Concorso: un Post al sole

30 gennaio 2007
Pubblicato da

schirm_rot.jpg

Classifica Provvisoria (Precaria) del concorso (vd nei commenti)
dopo, anzi prima di Valter Binaghi Says:
January 30th, 2007 at 15:40
e
uto88 Says:
January 30th, 2007 at 14:14
e
Lady Lazarus Says:
January 30th, 2007 at 18:09 edit
Titolo (del Furlen)
e la New Entry
Al De Santis Says:
January 30th, 2007 at 22:27
appare come un Sud
Nunzio Festa Says:
February 1st, 2007 at 11:31
Luca Carlucci Says:
February 1st, 2007 at 13:05
Scrivi di domani
ma se potessi mangiare una
Idea Says:
February 1st, 2007 at 21:34
L’idea
e per finire (Oggi si conclude il concorso e ringrazio i partecipanti. Hasta la Maria Siempre!)
nevermore Says:
February 3rd, 2007 at 11:17
Un amour de Karl
Eglantine, non ancora diciottenne, stirava, cuciva di bianco ed inamidava i col cassée e gli sparati dei signori presso la Premiata Stireria Parmentier, nel Passage Brady, che si apriva fra il numero 33 et 33 bis di Boulevard de Strasbourg, non lontano dal famoso café concert L’Eldorado che si trovava al numero 4.
Molto prima che Benjamin lamentasse la dolorosa morte dei passages in nome di un progresso illusorio. Nel bianco delle stoffe lavate con il Savon de Marseille, dell’amido di riso, del vapore e del riflesso opalino che filtrava dai lucernari, fra il fruscio delle sottogonnne plissettate delle ballerine dell’Eldorado, sognava le luci, la musica di Monsieur Offenbach, le carni rosa che occhieggiavano dalle giarrettiere nere. E quando si recava a consegnarle, ben stirate ed impilate nel cesto di vimini, indugiava fra le quinte e per un istante respirava il profumo del peccato e l’estasi di quel mondo. Fu lì che Monsieur Karl, sfuggito in segreto alla triste atmosfera casalinga ed alla noiosa correzione delle bozze della “Deutsch – franzősische Jahrbücher” la notò la prima volta.

Sotto le folte sopracciglia, piantati nella testa grossa, contornata dall’unica criniera della barba e dei capelli, gli occhi profondi e sensibili di Monsieur Karl, che si fumava un sigaro nel palchetto di proscenio, si fissarono su quelli sgranati e rapiti della ragazza. I fianchi sotto il grembiule a righine azzurre accennavano un’impercettibile rotazione sinuosa, il piede destro nello stivaletto nero con le stringhe batteva il tempo involontariamente.

Monsieur Karl, colpito dall’intensità raggiante dello sguardo di Mademoiselle Eglantine, si defilò attraverso la porticina invisibile ritagliata nel legno che dal corridoio dei palchi portava sul palcoscenico. Oltre la nuvola delle ballerine che, in un eco smorzata d’applausi, tornavano in camerino fra un frullare di gonne e nastri, nessuna traccia della ragazza. Raggiunta l’uscita degli artisti, fece appena in tempo a vedere la svelta figurina che svoltava l’angolo nelle bruma giallina di un lampione. Eglantine andava di corsa, era in ritardo, Madame Parmentier l’avrebbe sgridata come al solito:

– Ragazza mia! Ti sembra questa l’ora di arrivare? Dove sei stata? Sempre con la testa fra le nuvole, eh!?

Monsieur Karl, salito al volo su di una carrozza di passaggio, intanto spiava la scena dalla vetrina impolverata del Rigattiere, dal poco raccomandabile nome di La Squelette, un bugigattolo posto di fronte alla Premiata Stireria Parmentier. Trattando assai distrattamente l’acquisto, per una cifra esagerata, di un comune catino e rispettiva brocca di ceramica sbrecciata che il furbo e scavato rivendugliolo asseriva essere appartenuta nientedimeno che alla famosa Madame de Pompadour e favoleggiandovi peccaminosi lavacri.
Con il fragile involto sotto il braccio, Monsieur Karl apostrofò la ragazza che, finito l’orario di lavoro, si apprestava a ritornare alla sua povera casa nel quartiere di Belville:

– Mademoiselle… perdonate l’ardire… ogni goccia di rugiada nella quale si rifletta il sole brilla in un gioco infinito di colori, ma il sole spirituale dovrebbe generare un solo colore, e cioè il colore ufficiale, senza tenere conto dei tanti individui, dei tanti oggetti nei quali l’uomo si riflette. La forma essenziale dello spirito è allegria, luce, e la legge fa dell’ombra l’unica espressione che le corrisponde: dovrebbe andar vestita solo di nero, eppure tra i fiori non ce n’è alcuno che sia nero.

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129 Responses to Concorso: un Post al sole

  1. b.b. King il 30 gennaio 2007 alle 12:12

    —-?????!!!!!!—————————————————————————————????//////^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^…………………_______________________ho vinto qualcosa?

  2. Regolamento il 30 gennaio 2007 alle 12:16

    Il migliore racconto, a tema libero, per un Comunismo Dandy (max tremila battute) che verrà inviato in forma di commento sarà pubblicato in home page nello spazio per il momento vuoto del post a titolo “concorso” e per il tempo naturale che il post resterà in home page.

    Essendo confrontati autori e lettori ad un’esistenza precaria, il vincitore potrebbe essere sostituito da un nuovo vincitore il cui unico torto è stato solo quello di aver messo più tempo del primo a rispondere.
    Il migliore racconto per il comunismo dandy potrebbe anche apparire agli occhi dei più il peggiore racconto per la letteratura italiana ma di questo non se ne avranno né il giudice (effeffe) né, speriamo, i lettori di Nazione Indiana.
    In caso di selezione l’autore potrà mettere sulla quarta di copertina del libro a venire, “Ha pubblicato un racconto sul blog Nazione Indiana”

    effeffe
    Che vinca il migliore!

  3. Maria Luisa Venuta il 30 gennaio 2007 alle 12:18

    C’è una scadenza per la partecipazione?

  4. francesco forlani il 30 gennaio 2007 alle 12:21

    La scadenza è la durata del post in home page, dove a partire da ora potrebbe trovarsi il primo racconto vincitore.
    effeffe

  5. Alessandro Iacuelli il 30 gennaio 2007 alle 12:39

    Deve essere un racconto inedito? Immagino di sì, dove per inedito si intende anche nel web.

  6. Regolamento il 30 gennaio 2007 alle 12:44

    Nulla è più inedito di un racconto edito. L’importante è rispettare la libertà del tema e la quantità di battute. Vi ricordo che il concorso è in tempo reale e che durerà il tempo di un post in home page. Fate in fretta compagni…
    effeffe

  7. francesco sasso il 30 gennaio 2007 alle 12:49

    RACCONTO IN UNA BATTUTA.

    effeffe è un genio!

  8. carla il 30 gennaio 2007 alle 12:55

    MOLTOoooo Indiano…..

  9. sitting targets il 30 gennaio 2007 alle 13:14

    ecco il mio racconto, vedete voi.

    un giorno andavo o bella ciao bella ciao, mi son svegliato con peppone alla parete, c’era don camillo ma non lo vidi, leggevo sempre una rivista dove c’era brummel che spiegava il dandysmo a baudelaire on the air. eccoci. hatari? magari! comunque harold pinter e baude, pippo baudo e bagnacauda, papaveri e papere, mi raccobaudo la selezione! anche i parrucchi hanno un’anima, anche i ricchi&poveri piangono. infatti anche loro son dandy, a modo loro. di napoli. carlo ponti era di magenta, color della battaglia al ponte sul fiume kwai. kwai not? chiese una peripatetica poco peri ma molto patetica a un comunista. il comunista disse no! il partito non vuol, ma surtout ma mugghiera! era di canicattì, che non faceva ancora provincia, come ora. se questo è un uomo, dico io, dissi io, è un dandy. costui. costui è un dandy. lou reed e gli alter piang, disse bignozzi in classe prima del concerto. l’era d’autunno. dandy anche lui ma non comunista. poi lo divenne con derapata a tamburo.

  10. Barbara il 30 gennaio 2007 alle 13:26

    @BersagliSeduti
    Mi è piaciuto molto il kwai.kwai not ? Carinissimo !
    E originale è l’idea, ma… beh..per il resto non saprei…
    Ma oggi mi girano a vortice, quindi meglio che sospenda ogni giudizio..

  11. B.B. King il 30 gennaio 2007 alle 13:29

    Le ho proprio tutte! Sono bruttino, comunista come dice “mi consenta…” , mi piace l’erba e il burbon, sono bisex , un pò artistoide e mando sempre tutti a cagare! Più diverso di così…! Che cosa volete di più? L’acqua, risorsa e fonte di vita, cazzo…che bel tema d’esame! Ma non sono state incriminate 86 fonti di acque minerali perchè hanno trovato tracce di insetticida…nelle analisi? Cioè… qualcuno si è proprio bevuto il cervello! Stamattina ho preso la macchina e subito ho litigato con mia moglie perchè voleva portare il bimbino all’asilo che dista 10 metri da casa. “Non vedi come siamo diversi, noi due…?” “Eh, si, dovessi tornare indietro, cambierei vita!” “Non dire stronzate, dove andavi a finire se non trovavi UNO COME ME?” Non mi piace la frutta e la verdura, mia moglie invece le rumina tutto il giorno. Amo le bistecche, fanno sangue! Lei mangia solo il pesce, poveri animali nel mattatoio…blatera sempre…Perchè, il pesce è DIVERSO? Mi piace leggere Proust, lei s’impippa con Donna Moderna (mi spiace per quelli della Rizzoli), amo il cinema e il teatro, lei il Luna Park sfigato sito all’idroscalo, e poi…e poi…lei ha le mestruazioni ogni mese, io ho le patturnie tutti i giorni, “Nevrotico is beautiful”, ripeto sempre, sono un metropolitano a cui piace questa vita di merda. Mia moglie, al contrario, vorrebbe trasferirsi in campagna, avere un proprio orticello per ruminare tutto il giorno le sue insalatine del cazzo con SANI e BELLI che ti dice come diventare in cinque minuti esattamente uguale al poster sul culo di quel tram che ti taglia la strada tutti i santi giorni perchè quel bestione antiquato ha sempre la precedenza e poi… e poi… la poverina non è bella e tantomeno sana, fuma come una turca e sputazza in giro il suo ignobile catarro! Insomma le abbiamo proprio tutte! Uno compensa l’altro e viceversa. DUE DIVERSI che incrociano il loro destino in un percorso NORMALE fatto di piccoli atti quotidiani che si sommano al passo della vita che arranca metro dopo metro e la cima è ancora lontana e tiro la fune ma la corda non è sufficente e allora mi fermo e guardo giù tanti piccoli puntini tutti uguali, così sembrano uomini,case e i bovini, non c’è movimento, è tutto statico, fisso, la natura decreta che da quel punto di osservazione non vi è differenza e più ti allontani meno te ne accorgi, il puntino si assottiglia e ti perdi nella normalità di un orizzonte e di una terra lontana che sembra brulla e priva di vita…

  12. effeffe il 30 gennaio 2007 alle 13:36

    ci siamo quasi
    coraggio signori:

    Though nothing,
    nothing will keep us together
    We can beat them, for ever and ever
    Oh we can be Heroes,
    just for one day”

  13. lub il 30 gennaio 2007 alle 13:56

    Ho incontrato mio padre che aveva 21 anni lui e 34 io. In Germania, Stoccarda. Costruiva pistoni per la Mercedes.
    Ditta appaltatrice, ovviamente.
    Operaio, ovviamente.
    L’ho incontrato che usciva da una birreria, non che fosse ubriaco, ma bestemmiava in dialetto urlando vafangulo a due enormi crucchi biondi.
    Checazzovoletemòstistrunz, urlava.
    I crucchi a spintonarlo. Se lo palleggiavano come la Juventus in riscaldamento, come, ad esempio, Platini e Boniek dei tempi d’oro che a vederli adesso non ci crederesti.
    Ora, mio padre è piccoletto, tipo un metro e sessanta, ma è tosto. Ha certe mani che ti dico a sentirsele addosso. Poi è combattivo, feroce come una bestia, non si arrende. A vederlo così quasi in balia, non lo riconoscevo.
    Dovevo intervenire ma io sono delicato, cresciuto nella bambagia e i crucchi grossi e incazzati. Così entrai nella birreria a cercare aiuto.
    Italiani, fuori stanno ammazzando un paesano.
    Una torma di calabresi,cilentani,siciliani e baresi partì all’attacco.
    Arrivano i nostri.
    Meravigliosi anni sessanta, che anelito proletario, che compattezza, che determinazione operaia e terrona.
    Ma fuori i crucchi erano gia stesi, papà li aveva abbattuti con due capocciate e si massaggiava la testa stordito biascicando.
    Siti strunzi manno rutt’ i corna. Vafangulo.
    Lo aiutai ad alzarsi.
    E tu chi cazzo sei?
    Sarebbe lunga a spiegarlo. Comunque sono Paolo.
    Io Peppo, piacere, t’ho visto che mi guardavi e ti facevi i cazzi tuoi.
    Ho annaspato un sorriso di circostanza.
    Vai a farglielo capire, d’altronde era un po’ pure colpa sua, della sua educazione. Tenermi sempre protetto, dovevo studiare, farmi una posizione, non campare come un pezzente, una vita diversa della sua e comunque era colpa di mia madre che ci tirava su come ricchioni. IO e mio fratello.

    Comunque ho chiamato i rinforzi.

    Cosi papà mi ha portato a far un giro per Stoccarda, abbiamo fatto una puntata al casino, poi siamo andati in un locale colmo di italiani.
    I dialetti dello stivale si amalgamavano come polenta taragna nel burro fuso, idiomi e risate, vocali aperte e chiuse in un florilegio di culture.
    Uno spasso.
    Mica male la troia che t’ho consigliato.
    Morbida come un peluche.
    Dove dormi, Paolè?

    Qui si apriva un problema, già, ero capitato lì per caso e senza un tetto, un recapito.
    Il babbo subito si è offerto di nascondermi nella stanza del dormitorio che la ditta gli offriva con lo stipendio.
    Accettai.
    Così, entrato come un ladro, mi ritrovai in una camera di una ventina di metri quadrati e due brande. Tu dormi per terra, sulle coperte, tieni il cuscino. Nella branda qui, dormo io. Lì un mio paesano, il padre della mia fidanzata. Si chiama Fortunato.
    E’ di poche parole.

    Cazzo, il nonno. Sapevo che papà gli aveva trovato lavoro in Germania, ma, preso dagli eventi, me lo era scordato. Poi mio padre se ne era andato a lavorare in Lombardia, Castellanza (VA), e nonno sarebbe rimasto lì vent’anni, fino alla pensione.
    Quando da bambino andavamo a passare le vacanze estive al paese dei miei me lo ricordo che arrivava col treno.
    Stanco.
    Con una valigia di cartone beige colma di cioccolata.

    Arriva fra un po’. Ha il turno di notte. Tu non farti vedere. Senno son cazzi miei.

    Mi addormentai come un sasso sulle tavole di legno. Un cazzo di freddo tedesco mi svegliò che il sole era alto ( il sole tedesco non scalda) e papà non c’era più.
    Nonno preparava un caffè e l’aroma si diffondeva come un’onda per la stanza.
    Era uguale a come lo ricordavo. Fisico asciutto, stempiato, capello grigio, faccia da cingalese.
    Di poche parole.

    Buongiorno.
    Buongiorno.
    Posso avere un po’ di caffè?
    Pigliatevelo pure.

    Mi dava del voi, come usa con gli estranei.

    Come vi chiamate.
    Io, Paolo e lei Fortunato, così mi ha detto Peppo.
    Sì. Anche mio padre si chiama Paolo.
    Che combinazione, io mi chiamo così per via del mio bisnonno. Pare che mio padre lo abbia sognato pochi giorni prima della mia nascita. A dire il vero il mio nome intero è Paolo Mauro. Avrei dovuto chiamarmi Mauro. Solo Mauro, come il santo protettore del paese dei miei.. Poi per via del sogno mio padre ha cambiato idea…
    Santo Mauro è il protettore anche del mio paese, mio e di Peppo.
    Che combinazione…
    Già, alle volte…

    Bevvi il caffè, ottimo. Nonno si portava anche l’acqua da giù. Caffettiera napoletana, caffè e acqua, con tanto di beccuccio di carta alla Eduardo. Mio padre era al lavoro, alla pressa. Ebbi subito l’impressione che la mia presenza in qualche modo preoccupasse nonno. Temeva mi scoprissero e facessero grane. Nonno è sempre stato un uomo prudente.
    E di poche parole.
    Infatti non me lo disse subito.
    Mi raccontò l’avvenimento anni dopo, quasi trenta, per dimostrarmi come mio padre avesse messo a repentaglio il loro posto di lavoro per ospitare uno che neanche conosceva. Lo stronzo.
    Che poi mi ricordo ‘sto tipo teneva pure ‘na faccia. mmm.
    E io a dare contro al babbo che, lo sai, come fa. Poi, si ritiene generoso ma mette tutti nei casini per passare da eroe e via dicendo.

    Ero recluso, non potevo uscire se non di sera, con Peppo, quando il turno delle guardie cambiava e si faceva meno attenzione a chi entrava ed usciva.
    Uscire era una avventura. Si doveva
    a) attraversare strisciando un lungo corridoio che dava sulla sala delle guardie che stavano a guardare la televisione o a bere birre o a parlare dei cazzacci loro;
    b) arrampicarsi su un cornicione fino ad una tettoia;
    c) attraversare, mooolto lentamente, la tettoia che praticamente era il soffitto della sala delle guardie;
    d) raggiungere un balcone che dava sulla strada;
    e) calarsi lungo la ringhiere e saltare.

    Peppo, che avrebbe potuto evitarlo dotato come era di regolare cartellino, mi accompagnava in tutto il percorso.
    Per il gusto, diceva.
    Uno spettacolo, vederlo agitarsi come una scimmia e io a seguirlo impacciato, da impiegato, colletto bianco con la sua palestra del cazzo che lega i muscoli e il cervello.
    Lui educato a scalare ulivi e castagni e a saltare fossi per il lungo. Lo avevo immaginato, quando da bambino mi raccontava le sue avventure, ma vederlo era tutta un’altra cosa.
    Una scimmia.
    Un ragno.
    E io dietro sudato come un coglione. Ovviamente mi prendeva in giro.
    Certo che a studiare si tiene sempre il culo sulla sedia. Sempre chiusi. Un po’ coglioni si diventa a stare sempre sui libri.

    Guai però a toccargli il fratello maestro, si incazzava. Perché, sapendo della debolezza giovanile di mio padre, io sfriguliavo parlando male dei maestri elementari e delle scuole del sud.
    IO che avevo frequento il Liceo Carlo Alberto di Novara.
    Classico.
    Come da volontà di mio padre. Ma me ne ero pentito.
    Fossi io tuo padre, diceva Peppo. Ti darei tanti di quei calci nel culo. Ma tanti di quei calci nel culo.
    E io ridevo sotto ai baffi.
    Anche perché di calci mai ma di schiaffi papà me ne aveva dati davvero pochini. Un paio, credo.
    Uno perché avevo cercato di massacrare mio cugino Fortunato (come il nonno) con una boccia di legno. Lo stronzo mi sfotteva chiamandomi ciccione in spiaggia e io pam gli ho tirato una boccia di un paio di chili.
    Non per fargli male.
    Per ammazzarlo.
    Immaginavo la testa rotta e il sangue e il cervello (poco) che piano calava dalla ferita in cui era rimasta incastrata la boccia nera.
    Le bianche le aveva lui.
    Un altro il 9 maggio (o il 10) del 1978 quando in Via Caetani ritrovarono il cadavere di Moro nella Renault rossa. Mio padre era sul pianerottolo e, a voce bassa, commentava il fatto coi compagni. IO a otto anni arrivo bello bello e
    Per me ne possono ammazzare uno al giorno se mi fanno stare a casa da scuola.
    Pam. Il secondo e al letto senza cena.
    Che è peggio.

    A fare il classico sai forse di latino e di greco e scrivere è con l’accento ma poi non sai niente di come vanno le cose della vita.
    Un cazzo.
    Non sai sistemare un presa di corrente.
    Non sai cambiare l’olio alla macchina.
    Non sai coltivare un orto.
    Non sai piantare un chiodo.
    Non sai pittare una parete.
    Non sai dare la verderame alle viti.
    Non sai montare un mobile.
    Non sai avvitare una vite.
    ….
    Non sai fare un cazzo, in buona sostanza.
    Hic Haec Hoc e non saper friggere un uovo.
    O dare un calcio in culo a un paio di crucchi. Che poi è la stessa cosa.

    ‘Sto ragazzino petulante, che poi incidentalmente era mio padre, ci aveva preso in pieno. Infatti sopravvivo dignitosamente, alla bella età di trentaquattranni, senza saper fare niente o quasi. Barcamenandomi fra un contratto e l’altro da precario, alla ricerca del tenero approdo dell’agognato posto fisso. In questo simile a molte menti della mia generazione, non necessariamente le migliori.
    A farmi decurtare lo scarso stipendio da chi, come il mi babbo, ha imparato a far andar le mani in tempi non sospetti.

    A Stoccarda in settembre faceva freddo, la brina si depositava sulle cose rifrangendo la luce come mille specchietti retrovisori o come il vetro degli orologi a dar noia ai compagni di classe.
    Il freddo nelle ossa, intabarrati nei cappotti leggeri, io e mio padre passeggiavamo di domenica mattina lungo i vialetti curatissimi del parco di Kilesberg.
    Quando sono arrivato in Germania, qui era pieno di lepri e uccelletti che si nfacevano avvicinare. Poi fra noi e i turchi ne abbiamo mangiati un bel pezzo e adesso si son fatti furbi. Italiani.
    Mi parlava del paese e della fidanzata come a un fratello maggiore e io lo ascoltavo mentre mi si congelava il cranio.
    Certo che senza i capelli deve far freddo, sorrideva con la sua zazzera immortale che con gli anni si sarebbe incanutita ma sarebbe restata lì, perenne come le nevi del Kilimangiaro.
    Ovviamente Greenpeace scrive:

    “non durerà molto il conto alla rovescia per le nevi del Kilimangiàro: tra pochi anni non resterà che il ricordo dei ghiacciai che eravamo abituati a chiamare «perenni». Secondo uno studio di Lonnie Thompson, docente al Byrd Polar Research Center dell’Università dell’Ohio, l’80 per cento della massa di ghiaccio che ha dato nome al Kilimangiàro (letteralmente «montagna brillante») è già perso e il 33 per cento di questo danno si è prodotto negli ultimi dodici anni. Rimangono due chilometri cubi di ghiacciaio: scompariranno in un periodo compreso tra i dieci e i venti anni. Entro il 2020 il paesaggio della vetta più alta dell’Africa non sarà più lo stesso: in Tanzania neanche 5.895 metri bastano più per resistere alla morsa del caldo.” (da http://www.ecologiasociale.org)

    ma il 2020 visto da qui è mooolto lontano.

    Vorrei parlargli di poesia.
    Non ci sente.
    Continua a sfottermi. IO gli spiego come ci sono adesso, in Italia, Balestrini e Sanguineti e Antonio Porta e Pagliarani e Eco e Arbasino etc. che stanno facendo una rivoluzione col Gruppo ‘63.
    Il termine, mi accorgo lo sconcerta.
    Rivoluzione.
    Non è ancora una parola abusata, un lemma pubblicitario col Che che pubblicizza compagnie aeree e l’Urss c’è e c’è Cuba e c’è la resistenza, appena ieri.
    E qualcosa nell’aria, anche lì a Stoccarda, in quei freddi crucchi, anche lì qualcosa che freme increspa appena un po’ la pelle.
    Tutto finisce in un
    ma vafangulo
    quando gli racconto che la rivoluzione è fatta di parole, di versi, di poesie -cartolina, di poesia –lettera, di poesia elettronica e così via.
    Ma vafangulo, la poesia conosco pure io. L’albero cui tendevi la pargoletta mano il verde melograno e la donzelletta che vien dalla campagna e la cavallina cvallina storna che portava colui che non ritorna ed eran trecento eran giovani è forti e ora sono morti.
    Sono morti.
    Noi siamo destinati a finire se non ci organizziamo. Li vedi ‘sti stronzi che portano i cani a passeggio che mangiano meglio i cani di noi e li fanno cacare e raccolgono la merda in un sacchetto e fanno il nodo e via nel cestino. Questa è la civiltà che ci aspetta mentre a casa si muoiono di fame i bambini. Ne muoiono ancora come in guerra e quanti poliomelitici e storpi. Mentre qua si raccogli la merda dei cani e si danno le medicine ai cani e si parla d’amore coi cani.
    Noi a far la vita da animali accolti a italiani merda e botte tutte le sere. C’è qualcosa di sbagliato che ti verrebbe da sederti su un ceppo e pensare e piangere per la sorte degli uomini e delle donne e non alzarti neppure per pisciare.

    Povero figlio, quel giovane mio padre.

    Sembrava un personaggio di Pasolini, col ciuffo e lo sguardo tenero e feroce. Gli stessi occhi di Accattone e di mio fratello non ancora nato e già morto su una strada ghiaccia di Busto Arsizio (VA).
    Strafottente e spaccone alla Fred Buscaglione, parlava della ragazza lasciata al paese.
    Mia madre.
    Usciti dal casino mi raccontava di come avrebbe voluto sposarla, ma non in Germania, al paese e che voleva aprire una pasticceria con i risparmi tedeschi.
    Il cambio è favorevole, risparmio tutto, qua a parte il casino e il cibo non spendo niente. Mando i soldi casa, da mamma che me li tiene da parte e tornato mi apro la pasticceria, sul mare e mi sposo a Peppina mia.
    Omnia que sunt lumina sunt.
    Io sapevo come sarebbero finite le cose, come una Cassandra che è meglio che taccia. Se la sarebbe sposata Peppinuccia sua e lo avrebbe fatto al paese, in chiesa con tanto di corteo sulle strade polverose di terra battuta.
    Tutti a piedi.
    Poi in cinquecento per il viaggio di nozze.
    In Sicilia.
    Si sarebbe fatto pure la casa al paese, per la pensione.
    E le vacanze estive dei figli, due. IO e il fratello.
    Ma la vita no, quella sarebbe scorsa in fabbrica, come un destino.
    A Castellanza (VA), per quarantanni.

    Conoscere il proprio destino non rende felici.

    L’ho visto allontanarsi, le mani in tasca, il ciuffo inossidabile e gli occhi di mio fratello e, giuro, voltando l’angolo ha sussurrato beffardo:

    …poeti…ma vafangulo!

  14. sitting targets il 30 gennaio 2007 alle 13:57

    barbara, ti girano a vortice nel senso della marca di condizionatori? comunque grazie.

  15. R4 il 30 gennaio 2007 alle 14:06

    E insomma lo stronzo mi fa “quello costa 60 euro” e mi guarda come se non me lo potessi permettere, e il tutto perché sai, tu mi conosci, lo sai come vado in giro, eschimo Clarks e tutto – che poi, le Clark: lo sai, tu, quanto costano le Clark?s Ce l’hai un minima idea? Centocinquanta euro costano – e io me ne resto con quel libro di affreschi medievali dell’entroterra siculo, una cosa che avevo pensato di mettere su quel tavolino da caffè che c’è nel salotto di casa, no, non quello color noce, voglio dire l’altra casa, ah non lo sai? Be’, sì, abbiamo comprato casa in centro, il prezzo non te lo dico perché non mi crederesti, l’abbiamo comprata all’asta eccetera. Comunque. Io me ne sto con questo libro in mano e a questo punto non so se comprarlo o meno, perché in quel momento penso: se lo compro, lo stronzo pensa che voglio dimostrargli che a me i soldi non mancano di certo, nonostante tu sappia quanto me che è una cosa che non faccio mai, dimmi se ho torto, mai fatta una cosa del genere in vita mia; se non lo compro, lui pensa che sono un poveraccio che non può permettersi un libro del genere, ma solo i Miti, i Superpocket e i Bur. A proposito, ti ho già detto che mi sono abbondato ai Bur? Mi arrivano direttamente a casa, è per questo che l’altra volta ci siamo incontrati all’Ikea, stavo comprando uno scaffale decente per metterci i Bur. Alla fine sai che ho fatto? Ho fatto l’unica cosa possibile: mi sono avvicinato al pezzo di merda, ho aperto il libro, e ho iniziato a strappare le pagine a una a una, lentamente, con metodo. Dovevi vedere la sua faccia. Poi ho aperto il portafogli – sì, esatto, The Bridge – ho tirato fuori sessanta euro, glieli ho buttati sul tavolo e ho detto: “tieni, stronzo.”

  16. Alessandro Iacuelli il 30 gennaio 2007 alle 14:08

    Sono il gatto di un comunista dandy

    Il mio umano, anche se dice agli altri di essere il mio padrone, mi ha chiamato Fidel, ed io so bene il perché. In realtà lui sbaglia, quando dice agli altri di essere il mio padrone, perché un umano che si definisce comunista, e per giunta anche dandy, il termine “padrone” dovrebbe estrometterlo dal suo vocabolario… o no? Non importa, io sono un gatto e me ne sbatto, e in ogni caso posso sempre mandarlo a ca…, altrimenti che comunisgatto sarei?
    Sì è vero, lo confesso, anche io fin da piccolo ascoltavo sempre “44 gatti”, perché fa tanto pedagogia di sinistra. E’ stata quella canzoncina a farmi diventare così. Ogni volta che sentivo la strofa con la frase “nella cantina di un palazzone, son tutti i gatti senza padrone”, mi veniva l’estasi rivoluzionaria a quel “senza padrone”, e mi immaginavo con la bandiera rossa e a pugno… ehm… a zampa chiusa, assieme a tanti altri gatti, lanciati alla conquista del mondo. Mica qualcuno crede che è un caso, se il ritornello dice “44 gatti marciavano compatti”. Il marciare compatti è fondamentale, per la rivoluzione, anche per noi felini!
    A dire il vero, il mio umano dice che in quel brano c’è il germe del maoismo, ma io non gli credo, perché in realtà c’è il germe del miaoismo. Il miaoismo è il maoismo dei gatti. Conoscete il miaoismo?
    Ad ogni modo, dicevo: mi ha regalato una poltrona. Non è dell’Ikea, è un residuo degli anni ’60 che ha comprato in un mercatino in Ungheria. Dice che fa tanto patto di Varsavia, ed io ovviamente sono miagolosamente in accordo con lui! Perché lui è il mio umano, ed è un comunista dandy. Voi sapete nella realtà che diavolo è un comunista dandy: è l’animale domestico di chi non è né aristogatto né maledugatto, ma un vero comunisgatto. In pratica, lui crede di essere il padrone, ma poverino non lo è. L’importante è che lo creda. Io continuo a fare il gatto indipendente ma aperto ad ogni forma di collettivizzazione. Anche delle gatte, ovviamente.

    Postilla ad inserimento automatico: attenzione, il firmatario di queste righe non si assume alcuna responsabilità per quanto appena scritto, in quanto ha scoperto che il proprio gatto ha imparato a digitare!

  17. non trovo le ciabatte... il 30 gennaio 2007 alle 14:14

    Non trovo le ciabatte! Cazzo, dove sono finite? Inizia male la giornata, come al solito! Il Gatto, è Lui il mio problema. Sicuramente me le ha nascoste da qualche parte. Viviamo da soli e ci siamo suddivisi i compiti. Una convivenza difficile e oramai siamo arrivati ai ferri corti. Non mi aiuta, dorme sempre, la casa è diventata un porcile! Non ne posso più, ora mi sbarazzo di quel felino semifrocio, ma prima VOGLIO le mie ciabatte! Le cerco dappertutto, sotto il letto, dietro i mobili, dentro la spazzatura, non le trovo. Prendo il gatto, lo scuoto, gli ripeto per l’ultima volta di dirmi dove s-o-n-o- l-e-m-i-e-c-i-a-b-a-t-t-e r-o-s-s-e. Non mi risponde, mi morde, lo riprendo, lo piroetto per l’aere e lo scaravento fuori dalla finestra. Vivo al piano rialzato. Rientra dalla finestra. Litighiamo selvaggiamente. Come ai vecchi tempi…quando ero sposato con quella belva di mia moglie con i suoi due stupidi gatti e poi la separazione e i miei festeggiamenti con la cottura nel microonde dei due mostri. Ridotto allo stremo, prendo un piatto e glielo tiro sulla testa. Non funziona! Prendo la pistola. Sparo due colpi. Cristo…ho bucato la parete, ridotta a un groviera da mesi e mesi di proiettili sparsi. Cerco di calmarmi. Non ci riesco.
    Cosa ho fatto di male per meritarmi questa vita di merda? Continuo a cercare le mie ciabatte, non ci sono, forse che…se le sia mangiate…? Ho deciso. Lo ammazzo. Lo sventro. Apro la carcassa, sangue dappertutto, ma le mie ciabatte non ci sono.
    E allora…chi le ha? Si è fatto tardi. Devo correre in ufficio. Scendo le scale. Saluto il portiere. “Sono sue le ciabatte che ho trovato nel contenitore dei rifiuti?” “Perchè le ha buttate via…, erano ancora in buono stato…?” Non rispondo, corro dal veterinario, compro un bel siamese. Ritorno a casa. Deposito il siamese. Mi precipito in ufficio.

    Al ritorno…
    Entro in casa
    Saluto il siamese.

    Non trovo le ciabatte! Cazzo, dove sono finite? Inizia male la serata, come al solito!

  18. uto88 il 30 gennaio 2007 alle 14:14
  19. Barbara il 30 gennaio 2007 alle 14:15

    Sì, proprio in quel senso lì, Sitting…:o)
    Suggerimento su come fermare il vortice ?
    Però qui si compone, ed io cazzeggio…bah..
    Chiedo venia a tutti !

  20. l'adolescente il 30 gennaio 2007 alle 14:18

    Cioè, cazzo!, nella misura in cui, nell’ottica di…(esordiva sempre così quello scappato di casa di mio padre), cioè, ora mi spiego, almeno ci provo, sono fulminato, esaurito, ma perchè mai mi trovo qui, cioè, cosa ho fatto di male?. Mamma dove sei? Quando ti cerco non ti trovo mai! Con chi sei? Come un beota a casa da solo, tuo marito nonchè mio padre ex-sessantottino sparito con un’altra, la scuola una merda, non ho voglia di studiare, la politica non mi interessa, le seghe mentali le lascio ai rasta, il pallone non mi basta, ho quindici anni e non so che cazzo fare! Un pomeriggio di cacca, ora chiamo un compagno e giochiamo alla play. Non c’è nessuno, è presto, alla TV non c’è ancora Penthause, sega rinviata! Andrò alla Feltri, mi ascolto qualche cd e poi me ne torno a casa. Chissà che non studi un pò di latino, quella merda di lingua morta e sepolta, unta e bisunta…giusto! Grandioso! Mi sparo un panozzo con il salame, una coca e via…mezz’ora di chitarra tra Guccini e i metallica. Sono le sette , sono solo, mia madre tromba e non è tornata. Che città di merda! Mi affaccio alla finestra, serenata rap per la puttana sottocasa, mi strizza l’occhio, che schifo è un trans! Sono le otto, ho fame ,cazzo non sono capace di farmi un piatto di spaghetti! Devo aspettare, mi butto sul letto, mi appisolo. Squilla il campanello. Guardo l’orologio. É mezzanotte. Apro la porta. Appare quel cadavere disfatto di mia madre. “Come stai” tesorino? “adesso la tua mammina ti prepara un piatto di pasta!” Cioè, cazzo!, nella misura in cui, nell’ottica di…non poteva tornare a casa alle 2? Porca Puttana…perdo Penthause e sega rinviata! Così è la mia vita…

  21. l'androgino il 30 gennaio 2007 alle 14:22

    Mi sono sempre chiesto: “Perchè sono anni che mi sbatto per quella donna senza risultato?”, “Perchè mi sono impillolato fino alla nausea senza che mai raggiungesse il più miserabile degli orgasmi?”, “Perchè tutta questa fatica quando un altro con le stesse mie caratteristiche fisiche raggiungerebbe il suo obiettivo in pochi nanosecondi?”, “Perchè tutto questo quando il primo che passa per la metropolitana , un’occhiata d’intesa e se la tromberebbe con summo gaudio di entrambi ?”, “Perchè, Perchè, Perchè…?”.

    Perchè forse ancora non ha trovato la metropolitana giusta…dovrebbe forse cambiare linea! La verde sembra che offra più possibilità , devo dirglielo uno di questi giorni! O forse ha già provato…ma è andata peggio che con il sottoscritto, tra i due mali scegliamo il minore e rimaniamo in “tiepida” attesa!

    Ben 1000 euro ho speso dall’andrologo per sentirmi dire: “Lei e il suo pisello sono a posto”, vuol risolvere il problema?”, “Si” rispondo sottomesso , “CAMBI PATNER “incalza l’androstrizza!

    Ma poi… e poi e… ancora poi… la risposta è molto più semplice.

    Non le sono mai piaciuto e se non sei desiderato….hai voglia a ingozzarti di confettini azzurri! Ma allora perchè non ti molla? “Perchè sono un bravo ragazzo, perchè sono un bravo ragazzo”… cantava qualche coglionazzo degli anni 60’. Jazzy, il mio gatto, aggiunge: “Caro il mio padroncino, non è solo quello, sei meno stupido di tanti altri…ma “perchè” gli rispondo “Come sono gli altri…?”.

    Jazzy se ne va e mi lascia nella solita mia cacca segaiolintellettuale e si ritira in camera da letto. Quante battaglie ha visto quel letto , molte perse in partenza ,altre delle vittorie politiche del mio povero fallo…un fallo che ne ha viste di cotte e di crude, vagine orgogliose, presuntuose, passive,attive,egoiste, altre decisamente stronze, sino ad arrivare a quelle più imprenditoriali! Ma ciascuna con una sua propria o non propria sessualità, una dote che si portano sin dalla nascita e che sfruttano a seconda del “contorno” che le circonda.

  22. l'esasperato il 30 gennaio 2007 alle 14:29

    Uffa! Che palle! Settimana corta! So già cio che mi succederà sino a venerdì. Solo una disgrazia non posso prevedere. Tocchiamo ferro. Ma vi rendete conto? Sappiamo già quello che dobbiamo fare! Se siamo single ciondoliamo da un bar all’altro, se non lo siamo le alternative sono due. Sposati con figli? Compiti a gogò… Sposati senza figli? Altre due alternative: la partita di pallone per lui alla TV, la palestra per lei. E se non ci sono più le partite e le palestre chiudono? Vacanze separate. Lui a Rimini a rinfrescare il proprio passato quando le calvizie erano ancora un lontano ricordo. Viaggio organizzato in Marocco per lei con la speranza del mistero esotico nelle sembianze del cavaliere nero. Che brutto invecchiare. Lei che ti dice: “ Cominci ad avere pochi capelli”. Io replico: “Quanti giovani a vent’anni non hanno più i capelli?”. Ma lei non ti risponde, non gliene frega assolutamente niente. Potrebbe essere anche un nano gobbo,deforme e sdentato ma GIOVANE! Ed io che cosa dovrei dire della sua cellulite che si trascina come…Avete presente quei bellissimi film di fantascienza degli anni 50’ , in particolare vi ricordate la cosa (The Thing)? . Già, lei è diventata così, cazzo, e non si vuole arrendere all’età!. Siamo coetanei, abbiamo fatto tanti viaggi assieme…a Paderno Dugnano, Trezzano, Abbiategrasso, etc, etc, ma non abbiamo mai fatto un viaggio all’interno del nostro DNA in via di decomposizione. Sembra quasi che ci rimpalliamo le nostre brutture…esteriori…
    Ma non sarà che ,poi e poi, se veramente accetti il tempo…allora accetti anche te stesso?
    Ma come è possibile accettare il tempo? Facile! Accettando la morte. Bene , ora sono pronto! Chiamo il mio medico. Fisso un appuntamento con il chirurgo plastico. Entro in clinica. Cominciano i ritocchi. Esco come nuovo. Anzi usciamo come nuovi. Ci guardiamo allo specchio. Il silicone ci ha stravolti, sembriamo due orientali. Avete presente la Barbara D’Urso con un occhio un pò più chiuso dell’altro…? La liposuzione ci ha asciugati…dove era richiesto ma ha accentuato le deformità in altri punti topici.
    Siamo due estranei! Tutti tirati.. con la pelle che accentua le venature…mi viene in mente Space Oddity di David Bowie, due ET a confronto! Facciamo più schifo di prima, abbiamo speso 200.000 euro (tutti i nostri risparmi) e che cosa abbiamo risolto…?

    Quando morirono in un incidente d’auto tra Siziano e Pavia non furono riconosciuti dall’autorità locale, subirono centinaia di autopsie, fu interpellata la NASA e furono classificati negli archivi del Pentagono come Unidentified Flying Object.

  23. sitting targets il 30 gennaio 2007 alle 14:35

    @barbara. io un suggerimento c’è l’avreil. se mi passi la tua mail. (non è prosa, è poesia, va bene uguale, no?)

  24. Barbara il 30 gennaio 2007 alle 14:42

    For you eyes only, Sitting…;o)…
    baty61@katamail.com
    Thanks !

  25. carla il 30 gennaio 2007 alle 14:46

    hey….così non vale…

  26. Angelo De Lorenzi il 30 gennaio 2007 alle 15:14

    Non sono comunista, però abbastanza dandy. Posso partecipare ugualmente?

  27. La Vipera il 30 gennaio 2007 alle 15:15

    Salve. Scrivo racconti: genere fantascienza di tipo onirico-realistico con ascendente docufiction e faction, soprattutto faction, con propensione a una virtualità sociologica di chiara matrice catartica. Con questo che di seguito vi posto vorrei partecipare al vostro concorso. Se non mi premiate, vuol dire che non capite un cazzo di letteratura.

    Cronache dal futuro.

    [ In cucina. Lei sta preparando la cena. In sottofondo, “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan]

    Lui –
    Era ora! Questa sì che è una grande notizia! Guarda, ho appena finito di stamparla. Finalmente sapremo tutta la verità!

    Lei –
    Di che stai parlando? Non è che vaneggi, come tuo solito? Ormai quell’apparecchio ti ha completamente rincoglionito…

    Lui –
    Ma che vaneggio, cazzo! Erano giorni che mi stavo struggendo dal desiderio di sapere…

    Lei –
    Embè, di cosa si tratta? Hanno scoperto che Bertinotti si è convertito? Sai che grande novità sarebbe…

    Lui –
    Ma dài, non scherzare, questo è un vero scoop!: Giulio Mozzi, capisci, Giulio Mozzi in persona che spiega le ragioni per cui ha lasciato Nazione Indiana! Ma ci pensi? Senti cosa dice, ti leggo questo passaggio che mi sembra veramente formidabile, fondamentale…: “Un giorno decisi tra me e me che, visto che mi sembrava sensato dimettermi, non l’avrei fatto prima del centesimo giorno successivo. Mi davo cento giorni per pensarci su. E il centunesimo…”

    Lei –
    Ma va a cagare, pirla!

    Lui –
    Scusa…, ma ce l’hai con me?

    Lei –
    …….….

    (…the answer, my friend, is blowin’ in the wind, the answer is blowin’ in the wind…)

    La Vipera

  28. a proposito di una Lei e di un Lui (igienisti e non) il 30 gennaio 2007 alle 15:18

    Lui: bussa alla porta
    Lei: apre la porta
    Ciao
    Ciao
    Un bacio
    ma ti sei lavato i denti?
    No
    quante volte ti ho detto che te li devi lavare almeno 4 volte al giorno
    Ok, ora me li lavo
    Ok, altrimenti non ti bacio
    Va bene, vuol dire che ti bacerò da altre parti
    Ma…ti sei lavato?
    Certo! Uso Infasil antibatterico
    E tu…ti sei lavata?
    Certo ho appena fatto il bagno
    Ma ti sei tagliato le unghia?
    No, lo sai benissimo che quelle della mano destra devono essere più lunghe dato che suono la chitarra
    Si lo so, ma mi fai male. Tagliatele!
    OK, ora me le taglio e dato che ci sei lavati anche i piedi altrimenti mi insozzi le lenzuola
    E tu levati quello smalto colore carne
    Mentre tu ti lavi io mi rifo lo smalto
    Rimango in mutande
    Hai anche le mutande bucate!
    E’ il gatto…lo sai, la notte si diverte a giocare a tarzan con i miei attributi
    L’hai portato il preservativo al gusto di fragola?
    No
    Al gusto di arancio?
    No, tanto mica li devi mangiare!
    Ma…li hai portati?
    No
    Quante volte ti devo dire che altrimenti non lo faccio!
    Ma dai..sto attento e poi hai la spirale
    Ma non è sicura al 100%
    Ok,me ne vado
    Ok,allora ci sentiamo…e prima di uscire stai attento a non sgocciolare con l’ombrello che ho appena dato la cera e mettiti le pattine
    Ok, ciao
    Ok,ciao

  29. Valter Binaghi il 30 gennaio 2007 alle 15:40

    Storia di Alvaro

    Anche tu, Alvaro, hai danzato in quei giorni, e noi con te, al Sabba della rivoluzione!
    Il profeta diceva di puntare a tutta forza contro l’Arca, carica delle ipoteche del passato che affondavano l’utopia: poi avremmo nuotato liberi e felici come pesci nel mare.
    Dopo la botta ti sei ritrovato a mollo, infreddolito e senza nome.
    Hai pensato: finalmente il diluvio, saremo il nuovo Adamo!
    Finchè ti è passato vicino il panfilo luccicante del nuovo potere catodico, a prua c’era il Caimano con le ballerine, a poppa il Professore con gli gnomi, e di qui e di là era pieno di ex direttori di Lotta Continua.
    Li guardi andare e dici, va bè. Non è la prima volta che usano disperati e giovani imbecilli per fare il lavoro sporco.
    Ma, siamo giusti, Alvaro: ci piaceva l’esproprio proletario, che trasformava in Unno il ragioniere diplomato, e far volare gli stracci alle compagne nelle piazze deserte d’agosto!

  30. georgia il 30 gennaio 2007 alle 15:42

    andrea b. ha scritto un raccontino carino (un po alla Saramago di Cecità) come commento (incazzato) nel mio blog, posso proporlo all’illustrissima (ma poco pluralista) giuria vostra?
    georgia

  31. magda il 30 gennaio 2007 alle 15:44

    Io vorrei scrivere questo:

    Alla ricerca di Averroe’

    ovvero breve itinerario narrativo-geografico tra le magnificenze dell’islam in Occidente: Andalusia vista dalla mezquita di Cordova, L’Alhambra di Granada e l’Alcazar di Siviglia.

    se volete vi racconto anche i profumi degli aranci, ulivi, gelsomini e il gusto del pesce.

  32. georgia il 30 gennaio 2007 alle 15:44

    cavolo non vi ho dato il link :
    Eccolo QUI

  33. georgia il 30 gennaio 2007 alle 15:45

    ecco il link
    Che ho già inviato ma non ha preso
    http://georgiamada.splinder.com/post/10760369#comment-28945005

  34. effeffe il 30 gennaio 2007 alle 15:46

    Amatissima Georgia
    ma si figuri
    mandi mandi Mandala!
    effeffe
    ps
    anzi, dica di mandarlo
    ppss
    a.b.
    ci sei?

  35. georgia il 30 gennaio 2007 alle 15:47

    va beh non piglia il link ;-)
    ad ogni modo è nel mio blog (#1) nel post: Angelo Guglielmi e il romanzo senza esperienza

  36. georgia il 30 gennaio 2007 alle 15:51

    lo mando io :-)
    E’ giusto che ogni racconto abbia un criticone/a che lo/la propone ;-).

    Naturalmente esigo dalla giuria (dittatoriale) che gli permettiate ogni ritocco vorrà fare a questa mia abusiva spedizione.
    P.S vi annuncio in quasi anteprima che stasera o domani nel mio blog posterò una autentica chicca … (quesa si chicca) che riguarda proprio un famoso premio dle passato
    geo

    Commento di a.b.
    Post onirico (ma neanche troppo).
    Il sedicente critico non ha mai avuto le palle degli occhi. Un giorno tentò di farsele applicare trafugandole da una sala autoptica, “tanto c’è la malasanità” si diceva nel foro interiore. Si fece operare a Barcellona. Era in stanza con un altro italiano. Facevano delle belle conversazioni. Il sedicente critico letterario senza globi stimava molto il personaggio disteso sul lettino accanto lui. Il critico aglobo non ha mai amato chi ha i globi, gli scrittori con le palle. Odia Tondelli, odia Moresco. Ama il suo compagno di stanza, un uomo d’azione, un “esperto”. L’ultimo giorno il compagno gli rivela il nome, Messina Denaro. “Messina Denaro, bel nome” dice l’aglobo, lo spallato, pensando che starebbe bene in un romanzo realista come piace lui, che si ritiene un sovieto, e torna al suo cannone della letteratura italiana: quelli con le palle via, quelli normali, come lui, senza strumenti ottici, quelli che raccontano ciò che possono toccare, la natura, quindi non raccontano emozioni né visioni, gli “esperti” come li chiama il sedicente critico letterario nella sua cavità interiore, quelli sì stanno dentro il cannone, dietro il cannone che lancia le palle lontano.
    Ma non divaghiamo. Venne il giorno dell’operazione. Il chirurgo si accorse che il sedicente critico aveva le cavità troppo piccole per i globi trafugati. Allora glieli ficcò nel taschino dicendosi che tanto non servivano: non poteva collegarli a nulla! Anche il neurologo, constatando il vuoto, approvò. Il sedicente critico tornò a casa tastoni, toccando il cemento e l’asfalto, le uniche cose che per lui esistono.
    a.b.

  37. effeffe il 30 gennaio 2007 alle 16:01

    Scusa Georgia (and Andrew) ma come non detto nel regolamento, non si possono citare indiani. Moresco lo è. Per fortuna nostra.
    un abbraccio
    effeffe
    ps
    allez les camarades du passé faisons des tables BASSES

  38. I senza tetto il 30 gennaio 2007 alle 16:08

    Ora ricordo, ero a Rio,
    (che ci facevo lì?), mio papà ci lavorava,
    mia mamma era giovane e spensierata, una nuova avventura per lei…

    Poi le venne la depressione quando giunse il momento di tornare alle origini, i miei nonni abbandonati per il sogno sudamericano.
    Io avrei voluto rimanere, solo, senza i genitori,
    ma avevo 9 anni e non potevo pagarmi l’affitto…

    Milano, quando ci sbarcai era bella, nonostante la saudade mi innamorai
    di quella nebbiolina che, allora, s’incuneava tra le case di città studi.
    Sono passati più di quarant’anni, gli amori passano, anche le città cambiano, e quella nebbiolina ha scelto un altro amante…

    Sono sempre stato un emarginato (non so mai chi ringraziare! Se mio padre o mia madre…), anche mancino, allora era una disgrazia e con il mio italiano appena masticato la maestra mi ghettizzava dietro una lavagna, un extracomunitario bersaglio dei piccoli borghesi milanesi, un nuovo gioco che anticipava il presente…

    E poi venne il liceo, le lotte studentesche, i prof. politicizzati , le assemblee, i cortei, ma Manzoni c’era sempre (la lingua italiana per eccellenza) e Don Rodrigo, un cattivo che non ha cambiato le sorti del… 68’. Marcuse, Fromm, Kerouak, una triade formidabile, una squadra speciale che niente ha potuto contro i fantasmi del Dante, Petrarca, Pascoli e Leopardi in panchina…Mi sono sempre chiesto come si sarebbe potuto combattere questo squadrone che sovrastava i quattro slogan da marciapiede e gli operai ci sputavano in faccia, chè avevamo il latte in bocca, che loro si facevano un “culo così…” e noi ,Kossiga boia, pensavamo al “che fare” tra uno spinello e una partita a Risiko passando dalle nevi di Cervinia dove la logica degli opposti estremismi fumava il kalumè della pace…

    Al concerto dei Led Zeppelin all’arena mi ricordo solo un gran fumo bianco.
    Jimmy Page s’intravvedeva a malapena mentre con un piede calciava quei maledetti lacrimogeni. Il limone l’avevo con me e gli occhi sempre più rossi e lucidi seguivano il ritmo di the Lemon song, Robert aveva la voce sempre più roca…

    Anche al concerto dei Chicago la solfa era la stessa, sempre quel maledetto fumo bianco…

    Non volevano farci ascoltare la buona musica e i celerini proponevano la loro…

    Il sessantotto! Una gran bella annata, d’origine controllata e garantita! Allora… vivevamo tutti sotto un unico tetto, poi una bufera l’ha scoperchiato ed è crollato come un castello di carte. Mancavano le fondamenta e le idee si sono perse nel vento…

    La mia prof. di italiano mi ha rimandato a settembre perché non conoscevo abbastanza bene Gramsci però all’ospedale ci finivo sempre io tra una sprangata e l’altra…

    Non siamo tutti uguali. Ci dividono il colore della pelle, le idee politiche, il carattere, lo status sociale, i soldi, la cultura, la scolarità, il numero procapite di cellulari, il televisore a cristalli liquidi, il dna e…una fossa comune o il mausoleo di famiglia… ci riporta a quell’unica origine…

    In alcuni momenti sembra che tutto debba rimanere fisso, immutabile nel tempo ed eterno. Poi ti accorgi che non è così e allora succede che un altro istante diverso ripercorre la trafila del “per sempre” e alla fine contiamo solo le pause di riflessione.

    Sembra che sia una conquista il poter avere un letto per dormire e scomodi ratei in Euro sanciscono il dovere di pagare il fatto di non dover giacere sotto le stelle o di fronte alla stazione Centrale, un diritto forse più dignitoso per tutti Noi.

    Siamo tanti Don Chisciotte che si sbattono per un posto al sole, una triste telenovela che ci rende patetici di fronte a chi i mulini a vento li possiede tra i girasoli d’Olanda.

    Si è sempre più soli, ciascuno percorre quella via pensando che sia unica e nella direzione della luce, poi in quel crocicchio ci ritroviamo tutti quanti e ci chiediamo: “Ma non era meglio percorrere assieme quella strada?”

    I ricordi si rincorrono, si confondono, spesso si riaffacciano per tornare nell’oblio del presente. Ci proiettiamo nel domani e l’oggi, senza fissa dimora, ci sfugge di mano…

    Quando rileggo Freud penso che avesse dei seri problemi con la madre
    Quando rileggo Fromm penso che avesse dei seri problemi con la società
    Tutti abbiamo problemi con chi ci ha generato e con chi decide per noi
    L’importante è credere di essere dei nati orfani a decidere.

    Anche i bianchi gabbiani non trovano più pace. La civiltà ha deturpato la natura, gli spazi si restringono e LORO volano sempre più in alto, sopra le nubi, unico approdo allo scempio dell’umano.

    L’immaginazione al potere! Ho immaginato che non ci fossero più guerre, che tutti fossero più buoni, meno egoisti, arroganti, presuntuosi, incattiviti, irresponsabili…
    Ho sognato di essere in un’autostrada deserta e che ero solo in questo mio viaggio, provavo uno strano senso di benessere nel percorrere una strada vuota, asettica, pulita, a quadrupla corsia, come se fossi rimasto l’unico essere vivente sulla faccia della terra…

    L’immaginazione al potere! Ho immaginato che le guerre ci avessero sterminati tutti e che la pace da sola festeggiasse la sua vittoria…

    Quel vecchio sulla panchina non avrebbe mai pensato di esserci seduto sopra quando da giovine guardava i vecchi e provava una profonda compassione per il loro mal stare.
    Ora riflette sul tempo che l’ha condannato a morte e neppure la vista dei parenti occasionali potrà dargli quel conforto quando l’ultima scossa se lo porterà via…

    Le parole devi scriverle quando ti vengono in mente in quell’istante e non cercare di ricordarle dopo e farne un guazzabuglio che non è più quello che volevi esprimere. Così come la poesia che non ha un tempo per fissare un’emozione e quell’attimo è buono per essere sinceri con se stessi…

  39. georgia il 30 gennaio 2007 alle 16:10

    beh …mettici tre sterisci, ti autorizzo io;-) ….il pezzo di andrea non era per il concorso, sono io che lo candido abusivamente
    geo

  40. georgia il 30 gennaio 2007 alle 16:11

    asterischi non asterisci (naturalmente)

  41. effeffe il 30 gennaio 2007 alle 16:15

    asterisci mi piace di più :)
    effeffe
    many kisses

  42. a.b. il 30 gennaio 2007 alle 16:15

    No! no!, questo è un postaggio abusivo di Geo! (grulla! :-)Scherzi a parte questo post onirico si riferisce a un articolo postato su Georgiamada. Fuori dal contesto non si può afferrare. Quindi lasciamo stare. E lasciamo stare anche che Moresco è un indiano, cosa certa, quando il problema è piuttosto che VOI NON siete indiani!
    Piuttosto il fantasmatico personaggio celiato dietro il nomignolo “Sitting Targets” non posta nulla? lui che è l’amico degli amici dell’ambientino letterarino non posteggia qui qualcosa di letter-ario?, di amichevoletto?, di amichevolmente letterario?, sicché i suoi amici possano lisciargli il prosopopeo…
    Sapete mi piace molto vedere lo spettacolo dei salamelecchi tra voi amichetti, lo considero un rialiti interessantissimo. Mentre vissuto da dentro è distruttivo, visto da fuori è oltremodo divertente, istruttivo.

  43. a.b. il 30 gennaio 2007 alle 16:16

    Effe effe, ti diffido dal fare il grande gatto (gattone) con Geo!

  44. effeffe il 30 gennaio 2007 alle 16:21

    a.b.
    pensa che stavo per metterti in home page…
    effeffe
    ps
    per Georgia ti sfido a duello
    per il resto
    gli indiani è tutto (come Maria di Giorgio Gaber) e tutti (quasi tutti) come noi

  45. a.b. il 30 gennaio 2007 alle 16:27

    Sono un terrorista, i terroristi non stanno in home, stanno nelle fondamenta, per questo si dice che sono fondamentalisti.

  46. sitting targets il 30 gennaio 2007 alle 16:42

    @barbara
    non mi fare lo scherzo che magari nella mail ti trasformi in un masculo, eh? ma mi fido. mi fido? mi fido.

  47. sitting targets il 30 gennaio 2007 alle 16:45

    ge-orgia, tu mi tradisci, ge-orgia, tu mi stupisci: ge-orgia, guarda, asterisci: com’è ridotto – quest’uomo – per te! (zam/zam)

  48. georgia il 30 gennaio 2007 alle 17:11

    effeffe se stavi per mettere andrea in home … metticelo cribbio, il suo commento ormai è pubblico (mica me l’ha mandato per e-mail), mi assumo ogni responsabilità legale caso mai dovesse querelarmi (ormai è una epidemia) ….

    sitting

    asterisci: com’è ridotto …

    non è male lo devo ammettere ;-)

  49. sitting targets il 30 gennaio 2007 alle 17:16

    barbieri, ti leggo solo ora. e tu? scusa, ho postato il racconto prima che tu intervenissi. non l’hai letto? è pieno di citazioni.
    ah, ma quale “amico degli amici”? sei matto? guarda, ti perdono perchè sei antipatico.

  50. effeffe il 30 gennaio 2007 alle 17:27

    @georgia
    quando dicevo che stavo per metterlo in homeless (io vagabondo che son io) non avevo ancora letto valter. Mi sono consultato con Furlen e mi ha detto che per il concorso bisogna mandare qualcosa di più “specifico”, espressamente comunista dandy. Pur essendo della tribù dei comunisti dandy, a.b, quel commento (in questo gli do ragione) è un extrapole position. Perchè non me ne scrive uno?
    effeffe

  51. georgia il 30 gennaio 2007 alle 17:34

    eh no … ora ti rimangi la parola … e valter che cavolo c’entra? ‘Un sei tu, TUTTA la giuria?
    La solita pastetta dei premi :-(
    geo

  52. Francone il 30 gennaio 2007 alle 17:34

    “Perchè non me ne scrive uno?”
    Forse perché non ne è capace?

  53. a.b. il 30 gennaio 2007 alle 17:35

    Sitting, il tuo racconto fa schifo. Senti, tu che 6 letterariamente ambient, tu che frequenti il salotto del poeta Pino Stecchetti e del romanziere Merlo Monaccini e del factioner Orlo Zurlotti e del giornalista di mito-reportage Cinto Bubbani, tu che sei addentro il bel mondo amicale, tu puoi fare meglio di quella gingilleria che hai posteggiato quivi (cerco di adattare il mio italiano al Vostro itagliano letterario per non trasfigurare).

  54. georgia il 30 gennaio 2007 alle 17:36

    Francone … ahimè fa rima con … c…one

  55. effeffe il 30 gennaio 2007 alle 17:37

    NOOOOOO Georgia
    non dirmi così:)
    effeffe
    ps
    comunque è vero che stavo per metterlo in Home ma mi ha trattenuto l’autoreferenzialità letteraria quasi da Nazione Indiana, appunto quasi :)
    io voglio un racconto vero, per Maria! (adesso è di moda) e il tempo sta scadendo (di anime)
    effeffe

  56. effeffe il 30 gennaio 2007 alle 17:40

    Signori (come quando si gira tra i banchi durante il compito) silenzio!
    Il tempo di scrivere un commento e me ne spuntano tre.
    Un consiglio a tutti: non mi toccate Georgia.
    Di Andrea Barbieri so che se mi facesse un bel racconto viaggio iconocomunista dandy, ne saremmo tutti (voi non io)piacevolmente sorpresi.
    effeffe

  57. a.b. il 30 gennaio 2007 alle 17:49

    Allora, lo dico una volta per tutti.
    Che non ho capacità di scrittura è un dato di fatto condiviso da tutti i miei ii. Non ho un rapporto “selvatico” con le parole, non mi premono dentro con una vita loro per uscire, specialmente se dovessi inventare storie: io odio inventare storie. Quando Wittgenstein una volta nella vita fece lo scultore, pensò lo stesso del suo rapprto con la scultura, per questo fu più serenamente giardiniere o filosofo.
    Il problema credo, caro bipede che ti celi dietro il nomignolo Francone (Franzone era più bello…), sono quelli messi proprio come me (o peggio), ma i loro ii non condividono la verità che dovrebbero condividere, e così il mondo si riempie di librini, scritturine, piccoli tristi amici “simpa” che simpatici non sono, infatti sono sempre scalatori, e scalano come fossero al palio di Siena, con colpi bassi, tutti coalizzati quando si tratta di ridicolizzare chi sa esprimersi davvero con la parola.

  58. Francone il 30 gennaio 2007 alle 18:00

    ma finitela! E’ tre anni che a rotazione un redattore di Naz Ind chiede a barbieri di scrivergli un pezzo. e lui non lo fa mai. non ne è capace, tutto qui. che male c’è? Lo dice pure lui d’essere un lettore e non uno scrittore… mica tutti possono scrivere, altrimenti chi legge?

  59. omodeo il 30 gennaio 2007 alle 18:01

    Allora, lo dico una volta per tutti.
    Che non ho capacità di scrittura è un dato di fatto condiviso da tutti i miei ii.

    chissenefrega.

  60. georgia il 30 gennaio 2007 alle 18:02

    beh andrea scrive molto meglio di molti di voi, se poi lui non si accontenta … beh tutto a suo merito e dismerito di persone come te … one;-)

  61. francesco forlani il 30 gennaio 2007 alle 18:04

    C’è un cambio al vertice, in questo momento,
    scriba dove siete?
    effeffe

  62. Francone il 30 gennaio 2007 alle 18:05

    che nervosi! io ce l’avevo con i redattori di Naz Ind, mica con barbieri. E poi io mi chiamo franco (francone per gli amici) sciarra, non capisco tutta questa dietrologia. ma con chi ce l’ha barbieri?

  63. Lady Lazarus il 30 gennaio 2007 alle 18:09

    Prova ad immaginare. Un giorno ti svegli nell’ora più buia, quella che precede l’alba, e capisci di avere diviso il letto con uno sconosciuto.
    Mica uno qualunque incontrato la sera prima, eh no, ma un essere che senti perfettamente estraneo, entrato a casa tua con una scusa qualcosa come una ventina di anni prima per non uscirne più.
    E’ una rivelazione improvvisa che ti fa salire i brividi per il filo della schiena, capisci cosa voglio dire, e ti permette di realizzare che nulla potrà essere come prima, per te.
    Prova ad immaginare, allunghi il piede come hai fatto almeno altre mille volte prima e invece di incappare nella solita gamba pelosa, non trovi niente. Subito ti viene spontaneo di allungare la mano e tastare l’altra metà del letto. Dorme sempre come un sasso, non si sveglia mai durante il sonno, addirittura la mattina lo ritrovi nella stessa identica posizione in cui si è addormentato la sera prima….. E invece niente. Non c’è. Soltanto un po’ di calore sul lenzuolo e sul cuscino.
    Allora ti decidi ad aprire bene gli occhi, e ti accorgi che c’è la luce accesa in cucina. Ti tranquillizzi. Però decidi ti alzarti lo stesso e di andare a vedere perché: non si sa mai, potrebbe non sentirsi-bene.
    E invece cosa vedi?
    Il tuo estraneo, il tuo compagno, quello con cui sei cresciuta e condiviso i tuoi ideali, con cui hai fatto le manifestazioni in piazza, sì proprio lui, seduto a tavolino davanti ad un bicchiere di latte ed in mano una copia del famigerato “contratto con gli italiani”.
    Prova ad immaginare: ti dai un pizzicotto e pensi che stai facendo uno dei tuoi incubi, che di fatto hai gli occhi aperti ma invece stai continuando a dormire. Ma non è così.
    Allora fai quello che faresti da sveglia, occupi tutta l’arcata della porta della cucina, ti metti le mani sui fianchi e scandisci il suo nome ad alta voce.
    Mentre lo guardi sbalordita.
    Lui non fa una piega, tanto è preso dalla lettura. Ma senti che sta cercando di dire qualcosa e tu allora ascolti con attenzione.
    “Vedi cara, in fondo non dice baggianate.”
    In un momento come questo, prova ad immaginare, dimentichi tutto il resto: le guerre vicine e lontane, il terrorismo internazionale, il mondo sovraffollato, inquinato e la gente che muore di stenti e di fame oppure di indigestione. Ma a te in un momento così non importa più di niente, pensi soltanto che vorresti vederlo saltare in aria.

  64. francesco forlani il 30 gennaio 2007 alle 18:15

    new entry
    effeffe

  65. Fiorello M. Annoia & Fiorella M. Annoio il 30 gennaio 2007 alle 18:38

    Racconto: La Rivelazione.

    Testo

    Io e mia sorella siamo fratelli.

  66. Amalia De Lana il 30 gennaio 2007 alle 19:25

    caro signor fì fì la scuso se mi per metterei di farcela vedere, cuesta mia puntata che o scritto di un raconto cualche mese fà che è morto bello e che propio sperassi di vincere o cuasi che arrivassi una. vi scuso tutti guanti per il ti sburbo ela rincrazio a sai a sai ma che bel nome che cià con cuei bafetti cosi cura ti che cuando lo visto intelevisione che cuasi mi sono sentita, mancare

    in condri di ferracosto

    buongiorno ragazze, come siete care che tutti mi scrivete che io mi voglio fare gli auguri di buon ferracosto a tutte e anche al signor Vodka che non vorrei che lui se la presa ma a me piace che quando scrive i suoi racconti e novelle e bellissimo pure se non capisco tutti cuei nomi strani che lui e sicuramente di milano. o andata a fuggi in questi giorni, che lamagaclara mi aveva detto che Sperandio poteva sollevarsi coi fanghi di accua minerale che non e stato così, che quando il dottore ci a detto di dormire nuti e senza vestiti adosso che poi l’unica cosa che mi e rimasta in mano e la bronghite, altro che si alza che non si alza propio niente. ma tanto ormai non minporta propio niente che la mia amica Mikàte mi a detto che mi porta lei in un posto che lei lo conosce bene che apena entri volano tutti i cappelli, che cara la mia amica che mi sente la mia mancanza di cui soffro. poi vedo tanti nuove amiche che mi vogliono bene come la signorina Lussuosa che io o visto le foto del suo matrimonio sopra famiglia cristiana insieme al vescovo suo marito Pecoraio Ascanio che cia i verdi, che se io saprei la scheda li votassi pure al quiz della camera e del senato ma quelli non mettono mai le foto che io potessi riconoscer li. ma anche Pecoraio che bel ragazzo e che bel nome come Lussuosa che sta così bene col taglierino. e poi che cara la signorina Gabbiella che non l’avrei riconosciuta ma mia figlia Salvatrice dice che fa la televisione a riporto, che io non l’avevo conosciuta subito perchè la puntata non la guardo sempre quando ci mettono tutti quelli morti e le bombe mioddio. pero a me mi piace che io ci piacio alla dottoressa Gabbiella e anche alla signora Madga che parla dei carichi genitori come e cara e anche le erezioni che solo seddio vorrebbe ma cua non si vede nemmeno l’ombra. scusatevi, ma anche il signor Casceco e uno scrittore, con cuel nome così straniero ma che bravo che e? madonnassunta proprio oggi ma siete tutti qui le mie migliore amiche, come sono contenta di starci convoi che anche se mio marito non vuole propio saperlo io sono contenta che avete tutti dei nomi assai bellissimi e mi fate venire, i briviti sulla schiera come vi voglio bene assai ciao a tutte. ossignore che poi dimenticavo la signorina Gemma che e cuella che mi a detto le cose assai più belle, ma non vi offendete glialtre che vi voglio tanto bene assai, anche a Cretinetta gli vorrei bene assai che cia sempe tanti uomini così mascili dietro come il marito di Costanzosciò e la sua moglie di Filippo. mi saluto e vi aucuro ancora buone cose per tutto cuello che voi voleste.

  67. sitting targets il 30 gennaio 2007 alle 19:41

    @barbieri.
    allora. io eno non lo conosco. poca roba. poi: io conosco il poeta vate asilio rubarli, gli scrittori magmatisci venanzio argonauti e simplicio saltalamessa, i critici militanti orlando boccarosa e gerlando potentoni. capito? quei nomi lì io non li ho mai sentiti nominare. sei pieno di rabbia, ma che t’hanno fatto? dillo a sittinghino tuo.

  68. georgia il 30 gennaio 2007 alle 20:07

    sitting ma dove lo vedi barbieri pieno di rabbia?
    a me sembra anzi pacato, realista e pure intelligente.
    Certo che ce n’è di gente strana al mondo … a te invece, dimmi, che ti hanno fatto che sembri uno yogurt scaduto?
    geo

  69. sitting targets il 30 gennaio 2007 alle 20:20

    yogurt? no, niente, solo il formaggio. niente yogurt, disce che fà male. pacato a.b.? il mondo è bello perchè è… scaduto!
    ciao, neh?

  70. Marco Saya il 30 gennaio 2007 alle 20:52

    Giovane Cecena

    Pochi capivano la mia situazione. Rimasta vedova a soli sedici anni con la disperazione nel cuore vivevo lo stupro quotidiano del nemico.

    Non si è mai troppo giovani per avere ricordi. Un marito combattente che credeva nella causa, un figlio di pochi mesi che doveva ora crescere senza l’aiuto di nessuno, i miei genitori uccisi da una granata russa, e qualche lavoro precario per tirare avanti. Maledivo il giorno in cui ero nata, cresciuta senza giochi, una tenda come scuola e qualche soldato che disprezzandomi mi sputava addosso tutto il suo odio. La mia terra era bella una volta, gli invasori l’avevano poi devastata seminando morti e distruzione. Quel giorno decisi di scrivere una lettera d’addio, di chiudere la partita di una vita inutile e crudele e di affidare il mio bambino all’unica amica vera che mi era rimasta vicina in questi tragici momenti.

    Uscii di casa al mattino
    Salutai la mia amica
    Diedi un bacio veloce a mio figlio
    Mi diressi verso la caserma
    Chiesi di parlare con un ufficiale

    Ivan (l’ufficiale) mi chiese: “Cosa vuoi?”

    Tamara

    “Sei carino, Ivan” gli risposi, “non te l’ha mai detto nessuno?”

    Ivan

    “Non ho tempo da perdere”, “perchè sei venuta qui da me?” apostrofò il milite?

    Tamara

    “Ho voglia di fare l’amore con te” , “Ti sembra così strano?” “Sono una donna ancora giovane!” “Perchè…non ti piaccio?”

    Ivan non perse tempo, (era anche lui molto giovane), prese Tamara per mano e la condusse in una stanza di sopra pregando i propri subalterni di non disturbarlo.

    Il boato si sentì a diversi chilometri di distanza. In quel momento Igor ,il pescatore, stava tornando a casa per pranzo. La pesca non era andata bene, quel giorno, ma qualche pesciolino per sfamare se e la sua famiglia era caduto nella rete. “Cosa è successo” gli chiese la moglie, leggermente spaventata sulla porta di casa? “Niente”, gli rispose , “Probabilmente gli Invasori hanno festeggiato una loro festa…sono sempre ubriachi e sai come rumoreggiano sempre…!”

  71. Montaigne il 30 gennaio 2007 alle 21:15

    C’è in giro una paura della solitudine terrificante. Stordente.
    La paura di ritrovarsi senza un appiglio, senza una certezza qualsiasi. Sia pure in rete.
    L’incapacità di dire a un amico, se è tale davvero: guarda, sei ridicolo, stai dicendo un cumulo di idiozie.
    Almeno una volta. Che sia una. Una.
    Servirebbe, se non altro, a cementare amicizie vere.
    E invece no.
    Cosa sarebbe, infatti, della mia vita, se questi amici, stizziti da un mio intelligente rimprovero, mi lasciassero solo?
    Dove troverei le mie certezze?
    Quale gruppo mi accoglierebbe, se sono tutti fondati, esattamente come quello che io ho messo in piedi, sull’autoreferenziale tutela dei componenti?

    Che spaventoso vuoto di pensiero. Di cultura. Di etica.
    Ma come è possibile, a lume di ragione, che due persone, che nemmeno si conoscono, viaggino tanto all’unisono, pur nell’ignoranza reciproca della vita del sodale telematico, da ritrovarsi, sempre, nelle parole dell’altro, virgole comprese?
    Come è possibile che si indovini, dell’altro, nonostante la distanza siderale di uno schermo, finanche il più recondito respiro, i più riposti sentimenti, la conformazione del viso, le tensioni emotive, un eventuale tic?
    Come è possibile, poi, scambiare, in qualche caso, l’integralismo monomaniaco, tendenzialmente schizoide, dell’uno per una virtù, e venderla al colto e all’inclita come tale? E battersi, affinché anche gli altri la riconoscano?

    Che pena. Che miseria umana. Che orrido sprezzo del ridicolo.

    Montaigne

  72. Al De Santis il 30 gennaio 2007 alle 22:27

    Piccola cosmogonia tascabile nutrizionale del comunista dandy
    ( Chapter I )

    Le mani sono le posate del re

    L’odore di cucinato continuava il suo serio e paziente lavoro, quando arrivò il pane. Trovò la porta socchiusa dal gatto, che era andato a buttare l’immondizia col suo sacchetto sulle spalle perfette. La prima fetta entrò di taglio con la crosta dura, come il piede di un intruso frapposto nella porta. Poi arrivarono anche le altre; tre coppie presero l’ascensore ma sbagliarono il piano; altre fette salirono dalle scale, inerpicandosi sui gradoni a scatti, strisciando sulla mollica soffice. L’ultima fetta entrò accodandosi al gatto che leccava lascivo le prime briciole nel corridoio.
    Ci sono fette di pane più melancoliche della luna: fette di pane che assorbono gli sguardi, la noia e le promesse, che distorcono gli arcobaleni e le pozzanghere. Bottoni biondi e galleggianti, si librano negli spazi vuoti fra le ombre. Fette di pane, più lievitate del lievito stesso; troppo lievitate perché la famiglia le possa concepire, la sorvolano confusa, sospese alle nuvole dei vapori addensati della cucina.
    Emanano un senso di impensata ragione, un pozzo che scarrella veloce verso l’alto, un invito vibrante ed imperioso, un’ascesi gravitazionale. Ruotano sballottate nel gorgo di molliche, di intingoli, di spezie spolverate.
    Già, è crudele separare le fette le une dalle altre; è così che la famiglia se la prende con il pane. Le ricorda i giochi dei bambini: bottoni, monete, dischi volanti e pedine multiuso. In collegio, a volte, si giocava a dama con minuscole fette di pane tostato, trattenendo le briciole sulla pancia nei vestiti.

  73. georgia il 31 gennaio 2007 alle 09:25

    insomma sta vincendo la(lo) plathiana Lady lazarus?

    Ok obbiettivamente è scritto benino, ma … posso essere cattiva?
    magari poi mi mandate affà nei fondali … anche se io preferisco sempre la superficie dove pattinare magari con le pattine d’argento.

    Che cavolo c’entra il compagno peloso di una vita che si legge berlusconi in cucina con dandy e comunismo?
    Se comunismo sta per comune, banale …ok è perfetto
    altrettanto perfetto se dandy fa rima con trash-trendy;-).
    insomma … io continuo a preferire il commento di andrea con eventuali sterisci;-)
    Okkio che poi … noi diamo il premio fata*, eh…
    geo
    *riguardo al Premio Fata cfr. blog georgiamada

  74. francesco forlani il 31 gennaio 2007 alle 12:43

    GRANDISSIMO
    Al de Santis (in home page)
    Magnifique
    per averci dato pane quotidiano
    effeffe

  75. SenzaParole il 31 gennaio 2007 alle 12:53

    SenzaParole

  76. apostolo il 31 gennaio 2007 alle 15:43

    Egregio Direttore,

    con difficoltà vinco la riservatezza che ha contraddistinto il mio modo di essere nel corso dei 27 anni trascorsi accanto ad un uomo pubblico, imprenditore prima e politico illustre poi, qual è mio marito. Ho ritenuto che il mio ruolo dovesse essere circoscritto prevalentemente alla dimensione privata, con lo scopo di portare serenità ed equilibrio nella mia famiglia. Ho affrontato gli inevitabili contrasti e i momenti più dolorosi che un lungo rapporto coniugale comporta con rispetto e discrezione. Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: ” … se non fossi già sposato la sposerei subito” “con te andrei ovunque”.

    Sono affermazioni che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni che per l´età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da un primo matrimonio e tre figli dal secondo) della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni. A mio marito ed all´uomo pubblico chiedo quindi pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente, e con l´occasione chiedo anche se, come il personaggio di Catherine Dunne, debba considerarmi “La metà di niente”. Nel corso del rapporto con mio marito ho scelto di non lasciare spazio al conflitto coniugale, anche quando i suoi comportamenti ne hanno creato i presupposti. Questo per vari motivi: per la serietà e la convinzione con la quale mi sono accostata a un progetto familiare stabile, per la consapevolezza che, in parallelo alla modifica di alcuni equilibri di coppia che il tempo produce, è cresciuta la dimensione pubblica di mio marito, circostanza che ritengo debba incidere sulle scelte individuali, anche con il ridimensionamento, ove necessario, dei desideri personali. Ho sempre considerato le conseguenze che le mie eventuali prese di posizione avrebbero potuto generare a carico di mio marito nella sua dimensione extra familiare e le ricadute che avrebbero potuto esserci sui miei figli.

    Questa linea di condotta incontra un unico limite, la mia dignità di donna che deve costituire anche un esempio per i propri figli, diverso in ragione della loro età e del loro sesso. Oggi nei confronti delle mie figlie femmine, ormai adulte, l´esempio di donna capace di tutelare la propria dignità nei rapporti con gli uomini assume un´importanza particolarmente pregnante, almeno tanto quanto l´esempio di madre capace di amore materno che mi dicono rappresento per loro; la difesa della mia dignità di donna ritengo possa aiutare mio figlio maschio a non dimenticare mai di porre tra i suoi valori fondamentali il rispetto per le donne, così che egli possa instaurare con loro rapporti sempre sani ed equilibrati.

    RingraziandoLa per avermi consentito attraverso questo spazio di esprimere il mio pensiero, La saluto cordialmente.

  77. Al De Santis il 31 gennaio 2007 alle 16:00

    @ Francesco Forlani: Mi fa piacere che tu abbia apprezzato il mio breve racconto.

  78. KARL MARCS il 31 gennaio 2007 alle 16:05

    Lode ai post bulgari di georgia
    “devo trovare ancora un posto dove non ci sia un padrone”
    clint eastwood – per un pugno di dollari.

  79. Raffaele il 31 gennaio 2007 alle 16:26

    un brano che si apprezza per il simbolismo intelligente e per lo stile favolistico …
    ottimo

  80. Robertologo il 31 gennaio 2007 alle 17:30

    Caro Apostolo,

    sarebbe opportuno riflettere sulla prima pagina di repubblica di oggi.
    Taglio alto, titolone su veronica lario. La lettera al direttore in massima evidenza, manco fosse uno scoop di bonini e d’avanzo sul solito Pollari, dico, un Pollari qualsiasi (esiliato, il povero Niccolò, di spalla, taglio basso; qualcuno aspetta ancora notizie sul Nigergate, ma certe cose, si sa, è meglio tacerle). Per la serie: il gossip impegnato dei republicones. Per la serie: eccolo, il mostro nanuto senza cuore. Eccola, Veronika, la Velona Girotondona. Una femminikkia alla corte del PadrePadrone. Ma dico io, quando lo conobbe, il Grand’attore, la Madamina aveva le pale sugli occhi? Lo sbrilloccone allora le annebbio la vista? Non aveva fiutato la pista?

  81. georgia il 31 gennaio 2007 alle 17:35

    @ karl marcs dimmi che … sei biraghi;-)

    ad ogni modo complimenti anche ai tuoi post-cip-cip-pressi
    che come Bulgari alti e schietti
    van dagli indian in duplice filar
    quasi in corsa giganti giovinetti
    mi balzarono incontro e sulla piazza
    mano al revolver mi guatar
    parvegli riveder nonna Lucia….

    Ahò, ma mica mi ha preso per la tu nonna vero?
    geo

  82. Lady Lazarus il 31 gennaio 2007 alle 17:48

    @ff @Al
    Il brano scelto è davvero squisito. Grazie.

  83. Raffaele il 31 gennaio 2007 alle 18:04

    LA GUIDA FALCE E MARTELLO
    DOVE SI MANGIA ALLA COMUNISTA DANDY IN TUTTA ITALIA

    Non soltanto cibo, ma sgradevolezza della tavola, cattiva accoglienza, sofferenza del pasto inteso come rito dello stare male. Questo è il credo che ha ispirato il plotone di ispettori della Guida “Falce e Martello. La guida del Comunista Dandy” a visitare 2630 ristoranti, bettole, tavole calde, mense aziendali, cooperative tanti quanti ne contiene questo eccellente baedeker del cattivo gusto.
    Vincenzo Cucurullo che della Guida è il curatore, ha compiuto un’operazione d’intelligente equilibrio nel raccomandare ai compilatori delle schede (alcune brevi segnalazioni, altre, molte altre, complete recensioni non solo della cucina ma della filosofia del ristoratore) di dare conto della sgradevolezza complessiva dei locali.
    La guida articola i suoi giudizi, a differenza di altre e celebrate Giude, non solo in voti ma anche in simboli .
    A) I voti espressi in Ventesimi attengono riguardano la qualità dei piatti e del menù.
    B) I Simboli Croce da 1 a 5 attengono alla effettiva possibilità di intossicazione intestinale.
    C) I Simboli WC da 1 a 5 attengono al lerciume del locale e dei servizi igienici
    D)I Simboli Falce e Martello attengono la presenza nel menu dei piatti tipici della cucina comunista dandy.

    Il giudizio aggiunto “Puozze ittà o sanghe nun te ne verè bene” attiene il rapporto qualità-prezzo.
    Grazie a tale modulazione di giudizio l’informazione oggi risulta più completa.
    Ma già che si parla di voti diamo conto ai nostri lettori dei Down Five della Guida.
    Insomma il lerciume del lerciume della Ristorazione Italiana.

    1)Mensa della Quagliarulo spa Zona industriale Arzano (NA) 19/20, 5 CROCI 5 WC 5 Falci e Martello

    2)Cantina A Pùchiaccona di Ottaviano (NA) 18,5 /20, 5 CROCI 5 WC 5 Falci e martello

    3)La Pantegana Nera di Mestre (VE) 18/20, 5 CROCI 5 WC 4 Falci e martello

    4)La Pagliarella ristorante dell’Albergo Mammoliti di Praia (CS) 17,5/20, 5 CROCI 4 WC 3 Falci e martello

    5)La Coppola Niura di Corleone 17/20, 4 CROCI 3 WC , 3 Falci e martello, Menzione speciale Puozzi ittà o sanghe nun te ne verè bene”

    Il pranzo dell’anno è quello del matrimonio Nastrigiorgio/Mastrantuono presso il ristorante “Relais du jardin au claire de la lune mon ami Pierrot” di Grugliasco (TO) con 350 intossicati per salmonellosi acuta.

    Ci piace citare in conclusione alcune ricette della cucina comunista dandy
    * Cinesino lessato in salsa verde
    * Scugnizzo all’acqua pazza
    * Caruso alle melenzane
    * Regazzino porchettato
    * Heidi polenta e osei

    I vari chef della cucina comunista dandy ci hanno voluto ricordare che le modalità di presentazione dipendono ovviamente dalle tradizioni del territorio per cui il bambino sardo va fatto alla brace di legno di mirto,quello bolognese al ragù tritato e così via.

  84. a.b. il 31 gennaio 2007 alle 21:44

    KARL MARCS scrive: “Lode ai post bulgari di georgia”.
    Ha pefettamente ragione, i post di Georgia sono gioielli preziosissimi. Dei Bulgari appunto, ma poteva paragonarli ai Lalique o ai Tiffany.
    Certo non è roba per suini, e non capisco perché i suini continuino a commentarli: non gli donano le collane di perle intorno al collo fatto a botte! “Les bourgeois c’est comme les cochons / Plus ça devient vieux plus ça devient bête” cantava Brel…

  85. Valter Binaghi il 31 gennaio 2007 alle 23:30

    Cara Georgia, Binaghi (non biraghi) non è Karl Marcs, anche se lo ha molto amato. A me piacciono i tuoi post, anche se alcuni mi fanno venire l’orticaria, come le fragole.

  86. litbrother il 1 febbraio 2007 alle 00:06

    complimenti ad Al De Santis. sa fare qualcosa di bello anche di microuniverso apparentemente insignificante:

    “Emanano un senso di impensata ragione, un pozzo che scarrella veloce verso l’alto, un invito vibrante ed imperioso, un’ascesi gravitazionale”.

  87. georgia il 1 febbraio 2007 alle 09:27

    @ valter ti chiedo scusa, è odioso storpiare il nome, soprattutto quando è fatto apposta, il mio errore naturalmente è stato involontario.
    Anche a me le fragole fanno venire l’orticaria, ma … non sempre quindi non è un problema.

    @A effeffe dico che il suo premio è divertente anche se ha escluso fin dal’inizio il potenziale vincitore ;-)
    ciao geo
    P.S
    Ho vsto che ha strisciato fin qui anche la vipera, quella ha mille e sette vite.

  88. erica jong il 1 febbraio 2007 alle 09:46

    Caro apostolo,

    La lettera di Veronica è il sintomo di una svolta epocale e meravigliosa avvenuta in Italia. Veronica è la prima donna a mettere i puntini sulle i.
    Per dire: non sono una donna-oggetto da schernire, ho una mia dignità. E tu le tue responsabilità, di marito e di padre. E’ un vero spartiacque culturale.

  89. georgia il 1 febbraio 2007 alle 09:54

    hai ragione erica … ieri èstato un vero spartiacque culturale nel mondo dell’informazione:
    Le tre notizie più importanti di ieri:
    1) Dante si drogava
    2) Berlusconi è un cafone (che novità!)
    3) il capo della banca mondiale (l’ex pentagono-neocon) wolfowitz ha, oltre alle mani bucate per gli amici degli amici, anche i calzini bilateralmente bucati
    geo

  90. Al De Santis il 1 febbraio 2007 alle 09:54

    @ Lady Lazarus: grazie per le belle e non so quanto meritate osservazioni sul mio breve testo.

    @Raffaele: la tua ironica guida evoca un gambero rosso, davvero troppo rosso…

    @litbrother: i tuoi complimenti hanno una presenza forte, non si passano via con la mano come fossero polvere…

  91. Lyndon il 1 febbraio 2007 alle 10:21

    Ma lo scambio di lettere tra i coniugi Belusca è stato un complotto per ridare visibilità al premier in affanno? E soprattutto, Wolfowitz si è messo APPOSTA i calzini bucati? Qua ci vuole il professor Scurati.

  92. georgia il 1 febbraio 2007 alle 10:49

    lyndon
    berlusconi ha fatto apposta, è chiaro … ieri ne riparlava tutto il mondo di lui :-)
    Lui per far parlare di sè deve fare il cafone altrimenti ‘un se lo caca nessuno :-), e bisogna ammettere che lo sa fare a meraviglia, il kafone :-).
    Wolfowitz direi di no, lo sguardo stupito con cui si guarda i pollicioni che spuntano fuori in moschea, sembra veramente imbarazzato e sincero.
    Ad ogni modo visto che sta cercando di mettere mezzo mondo (anzi 3/4) in mutande è giusto che lui abbia almeno i calzini bucati … è emblematico l’episodio.
    geo

  93. Portavoce Sircana il 1 febbraio 2007 alle 11:18

    10 e lode al Cavaliere come comunicatore.

  94. francesco forlani il 1 febbraio 2007 alle 11:21

    Georgia in my mind…
    effeffe
    ps
    così non vaaaa , Veronica
    tam tamtata’ (Edoardo Bennato)

  95. Nunzio Festa il 1 febbraio 2007 alle 11:31

    FARINA DI SOLE

    Spengo la luce. Il gas.

    La casa è vuota. Sulla groppa della mia stanza non siede neppure una cellula di luce, neanche un soffio. Non un attimo d’amara dolcezza si ripara qui.
    Il buio fa bene all’intimità.
    Le imposte calate abbandonano il sogno, tasselli di ragione scodinzolano negli spazi, non è tristezza. Non è tristezza.
    Ricordare è sempre peggio di ricordare.

    Il cielo di questa stanza mia è comunque scoperto. Ci vedo un bagliore vuoto, dentro, che sa di nafta. Solo questo. Solo il cielo, vedo. L’esterno della casa è rosso antico. I mattoni sono poggiati uno sull’altro, sono incastrati tra loro; senza intonaco e privi di colori chimici. Sono pietre antiche. Abito in una casa occupata abusivamente, in uno dei tanti centri storici sparsi sulla facciata della biglia più vicina all’uomo, attaccata all’umanità. La gente non mi conosce. Appaio e scompaio quando mi pare e piace. Quando devo. In una casa d’una sessantina di metri quadrati, abito. Vivo in uno dei centri storici emersi dalla biglia più appiccicata a noi. Gli abitanti di questo paese ignorano la mia presenza, e le mie assenze. Abuso d’una ospitalità che non sanno di darmi. Come da abusivo ho preso queste stanze gettate nell’ignoto.
    Avevo un nome e un cognome. E me li portavo dietro. Ovunque. Ed erano diventati un macigno spigoloso. Una condanna. Erano il bollino conficcato dai giornali alla fuga d’un ragazzo. Il bollo che dice Ricercato, che la polizia segue per bruciare col fuoco delle fondine e delle sbarre. Lo scrosciare del sole spaventa la finestra, l’unica vita che m’ha resistito impaurisce. Ho le prove.
    Tornendo la mia casa con giri di piede non trovo più spizzichi di mattonelle non espugnate, o inesplorate. Ho percorso miglia di chilometri, dentro. Sempre gli stessi. Sono sfinito. Nel ripetere mentalmente che potrei rimettermi a toccare questo pavimento con le suole e con gli occhi, cado sul letto ancora spalancato. Vorrei riuscirci, a cadere. Cadere.
    Stasera mi sposo con la terra. Con la profondità del suolo mi sposerò. Vorrei. A spegnere tutto è stata mia madre. Non io. Tutto quello che desidero lo legge dallo schermo, e cerca d’accontentarmi sempre. Lei è che deve provvedere al mio mantenimento fisico e morale. Pensa come penso. Se non puoi prenderti farina di sole dal campo vicino, e non puoi più nemmeno sognare di rapinare banche, ancora. E il letto è la casa assoluta, i tubicini. Più non mi serve saper muovere le dita sulla tastiera.
    Ricordarmi di Nunzio Festa non mi fa male e non mi fa tristezza. Ricordare di me è solamente un lamento, e per questo dimentico il mio nome credendo di scordarmi del passato assoluto. Eppure penso a me stesso, a quello che ero. Penso e mia madre pensa. Perché pensiamo con gli stessi neuroni fissati nella testa del computer. Mia madre. Il monitor. La donna appuntata di grigio scuro. Che indossa le scarpe basse di quando possedeva trent’anni. Osservo, e pure lei è costretta ad osservare indietro.
    PresentarMI è semplice. Semplice dovrebbe anch’essere mangiarsi la spina. Soffocare i tubi è un gioco anche per me che non so smuovere il letto. E non so togliere il corpo dal vortice che disprezzo. I buchi dell’aria fanno una scappatoia che non raggiungo né con sto mio corpo né con la mente, oramai. Dire di quello che sono è togliersi le scarpe, una delle cose piccole che vorrei ancora fare. Poter sciogliere i nodi e pizzicare le lettere dell’alfabeto è l’abitudine che mi manca. Dire quello che sono e quello che ero è identica tortura. Non tristezza.
    I brividi mi spostano senza trascinarmi, pensando al grano dei campi. Da bambino mi disgustava sbirciare i più grandi che si lavavano con l’erba, nell’erbetta, e che si spogliavano davanti alla luce naturale, da bambino mi provocava nausea la felicità banale. Ora che i rimproveri delle immagini sono scomparsi per sempre l’effetto è addirittura peggiore. Provo a torcermi dalla nausea. La farina di sole era il pegno. Dove c’erano gradini respinti dalla terra e la finzione d’un varco vedevo un giallo secco sgretolarsi in rincorsa verso la sfera collosa.
    Una è la mia identità uno l’oggetto del mio odio superbo.

    Preparavo le ampolle al prete, e di questo mi vergogno ancora. Battono la sua faccia e la sua tunica sulle macerie franate intorno al terremoto di quell’ottanta. Parole di ricostruzione dal palco. E promesse. Assegni in bianco e nero annunciati dai politici di professione. Parolacce delle donne vestite di ricordo. I politici progressisti e i conservatori sanno esattamente dettagliatamente minuziosamente cosa dire. Cosa devono ascoltare. Per ripetere.

    Rapinerò banche per fondare il Partito della Rivoluzione. Il mio sogno di bimbo. D’adolescente. Di ragazzo giovanissimo, poi. Il pensiero incastrato fra le immagini degli scossoni naturali e la partita della nazionale detta e ridetta dalla boccuccia di questi miei nuovi e vecchi compaesani. Sfuggire all’autorità militare. Leggendo i libri degli ex brigatisti. Testimonianze di combattenti rossi. Era quello che studiavo, ciò che volevo a sedici anni, a diciassette. Prima di sprofondare nel nord italiano. Prima d’immergermi nelle grinfie delle automobili di Maranello, prima dei miei quattordici altissimi anni.
    Il gozzo di Modena me l’hanno fatto abbandonare in fretta. Sono tornato con questo letto legato alla pelle. Coi miei ventinove anni legati all’indice dell’ospedale giudiziario. Datemi il morire e tenetevi pure la velocità di quello che è stato.

    Facciamo uno scambio tra la mia memoria e una promessa da mantenere. Quest’ultima: non occorre ridirla.
    Non mi vergogno di ripetermi che in strada sfioravo con i piedi e con le mani un pallone leggero leggero. L’altezza mia arrancava per superare il metro bello. Il terremoto non ha mangiato tutte le nostre strade. Sulle vie giochiamo. E del terremoto abbiamo giusto una vaga sensazione. Nelle viuzze colpiamo la sfera, e ci blocchiamo quando le auto non si fermano di scatto. Le automobili le facciamo passare e poi riprendiamo a correre cercando la palla arancione o quella bianca e nera che scotta fra le gambe. Tiro pallonate ai vetri. Tiro calci ai vetri della vecchie del quartiere. Il terremoto dell’ottanta loro se lo ricordano davvero, sono quelle lo sentono e lo vedono piovere continuamente dalle labbra. Io non so che rompere i loro vetri. Ne avrò rotti a dozzine, di porte. Quelle degli anni trenta o quaranta, che mi volevano far credere indistruttibili ma che cadono come io vorrei cadere. Adesso e mai più. Salire sempre. Rimanere.

    ecco il mio racconto…

    b!

    NUNZIO FESTA

  96. b.b. King il 1 febbraio 2007 alle 11:38

    Bluesman

    Il suonatore di blues scese dal carro trainato da cavalli affaticati. Faceva caldo. Aveva sete. Piegato dalla stanchezza di una dura giornata di lavoro si apprestava a raggiungere la locanda. Un tramonto velato faceva posto alle spinte di una sera come le altre, sempre le stesse. Non aveva voglia di esibirsi, quattro neri come lui si rinfrescavano attorno a un tavolaccio di legno. Prese l’armonica a bocca e iniziò la triste melodia, arrugginita come lo strumento che soffiava su labbra screpolate e sanguinanti. Gocce rosse intrise di sudore accompagnavano il ritmo che cadeva nella battuta di dodici misure, dodici le ore chino su un campo e la pausa di un sospiro per un goccio d’acqua.

    “You all have been wonderin’” , “Tutto ciò che hai avuto è stato meraviglioso”, cantava in ripetizione il suonatore di blues.

    “You all have been wonderin’”, ma cos’è che aveva poi avuto dalla vita?

    “I try to say something people”, “Provo a dire qualcosa alla gente” proseguiva la canzone. Ma cosa poteva dire alla gente, a quella gente che lo sfruttava e poi pretendeva di ascoltare la sofferenza di un disgraziato che a malapena si reggeva in piedi e che per di più doveva anche sorridere agli sparuti applausi del finale?

    Il locale ora era pieno. Ragazze dalla pelle bianca lo guardavano incuriosite.

    “When I first met you baby, baby you were just sweet sixteen “,
    “Quando ti incontrai per la prima volta baby, baby tu eri soltanto una dolce sedicenne “: la prima e unica volta che una sedicenne gli si era avvicinato portava ancora con se i segni delle frustate per aver osato strizzarle un occhio…

    New Orleans 1870

    “Sovente, di notte, mi capita di restare a lungo affacciato alla finestra ad osservare la stazione della metro che collega la mia città alla periferia e che appare, nel buio, come una cometa luminosa sospesa sulla terraferma. Tra quella scia di luci, vicino alla coda… che fa sparire inesorabilmente l’ultima carrozza del treno che si dirige verso l’ignoto, posso affermare con sicurezza di aver intravisto, almeno un paio di volte, aggirarsi lo spirito del Blues”.

    Milano 2007

  97. cap. franco cappello il 1 febbraio 2007 alle 11:42

    e ricordatevi ragazzi! il culo è la figa del domani!

  98. Francesco il 1 febbraio 2007 alle 12:52

    Riguardo alla Veronica, non potrebbe essere invece l’inizio del definitivo passaggio verso un’immagine del tutto privata di Berlusconi, della sua famiglia in generale, del suo mondo. Come a voler preannunciare un ritiro dalla politica che al tempo stesso inaugura un nuovo dominio stavolta sulle cronache mondane; la prima mossa verso la costruzione di un mito, se fino ad adesso – dalla sua scesa in campo – grande e inaspettato compromesso tra pubblico e privato, ora finalmente tutto privato.
    Ma questo c’entra poco con l’argomento della pagina…

  99. Luca Carlucci il 1 febbraio 2007 alle 13:05

    Scrivi di domani

    Colleziono reietti. Ne ho trentotto, adesso, che mi guardano dal muro.
    Tutti seduti sulla stessa sedia, davanti allo stesso tavolo, col vino e la zuppa, presi dallo stesso angolo, e le pose s’assomigliano – cerco, se posso, di catturarli col cucchiaio a mezz’aria e la bocca chiusa. Ma alcuni guardano in tralice nell’obiettivo. Gli altri, perlopiù, nel piatto.

    E’ una galleria di occhi trasparenti, e occhi neri, e ciglia folte, barbe ispide, capillari rotti, cappelli e capelli sopraffatti, e spalle curve, e dita nere, e ventri gonfi, e piedi usurati come vecchie lime. Dietro, solo il bianco del muro del soggiorno che ho snudato allo scopo.

    Non è facile trovarli. Più preciso, scrivi più preciso. Non è facile trovare quelli giusti. Quelli del centro no – non so, cercarli alla stazione o nei dintorni del corso mi parrebbe, come dire, inappropriato. Così li cerco nei rami anonimi e infruttuosi che sbrancano dalla circonvallazione. Quando ne avvisto uno, provo ancora il tuffo al cuore del cercatore che trova. E lì, in quelle vie dimenticate, è quasi sempre quello giusto.

    Con loro parlo poco, e solo del cibo e del freddo. Non chiedo altro, non voglio sapere altro. Sottolinealo. E’ importante questo. A volte, durante il viaggio in macchina, alcuni parlano, farfugliano, bocche intorpidite e accenti stranieri, e io mi stacco le orecchie e mi lascio scivolar sopra un brusio informe.
    Se non riesco, e il brusio prende forma, devo fermarmi e farli scendere.

    Dopo che ho finito, li rilascio lontano, ai margini di qualche periferia. E’, lo ammetto, un cedere alla comodità che mal s’abbina al rigore della mia collezione. Ma il rilascio è la fase più critica, eppure secondaria, e allora perchè rischiare di perdere tutto.

    Poi torno a casa, mi faccio una doccia lunga, accurata.
    Dopo mi rado lentamente più e più volte in cerca di conforto.
    Dopo vado nello studio. Sistemo la poltrona davanti al mio piccolo Pantheon di derelitti, e li ripasso in rassegna cogli occhi, uno a uno. Una volta. E poi un’altra. E poi ancora. E ancora, e ancora, finché non sento il tema emergere, farsi assordante, e il ticchettio di tutte quelle piccole variazioni svanire, smorzandosi, nell’indistinto dell’eguale.

    (Sii più preciso. Scrivi di domani. Che da domani ricercherai il tuo ultimo pezzo, quello di stasera, nascosto in un qualche trafiletto di giornale. E quando, e se, lo troverai, proverai piacere, e proverai a leggere, e potrai leggere solo strizzando gli occhi come se guardassi il sole. Scrivilo questo. Devi essere preciso).

  100. effeffe il 1 febbraio 2007 alle 13:10

    @luca
    il tuo racconto è in stand by
    pronto tra poco a passare in home page.
    sono stato sul tuo sito e ho trovato un vero aforisma Comunista Dandy

    A me morire andrebbe anche bene, è quella storia del rivedersi passar davanti la propria vita che m’angoscia.
    da
    http://www.philotto.it/paraphernalia/

  101. Eugenio il Direttore buontempone il 1 febbraio 2007 alle 13:36

    Caro Apostolo,

    la cosa allucinante siamo noi, che continuiamo a soffrire della sindrome berlusconiana. Anche una scorreggina del Cavaliere, o di chi ne fa le veci, la pubblichiamo in prima pagina, manco fosse l’11 settembre. Noi, con le nostre femminikkie imperlinate e ben pettinate, le modaiole morettiane che devi vedere le sottane, tutte dolci e gabbane; noi, gli alto borghesi sempre offesi e scandalizzati dalla cafonaggine italiota. La stampa siamo noi. Noi siamo Berlusconi. (Povero Fini, nel giorno della incoronazione costretto a commentare il veronico polpettone).

  102. Francesco il 1 febbraio 2007 alle 14:06

    Caro Ben-nato,

    parole sante! A parte la cafonaggine italiota: quella è in tutta Italia.
    E’ ovvio, noi ci prestiamo al brutto gioco e certamente saranno stati in molti a pensare ” Gli sta bene! Hanno fatto proprio bene a pubblicare la lettera in prima pagina. Un colpo al nemico.” Anche l’alta borghesia compie il suo dovere, quello appunto di indignarsi, magari con un pizzico di risentimento…per quelle veline così altezzose, sprezzanti. Fa lo stesso gioco.

    Ci vuole un attacco! Un attacco deciso, politicamente deciso! Un attacco comunista! ma che cerchi nuova bellezza! Un comunismo dandy!

  103. Plimpton il 1 febbraio 2007 alle 15:03

    Basta che dandy non faccia rima con trendy.

  104. Francesco il 1 febbraio 2007 alle 15:07

    Purtroppo il dandy non scopre mai niente di nuovo, e di essere trendy non può far a meno perchè è del consenso che si nutre.

  105. Luca Carlucci il 1 febbraio 2007 alle 15:20

    @effeffe
    Attendo con spirito fermo e letizia nel cuore i prossimi minuti di celebrità – e ne approfitto fin d’ora per ringraziare i miei collaboratori, e chi m’è stato vicino nei bui momenti dell’anonimato.
    Solo una cosa: non essendocene, di libri, in vista, va bene uguale se l’>, anziché su una quarta di copertina, me lo faccio tatuare sul bicipite a mo’ di tribale?

  106. Luca Carlucci il 1 febbraio 2007 alle 15:22

    (Urgh, strani fantasmi formattanti hanno fatto sparire “ha pubblicato su Nazione Indiana” sostituendolo con una graffetta).

  107. Lady Lazarus il 1 febbraio 2007 alle 15:35

    Un commento mi continua ad occupare la mente ed è quello a firma di “Montaigne”, secondo me un’analisi anticonvenzionale, franca, lucida, antiretoria ma anche una dichiarazione affettuosa per un non luogo che gira comunque intorno al mondo della scrittura dove alcuni tentano di dare un senso alla propria esistenza umana e di non pensare alla propria ineluttabile solitudine. Molto comunista dandy mi pare.

  108. Luca Carlucci il 1 febbraio 2007 alle 16:49

    Oh. Mancherebbero lassù le ultime due parole del quaggiù, e una chiusa parentesi. Però è uguale, funziona – o non funziona – anche così.

  109. francesco forlani il 1 febbraio 2007 alle 16:56

    Funziona
    anche così
    :)
    e il tatuaggio?
    e la falce?
    e il martello?
    effeffe
    il cuore?

  110. francesco forlani il 1 febbraio 2007 alle 16:58

    concordo con ellelle (lady Lazarus)
    su Montaigne
    effeffe

  111. Lady Lazarus il 1 febbraio 2007 alle 19:06

    Questo è un brano molto “derivativo” è vero, me l’ha ispirato il post di Linnio di qualche giorno fa. E’ che ho maturato una tesi tutta mia sul “comunista dandy” e queste righe mi aiutano a confutarla. Poi mi diverto giocando sperando di evitare anatemi.
    Titolo: Comunista dandy, un angelo caduto dal cielo.
    “Non voglio più essere quello che sono”.
    Mentre lo ascoltava Gabriele guardava dritto negli occhi il suo vecchio amico:
    tra loro potevano farlo, guardarsi negli occhi intendo.
    D’altronde i suoi ragazzi li conosceva bene, uno ad uno. E Daniele era sempre stato un ottimo elemento, un fedele compagno di mille battaglie. Poteva ben definirlo una punta di diamante nell’ ingranaggio bene oliato delle sue truppe, i C.C.C.D. *
    “Posso vederli, leggere nei loro pensieri.”
    Continuò Daniele. Gabriele se ne stava ad ascoltarlo in tutta la possenza della sua armatura, i folti capelli ondulati e biondi, le mani sulle armi lucenti (falce e martello of corse), e l’espressione fiera ed amorevole sul viso. Come poteva essere altrimenti.
    Daniele si fece coraggio. “Intuisco i loro sentimenti. Ma non posso viverli.”
    Disse questa ultima parola, viverli….. come in un soffio.
    “L’altro giorno, nel parco. Il solito giro di ricognizione. La mattinata è trascorsa tranquilla, ho osservato un corvo ingoiare una lucertola, poi i pensionati che davano da mangiare ai piccioni, le mamme indaffarate con le sporte della spesa penzolanti dai passeggini, ed i più piccoli, sì, i bambini. Gli unici che mi elargiscono qualche sorriso. “
    Per una frazione di secondo un’ombra di sorriso sembrò passare anche sul suo viso ma un sospiro se la portò subito via, le spalle curve sotto un peso non più sostenibile.
    Gabriele a questo punto entrò nel vivo. Scrollò la folta capigliatura e ci diede sotto, senza pietà.
    “Senti il bisogno di provare paura, gelosia, invidia, odio….non ti è bastato essere testimone delle cose terribili che queste emozioni, molto umane, sono capaci di provocare?”
    Disse questo sforzandosi di assumere un tono fermo e deciso. Non riusciva a rassegnarsi di perderlo. Era un elemento molto prezioso, una parte importante nel grande disegno dei C.C.C.D. *
    Daniele si raddrizzò nel busto ed alzò la mano destra portandosela alla fronte, come a sostenere maggiormente i propri pensieri.
    “Conosco i modi in cui i sentimenti vengono espressi, ma non i sentimenti stessi. Così credevo, almeno, fino a stamattina.”
    Ecco. Era accaduto quello che Gabriele temeva. C’era andato anche lui vicino, una volta. Sapeva quello che Daniele stava passando. Quelli come loro possono percepire solo cose astratte sulla terra, questo era la protezione più forte. Ma anche lui, in quel giorno lontano, era stato vicino a mollare tutto. Quel viso pulito, gli occhi spaventati che lo fissavano mentre lui le porgeva il messaggio. E quale messaggio. Ricordava ancora la forza con la lei quale accettò tutto. E quello che percepì dentro di sé, dinnazi a quella creatura che sembrava così fragile ma che si sarebbe dimostrata forte oltre ogni immaginazione, non era stato poi così tanto astratto….. Ma seppe riprendersi da quegli accadimenti senza scalfitture, gli stessi accadimenti che, invece, segnarono profondamente la storia degli uomini, ed andare avanti.
    Daniele non poteva intuire i pensieri di Gabriele se questi non lo voleva. Era inquadrato nei C.C.C.D. * ma in ranghi inferiori, mica per niente.

    D’altra parte era troppo preso dal suo dramma personale. Trovare le parole giuste, ecco. E continuò a spiegare.
    “A mezzogiorno. E’ stato proprio a quell’ora che li ho visti arrivare. Due umani fragili. Ma c’era quella affinità tra loro. Come si guardavano. Tu mi dirai pure…. Quanti te ne saranno passati sotto gli occhi, quante volte li hai visti gli innamorati. Eppure in quell’attimo, mentre il sole era perpendicolare e le ombre sembravano scomparire, nitida e pungente ho percepito la forza del loro sentimento. Così ho inteso che il nostro essere amorevole non è il loro amore. Ed allora mi sono chiesto a che cosa servono queste mie ali inutili se non possono farmi volare con la forza della loro assurda e misteriosa passione.”
    Gabriele sapeva che lo stava perdendo. Daniele avrebbe deciso, sì, avrebbe rinunciato a tutto. Con sguardo rassegnato e sempre amorevole, e come poteva essere altrimenti, si apprestò a reggere il colpo.
    “Non so se puoi capirmi, Gabriele. Ma è stato con fare distratto che mi sono messo a seguirli. L’alone che li circondava entrambi non era come il nostro. Pulsava. Ecco, mi è successo così, senza averlo potuto prevedere. E per questo sono disposto a rinunciare a tutto.” Disse questo scuotendo le sue ali, un orpello inutile, così le considerava ormai.
    Gabriele provò l’ultima carta, ma senza grandi speranze di trattenerlo ancora per molto.
    “Lo sai bene, vero, a cosa rinuncerai con la tua scelta. Una volta che scegli di diventare umano, diventerai un comune c.d e non potrai tornare più a far parte dei c.c.c.d., ma sarai in tutto e per tutto un umano fragile. Pensaci, tu così rinunci a tutto per nient’altro che un effimero attimo.”
    Il rumore delle ali che gli si staccarono dalle spalle a Daniele sembrarono fare lo stesso rumore delle foglie morte quando cadevano nel parco.

    * Nota dell’autore: C.C.C.D. acronimo di Corpo Celeste Comunisti Dandy

    Stavolta ho esagerato, lo ammetto. Chiedo venia.

  112. Luca Carlucci il 1 febbraio 2007 alle 20:44

    effeffe, il silmbolo del nuovo – ma antichissimo – egualitarismo è falce e mantello. farò, in questo senso, una mozione.

  113. Idea il 1 febbraio 2007 alle 21:34

    L’idea si consuma nel cammino ubriaco del tempo. Si fissa e poi procede all’esecuzione di uno spartito immaginario. Gli orchestrali della mente accordano nel mentre gli strumenti e l’intonatura tarda a venire. Il direttore decide, allora, di interrompere il brulicare dei suoni e le domande tornano al loro posto. L’idea si spezzetta, si frantuma e muore nel viaggio della nota acuta. Quel violino intona un si bemolle e la sezione d’archi ( metà orchestra ) riprende il controllo del proprio emisfero. L’altra metà, indisciplinata perchè i percussionisti sentono quell’idea lontana e primordiale, manifesta il proprio dissenso e abbandona il conclave. La fantasia ora li accoglie, sempre più a corto di dipendenti (trattasi pur sempre di un lavoro precario) , e il musicista più esperto li guida nell’improvvisazione del dopo e del non so.

    Non so perchè mi trovo qui, un percorso a ritroso che sfuma la realtà di ricordi sicuri, si assottigliano le idee e si trincerano nel baratro del vuoto, quel vuoto che reclama un palco, delle sedie, degli spartiti, degli orchestrali e un maestro che sappia ricondurre il tempo al ritmo dell’istante, a quell’istante e al suo successivo, sino a ricomporre il tutto, sino alla trascrizione di un’opera dove la musica si chiuda in quel ad libitum… e un diario possa scandire le singole misure di tutti gli accadimenti.

    “I miei ricordi hanno un modo particolare di affollarsi sulla scena e far crollare il blocco di tempo che separa allora da ora, producendo una sorta di identità, una sorta di percorso parallelo di passato e presente tale che ne resto confuso e mi dimentico – tanto ricchi e immediati appaiono – che io sono quello che sono, una ragnesca figura vagabonda, con un vestito rovinato, e non un sognante ragazzo di dodici anni circa. È per questa ragione che ho deciso di tenere un diario.” (Spider)

  114. Valter Binaghi il 1 febbraio 2007 alle 23:25

    Berlusconi e consorte hanno organizzato un siparietto per ridare vitalità a un leader decotto, ma per farlo avevano bisogno di una bella cassa di risonanza sinistrese, da Repubblica a Gad Lerner (il buon Gad ha dedicato un’ora della sua trasmissione di ieri sera all’augusta coppia). Oggi il polo restituisce il favore, votando in parlamento l’ampliamento della base di Vicenza.
    Se il mondo ha un buco del culo è l’Italia.

  115. uto88 il 2 febbraio 2007 alle 07:42

    caspita, che bello!! sono nella classifica al secondo posto! :D

  116. Nunzio Festa il 2 febbraio 2007 alle 10:49

    care e cari,

    grazie, Specialmente a Francesco Forlani,

    il mio racconto è titolato “Farina di sole”, Che sarà anche il titolo di uno scritto molto più lungo che da un po’ porto avant (inoltre, in un certo senso queste parole faranno da incipit).

    forse, intanto questo racconto dovrebbe entrare a far parte di un’antologia… se alla curatrice piacerà e se il volume alla fine (penso di sì) si farà…

    b!

    Nunzio Festa

  117. Idea il 2 febbraio 2007 alle 11:06

    @ effeeffe

    Grazie!

  118. KARL MARCS il 2 febbraio 2007 alle 17:16

    georgia accecata dal demone di Laplace non mi riconsce ed io voglio far parte dei C.C.C.D.

    L’uomo in genere preferisce credere solo e unicamente a ciò che è in grado di vedere…ma se tutto fosse visibile,paradossalmente,egli non vedrebbe più nulla;poichè verrebbe accecato dal Tutto.
    KM

  119. Vincenzo Cortese il 3 febbraio 2007 alle 09:05

    Salve, il mio racconto si intitola Castelbrigante ed è ispirato alla resistenza partigiana nel sud. Se si cerca Castelbrigante su una cartina della Campania, forse lo si potrebbe trovare da qualche parte nella valle che si estende lungo la fine del corso del fiume Volturno in cui, poco dopo lo sbarco alleato a Salerno, aspri scontri tra truppe di occupazione tedesche e parà americani sono stati condotti nel corso della controffensiva nazista a difesa della linea Gustav.
    In questo scenario si snoda la vicenda narrata, che trae spunto da una delle tante stragi dimenticate che hanno molti colpevoli ma nessuna giustizia, quella di Caiazzo del 13 ottobre 1943.
    La resistenza del mezzogiorno è una storia che non è stata mai scritta e spesso il ricordo si limita alle famose “quattro giornate di Napoli”.
    Seppur con episodi di breve durata e spesso con azioni isolate anche il meridione ha contribuito notevolmente a quella che è stata la lotta di liberazione.
    Nel Sud la tendenza a dire “nun ce penzà a stì miserie, scurdammece o passate” ha contribuito ad un processo di rimozione che, a differenza degli episodi del centro-Nord, più spesso oggetto di indagini giudiziarie e commemorazioni ufficiali, nel dopoguerra ha portato al seppellimento del ricordo.
    Con questo breve racconto ho voluto dare loro voce, buona lettura.

    Vincenzo Cortese

    CASTELBRIGANTE
    Il loro camion era l’ultimo della fila. Il sidecar che chiudeva il convoglio si era attardato nel percorrere la strada sterrata e piena di svolte pericolose. Ancora un’altra curva e Castelbrigante sarebbe sparito dalla loro vista. Con loro “viaggiavano” altre trenta perso-ne, legate a due a due e, ad ogni fosso, urtavano tra loro e contro le pareti del vano di carico. Francesco non aveva mai considerato prima di allora cosa potesse provare un animale mentre veniva portato al macello. Alfredo Iannone, l’anziano ciabattino che fin da piccolo Francesco era abituato a veder lavorare con pazienza su tomaie e suole, non riuscì a trattenersi e diede di stomaco proprio nel mezzo del vano, il che creò un ulteriore trambusto trai poveri abitanti di quel tranquillo paesello della piana del Volturno. Un sob-balzo improvviso del mezzo destabilizzò il già precario equilibrio di Francesco. Cadde trascinando inevitabilmente con sé Talia. I due giovani rotolarono sulla terra battuta con-fondendosi con la polvere sollevata dal passaggio del camion e finirono per capitombola-re nel fosso che fiancheggiava la strada. Quando passò la motocicletta, i due soldati non si accorsero di nulla, non notarono neanche la loro assenza a bordo camion. Dopo breve momento di confusione Francesco non perse tempo, aiutò Talia a sollevarsi e i due si diressero velocemente verso Castelbrigante tagliando attraverso la campagna. Giunsero in un attimo al ponticello, attraversato il quale si ritrovarono su via Parisiello, la percorsero in un lampo ed entrarono nella piazzetta della fontana. Già, la fontana, quell’acqua immutabile e perpetua sgorgava incurante degli eventi, sempre uguale, scro-sciante e limpida, così come nelle torride giornate d’estate, quando la lieta fanciullezza li faceva correre a perdifiato nelle medesime viuzze, riempiendole della loro gaiezza e fa-cendo balzare nel sonno un vecchio assopito sulla soglia di casa, avvolto dal torpore di un caldo pomeriggio di luglio. Ora in quelle stesse stradine aleggiava una sinistra quiete e i loro passi veloci riecheggiavano nel silenzio calato dopo il rastrellamento. Ebbero ap-pena il tempo di rinfrancarsi con la fresca acqua della fontana. Dal lato opposto di Ca-stelbrigante, iniziarono ad udirsi i primi colpi inesorabili e ripetitivi delle mitragliette della Wehrmacht, che coprirono col loro trambusto le urla disperate di uomini e donne innocen-ti. Francesco portò la mano alla spalla, il dolore, anche se intenso iniziava a divenire più sopportabile. Talia si coprì le orecchie, il filo con il quale li avevano legati le aveva segna-to il polso, così come a Francesco ma la caduta dal camion per sua fortuna non aveva avuto altre conseguenze. Ben presto le urla cessarono, calò nuovamente il silenzio ma non durò a lungo, le raffiche ricominciarono ed ogni colpo li faceva sobbalzare.
    – Talia dobbiamo proseguire, uscire dal paese! – Le sussurrò, mentre lei continuava a co-prirsi le orecchie. Francesco la scosse.
    – Talia per carità! Dobbiamo fuggire, potrebbero ritornare!
    – Papà e Davide…sono ancora lì! Come ho potuto… come? – La ragazza iniziò a sin-ghiozzare.
    – Non avremmo potuto fare altro, non possiamo fare altro. Se riusciamo a raggiungere il bosco potremo restare al sicuro finché non sarà tutto finito.
    – Cosa? Finito cosa? – Esclamò Talia, interrotta dai singhiozzi di un pianto che le rigò il viso impolverato.
    – Schh! – bisbigliò lui – Vuoi che ci scoprano? Avanti, non manca molto.
    Francesco la trascinò letteralmente oltre la Chiesetta di S. Domenico. Don Luigi li vide dalla finestra della canonica, per un attimo fissò il volto di Talia. L’anziano parroco non resse quello sguardo, a quegli occhi imploranti non riuscì a dare risposta. Quel giorno la sua fede, già duramente minata, vacillò al punto da crollare. I due giovani proseguirono la loro fuga nella pineta che digradava dolcemente verso il mare. L’eco dei colpi si fece sempre più lontano man mano che si inoltrarono nella macchia, tra mirti e rosmarino le cui essenze li inondarono mentre crollavano al suolo esausti. Il sonno li colse senza che se ne rendessero conto, si assopirono stretti l’uno all’altra. La notte sopraggiunse co-prendo con il suo fugace oblio le vicende che resero per sempre atroce quell’ottobre del 1943.
    – OOH Nino! Vieni a vedè! – Quella voce li fece sobbalzare; quando aprirono gli occhi si trovarono di fronte un ragazzo, poteva avere si e no 18 anni, ma il suo era uno sguardo incanutito dalla guerra e la mitraglietta che imbracciava ne era il gelido testimone. Talia si strinse a Francesco, che si stropicciò gli occhi. Accanto al ragazzo armato sopraggiun-se un giovane dal portamento più severo, nonostante ciocche di capelli corvini cadessero arruffate ai lati di una fronte spaziosa.
    – Che hai trovato stavolta Armando? Oh, ma tu non sei Francesco il figlio di Peppe, il meccanico? Riposo Armà, aiutiamoli a tirarsi su. – Armando lasciò scivolare di lato la mi-traglietta Sten e diede appoggio a Francesco, Nino fece lo stesso con Talia.
    – Siete stati voi? – Chiese Francesco.
    – Non Capisco. – Rispose Nino.
    – I due tedeschi, li avete ammazzati voi? – Nino non rispose ma osservò con attenzione i polsi dei ragazzi e lo zigomo tumefatto di Francesco.
    – Avete fame? Grifo dai due gallette ai nostri amici. – Un ragazzo barbuto estrasse da una bisaccia due fette di pane raffermo e le porse ai fuggiaschi. Talia accettò la sua timida-mente mentre Francesco non considerò Grifo, lo sguardo su Nino.
    – Sai cos’è successo in paese? Lo sai? – Disse, al che Nino si fece serio.
    – Quello che continuerà ad accadere fin quando gli permetteremo di caricarci come tante pecore sui loro camion senza reagire.
    – Bastardo! Mio padre…l’anno sparato come un cane perché si è ribellato…
    Francesco gli afferrò il bavero della giacca ma non fece in tempo a terminare la frase che si ritrovò le canne di due Sten puntate ai fianchi.
    – Giù le armi! – Ordinò Nino. – Ci hai ragione Francè, ma qua siamo in guerra, ci hanno in-vasi lo capisci? Gli americani sono a Salerno ma se la prendono comoda, intanto noi che possiamo fare? Ce ne stiamo qui ad aspettare? Ma cosa? Che ci prendano uno per uno e ci portino chissà dove? Allora preferisco morire così! -Disse, mostrando il fucile che portava a tracolla.
    – Ma tu lo sai quanti ne stanno arrivando? E pensi di combatterli con sti schioppi? Fran-cesco agitò il fucile di Nino come fosse un fuscello di legno.
    – Dante! Vieni, diglielo tu. – Rispose Nino, strappandogli l’arma dalle mani come se gli a-vessero toccato un fratello. Si avvicinò intanto un giovane sulla ventina, i suoi occhi verdi fissarono attentamente i due avventori.
    – Ne verranno anche di più, – disse – i tedeschi stanno rinforzando le linee a sud di Ro-ma, Kesselring sta spostando tutte le sue divisioni. Mi spiace per tuo padre ma le alterna-tive che abbiamo sono due, rischiare di morire da pecore o combattendo…tuo padre non è morto da pecora. -Francesco iniziò a singhiozzare ma cercò di mascherarlo con qual-che colpo di tosse. Dante poi si rivolse a Talia.
    – E hodesto cerbiatto impaurito h’avrà mai combinato per dover scappà dai crucchi? – Ta-lia spostò la ciocca di capelli che le coprivano il viso.
    – Quello che avevano fatto tutti gli altri che hanno caricato sui camion. L’ufficiale cercava i banditi che avevano assassinato due suoi soldati. Noi non ne sapevamo nulla e il padre di Francesco ha cercato di spiegarlo ma poi… poi ha visto Francesco ed ha chiesto come mai non fosse al fronte. Il sig. Peppe si è messo davanti, al che l’ufficiale ha mormorato qualcosa in tedesco colpendolo col calcio della sua pistola. Ha fatto lo stesso con Fran-cesco chiamandolo traditore. Il sig. Peppe a quel punto ha reagito ma lui lo ha… – Fran-cesco, che fino ad allora era riuscito a trattenersi non ne potè più ed iniziò un pianto a di-rotto. Dante appoggiò la mano sulla sua spalla.
    – Tuo padre non è il primo ne sarà l’ultimo, stanno facendo porcate dappertutto. Su a Fi-renze è lo stesso, ma c’è un “quarantotto”. Militari sbandati, studenti, si stanno ribellando in tutto il Nord. Io sono un Sottotenente dei Granatieri di Sardegna, ero a Roma quando Badoglio ha annunciato l’armistizio. Ci ha gettati tutti nello scompiglio, persino gli ufficiali superiori non sapevano più che pesci pigliare. Noi però, assieme ad altri reggimenti, de-cidemmo di combattere. Purtroppo non eravamo ben coordinati, alcuni si sono arresi, ma molti altri non hanno avuto il cuore di cedere le armi…quanti morti. In tutta sta confusione una cosa sola c’è chiara. Dobbiamo pungolarli, ostacolando in ogni modo il rinforzo della linea di fronte. – Francesco volse lo sguardo a Talia ed emise un profondo sospiro. Qual-cosa dentro di lui era cambiato e con sorpresa lesse lo stesso negli occhi di lei, qualcosa che andava oltre l’istinto di sopravvivenza, un impeto che lo chiamava dal più profondo dell’anima. Nino intanto raccolse la sua bisaccia e sistemò meglio il fucile, poi si volse verso Francesco prima di riprendere la marcia.
    – Quei due tedeschi “assassinati” facevano parte di un drappello di stanza a Cairano, quando li sorprendemmo avevano appena finito di sterminare due intere famiglie di con-tadini: si erano rifugiate in una masseria, forse volevano starsene al riparo dagli scontri tra paracadutisti americani e truppe tedesche. Non so perché li hanno uccisi… ma c’erano…c’erano anche donne e bambini, cosa potevano aver fatto di male? Quei male-detti hanno usato anche le granate…se pensi ancora che stiamo sbagliando allora resta-tene pure qui, se no ecco, questa è la sicura, qui c’è il caricatore – TRACK – pronta! – Gli stava porgendo il calcio di una pistola. Francesco la osservò con attenzione, poi guardò esitante Talia, Salerno non era poi così lontana, li sarebbero stati al sicuro. Ma la voce, continuava a chiamarlo, continuava a spingere la sua mano verso quell’arma. No, non era la voce, ma Talia. Fu lei ad avvicinare la mano di Francesco a quel freddo e luttuoso surrogato di giustizia. Poi la ragazza si rivolse a Grifo e chiese un fucile anche per lei. Era strano, ora le sue mani non tremavano, la consapevolezza dell’atroce destino dei suoi ca-ri le aveva fatto comprendere quel disegno che fin’ora le era oscuro, il motivo per il quale le loro vite fossero state risparmiate. La sua mano non tremò neanche davanti alla colon-na tedesca, ne esitò quando il primo camion si arrestò sotto i suoi colpi, neanche quando, col cuore colmo di pena, vide abbattersi sul volante quel giovane soldato. I partigiani a-vanzavano sul sentiero di Carmigliano, il loro canto lo portava il vento, fischiava con loro la melodia che accompagnò molti in una morte eroica e gli altri nel dovere del ricordo.
    Sulla panca di pietra sotto l’antico ulivo due mani consunte dal tempo ancora si stringe-vano, unite dallo stesso amore. È l’ottobre del 1993, due vecchietti guardavano i bambini che correvano felici, le loro voci riempivano la piazza, quasi coprivano lo scrosciante gorgoglio di quella vecchia fontana, la cui acqua continuava a sgorgare, incurante degli eventi, limpida e fresca, per sempre.

    In memoria di tutte le vittime delle stragi dimenticate di tutti i tempi e di tutti quei giovani che, a costo della vita, si uniscono come fratelli e talvolta muoiono da eroi.

  120. nevermore il 3 febbraio 2007 alle 11:17

    Un amour de Karl

    Eglantine, non ancora diciottenne, stirava, cuciva di bianco ed inamidava i col cassée e gli sparati dei signori presso la Premiata Stireria Parmentier, nel Passage Brady, che si apriva fra il numero 33 et 33 bis di Boulevard de Strasbourg, non lontano dal famoso café concert L’Eldorado che si trovava al numero 4. Molto prima che Benjamin lamentasse la dolorosa morte dei passages in nome di un progresso illusorio. Nel bianco delle stoffe lavate con il Savon de Marseille, dell’amido di riso, del vapore e del riflesso opalino che filtrava dai lucernari, fra il fruscio delle sottogonnne plissettate delle ballerine dell’Eldorado, sognava le luci, la musica di Monsieur Offenbach, le carni rosa che occhieggiavano dalle giarrettiere nere. E quando si recava a consegnarle, ben stirate ed impilate nel cesto di vimini, indugiava fra le quinte e per un istante respirava il profumo del peccato e l’estasi di quel mondo. Fu lì che Monsieur Karl, sfuggito in segreto alla triste atmosfera casalinga ed alla noiosa correzione delle bozze della “Deutsch – franzősische Jahrbücher” la notò la prima volta.
    Sotto le folte sopracciglia, piantati nella testa grossa, contornata dall’unica criniera della barba e dei capelli, gli occhi profondi e sensibili di Monsieur Karl, che si fumava un sigaro nel palchetto di proscenio, si fissarono su quelli sgranati e rapiti della ragazza. I fianchi sotto il grembiule a righine azzurre accennavano un’impercettibile rotazione sinuosa, il piede destro nello stivaletto nero con le stringhe batteva il tempo involontariamente.
    Monsieur Henri, colpito dall’intensità raggiante dello sguardo di Mademoiselle Eglantine, si defilò attraverso la porticina invisibile ritagliata nel legno che dal corridoio dei palchi portava sul palcoscenico. Oltre la nuvola delle ballerine che, in un eco smorzata d’applausi, tornavano in camerino fra un frullare di gonne e nastri, nessuna traccia della ragazza. Raggiunta l’uscita degli artisti, fece appena in tempo a vedere la svelta figurina che svoltava l’angolo nelle bruma giallina di un lampione. Eglantine andava di corsa, era in ritardo, Madame Parmentier l’avrebbe sgridata come al solito:

    – Ragazza mia! Ti sembra questa l’ora di arrivare? Dove sei stata? Sempre con la testa fra le nuvole, eh!?

    Monsieur Karl, salito al volo su di una carrozza di passaggio, intanto spiava la scena dalla vetrina impolverata del Rigattiere, dal poco raccomandabile nome di La Squelette, un bugigattolo posto di fronte alla Premiata Stireria Parmentier. Trattando assai distrattamente l’acquisto, per una cifra esagerata, di un comune catino e rispettiva brocca di ceramica sbrecciata che il furbo e scavato rivendugliolo asseriva essere appartenuta nientedimeno che alla famosa Madame de Pompadour e favoleggiandovi peccaminosi lavacri.
    Con il fragile involto sotto il braccio, Monsieur Karl apostrofò la ragazza che, finito l’orario di lavoro, si apprestava a ritornare alla sua povera casa nel quartiere di Belville:

    – Mademoiselle… perdonate l’ardire… ogni goccia di rugiada nella quale si rifletta il sole brilla in un gioco infinito di colori, ma il sole spirituale dovrebbe generare un solo colore, e cioè il colore ufficiale, senza tenere conto dei tanti individui, dei tanti oggetti nei quali l’uomo si riflette. La forma essenziale dello spirito è allegria, luce, e la legge fa dell’ombra l’unica espressione che le corrisponde: dovrebbe andar vestita solo di nero, eppure tra i fiori non ce n’è alcuno che sia nero.

  121. Acheronteinfronte il 3 febbraio 2007 alle 21:54

    Ma questi racconti cosa c’entrano col comunismo dandy, carissimi?

  122. luca il 4 febbraio 2007 alle 20:28

    voglio solo vedere se funziona…

  123. luca il 4 febbraio 2007 alle 21:11

    un fiammifero spezzato al centro di una sale scommesse… nudo e inutile nell’ambiente dell’insensatezza… lo starter del neon è difettoso… colpi di rasoio sulla testa di un uomo calvo gli sfibrano la cute… brucia… soffio su una ferita inzuppata di alcool puro…se si pensa al numero di sostanze lecite ed illecite che un uomo ingerisce appare stupefacene che solo raramente le stesse provochino un danno a carico del canale alimentare… incoscienza strada per la virtù… la notte è solo la parte più puttana del giorno: tremendamente bella e irriverente , nascosta e vergognosamente assente nella lista delle meraviglie del mondo… lacrima che scivoli lungo la non più ripida parete non lavi, non asciughi, non scaldi eppure vivi di una splendida autonomia… quel vecchio stanco se n’andò/barba lunga bianca e s’ammazzò/birra sigaretta e vaffanculo/s’era rotto i coglioni di prenderlo nel culo/lo vedo morto freddo e sorridente/occhi verdi denti gialli labbra spente.. steso in piazza del Campidoglio sotto il solo effetto del monossido di carbonio fumavo una sigaretta e sognavo nel fumo che mi usciva dalla bocca… il blu di quel cielo era esattamente il mio colore preferito, quello che la fa da padrone nel cartone animato di Peter Pan… una stella fuori fuoco sulla mia retina… cercavo di ricordare qualche reazione di combustione di una stella in attività… inutilmente… “Idrogeno, elio… e poi?… ignorante ma felice… la cultura non mi pesa!”

  124. nevermore il 5 febbraio 2007 alle 14:12

    Merci!

  125. luca il 5 febbraio 2007 alle 16:51

    Guido sbadato sorridendo a una nuvola che mi travolge, quegli orecchini di finta ambra echeggiano in uno stupido raggio di sole… ti sogno osservando ogni tuo spigolo dai pezzi di uno specchio rotto… caleidoscopica!
    Una frenata viscida e ti sento gridare, ti farei scendere per quanto ti reputo lunatica… ti abbandonerei nel deserto… ma poi avrei una voglia matta di ritrovarti nella giungla!
    Adoro il rumore metropolitano… una musica che un tempo era nuova… ora è difficile ascoltarla… era la colonna sonora di un film di mimi ora è un suono naturale come il vento che soffia o la pioggia che invade l’asfalto!
    Il dio del mare è un bambino divertito dalla presenza di chi gli fa il solletico giocando tra i suoi capelli e sfidandolo quando è di cattivo umore!
    Cadono due perline… vorrei prenderle e ridartele tra le mani fissandoti lo sguardo e invece continuo a seppellirmi nei miei zibaldoni di parole a breve scadenza…
    E’ un altro giorno… la penna è dinamite!

  126. Mal degli aborigeni il 5 febbraio 2007 alle 17:13

    E te ne andavi per la tua strada,
    quattro ratti ai lati in fila per sei con il resto di due

    sognando un bitter campari in compagnia.
    C’era un ragazzo che come me amava i Beatles…

    Sentivi le voci, sgangherate come gli euro zero,
    parole, parole,parole…

    chiassose come liti tra innamorati.
    Ma dove sei? ma con chi sei?

    Camminavi tra case, cemento, infissi e ante,
    Questa è la storia di uno di noi

    pavimenti,stanze, quadri e pareti,
    in una casa, fuori cittààààààààà

    dentifrici, preservativi, fazzoletti e specchi punteggiati,
    gente tranquilla che lavorava…

    ciabatte, calzini,biscotti, euro 2
    Money, get away
    Get a good job with good pay and you’re okay

    Pensavi a ciò che eri ma non eri lì
    Tu mi fai girar…tu mi fai girar…

    Pensavi a ciò che non eri ma eri lì
    Passerotto non andare via…

    Ricordavi quando eri bambino,
    Fatti mandare dalla mamma…

    vomitavi il latte e papà ti pestava.
    Disintossicati figlio, tornami a casa se puoi un giglio…

    E te ne andavi per la tua strada…
    Well I’m so tired of cryin’ but I’m out on the road again
    I’m on the road again.
    Well I’m so tired of cryin’ but I’m out on the road again
    I’m on the road again.

  127. luca il 7 febbraio 2007 alle 13:34

    ragazzi vivo in tutt’altro mondo… avrei una voglia matta di interagire con voi… per me questo sito è l’EVASIONE… in culo ai rifugi fantascientifici… leggo la purezza dell’indipendenza e mi sento sollevato…

  128. così&come il 7 febbraio 2007 alle 14:07

    stai su Marte?
    interagisci!

  129. effeffe il 7 febbraio 2007 alle 17:11

    grazie a tutti
    veramente
    effeffe



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