri)cominciare dal basso?; da forme diverse, più democratiche e alternative, di diffusione della cultura?; dai samizdat?

cp]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche mese fa sono stato alla Casa del Jazz, a Roma, per assistere a un concerto al quale non volevo mancare. C&#8217;era Franco Cerri, che si esibiva in quartetto (chitarra, contrabbasso, batteria e pianoforte) in occasione del suo ottantesimo compleanno. Molti lo ricorderanno ancora per gli spot televisivi del Bio Presto, nel periodo 1977-1980: il famoso &#8220;uomo in ammollo&#8221; era proprio lui: quello che ha definito uno suo specifico stile nella chitarra jazz; una specie di Django Reinhardt italiano. Un concerto memorabile, e non solo per le sue straordinarie qualità musicali, ma anche per l&#8217;atmosfera cordiale e affettuosa che questo esile &#8220;gentleman&#8221; con la chitarra è riuscito a creare quella sera. Tra un pezzo e l&#8217;altro ogni tanto parlava col pubblico, e a un certo punto ha ricordato di come durante il fascismo era proibito suonare la musica jazz e che i titoli delle canzoni americane venivano tutti italianizzati. Così la bellissima &#8220;Stardust&#8221; di Hoagy Carmichael diventava, ad esempio, &#8220;Polvere di stelle&#8221;. Appena dopo lo guerra, con la Liberazione, queste musiche cominciarono a diffondersi anche da noi. Tuttavia, poiché l&#8217;abilità dei musicisti nostrani era decisamente scarsa, gli editori musicali pubblicavano queste musiche in forma semplificata, in maniera tale che venissero eseguite nel maggior numero possibile di locali, in modo da poter incassare di più in termini di diritti SIAE (il famoso &#8220;borderò&#8221; che gli artisti compilano a fine serata). La cosa comica, che ha ricordato Cerri, è che quando i musicisti americani sono venuti in Italia a suonare le stesse musiche, non riuscivano a capire cosa stessero suonando gli italiani&#8230;<br />
Ora &#8211; senza volere &#8220;buscar el Levante por el Poniente&#8221; con discorsi che la prendono troppo alla larga &#8211; vorrei dire semplicemente che una certa &#8220;attenzione&#8221; al mercato gli editori &#8211; musicali e non &#8211; l&#8217;hanno sempre avuta. L&#8217;editore è sempre stato una figura ibrida, a metà strada tra la promozione culturale e l&#8217;imprenditoria. La degenerazione alla quale abbiamo assistito negli ultimi anni è dovuta piuttosto a un maldestro tentativo di voler inserire dei fenomeni culturali in un processo industriale e commerciale, dimenticandosi alla fine del prodotto culturale e assumendo come termine di giudizio estetico, o di valore, un fantomatico e comodo &#8220;mercato&#8221;; come se fosse un&#8217;entità astratta che detta le sue leggi naturali. In realtà il mercato non esiste: si crea. Questo mercato, quello dell&#8217;industria culturale con cui facciamo i conti ogni giorno, è creato appositamente dai media per sostenere la propria sopravvivenza e il proprio sviluppo industriale. Il contenuto che veicolano è un accessorio. Come lo sono state le musiche di Giuseppe Verdi da quell&#8217;evento nazional-popolare che furono i suoi funerali nel 1901, passando attraverso il grammofono, l&#8217;Araldo telefonico (una sorta di filodiffusione ante litteram), la radio, per arrivare alla televisione e a internet. Ogni nuovo medium si deve creare un suo contenuto ideale, deve creare degli immaginari nel pubblico, potenziale acquirente dei suoi servizi. Così è anche per il mondo editoriale, nel momento in cui si è trasformato in strumento di comunicazione di massa. La cultura non c&#8217;entra niente. O meglio, non c&#8217;entra più.<br />
Che fare?, se questo strapotere è ormai incontrastabile? Sembra banale dirlo: forse (ri)cominciare dal basso?; da forme diverse, più democratiche e alternative, di diffusione della cultura?; dai samizdat?</p>
<p>cp</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: @ Aditus !!!		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/01/17/il-film-sui-feltrinelli-che-la-feltrinelli-nega-agli-italiani/#comment-59191</link>

		<dc:creator><![CDATA[@ Aditus !!!]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2007 23:12:54 +0000</pubDate>
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		<title>
		Di: la balia		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/01/17/il-film-sui-feltrinelli-che-la-feltrinelli-nega-agli-italiani/#comment-59188</link>

		<dc:creator><![CDATA[la balia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2007 22:17:42 +0000</pubDate>
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		<title>
		Di: aditus		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2007/01/17/il-film-sui-feltrinelli-che-la-feltrinelli-nega-agli-italiani/#comment-59176</link>

		<dc:creator><![CDATA[aditus]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2007 20:08:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Nel senso che il signor Mondadori i soldi dal popò li perde pure, ma per mangiare pappa che gliene faccia fare ancor di più]]></description>
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