Lingua Sovrana- 2 / La caduta e l’a-venire della Lingua: il Diritto e la Giustizia.

20 gennaio 2007
Pubblicato da

di Marco Rovelli

“Il desiderio ignora lo scambio:
non conosce che il furto o il dono

A. – il Diritto.
Benjamin, dunque, ci aiuta a comprendere Dante, e viceversa. Benjamin dice però qualcosa là dove Dante tace: afferma che è il giudizio all’origine della cacciata dell’uomo dal paradiso della lingua di Dio, e della necessità che la parola debba comunicare qualcosa. E’ questo il peccato originale della parola umana, per cui il nome esce da se stesso (‘l’albero della conoscenza… come emblema del giudizio sull’interrogante… contrassegno dell’origine mitica del diritto’).
La parola, prima della caduta, mostra e conosce: adesso ha bisogno di un senso da comunicare, anzi ha bisogno di comunicare un senso. Il linguaggio cade, come dirà Derrida, nella rappresentazione, ovvero nella “dimensione rappresentativa, mediatrice, dunque tecnica, utilitaria, semiotica, informativa, altrettante forze che sradicano il linguaggio e lo trascinano nella caduta, lo fanno decadere lontano o fuori dalla sua destinazione originaria. Questa sarebbe stata la denominazione, la nominazione, il dono o l’appello della presenza nel nome.” [5] Ma perché accade questo? Per la mela dell’albero… L’albero della conoscenza: ovvero, la necessità di discriminare – bene e male. Dove prioritario, rispetto al bene e al male, è l’atto del discriminare – il giudizio. Le categorie del giudizio, è decisivo notarlo, sono legate genealogicamente all’imputazione di colpa: in greco, categoruein significa imputare. La categorizzazione è una colpevolizzazione: l’analisi astrae, spezzetta, delimita, definisce (crea un senso), e così facendo ci allontana dall’unità originaria, da quella parola piena che sapeva mostrare integralmente l’oggetto della sua conoscenza (che altro non era, originariamente, se non il soggetto creatore).[6]
Nella caduta, l’uomo abbandona “l’immediatezza della comunicazione del concreto” e cade “nell’abisso della mediatezza della comunicazione, della parola come mezzo, della parola vana” – astratta. Benjamin aggiunge una cosa molto interessante: che l’albero della conoscenza è “contrassegno dell’origine mitica del diritto”. La costellazione che ne risulta, dunque, è la seguente: lingua – morale – diritto.

Per comprendere la coappartenenza di morale e diritto torna utile rileggere il Nietzsche della Genealogia della morale, in particolare il Saggio Secondo. In quella prospettiva, morale e diritto si legano indissolubilmente a debito e colpa. La colpa è, con ogni evidenza, l’incriminazione, l’imputazione morale: la categorizzazione. E’ il lavorio della morale, si potrebbe dire. Ora, il concetto di colpa va ricondotto, secondo Nietzsche, al “rapporto interpersonale più antico e originario”, quello tra compratore e venditore, tra creditore e debitore. In questo rapporto, per la prima volta, “la persona si misurò alla persona”. Un debito si ripaga con l’infliggere un dolore al debitore. (La compensazione, al suo fondo, e in origine, è un diritto e un mandato alla crudeltà). “Fissare i prezzi, misurare i valori, inventare equivalenze, scambi – tutto ciò ha preoccupato il pensiero più antico dell’uomo in misura tale che, in un certo senso, il pensare è questo: qui è stata allevata la forma più antica di intelligenza, qui si potrebbe supporre anche l’avvio primo dell’orgoglio umano, il suo sentimento di superiorità nei confronti degli altri animali. Forse il nostro termine «Mensch» (manas) definisce proprio parte di questo sentimento di sé: l’uomo si definiva come l’essere che stabilisce valori, stima e misura perché è «l’animale valutante in sé». La compravendita, con tutti i suoi attributi psicologici, è più antica anche degli inizi di ogni altra forma di organizzazione sociale e di associazione: dalle forme più rudimentali del diritto personale si è invece, prima di tutto, trasposto il nascente sentimento di scambio, contratto, debito, diritto, obbligo, compensazione nei più rozzi e iniziali complessi comunitari (nei loro rapporti con complessi simili), contemporaneamente all’abitudine di paragonare potenza a potenza, di misurarle e calcolarle.”[7]
L’essenziale, allora, non sarà scambiare, ma iscrivere la terra, marcare il corpo[8]. E’ da questo teatro della crudeltà che prendono forma morale e diritto. Ed è da questo teatro della crudeltà, nel medesimo movimento, che prende forma il pensiero, e l’equivalenza che dà forma al pensiero.

Se proviamo ad articolare quanto siamo venuti dicendo sin qui, enunceremo le seguenti tesi.
La perdita della lingua pura è legata al debito: da un rapporto di dare-avere, dall’obbligazione.
Si perde la lingua di Dio quando nasce il diritto.
Ogni lingua ha la propria grammatica, e ogni grammatica è una grammatica del debito e della colpa.
Dopo la caduta, il linguaggio è un fatto morale.
Per ciò Nietzsche scriverà altrove che occorre liberarsi della grammatica. E per ciò l’Artaud del corpo senza organi gridava di farla finita col giudizio di Dio. Ciò che dicevano era di liberarsi dal diritto.

B. – la Giustizia.
Abbiamo considerato il diritto nella sua coappartenenza con la morale. A questo punto conviene delimitare lo specifico del diritto (seguendo l’indicazione di Benjamin in relazione al giudizio e alla perdita della lingua pura) per vedere se può essere utile a proseguire il senso di questa deriva. E per far questo ci richiameremo a un testo di Derrida che è una glossa a Benjamin.
Là dove c’è diritto, non c’è giustizia: questa la tesi che Derrida enuncia in Forza di legge. “Il diritto non è la giustizia. Il diritto è l’elemento del calcolo, ed è giusto che vi sia diritto, ma la giustizia è incalcolabile, esige che si calcoli con l’incalcolabile; e le esperienze apiretiche sono delle esperienze tanto improbabili quanto necessarie della giustizia, cioè di momenti in cui la decisione fra il giusto e l’ingiusto non è mai garantita da una regola.” [9] La decisione giusta è incalcolabile – è irriducibile, perché “dovuta all’altro, prima di qualsiasi contratto”.[10] La giustizia è l’impossibile a-venire: ed è nel nome che la giustizia si dà, perché – come si è visto in Benjamin – è nel nome che l’uomo si pone in rapporto diretto e originario con il Verbo creatore. Ciò equivale a dire che nel nome il linguaggio si apre a ciò che sta fuori di sé. Il finito si apre all’infinito. Nel nome il linguaggio si espone, insomma. Si pone in relazione al limite. Nella relazione al limite (al mistico dice anche Derrida, richiamandosi esplicitamente a Wittgenstein), all’evento creatore che fonda ed eccede il linguaggio e la conoscenza – è lì che avviene la giustizia. Avviene: la giustizia è un avvenire. E se avviene, essa non è calcolabile. Accade, come accade la folgore della violenza divina. Per questo motivo la giustizia non può accadere nell’ambito del politico, poiché la decisione politica è determinata dal calcolo: la legge funziona sulla base di equivalenze. Il diritto misura, adegua a sé. Il diritto calcola. Per essere giusta, una decisione dovrebbe essere nel medesimo tempo “regolata e senza regola”, poiché “ogni caso è diverso, ogni decisione è differente e richiede un’interpretazione assolutamente unica, che nessuna regola esistente e codificata può né deve garantire assolutamente”[11]. Per questo, la decisione giusta è “dovuta all’altro, prima di qualsiasi contratto”: perché “essa è venuta, la venuta dell’altro come singolarità sempre altra”[12].

Diremo che questa sfera dell’eterogeneo, dell’incalcolabile, del non equivalente è la sfera del dono. E, tra le relazioni umane, quella che si colloca in questa sfera è ciò che chiamiamo amicizia. L’amicizia si pone dunque nella stessa sfera della lingua pura. Nella stessa sfera della giustizia.

Torniamo a Dante. Il discorso dell’amicizia non è per nulla estraneo alla poetica di Dante: basta ricordare la nona delle Rime dantesche: ‘Guido, i’vorrei che tu e Lapo ed io…’. Il vascello di un concorde desiderio è il luogo precario, errante, della poesia, in quanto luogo dove si possa esperire la nobiltà della lingua pura – del dono. La lingua della grazia è lingua gratuita. (Si potrebbe notare che nel vascello si parla d’amore: ma questo è meno rilevante ai fini del nostro discorso, ché l’amore, nella teoria stilnovistica, va inteso in altro senso [13]). E’ piuttosto da rilevare che la lingua che dice l’amore nel vascello è la lingua nel suo puro atto di esporsi in quanto lingua. E per comprendere questo punto occorre richiamare la nozione di amicizia come esposta da Aristotele.

La vera amicizia, per Aristotele (al quale Dante si riferisce come a ‘lo Filosofo’), è quella tra amanti della virtù: nel libro ottavo dell’Etica Nicomachea, Aristotele distingue l’amicizia per utilità (per scambio di favori: poter contare sull’altro), quella per piacere e quella per virtù. Non che poter contare sull’altro sia cosa estranea all’amicizia, né aver piacere l’uno dell’altro: potremmo dire che queste sono condizioni necessarie ma non sufficienti. Però per poter compiere la virtù dell’amicizia, perché l’amicizia sia vera, completa – occorre riconoscersi l’un l’altro in quanto amanti del bene. Venendo meno utilità e piacere, viene meno anche l’amicizia: “infatti non erano amici l’uno dell’altro, ma dell’interesse”. “Invece i buoni saranno amici per se stessi, ossia in quanto buoni”. Resteranno amici anche laddove verrà meno l’utilità reciproca, o il piacere della frequentazione. (E’ interessante confrontare con questa concezione quella di ‘amicizia stellare’ di Nietzsche nella Gaia Scienza, notarne l’affinità, e anche l’estremizzazione compiuta da Nietzsche: “che ci dovessimo divenire estranei è la legge incombente su noi”. Si potrà essere distanti in terra, ma legati da una ricerca comune. Per questo l’amico che si congeda afferma: “E così vogliamo credere alla nostra amicizia stellare, anche se dovessimo essere terrestri nemici l’un l’altro”).
I veri amici, afferma Aristotele, non hanno bisogno della legge, del diritto. E non hanno bisogno del diritto perché la comunità di amici, a differenza della comunità politica, può vivere naturalmente e quotidianamente nella luce del bene. Gli amici sono, già da sempre, là dove il diritto con le sue leggi vorrebbe guidare la città. Gli amici vivono nella giustizia – fuori dal diritto. La vera amicizia non può che essere fuorilegge.

C. – L’Amicizia.
Si veda qui.
[5] Jacques Derrida, Forza di legge, Bollati Boringhieri 2003, p. 87.
[6] In questa prospettiva si può comprendere ulteriormente Kafka, per il quale la colpa è sempre fuori discussione. La colpa è il territorio, il trascendentale, la condizione di possibilità perché tutti i sottosistemi del potere funzionino in sinergia.
[7] Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, Newton Compton 1992, pp. 85-86.
[8] E’ quanto afferma Deleuze quando scrive del “sistema del debito o rappresentazione territoriale” (Gilles Deleuze, Felix Guattari, L’anti-Edipo, Einaudi 1975, pp.206-216). Se l’uomo è essenzialmente desiderio, lo scambio e il debito sono antiumani: “Il desiderio ignora lo scambio, non conosce che il furto o il dono.” (p. 208).
[9] Ivi, p. 66.
[10] Ivi, p. 79.
[11] Ivi, p. 76.
[12] Ivi, p. 79.
[13] Per questo rimando allo studio di Giorgio Agamben, Stanze, Einaudi 1993, pp. 73-155.

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8 Responses to Lingua Sovrana- 2 / La caduta e l’a-venire della Lingua: il Diritto e la Giustizia.

  1. carla il 20 gennaio 2007 alle 16:05

    Mi piace questa definizione di giustizia,
    – accade –
    senza regole dettate dal diritto,
    accade come un dono che ci investe,
    che ci pone verso l’altro senza veli.

    La giustizia è guardarsi dritto negli occhi
    e riconoscersi.

    ciao Marco
    carla

  2. antonio sparzani il 21 gennaio 2007 alle 01:02

    caro Marco, pensi che la definizione aristotelica di amicizia regga all’oggi, in qualche modo? Ovvero:
    “E’ piuttosto da rilevare che la lingua che dice l’amore nel vascello è la lingua nel suo puro atto di esporsi in quanto lingua” questo dici e questo mi piace immensamente, ma c’è dentro già la tensione alla virtù, necessaria per la nicomachea amicizia?
    Comunque, che bene!
    a.

  3. Chapeau il 21 gennaio 2007 alle 11:10

    Voglio solo far notare che l’apologia del “fuorilegge” o della “inutilità del diritto” sembra una grossa ingenuità, o meglio un modo di porsi infantile (e colpevole!) nei confronti del problema della legge. Le “regulae vitae” monastiche, ad esempio, sono anch’esse forme del diritto, ma non del diritto comunemente inteso in occidente, rivolto ossia verso il dominio dell’esterno ecc. (come dici o alludi tu, Rovelli, giustamente). Le “regulae”, voglio dire, aggirano il problema della legge e lo capovolgono o assorbono nella vita quotidiana, anzi nella PROPRIA vita. Il diritto, così, diventa una faccenda tutta personale, che non dimentica mai, però, le questioni poste dalla presenza dell’altro – non solo dell’amico, ma anche del “nemico”. Invece, questo tuo modo di affrotnare la questione, sa di antagonismo, e l’apologia del “fuorilegge” (di un certo “fuorilegge”) – ripeto – sembra confermarlo precisamente. Ma per me è molto più “fuorilegge” un francescano che un lanciatore di molotov o un nostalgico dell’amicizia pura.

  4. marco rovelli il 21 gennaio 2007 alle 12:20

    @ Antonio
    Caro Antonio, la mia immagine dell’etica è spaziale: la vedo come una mappa geografica, e noi siamo disposti in essa in una certa posizione piuttosto che in un’altra. Siamo orientati in un senso piuttosto che in un altro. Noi ci siamo trovati su un vascello per le nostre ad-finitates, per l’esposizione reciproca delle nostre finitudini che, in qualche modo, si sono trovate a combaciare. Lasciare che questo dono accada – forse questa è la forma di giustizia più alta.

    @ Chapeau
    Nel discorso non c’è alcuna apologia del fuorilegge in quanto tale, non so dove tu abbia letto l’apologia di un “certo” fuorilegge. Ho tentato di enunciare invece che il diritto e la giustizia sono necessariamente, destinalmente, in tensione reciproca, e dal loro conflitto scaturisce la dimensione tragica che è propria dell’umano. Gli amici sono fuorilegge nella misura in cui non possono riconoscere il diritto come proprio alla loro forma di vita “giusta”; non sono fuorilegge nella misura in cui lanciano molotov. Dunque anche un francescano può essere fuorilegge, certo.

  5. Chapeau il 22 gennaio 2007 alle 18:37

    Appunto: ognuno ha la sua “giustizia”, la sua “vita giusta”. Mi spieghi perché il diritto – quello UNIVERSALMENTE riconosciuto – deve essre l’unico ambito entro il quale o contro i lquale io devo pormi in “tensione”. E perché mai dovrei pormi in “tensione” proprio con l’idea di diritto – che so – di Hobbes o di Hegel? E se di questi me ne strafrega? E se voglio praticare la giustizia secondo il MIO diritto, secondo il diritto della MIA comunità – senza intralciare quella di altri, ecc? A queste domande, Rovelli, mi pare tu non arrivi con la tua pur lucida analisi. Resti al di qua – molto al di qua – del guado.
    Un saluto.

  6. antonio sparzani il 22 gennaio 2007 alle 21:40

    “Noi ci siamo trovati su un vascello per le nostre ad-finitates, per l’esposizione reciproca delle nostre finitudini che, in qualche modo, si sono trovate a combaciare. Lasciare che questo dono accada – forse questa è la forma di giustizia più alta.”
    Alcuni hanno la fortuna di imbattersi in più ad.finitates di altri. Benedico il momento – non così frequente – in cui me ne capita una.
    a.

  7. marco rovelli il 23 gennaio 2007 alle 00:23

    Chapeau, credo che la dialettica fondamentale della vita sia quella tra senso e violenza, ovvero tra forma e fluidità, e che questa sia una dialettica insuperabile – tragica. Per questo il diritto è destinato a essere trasgredito, pena la morte. Ma è certo che qui provo ad articolare una questione di fondo, non ho certo la pretesa di porre tutte le domande necessarie…

    Antonio, bello è benedire…

  8. Craniocleziano il 23 gennaio 2007 alle 10:14

    Non dimentichiamo l’ipocrisia. L’atteggiamento di chi professa una fede incondizionata in valori assoluti e la trasgredisce nella banale esperienza di vita. Il risultato è là fuori: il trionfo della morte, dall’innesco della conoscenza primordiale (causato dalla violenza) fino alla devastazione dei giorni nostri.
    Inoltre c’è chi dimentica la propensione umana alla perversione polimorfa. L’ambiguità. L’impossibilità di comunicare. La guerra, cioè l’atto più antiumano che vi sia, si compie quasi per definizione in nome di dio, della pace, della democrazia (totalitaria).
    L’amicizia? amore privo del ricatto sessuale. Ma c’è anche la delusione, nulla si sancisce per sempre.



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