A Sanguineti preferisco Micòl

21 gennaio 2007
Pubblicato da

di Francesco Longo

L’intervento di Sanguineti che proponeva di restaurare “l’odio di classe” non mi ha stupito. Ho incontrato le idee di Sanguineti all’università, e come tutti, credo che i suoi saggi su Pascoli, su Gozzano o sul liberty siano imprescindibili per chi studia il Novecento. È affascinante il suo atteggiamento radicale, la sua tensione politica, la sua avversione verso i compromessi, e il fatto che sia simpatico: un vecchietto ruvido ma pieno di humor. Tuttavia, negli anni, mi sono convinto che egli odiasse la letteratura, così quando l’ho sentito parlare di odio di classe mi è dispiaciuto, ma un po’ me lo aspettavo. Uno che ha ribadito infinite volte che il romanzo è borghese e che bisognava far fuori il romanzo, prima o poi può finire per dire quelle cose. Se guardo allo stato attuale della letteratura italiana, penso che le idee di Sanguineti siano state più che profetiche, responsabili dello stato attuale del romanzo italiano. In Italia la forma romanzo è stata mortificata da attacchi precisi della neo-avanguardia che hanno impedito un laboratorio di alto livello. Chi poteva far crescere il romanzo lo ha abbandonato, considerandolo un binario morto, e volgendo lo sguardo altrove. E se oggi il romanzo è affidato a Giorgio Faletti, o a Susanna Tamaro, o ai giallisti è colpa anche di Edoardo Sanguineti. Cercherò di spiegare il perché.
Nell’idea di avanguardia di Sanguineti l’unica forma possibile di narrativa non era il romanzo bensì l’anti-romanzo. Il romanzo era una forma borghese che andava fatta esplodere perché si trasformasse la società ingiusta che gli stava intorno. La letteratura cioè era considerata non un fine, ma il mezzo, lo strumento per un cambiamento politico che riguardava ciò che le era esterno. I veri intellettuali, quelli impegnati, dovevano sovvertire il linguaggio e le strutture romanzesche. Chi non lo faceva, era uno scrittore per femminucce. Non è un caso che una delle polemiche di Sanguineti più note sia stata proprio quella con Giorgio Bassani che era uno dei pochi che sapeva cosa fosse la letteratura. Infatti uno scrisse Capriccio italiano (1963), l’altro Il giardino dei Finzi-Contini (1962). Sanguineti cioè dava vita ad un’opera oscura e indecifrabile, se non per una cricca di accademici (e lo faceva in nome delle masse). L’altro scriveva un romanzo vero, incidentalmente politico, che tutti potevano leggere. Bassani con quel romanzo riusciva a far crescere il lettore (anche eticamente e civilmente) facendolo tremare con le metafore. Sensibilizzò chi lo leggeva descrivendo partite a tennis con colpi “ciechi”, in pomeriggi che diventavano di colpo senza luce. La morte fuori scena di Micòl Finzi-Contini fa odiare i regimi più di tutta la letteratura d’avanguardia messa insieme.  
Sanguineti e gli intellettuali della neoavanguardia si occupavano invece di mettere mine nel linguaggio, e nelle forme metriche, dettando in questo modo l’identikit del perfetto intellettuale. L’inconveniente di quella tesi era che fosse sbagliata, ma qualcuno, consapevole o no vi ha creduto.
In Italia si è assistito così ad una separazione. Gli intellettuali dediti alle loro labirintiche opere illeggibili hanno lasciato il romanzo nelle mani di chi non era engagé, non aveva alle spalle una visione forte della letteratura, né aveva alcun tipo di messaggio da lanciare perché la società invertisse la rotta.
Una delle prove più evidenti che la tesi dei neoavanguardisti non fosse sana, mi pare possa essere la letteratura israeliana contemporanea. Nel novembre scorso a Tel Aviv David Grossman ha tenuto uno dei discorsi più lucidi, forti, e d’impatto politico degli ultimi anni, diretto anche contro il proprio governo. I tre intellettuali israeliani che, si condivida o no le loro posizioni, sono le voci più rilevanti di chi non fa politica di professione, sono anche tre scrittori, autori di romanzi veri: David Grossman, Abraham Yehoshua e Amos Oz. I loro testi sono tra i migliori romanzi della letteratura mondiale (capaci anche di sperimentare forme nuove, rinnovare le strutture narrative, riflettere sul linguaggio) ma non sono certo degli anti-romanzi. Eppure lì, dove la neoavanguardia non ha screditato la narrativa, la forza politica e militante degli intellettuali è piena e indiscutibile.
Le obiezioni possibili a questo discorso sono molte, la più immediata è che quando parlava Sanguineti le cose in Italia erano diverse, e che c’era bisogno di Laborintus (1956) e non del Gattopardo (1958). Personalmente non ci credo, ma di questo si potrebbe discutere, la domanda comunque che vorrei fare a Sanguineti è questa: crede ancora in quella sua tesi? Col tempo, si è accorto che concentrarsi sul linguaggio e deformare la narrativa non era la strada per il cambiamento sociale? Si è accorto che il danno prodotto dalla neoavanguardia nei confronti della letteratura italiana è maggiore dei suoi benefici?
Apprezzo molto la sua recente virata verso la cultura pop (alla lunga le élite sono noiosissime). Ricordo la sua presenza al Campiello, e mi dispiace che il suo testo sia stato escluso dall’edizione del Festival di San Remo del 2007. Le chiederei, a questo punto, una mossa modaiola. In tempi in cui pure la chiesa chiede scusa e i vescovi si licenziano, lei, chierico, non vuol proprio chiedere scusa alla letteratura?

 

[precedentemente pubblicato su “Il Riformista” il 20 gennaio 2007]

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71 Responses to A Sanguineti preferisco Micòl

  1. Giuseppe Iannozzi il 21 gennaio 2007 alle 14:49

    Peccato per quella leccata di lingua alla Chiesa in chiusura del pezzo: la Chiesa ha tante di quelle colpe sull’anima che per estinguerle non basterebbero tutte le fiamme dell’inferno. La Chiesa di oggi, oscurantista e medioevale, con un Papa pericoloso più di tutto il fondamentalismo islamico, a me, sinceramente fa una gran paura: tanto da farmela letteralmente nelle mutande. E’ una Chiesa pericolosa e di regime, che nega la VITA, che nega i diritti elementari della VITA, che nega DIRITTI e che avanza RAZZISMI, quelli propri d’una chiesa fondamentalista. Una leccata di lingua che dopo un pezzo che potevo condividere, se non in toto, almeno in parte, m’ha lasciato decisamente male: sin tanto che ci saranno questi ammiccamenti allo strapotere ecclesiastico, la letteratura non si affrancherà mai né dalle neo-avanguardie né dalle bolle di sapone à la Tamaro.

  2. alcor il 21 gennaio 2007 alle 14:58

    Ieri sera, leggevo per ragioni mie uno dei saggi di Bachtin “Epos e romanzo”. (Bachtin, Estetica e romanzo, Einaudi,1979)

    E’ un peccato non poterlo copiare tutto. Ovviamente Sanguineti lo conosce bene, anzi, essendo lui professore e io no, avrà avuto il tempo, che io ricavo da quel poco che mi resta, di meditarselo bene.

    Dalla lettura di quel saggio deriva che Sanguineti, che lo voglia o no, nel romanzo è dentro come tutti, e che anche l’anti-romanzo sta tranquillamente nel romanzo, magari come una forma di eczema, di disturbo secondario, dermatologico.

    Dice Bachtin tra l’altro: “il romanzo è l’unico genere letterario in divenire e ancora incompiuto.”

    “L’ossatura del romanzo in quanto genere letterario è ancora lungi dall’essersi consolidata, e noi non siamo ancora in grado di prevederne tutte le possibilità plastiche.”

    “Il romanzo parodia gli altri generi (proprio in quanto generi), smaschera la convenzionalità delle loro forme e del loro linguaggio, soppianta alcuni generi e ne introduce altri nella sua propria struttura…”

    “…è caratteristico che il romanzo non permetta ad alcuna sua varietà di stabilizzarsi. Attraverso tutta la storia del romanzo passa, in modo sistematico, la parodia o il travestimento delle varietà dominanti e di moda di questo genere, le quali tendono a stereotiparsi…”

    E soprattutto, a consolazione e sprone a tutti noi.

    “… Questa autocritica è la singolare caratteristica del romanzo come genere letterario in divenire.”

    “Il romanzo è l’unico genere letterario in divenire e quindi esso riflette il divenire della stessa realtà in modo più profondo, essenziale, sensibile e rapido. Solo chi diviene può capire il divenire”

    E mi fermo. Dunque Sanguineti, qualsiasi cosa dica, è qui dentro, E per rispondere a Sanguineti l’unica cosa da fare è scrivere romanzi che siano all’altezza di quanto scrive Bachtin.

  3. Luminamenti il 21 gennaio 2007 alle 16:28

    Siccome, dispiacendomi (in genere pensare a fondo divide), piuttosto spesso non mi trovo d’accordo con Raimo, inizio dicendo subito che sono della sua stessa idea intorno alla grandezza di David Grossman, Abraham Yehoshua e Amos Oz. Anche se per motivazioni e modi di vederli probabilmente differenti e credo per scelta e gusto tra i loro stessi libri i più disparati. Sopratutto quando Raimo attribuisce ai loro scritti forza politica. Sì, c’è anche quella, ma li fondo su altro nella mia valutazione personale, che certo s’intreccia anche con la visione politica, che però in quasi tutti loro è più o meno velatamente teologica ed ebraica anche se talvolta eterodossa. Verso quell’intreccio strutturale tra anima umana e politica e società a mio parere si è proiettato l’ottimo Gomorra.
    Ma ce ne sono altri di israeliani, probabilmente di minor grido e risonanza ma alcuni dei quali forse di spessore ancora maggiore. La lista è lunga: Yehoshua Kenaz, Kaniuk Yoram (con il suo straordianrio Confessioni di un arabo buono), Yakov Shabtai, David Shahar, Meir Shalev, Yigal Schwartz, Sami Michael, Yehudit Rotem, Nava Semel e Nurit Zarchi. O il grande libro Tmol Shilshom di Shemuel Y. Agnon poco conosciuto. Credo che il caso degli scrittori israeliani siano unico al mondo per ricchezza.

    Ma non capisco perchè i saggi di Sanguineti su Pascoli, su Gozzano o sul liberty siano imprescindibili per chi studia il Novecento. Non mi sembrano decisivi per capire il Novecento.

    Raimo poi pensa “che le idee di Sanguineti siano state più che profetiche, responsabili dello stato attuale del romanzo italiano” e che “il danno prodotto dalla neoavanguardia nei confronti della letteratura italiana è maggiore dei suoi benefici”
    Qui concordo aggiungendo però che il danno non è stato semplicemente maggiore dei suoi benefici, ma semplicemente catastrofico. Benefici zero!
    Cmq non è che Sanguineti ne sia stato il responsabile, semplicemente ha incarnato magnificamente ciò che di già girava di sulfureo e inconcludente nell’aria. La cultura pop m’interessa solo per capire meglio le forme rigorose di metamorfosi del nichilismo, non per seguirle. Il nichilismo è una forza che non va sottovalutata.
    D’accordissimo su Bassani, mi piace come ne dice Raimo.
    Ma non comprendo: “E se oggi il romanzo è affidato a Giorgio Faletti, o a Susanna Tamaro, o ai giallisti…”. Non capisco. Perchè di questi si vendono molte copie?
    Io mi sento ferocemente critico della letteratura contemporanea italiana, ma, per dirne uno Raimo, tra i tuoi soci di redazione NI, Per Sempre Giovane di Biondillo è uno stupendo libro, ricco di percezioni sottili. Forse, cercando tra le sue parole le stratificazioni delle sue letture, le sue influenze, possono emergere per qualche altro futuro scrittore altre vie che non quelle nefaste di Sanguineti. Lo stesso potrei dire di Franco Arminio, che meriterebbe molta più attenzione.
    Cmq il tuo articolo Raimo è un ottimo spunto per darsi a riflettere.

  4. Luminamenti il 21 gennaio 2007 alle 16:38

    Mi fa piacere vedere che c’è qualcuno che legge ancora Bachtin

  5. Humbert Goombert il 21 gennaio 2007 alle 17:03

    A Luminamentiiiiii.
    Apri gli ochiiiii.
    Aggiusta gli occhialiiii.
    L’articolo non è di Raimoooo.
    L’articolo è di Longooooo.
    Statti beneeeee.

  6. Angelo Petrella il 21 gennaio 2007 alle 17:07

    A LONGO PREFERISCO SANGUINETI
    Credo sia pacifico che possa destare gran fastidio oggi sentir parlare di “odio di classe”. Eppure questa categoria è sana e imprescindibile. “L’odio di classe” è fastidioso come lo è qualsiasi unheimlich rimosso che torna a ricordare il senso delle nostre azioni e dei nostri discorsi. Ivi incluso il discorso letterario, che è una delle forme di politica oerata nell’agorà.
    Il problema del rapporto tra l’ideologia (o, se preferite, la weltanschaaung) e il linguaggio è antico per lo meno quanto lo sono Benjamin e Lukàcs e, prima ancora Marx, dopo di che Pasolini. Questo non significa che tutte le posizioni sanguinetiane siano sempre condivisibili al cento per cento. Però significa che il principio – e precisamente: quello della necessità di rimuovere le incrostazioni delle false coscienze sulla superficie della letteratura e riscoprire i nudo senso – è sempre valido ed è bene ricordarlo sempre. Oggi che la letteratura vive nell’imprescindibile dialettica tra comunicazione di un messaggio e dictat del mercato, in cui il secondo momento è la forma formans del primo, è bene ricordare che il compito della letteratura resta sempre l’espressione dell’ideologia dell’autore e della classe a cui appartiene o, in altre parole, del “mito” dell’autore per dirla con Barthes. Ciò significa che la propria ideologia la si può occultare ma non cancellare: “l’odio di classe” a cui Sanguineti allude è questo. Nient’altro che questo: ricordare che il linguaggio è sempre espressione di una weltanschaaung e cercare di trovare, in ogni momento storico, le strategie per recuperare quell’utopia della libertà che la letteratura persegue, ovvero l’educazione alla lotta di classe.
    Il momento delle neoavanguardie è stato fondamentale per i motivi uguali e contrari a quelli che Longo ricorda: la rottura del linguaggio contro la stagnazione ma anche il rinnovamento e l’adeguamento ai nuovi sommovimenti sociali. E’ pensabile il romanzo degli anni Novanta senza Balestrini? Io credo di no, sia dal punto di vista dell’insegnamento stilistico che da quello didattico-ideologico. Tondelli è immaginabile senza Arbasino? “Gomorra” o “Q” sono pensabili senza “Vogliamo tutto” o “Sandokan”? No, senz’altro. Eppure Balestrini è stato uno dei principali interpreti della neoavanguardia del Gruppo 63 e si è molto concentrato sul “linguaggio” tanto aborrito da Longo. Dunque l’avanguardia come causa di tutti i mali del romanzo contemporaneo? O forse, in modo un po’ meno superficiale, non è meglio dire che le defaillances della narrativa italiana risalgono un po’ più dietro e risentono di un retaggio storico un po’ più approfondito, magari dall’Ottocento, magari da Manzoni? Sparare a zero sull’avanguardia e sui suoi intenti politici ancora oggi validi è il modo migliore per rimuovere i fallimenti della politica (e della letteratura e della critica) oggi.

  7. Luminamenti il 21 gennaio 2007 alle 17:10

    Me ne sono accorto adesso. Ti ringrazio.

  8. Luminamenti il 21 gennaio 2007 alle 17:14

    @angelo petrella dice riferendosi a sanguineti: “Nient’altro che questo: ricordare che il linguaggio è sempre espressione di una weltanschaaung e cercare di trovare, in ogni momento storico, le strategie per recuperare quell’utopia della libertà che la letteratura persegue, ovvero l’educazione alla lotta di classe”.

    Non ci può essere alcuna libertà nell’educare alla lotta di classe. E non ci può essere nessuna letteratura fondata su questo principio

  9. alcor il 21 gennaio 2007 alle 17:21

    Avanguardia=lotta di classe?
    Ma mi viene solo da ridere, scusa Petrella. Se è questo che volevano hanno ottenuto il contrario. Checché le avanguardie storiche e post storiche e post-post storiche si raccontino.
    Sono state un frisson borghese dentro alla Weltanschaung borghese. Anzi, piccolo-borghese, l’unica classe davvero rivoluzionaria e produttiva del paese, perché se non altro i suoi confini erano molli e porosi, e facili da innestarsi senza barriere.

    Sono troppo vecchia per queste discussioni.

  10. Stefania Style il 21 gennaio 2007 alle 17:50

    …qualcuno di voi ricorda ‘la canzoncina’ che fa “libertà è partecipazione”?

  11. cf05103025 il 21 gennaio 2007 alle 18:15

    Per me la parola odio di classe è francamente da buttare e dimenticare,
    e la lotta di classe dovrebbe ben prescindere dall”odio”, come più volte fu scritto.

    Per quanto riguarda il Gruppo ’63 e le sue tendenze, amori e disamori estetici, non bisogna mai dimenticare che nacque ancora in anni abbastanza vicini al Joyce come ideale sperimentale in letteratura narrativa.
    Spesso, se non sempre, veniva citato Joyce come paladino per eccellenza della ricercaa letteraria, solo che seguendo le sue tracce dopo Finnengan’s wake non si può scrivere più nulla, non rimane che l’afasia,
    o il passare ad un altro linguaggio ed immergersi in un bel Pollock, in un Motherwell o in Franz Kline, De Kooning et cetera.
    Di fatto non credo che Sanguineti ed il gruppo ’63 abbiano avuto responsabilità veramente condizionanti nello sviluppo della narrativa italiana perchè vi furono, anche allora, forti contrasti esterni anche a sinistra in narrativa.
    Il Gruppo’63, in Italia, era soltanto l’ultimo figlio delle avanguardie storiche: Futurismo, Simbolismo, un vago pizzico di Surrealismo; forse nacque fuori tempo in un luogo di provincia che pareva capitale.
    Non so, ma credo, che gli uomini abbiano ancora bisogno di sentirsi contare storie, magari brutte belle strane eccellenti scacazzate,
    ma storie, se mai cessa o decresce il mezzo di trasmetterle:
    uno sta lì davanti alla televisiùn e si becca un telefilm del cazzo e magari gode o si bea un po’,
    io magari no,
    ma de gustibus,
    tanto adess il merkato decide.

    MarioB.

  12. Giuseppe Iannozzi il 21 gennaio 2007 alle 18:27

    Oh, Gaber e Luporini. Grande.

    Non credo affatto che Sanguineti abbia colpa delle Melissa P. oggi in circolazione: solo il mercato ne ha colpa. Il mercato che a un Nabokov preferisce una puttanata. E il pubblico che abituato ai Drive-In negli anni Ottanta e al Grande Fratello a inizio Duemila, ha trovato in “penne così” un terreno fertile per le proprie fantasie di massa. Se ci sono dei colpevoli, i palinsesti televisivi. Però non mi preoccupano le Melissa P.: sono cose che finiscono da sé. Melissa P. ha già finito. Ne sentiremo ancora parlare per un po’, come fosse una velina. Null’altro. Chi si ricorda le ragazze di “Non è la Rai?” Ecco, uguale fine.

  13. tashtego il 21 gennaio 2007 alle 18:57

    non è che avessi una grande idea de Il Riformista, che già il nome del giornale mi fa un po’ ridere (a questo punto io chiamerei il prossimo giornale, non so, Il Buono: tutti siamo riformisti, tutti siamo buoni), ma non credevo potesse ospitare sulle le sue pagine un temino da liceali come questo qui sopra.
    attribuire la scarsa qualità del romanzo italiano (ma è davvero così?) all’avanguardia del Gruppo ’63, quando la maggior parte di quelli che scrivono oggi manco l’ha sentita nominare, è davvero paradossale.
    “chi pensava di scrivere un romanzo l’ha abbandonato”, ma andiamo…
    ognuno ha diritto a portare avanti le proprie battaglie culturali, ma non ad attribuire arbitrariamente rapporti di causa-effetto là dove non ci sono.
    e poi lo shock subito da Longo a fronte dell’incitamento all’odio di classe di Sanguineti, il suo virgineo rossore…

  14. Lazzaro Visconti Pera il 21 gennaio 2007 alle 21:01

    Finalmente!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Era ora!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    Valeva la pena di aspettare con pazienza e fiducia! Io lo sapevo che prima o poi sarebbe successo.

    Eccolo di nuovo, il grande, caro “vecchio tash”: un marchio da prendere a occhi chiusi, senza riserve di sorta.

    Bentornato, tashtego.

  15. aitan il 21 gennaio 2007 alle 22:10

    io alla pasta e patate preferisco la polka o il chiar di luna

  16. diego il 21 gennaio 2007 alle 22:32

    “Nel novembre scorso a Tel Aviv David Grossman ha tenuto uno dei discorsi più lucidi, forti, e d’impatto politico degli ultimi anni, diretto anche contro il proprio governo [?]. I tre intellettuali israeliani che, si condivida o no le loro posizioni, sono le voci più rilevanti di chi non fa politica di professione [!], sono anche tre scrittori, autori di romanzi veri: David Grossman, Abraham Yehoshua e Amos Oz. –

    e solo uno che scrive x il riformista poteva osare tanto.
    [ma cos’è ‘sta roba? checcentra sanguineti?]

    diego

  17. Humbert Goombert il 22 gennaio 2007 alle 01:33

    A me invece tashego mi fa ridere. Non so, sembrano un po’ sceme le cose che dice. Però, insomma… scrittori si nasce / giornalisti si diventa / autori di post si muore…

  18. Giuseppe Iannozzi il 22 gennaio 2007 alle 07:20

    @ Humbert Goombert

    Giuro che questo è il commento più bello.
    Morirò autore di post e di commenti. :-D

  19. Luminamenti il 22 gennaio 2007 alle 07:47

    “La storia è andata così, la vita anche. Mutare il ribrezzo in lucidità, la speranza in certezza. E in impazienza”
    (Franco Fortini)

    “I mondi bevono, si ubriacano
    di nuovo spazio
    e gli ultimi quaternari mancano il sogno tolemaico”
    (Gottfried Benn, Statische Gedichte)

    Ieri sera su LA7 c’era Sanguineti e ha provato a spiegare cosa intendeva con “odio di classe”. Francamente non mi ha proprio convinto e mi sembrava si arrampicasse sui muri. Sanguineti è un altro di quelli che pensa che la logica riguarda il linguaggio e che quindi conseguentemente si possa tranquillamente dire che occorre l'”odio di classe”, in quanto se la logica non è razionalità del mondo ma solo linguaggio, non può fare danni l’espressione “odio di classe”, perchè ovviamente va interpretata in senso non violento. Infatti, durante la trasmissione ci tiene a sottolineare che lui è contro ogni forma di violenza e che anzi combatteva il terrorismo. Consoliamoci con questa sua genuina interpretazione, perfettamente organica a quanto di più di conformistico e borghese e classista e integrato nelle università italiane ci sia nelle teorie ermeneutiche del Gadamer di Verità e metodo. Naturalmente Sanguineti è sincero, ma non si rende conto invece che volente o nolente il linguaggio ha presa sulla realtà, come la Storia ha già insegnato, e il “suo” proletariato leggerà a modo “suo” l’espressione “occorre ripristinare l’odio di classe”.
    Il “suo” odio di classe è perfettamente simmetrico all'”amore per il prossimo” di Ratzinger. Tutti e due vivono questo loro sentimento ermeneuticamente, salvo dimenticarsi che gli altri se lo girano dentro le loro anime come più gli conviene. Così entrambi razzolano danni!
    Sanguineti è uno di quelli intellettuali troppo sovrastimati e mitizzati. Non parliamo della sua poesia. Quel Gatto Lupesco! (lo faccia leggere al suo proletariato che il potere sarà felice!)
    Poi, durante la trasmissione voleva in qualche modo comparare la necessità dell’odio di classe a il pensiero evangelico, salvo poi correggersi che anche i cristiani hanno poi talvolta interpretato quest’ultimo in maniera violenta, cosa che naturalmente non lo trova d’accordo. Ha fatto una confusione enorme. Il fuoco evangelico di Gesù è rovente, ma non è violento in senso fisico, è duro e irascibile verbalmente, ma non instilla odio. Vuole rimanere ancorato al marxismo? Bene, eviterò di consigliargli per l’educazione alla lotta di classe l’immagine della Torre di Avorio della mistica cristiana perché la rifiuterebbe e perché ricostruirne il significato significherebbe lottare con il degrado della sua immagine e senso, potrebbe però riflettere sulle tre righe che commentano in copertina Extrema Ratio del marxista Franco Fortini:
    “La storia è andata così, la vita anche. Mutare il ribrezzo in lucidità, la speranza in certezza. E in impazienza”.

    Fortini come marxista si pose il problema della barbarie che cresce ogni giorno, della distruzione dei rapporti umani, prospetta una mazziniana cospirazione in piena luce, una clandestinità non clandestina, una tonsura invisibile: apparentemente una persona sembra essere come un’altra ma non lo è. Delle microsocietà fatte anche di una sola persona, una sorta di monachesimo. Uno sguardo ai giansenisti che si rifiutavano di partecipare alla vita politica, scrivevano delle belle grammatiche, si davano ad austeri esercizi di pietà religiosa. Non cospiravano, non tiravano bombe: si sottraevano al mondo stando però nel mondo. E furono considerati per questo così pericolosi da meritarsi una terribile persecuzione.
    Sanguineti se vuole essere ancora marxista nelle sue fondamenta proceda ad educare. Guardi all’esperienza allora di un Danilo Dolci o di un Ivan Illich, se proprio ci tiene a tenersi nel solco comunista. Con quello che ha detto siamo precipitati di nuovo nella memoria degli orrori e degli abissi.

  20. tashtego il 22 gennaio 2007 alle 08:21

    @Humbert Goombert
    spero che il tuo non sia un augurio.

  21. a.b. il 22 gennaio 2007 alle 10:16

    Due cose discutibili date per scontate in questo articolo:
    – […] oggi il romanzo è affidato a Giorgio Faletti, o a Susanna Tamaro, o ai giallisti […].

    mentre leggendo Kamikaze d’occidente o Canti del Caos troviamo forme nuove, vive e vegete.

    – Apprezzo molto la sua [di Sanguineti] recente virata verso la cultura pop (alla lunga le élite sono noiosissime).

    mah, è strano dire che la cultura pop (non il popolare) non sia qualcosa che appartiene alle élite. In realtà sono prodotti studiati da eccellenti manager, pubblicitari, artisti, veicolati al grande pubblico con tecniche di mass market aggressive, assorbenti, instupidenti. L’ho gia detto, ma farebbe bene chi parla di pop fare un giro a Palazzo Grassi per vedere la collezione chiamata post-pop del miliardario François Pinault. Lì c’è la summa della cultura pop alloggiata dove deve: un piedistallo che sottolinea tutta l’aura economica di cui questi oggetti sono capaci e allo stesso tempo tutta la separazione dall’esistenza della gente.

  22. marco v il 22 gennaio 2007 alle 10:50

    …ho la brutta sensazione che l’impoverimento del cosiddetto ceto medio, ricacciato nell’alveo del (sentirsi) proletariato, unito alla tragedia del precariato stia preparando di nuovo il terreno a certi discorsi… temo, sinceramente, che si possa cascare in un’altra stagione di piombo. E avremo bisogno dell’intelligenza di tutti tranne di quella di Sanguineti, e di altri dinosauri come lui, per evitarlo. Vedo ex brigatisti che scrivono libri di successo, intellettuali passatissimi che tornano in televisione, giornalisti e scrittori revisionisti che raccontano un’Italia spezzata da 60 anni (??!!), fondata su Grandi Bugie… ho molta paura che reagiremo in maniera scomposta, immatura, che qualcuno si sentirà in obbligo di dare un’interpretazione letterale e dogmatica e tanti nessuno – di fronte alla prospettiva zero di una laurea e un lavoro in un call center – si possano sentire qualcuno con una pistola in mano.
    Il governo “amico” e persino un anziano Presidente ex comunista, tra l’altro, sembrano fatti apposta per la tragedia dello scontro generazionale.
    Qui, se non ci sbrighiamo a dare a coloro che ancora non ce l’hanno vere opportunità di lavoro e di realizzazione personale, siamo fritti.

  23. andrea inglese il 22 gennaio 2007 alle 10:54

    è un po’ sconsolante leggere queste righe di Francesco Longo, perché se da un lato prendono atto di qualcosa che era già chiaro a quasi tutti all’inizio degli anni Ottanta, almeno da Tondelli in poi, dall’altro utilizzano la sempre praticabile tecnica del colpo di spugna. Colpo di spugna su davvero tanti fatti, tanti aspetti, si da rendere la storia letteraria recente una favola buon forse per il “Riformista”, ma non per lettori più esigenti.
    Ci fu un terrorismo estetico nei confronti del romanzo da parte della neoavanguardia, ma: nel frattempo gente come Arbasino rinnovava grandemente il romanzo, Manganelli si rivelava uno dei maggiori scrittori italiani, ecc. D’altra parte, gente come Volponi, ad esempio, rinnovava a sua volta il romanzo, senza seguire i dettami avanguardistici. Ricordo di sfuggita queste cose perché imputare alla polemica Sanguineti Bassani l’affossamento delle sorti progressive del romanzo italiano mi sembra davvero una bizzarra semplificazione.

    Sulla questione delle élite: il tema è certo importante, io ho provato anche su NI a toccarlo nei post “L’impronunciabile parola avanguardia”. Qui in Longo ci vedo solo una sorta di impazienza per una liquidazione di tutto cio’ che non si conforma al prodotto massificato, che viene nobilitato dal termine “pop”. Ora il “pop” come categoria è il vero cavallo di troia delle peggiori, più miopi speculazioni di mercato editoriale, presentate pero’ come prodotti che soddisfano finalmente i genuini bisogni letterari/culturali dei fruitori.

    Sul “pop” c’è un discorso critico da fare, ma richiede di spostarsi al di fuori di molte categorie assodate. Dunque non è fattibile in tre battute nella colonnina dei commenti.

    Quanto al Sanguineti e alla sua svolta “pop”, la trovo davvero insopportabilmente opportunista, e davvero tarda. Come quando la chiesa aspetta qualche centinaio di anni per scusarsi di aver torturato e trucidato donne innocenti e uomini di scienza.

  24. Humbert Goombert il 22 gennaio 2007 alle 11:05

    Aho’ tash! Ma allora è vero che drammatizzi manco fossi la Duse! E’ chiaro che non era un augurio, cazzu!

  25. a.b. il 22 gennaio 2007 alle 11:27

    @ Inglese
    E’ il momento per un discorso sul pop. Ho sentito in questi anni in rete tante sciocchezze sul pop, cose euforiche senza un minimo di senso critico oppure addirittura in malafede. Tu hai la sensibilità e la preparazione per farlo e sono sicuro che riusciresti a dire qualcosa che sarebbe una base per ragionare davvero.

  26. alcor il 22 gennaio 2007 alle 11:38

    a.b.

    lo so che arrivo buona ultima, ma voglio che tu sappia (e anche se ti sembrerà strano e forse non lo crederai ti garantisco: non c’è ostilità nelle mie parole, ma solo spossatezza) che ogni volta che mi cade l’occhio su un libro di Moresco penso a te, e ormai vi abbino. E la mano che magari vorrebbe riprenderlo in mano si ritrae per un senso di troppità.
    Non ti dico di non tirarlo più fuori, ma solo che non gli fai un buon servizio, perché esprimi il tuo apprezzamento sempre in modo non critico o motivato, ma così, come un proclama, una legge, una fede, un incontrovertibile dato di fatto. Che diamine.

  27. andrea inglese il 22 gennaio 2007 alle 11:38

    a a.b. è una cosa che effettivamente voglio fare, in quanto rappresenta uno di quei temi che non ti scegli, ma finiscono per ossessionarti a forza di sentirne parlare in forme ingenue, o equivoche, ecc.

    quanto alla mia affermazione: “Ora il “pop” come categoria è il vero cavallo di troia delle peggiori, più miopi speculazioni di mercato editoriale, presentate pero’ come prodotti che soddisfano finalmente i genuini bisogni letterari/culturali dei fruitori.” è anch’essa una semplificazione, ma che mira almeno a correggere un attitudine generale, quella di utilizzare la categoria “pop” come qualcosa di innocente, laddove è invece ambigua ed insidiosa. E lo era già all’epoca dell’arte pop statunitense degli anni Sessanta.

  28. Humbert Goombert il 22 gennaio 2007 alle 11:55

    D’accordo con Marco v

  29. robertologo il 22 gennaio 2007 alle 11:57

    Chissà che tipo di pop è definire gli studenti di Piazza Tienanmen come dei cazzoncelli cresciuti a fumettoni e Coca-Cola. Ma molto più del pop (polpettop) è la dichiarazione rilasciata dall’Esimio al settimanale “Vanity Fair”, altra nota testata da sempre in bilico tra avanguardia e sperimentalismo: “Sono diventato uno studioso perché costretto a stare seduto”.

  30. fabio il 22 gennaio 2007 alle 12:23

    ‘un’attitudine generale, quella di utilizzare la categoria “pop” come qualcosa di innocente, laddove è invece ambigua ed insidiosa’.

    a mio parere non c’è da avere timore di semplificazioni, uguali e contrarie, sul pop o sulla (neo)avanguardia, se solo si rimettessero un po’ in uso gli utensili di una lettura materialistica, o rigorosamente storicizzante, delle espressioni artistiche del passato prossimo o del presente più vicino. mi sembra invece che questo terreno sia stato progressivamnete abbandonato anche dalle penne migliori di qui o di fuori (salvo ripresentarsi, intermittente, come autolegittimazione ideologica, di ‘posizione’ e, per questo, astratta: insomma lontano dalla dimensione concreta e capillare di un ‘metodo’ che si sceglie e si sceglie di applicare con rigore).

    mi riferisco al fatto che storicizzare, fare una sorta di storia sociale della cultura quando si affrontano temi e figure come sanguineti (la neoavanguardia), il ‘pop’ o la fine degli sperimentalismi, il ritorno al racconto o l’antiromanzo, porta senz’altro con sè il rischio di una lettura che semplifica e dissolve un intero campo di tensioni, di TESTI in un quadro che dall’essere, inevitabilemte, sfumato e sfaccettato, composito, si fa biunivoco, schematico, scenario per facili opposizioni o coppie in contasto (bassani e sanguineti, pasolini e calvino, eccetera).

    eppure. una lettura ‘materialistica’ della cultura, il sottolinearne e svelarne – col METODO – il significato concreto di storicità, il suo portato di ‘ideologia’, e perciò di ‘politica’ – è anzitutto una lettura agonistica, ‘politica’, della cultura. cioè, e semplifico volutamente (ma sono discorsi vecchi, ormai), bisognerebbe chiedersi, senza appunto aver paura delle eventuali semplificazioni, qual è il significato ideologico che sottende l’operazione e l’orizzonte della neoavanguardia (insieme ad una sua valutazione in sede solo letteraria); cosa ci dicono, su questo piano, gli sperimentalismi di manganelli e di volponi, le parabole di tondelli o di calvino, eccetera. e scegliere, di conseguenza, in quale orizzonte ideologico incardinare il proprio lavoro di critico, lettore, ‘mediatore’…

    almeno questo il riformista lo fa, nelle campate morotee del suo stile pragmatico e ‘moderato’. altrove, e cioè in ciò che ci si aspetterebbe da un lavoro di ‘critica dell’esistente’, lo ripeterò fino alla nausea, riscontro un sospetto eclettismo ‘pacificante’ che di moroteo (nella sua accezione negativa, ben inteso), ha poco da invidiare anche ad ‘europa’, per dire.
    (ma mi si risponderà che invece è, più nobilmente, l’epochè della fenomenologia di anceschiana memoria. sarà).

  31. a.b. il 22 gennaio 2007 alle 12:39

    Dici benissimo @ Andrea, è “un tema che non ti scegli”, te lo trovi addosso. Ma vedi per questa cosa ci vuole anche sensibilità, non solo intelligenza e cultura. Per questo dico che l’argomento è arrivato addosso alla persona giusta.

    @ Alcor, mi fai venire una profonda tristezza e il desiderio di non incontrarti mai. Quello che dici ti fa poco onore.
    Primo perché mi attribuisci dei pensieri, anzi, proprio un’esistenza che non è mia. Mi tratti come se fossi un deficiente granitico chiuso a tutto. Invece potrei parlarti con molta partecipazione, ammirazione, amore di cose diversissime, da “S” di Gipi alle Seeger sessions di Springsteen, dal lavoro di Kentridge, alla grafica di Delvaux, ai film del divino Miyazaki: sono tantissime le cose che fanno battere il mio cuore e di cui lascio tracce in giro. Invece tu, con degli occhi ipermiopi, mi tratti come un demente che ripete sempre la stessa cosa. Vai dall’oculista!
    Secondo, dici che non motivo i miei giudizi. Bah, quanta spocchia in questo tuo giudizio, quanta carenza di motivazione. Quando una cosa andava motivata l’ho fatto. Con Moresco l’ho fatto talmente bene suscitare l’ammirazione di qualcuno. Uno è stato Genna, un’altro mi pare a più di un anno di distanza Pallavicini. Non posso postare quello che scrisse Genna perché era una mail, ma Pallavicini su un forum scrisse:
    “Andrea, complimenti. L’analogia, la paragonabilità dei Cremaster di Matthew Barney con i Canti del Caos di Moresco è davvero centrata. Caspita, bello. Ma sai che sarebbe una meraviglia far leggere Antonio mentre si proietta un Cremaster a scelta? Senza scherzi: apertura della mente e psichedelia, come non se ne vedeva forse dal 67 (scusa, sto leggendo Nick Mason e sono sotto l’influenza di quel periodo la).”

    Se tu sei miope, non è colpa mia. Se tu si pigra, non è colpa mia. Se un autore ti annoia, non è colpa né mia né tua: non lo leggere! Guardati “La città incantata”, è un’opera enorme, bellissima, commovente che sicuramente non ti annoierà.
    Finiscila però di annoiare me coi tuoi discorsi sballati su di me, finiscila di ordinarmi cosa fare. Finiscila di ritenermi responsabile di tuoi comportamenti.

  32. Humbert Goombert il 22 gennaio 2007 alle 12:45

    Non c’entra una mazza ma se il passaparola ha un senso (tantopiù in posti come questo), dal momento che è fuori dai giri che contano ed è sublime, ecco il mio modesto contributo:

    Grizzly Man, di W. Herzog.

    Andatevelo a vedere.

    Quell’uomo è ancora in grado di esprimere una grandezza, una intensità, una forza che deve darci speranza.

  33. alcor il 22 gennaio 2007 alle 12:47

    Oh madonna!
    Aveva ragione mia zia, le parole sono d’argento e il silenzio è d’oro. Meglio sarebbe stato se avessi taciuto.
    Scusa a.b., hai ragione, metti tutto nel cassetto “momento di irritazione”, mio.
    E per concedermi le attenuanti pensa solo a quante volte l’ho pensato senza dirlo.

  34. robertologo il 22 gennaio 2007 alle 12:56

    @fabio
    bravo.

  35. a.b. il 22 gennaio 2007 alle 13:12

    @ Alcor ti ho spiegato come stanno le cose, ma vedo che non ti ho convinta. Be’, se vuoi continuare 1. a vedermi come non sono, 2. a attribuirmi poteri su di te, non so davvero che farci: la libertà di pensiero contiene quella di “proiezione”. So solo che discorsi come i tuoi mi mettono tristezza.

  36. pat garrett il 22 gennaio 2007 alle 13:14

    “nel mio piccolo”, mi associo a Sanguineti nell’incitamento all’odio di classe e qualora ci sia da guidare un autoblindo sono pronto.
    mi associo anche all’irrisione del Gruppo ’63 per il “romanzo borghese” – ratt-tat-rattatatt!!!!
    si lavori per una letteratura futurista più consona ai nostri tempi di velocità ed eliche!
    abbasso Bassani e il suo ignobile “Giardino dei finti pompini” (definizione storica di Quaderni Piacentini) e viva la coniugazione tra futurismo e rivoluzione proletaria!
    solo dalla rivoluzione nascerà il nuovo sentire!
    abbasso Micòl (e Fabio Testi).

    (pensa tu se ancora fermi lì dobbiamo essere)

  37. Luminamenti il 22 gennaio 2007 alle 13:32

    @fabio “bisognerebbe chiedersi, senza appunto aver paura delle eventuali semplificazioni, qual è il significato ideologico che sottende l’operazione e l’orizzonte della neoavanguardia (insieme ad una sua valutazione in sede solo letteraria); cosa ci dicono, su questo piano, gli sperimentalismi di manganelli e di volponi, le parabole di tondelli o di calvino”

    Direi nel calderone del nichilismo. Solo che almeno Manganelli è superdivertente e talvolta profondo, Volponi tragico, Tondelli acuto, Calvino retoricamente furbo ma Kamikaze d’Occidente assolutamente superfluo. Ma quale forma nuova? Si studi uno tutta l’opera di Herman Broch e capisca così il pluriverso delle forme. Con Arbasino ci siamo. Su Vanity Fair si apprende di più sul pop ascoltando Dita Von Teese e il Burlesque

  38. a.b. il 22 gennaio 2007 alle 14:22

    Caro Luminamenti, lei dovrebbe essere dotato di due occhi, io ho fatto due esempi, dunque lei potrebbe dedicare un occhio a un esempio (Kamikaze) mentre dedica il secondo occhio al secondo esempio (Canti), invece lei il secondo occhio lo tiene chiuso infatti non dice nulla, e guardi a me piacerebbe sapere da lei, dai suoi occhi, dal suo secondo occhio, che conosce il pluriverso delle forme, che ne pensa…

  39. pippo il 22 gennaio 2007 alle 17:40

    ma quali avanguardie suvvia! Sanguineti può piacere o meno ma è un intellettuale italiano tradizionale. può piacere o meno il suo schierarsi in un certo modo e la sua letteratura ma non è certo un Sanguineti la causa di… certe conseguenze. un intellettuale tradizionale (che non è un giudizio negativo, vuol dire che si ricollega a una tradizione anche se poi la mette in tutto o in parte in discussione) che scrive di Pascoli perché è a lui simile, perché è un “collega” letterato e poeta. anche Pasolini come letterato era un letterato tradizionale, e lui stesso lo sapeva e lo spiegò bene quando annunciò il suo passaggio al cinema come linguaggio più semplice e universale. i limiti riscontrabili in Sanguineti sono i limiti del letterato tradizionale italiano. i pregi, idem. chi si ricollega a una tradizione la può mettere in discussione, essendo una persona intelligente, senza uscirne mai davvero, come uno che è figlio di qualcuno ne ha comunque i tratti fisionomici o caratteriali… i letterati della tradizione italiana avevano e hanno anche le loro pose dannunziane: anche quelli di sinistra o moderati, Leopardi aveva le sue pose, Montale aveva per sua ammissione un’antiretorica che poteva diventare una specie di retorica, Pasolini ovviamente le sue pose di grande contro tutti, Sciascia i suoi scivoloni (i professionisti dell’antimafia) e quant’altro e quant’altri. mi unisco ai complimenti al giornale il Riformista per questi articoli da educande che fanno sorridere uno che abbia già frequentato dei buoni insegnanti al liceo. ma questi sì che hanno le conseguenze di polemica bassa e di spargere ambiguità e incultura. anche io condivido un giudizio severo sul gruppo 63 come gruppo, troppo borghese per essere davvero sovversivo, cioè dei finti sovversivi, ma non è che poi ognuno dei componenti abbia solo prodotto cacata carta. che poi il vero disaster manager di tutta questa storia è l’Umbero Eco che da finto provocatore (anche se qualche volta ci ha chiappato come con Mike Bongiorno) è diventato un conservatore vero. se oggi c’è il codice da vinci, con tutti i suoi templari, o cari signori, è perché Umberto Eco ha scritto il Pendolo, certo romanzo divertente e ben scritto, ma il genere del mega complotto storico lo ha messo sul mercato proprio il nostro connazionale (anche se adesso tutti ce l’hanno con Dan Brown e fanno finta di non vedere l’Umberto). comunque si diceva del “letterato tradizionale italiano” con i suoi limiti e i suoi pregi: è evidente che c’è una tradizione che a un certo punto si è spezzata, ma perché è cambiato completamente il modello economico e sociale che ha travolto via tutto. non è certo colpa di un singolo gruppo o addirittura di un singolo autore. che come singolo ha tutto il diritto, fra l’altro, di odiare il romanzo in quanto borghese: non sarà del tutto giusto, ma qualcosa di vero pure c’è. qualcuno pazientemente lavora per riannodare almeno alcuni nodi, le cose migliori e buttare via le peggiori del vecchio intellettuale all’italiana? speriamo. ma ci vorrà ancora molto tempo. nel frattempo ringraziamo il Riformista per i bei gusti modaioli e superficiali che da qualche anno a questa parte sta spandendo a piene mani, facendo collezione di tanti mediocri giovani desideranti e ambiziosetti (ma i più, ambiziosoni e ambigui quanto mai, e quanto si credono furbi).

  40. pippo il 22 gennaio 2007 alle 17:48

    a proposito prevengo la prossima panzana del Riformista, che sicuramente uscirà se non è ancora uscita essendo in gran voga: il cinema americano democratico che avrebbe educato il popolo mentre il cinema tedesco intellettuale avrebbe aiutato l’arrivo dei nazis. è una panzana totale. si veda la fantastica intervista di Fritz Lang a William Friedkin trasmessa un po’ di settimane fa da fuori orario dove Lang nega con disprezzo questa tesi. cosa avrebbe di intellettuale e non trasmissibile al “popolo” un film popolare come M? saluti! ci vediamo o modaioli nazionindiani!

  41. tashtego il 22 gennaio 2007 alle 18:38

    @pippo, che ha questo estro nel tratteggiare con rapide impareggiabili pennellate l’affresco di un’intera epoca, chiederei cosa intende lui per “letterato tradizionale”.
    se, dopo aver formulato questo post, muoio, sapete di chi è la colpa.

  42. Humbert Goombert il 22 gennaio 2007 alle 18:39

    E infatti, Pippo, meglio d’Orrico sul Magazine del Corriere… meglio Melissa P… meglio Dan Brown… viva i morti e abbasso i vivi… Pippo: davvero, la tua sembra una voce post-mortem, una voce che parla fuori dal desiderio, fuori dalla vita, fuori da un possibile orizzonte. Solo veleno. Morto. Suvvia Lazzarone, ripijati.

  43. Humbert Goombert il 22 gennaio 2007 alle 18:41

    Cazzo: è ancora vivo!
    Tash, davvero: sembri un ex paninaro. Quindi non morirai. Mai.

  44. tashtego il 22 gennaio 2007 alle 20:36

    un ex paninaro.

  45. Lazzaro Visconti Pera il 22 gennaio 2007 alle 20:43

    Vuoi vedere che una delle (poche) volte in cui non c’entro niente, siete capaci di tirarmi in ballo lo stesso? Attenti, che vi faccio graffiare dalla mia micia dalle unghie laccate.

    Ero solo passato a salutare il ritorno del “vecchio” tash. Ed ero felice. Poi ho rivisto all’opera il similtash, uno dei suoi replicanti, il nobile Prot Carrett, e mi si è ammosciata l’happiness. Passerà, sono gli alti e bassi della vita.

    Voi comunque continuate, seguo con grande interesse: l’avanspettacolo letterario è una delle mie passioni. Non ho mai visto, infatti, tante belle teste (ma sì, vada per il belle, è quasi pasqua) dibattere così voluttuosamente intorno al nulla.*

    * nulla: i.e. l’articolessa del prode F. Longo.

    p.s.

    Absit iniuria verbis.

    Lazzaro Visconti Pera

  46. Luminamenti il 22 gennaio 2007 alle 21:00

    @a.b. Moresco mi è sempre piaciuto, l’ho sempre dichiarato in passato, su internet dovrebbero esserci miei articoli, spunti al riguardo, di lui ho sempre letto tutto con soddisfazione. I Canti del Caos è un bel libro, carico di visioni. Penso però che certe volte si esageri un po’ troppo nel sollevarlo da terra. Cmq, lo ripeto, è un ottimo scrittore, uno dei pochi italiani contemporanei. In assoluto io tra gli italiani amo Michele Mari. E consiglieri ai futuri narratori italiani di leggersi i libri di Per Olov Enquist. Stupendo Il Libro di Blanche e Marie dell’Iperborea; e Il Totem del Lupo di questo nuovo grandissimo narratore Jiang Rong. Un libro straordinario, di quei libri che io amo definire capitali alla conoscenza essenziale, quella che serve per navigare a gonfie vele nell’esistenza.

  47. ferdyzang il 22 gennaio 2007 alle 22:18

    Io non credo di essere un futuro narratore italiano, però mi fido a tal punto di Luminamenti che appena posso mi procuro Jiang Rong.

  48. Uno che passava di qua il 22 gennaio 2007 alle 22:32

    “e Il Totem del Lupo di questo nuovo grandissimo narratore Jiang Rong”: bubblicato da bombabori con bran sberbero di bubblicibà: ebibentemenbe il mercabo brubbo e battivo ogni banbo ci biglia…

  49. pippo il 23 gennaio 2007 alle 01:38

    un letterato tradizionale, mi pare, è uno che si ricollega alla tradizione letteraria (chiaramente anche abiurandola, criticandola, negandola ecc., ma comunque avendola presente dialetticamente no?) cioè tutti i grandi letterati (e meno grandi ovviamente) italiani da Dante fino forse a Sciascia, non so, se c’è qualcuno dopo di lui. loro stessi quando li senti parlare ti parlano di Dante o di Leopardi come dei fratelli maggiori, mica come gente vissuta secoli prima. quella tradizione che, sono abbastanza “pop” da ricordare l’intervista di Pasolini dove lui si definiva esattamente così, parlando della questione della lingua e definendola come il fiorentino colto che ha unificato letterariamente la nazione italiana prima, molti secoli prima dell’unificazione politica. anche sanguineti è un “fiorentino colto”. scusate, è uno dell’università, è un accademico, non è un vero agitatore e non mi sembra che certe sue esternazioni siano mai state prese molto sul serio. il mio insegnante di lettere al liceo ultrademocristiano aveva grande stima di sanguineti perché evidentemente, il tratto veramente comune è quello dell’appartenenza a quella repubblica delle lettere che non esiste più. lo stesso pasolini (mi riferisco sempre alla specifica intervista alla tv spesso ritrasmessa) però dava per scontato che le cose erano cambiate e che la società industriale e dei consumi cambiava completamente la matrice della lingua nazionale. da qui la crisi del letterato “tradizionale”, del poeta vate (di destra o di sinistra). altro che colpe del gruppo 63 che sostanzialmente non ha lasciato tracce. ma per l’appunto, questa tradizione ha degli aspetti negativi e positivi, ma ormai è finita, si è interrotta e alzi la mano uno giovane che legge Leopardi, uno tutto sommato recente, senza un po’ di fatica. quando l’hai compreso poi c’è la soddisfazione, ma la verità è che per noi è difficile mentre Dante Machiavelli Leopardi D’Annunzio Pascoli e pure Sanguineti, ma anche per dire Gramsci, pur diversissimi, potrebbero mettersi intorno allo stesso tavolo e parlare, ovviamente litigare, ma nella stessa lingua. noi non la parliamo più, siamo estranei a questo e viviamo oltre la frattura. inutile perciò inventarsi colpe inesistenti del gruppo 63 o buttarsi in una polemica inesistente e morta e defunta se il romanzo è o no da odiare. chissenefrega. se c’è un responsabile di certe mode comunque sarebbe appunto meglio guardare a Umberto Eco non a Dan Brown che è un suo epigono ovviamente di scarso talento letterario e complottistico. i “morti” sono quelli che non hanno niente di meglio da fare che leggere il Riformista, o che magari ci scrivono anche, che quando uscì anche a me fece molto ridere, mi ricorda sempre certi quotidiani di regime sudamericani tipo quel foglio “El Indipendente” che in Giù La Testa di Sergio Leone il presidente corrotto legge mentre fugge sul vagone bestiame. modaioli che non siete altro senza opinioni proprie. avete opinioni mediate, fate la media pesata e poi esternate, vi assicurate di avere le spalle ben coperte, prima guardate l’espressione e lo stato d’animo del capo congrega, siete una congregazione, molto ma molto più conservatori ovviamente del buon Umberto Eco o di Sanguineti o di altri. in questo siete italianissimi e tradizionalissimi. se ho fatto qualche errore di sintassi scusate ma io non sono solito curare i post come fossero editoriali, dal momento che sono vivo mentre voi siete morti. e anche il buon Sanguineti perlomeno è vivo, e speriamo che spari poche cazzate così prende anche molti voti alle primarie da sindaco. comunque dovessi mettere la mia tavoletta nell’urna ci scrivo sanguineti e non scarpa o longo o iannozzi. inglese mi sta simpatico, devo ammettere che è un tipo già più indipendente e meno timoroso. saluti!

  50. pippo il 23 gennaio 2007 alle 01:47

    p.s. molti di voi hanno ambizioni di “fiorentini colti”, ma rendetevi conto che è finita, l’intellettuale all’ombra del potere, in modo più o meno servile o più o meno critico, è finito perché non è più considerato credibile dalla massa “acculturata” e talora però con delle punte di “colti” (il ceto medio riflessivo). occorre trovare una nuova sintesi e una nuova e maggiore onestà intellettuale: e voi ne siete lontanissimi! ma leggetevi il Riformista che è meglio, qualche briciolina per qualche anno ancora cadrà.

  51. pippo il 23 gennaio 2007 alle 01:52

    p.p.s ovviamente Bassani e Sanguineti fanno parte della stessa repubblica, lo specifico per i più duri di comprendonio, questo senza nulla togliere alle specifiche differenze gusti polemiche ecc, mentre noi ahime facciamo parte di un’altra repubblica e quando vogliamo ignorare i problemi attuali, perché sono scomodi, andiamo a cercare le polemiche fra Bassani e Sanguineti, ma perché no potremmo andare alla classicoromanticomachia, anzi il Riformista potrebbe allestire un bell’editoriale sulle conseguenze attuali sui costumi di Melissa P. e sull’azione di governo.

  52. pippo il 23 gennaio 2007 alle 02:39

    p.p.p.s. ogni tanto torno per provocarvi un po’, o indiani riformisti. capisco che non è simpatico, ma io mi sfogo, e voi ve lo meritate perché siete dei quaqquaraqquà. ma perché non mettete un bel logo arancione? l’indiano metropolitano riformato.

  53. Lazzaro Visconti Pera il 23 gennaio 2007 alle 08:51

    pippo chi? ah, capisco: pippa! una ventata di aria fritta per dare quel giusto senso di inutilità alla giornata.

    auguri.

  54. gherardo bortolotti il 23 gennaio 2007 alle 08:54

    @inglese:
    ciao andrea. con il solito ritardo arrivo anch’io, ma tanto per dire le mie scemenze c’è sempre tempo.
    sul pop, sarebbe un’ottima idea iniziare un minimo di discorso. tenendo soprattutto conto di una cosa di cui, come fruitore, mi accorgo: cioè che i valori “formali” nel prodotto pop hanno un valore meno decisivo. ovvero il “testo”, l'”oggetto” sono meno importanti nella produzione pop di quanto potrebbe essere invece l’introduzione di un nuovo elemento nell’immaginario, di un nuovo stile di comportamento, di una nuova moda, etc.. e questo perché la produzione pop partecipa dello status di feticcio della merce, dato che è la produzione culturale propria della società industriale più o meno avanzata.
    un esempio perfetto potrebbe essere david bowie: un non eccelso musicista che però ha saputo “vendersi” come si dice, ha costruito alcune delle dimensioni secondo cui viene vissuta la musica pop. ma già, se si pensa all’impatto dei beatles, un impatto non dovuto alla sola capacità musicale e sperimentativa, la cosa dovrebbe essere chiara.
    a fronte di questa cosa, ci sono due possibili “errori”, credo: sottovalutare il pop come discorso, proprio perché funziona diversamente dalla produzione culturale tradizionale (un po’ sorrido su questo “tradizionale”, perché non è più tradizione: è proprio storia; il pop ha tranquillamente un centinaio di anni, teniamone conto) o, al contempo, sopravvalutare (più o meno in buona fede) il prodotto pop nei termini tradizionali (di nuovo) e cercare di importare quelle che formalmente sono delle emerite stronzate nel dibattito, appunto, sulle forme.
    sia chiaro, il pop ha delle forme, dei termini di qualità: bowie non sarà un eccelso musicista, la sua sperimentazione non sarà particolarmente radicale, etc. etc. ma non è plastic bertrand (che però ci ha dato ping pong ping pong ;-). insomma: c’è cmq pop e pop e bowie è bowie perché certi suoi pezzi hanno avuto la forza formale per resistere nel tempo. solo: il testo non basta; l’estetica non è più una questione di percezione ma è proprio tutt’uno con la dimensione etica (in questo senso, come ulteriore chiarimento, si può pensare alle tante subculture urbane, momenti di elaborazione in senso lato estetica fatta senza prodotti ma solo con gli atteggiamenti, le mode, i linguaggi).
    un’ultima cosa: sono perfettamente d’accordo sull’assoluta mancanza di innocenza del pop. anzi: l’arte popolare, per fare uno schema facile, diventa pop proprio nel momento in cui si riconosce, si vede nuda e scopre la malizia ed il suo appeal ;-)
    il prodotto pop è sempre meta-pop (fin dai fumetti di inizio ‘900, per dire): è sempre un luogo in cui il pop dichiara se stesso e si mette in mostra in alcune sue parti, in alcuni suoi meccanismi, citando altri prodotti pop, facendo il verso o incorporando in modo kitsch il canone “alto”, etc. etc.

  55. alcor il 23 gennaio 2007 alle 09:35

    “altri prodotti pop” appunto: PRODOTTI, merci, immagini, immagini di merci, pensieri fatti merce, mercificazione del corpo, tette finte, labbra finte, culi finti, libri finti. musica finta.
    E se qualcuno pensa che io sia moralista si sbaglia, io guardo, come quando vado al mercato.

  56. a.b. il 23 gennaio 2007 alle 09:39

    @ Luminamenti.
    Ogni tanto bisogna avere anche un po’ di senso della realtà. Dire che “certe volte si esageri un po’ troppo nel sollevarlo da terra.” mi sembra una cosa curiosa: io non ho mai letto parole spropositate su di lui (sarà perché ha pochi lettori?), ma addirittura ho visto in rete innumerevoli tentativi di ridicolizzarlo, come può verificare per esempio collegandosi ai resti del blog VMO, oppure leggendo i commenti ai suoi libri su IBS. Io trovo questi comportamenti vergognosi, e oltretutto si sviluppano in quello che un incappucciato circolante su NI2.0 chiama “gli amici dell’ambiente letterario”.

  57. Luminamenti il 23 gennaio 2007 alle 10:48

    @a.b Sì, è vero quello che hai scritto. Tutto vero. Ho letto anche io tentativi di ridicolizzarlo. Ed è tanto vero quello che dici che io l’avevo dimenticato completamente, rimosso, proprio perché invece riconosco a Moresco tutta la dignità di scrittore di valore e ho ignorato la demagogia, la bassa e volgare retorica contro. D’altra parte, ho letto anche qualche rara volta descriverlo come il migliore scrittore europeo contemporaneo. Probabilmente da parte di alcuni fans sfegatati, affezionati, che è sempre una bella cosa. Non condannerei la spinta emotiva, sentimentale che anima l’adesione viscerale a uno scrittore. Più freddamente mi sembra Moresco uno dei migliori ma non sono riuscito a capire o a trovare ragioni per sostenere che è il migliore scrittore euopeo; e poi cosa significherebbe “migliore scrittore europeo”? Signicherebbe qualcosa che rispecchia l’europa in quanto essenza, tendenza fondamentale? l’uomo europeo? o cosa altro? tutto qui era il mio senso, implicito certamente, non espresso. E se il mio riferimento vagamente e insufficientemente critico era rivolto a qualche elogio che mi è sembrato eccessivo, probabilmente mi è nato dal desiderio di vederlo articolato meno emotivamente per scorgervi ciò che può darsi io non sia riuscito a vedere nelle stesse proporzioni. Quindi un desiderio positivo rispetto a Moresco che tra l’altro non ho mai avuto il piacere di conoscere di persona.
    Ora, dirlo come migliore scrittore europeo, questo, mi è sembrato eccessivo e prematuro. E controproducente nei suoi confronti. Infatti alcuni si sono armati contro con violenza verbale. Bisogna prima conoscere veramente a fondo la produzione letteraria europea contemporanea. Non mi azzarderei di dirlo neanche di Mari, per cui ho un attaccamento più viscerale (ci sono vissuti interiori, nostri, personali, che fanno sì che un autore con i suoi argomenti e la sua lingua ti colpiscano più di un altro sul piano sentimentale ed emotivo. Questo effetto per esempio me lo produce violentemente Peter Handke).
    Invece, tentando di separarsi per una attimo da se stessi, con uno sguardo che impone la distanza, nella valutazione occorre, come ho sempre detto, procedere secondo criteri di lettura comparata e per questo ci vuole tempo e una grande competenza e una rara abilità espressiva nell’esprimerla.

    In quanto al critico balbettante del libro Il Totem del Lupo è uno straordinario inno alla conquista della libertà interiore, alla metamorfosi intima, narrato con grande maestria simbolica, metaforica, allegorica. Un libro di immagini da coltivare sempre e sopratutto in quei momenti in cui disperiamo e tutto ci sembra contro e ci sentiamo sopraffatti dal mondo (degli altri). Un libro politico senza esserlo.

  58. andrea inglese il 23 gennaio 2007 alle 11:33

    caro gherardo, prendo nota. ma avremo modo di parlare di questa faccenda in modo approfondito. Il punto che mi interessa in ogni caso è la costituzione di una sorta di canone pop propriamente letterario, concepito come il momento della perfetta realizzazione democratica della produzione letteraria: trasparenza tra opera (offerta) e bisgno del lettore (domanda). Ma certo a questo discorso bisogna arrivarci, passando per la storia del pop musicale, fumettaro, cinematografico, ecc.

  59. a.b. il 23 gennaio 2007 alle 11:52

    Comunque non sono io a dire “il miglior scrittore europeo”, è Genna, ma Genna ci ha abituato – purtroppo per la sua intelligenza – a questo tipo di espressioni enfatiche (e le usa con tutti). Lo dico davvero, a me Genna potrebbe piacere molto se non fosse sempre scoppiato e non rendesse inutili le sue parole.
    Per il resto io vedo in Moresco un signore di sessant’anni che scrive delle cose molto belle, per il quale si potrebbe avere un po’ di rispetto. Certo il mio modo di fare, non solo con lui, è di avere una specie di strambo “affetto”. Forse è sbagliato vedere anche l’uomo che scrive. Ma sono fatto così, e rimproveramelo come fa Alcor è davvero una vaccata.

  60. tashtego il 23 gennaio 2007 alle 16:52

    “Prodotto” è part. pass. del verbo “produrre”.
    Ad Alcor dà fastidio, ma nel presente, da molto tempo, nulla (o quasi) si dà fuori del produrre e, di conseguenza, della merce.
    Accettare il mondo significa innanzi tutto comprendere che nulla (o quasi) può esistervi se non principalmente come merce e poi, ma solo in istanza successiva, come bene comune condiviso e gratuito.
    Ma quando un’opera è condivisa e gratuita vuol dire che il suo valore riconosciuto ne ha fatto un classico sufficientemente lontano nel tempo da considerarsi bene comune accessibile da chiunque.
    E dunque in qualche modo, morto, perché fuori dalla “vita del mercato”.
    Tutto il resto lotta sul mercato, quello dei soldi e quello dei valori, non altrove, perché un altrove non c’è.
    C’è solo il mondo che conosciamo, per ora.
    In questo mondo l’ambiente umano si comporta con i prodotti – siano essi oggetti o “opere” o tutt’e due – come l’ambiente naturale con gli organismi, selezionandoli secondo la loro capacità di sopravvivere, affermarsi e diffondersi, cioè di riprodursi.
    Per questo, rispetto al discorso della qualità della narrazioni contemporanee, ma anche rispetto a quello più interessante di Pedullà, sarebbe opportuno uscire dalla forbice (estenuante ed estenuata) qualità/mercato, per analizzare innanzi tutto l’ambiente umano all’interno del quale oggi deve sopravvivere un’opera, una scrittura, una narrazione.
    Quando qualcosa non ce la fa a permanere e a riprodursi, metti la “qualità del romanzo”, è opportuno innanzi tutto osservare se è adatta all’ambiente di destinazione.
    Io credo che il pubblico della narrativa, negli ultimi vent’anni, sia cambiato e molto, ma non ho dati in proposito validi per qual si voglia argomentazione.
    Ma partirei da lì, dai consumatori, invece che dai produttori.
    E se per esempio la “borghesia colta” fosse ormai del tutto residuale, come un vuoto a perdere, sostituita da qualcos’altro, da una specie di Grande Ripieno amorfo e ignorante, privo dei valori fondanti delle precedenti classi dirigenti?
    In questo caso, a CHI LO VENDIAMO il romanzo “di qualità”?

  61. pippo il 23 gennaio 2007 alle 17:20

    ovviamente, hanno ripreso a discettare della loro fuffa come se niente fosse… i quaqquaraqquà.

  62. alcor il 23 gennaio 2007 alle 17:49

    @tash

    “E se qualcuno pensa che io sia moralista si sbaglia, io guardo, come quando vado al mercato.”

    Potrei anche dire: se qualcuno pensa che io sia nostalgica si sbaglia. Io non disprezzo le tette false, le osservo, e ci penso su.
    C’è un bel pezzo di Hillmann in un suo libro, mi pare che il titolo sia Anima, ma non ci giurerei, dove parla molto della “faccia” in relazione alla faccia rifatta, comprata, di una signora.

    Quindi non mi dà “fastidio”, tutt’al più rimugino.
    Ho anche accompagnato una mia amica a rifarsele, se è per quello, e ho passato un pomeriggio nell’anticamera del chirurgo, a guardare chi entrava e chi usciva e a come parlavano della taglia migliore ecc. andando a toccare quelle rifatte della segretaria, per vedere il risultato e decidere quale protesi comprare.
    Ho imparato molto.

  63. tashtego il 23 gennaio 2007 alle 18:55

    però quando mi nominano hillmann, metto la mano alla pistola, io.

  64. Uno che passava di qua il 23 gennaio 2007 alle 21:28

    alla persona che si firma “tashtego”, ma che ttt’è successo? una volta eri simpatico!

  65. gherardo bortolotti il 23 gennaio 2007 alle 22:05

    @andrea:

    molto interessante questa idea del canone pop. sarebbe davvero da approndire, appunto in base a questa nozione di trasparenza tra domanda e offerta.
    da parte mia, chiudo con una notazione. stando a quello che dicevo prima, sul valore dimidiato del testo nel “contesto pop”, sarebbe anche da capire come ci mette in scacco proprio come fruitori/produttori di letteratura, ovvero di testi per antonomasia. a fronte di un contesto in cui vale di più il valore feticistisco e di scambio (proprio della merce) come va pensato il testo letterario (in cui invece si tende ad un’intensificazione del valore d’uso)?

  66. Luminamenti il 23 gennaio 2007 alle 23:47

    @tash Oh! miracolo! mi sento, se ho compreso bene, d’accordo con Tash.
    Avverto però che il suo discorso (at 16:52) è compresso, avrebbe bisogno di respiro, diciamo un respiro pari a dieci schermate di un bel monitor.

    Ora siamo nell’incommensurato. Qui la sicurezza è minore, ma è maggiore la speranza di ottenere risultati. “Sentieri interrotti” è una bella espressione socratica per designare questa situazione. Essa allude al fatto che ci troviamo fuori da strade sicure dentro la ricchezza, nell’indifferenziato. Ciò comporta anche la possibilità di fallire.
    (E. Junger, Uber die Linie)

    Se qualcuno mi domandasse se è possibile oggi scrivere un romanzo come La Montagna Incantata, I Buddenbroch o la Ricerca del tempo perduto, allora mi verrebbe in mente non già qualcosa di epocale, ma l’epoca in cui viviamo, la nostra epoca. Questi romanzi richiedevano una controparte elitaria: la distruzione delle élites nella cultura occidentale, sopratutto nella seconda metà del 20esimo secolo, ha eliminato questa controparte.

    Oggi si è voluto creare una cultura generica, superficiale: la scuola forma un assetto valido per tutti. Allora come si possono introdurre o creare queste opere, che erano collegate ad un sistema che non c’è più?

    Ciò che è la scuola e l’università oggi è più che evidente. Basta che mi confronti con mia madre sulla materie umanistiche e ne esco sconfitto. Basta che mi confronti con mia nipote e le dò bastonate.

    L’Università che di fatto non ha un compito così sottile e indefinibile, come sarebbe rendere intima una cultura, dovrebbe insegnare nozioni e fornire esempi di applicazioni. Esigenze più alate sono stolide ed eversive. Ma neanche le nozioni ed applicazioni sono più certe. E non vedo come si possa rimediare: la trasmissione accertata del sapere è stata spezzata; ristabilirla esigerebbe un’opera paziente di generazioni capaci d’intendere i significati che nel 68 furono spenti.

    Dubbi e inquietudini sono preferiti alla stizzosa sicurezza di giudizio che risulta almeno inopportuna. Lo stesso concetto di certezza riguarda qualcosa che passa per la coscienza e di sicuro non la delude.
    Mentre quello di verità, con tutto ciò che implica di estraneo, è per attardati. Si gode del dubbio – stato d’animo ormai solo dilettevole – rimasuglio di un antico risveglio che ha esaurito la sua dura funzione per assumerne un’altra: sollazzare l’intelligenza che una volta invece frustò e acuì. Del resto le ultime certezze, per poco che superino le barriere del triviale, irritano il presente erede del risveglio che le tiene a distanza scegliendo il male minore.

    Nell’età del pessimismo mondiale il dubbio non ha infine che una sola funzione: fugare la sicurezza di quello e la grandezza di una vita nel pessimismo

    (o, al più alto livello raggiungibile, l’uscita dal mondo equivalenza del rifiuto rigoroso e intransigente di ogni dualismo).

    Dice una poesia di Kabir:

    Liberatevi da virtù e peccati/ perchè se avete virtù, quando le avrete finite
    ci saranno i peccati/ e se ci sono i peccati, ci saranno virtù, / entrambi, peccati e virtù, diventano la causa di nascita e morte. / Liberandovi di virtù e peccati / vi liberate dal dolore e dal piacere. / Diventate liberi sia dalla nascita che dalla morte.

    L’età della critica è finita e con essa la civiltà del commento. La critica stessa non fece mai sospettare che qualcosa era avvenuto nella conoscenza, ma solo che era accaduto qualcosa nella possibilità di sopportarla. Questa infatti s’è incrinata. La conoscenza soggiorna dentro i confini dell’epos borghese, relegata nei limiti della realtà prosaica.
    Nel frattempo si diffonde un pensare senza tristezza, senza la quale, come senza un serio orrore della vita, la forza speculativa illanguidisce
    Questa lezione impartisce il pessimismo e la vorrebbe condivisa dai condiscepoli. Mentre ciò non si pretende dal poveraccio, che ha solo la vita. Ma qui, il faut etre mauvais. Qui, subentra, cioè, non la conoscenza, ma il carattere di chi è iniziato al pensare. La scelta intelligibile per cui “questa” e non altra è la verità. Qui si è, non si conosce; o si conosce solo se si è. Come l’intenditore di uomini al cui sguardo si arrendono i più impenetrati segreti. Ma che può essere nondimeno il pensiero se nella sua linfa, nell’etere di esso, non scorre la negazione della volontà?

    L’epoca del grande dolore è finita. La diffusa infelicità è infelicità di riflesso. Rispecchia la felicità che avrebbe potuto essere. Si gestisce il dolore che non c’è, come le teodicee di una volta. Prevale una intelligenza declassata. Solo una conoscenza plebea, un sapere senza rango, senza gerarchie, senza dislivelli, senza pessimismo. Manca del tutto il colpo d’occhio per il pessimismo mondiale, sciatto, senza dolore, dove però è venuto meno irrimediabilmente il rispetto della vita. Appartiene allo stadio infantile del pessimismo il suo collegamento alla sofferenza, al dolore.
    L’ottica narcisistica rappresenta appunto l’infanzia del pessimismo che girda per i dolori dell’esistenza. Questo pessimismo è liquidato dalla vita stessa che arreca – come s’obietta – altrettanti piaceri e dolori. Oggi pessimismo significa nessun rispetto per la vita. Declassato a volgare problema tra uomini, come sentimento universale il rispetto trovò poi, nei
    Wilhelm Meisters Wanderjahre, un’adeguata risonanza e il riconoscimento del suo senso cosmico da chi elaborò la parola “degno di vivere” (lebenswurdig) assumendosene la responsabilità.

    (in alternativa al serio pensum del pessimismo ancora oltre: una distanza dalla vita svilita; di nuovo: uscita dal mondo; o: essere in questo mondo senza essere di questo mondo. Il cinabro insegni come l’alchimia taoista).

    Dal produttore al contribuente

    L’abbassamento della vita alla produzione inverte mezzi e fini. Che l’industria produca artificialmente i bisogni delle sue merci, lo si sapeva molto prima di Hegel. Ciò che sfuggì ai pensatori fu la scomparsa dello stesso bisogno naturale. Chiunque voglia esistere in questa società, deve assoggettarsi al tenore di vita che gli è prescritto dalla situazione, e – come consumatore che diventa a sua volta produttore delle proprie capacità professionali – deve mantenere in buono stato, rinnovare e completare i suoi mezzi “privati” di produzione, senza i quali egli sarebbe inutilizzabile: bicicletta, automobile, apparecchio radio, l’alloggio con tutti gli accessori, l’abbigliamento prescritto, e così via. Da semplice consumatore diventa ora contribuente.

    Bisognerebbe scrivere una critica della ragione, come Kant; solo che i fattori strutturanti, il meccanismo che trasforma il materiale nell’esperienza “unitaria”, non consiste nelle forme pure dell’intuizione e dell’intelletto, ma nello schematismo sociale. Persino la disposizione dell’opera potrebbe restare la stessa. L’estetica trascendentale dovrebbe trattare della produzione materiale, che struttura direttamente il mondo: da essa derivano i modi di percezione conformi al dominio, in generale e in particolare, e inoltre tutto ciò che Marx chiama l’apparenza necessaria (ma Apparenza e realtà di Bradley mi fa venire i brividi). L’analitica trascendentale tratterebbe dei media, degli strumenti che formano l’intelligenza sociale, dalla scuola fino al cinema. La sfera della ragione, invece, la tendenza della società ad adattarsi a stadi sempre più alti – quella che Hegel chiama l’astuzia della ragione.

    Affinare il pensiero per mezzo della mente
    è il processo d’infiammazione.
    Sospendere il pensiero è alimentare il fuoco.
    Conferirsi splendore è la stabilizzazione.
    Catturare i demoni interiori è la battaglia sul campo.
    Il cuore del paradiso è il passo misterioso.

  67. alcor il 24 gennaio 2007 alle 00:51

    @tash

    Non avevo dubbi.

    @Luminamenti

    Perché qualcuno dovrebbe riscrivere la Montagna incantata?
    Non ce n’è alcun bisogno.
    Come non c’era bisogno al tempo di Mann di scrivere il Wilhelm Meister.
    Oggi c’è bisogno che si scriva per l’oggi, comunque esso sia.
    E così è sempre stato e sempre sarà, nei secoli dei secoli.

  68. tashtego il 24 gennaio 2007 alle 08:32

    @Uno che passava di qua
    a me sembrava di essere antipatico pure prima.
    non so.

  69. Luminamenti il 24 gennaio 2007 alle 09:13

    @alcor, ma io ho detto esattamente quello che dici!
    Non si dovrebbe riscrivere La Montagna incantata, appunto perchè la Montagna incantata sta a un certo tipo di lettore di quell’epoca. Cioè quel libro stava a una élite colta. E infatti concordo che lo scrittore odierno scrive perfettamente (alcuni descrivendo bene, altri descrivendo male il presente, alcuni capendo il presente, altri non capendolo) in sintonia con il suo oggi e con i lettori dell’oggi: una società senza élite e di lettori incolti! una società che non ha e non può avere la stessa attenzione per la lettura che c’era prima! Si è assorbiti da tante altre cose, letteralmente risucchiati. Non c’è scrittore o lettore che possa cambiare ciò che è la forma di vita del presente (ma un uomo o donna può riuscire a cambiare la sua. Si può.). Leggere inoltre è un atto che si compie in solitudine. Abbiamo una società culturalmente annacquata sul piano del sapere umanistico e del sapere scientifico (il sapere scientifico è potentissimo e molto pervasivo ma l’uomo contemporaneo ne ha una conoscenza estremamente vaga e approssimativa. Ciò che invece possiede fortissimamente rispetto a esso è una gigantesca fede!).
    Quindi l’equazione tra scrittore e lettore viene sempre rispettata, sebbene possa capitare l’eccezione alla regola. Il libro fuori dal Tempo! o se vuoi che riattualizza il Passato nel Presente, riportando in vita ciò che è sempre stato vivo perchè attraversa il Tempo essendo sempre attuale. Ti porto ad esempio Christoph Ransmayr e il suo Mondo Estremo.

    Inoltre non a caso nel mio lungo post faccio un accenno filosofico al problema della volontà e della sua negazione come problema della pensabilità del presente. E sulla forma di vita a noi congeniale scrisse illuminazioni Wittgenstein.

  70. tashtego il 24 gennaio 2007 alle 12:15

    @luminamenti
    sotto-scrivo il tuo ultimo commento fino alla parola “fede”.

  71. alcor il 28 gennaio 2007 alle 16:06

    @Luminamenti

    Christoph Ransmayr mi è sembrato “ponderoso”, teutsch.



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