Crossroad Blues

23 gennaio 2007
Pubblicato da

di Giordano Meacci 

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 Da quassù, la vista sarebbe straordinaria, se non fosse per l’impaccio delle mani. E dei piedi, naturalmente. I piedi sono quelli che fanno più male – costretti come sono l’uno sull’altro, senza nemmeno poter sgranchire le dita; e le dita fanno quello che possono, dopotutto: ma credo proprio che tra un po’ non riuscirò più a sentire nemmeno il punto esatto dove gli alluci si concludono e cominciano le piante, le vene grosse dei dorsi, tutta quella lunga corsa di pelle e ossa e muscoli e magrezza conquistata che poi risale su fino alle anche, alle costole – mi hanno sempre fatto impressione le mie costole, quando alzo le braccia al cielo, o semplicemente riposo i gomiti alzandoli e piegandoli appena, in un gesto che ho ereditato da mia madre – Mia madre è nata con dei problemi gravi ai tendini, ogni tendine del suo corpo è cresciuto, nel tempo, privo dell’ultima guaìna che di solito li protegge, i tendini: è la malattia di Raschenbach, ma questo mia madre non lo sa: o quantomeno non lo sa dire, nessuno lo sapra dire ancora per centinaia e centinaia di anni, a parte me, fino alla nascita di Raschenbach e la sua scoperta della malattia che lo battezza: ma questo è facile, per me, visto che io so tutto.

Avevo giurato a me stesso che mai, mai, mi sarei permesso di dire a voce alta di essere stanco. Ma sono stanco: e non c’è altro modo per dirlo, evidentemente. Ormai i piedi non li sento più, il chiodo li ha saldati al legno rendendoli un’unica poltiglia di carne; ha fracassato le tibie, scheggiandole in tante ipotesi di frammento che mi tamburellano scricchiolando nel cervello: ormai è come se i rumori si fossero definitivamente sostituiti ai dolori: e anche questo è paradossale, visto che mi arriva solo uno stantuffo ritmato, come una mano di suoni messa a conca sull’orecchio: un va’ e vieni di brusìo che mi sgrana gli occhi, li perde lontano, abbracciando tutto il paesaggio piatto che esiste, da me fino alla fine del mondo.
 Anche i polsi – perché è ai polsi che m’hanno trapassato con altri due chiodi, più lunghi, perforando quel che rimane delle mie braccia fino a lasciarmi questi due bottoni arrugginiti a scintillare al sole (tramonto su tramonto, a voler dare retta al colore e al sangue: chissà perché, poi, il rosso sembra sempre avere a che fare con una qualche fine) – ai polsi; e i chiodi non sarebbero neppure il male maggiore, il fastidio vero viene dalle corde con cui mi hanno imbracato a questi due pali in croce. Già vedo le migliaia di rappresentazioni di me che mi mostreranno ridicolo, e – davvero – indifeso, in bilico, provvisorio: cancri ripetuti di immagini di me, inchiodato a un palo orizzontale e sospeso, in eterno, di là da qualsiasi intuizione banale del peso di Dio sul pianeta, appeso per ogni istante dipinto e in equilibrio sul palmo delle mani – i palmi. Un futuro di stigmate false, rimedi da ciarlatani, suppurazioni indotte: piaghe al centro del palmo: proprio al centro – come se un uomo (perché quello sono, comunque, una volta in croce, vero o dipinto, comunque un uomo) – come se un uomo potesse davvero reggersi inchiodato confidando nella resistenza del suo corpo più fragile. “Règgiti, poverocristo, règgiti… Avanti, facci ridere, di più, ancora di più. Non basta – più difficile: non bastano questi trucchi, ti vengono senza sforzo, vogliamo di più. Appènditi alle tue parti più fragili e resta in aria, per anni, per secoli, come un fuoco d’artificio, un fantasma, la larva di ciò che avremmo voluto essere e che non siamo stati, fallo tu per noi: che tutto ciò che ci sorprende e ci meraviglia prenda forma di uomo, e s’incarni in parole, e che le parole siano tutto quello che hai da darci: che tu le possa rendere ariose e fluttuanti e screziate e luminose come i fuochi fatui della nostra immaginazione mancata. È questo che vogliamo da te – Anzi: è questo, lo sappiamo – che tu vuoi per te: la tua furia digressiva, da un mondo all’altro, nei secoli dei secoli – E allora così sia, rispondo. Anche se sono stanco”.
Ma non dei chiodi e del graticcio del mio corpo, sia chiaro. E neppure della puzza di sudore, delle martellate – che è ancora vita, dopotutto, la vita di chi mi martella e la mia vita intanto, mentre accade: il dolore è solo un rumore di troppo che si porta via il tempo che ci resta – i due soldati che m’hanno inchiodato puzzavano di stantìo, del ràncido delle vecchie cantine: muggidino, lo chiamava mio nonno: ma era la stessa fatica che ci ha portato qui tutti, ognuno a suo modo, solo differita nel tempo. No. Non è tutto questo che mi stanca –
Da quassù. Vi vedo tutti, in fila, o sparsi come api ubriache in mezzo a un campo di girasoli, anche se ormai è buio. Avrei voglia di fumare; e potrei farlo, sinceramente. Sarei davvero in grado di provocare un oooh diffuso di stupore e di costernazione, tra tutti voi – Sarete pronti, per secoli, ad accettare la mia assunzione tra le nuvole come fossi un supereroe della DC Comics ma adesso – adesso (che è poi l’unica forma di eternità tangibile che ci sia data) rimarreste devastati, e sconvolti, vedendomi fumare. L’ultimo vero miracolo, le braccia e le mani che si schiodano e si rinchiodano, con il dipiù di un uomo in croce che soffia fumo dalle narici e schiuma sangue come le bestie delle leggende. Adesso tutto questo sarebbe troppo; vale la pena soltanto la banalità di una resurrezione.
Vi vedo adesso, da quassù. E poi vi vedo nel tempo: come siete stati da bambini, quali sforzi inutili i vostri padri abbiano fatto per convincervi che non c’è niente, al buio, nelle stanze vuote, la corsa di vostra madre mentre si accorge che siete irresistibilmente votati all’urlo di una strada asfaltata, la volta che il vostro migliore amico vi ha spiegato esattamente cosa sia una chemioterapia, i boschi della Toscana in autunno, quando non c’era altro tempo per rimanere a guardare la linea spugnosa delle nuvole dietro le colline di Pienza, le chiazze giallo-ombra che i covoni rotolano in agosto lungo le dighe dei crinali, quando il vostro petto ha assunto immediatamente una forma nuova incapace di contenervi ancora, e ancora, e allora siete scesi a patti con quello che eravate, e questo vi ha ferito in un modo che acceca ogni presente, vi vedo come sarete da vecchi, le mani rugose che si sbavano di sudore per spegnere il gas della stufa, la guerra finita da troppo tempo che vi ha lasciato soli e tristi per una sciocchezza, una battuta dell’uomo che vi è stato accanto per quarant’anni e che non avete, realmente, amato mai, le curve degli occhi a seguire a una a una le stelle della costellazione del Cane come se ce ne fosse davvero bisogno, vi vedo, e vedo quelli che vi hanno raccontato e che vi racconteranno, vedo le vostre vite e le vite che le voste vite hanno generato, e tutto si precisa in un infinito mutevole, nel cuore caldo delle cose che si parcellizza, e si fa onde, e aria che si smuove, a pezzetto a pezzetto, e la carta che vi potrebbe contenere e gli uomini e le donne e le sale da ballo e le piazzole di sosta sul lungolago e i no sfiatati degli antichi amori e le morti di vostro nonno che si reiterano, spietate, per ogni sogno che ve la riporta indietro – e tutto questo perché io so tutto.
Io so tutto. E quello che ancora non so, l’ho imparato.
Ma ancora, non è tanto questo che mi stanca. Non vedo nessun merito, davvero, nella mia capacità di sopportare i chiodi nella carne, nel riconoscervi e nel ricordarvi a uno a uno, come foste parenti stretti che vivono in un quadro di Bosch. E alle volte mi stupisce, la vostra meraviglia. Gli sconti del mio narcisismo alle verità che mi fanno a brandelli, la mia incapacità di accettare che basti questo, alla mia vita, perché sia la mia vita – perennemente incapace di volermi confinato tra questi spigoli di legno come se fossero tutto quello che mi resta. È troppo facile morire in croce, per chi non sa fare altro –
Mi stanca il servirvi da Figlio, visto che non lo sono mai stato – Figlio, dico. Mi stanca questo ruolo di Figlio in croce: come se davvero ci fosse un’età del tempo, una precisione instancabile tra gli anni e l’esperienza che gli anni impongono. A sapere tutto, ci sono abituato. Ma non a questa percezione inutile di me che soffro e aspetto, trentenne per sempre, in eterno Figlio senzafigli, sterile per vocazione e per – evidenti, inalienabili, crocifisse – ‘impossibilità temporanee’ legate alla fisica insindacabile degli avvenimenti intorno.
È da duemila anni che sono Figlio. Sono diventato la via più comoda per chiunque si accontenti; bardato come un re straccione durante le processioni del giovedì santo, o fissato ai muri dal disagio pesante della legna in croce. Con la scusa del Figlio primonato, del ‘figlio odoroso giglio’. Sempre lì, fermo sul Golgota di chiunque come se dovessi aspettare l’autobus della Storia nei secoli dei secoli. Da duemila anni a morire – che il tempo assoluto è il tempo della tua, singola, ridicola, irripetibile vita: duemila anni valgono quanto un soffio, o un giorno, una volta trascorsi, o ripensati – Da duemila anni. A morire. Questo mi stanca. Lo stesso presepe franato tutto intorno, tra un braccio disteso e l’altro due specchi di me che passeranno al tempo come banditi e ladroni.
Senzafigli. Per sempre chiuso in questo stesso tratto di deserto a girellare da una parte all’altra della mie giovinezze inconcludenti – E pensare che io so far resuscitare i morti, cambio l’acqua in vino, moltiplico le merende, so camminare sulle acque, guarire i ciechi con un solo gesto della mano; e tutto questo non basta. “Dài, Cristo, va bene… E allora?”.
E allora c’è che sono stanco di non avere figli. Alla fine, anche ai figlididio, si addormentano le gambe, a tenerle troppo inchiodate – le mani e le braccia avvizziscono, quando finisce il sangue – e ogni estate ha un tempo, perché si ricordi; dopo una vita in croce anche le rughe agli occhi invecchiano – e non ha più senso capire quanto siano durate –
Qui, sotto di me, è tutto un brulichìo nervoso di vita che mi prosegue: curiosi con la pietra in mano, donne impietosite – (ma io non è la pietà che cerco, ché non ne ho bisogno), soldati in pensione o con la paga dell’ultima ferma, tutti con il loro presente a portata di mano – visto che hanno, mani da muovere. –– Ecco. Il primo figlio l’avrei chiamato come mio nonno. Ma questo è un falso problema, il minimo tra i mali –
Perché, in realtà, c’è che se sono qui in croce è perché l’ho deciso io – Se i buchi nei polsi sono diventati a poco a poco un varco che inghiotte il tempo, lo attrae a sé, curvandolo, piegando il paesaggio intorno in parabole parallele di spazio che si muove – tutto questo l’ho voluto io, ho fatto di questa croce il centro nel tempo, l’appuntamento segnato nel calendario delle colline, il chiodo fisso a cui appendere e ruotare il mondo che ho trovato.
E non c’è una tregua da poter patteggiare, quando si è insieme la sopravvivenza e il diluvio. È semplicemente, normalmente ora che io vi mostri la consistenza acquosa dell’abbaglio, il miraggio che vi ha portati qui. Non c’è nessun Figlio. Non c’è mai stato.
Se un qualche angelo assonnato, ancora con gli occhi cisposi e l’alito pesante per la veglia notturna (di venerdì, con tutti gli altri angeli a ballare sulla punta di uno spillo) – se qualcuno dovesse annunciare qualcosa. Non è di cadaveri scomparsi e sudari che si dovrebbe parlare.
Chi cercate, non è qui. Alla fine della notte, dopo secoli di parole in croce, se cercavate il Figlio vi siete sbagliati.
Tenetevi forte. Magari abbracciati.
Io vi sono Padre. La croce, è uno scherzo.
(immagine di Joseph Beuys, Crocifissione, 1963)

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10 Responses to Crossroad Blues

  1. Massimiliano Governi il 23 gennaio 2007 alle 14:30

    un andamento beckettiano. bello.

  2. Michelangelo il 23 gennaio 2007 alle 15:03

    Gosh.
    Per citare uno di quei personaggi DC comics.

  3. elena rosa l il 24 gennaio 2007 alle 01:16

    L’ho letto. E’ una scrittura che mi piace, a me piacciono le scritture che non si vedono. (E non so se questa definizione possa passare).
    Ad un certo punto avrei voluto che qualcuno mi spiegasse.
    L’ho letto ancora. Mi resta questa immagine: una croce, il legno, e tanta gente. Ma la croce è uno scherzo.

    (Joseph Beuys è stato l’artista che è diventato lui stesso l’opera d’arte. Ha messo il suo corpo nell’arte. E molte sue opere adesso, sono il racconto).

  4. Marco il 24 gennaio 2007 alle 09:15

    Ciao, Giordano. Un saluto.

  5. così&come il 24 gennaio 2007 alle 11:10

    Bella e tesa come umanizzazione del simbolo e del supplizio.
    Mi è capitato di leggere questo Verbale del supplizio della “veglia” inflitto a Tommaso Campanella così vero, incalzante e terribile:

    http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaC/CAMPANELLA_%20VERBALI%20DELLE%20TORTUR.htm

  6. Humbert Goombert il 25 gennaio 2007 alle 15:26

    Giordano Meacci è bravo. Però ha anche problemi di allineamento menatale. Però, ahimè, è bravo. Eppure ha qualcosa che non funziona del tutto a livello di ipotalamo. Invece no, è proprio bravo. E malato. Bien. Brav’. Bis’. Malat’. (bello uso della lingua). Bravo. Scrittore. Di più.

  7. il traduttore selvaggio il 26 gennaio 2007 alle 14:52

    E’ anche molto bello. Brad Pitt gli spiccia casa.

  8. Alessandra (zerbini2002@yahoo.it) il 26 gennaio 2007 alle 15:30

    Molto bello. Tanto da voler leggere tutto quello che fino ad ora ha fatto. Mi piace il suo modo di scrivere. Come pochi scrittori sanno veramente fare.
    Davvero complimenti Giordano.
    Ti leggerò presto.

  9. Michele Dell'anno il 26 gennaio 2007 alle 15:43

    “Tutto quello che posso”. Quello fin’ora il suo libro più bello. Alcuni racconti sono dei piccoli capolavori. Altri appallano un po’. Ma alcuni sono incredibili.

  10. Alessandra (zerbini2002@yahoo.it) il 26 gennaio 2007 alle 17:19

    Per Michele Dell’ anno

    Grazie per il consiglio di lettura. Lo comprerò appena avrò “staccato la spina” dal mio lavoro. Mancano in fondo poche ore…
    Grazie di cuore.



indiani