Per una riflessione sulla “guerra globale” degli Stati Uniti

8 febbraio 2007
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In attesa della manifestazione del 17 febbraio a Vicenza contro la creazione di una nuova base militare statunitense

di Andrea Inglese

Io ho una semplice, e tutto sommato modesta, pretesa: che i rappresentanti politici per cui ho votato si sforzino di rappresentarmi per davvero. Mi hanno da tempo spiegato che una democrazia rappresentativa si basa su questo principio. Inoltre, in tempi recenti mi hanno ubriacato di “bipolarismo”. Quest’idea del bipolarismo prevede che mutando la coalizione che governa, mutino anche in modo sensibile gli orientamenti politici, insomma le decisioni di chi governa. (Ora, però, torna in auge il progetto di un’eterna democrazia cristiana. Come se mai potessimo concederci altro, in termini di alternativa al fascismo o a forme di pericoloso populismo).

Io ho votato la coalizione guidata da Romano Prodi non perché volessi sbarazzarmi semplicemente di Berlusconi. Ho votato Prodi perché potesse far valere qualcuna delle mie esigenze, tra le quali un mutamento urgente e inequivocabile nell’ambito della politica estera. In altri termini, ho votato la coalizione di Prodi perché faccio parte di quei cittadini italiani che sono pienamente consapevoli del disastro, dell’ingiustizia e dell’orrore della politica estera statunitense.

Ora, questa consapevolezza fa sì che io chieda ad un governo che dovrebbe rappresentarmi almeno una cosa: di non rendersi complice della “guerra globale” in cui gli Stati Uniti si sono da tempo ingaggiati. Se il governo Prodi vuole quindi rispettare il suo mandato elettorale, deve usare tutto il suo potere legittimo per impedire la costruzione di una nuova base militare degli Stati Uniti a Vicenza, nell’attuale aeroporto civile Dal Molin. Ad una giunta comunale non può essere lasciata una responsabilità così grave e ricca di conseguenze, come quella di far di Vicenza uno strategico avamposto delle attuali e future guerre statunitensi in Medio Oriente o nel corno d’Africa. I cittadini di Vicenza e di tutta Italia si riuniscono il 17 febbraio a Vicenza per ricordare al governo Prodi gli obblighi che ha verso coloro che lo hanno eletto.

Io non potrò essere a Vicenza, ma ho deciso di contribuire a mio modo al successo di quella manifestazione. Vorrei, infatti, inserire quest’occasione concreta di lotta nell’orizzonte di una riflessione più vasta. In uno dei documenti che si trovano sul sito altravicenza leggo questa frase: “I motivi del NO (alla costruzione della base USA) sono vari e possono essere riassunti nel fatto che il progetto è devastante sia da un punto di vista ambientale, ma anche sociale ed economico, perché una città Unesco, come Vicenza, non può fondare la sua esistenza su un’economia di guerra”. Queste ragioni mi sembrano senz’altro importanti, ma non del tutto sufficienti ad una simile mobilitazione. Le ragioni “locali” del NO non possono essere, in un caso simile, disgiunte dalle ragioni “globali” del NO. Noi non stiamo chiedendo al governo atti impossibili: alleanze militari con l’Iran, smantellamento immediato di tutte le basi statunitensi sul suolo italiano, fuoriuscita dalla NATO. Stiamo chiedendo un obiettivo di minima decenza nell’ambito della politica estera. Stiamo chiedendo di non rendere il nostro paese ulteriormente complice delle guerre statunitensi. Certo, l’Italia è stata fino ad ora, sia con governi di sinistra (il governo D’Alema) sia con i governi di destra (governi Berlusconi) alleata e complice delle “guerre umanitarie” guidate dagli USA con o senza NATO, con o senza mandato dell’ONU. Ma un governo di sinistra oggi non può ignorare i propri errori passati né gli errori presenti dei suoi alleati storici. Quindi i casi sono due: o il nostro attuale governo non vuole mutare realmente rotta in politica estera, oppure vorrebbe ma non può. Se fosse chiaro che non vuole per deliberata strategia politica, ha perso definitivamente il voto di parecchi cittadini italiani, grazie ai quali è stato eletto. E la manifestazione di Vicenza acquista anche questo significato. Avete già smesso di rappresentarci: vi avvertiamo per le prossime elezioni. Ritorni pure Berlusconi, ma non vi voteremo più. Nel caso, invece, il nostro governo non potesse, perché ricattato dall’opposizione, diviso al suo interno, schiacciato dalle pressioni statunitensi, allora è decisivo l’intervento di noi cittadini. Decisivo per indicare loro le priorità, i rischi da prendere, se vogliono avere ancora un seguito.

Va comunque ribadita la necessità di una più generale e profonda presa di coscienza rispetto a ciò che gli Stati Uniti stanno facendo nel mondo e del ruolo che l’Italia, come stato sovrano, può avere, cessando almeno di rendersi complice della loro politica incivile e criminale. Non possiamo, quindi, limitarci a denunciare il progetto di una nuova base sotto il profilo dello scempio ecologico, così come non possiamo semplicemente deplorare la politica USA, in quanto in Iraq ha prodotto una guerra civile e la moltiplicazione dei massacri, come se si trattasse di un fallimento circoscritto. Dobbiamo condurre l’analisi della politica statunitense fino in fondo, tanto sul piano della politica estera (la “guerra globale”) tanto su quello della sua politica interna (la “criminalizzazione della povertà”). Gli Stati Uniti sono, infatti, i nostri padroni. Ma non lo sono solo con la forza, ma anche con il consenso, in quanto rappresentano ancora per molti un modello di società più sana della nostra, più dinamica, insomma il modello della società a venire in Europa.

Se ha senso pensare ad un’alternativa europea, o ad una qualunque alternativa di sinistra, progressista e sociale, al mondo così come è attualmente, essa nascerà dall’abbandono di ogni fascinazione per il modello statunitense e dal rifiuto di allinearsi alle sue esigenze di guerra globale.

Per questo motivo, posterò su NI delle analisi svolte da Danilo Zolo e tratte dal sito Jura Gentium di cui è coordinatore. Jura Gentium raccoglie una gran quantità di studi e documenti del “Centro di filosofia del diritto internazionale e della politica globale” che opera preso il Dipartimento di Teoria e Storia del Diritto dell’Università di Firenze.

Ringrazio Danilo Zolo che mi ha gentilmente autorizzato a postare su NI il materiale che mi sembrasse più opportuno.

(Immagine di Hans Haacke “Stuff happens” 2003)

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47 Responses to Per una riflessione sulla “guerra globale” degli Stati Uniti

  1. Valter Binaghi il 8 febbraio 2007 alle 13:24

    “Se ha senso pensare ad un’alternativa europea, o ad una qualunque alternativa di sinistra, progressista e sociale, al mondo così come è attualmente, essa nascerà dall’abbandono di ogni fascinazione per il modello statunitense e dal rifiuto di allinearsi alle sue esigenze di guerra globale.”

    Caro Andrea, condividendo in tutto il tuo articolo, e specialmente queste conclusioni, devo però farti osservare che questo non è mai stato il programma sottoscritto dalla coalizione guidata da Prodi. Penso a vasti settori dei DS e della Margherita, ma anche al mitico guru dei digiuni, trasmigrato da una coalizione all’altra forse proprio per garantire a chi ci governa sul serio un presidio su questi ed altri temi. Così come i clintoniani del corrierone (Mieli, Riotta), vanno a braccetto coi teocon del Giornale e di Libero (i Ferrara, i Teodori), nel sostenere l’impossibilità (ai limiti della bestemmia) di tradire la fedeltà all’alleato Occidentale: non c’è più l’Europa, c’è l’Occidente: e quando la Turchia e Israele saramnno entrati nella Comunità Europea, il nuovo diktat geopolitico sarà chiaro a tutti.
    Il bipolarismo in Italia è stato un modo rapido per ridurre ogni differenza politica e culturale a mera competizione di taglio economicistico, mentre le vere scelte culturali e strategiche che determinano la politica economica di un paese sono lasciate a un partito trasversale e potentissimo.
    Mi unisco volentieri al tuo appello: solo trovo ingenuo da parte tua pensare che Prodi, l’uomo della Goldman Sachs, l’avrebbe raccolto.

  2. andrea inglese il 8 febbraio 2007 alle 14:16

    Caro Valter, hai ragione. Cosa aspettarsi da una tale coalizione? Ma qui voglio fare l’ingenuo. Rivendico la mia ingenuità. Anche perché ho votato questa coalizione. Non so se pure tu l’hai fatto. E se mi dicessi che tanto “i giochi sono già fatti”, forse non penserei neppure di andare a Vicenza o di sostenere quella manifestazione. Spesso, e parlo per me, il sacrosanto radicalismo spinge in una situazione paradossale. Si abbandona il gioco democratico, perché per troppi aspetti falsato, come se ci fosse un altro gioco praticabile. Ma non c’è. Non ci sono quotidiane sollevazioni di popolo. Autogestioni dei palazzi comunali. Quindi bisogna inchiodare i politici il più possibile alle loro responsabilità, con mobilitazioni, diffusione di notizie e riflessioni collettive. Finché votiamo, dobbiamo considerarci votanti, e non meri fantocci manipolati. Nel qual caso è forse ora davvero di smettere di votar, anche per scacciare il gangster di turno.

  3. puppyish il 8 febbraio 2007 alle 14:21

    Senza la Guerra Globale i media sarebbero di una noia mortale!

  4. marco rovelli il 8 febbraio 2007 alle 14:41

    Io ho votato per liberarmi da un gangster. In una logica – al ribasso, molto al ribasso – di riduzione del danno. Non avevo illusioni sulla rappresentatività di questi neodemocristiani che ci governano (ma esiste oggi un’ipotesi di governo che non sia democristiano?). Ma certo questa vicenda della base di Vicenza dovrebbe risultare intollerabile anche “all’estrema”. Qui non ci sono ragioni di compatibilità economiche da invocare, i conti, i vincoli di Maastricht, la globalizzazione – qui c’è solo una questione eminentemente politica. E non è in gioco solo la sovranità del paese (versus la sua riduzione in cattività servile), ma è in gioco proprio il senso stesso della Politica, la sua dignità. Se, appunto, qualcosa di degno è restato, in questo silenzio apocalittico. (Perché ancora più immondo, in realtà, è il silenzio che questo governo – come ogni altro, del resto – mantiene sulle questioni – “vitali” – del riscaldamento del pianeta e della sua imminente catastrofe. Non dovrebbe essere tale questione in cima a un’agenda politica che avesse minimamente l’etica come bussola?)

  5. gugl il 8 febbraio 2007 alle 15:08

    se posso dire la mia sulla questione, vi invito a leggerla qui
    http://golfedombre.blogspot.com/search/label/societ%C3%A0

    (in data 19 gennaio)

  6. Valter Binaghi il 8 febbraio 2007 alle 15:34

    Anch’io ho votato per liberarmi da un gangster, ma credo per l’ultima volta. Sono stato a vedere il sito di gugl e, amaramente, devo constatare che il suo elenco dei pro e contro l’ampliamento della base di Vicenza, anche se compilato con doloroso sarcasmo, è una fotografia realistica di quello che questo paese è diventato: a me conviene, a me non conviene. Cioè la riduzione del politico al sociale, e del sociale a frammentazioni più o meno corporative. Credo che il bipolarismo abbia favorito questo processo, perchè ha assorbito ogni vero conflitto di idee in una competizione permanente dove gli unici termini del contendere diventano statalismo o liberismo in economia.
    Siccome non si può essere solo “contro” e Andrea ha ragione nel dire che non ci sono alternative alla pratica democratica, allora dico che non darò mai più il mio voto a nessuno che non consideri come obiettivo primario un’Europa unita (e armata fino ai denti, oltre che forte del proprio patrimonio giuridico in termini di diritti umani), alternativa all’imperialismo USA, oltre che al fondamentalismo islamico e al ricatto permanente del sionismo.

  7. andrea inglese il 8 febbraio 2007 alle 15:56

    Ho letto il pezzo di gugl, è uno spiritoso (e perfetto) esempio di qualunquismo; se lo leggo al primo livello, dimostra che la “guerra” è un’entità astratta, inesistente, una semplice parola in un dibattito politico; se lo leggo come pezzo ironico, è divertente; ma la questione, purtroppo, è invece molto seria.

  8. marco rovelli il 8 febbraio 2007 alle 16:05

    La questione è seria, certo. Ma questo è il paese del comico, e – insieme – del particulare. Per questo gugl dice il vero. E’ davvero così, ahimé. Così vanno le cose, così (non) devono andare.

  9. gugl il 8 febbraio 2007 alle 17:12

    perché ti sembra qualunquismo? semmai sdrammatizza. la posizione c’è. basta leggere attentamente. Prodi gioca ambiguamente? vero, ma i democristiani lo hanno sempre fatto. la Ederle 2 è una tragedia? mi pare una posizione infondata. Meglio che la Ederle 2 non ci sia? sì, meglio che non ci sia, ma non facciamone un evento epocale. E non illudiamoci che scegliere No sia la soluzione al senso di colpa che ci procura il nostro essere piccolo borghesi.

  10. Valter Binaghi il 8 febbraio 2007 alle 17:26

    Io la so una cosa che possiamo fare noi, sul serio e da adesso. Noi scrittori, docenti, bloggers o chiunque prenda la parola in pubblico. Smettere di condannare soltanto il lato imperialistico e dissipatore dell’american way of life e mettere in discussione altri aspetti del narcisismo a stelle e strisce, con il quale abbiamo sempre flirtato, a cominciare da me stesso. Non abbiamo importato molta della strafottenza americana nella comunicazione, nei gusti letterari, nel consumismo divorante? Una politica insostenibile è figlia di un un sistema insostenibile, di una competitività assillante che io vedo anche nell’editoria, e appiattisce le differenze nell’unica ricerca del lettore indifferenziato. Intendiamoci, io a Cormac Mc Carthy e John Fante non rinuncio, non sono uno che vuole gli embarghi. Voglio dire che, proprio perchè l’effetto serra, la minaccia alla dimensione comunitaria e lo scontro di civiltà sono sullo stesso piano e hanno la stessa causa, l’americanismo di Veltroni a cui questa sinistra ci condanna non è meno tossica delle ridicole esibizioni texane del nano di Arcore. Su questo un intellettuale può dire la sua, eccome.

  11. Valter Binaghi il 8 febbraio 2007 alle 17:33

    @ Marco Rovelli
    Ti dedico un mio delirio di qualche anno fa.

    PROFEZIA DI WILFREDO, DIACONO LONGOBARDO

    Aìta, aìta, la carna del mundo s’abbruia!
    Se il vento se tace
    e lassa de scotere chiome de bosco e spazzare le case, nun senti,
    nun senti la carna del mundo ca fete?
    S’abbruia, s’abbruia,
    rostisce, s’abbruna, scurisce,
    carbone me pare,
    la vita se more,
    la carna sfraguia in di mani
    e cendra se sparge nell’aere…
    Canosci lu fatto?
    Nun è foco vivo cascato de caelo
    nè trono o scalmana dall’alto percote,
    ma lenta passione de morte
    dal core del mundo consuma,
    ombrosa malaria,
    calore nascosto de fevra
    o vermo che rode…
    Aìta, se more lo tristo universo animale!

  12. andrea inglese il 8 febbraio 2007 alle 18:32

    a marco
    credo che siamo d’accordo su una cosa semplice: non era irragionevole chiedere a questo governo di bloccare la costruzione della nuova base a Vicenza. Quindi, l’atteggiamento del governo è particolarmente grave. Se diamo per scontato, invece, che cosi dovesse andare, ci prepariamo già a subire il peggio.

    a gugl: letta a secondo livello è satirica (e quindi prende in giro il qualunquismo); ma se concludi che fare queste lotte è solo soffocare il senso di colpa piccolo borghese (che non so bene cosa sia), non ti capisco più

    a Valter, non so, hai forse ragione, ma è un problema che sento meno, l’imperialismo mi basta e avanza, e certo ad esso si aggiunge il modello sociale neoliberista che è già stato assunto da una parte della nostra sinistra

    ma il mio intervento ha un solo scopo, motivare analisi fondamentali, come quelle condotte da Zolo, che dovrebbero essere lette e conosciute dal maggior numero di persone

    un’ultima cosa: le guerre significa uccidere gente, soprattutto gente innocente, ma anche torturarla, affamarla, stuprarla, umiliarla, terrorizzarla; e dietro ognuna di queste parole ci sono fatti; per fare le guerre ci vogliono gli aerei; per usare gli aerei ci vogliono le basi; una base in più o una base in meno, non è irrilevante, se viene fatta a casa mia, con il consenso dei signori stipendiati che ho votato

  13. Valter Binaghi il 8 febbraio 2007 alle 19:32

    No, certo che non è irrilevante. sono un recidivo della divagazione, ma non volevo banalizzare. Dire di no alla base è la prima cosa, di sicuro.

  14. lu il 8 febbraio 2007 alle 19:36

    Come giobbe non può chiedere giustizia a dio così le democrazie europee (qualche teo-war le chiamerebbe “di fatto”, inferiori alla madre usa?) non possono parlare da pari con gli stati uniti. Non possiamo dire: “Presentiamoci alla pari in giudizio” (giobbe 9, 33). Allora niente giustizia, punto. Gli esempi sono un mare, ma pensiamo già al cermis o a calipari. Robert Kagan lo dice esplicitamente: “La politica degli Stati Uniti mira da molto tempo a preservare la loro supremazia nel mondo”. Noi europei poveri kantiani idealisti, loro i veri responsabili del pianeta: “L’Europa sta voltando le spalle al potere”. Il terrorismo di stato e l’uccisione in nome di dio sarebbe il nuovo realismo, la Machtpolitik unta dal signore. E’ ovvio che nessuno dimentica di distinguere tra l’amministrazione attuale e la complessità di una democrazia radicata, anche se attualmente debole. La MINIMA DECENZA non deve essere concepita come un’ingenuità. Certo che questo governo di democristiani non può far di più; e allora vantiamoci pubblicamente della nostra ingenuità!

  15. gugl il 8 febbraio 2007 alle 19:46

    caro Andrea, non parlavo per te; ma quanti partecipano all’umanitarismo di massa, sgravandosi parzialmente la coscienza, e poi vivono consumando il 4/5 delle risorse mondiali (acqua, elettricità, carne, petrolio, tempo libero eccetera)?

    Credo anch’io, come Binaghi, che possiamo fare molto, ma soprattutto in quanto cittadini: riciclare rifiuti, scegliere prodotti di un certo tipo, denunciare che fa il furbo, parlare chiaro davanti a tutti. come intellettuali possiamo fare questo: parlare chiaro davanti a tutti e dare l’esempio appena scesi dalla cattedra.
    un caro saluto

  16. Enrico Cerquiglini il 8 febbraio 2007 alle 19:50

    raddoppiamo la base di vicenza, costruiamo villette per i marines di sigonella: stiamo realizzando un bel programma, davvero! perché non cedere tutto il nord-est agli Usa e non installare rampe di lancio per missili terra-aria destinati al controllo mondiale degli Usa? perché non cogliere l’occasione di trasformare parte dell’Italia in territorio extranazionale? perché non rimandare 10/20.000 soldati in Iraq o aumentare il contingente in Afghanistan? perché non aiutare gli alleati americani in Somalia o non li incitiamo ad aprire un altro fronte mediorentiale o nordafricano?
    Non doveva essere un governo pacifista o almeno non guerrafondaio come il precedente? Perché questo asservimento ad interessi di una potenza straniera?

    Vogliamo la Pace, non le bandiere della pace! L’avevi intuito caro Prodi?

  17. Marco Saya il 8 febbraio 2007 alle 19:58

    “La lotta di classe dura e senza paura. Quella che riempiva le piazze negli anni ’70. Quella lotta non c’è più. Perchè, alla fine, una sola classe ha vinto. E’ la classe del potere. Che non sta più solo nel Palazzo di Pasolini. Si è diffusa come un contagio. E’ ovunque ci sia una carica pubblica o parapubblica. Ovunque ci sia un nostro dipendente in carriera.
    E’ una classe ubiqua. Ci sono gli ex sessantottini in carriera nei media e nei ministeri. E con loro i post fascisti, ora anche post democristiani. E anche i post comunisti, ora post e basta. E’ una classe vischiosa. La sua ragnatela passa dalle banche, arriva alle municipalizzate, occupa i media, si estende ai consigli comunali. E’ una classe unica che ha ottenuto il rovesciamento delle parti. Non è più al servizio dei cittadini. I cittadini sono al suo servizio.
    Se il cittadino non capisce è ottuso. Se si ribella è un no global, anche se ha settant’anni. Se si lamenta è arrogante. Il cittadino non ha diritto di critica. Non è informato se sul SUO territorio vengono fatte le porcate più immonde. Inceneritori, stoccaggi di gas, buchi nella montagna, inquinamenti di fiumi e laghi, centri commerciali al posto di parchi, parcheggi al posto di piste ciclabili, Pm10 al posto di alberi…”

    Continuate a leggere il post di Beppe Grillo, illuminante come al solito…

    http://www.beppegrillo.it/2007/01/lotta_di_classe.html#comments

    Ciao
    Marco

  18. Blackjack il 8 febbraio 2007 alle 21:42

    Andrea, una precisazione: l’ampliamento della Ederle 2 NON DIPENDE da scelte locali, ma da decisioni centrali già prese e ratificate. E’ l’ennesima colossale balla del Prodi e vedo che ha attecchito anche tra gli informati. O fra coloro che dovrebbero essere informati. La posizione Statunitense è chiara: fateci sapere cosa volete fare e se non vi sta bene ci trasferiamo in Romania o in Ungheria.
    Nel frattempo anche questo appalto, dovesse essere concesso l’ampliamento (già definito a livello Governativo e non locale), sarà ‘quasi’ sicuramente vinto da una delle tre grandi Cooperative Costruttori emiliane controllate, tramite la FINSOE, dai DS che ne decidono da sempre il gruppo dirigente.

    E’ divertente questo ‘popolo’ della sinistra che scopre ora l’inaffidabilità di chi ha votato: aumento delle tasse, vesti stracciate sulla politica estera ma nulla cambia, i poveri più poveri e i ricchi che hanno già riesportato i capitali, nuove entrate abilmente nascoste a bilancio per dimostrare problemi economici che non esistevano, TFR rapinati e messi in mano a Fondi Pensione che, se non l’avete ancora capito, sono delle FINANZIARIE che investono A RISCHIO senza consentire, al lavoratore, alcuna possibilità di intervento (se non annuale) e senza fornire alcun livello informativo sulla criticità degli investimenti. Una TRUFFA! Dovesse fallire il Fondo (ipotesi tutt’altro che remota), al povero lavoratore non rimarrebbero che i fazzoletti in prestito per piangere: non è prevista una copertura a rischio in caso di crack di un fondo pensione!
    Per completare l’opera e inchiappettarsi meglio i lavoratori e la marea di soldi del TFR (convertiti in CAPITALE a RISCHIO), questi governanti buffoni (che qualcuno ha votato), hanno persino inserito la clausola del silenzio assenso. Ne traduco il significato: anche se te l’ho messo nel culo stai zitto.

    E ci si pone un NON PROBLEMA con la base di Vicenza? Basterebbe che il Governo attuale, non IL COMUNE di Vicenza che non può intervenire su materie che sono regolamentate da ACCORDI FRA Stati, dicesse no e nel giro di un anno i militari americani finirebbero a Ramstein e nel giro di due anni in Romania o in Ungheria.

    Mi dispiace, sul serio, che ora nascano così tanti problemi morali, ma deve essere uno dei molti destini della sinistra italiana quello di masturbarsi continuamente con i problemi morali senza mai riuscire a modificare nulla. Masochismo politico? Identità in cerca di uno specchio? Narcisismo represso?

  19. antonio sparzani il 8 febbraio 2007 alle 22:16

    caro Andrea condivido ovviamente quanto pur così discretamente denunci. Sono nato a Vicenza, ma in casi come questo sono convinto si debba ricorrere a ragionamenti molto generali per capire perché davvero non vogliamo né il raddoppio della base né, aggiungo io, altre basi. Io lo riassumerei in una piccolissima successione di ragionamenti molto semplice: lo stato A può concedere allo stato B una parte del proprio territorio, se crede che lo stato B lo usi per scopi che A condivide. Lo stato B usa quel pezzetto (quei pezzetti) di territorio concessigli per fare la gendarmeria del mondo Segue che lo stato A fa bene a concedere il suo territorio se condivide la forma e la sostanza delle operazioni di gendarmeria. Nel nostro caso, la storia degli ultimi cinquant’anni annovera molti di tali episodi, Vietnam, Cile, Granada, Panama, Cuba, Irak e via enumerando. Ce n’è uno solo che il nostro governo condivide? In compemso lo stato B non è stato gentile con lo stato A in molte e molto gravi occasioni (Cermis, Abu Omar, Calipari, Ustica…). Dove sta un solo stramaledetto motivo per il quale lo stato A, Italia, dovrebbe concedere anche un solo centimetro quadrato di terra allo stato B, Stati Uniti?

  20. tashtego il 9 febbraio 2007 alle 07:16

    Io nemmeno vedo nella base di Vicenza un evento dirimente.
    La questione più ampia della collocazione dell’Italia nella strategia USA di controllo planetario, non ne viene sostanzialmente intaccata.
    Mentre già un ritiro dall’Afganistan sarebbe assai più rilevante.
    L’Italia è paese Nato dai tempi della Guerra Fredda e da lì bisogna partire per comprendere qualcosa dell’inestricabile intreccio politico economico strategico militare e culturale che ci lega agli States.
    Oggi la Guerra Fredda non c’è più ed è stata sostituita dalla “Lotta al Terrorismo per i Valori della Democrazia”, ma sempre di Nato si tratta, cioè di un’alleanza politico militare che permane nei fatti al servizio dell’imperialismo americano in piena fase avventurista, privo cioè di un progetto globale che non sia di puro contenimento militare delle spinte locali.
    In questa fase della storia del mondo sta diventando sempre più importante presidiare i pozzi e le altre fonti di risorse energetiche, il che ci rende molto vulnerabili, perché il sistema economico italiano ha bisogno di far parte di un sistema militare più ampio e tale sistema non è del tutto scontato che sia ancora la Nato.
    La Nato è anche una leva contro l’Europa, contro il suo costituirsi come autonoma entità politica, vero spauracchio per gli USA.
    Staccarsi dagli States per noi vuol dire solo diventare “più europei”, qualsiasi cosa ciò possa significare.
    Passaggio culturale difficile, né automatico.

  21. Valter Binaghi il 9 febbraio 2007 alle 09:32

    Giustissimo tash. E auguri per il libro

  22. andrea inglese il 9 febbraio 2007 alle 10:06

    a Blackjack e a tutti: 1, grazie della precisazione; 2.da qualche parte bisogna cominciare; io non mi meraviglio di niente (come potrei visto che la mia mmoria arriva fino a D’Alema), ma APPOGGIO PIENAMENTE tutti quei cittadini, ingenui o no, che andranno a Vicenza. E coloro che organizzano questa manifstazione, che hanno fatto nascre un blog, che promuovono informazione su questo. Anche stare a casa a ridacchiare cinicamente aspettando la catastrofe inevitabile, è una forma di masturbazione.

    ad Antonio e a tutti: la mia discrezione è proporzionale all’aver urlato in questi anni; sono stufo di stracciarmi la vesti, mentre quelli continuano imperterriti a torturare e ad ammazzare; ho deciso solo di dare un mio contributo. Ora mi interessano due cose: una immediata, concreta, la riuscita della manifestazione; la seconda l’allargamento del movimento antimilitarista a partire da una riflessione sulla nuovo statuto che gli USA si sono dati nel mondo; un primo passo in questa direzione è la riflessione sul diritto internazionale e quello che sta succedendo dal 1990. Prego quindi di non ignorare i pezzi che metto su questo argomento. Per me sono stati illuminanti.

  23. Nemo il 9 febbraio 2007 alle 10:19

    Ricollegandomi a Sparzani, forse perché 66 anni fa lo stato A ha dichiarato guerra allo stato B, perdendo la guerra che ne è conseguita?

  24. andrea inglese il 9 febbraio 2007 alle 10:43

    Nemo, leggiti allora il prossimo post di Zolo sulla guerra monoteistica, cosi ti rendi conto cosa è successo in quei lunghi 66 anni. E capirai, tra l’altro, come mai l’Italia, e non solo lei, avrebbe oggi mille buoni motivi per non sentirsi legata ad un accordo con una nazione che di accordi ben più importanti ne ha fatto carta da culo (e tra questi la Carta dell’Onu).

    Io vorrei rivolgere ai lettori e a quelli che sono intervenuti questa semplice domanda. Gli USA hanno perfino parlato di uso di bombe atomiche tattiche. Hanno parlato di attacchi all’Iran. Avete chiaro il quadro di cio’ che succede in Medio Oriente.
    Come cittadini cosa pensate di poter fare? Non è una domanda retorica. Alcuni sono da sempre impegnati in attività militanti sul territorio di tipo antimilitarista. Ma la domanda si rivolge a tutti altri.

    Avere un governo di centrisinistra, con componenti di sinistra che vogliono un cambio di politica estera, non cambia nulla da avere un governo con leghisti ed exfascisti?

    Fare una manisfestazione contro la costruzione di una nuova base USA serve a qualcosa o non serve a niente?

    Diffondere materiali di riflessione, dati e analisi sulla strategia statunitense, sulla realtà della guerra, ecc. serve a qualcosa o è un modo per passare il tempo, invece che rivedersi rambo 3 in dvd?

    Oppure c’è l’idea che noi, in quanto cittadini, non possiamo fare nulla, ma proprio nulla che influenzi le decisioni politiche che riguardano il nostro destino?

    O forse siamo ormai costretti solo ad atti eroici o santi: partire in Iraq a raccogliere i corpi smembrati in mezzo alle fiamme?

    Io mi sono dato oggi una risposta, ma incerta e provvisoria. (Che per altro esclude ogni forma di eroismo e sacrificio di sé, ecc.) Ma sarei curioso di sentire anche le vostre.

  25. Nemo il 9 febbraio 2007 alle 11:20

    Andrea, non devi convincere me. Ma vorrei semplicemente far notare come sia difficile sostenere il ?moral high ground? dell’Italia nei confronti degli Stati Uniti, una volta che si espanda lo sguardo indietro nel tempo oltre l’ultimo mezzo secolo. 66 anni sono lunghi, ma non poi così tanto.

  26. marco rovelli il 9 febbraio 2007 alle 11:53

    Io, Andrea, credo ci sia da fare. Al di là di ogni esito. E se non sarò a Vicenza è solo perché ho preso un impegno romano per un incontro sull’immigrazione. Se no ci sarei andato di sicuro, così come sono andato a Praga, Genova, Firenze… Manifestar(si) è necessario. Solo, occorrerebbe farlo quotidianamente, non solo nelle celebrazioni rituali. E mi auguro che a Vicenza non ci si divida sulla falsa questione di violenza/non violenza.

  27. Marco Saya il 9 febbraio 2007 alle 14:51

    Andrea, sono pienamente d’accordo con le tue considerazioni. Forse bisognerebbe cambiare totalmente la classe dirigente, forse avere un governo di centro sinistra dove la sinistra conta meno del centro aiuta poco, forse fare una manifestazione conta meno rispetto alla preoccupazione di un generale impoverimento del nostro paese. Riflettiamo sul fatto di un popolo, quello cinese, che ha incrementato il proprio PIL dell’11% e siamo noi, ora, ridotti alle ciotole di riso. Forse la riflessione sulle guerre in generale dovrebbe essere una riflessione di tutte le colonie, perchè siamo delle colonie, sull’essere convinti di potercela fare con le proprie alucce. In quanto a cittadini, lo ripeto sino alla nausea, la preoccupazione è quella di non vivere più con questo senso di totale precarietà e abbandono che ci portiamo da troppi anni oramai! La classe intellettuale è capace, purtroppo di firmare solo petizioni a perdere. Forse bisognerebbe pensare, ritornando al mio inizio, a considerare una classe politica che comprenda il nostro tempo e che non conti il guadagno della cassa a fine giornata. forse sta a noi proporci se abbiamo qualche “idea”

    Marco

  28. tashtego il 9 febbraio 2007 alle 16:08

    @inglès
    “Come cittadini cosa pensate di poter fare?”
    Questa domanda vale per molte altre questioni, politiche e non.
    In politica ci sarebbe il principio della delega.
    Secondo il quale la gente che hai votato l’hai votata su un programma che andrebbe rispettato.
    Ma ciò non accade mai, men che meno di questi tempi, in cui la forza gravitazionale di Berlusconi ha deformato ogni cosa e ha il potere di far stare assieme un Mastella con un Caruso.
    Come si può pretendere che una coalizione del genere agisca con coerenza?
    E poi con la coerenza di chi?
    Di Mastella o di Caruso?
    Fin qui siamo nel campo dell’ovvio.
    Ritengo che la generica invocazione pacifista e anti-imperialista di contrarietà alla politica atlantica verso il non-occidente sia poco utile, se non si accompagna con l’indicazione positiva verso una politica di coesione europea capace di contro-bilanciare l’atlantismo dominante.
    Rompere il cardine bipolare USA-UK dovrebbe esserne l’obbiettivo, anche in nome di una politica più sensata verso l’Islam.
    Poi c’è la questione del LA PACE COME DIRITTO CIVILE, battaglia da compiersi all’interno delle società democratiche per affermare il principio che NESSUN UMANO PUÒ UTILIZZARE MILITARMENTE UN ALTRO UMANO, qualunque sia lo scopo di questo utilizzo e nemmeno se consenziente.
    Occorre far transitare lo sterile e neutro principio pacifista nel campo dei diritti umani, per ottenere leggi.
    Non leggi “contro la guerra”, ma leggi contro la strumentalizzazione estrema della persona, cioè nel campo estremo dell’alternativa vita/morte.
    Credo che l’unica sinistra possibile oggi sia quella che riesce a riconvertire temi politici un tempo “di massa” in temi concernenti i diritti della persona umana (e animale).

    Un po’ OT, lo so.

  29. andrea inglese il 9 febbraio 2007 alle 16:55

    Tash:
    sono perfettamente d’accordo con quanto dici; esigenza di una politica europea autonoma e dissociata dall’asse USA-UK; e che ci pensino i politici eletti a metterla in atto, non possiamo certo farlo né tu né io. Noi mandimo il messaggio.

    Poi dici:
    “Poi c’è la questione del LA PACE COME DIRITTO CIVILE, battaglia da compiersi all’interno delle società democratiche per affermare il principio che NESSUN UMANO PUÒ UTILIZZARE MILITARMENTE UN ALTRO UMANO, qualunque sia lo scopo di questo utilizzo e nemmeno se consenziente.”

    Bene. E’ il punto fondamentale. Deleuze diceva: “Non esistono i diritti umani, esiste solo la giurisprudenza”. Per questo motivo ho scelto di far circolare le analisi di Zolo. Perché esse muovono da questo punto. Ma, attento Tash, prima di arrivare al diritto di cui parli tu, ci sono molte tappe intermedie e inevitabili. La prima è quella di ricostituire un diritto internazionale efficiente dalla macerie in cui l’hanno gettato 16 anni di guerra unilaterale USA.

  30. tashtego il 9 febbraio 2007 alle 18:58

    @inglès
    ma oggi ad una manifestazione la sinistra “antagonista” sarebbe in grado di inalberare cartelli di questo tenore: MENO USA PIU’ EUROPA?
    sarebbe in grado di gridare slogan di questo tipo?
    secondo me, no.
    perché si fanno eleggere in parlamento, ma non sanno rinunciare alla loro vernicetta massimalista, nemmeno quando sarebbe loro dovere fare politica concreta.
    lo stesso vale per la sinistra antagonista europea, credo.

  31. Jacopo il 10 febbraio 2007 alle 00:44

    @ tashtego
    Sono d’accordo con te, si dovrebbe dire più Europa, ma gli slogan, icastici quanto vuoi, un minimo di sfondo concettuale devono pure averlo.
    Che significa oggi più Europa?
    A livello intuitivo, come molti, vedo nell’Europa una possibilità di mostrarsi modello alternativo, per lo meno nelle scelte della politica estera (ma evidentemente non solo). Solo che gli organi che oggi potrebbero farsi carico di un graduale processo di delega dei poteri decisionali sono proprio gli organi che questi poteri detengono e che sullo Stato nazionale ci marciano e ci mangiano.

    Poi, un qualsiasi progetto “più Europa” passa per un gigantesco sforzo di interscambio, di mescolamento (non solo le élite che fanno i progetti erasmus o i soggiorni di lavoro all’estero in una delle filiali della società).
    Aprire le frontiere è una cosa, altra cosa è dare alle persone un’effettiva capacità di muoversi e un interesse a farlo, ma è da li che bisogna passare.
    Chi mai sarà in grado di investire fondi, mettere in discussione ovvietà vecchie di secoli, farsi nemici a ogni angolo per qualcosa che durerà decenni, come minimo? (sembra una di quelle “missioni” per cui vanno pazzi i dittatori…)
    O forse sbaglio, perchè un’europa federale potrebbe sempre salvare capre e cavoli e salvaguardare una dimensione “nazionale” e i poteri che se ne nutrono?

    (Però gia il fatto di dire “meno usa più europa” sarebbe l’embrione di un embrione di proposta alternativa, di concetto, il resto verrà. )

  32. Jacopo il 10 febbraio 2007 alle 01:14

    ma il resto verrà? ( così era la frase pensata).

  33. andrea inglese il 10 febbraio 2007 alle 15:13

    Meno Usa più Europa. Non sono un politico, ma me lo immagino cosi: in politica estera, più relazioni economiche tra i paesi e non solo europei, meno spese militari; attività diplomatica in medio oriente in una prospettiva multilaterale, ossia legittimando quegli interlocutori che USA e Israele delegittimano; riforma dell’ONU, per rafforzarlo e democratizzarlo; in politica interna, riproporre un’alternativa socialista, attraverso un sistema di tassazione riformato, che ridistribuisca i grandi profitti del capitale finanziario e industriale al mondo del lavoro.
    Se anche questo è massimalismo, allora D’Alema è il nostro CHE.

  34. alcor il 10 febbraio 2007 alle 22:21

    Più Europa? Vedo che state scherzando. Di quale Europa parlate? Pensate davvero che i nuovi arrivati condividerebbero queste posizioni? Faccio un esempio soltanto, gli stati ex-est-europei che hanno problemi energetici con chi si schiereranno? La politica estera non è così ideologica come mi pare di averla vista dipinta qui.
    La Turchia, per esempio, che “idealmente” io vorrei vedere dentro, per molte ragioni, appoggerebbe una linea politica anti USA?
    L’Europa non è indipendente energeticamente, e dunque non è indipendente. Se decidesse per il nucleare forse lo diventerebbe, ma quanti qui sono a favore del nucleare?
    E se anche qui tutti lo fossero, quante lobby lavorerebbero a favore delle compagnie petrolifere?
    Si è parlato del petrolio come attore della guerra in Afganistan, com’è, ve lo siete dimenticato? E pensate che non c’entri con noi?
    E’ solo un esempio per ricordarvi, perché penso lo sappiate quanto me, che le politiche estere ubbidiscono a logiche diverse da quelle ideali.

  35. Valter Binaghi il 11 febbraio 2007 alle 00:01

    Ma allora sei tu che scherzi. Con la Turchia nell’Unione Europea come ti liberi della NATO? L’Europa avrebbe tutte le carte in regola per un’autonoma politica mediorientale (cosa che è riuscito a fare persino Andreotti), la qual cosa include anche una soluzione al problema energetico. Comunque il nucleare a lungo andare risulterà inevitabile (non è un auspicio, è un dato di fatto, visto che la decantata economia all’idrogeno sembra molto lontana), e la produzione locale dell’energia renderà meno vincolanti le aderenze geografiche. L’Europa può essere anche un ideale, ma sicuramente è il luogo di culture affini e una comunanza di interessi.

  36. alcor il 11 febbraio 2007 alle 01:37

    “Idealmente”, ho detto. Pamuk io lo vedo come culturalmente affine e sento una comunanza di interessi, Pamuk per me è Europa.
    Non so, davvero non so, se sono più culturalmente affine a una polacca e ho maggiore comunanza di interessi con la medesima.
    Se questa affinità c’è, l’ho anche con i russi. Pensando alla Russia non mi viene in mente soltanto Putin.
    (E ci sono sacche di questo paese che non sento per niente europee)
    Insomma, cosa vuol dire Europa?

    Quanto al discorso energetico, che ho buttato lì solo come promemoria, io la penso come te, e penso che bisognerebbe investire sulle fonti alternative se, anche lì, le lobbies non avessero interessi ben diversi dai nostri e molto più forti politicamente.

    Cos’è l’Europa? Inglese, un bel post su che cosa diciamo quando diciamo Europa mi piacerebbe. Io ho idee abbastanza contrastanti e confuse, e le confronterei volentieri con altri.

  37. Remember the Srebrenica il 11 febbraio 2007 alle 10:55

    “I nostri padroni” americani. Niente di nuovo sul fronte antioccidentale, né sorprende l’eco di queste parole nella community virtuale. Basta aprire a caso una pagina di Google o ascoltare il tg di Mtv: ormai siete un ordine consolidato del Discorso. L’ambiguità del testo è altrove, nell’alternarsi quasi millimetrico della prima persona singolare con quella plurale.

    L’abilità dell’autore di ruotare e confondere l’Io con il Noi produce una oscillazione tra invettiva personalissima e uno stile molto più ‘oggettivo’, dimesso e indiscutibile. Abilità oratoria, in senso tecnico-politico e volantinesco: “Va comunque ribadita la necessità di una più generale e profonda presa di coscienza…”, sentite come cambia il tono, come suona documentale questo ‘ribadire la necessità’ (la neutralità senza appello della “presa di coscienza”); è la ‘terza persona’, il verbo di mezzo, il ponte ideologico stretto tra lui (l’autore) e noi. Noi che non possiamo non dirci europeisti se votiamo a sinistra. Perché se lo facessimo verrebbe meno il nostro primo “dovere”, il patto, che è quello di smascherare i “complici” dell’imperialismo Usa nascosti nel mucchio.

    Che cos’è questo europeismo? Eccola in azione, l’Alternativa europea, di sinistra, progressista e sociale. In Afghanistan, dove siamo stati utilissimi nelle retrovie. Sapete che faccia tosta abbiamo noi italiani brava gente? Dividiamo i civili della Cooperazione dai militari spediti nel PRT italiano di Herat, casomai a qualcheduno venisse in mente di dire che gli uni e gli altri sono lì a collaborare, a fare la stessa cosa. Attualmente, i 3 della Cooperazione sono di stanza a Kabul, e probabilmente ci resteranno, per cui – occhio al paradosso – lo Stato italiano pagherà delle guardie private per garantire la loro incolumità nella capitale afgana. Guardie scelte tra i locali, oppure in una delle tante agenzie che infestano il mercato della sicurezza. Tanto valeva riunire caschi bianchi e caschi blu nella stessa base, con grassa, e senz’orba di dubbio ipocrita soddisfazione del contribuente medio, ma poi sai che schifo questo pragmatismo piccolo borghese, tipico di chi non sa più illudersi, sognare e indignarsi ancora. No, meglio pagare gli Ascari e i mercenari che darla vinta al generale Mini e alla cricca degli ufficiali fedeli a D’Alema. Meglio ancora ritirarsi del tutto, in nome del protezionismo pacifista e della difesa dello status-quo.

    Di esempi ce ne sono tanti: l’Europa che si prepara a sostituire le Nazioni Unite in Kosovo (vedi: la mafietta Onu, le consulenze d’oro, l’amministrazione spicciola del disastro balcanico); la flebile voce di Unifil contro Hezbollah (i partigiani libanesi che sconfinano oltre la “Linea Blu”, ma tanto si sa che è colpa di Israele); la guerra dichiarata ma dimenticata di Al Qaida in Iraq (6 elicotteri americani abbattuti in 3 settimane, con missili di fabbricazione russo-iraniana). Se questa è l’Europa di sinistra, l’Europa delle nefandezze compiaciute, l’Europa forte con i deboli e debole con i forti, è un’Europa nata vecchia, noiosa, furbetta, è un’Europa obsoleta. Un futuro plurale e plateale che non arriverà mai. Rivotare Prodi? Ma dai.

  38. Valter Binaghi il 11 febbraio 2007 alle 13:03

    Chi parla di rivotare Prodi? Non ho dimenticato le colombe a reazione dell’ulivo mondiale sulla Serbia. La dipendenza politica e militare dell’Europa dagli Stati uniti, questo è quello che deve finire. E nessuna complicità con le politiche estere pelose, travestite da guerre umanitarie.

  39. c.velardi il 11 febbraio 2007 alle 13:47

    l’ambito della comunicazione del post è, sociologicamente, l’ambito di una generosa e affannata ricerca di appartenenza identitaria (la massa, la moltitudine di vicenza, i pacifisti senza se e senza ma, il soggetto antagonista per davvero). per questo come si dice nell’ultimo commento si oscilla tra la I pesona singolare (la costruzione del self) e la terza singolare, riflessiva ma plurale (la comunità che si sceglie, si ricerca).
    è, vero, col tempo sono diventato cinico, realista più del re (ah, i tempi dei lothar boys…). sembra che l’alto della politica (le istituzioni) e il basso dei movimenti (ciò che ne resta) vivano e si confrontino oggi più che mai in un rapporto esattamente speculare. mosse strategiche, pratiche discorsive, negoziazione della propria identità dall’alto (centro sinistra e partito democratico europeo, politica estera atlantica o europeista), alle quali corrispondono mosse discorsive e di posizionamento dal basso che si vogliono critiche, opposte, contrarie, magari anche propositive e alternative, ma sono, ahimè, complementari e funzionali ai meccanismi solo simbolici della comunicazione, della pangea solo discorsiva, astratta, formale, nella quale siamo immersi. il tutto si gioca sul piano rigorosamente simbolico delle appartenenze identitarie (linguaggi, slogan, adesioni, presenze o presenzialismi, semplificazioni, mediazioni). manca il pensiero critico, quello che sa mettersi anche dall’altra parte, si immedesima eretico e controcorrente nelle vesti del ‘nemico’, per affondare davvero e produrre una coscienza di classe, o di appartenenza, capace di muovere non la sette o raitre per la diretta della manifestazuone a vicenza, sperando in un buon esito, ma riuscendo davvero a coinvolgere con la ragione una massa davvero pensante e avvertita. ora, questo pensiero critico che si invoca – questo pensiero critico ri-orientato e a tutto campo, incerto ma non timoroso di mappare anche i ‘contorni’ del campo, le sue pieghe e ambiguità, non solo il nucleo del senso comune (conservatore o ‘rivoluzionario’) – non è riassumibile in qualche bibliografia aggiornata tra pensatori francesi e italiani in ombra: è anzitutto una questione di metodo. astrazione per astrazione, preferisco di intuire un ‘metodo’ critico nell’interpretazione della realtà geo-politica, discutibile ma stimolante, piuttosto che un appello emotivo ai compagni pacifisti, magari tentando pure di stringere l’alleanza del secolo (con i compagni NO TAV di lì vicino, per esempio). è inteso che il problema mi investe personalmente, non esprimo giudizi negativi fine a se stessi sul post.

  40. c.velardi il 11 febbraio 2007 alle 13:53

    tre davvero ripetuti. perdo colpi.

  41. Valter Binaghi il 11 febbraio 2007 alle 15:12

    Velardi, è per queste sottili strategie di riposizionamento che ti si vede alle celebrazioni di Dell’Utri? E’ per lo stesso motivo che ai due poli del nuovo potere catodico si trovano, di qua e di là, un sacco di ex direttori di Lotta Continua?
    Piuttosto che mangiare a qualsiasi greppia preferisco morire digiuno.

  42. andrea inglese il 11 febbraio 2007 alle 16:45

    a alcor che dice:
    “perché penso lo sappiate quanto me, che le politiche estere ubbidiscono a logiche diverse da quelle ideali”

    Quello che so è che molte persone hanno interesse che sempre più gente creda che qualsiasi politica (estera o interna) non debba assolutamente essere contaminata dagli ideali. Cio’ significa semplicemente che cosi come stanno le cose, lo devono restare sempre. Ideale significa, in politica, qualcosa di diverso da quello che oggi si fa.
    Abbiamo bisogno di molta immaginazione e di molti ideali in politica. Nessun uomo politico di peso, nel bene e nel male, ne è stato sprovvisto.

  43. andrea inglese il 11 febbraio 2007 alle 16:51

    a Velardi e Remember, leggo con interesse i vostri interventi. Mi convincono della non inutilità e della non ovvietà del mio intervento. Che a me sembrava utile, ma tutto sommato ovvio.

    Avete notato l’imprtante oscillazione Io / Noi. Vero. Ed essa ha un preciso motivo. Ma ne parlero’ in un’altra occasione. Questo mio pezzo ha valore di dito puntato ad altro, le analisi di Zolo. Non rimanete a fissare troppo il dito.

  44. alcor il 11 febbraio 2007 alle 17:14

    Hai scucchiaiato dal mio commento una frase, Inglese, ti perdono.
    Ma resta il fatto che parlare in termini generici di Europa, proprio adesso che si è allargata tanto da rendere almeno problematico il parlarne in termini di identità comune, a me sembra non aiuti.
    Gli ideali io vorrei vederli anche in qualche modo messi in pratica, e senza realismo, che non vuol dire cinismo, non vedo come sia possibile. Ripeto, cosa vuol dire Europa, per noi, e che cosa vuol dire Europa per i lituani, i polacchi, gli sloveni?
    E i turchi in Europa, voi li volete? O volete lasciarli fuori perché la Turchia appoggerebbe certamente le politiche americane?

    Ma io volo basso.

  45. ivo il 11 febbraio 2007 alle 17:31

    giusto, alcor. se guardiamo fuori dagli schemi siamo meno miopi e più complessi. l’europa allargata, la turchia, i balcani, la serbia, il kosovo, l’albania, l’adriatico e il mediterraneo, il medioriente. e poi l’india e la cina (e la sua penetrazione economica in africa). caso per caso. oltre vicenza. davvero tutto questo (e altro ancora, a venire) si tiene e si legge ancora usando gli schemi dell’imperialismo americano? è davvero questo lo strumneto ancora utile per storicizzare il passato, leggere il presente, immaginare il futuro? per riprendere la velardeide, non corre il rischio, questo approccio limitato, di presentarsi come ovvio e sterile richiamo all’ordine, assestamento identitario di un antagonismo tutto e solo di ‘ideali’?

  46. andrea inglese il 11 febbraio 2007 alle 19:32

    alcor e ivo, certo: la complessità della questione Europa politica esiste. Cio’ che dite è sensato. Ma Vicenza è un’altra cosa ancora. L’imperialismo americano non è una fissa delle persone di sinistra, di certe persone della sinistra. E’ una realtà: la guerra è una realtà: Guantanamo è una realtà: i voli della CIA sono una realtà: le bombe sui civili sono una realtà. Se voi riuscite a mettere tra parentesi tutto questo, bene. Io non ci riesco e non voglio. Non voglio che l’Italia si rende ulteriormente complice della guerra statunitense. Non concedere una nuova base, non allargare quella esistente, era una possibilità ragionevole, non un’utopia infantile.

  47. alcor il 11 febbraio 2007 alle 20:32

    Inglese, io non riesco e non voglio mettere qualcosa tra parentesi.
    Non voglio che contribuiamo alle guerre, non voglio che diventiamo una caserma degli USA.
    Trovo che sia giusto far sentire la propria voce e dirlo, con forza.
    Ma sono sempre stata contraria, quando si discorre e non si è in corteo, alle frasi generiche.
    Tutto qui.
    Un invito alla distinzione, alla precisazione, alla verifica, e anche al realismo, perché sono sempre stata convinta che è col realismo che poi in qualche modo si trova una strada, si ficca la leva nella fessura giusta che non si era vista. La politica, che è quello che piace a me, è nel trovare soluzioni.
    Che se non sono supportate dagli ideali nascono morte, ma che senza un sapere concreto non nascono neppure.
    Però può anche essere che io dica questo adesso, alla mia età, perché ho perso quella carica idealistica (ma anche velleitaria) che avevo a vent’anni o anche a trenta.



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