Usi del disordine

19 gennaio 2007
Pubblicato da

di Christian Raimo

Quattro persone vengono trucidate in casa. Una donna, suo figlio, sua madre, una signora che viveva al piano di sopra. Accade in un paesino della Brianza. Da subito si pensa che sia stato il marito della donna. Che è tunisino, ha avuto a che fare con giri di droga, è stato in carcere, aveva screzi con la famiglia della moglie. Si crea immediatamente una contrapposizione tra comunità. I Calderoli e i Gasparri d’Italia puntano l’indice contro l’uomo, sottintendendo: “Siamo noi la comunità sana”, non quelli usciti con l’indulto. Poi si scopre che l’uomo è innocente, gli assassini sono in realtà altri due vicini di casa. Anche loro avevano dato vita a una microcomunità domestica, fondata su valori incompatibili con l’esterno. Isolati, con pochi contatti col mondo, in rotta anche con le famiglie d’origine, non sopportavano neppure i rumori del vicinato. Questa ostilità assoluta, e il delitto stesso, li aveva uniti in una forma di fortissima solidarietà a due.
Il marito della donna uccisa decide che i funerali della moglie e del figlio si svolgeranno in Tunisia. È lì la sua comunità, afferma, una comunità che ha altri valori, migliori di quelli della Brianza. La storia del delitto riempie le pagine dei giornali. Ogni opinionista esprime la sua. Uno ad esempio dice che mai nella storia d’Italia si era visto un delitto così pieno di una ferocia – una ferocia però priva d’odio, un altro dice dobbiamo capire la psicopatia, un altro ricorda che da sempre la cronaca nera ha attratto le chiacchiere ma esorta a parlarne un po’ meno… Ognuno di questi traccia i confini della propria ideale comunità di appartenenza, purificata dalla devianza. Il sottinteso pare sempre questo: noi siamo i sani e i civili. Ma allora da dove viene questo male?
Se uno si rilegge Usi del disordine di Richard Sennett (Costa & Nolan, 1999) forse può farsene un’idea. Il libro di Sennett è un saggio di sociologia urbana. Parte dalla definizione di un percorso psicologico tipico della costruzione dell’identità nell’adolescenza: la purificazione. Quello che sostiene Sennett è che le persone che vivono nelle aree metropolitane di oggi, nei centri di grande disordine (culturale, sociale, etico) spesso assumono questo carattere adolescenziale anche nella vita adulta, inseguendo il mito di una comunità purificata. Ossia? A partire da Talcott Parsons, una serie di sociologi ha considerato come, nelle condizioni di disordine sociale, il desiderio di definire un “noi comune” cresca in modo da permettere agli individui di dar forma a una loro difesa contro il disordine (e ciò avviene più facilmente se questi individui acquisiscono benessere, anche modesto). Questi desideri di coerenza, di esclusione strutturata e di un’identità interna vengono messi in pratica se per esempio, geograficamente è possibile dividere intere regioni urbane per classe, razza, appartenenza etnica. Gli individui possono ritirarsi nelle loro case, indipendenti e autonome.
Qual è la prima conseguenza? Che la vita famigliare diventa molto forte e intensa. Ovvero: le interazioni che si verificano nelle famiglie sono considerate come un microcosmo per ogni tipo di interazione, che esiste, a grandi linee, nel sociale. Quest’intensità, la convinzione di una famiglia di rappresentare l’intero spazio sociale nel microcosmo di un mondo più vasto, limita l’esperienza stessa dei membri della famiglia: le famiglie diventano autolimitanti. I conflitti non vengono più esperiti a un livello del confronto sociale, ma riflessi in mitologie di comunità domestiche. Ad ogni contrasto, si polarizza un “noi” e un “loro”, e il diaframma spesso è il muro di casa. Dopo tutto, perché avventurarsi lontano da casa visto che quest’ultima rappresenta tutto ciò che si trova al di fuori?
Come fare allora ad uscire da questo desiderio di aggregazione comunitario/identitario? Come fare soprattutto in modo che la vitalità dell’interazione, i sentimenti ostili, l’aggressività intrinseca alle dinamiche sociali vengano tutelati e non congelati in nome della paura della violenza?
Il primo passo potrebbe essere non pensare di escludere i due assassini dal nostro consesso civile. Idealmente, questo vuol dire per esempio allontanare ogni invocazione di pena di morte. I due “mostri” che hanno compiuto la strage fanno parte della stessa comunità in cui viviamo. Loro non sono “loro”, se noi non siamo “noi”. Ma che cosa ci può accomunare a degli assassini?
Per cominciare, si direbbe: non considerare la loro psicosi una psicosi privata, ma come una psicosi sociale. Questa strage brianzola è simile a molte altre tragedie famigliari o condominiali o di microcomunità che sono accadute in Italia negli ultimi anni. Qualcosa in queste vicende ci tocca, aldilà del voyeurismo e della brama di un capro espiatorio che intensifichi la coesione sociale. Allora la domanda Cosa spinge qualcuno ad ammazzare brutalmente un vicino di casa rumoroso? potrebbe essere riformulata come: Cosa ci fa sentire estranei, a disagio, infelici, soli nel condominio, nel quartiere dove viviamo? Quanti di noi contrappongono in maniera polare l’intensità famigliare al disordine sociale? Quanto la nostra ostilità si basa su una mitologia del nemico?
Il libro di Sennett, uscito all’inizio degli anni ’70 dopo l’ondata di proteste degli studenti, prendeva quest’esempio: Sennett vedeva come il primo passo di un processo di affrancamento dalle mitologie adolescenziali della purificazione, il desiderio di quei giovani che si erano trovati di fronte al fallimento del tentativo rivoluzionario, di “toccare, vedere come era veramente il nemico”, e di “convivere con le ambiguità e le dissonanze del reale”.
Sarebbe un buon modo per far diventare analisi politica l’analisi di quello che accade nel mondo in cui viviamo. Del resto, ambiguo e dissonante: non è fatto così il mondo che ci piace?

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8 Responses to Usi del disordine

  1. mauro baldrati il 19 gennaio 2007 alle 19:37

    Vorrei portare una testimonianza personale, perché questo pezzo mi ha colpito nel profondo.

    Abitavo a Milano, lavoravo come fotografo free-lance, senza orari, talvolta realizzavo servizi di notte, nelle discoteche. Al piano di sopra era arrivato un uomo che viveva solo, un uomo grande e grosso, dai modi gentili. Ogni mattina alle sei si alzava e faceva parecchio baccano. Spostava degli oggetti e provocava come dei tonfi e dei rumori di mobili, o scatole, o non so che, che strisciavano sul pavimento. Regolarmente mi svegliavo, restavo nel letto a innervosirmi per circa un’ora, tanto duravano le sue operazioni. Ho iniziato a chiedergli, educatamente, se poteva fare piano, perché i miei orari erano profondamente diversi dai suoi. Intanto pensavo a Proust, tormentato dai rumori dei vicini, e a Kafka, idem. E lui, gentile forse più di me: “ma certo! Ma non faccio tanto rumore, starò comunque più attento!” Bene, sono passati vari mesi (credo circa un anno), senza che sia cambiato assolutamente nulla. Una mattina alle sei e trenta sono andato su e lui mi ha aperto con un cappellino ebreo da preghiera, un mantello sulle spalle e mi ha fatto segno che non poteva parlare. Fatto sta che la situazione è degenerata ed io ho accumulato rabbia, rancore, credo addirittura odio. Poi una notte che sono rientrato tardi, e avevo anche alzato un po’ il gomito, ci siamo incontrati nell’androne, così l’ho preso per il bavero e l’ho strattonato contro il muro. Tre giorni dopo sono stato convocato dalla Polizia. Mi aveva denunciato. Una coppia di investigatori, gentilissimi e molto ragionevoli, l’hanno convinto a ritirare la denuncia e l’hanno anche sgridato per i rumori, dopo avere sgridato me per l’aggressione. Comunque la situazione è ulteriormente peggiorata, io credo di essere andato abbastanza fuori di testa (poi, grazie a dio, lui cambiò casa). Ora dico: in queste situazioni può accadere di tutto, anche un omicidio. Poi si fa presto a giudicare, a tirare frettolosamente le somme. Nell’androne erano comparse scritte antisemite (erano altri vicini, non so chi); se, poniamo, la mia aggressione avesse avuto esiti cruenti, i giornali avrebbero scritto sull’odio agli ebrei, titoli scandalistici eccetera.

    Per questo sono d’accordo col passaggio di Raimo: “I due “mostri” che hanno compiuto la strage fanno parte della stessa comunità in cui viviamo. Loro non sono “loro”, se noi non siamo “noi”. ”

    Credo che tutti noi siamo esposti a rischi di pazzia, di stati psicologici degenerati o violenti, di manie di persecuzione. Dobbiamo essere tolleranti, e ragionare , perchè tendiamo ad essere permissivi verso noi stessi e rigidi verso gli altri. in ogni caso dobbiamo fermarci in tempo, e se la situazione non è modificabile, agire prima che degeneri nel male e nella follia. Per esempio, cambiando noi casa.

  2. missy il 19 gennaio 2007 alle 20:52

    Bellissimo il pezzo, molto profondo, così come toccante, perché assai sincera e schietta.
    la testimonianza di Baldrus.
    Nella fattispecie di Erba, pur condividendo la nuda verità espressa nella frase di Baldrus “noi siamo esposti a rischi di pazzia, di stati psicologici degenerati o violenti, di manie di persecuzione” bisogna considerare che una forte patologia psichica abbia armato la mano degli assassini, la stessa mano che Baldrus ha tenuto ferma perché regolata da altri valori. Quella gente era malata di pulizia, era maniaca, ossessivamente raggelata da una vita fatta da un divano, appena comprato, e tenuto sigillato dal cellophane, osservato come un Bene immenso, senza permettere a nessuno di sedersi sopra (testimonianza di vicini di casa).
    Ma c’è una cosa che mi ha raggelata di più: in una cartina apparsa su Repubblica, c’era la mappa degli omicidi privati, da Cogne a Novi Ligure e tanti altri che avevamo dimenticato. Tutti al Nord.
    Una cartina che sembrava la geografia di residenza della follia, dell’infelicità.

  3. Giorgio Fontana il 19 gennaio 2007 alle 21:32

    Stupendo il pezzo di Raimo, praticamente niente da aggiungere. E giusta e inquietante l’osservazione di Missy sul nord Italia. Ci ripensavo giusto oggi pomeriggio, tagliando in treno il nulla brumoso che separa Torino da Milano. Per questa via è facile cadere nei luoghi comuni. Ma se penso ai posti in cui sono nato e cresciuto – all’incapacità relazionale diffusa, alla mancanza di un luogo d’aggregazione, al clima feroce, all’aria malsana, alla segregazione in appartamenti, al sogno borghese che svela il suo volto peggiore, alla morale bigotta di sottofondo, all’imbruttimento costante della zona – non mi viene difficile immaginarli come teatri della psicosi o della follia. Non mi è mai venuto difficile, fin da che sono bambino. Resta da capire fino a che punto il discorso geosociologico regge. E quali soluzioni proporre. Se mai ce ne sono.

  4. Io P.R., avendo sgozzato... il 20 gennaio 2007 alle 11:07

    Saluti.

  5. giorgio andretta il 21 gennaio 2007 alle 09:43

    Sono nauseato da questi speciosi perbenismi e moralismi, perchè con le parole si acconcia ogni cosa. Da quando adottare la pulizia, l’ordine ed il rispetto delle regole del buon vivere civile sono diventati una psicosi degna di cure psichiatriche? Mi è sfuggito il momento di transizione tra i valori in cui credono i “mostri” di Erba e quelli invalsi attualmente nella nostra società, cioè vale a dire tolleranza verso ogni crimine di qualsiasi ordine e grado, totale abbattimento dei costumi morali, lerciare ogni angolo dei luoghi ove si vive con ogni tipo di rifiuto organico e non, e chi più ne ha più ne metta. No,no,no, per quanto mi riguarda sarei disposto a conferire la medaglia d’oro al valor civile ai due mostri. Non è un ossimoro, ma aborro ogni manifestazione di violenza non ultima quella verbale e mi auguro che la copia di Erba venga condannata al massimo della pena con la certezza che venga scontata in toto, ma visto l’andazzo ho dei seri dubbi che ciò accada. Il tutto per avvalorare ancora una volta la bontà della mia tesi!
    Ormai abbiamo imboccato una via di non ritorno, fermate il treno voglio scendere! Non tollero lezioni da nessun Azouz di turno circa la superiorità delle civiltà, prova ne sia che lui la sua l’ha lasciata per immergersi nella nostra, salvo tornarne tra le braccia, come un bambino impaurito, al momento più opportuno. Tutti e tre hanno dimostrato, attraverso l’assunzione dei loro atti risolutori, di non credere alla società ed agli strumenti di cui questa si è dotata per regolare il vivere comune. Scusatemi se è poco!!!

  6. cristiano prakash dorigo il 21 gennaio 2007 alle 11:16

    bel pezzo, dal quale non mi pare emrga alcun “perdonismo moderno figlio degere del relativismo”. mi sembra di capire che il pezzo dica che il mostro è tra noi: è in noi, in noi alberga il male, e che se si diveta consapeoli di ciò, si è già un pò lontani dall’ agirlo.
    sempre più infatti la mostruosità viene rappresentata da coloro che la vorrebbero separare dal buono, dal normale, dal perbene.
    espone una teoria, condivisibile o meno.
    si accennava all’esasperazione di un nord che non sa più controllare i propri impulsi e che li agisce in modo compulsivo. e mi pare un triste dato di realtà.
    sempre più l’acting out precede il pentimento. sempre più il benessere si misura con parametri di tipo economico. sempre più salute è non stare male. sempre più l’attenzione è al sintomo e non alla causa.
    banalizzazioni, lo so. ma tragicamente fedeli alla realtà della cronaca.
    credo che sapere che il mostro sono anch’io, che in qualche modo lo nego o lo attirbuisco all’altro, soltanto all’altro, sfoci in dissociazioni dimili a quelle cui stiamo assistendo con orrore. e a cui forse, ci stiamo abituando.

  7. cosi&come il 22 gennaio 2007 alle 09:38

    Il must in più della coppia di Erba, il salto di qualità verso un grado superiore di mostruosità in cui sguazza la cronaca mediatica sarebbe lo sgozzamento kasher del bambino “perchè piangeva”. Vedasi la reazione dei compagni di prigione che battono le sbarre delle celle tutta la notte contro di loro. Ma i mostri sono fra noi e dentro di noi. Ci sono sono madri che i bambini per non sentirli piangere ci pensano loro a farli fuori in proprio, senza bisogno di mostri esterni. E questo mostro in fieri l’ho visto molte volte negli occhi di molti vicini di casa succedutosi nello spazio e nel tempo e non solo del Nord. Le case sono fortezze di merci e desideri e i bambini sono un elemento scatenante di forte impatto destabilizzante per i vicini, specialmente se piccoli e più di uno. Piangono, fanno rumore. Impiastricciano con le loro manine sporche le porte, i muri e i vetri. Giocano. Gridano e ridono. Fanno sporco e rumore. Una categoria implacabile quella dei “pulitori”. Della “pulizia” hanno fatto una missione su questa terra. Sporchi dentro e puliti fuori. La lotta contro lo sporco è impari, ma i mezzi ci sono. Basta farsi un giro nel reparto detersivi di un normale supermercato. Sotto il nume tutelare di Mastro Lindo i pulitori estendono il loro controllo anche a giardinetti e cortili, ai loro automezzi, balconi, garage. Hanno case a specchio che sembrano negozi, cucine come cabine di pilotaggio, bagni asettici che non si chiamano più “cessi”, dove un pelo nel bidet o un capello nel lavandino, un odore sgradevole scatena le convulsioni. Non dimentico la violenza della soave signora P. che sequestrava ogni pallone che volava sul suo terrazzo e, con un evidente transfert, lo bucava furiosamente, infierendo con le cesoie, e poi ne restituiva il cadavere, lanciandolo al centro del cortile con un ghigno. O il signor C. che ci mandò i vigili perchè il nobile Pinus Pinae lasciava cadere gli aghi nel suo cortile “sporcando” la sua macchina parcheggiata e la sua malevola e trionfante soddisfazione, quando arrivò l’ingiunzione di tagliarlo. perchè piantato a meno di un metro dalla rete. Ed eccolo lì, come un serial killer, armato di motosega rombante e puzzolente, con una mascherina da sminatore, che attacca il tronco del povero albero e si appresta poi a sezionarlo chirurgicamente, mentre la nostra famigliola nascosta dietro le persiane assiste atterrita al suo squartamento per interposto oggetto. Per non parlare della signorina F. che, inferocita perchè la piccola Mimmi le aveva staccato dai vsi alcune primule per metterle nella minestra di foglie e fiori che preparava per le sue bambole, le disse che, se lo avesse fatto ancora, di notte sarebbero venuti degli scheletri a portarla via. La povera cuoca poetica per anni dormì con la luce accesa.

  8. lu il 22 gennaio 2007 alle 23:55

    Raimo:
    Io non direi che il mostro è tra noi. Sarei più distaccato, più laico forse. Eviterei la parola mostro! Certo è necessario sfumare le barriere consolatorie tra normale e patologico e le rassicuranti invocazioni della follia e dell’inumanità che ci fan vedere questi assassini come remoti e lontani da noi, a loro superiori. Un passo in più: andiamo a cercare i germi d’infamia, le vili omissioni di soccorso, le connivenze postume, tutte le forme di partecipazione autoassolutorie, tanto implicitamente portatrici di pietà e scusanti, quanto libere di offendere e violare l’altro. A pagina 12 di Repubblica del 12 gennaio, si leggono le parole di una ventenne vicina dei Castagna e dei Romano: “Non riesco a credere che sia stato lui, così gentile. E invece quell’altro…” Ancora si antepone l’assassino italiano allo straniero. “Si vede proprio che non ce l’ha fatta più”. Non si tratta più del temibile inconscio collettivo. Questo sciovinismo becero pago della propria chiusura al mondo ed alla sua pluralità, questo comunitarismo amorale che ha sempre ragione, questa ricchezza del mobile e del mattone costruito con il sudore degli stessi immigrati che disprezza, questa socialità dei centri commerciali e delle televisioni come sottofondo; questo è il terreno gravido dello stragismo della porta accanto, dell’indifferenza crassa al male. Incapaci di gestire l’ambiguità, l’incertezza, l’inattingibilità del mondo e degli altri nei quali s’imbattono, gli incruenti carnefici si stringono l’uno vicino all’altro, si fanno coraggio e si riconoscono come simili a partire dalla ricerca e fissazione dell’estraneo.

    missy:
    attenzione a non cadere nell’illusione di vedere l’opulenza industriale come una maschera della ferocia scatenatasi nelle stragi che rammenti. Come sai potevano anche accadere nelle campagne lucane…Così si finisce a sentenziare che è colpa della ricchezza! Il “discorso geosociologico” non regge perchè non c’è un vero e fondato legame causale.



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