Da: Mare Padanum

1 febbraio 2007
Pubblicato da

di Maurizio Rossi 

(Ricevo da Domenico Pinto e pubblico un gustoso “assaggio” di “Mare Padanum”, libro di racconti edito da Lavieri. FK.)

Romito, seduto a terra per la stanchezza dell’ultima salita, nel gelo di gramigne che gli parevano cuscini, in un consiglio di truppe disperse lontane dal comando, attorno a un tenente smarrito piú di loro nella notte ormai scesa, estratte mogio le lastre dei raggi dalla busta dell’Azienda Sanitaria, pareva indicare, su di una mappa militare all’indomani dell’8 settembre, scorciatoie e sentieri albanesi per raggiungere Durazzo e poi l’Italia, evitando l’incontro coi nativi. Zampa dopo zampa e tarso dopo tarso, gli si stringeva attorno la famiglia, osservando attenta, col malato, quei referti in bianco e nero passare adagio sullo sfondo della luna, un’altra volta a lavagna luminosa contro il cielo.

Il batuffolo maligno di lana caprina, il soffio leggero di bambagia di pioppi, la salubre falda di neve sul polmone di destra erano il pennacchio di un vulcano attivo mai scoperto nonostante la mole; attorno a quel gigante gli oceani seleni, i laghi, le baie e i promontori ugualmente bombardati da detriti, con brufoli e crateri di un’acne giovanile ormai secca, per l’acquietarsi, finalmente, d’ormoni siderali giunti alla canizie.
Scorrevano avanti e indietro le lastre sul giallo della luna, e Rom-Rom cercava, con la famiglia fiduciosa, in quel rincorrersi di fermo immagini in bianco e nero tutte uguali, un difetto, una macchia sulla pellicola riflessa, un’abrasione, una scalfittura, un errore di sviluppo o di fissaggio, un segno posticcio di bianchetto, capaci di convertire una diagnosi affrettata in banale errore del Reparto Onco. Lo imitavano, nell’ondeggiamento al visore lunare, una folla di sbandati che, in attesa di un proclama, di un armistizio o di una resa, coperto il satellite dalle nubi di Gusano in discesa radente, respirava silenziosa quell’aria di neve, restituita in fiati di condensa di piccoli camini, attorno a un tenente a terra piú sperso della truppa sbracata. Alla fine, Rom-Rom s’era arreso dopo un lungo sospiro, sembrando, nel tabarro da prete, don Abbondio disfatto, sottomesso a Perpetua, di ritorno dall’incontro coi bravi: «Mi sa tanto, bestiacce, che m’avete attaccato l’influenza dei polli; siete contente?». Immobili e offesi, i becchi appuntiti e quello piatto color aragosta, le zampe, i bargigli, le code e le ali, i codini e i grugni, esposti al nevischio puntuto, coprivano i commenti dei fanti sbandati: «Ch’à detto er tenente?» sgomitavano delusi dall’annuncio; «ch’è matto» rispondevano da soli; «ma so’ i cerusici, che se lo so’ fottuto; lui non cià pròpio corpa, porello!…».
L’aria nevosa di Gusano gonfiava di schiena le piume alle galline interdette, resistenti al decollo, aprendo loro le code e le ali come ombrelli rivoltati da colpi di vento, come flap di caccia a fine pista, dai carrelli trattenuti ai ceppi di bloccaggio. Messi in sbieco bargigli, una zampa ritirata sottochiglia, un’altra scesa, nel cambio dell’appoggio per il peso sostenuto dalla prima, nell’esile accendersi qua e là di kot-kot col punto di domanda, incoraggiavano Romito a raccontare meglio quella storia, ad aprirsi, a confidarsi fiducioso, che una qualche soluzione si sarebbe di sicuro escogitata.
Sbucando dal folto dei piumaggi ventilati, da carrelli e fusoliere di caccia sulla pista, s’era fatto avanti Gambise Dulcetaty, che per il portamento fiero e la figura eretta, per il muso lungo sottile, insolito per la specie, assomigliava ad Anubi dell’Antico Impero; indosso la divisa invernale, in testa un berretto grigio con visiera da bigliettaio controllore dell’Omnia Transferre, alla verifica puntigliosa di titoli di viaggio. «Giusto tu…» l’accolse Romito, cercando, con un braccio puntellato a leva verso terra, d’alzarsi su di un fianco, per accusare meglio il suo secondo di menefreghismo e leggerezza, dell’anarchia cresciuta a dismisura durante la sua assenza. «Giusto tu; non dicono che i cani sentono e vedono cose sconosciute e inaccessibili agli umani, e avvertono, dall’odore della pelle, dai fiati, dalle tossi, se i padroni, convinti d’avere una fiacca passeggera, una strana influenza, stanno invece per sbasire?». Dulcetaty, orecchie basse e muso in pena per la iattura del padrone e il rimprovero subíto, come se avesse cercato, da bigliettaio infedele di una corsa mattutina, di frodare la compagnia dei trasporti pendolari, favorendo qualche amico sprovvisto di biglietto, aspettava chino la fine del rimbrotto: «Ti sei degnato, qualche volta, almeno, di annusarmi integralmente, di farmi un bel check-up, una Tac completa, o volevi pure tu l’impegnativa, la ricevuta e il ticket per gli esami?…».
Serrula Bismacula Palmira, vicina ondeggiante a Romito, col beccheggio di un barcone vichingo, in affondi ripetuti a punta piatta fra i varchi e le pieghe del tabarro, muovendosi da grossa talpa sottotraccia, gli pescava in saccoccia, nel furto consueto, mignon di grappe e di liquori, frammenti di biscotti e merendine, sigarette sciolte, cartine per trinciato di tabacco, caramelle al maraschino, fiammiferi e accendini, con l’aria indifferente di sciacalli nello spogliare degli ori una vittima di guerra, e ogni tanto, emergendo da quel telo, mettendo il becco a spatola nella scodella dell’orecchio del caduto, pareva confidargli, scusandosi del furto – «Non sa mica niente, ve’!…» – come i cani, solo se realmente addestrati, presi per fame o con la gola di ricevere dei premi, potevano al massimo sentire la presenza di tartufi, purché superficiali – tutto il resto erano balle belle e buone ammannite dai giornali –, salvo poi far finta di niente col padrone, per la fatica di raspare e scavare fra radici.
Bernardo Becone, data un’occhiata all’orologio in oro, stretto alla zampa destra come al polso d’un bimbo cresimando, nel fruscío di cosce poderose e di piume iridescenti, che annunciavano l’approssimarsi di un rito notturno primitivo, vista la luna piena e i pianeti giusti in trigono con Giove, nella presa circospetta di tarsi e di speroni a scaglie ossute sulle brine, era comparso con fare sacerdotale di fianco a Dulcetaty, eretto su due zampe come Anubi. Adagio adagio, con l’accortezza dell’avanzare leggero sopra mine, una zampa dopo l’altra sul tabarro, sulle gambe e sulla pancia di Romito, affondandovi storto, ora da una parte ora dall’altra per la mole sbilanciata di uno struzzo, Mire Gallus – sul petto il medaglione a catenella, col motto antico “Quem volo sano” per il verso giusto – coi bargigli di brace pendenti come pere sotto il becco, era a un palmo dal mento di Romito, ticchettato da primizie di nevischio, che lo osservava incredulo a bocca aperta, per il coraggio e la sfida della bestia irriverente giunta, con la cresta a sega alternativa, a un dito dai suoi occhi, indagandoli a piccole scansioni: luminare in sala operatoria, oculista di fronte a cataratte, iridologo che leggeva, nelle pupille spalancate, ogni malanno del corpo e della mente, quantunque nascosto per timore di interventi.
Agli insoliti sbadigli protratti di Gambise, imitato dal coro delle bestie in cerchio sul congiunto, nella noia mortale di una conferenza stampa sul ruolo culturale degli archivi, trasmesso quel contagio d’assonnati a Romualdo Romito sulle brine a bocca aperta, Bernardo Becone – i due, in un’occhiata di sfuggita, parevano essersi scambiati un gesto convenuto fra bricconi, un cenno d’intesa per violino e pianoforte all’inizio di un concerto – gonfiato il petto a mongolfiera, nell’aprirsi a fiore delle piume iridescenti, riempiti i polmoni dell’aria fresca necessaria per l’impresa, richiamati a sé i pianeti, eretto sui tarsi ben piantati, presa col collo la rincorsa a giavellotto, molla di crotalide nel balzo ad una preda, era partito col canto gagliardo del mattino, infilandosi sonda, con la cresta e coi bargigli nella bocca sbadigliata di Romito, fino allo spegnersi del suono negli alveoli maligni, insufflati in quel modo del rimedio sanitario, risolutore d’ogni sorta di morbo polmonare.
Per lo slancio generoso del soccorso immesso troppo a fondo – dove prima il becco, la testa e il collo, la cresta e i bargigli a pera erano passati agevolmente, per la spinta esercitata, ora trovavano puntelli e ostacoli ad uscire, condotti stretti e irritati, la bocca, pur estesa, risultante un poco angusta – Mire Gallus, occluso nella grotta del soffoco forzato, si dibatteva per sottrarsi a quell’innesto bocca a becco, con la cresta e i bargigli sofferenti tra dentiere acuminate divelte dalle sedi, in turbini mordaci come lame di fruste affettatrici nel mixer del palato. Il gallo guaritore, nella furia di sfuggire a quel capestro, messe le zampe a leva sul petto del padrone, tarsi e speroni nelle carni per piazzarsi a traliccio sul sicuro, tirava indietro il collo dalla bocca di Romito, e il paziente a terra, nelle stesse ambasce del chirurgo, preso il gallo con le mani, pedalando all’aria cieca nel tentativo di sturarsi, dava aiuto al povero Becone, sul punto di svenirgli addosso conficcato, di accasciarsi esanime, per l’abbandono delle forze, per l’acre dei fiati e degli umori.
Allo sforzo congiunto del distacco di navicelle madre-figlia nello spazio – malato e taumaturgo finalmente liberi in uno schiocco pneumatico di stantuffi e pistoni, di ventose e retrorazzi – Mire Gallus, inebetito dall’intervento durato troppo a lungo, ali a penzolo battute dal nevischio, come camici slacciati di primari al colloquio coi parenti, correva saltelloni diretto alle corriere, e Romito, violaceo dal soffoco sofferto, mani alla gola e alla bocca per l’estrazione delle piume che non smettevano d’uscire come per cuscini e federe tarlate, prendeva aria in lunghissimi respiri, risucchiando linimenti di nevischio, di falive a larghe falde mantecate dall’incontro coi sentori dei Baggini.
«D’un gall dall ball, d’un gall mal nàt; s’at ciap at mas, et tiri il coll, et rompi il bèk insemi al ball…». Romualdo, proferendo minacce in lingue arcaiche di liguri ed etruschi per confondere i romani nell’arte sublimata del saccheggio, col tabarro aperto nel volo di un vampiro, perse e calpestate, beccate e sbrindellate le lastre dei raggi, con esami, prescrizioni e appuntamenti, rincorreva Bernardo, ormai salvo sul Macchi 110, che pipava al focolare in consegna agli scienziati del progetto “Attenti al Pollo”, incuranti di manometri e lancette già da tempo a fine corsa, nel pericolo concreto di squarci e scoppi ai bomboloni.
 

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12 Responses to Da: Mare Padanum

  1. alcor il 1 febbraio 2007 alle 16:57

    Per scrivere così ci vuole un grandissimo talento, virtuosistico.
    Quello che mi lascia perplessa è un certo senso di troppo pieno, come se in questa lingua così fuori dell’ordinario non passasse l’aria, una materia spessa, attraverso la quale devo spingermi quasi fisicamente, e mentre mi spingo avanti la materia si richiude alle mie spalle impedendomi di vedere. Per cui leggo sempre imbozzolata nella frase in cui penetro, ma senza visuale sul resto del racconto.

  2. effeffe il 1 febbraio 2007 alle 18:44

    carissima Alcor
    il libro l’ho letto tutto d’un fiato
    La frammentazione scenica, l’esplosione del racconto – si può leggere aprendo il libro nel mezzo con capitoli simili ai canti di un poema- portano in sè qualcosa che ti fa sfiorare – come lettore- la vertigine, il vuoto. Una lingua così in certi momenti diventa quasi insostenibile.
    effeffe

  3. Andrea Raos il 2 febbraio 2007 alle 08:03

    Mi verrebbe da dire che sono d’accordo sia con Alcor che con effeffe. Intanto che ci penso su ricordo, se può servire, anche l’esistenza di quest’altro:

    https://www.nazioneindiana.com/2006/05/14/ladri-dinverno/

  4. Luca Carlucci il 2 febbraio 2007 alle 10:31

    Come a volte capita – ah, le storture del digitale – ho letto prima i commenti del testo.

    Così, mi ci sono addentrato col fare guardingo di chi teme di sprecar tempo con un testo leziosamente avvitato su se stesso al fine di sorreggere il nulla. Lieta è dunque stata la sorpresa di trovarmi innanzi a uno slapstick esopesco e linguisticamente vertiginoso – non una vertigine mortifera, ma da altalena, lunaparkesca. Insomma, ho trovato questa scrittura di fattura notevolissima, e, quel che più conta, davvero divertente.

  5. alcor il 2 febbraio 2007 alle 11:32

    Bravo Andrea!
    l’ho pensato anch’io che Effeffe e la ss stavamo dicendo più o meno la stessa cosa. L’ho letto quasi tutto anch’io, il libro.
    Francesco dice tra l’altro “si può leggere aprendo il libro nel mezzo con capitoli simili ai canti di un poema”.
    E’ ben questo ai miei occhi il punto critico -non so come chiamarlo-,ovunque io sia, non so dove sto. E vengo così avviluppata dalla lingua che dove io stia è secondario.
    Questo modo, come ho detto, virtuosistico e talentoso (non lezioso, Carlucci, nessuno di noi ha detto niente di simile) mi crea dei problemi, unito alla forma racconto.
    E NOn ci vedo alcuna parentela, se non sintattica e cumulativa, con Pizzuto, che invece ha un’andatura romanzesca e drammatica.
    E infatti non fa ridere.
    Ragazzi com’è piccolo questo spazio per i commenti, non so mai quanto ho scritto, né se l’ho riempito di refusi.

  6. alcor il 2 febbraio 2007 alle 11:33

    stavano

  7. Luca Carlucci il 2 febbraio 2007 alle 12:08

    (Alcor, con ‘lezioso’ descrivevo fedelmente il mio timore, che, come ogni timore, nasce da un pretesto – in questo caso, un pre testo – e poi si forma pei fatti suoi, con ampia libertà di manovra. Insomma, temevo fosse lezioso, senza con ciò intendere che qualcuno, qui, l’abbia scritto o sostenuto).

  8. alcor il 2 febbraio 2007 alle 13:45

    @carlucci

    avevo capito:–) lo ribadivo solo, per rendere onore a Rossi visto che avevo contribuito a darti quell’impressione.

  9. Miku il 2 febbraio 2007 alle 15:28

    Alcor, la prossimità a Pizzuto, lontana da un’ascendenza diretta, è tenue. Claudio Vela scrive infatti:

    *Dato che questa realtà destinata a un’allegra scomposizione si mostra intanto al suo sguardo perscrutatore e avido in una dovizia inesauribile di rimandi, ecco che Rossi ha dovuto forgiarsi uno strumento espressivo adeguato a contenerne, seguendole anche nelle loro circonvoluzioni, le molteplici articolazioni, di deriva in deriva analogica. Perché ogni cosa, ogni immagine, gesto, attitudine, evento, ne richiama altri, facendo cosí finalmente emergere alla luce una miriade di lati nascosti, ma virtualmente compresenti, del reale. Un’euristica non troppo diversa dalle “comparative simiglianze” di Pizzuto, e come quelle preordinata a ingenerare gemmazioni continue di contesti metaforici.*

    L’impenetrabilità dei corpi linguistici di Rossi, da te formulata, può essere in effetti uno degli esiti. Mi sembra colga anche nel segno la lettura di Carlucci. Io pure rido a schiattarello.

  10. alcor il 2 febbraio 2007 alle 15:38

    @Miku

    Lo so, io son donna:–)

  11. Andrea Raos il 5 febbraio 2007 alle 17:35

    Epperò son d’accordo anche con Carlucci e con l’aMiku: Rossi è riderevole di molto, e lo si dice a suo vanto! Insomma, come fare? che pensare?

  12. alcor il 5 febbraio 2007 alle 17:53

    @ raos

    Anche io sono intrigata da questo mistero, al di là delle altre sue doti indubbie, Rossi fa ridere gli uomini, non però le donne. E lo so perchè lo ho fatto leggere. Da parte delle donne ammirazione, ma risate zero. Gli uomini invece chissà perché si scompisciano.



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