Questioni di classe

13 febbraio 2007
Pubblicato da

di Lorenzo Galbiati

Mentre nella mia scuola milanese imperversa l’occupazione studentesca e il Preside è in agitazione, io me la godo.
Me la godo enormemente. Mi piace, mi piace molto la settimana di occupazione da parte degli studenti. Da qualche anno, almeno qui a Milano, c’è una rete di collegamento tra gli studenti degli istituti superiori che permette di organizzare una sana e impegnativa occupazione in contemporanea in molte scuole; e così da oggi fino a giovedì o venerdì o – per i più fortunati – sabato nei licei e negli istituti milanesi non si svolgono lezioni regolari. Bene. Bello.
Perché me la godo? Beh, perché non lavoro, ovvio. Almeno, così dicono in molti. Beati gli insegnanti, che lavorano solo 18 ore la settimana – l’orario completo di una cattedra -, e che per di più vengono pagati per le ore di occupazione, no? Vai a spiegare che per un docente serio quelle 18 ore diventano almeno 36, se consideriamo anche le ore a disposizione, il ricevimento dei genitori, i consigli di classe, le riunioni per materia, la compilazione di registri verbali circolari piani di studio, la partecipazione a collegi docenti e, last but not least, il lavoro a casa per preparare le lezioni e correggere i compiti.
Ma non sono qui per difendere la categoria, per urlare ai quattro venti quanto siano stakanovisti gli insegnanti. No, sono qui per dire quanto siano belle le occupazioni per uno come me, che la scuola se la gode davvero. Sì, perché io insegno per il piacere di stare in classe a relazionarmi con gli adolescenti. Me ne frega davvero poco di insegnare biologia, chimica, scienze della terra. Non è quello l’importante. Me ne frega ancor di meno che loro imparino la classificazione delle gimnosperme, la formula del bicromato di potassio, la struttura base dei minerali silicatici.
Mi interessa, e molto, discutere con gli adolescenti, impostare discorsi dialogici con loro. Spiegare qual è il modo scientifico di approccio ai problemi delle realtà fisiche, dal microscopico ai sistemi macroscopici, dall’atomo agli esseri umani su su fino alla società umana. Mi interessa seguire lo sviluppo cognitivo degli adolescenti offrendo loro strumenti affinché possano includervi le competenze logico-deduttive, le capacità di analisi e sintesi, la maturità di saper impostare un discorso in modo produttivo e coerente, fino ad arrivare a formulare un giudizio spassionato e sempre passibile di cambiamento per amore della verità – e per spregio dell’amor proprio. E, va da sé, per arrivare al “saper ragionare”, occorre sapere, occorre “nozionizzarsi” almeno un po’, quel che si deve e di cui non si può fare a meno; non pensate che io tenga in scarsa considerazione la conoscenza, le nozioni: dico solo che hanno valore strumentale, non finale.
In Italia manca la cultura scientifica. Colpa del fascismo, in parte, si sa, la riforma Gentile, di stampo idealistico, non aiutava certo lo sviluppo del pensiero scientifico – per tacere di quello che il regime ha fatto concretamente per svilire il ruolo sociale della conoscenza scientifica (bisognava credere e combattere, vero?) e impedire di fatto lo sviluppo della ricerca scientifica e tecnologica. E, se mi permettete il luogo comune che a me non pare del tutto campato per aria, colpa anche dell’italianità ossia della natura emotiva, irrazionale, artistica e amante delle contraddizioni, dell’agire carismatico, se non autoritario, degli italiani. La scienza non è emotiva ma razionale, non va a braccetto con la sensibilità artistica immatura, quella che non ama sapere come è fatto un fiore sennò si perde il gusto di guardarlo e odorarlo, non ama il carisma dell’autorità perché per sua natura è antiautoritaria, antidogmatica. Che fatica impostare discorsi in modo scientifico, in Italia; affrontare questioni politiche ed etiche secondo un approccio scientifico – senza voler fare della scienza un dio, per carità: è scientifica una proposizione solo se può essere contraddetta, non se è infallibilmente vera!
Questo mi interessa. Ma che c’entra con l’occupazione studentesca, direte voi. C’entra nel senso che l’occupazione è un momento di vero confronto e di crescita, se ben organizzata. C’entra perché i docenti sono costretti a riflettere sul proprio ruolo. E infatti ecco oggi il Preside indire un collegio straordinario per decidere come porsi, noi professori, verso le richieste dei discenti, che discenti in questa settimana non sono più. E io me la godo a sentire i colleghi indignarsi: “ma come! vogliono un’intera settimana? è uno scandalo!”, “avete visto quanti se ne sono andati a casa? fanno l’occupazione solo perché non hanno voglia di fare nulla!”, “non è giusto che si impedisca a chi non vuole occupare di fare lezione!”, “non possiamo dirci d’accordo perché il nostro ruolo educativo ci impone di non essere dalla loro parte in questo caso, ma di fornire loro una legittima resistenza che li aiuti a capire e a maturare, nel confronto dei ruoli, la loro identità e il riconoscimento delle istituzioni”. Tutti discorsi contenenti una verità parziale, che va apprezzata e relativizzata.
Perché è vero: molti studenti se ne fregano e stanno a casa, molto tempo viene perduto nell’occupazione, più dei tempi vuoti fisiologici, e noi docenti non possiamo assecondarli come fossimo loro complici, amici ma… possiamo assecondarli facendo loro capire che possiamo lavorare insieme, nel rispetto dei rispettivi ruoli, e soprattutto parlando loro di noi, delle nostre esperienze e delle nostre idee.
Ecco perché spero che gli studenti del mio liceo classico vengano a scuola in tanti in questi giorni, e non per entrare in classe spinti dalla falsa coscienza di fare il loro dovere – compiacendo ai diktat espliciti o impliciti, e moralmente ricattatori, di genitori troppo zelanti nel non-educere un bel niente dal figlio – ma per dedicarsi attivamente all’occupazione studentesca e per chiedere a noi docenti non di fare il servizio d’ordine – ho fatto il servizio civile, volete che faccia il carabiniere a scuola? dimenticatevelo! – ma di partecipare e metterci in gioco a livello personale.
Da parte mia, spero che il programma dell’occupazione venga rispettato e che la mia presenza agli incontri tenuti da esperti autorevoli (alcuni di rinomanza nazionale) su eutanasia, “dico”, periferie cittadine, politiche americane post 11 settembre, ambiente, immigrazione e integrazione, volontariato, sia gradita.
Perché io me li godrò quegli incontri.

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64 Responses to Questioni di classe

  1. sarmigezetusa il 13 febbraio 2007 alle 13:16

    Ai miei tempi era solo l’occasione buona per provarci con quella che ti garbava – se non avevi lo sculo di innamorarti di una di destra.
    Nella mia scuola tutto era talmente conforme ai più biechi pregiudizi sulle occupazioni che il fumo lo andavamo a comprare all’ITIS (perchè la nostra era occupazione si, ma di brawi ragazzi)

  2. Marilena il 13 febbraio 2007 alle 15:58

    Mio caro,compito davvero arduo,il tuo.Ce ne vorrebbero tanti di professori come te! Zelante e passionale:metti tutto te stesso nell’adempimento del proprio dovere,e nel sostenere un’idea.Ma,l’ars educandi magna res nobis est! E non e’ da tutti essere capace d’intendere. I tuoi studenti,dovrebbero essere fieri di te! Apprezzo le tue qualita’,e son certa che il tempo non scalfira’ la bellezza del tuo essere.Simpaticamente,Marilena

  3. Silvia il 13 febbraio 2007 alle 17:43

    Caro Lo
    Sarò meno generosa delle altre tue fans… Il tuo articolo è una miscela di varie osservazioni, un po’ farraginose come è nel tuo stile, che spaziano dal critico al compiaciuto, mostrandoti ora come “il professore-guru”, ora come come “l’adolescente della porta accanto” che deve fare bella figura alla maturità… Ma qual era il tuo obiettivo?
    Certo, immagino possa dipendere anche dal taglio di “Nazione Indiana”, che è uno spazio che non conosco, ma in ogni caso meglio se non pubblicizzerai il tuo articolo fra i genitori che mandano i figli alle costosissime scuole private dove potresti insegnare… temo una stroncatura precoce di carriera!

  4. Alcor il 13 febbraio 2007 alle 19:51

    Ma alla fine, le scienze le imparano?
    O gliele insegnano i professori di storia e filosofia?

  5. carla bariffi il 13 febbraio 2007 alle 20:07

    Ah…se non ci fossero i professori!!!
    ciao Alcor

  6. Lorenzo Galbiati il 13 febbraio 2007 alle 20:59

    @Marilena
    Grazie per gli apprezzamenti, ma non giudicare i prof da un articolo: chissà, magari non sarei il docente ideale per i tuoi figli, se ne hai.
    @Silvia
    Non ho fans in questo sito, che io sappia. Non sapevo che giudicassi il mio stile farraginoso… comunque di certo non è lo stile con cui solitamente commento sulla Nazione Ind. e non è lo stile con cui ho scritto i tre articoli finora pubblicati qui precedenti a questo – lo dico non tanto per sconfessare la tua critica quanto per precisare che il taglio di Nazione Ind. è tutt’altro, almeno quello che io intravedo con più piacere.
    Mi chiedi quale sia l’obiettivo del mio post, ma se leggi bene è esplicitato nella parte iniziale del pezzo – e a quello si son aggiunti altri messaggi fra le righe… mica tanto “fra”, a ben pensarci. Aggiungo che lo stile con cui ho scritto rispecchia la mia predisposizione verso l’occupazione studentesca, quella fatta bene, che non ho timore a manifestare anche dal vivo, con colleghi e genitori.
    @alcor
    io qui ho parlato un po’ di filosofia della scienza, agli alunni parlo di scienza, non di filosofia della scienza: quella spero di comunicargliela in modo indiretto, subliminale per lo più.

  7. Lorenzo Galbiati il 13 febbraio 2007 alle 21:05

    PS A ben pensarci in classe V parlo anche un po’ di filosofia della scienza, specie prendendo spunto da temi quali l’origine e l’evoluzione dell’Universo, la teoria dell’evoluzione biologica e quella della tettonica delle placche.
    Lorenz

  8. Alcor il 13 febbraio 2007 alle 21:12

    ciao Carla

  9. lu il 13 febbraio 2007 alle 21:23

    L’accenno alle verità parziali non andrebbe sottovalutato. Credo sia intelligente sia la critica ai luoghi comuni sull’occupazione sia l’asserzione secondo cui i luoghi comuni possono essere veri. La tua verità parziale sta nell’autobiografismo di corto respiro: Tu vivi così la Tua scuola. La scuola non è così: MAGARI LE OCCUPAZIONI FOSSERO COME LE DESCRIVI ALLA FINE DEL PEZZO, CON QUELLE FUGACI OCCHIATE! Fumo, musica e sesso, altro che eutanasia e ambiente. Se invece è così da te sei fortunato, caro galbiati. Nelle scuole che ho conosciuto e di cui mi hanno raccontato no. Sono trent’anni che si ripete la necessità del “mettersi in gioco a livello personale”. Carichiamoci della distanza, una buona volta.

  10. sitting targets il 13 febbraio 2007 alle 21:42

    scusi galbiati, ma lei è favorevole o contrario?

  11. ErlKoniG il 13 febbraio 2007 alle 23:32

    caro lorenz, ti capisco- Ho insegnato per parecchi anni, mettendo a frutto il mio istinto e i miei lunghi studi in un ambiente estremamente stimolante e selettivo. Un anno avevo un intera classe di ragazzini, direi anche bambini… era tra il 1990 e il 1991 quando scoppiò la prima guerra del golfo. I media martellavano inesorabilmente giorno e notte con dirette iperboliche dai luoghi del conflitto per rimpallarsi negli studi venghino-siore-e-siori a parlare del grande “spetacolo nevvero” della guerra dei ‘mericani contro il cattivone Saddam. Ricordo che passai oltre un ora a rispondere alle domande dei bambini, non riuscii nemmeno ad incominciare l’argomento della lezione, avevano bisogno di una voce, di essere tranquillizzati, di esprimere le loro paure e acerbe opinioni ascoltando le mie. Alla fine dell’ora tutti presero le loro cose e uscirono urlando e correndo nel modo di fare tipico di quell’età, come se fosse scattato un relè e tutto il tempo passato prima fosse già dimenticato, in favore del gioco e della spensieratezza. Rimasi molto tempo in classe a farmi delle domande: sulle loro famiglie, sui loro modelli e se quell’ora fosse stata sprecata o invece risultasse utile. Conclusi che il ruolo dell’insegnante debba anche essere questo! E ora il fatto che degli adolescenti si prendano del tempo per confrontarsi e confrontare le proprie idee lo trovo splendido! Certo, i fancazzisti ci sono e ci saranno sempre, lì come dietro al bancone di un bar o su ogni tipo di lavoro, ma se sul totale anche solo il 20% di loro sapranno approfittare di questo spazio per mettersi in discussione, allora avremo il 20% di quel totale come parte di una società migliore. Grazie per questo bel post e so purtroppo che chi non ha insegnato per passione non può capire quello che intendi trasmettere.

  12. Lorenzo Galbiati il 14 febbraio 2007 alle 01:30

    @lu
    Caro jack, può darsi che io sia stato fortunato a incontrare certe realtà scolastiche. Ho premesso all’inizio che sto parlando di istituti e licei milanesi, non a caso.
    Sono convinto peraltro che le occupazioni odierne siano molto diverse da quelle di qualche generazione fa poiché molti docenti più vecchi di me mi han detto che ai loro tempi occupavano ed era tutto sesso fumo e musica; e loro stessi mi han detto che ora non è più così nelle scuole.
    In alcuni casi le occupazioni sono istituzionalizzate, con tanto di richiesta al preside e al corpo docenti; si arriva a volte a una cogestione, piuttosto che a una occupazione: a me è successo in una scuola privata 4 anni fa.

    Lei conosce altre realtà di segno diametralmente opposto?
    Si domandi perché, che tipo di realtà sono, quali cause determinano quelle situazioni, che bisogni vogliono esprimere quei ragazzi, perché questa è la verità parziale che importa noi docenti… o no?

    @Sitting targets
    Certamente io sono favorevole alla reunion dei Van der Graaf.

    @Erl
    Grazie per il tuo bel commento. Fare esperienza è imparare a insegnare.

  13. carla bariffi il 14 febbraio 2007 alle 09:32

    Bisogna ammettere, al di là di ogni luogo comune, che il mestiere di insegnante merita tutto l’ascolto e la stima possibili, la pazienza è la dote più grande, l’insegnamento il risultato più gratificante….
    Quando vado ai colloqui con i professori dei miei figli, nutro riverenza nei loro confronti, quella sorta di rispetto che ci richiama all’educazione, oggi così precaria.

  14. sitting targets il 14 febbraio 2007 alle 09:34

    scusi galbiati, chi sono i van der graaf? la “famiglia benvenuti” in salsa olandese che si riunisce dopo tempo? con henrik maria van breda? (salerno=breda, geograficamente vo’ comparando).

  15. marco rovelli il 14 febbraio 2007 alle 12:12

    Certo, ci vuole una buona dose di fiducia, di illusione pure, anzi: di ottimismo della volontà. Senza questo non reggi, da una cattedra. Mantenere le distanze, qui, significa consegnarsi a un destino di burn-out. E io – che per il momento insegno – non mantengo le distanze. Preferisco l’ingenuità, è più sana.
    E poi, vorrei dire che senza ottimismo della volontà, in realtà, non reggi da nessuna parte.

  16. giuliomozzi il 14 febbraio 2007 alle 12:12

    “L’occupazione è un momento di vero confronto e di crescita, se ben organizzata”.

    L’agenzia OO (Occupazioni Organizzate), con sede in Milano, è in grado di organizzare occupazioni scolastiche anche in tempi brevissimi, tariffe modiche, alta professionalità, trasgressioni controllate, antifascismo standard, tanto dialogo tra studenti e docenti, grandi botte di gioventù per i professori di sinistra, assoluta tranquillità per quelli di destra. Visita il sito http://www.oo.com!

  17. carla bariffi il 14 febbraio 2007 alle 12:18

    @Marco
    se non sono indiscreta che materia insegni?

    in quanto alla buona dose di cose che ci vogliono, dipende sempre dalla passione che ti spinge….

  18. marco rovelli il 14 febbraio 2007 alle 12:41

    @ Carla

    Storia e filosofia. O filosofia e storia, dipende dalla prospettiva…

  19. Alcor il 14 febbraio 2007 alle 12:41

    @carla
    insegna scienze. E adesso che mi ricordo anche nei pochi anni che ho insegnato a scuola era l’insegnante di scienze a “discutere con gli adolescenti, impostare discorsi dialogici con loro”.
    Quel mio collega gli insegnava anche a infilarsi non visti in sala professori perché gli sembrava che fossero poco trasgressivi.
    Forse è la nostalgia umanistica dello scienziato. Il loro romanticismo.
    Assai più cinici e gerarchici gli insegnanti di storia e filosofia.

  20. Alcor il 14 febbraio 2007 alle 12:42

    Ah scusate entrambi, @carla e marco.
    Credevo lo chiedesse a galbiati.

  21. carla bariffi il 14 febbraio 2007 alle 12:51

    va benissimo che mi rispondiate così, in sintonia, lo trovo bello.
    Due materie (storia e scienze) indispensabili
    la filosofia poi si impara….

    (p.s.trovo che scienze sia più difficile per la parte tecnica)

  22. silviu' il 14 febbraio 2007 alle 13:02

    scusa l’irruenza prof, ma sono una niuentri.
    quando fai un po’ di epistemologia è più alla Popper o alla Bateson (o altro e/o eventuale).
    e poi, siccome il mio cucciolo più grande fa la 4a elementare e mi sto portando avanti coi lavori, insegni nel privato o nel pubblico? e se è la seconda di che indirizzo? e poi di ruolo, nomina annuale o precario?

  23. marco rovelli il 14 febbraio 2007 alle 13:06

    E’ vero, gli insegnanti di filosofia e storia spesso sono cinici e gerarchici. (Penso poi ai vecchi, come il mio del liceo, imbevuti di crocianesimo – qua si fa storia della filosofia, non si fanno domande! – per un po’ ho avuto il rifiuto della filosofia, grazie a lui.) Per questo sembro a molti fuori posto, in quel ruolo. Specie ai colleghi, la maggioranza dei quali sono cinici e gerarchici a prescindere dalla materia.

  24. carla bariffi il 14 febbraio 2007 alle 14:03

    è indispensabile, io credo, per un buon insegnante, il rigore nello svolgere la propria professione.
    Sono loro -i vecchi gerarchici- che in genere ricordiamo.

    i ragazzi oggi sono molto difficili da gestire
    e voi ne sapete qualcosa!

  25. marco rovelli il 14 febbraio 2007 alle 14:13

    Io li ricordo, sì. Ma ne ho un pessimo ricordo… In ogni caso – rigore si coniuga necessariamente a cinismo e gerarchia? Non lo credo. Nè lo pratico: dai ragazzi “pretendo”. E tento di pretendere senza autoritarismo, piuttosto instaurando un “clima dialogico”, e tentando di comprendere anche le dinamiche relazionali di chi ho davanti, empatizzando con ciascuno di loro (anche se in questo, talvolta, ho ecceduto). Ho un amico fraterno, oggi, che in passato è stato mio allievo, non a caso.
    Un discorso a parte andrebbe poi fatto sullo specifico disciplinare, sul senso che ha oggi continuare a insegnare storia della filosofia, e non provare, “più modestamente”, a fare filosofia.

  26. carla bariffi il 14 febbraio 2007 alle 14:24

    – empatizzando con ciascuno di loro –
    Gran bel compito per un insegnante!
    Auguri Marco!

  27. alanina il 14 febbraio 2007 alle 15:09

    Alcor: “Ma alla fine, le scienze le imparano?
    O gliele insegnano i professori di storia e filosofia?”

    Non scherziamo.
    Chiaramente, i professori di storia e filosofia non gliele insegnano.
    Normalmente, quelli di scienze neanche.
    Ovviamente, quindi, gli studenti non le sanno.
    Tuttoqui.

  28. Alcor il 14 febbraio 2007 alle 15:21

    E perchè non dovremmo scherzare?
    Si ride per non piangere, a volte.

  29. caterina il 14 febbraio 2007 alle 15:27

    …altrochè!

  30. carla bariffi il 14 febbraio 2007 alle 15:48

    Alcor, ci avrei giurato che insegnavi!

  31. Lorenzo Galbiati il 14 febbraio 2007 alle 16:31

    @alanina
    secondo te che fanno i professori di scienze quando sono in classe?
    così, tanto per capire.

    @ bariffi
    spesso si ricordano i professori più rigidi, distaccati, severi? solo se sapevano spiegare bene.
    si può essere autorevoli senza essere rigidi: è più difficile ma la strada stretta è spesso la migliore e di certo dà più a te e più ai ragazzi, se non altro perché per entrambi si è in continuo esercizio per “prendersi le misure” a vicenda. un docente che sceglie questa strada sa già che dovrà chiedersi spesso, in relazione alla scuola, alla classe in cui insegna, e anche in relazione ai singoli, qual è la linea di confine che gli alunni non devono superare: questa è un’attività che a me chiede e dà molto a livello emotivo, e a cui non voglio rinunciare, non solo per me ma anche per l’effetto che ha sui ragazzi, “costretti” a far fronte in modo multiforme alle proprie istanze emotive nei miei confronti.

    @ silviù
    sono un biologo evoluzionista, ho poco da spartire con Popper e non conosco bene Bateson. La mia epistemologia non saprei descrivertela, ma di certo prende spunto da Mayr e Gould che, come ogni evoluzionista di certo spessore, erano anche filosofi della scienza.
    Per il resto sono un docente precario che insegna da 10 anni, prima nelle private e ora, da 4 anni, nel pubblico. In altre parole: a settembre per l’ennesima volta cambierò scuola.

    @Mozzi
    Non so se lei sia ignorante su quello che ha fatto il fascismo per rovinare la cultura scientifica come lo ero io fino a 5 anni fa. Nel mio caso, grazie alle lezioni di Roberto Maiocchi – storico della scienza della Cattolica milanese – impartite durante un master, ho imparato molto in proposito. Maiocchi ci ha praticamente raccontato le linee principali del suo libro “Scienza italiana e razzismo fascista”, del 1999, e in anteprima ci ha fornito importanti e interessanti informazioni poi raccolte nel suo recente libro “Gli scienziati del Duce – Il ruolo dei ricercatori e del CNR nella politica autarchica del fascismo”, che in ogni caso le consiglio, se non teme di diffondere poi “antifascismo standard”.
    Ecco cosa si trova su internet:
    Roberto Maiocchi: Gli scienziati del Duce

    Carocci editore, pagg. 329, Euro 25.50

    Il nuovo libro di Roberto Maiocchi, dal sottotitolo “Il ruolo dei ricercatori e del CNR nella politica autarchica del fascismo”, mostra come scienziati e tecnici furono direttamente implicati nel progetto autarchico sia a livello culturale sia istituzionale. L’autore è ordinario di Storia della scienza presso l’Università Cattolica di Milano. Il volume è basato su materiale d’archivio, finora inesplorato, che presenta un vasto campionario di sperimentazioni legate all’autarchia, cioè alla politica del fascismo volta a costituire un’indipendenza economica dell’Italia dall’estero in previsione della guerra.

  32. Alcor il 14 febbraio 2007 alle 16:40

    @carla

    InsegnAVO. L’ho fatto per pochissimi anni, ci vuol pazienza e io ne ho poca, soprattutto con gli adolescenti, non fanno per me.

  33. alanina il 14 febbraio 2007 alle 17:19

    Lorenzo: scusa, non ho pensato che poteva sembare un’ affermazione rivolta a te personalmente. E’ solo che l’insegnamento delle scienze che ho ricevuto ai miei tempi a scuola è stato a dir poco patetico, e a quanto mi sembra di vedere in giro non è granchè migliorato da allora. Le ragioni sono quelle che tu giustamente elenchi nel tuo pezzo, e anche (conseguentemente) lo stato di brutale vessazione degli insegnanti di scienze in termini di possibilità di crescita profesionale, di stipendio, di apprezzamento sociale. E veramente questo vale per tutti gli insegnanti, ma per quelli di scienze di più. Non posso sapere come insegni le scienze, ma se per caso le insegni decentemente, sei ai miei occhi poco meno che un eroe.

    Alcor: altrochè… :-)

  34. carla bariffi il 14 febbraio 2007 alle 17:28

    Lorenzo, grazie per la risposta
    ( io in famiglia ho avuto tutti insegnanti, dai genitori alle zie ai nonni)

    e comunque il tuo – vostro – mestiere di insegnare, rimane una grande professione!

    Alcor, secondo me la pazienza ce l’hai!
    sai ascoltare.

    ciao

  35. lu il 14 febbraio 2007 alle 17:41

    caro lorenzo,
    non è colpa mia se la maggior parte delle scuole in cui ho insegnato e studiato sono diverse dai suoi licei.
    Credo che sia importante ricordare (vale sia per lei che per alderano) che i licei sono delle oasi! Attenzione! Sono un altro mondo!

  36. eclissidisole il 14 febbraio 2007 alle 22:18

    Caro Lorenz,
    ti parlo come se fossi uno di quegli studenti, visto che ho lasciato la scuola circa tre anni fa.
    L’occupazione era organizzata anche nella mia città, e come sempre veniva osteggiata dai prof. di vecchio stampo che la vedevano solo come una perdita di tempo.
    E perdita di tempo era per il 90% degli studenti che avevano l’occasione di fare casino e di cazzeggiare con canne e sigarette…
    Poi però c’erano quei 2-3 rappresentanti di istituto con a seguito una ventina di ragazzetti che avevano il coraggio di interpellare il preside, prendelo di petto (ma con educazione) e di rivolgersi ai prof. un pò più aperti che magari, non ti venivano in contro al 100%, ma almeno di ascoltavano un pò.
    Ascolatavano ad esempio il disagio nel vedere la nipote della prof di matematica che di matematica con ne capisce niente, ma che viene promossa con 8, ti ascoltavano il disagio nel vedere il figlio dell’ex sindaco ed ora assessore alla regione che veniva promosso ogni anno malgrado una presenza saltuaria, ascoltavano tutti questi argomenti che lasciavano l’amaro in bocca a ragazzi di 16-17 e 18 anni che ancora un pò illusi dalla vita, proprio non volevano sottostare a questi abusi.

    Non so se ho ben capito, ma da come scrivi, mi sembra che uno di quei prof. aperti agli studneti sei proprio tu… nel mio isituto ce ne erano al massimo due… sinceramente ti auguro di avere più colleghi come te che ti possano aiutare nel tuo modus operandi all’interno del liceo, perchè, se c’è una cosa che uno dei miei prof. mi ha insegnaro è che da soli, alla fine si fa poco, molto poco.

    Ciao, eclissidisole

  37. vins gallico il 15 febbraio 2007 alle 00:43

    non condivido minimamente il parere di silvia: non mi sembra che il buon lorenz esprima concetti “farraginosi”, nè tanto meno che questo sia il suo stile in generale.
    condivido invece molto di quanto ci ha raccontato. e spesso rimago anch’io con ‘sto gran bel dilemma: è giusto che i “marmocchi” sappiano oppure capiscano?
    una sola bacchettata pedante al galbiati: sul punto” italianità ossia della natura emotiva, irrazionale, artistica e amante delle contraddizioni, dell’agire carismatico, se non autoritario, degli italiani”: lorenz! natura? socializzazione, va’, educazione, allevamento, ma natura proprio no!

  38. Andryyy il 15 febbraio 2007 alle 09:40

    Caro Lorenz
    Sono assolutamente d’accordo con quanto dici nella prima del post, sul fatto che la scuola non debba unicamente fornire nozioni ma anche far crescere gli allievi tramite la discussione e il confronto. Proprio ciò che manca alla scuola di oggi; e ciò che la rende, purtroppo, inadatta ai tempi correnti.
    Rispetto a te, invece, non ho molta fiducia nelle assemblee di istituto o di classe. Potenzialmente sarebbero degli strumenti potentissimi per la crescita intellettuale dei ragazzi; il problema, però, è che durante le assemblee si fa di tutto meno che discutere. Le assemblee dovrebbero essere guidate dai docenti; le si potrebbe anche rendere oggetto di valutazione, per stimolare i ragazzi a partecipare più attivamente.

  39. mauro baldrati il 15 febbraio 2007 alle 09:52

    “Mi interessa seguire lo sviluppo cognitivo degli adolescenti offrendo loro strumenti affinché possano includervi le competenze logico-deduttive, le capacità di analisi e sintesi, la maturità di saper impostare un discorso in modo produttivo e coerente, fino ad arrivare a formulare un giudizio spassionato e sempre passibile di cambiamento per amore della verità”

    Mia figlia è oppressa da professori interessati solo al nozionismo fine a se stesso, che impostano la didattica sulla punizione, la colpa, il tutto non scevro da forme più o meno sotterranee di sadismo. Sentire parlare un professore come te mi tira su il morale. Vorrei, Lorenzo, che tu insegnassi nella scuola di mia figlia. Non puoi fare una domanda di trasferimento a Bologna?

  40. carla bariffi il 15 febbraio 2007 alle 10:00

    ….anche per Lecco, la domanda, grazie!

  41. sitting targets il 15 febbraio 2007 alle 10:14

    carla bariffi, conosco la sua zona palmo a palmo. vengo domenica? mi fa cortesemente trovare un primo + secondo + contorno + caffè ammazzacaffè e sigaro?
    e poi riposino ensemble? eh?

  42. carla bariffi il 15 febbraio 2007 alle 12:13

    niente sigari in casa mia!

    ciao Superman!

    p.s….ti consiglio di visitare l’Orrido.

  43. giuliomozzi il 15 febbraio 2007 alle 12:53

    Ho letto il libro di Maiocchi, che è interessante.

  44. Alcor il 15 febbraio 2007 alle 14:09

    La famiglia no, eh?
    Ho il ricordo di famiglie che non sarebbero bastate tre scuole.
    E di famiglie che arrivavano solo per dire non toccate il mio bambino/a.
    Ma ho anche il ricordo di insegnanti egocentrici, vanitosi, supponenti, giudicanti, pieni di sé che alle famiglie dicevano non disturbate il manovratore.

    @Baldrati, la tua descrtizione mi ricorda un po’ Dickens, ma toglila di lì, la povera creatura.

  45. Alcor il 15 febbraio 2007 alle 14:09

    descriz

  46. carla bariffi il 15 febbraio 2007 alle 15:02

    non ci sono più le famiglie di una volta, cara alcor…

  47. sitting targets il 15 febbraio 2007 alle 17:35

    cos’è l’orrido?

  48. ditz il 15 febbraio 2007 alle 19:14

    Le correzioni… non sono nemmeno quelle di Franzen. La scuola non è nemmeno quella di Luchetti. Con Silvio Orlando.

    Allora che fare? Ci provano un bel po’ di scrittori in questo periodo. Alessandro Banda dopo Paola Mastrocola e Domenico Starnone.

    Scrivono libri sulla scuola. E li scrivono bene, soprattutto. Li leggi che è un piacere, se fai il prof di professione. Se sei un prof per davvero, insomma.

    Ci starebbe pure di fare il prof in un altro modo, nella mia mente bacata.

    Che stai a fare in classe, dico, se le distanze aumentano con l’età?

    La scuola è destinata a diventare una enorme defilippata. Ma non eduardesca… magari… solo una specie di laboratorio dove ci si sfida come inautentiche bianche cavie da show tv.

    Forse i ragazzi ci andranno più volentieri. Non mi sento nemmeno di metterci il condizionale. Non dico ci andrebbero… sento che è una cosa naturale.

    Credo in una normale estinzione della scuola che conosciamo noi. Noi che c’abbiamo studiato qualche decina d’anni fa. Noi che a scuola ci lavoriamo adesso.

    Un enorme dinosauro pronto a dare l’addio a questo mondo. Ecco la scuola. Si muove, per modo di dire. La velocità è ridottissima. Rallentare è il suo verbo. La scuola rallenta: è scritto nel suo dna.

    Tutto annichilisce. Una polveriera di inesplose virtù. Poi convogliate nel binario-vizi. Prof incartapecoriti nutrono miserrimi resti di ormonucoli: non appena inquadrano da lungi la prof. suppl. belloccia del mese, la circuiscono con vorticosi pressing sacchiani… la osannano di mariavergini, la palpeggiano con gli occhi che si tumefanno nell’aprichiudi del loro palpebrare.

    Poi al suono dell’ora tutto ritorna lento. Pressing sfiancante lascia il posto al rito dell’appello. Un rito lacrimevole. Uno squallido desolante appello. Una chiavica d’appello. Come una formazione infinita. Così è l’appello…

    Un unico continuo serpente interminabile di cognomi e nomi… per tutta la vita, o almeno per tutta la vita da prof…

    Ma sennò… che fare?

    Cambiare lavoro? Detta così no. Non va bene. Sembra che uno entri in classe col magone. e invece no. E’ l’esatto contrario. La felicità di insegnare, di in-segnare, di lasciare il segno, una bella z di zorro che subito diventa p di prof.

    prof col registro dell’appello perduto

  49. carla bariffi il 15 febbraio 2007 alle 19:55

    Ha, l’Orrido di Bellano!
    è una cava profonda,
    scolpita nella roccia,
    liscia come la pelle più levigata di una donna,
    dove l’acqua sgorga in piena…

    Ammaliante!

  50. Pensieri Oziosi il 15 febbraio 2007 alle 23:39

    Per una prospettiva diversa si può leggere l’intervento di Lia su Haramlik.

  51. Lorenzo Galbiati il 16 febbraio 2007 alle 01:28

    Un ringraziamento a tutti i commentatori.
    Vins, in effetti hai ragione, la “natura” degli italiani è un concetto un po’ mitico, per essere gentili.
    Baldrus, quando vengo a Bologna ti faccio un fischio, magari ci si vede.

  52. tashtego il 16 febbraio 2007 alle 08:29

    se la cultura italiana e i programmi scolastici sono in debito di scienza è anche a causa del fatto che il Paese è impregnato di cultura cattolica, la cultura anti-sciantifica per eccellenza.
    il lisceo italiano è una vera macchina da guerra nella creazione di poveri stronzi, illusi e incapaci (tra i quali non faccio difficoltà ad annoverarmi).
    detto questo per dovere di ruolo, io non so come dovrebbe essere la scuola e mi pare che non lo sappiano neppure quelli che arricciano il naso e si lamentano non appena la si nomina, Motsi compreso.

  53. tashtego il 16 febbraio 2007 alle 08:29

    scientifica

  54. The O.C. il 16 febbraio 2007 alle 10:47

    Dalla Autogestione alla Cogestione.
    Ecco lo stato delle nostre scuole.

  55. andreina il 16 febbraio 2007 alle 15:56

    hO, sì!

  56. alanina il 16 febbraio 2007 alle 16:19

    Mr. Tash, se per caso dice anche a me (quelli che arricciano il naso), ha ragione: non so bene come dovrebbe essere la scuola oggi. Sono convinta però che l’attenzione all’insegnamento e alla sua qualità dovrebbe essere di alcuni ordini di grandezza superiore a quello che è. L’impatto sulla società di una cattiva scuola (in maggior misura) e di una cattiva università (in minor misura) non è lontanamente paragonabile, a mio avviso, all’inefficienza di qualunque altra struttura pubblica. L’insegnante è qualcuno che ha un impatto potenziale sulla società infinitamente superiore a quello, per esempio, di un chirurgo, eppure non c’è bisogno di spiegare la differenza tra la considerazione generale (per tacer dello stipendio) di cui gode un chirurgo rispetto ad un insegnante di scuola. Credo.

  57. ditz il 16 febbraio 2007 alle 18:34

    Aggirarsi tra i banchi e ricordare. Fa bene. A chi insegna in classe. A chi insegna fuori dalla classe. Cioè a tutti.

    Quelli che insegnano italiano lo sanno già. E se non lo sanno ci facciano caso. La prossima volta. Per i ragazzi il compito d’italiano rimane una cosa abbastanza seria. Scalpitano a forza di brusii, vogliono conto di, cercano aggettivi poco lisi, addomesticano iperboli per, trasgrediscono a forza di misteriosi ossimori, si imbellettano con spiazzanti e colorate metafore, sforano il limite della sineddoche. Ma rientrano in tempo.

    Magari sbagliano a scrivere po’ (e scrivono pò). Ma stai a guardare il pelo… Certo ci mettono x per dire per, ma ormai è d’uopo.

    Sanno scrivere anche cose poetiche. Hanno il misurino delle parole. Magari le sceglieranno un po’ a caso. Anche goffamente. Ma chi se ne frega.

    Sperando che non ci si ostini a chieder loro di scrivere un saggio breve o un articolo di giornale, o un testo argomentativo o quello pallosissimo solo da leggere detto, umh, non ricordo: istruttivo? no… insomma, quello delle ricette o roba del genere… regolativo, ecco, sì… odioso!

    Certo sarebbe bello che in classe ai nostri studenti chiedessimo, che ne so, scrivi di te, a ruota libero, ti do due coordinate e poi fai tu, non ti preoccupare: sbaglia, scrivi degli errori in cui sei incappato, ma scrivi, non tenerti tutto dentro, no non sono il tuo psicologo ma il compito non lo faccio vedere ai tuoi genitori, vai tranquillo, inventa crea, lascia spazi, colorali, di parole, sbagliate, giuste, che importa…

    Studenti a compito finito

  58. Fabio Rubini il 16 febbraio 2007 alle 18:52

    Leggere d’occupazzioni, è tornare ai miei 16 anni. Anni 70,anni di piombo,anni d’occupazzioni con la cellere che caricava dentro la scuola di assemblee prese fisicamente. Perchè nessun governo, destra, sinistra,fascista, comunista o un ista che volete voi, ha mai regalato democrazia “demos crazia” governo del popolo,per chi non ricorda il significato delle parole,vere ed uniche armi, di chi non vuole il potere perchè ne conosce l’intimà inutilità. E riferendomi alle verità scientifiche oggettive, consiglio al prof. di leggere e commentare “La livella” di A. De Curtis in arte Totò. un saluto a tutti quelli che hanno ancora voglia di pensare.

  59. Alcor il 16 febbraio 2007 alle 20:34

    @alanina,

    sarei anche d’accordo, sul maggior peso che dovrebbe avere la scuola rispetto all’università, se non fosse un cane che si mangia la coda.

  60. tashtego il 16 febbraio 2007 alle 23:14

    @alanina
    concordo

  61. sergio pasquandrea il 17 febbraio 2007 alle 15:53

    Interrogo due ragazze di secondo superiore. Argomento: Roma, tra la fine delle guerre puniche e l’inizio delle guerre civili.
    La prima mi espone, brevemente ma con cognizione di causa, le conseguenze dell’espansione territoriale di Roma e le ragioni che portarono alla crisi della repubblica. Riflette, critica, collega i fatti. Ha anche letto e approfondito. La faccio parlare dieci minuti e le metto otto.
    La seconda passa venticinque minuti a farmi un elenco di battaglie e date. Non ha idea del perché siano avvenute quelle battaglie. Ha letto che il console è morto, ma non si è chiesta chi è il console e perché era lì. Ha letto che Roma ha conquistato la Siria e che i commercianti si sono arricchiti, ma non riesce a vedere il nesso tra i due avvenimenti. Le metto cinque e mezzo.
    Gli altri della classe mi criticano perché “Margherita ha ripetuto tutto il capitolo, Eleonora ha detto solo un paragrafo”. Sì, cerco di far loro capire, ma voi non siete pappagalli, non voglio che ripetiate le cose, voglio che le capiate, e casomai le critichiate. Mi guardano senza capire. Sono state abituare a ripetere, non a pensare.
    Mi cadono le braccia.

  62. ditz il 18 febbraio 2007 alle 18:34

    Un giorno perfetto, il giorno che la scuola sarà diversa. Completamente. Così è inutile. Così ci si fa del male.

    Cambiarla tutta. Dalla a alla z. Come? Difficile a dirsi. Forse l’approccio. Mi capita di vedere ragazzi arrivare al liceo e non sapere che dire. Non hanno mai parlato.

    Forse hanno sbagliato a non coinvolgerli. Se hanno sbagliato. Ma chi può dirlo?

    Loro arrivano e si siedono (a volte qualcuno tentenna prende tempo parlotta col compagno butta una carta, et cetera).

    Appello. Assenze. Giustificazioni. Libretto da firmare. Registro di classe e personale da riempire di cose.

    Poi la lezione dovrebbe cominciare. E lì nascono i problemi. Perché quelli bravi saranno bravi “a prescindere”. Quelli meno bravi o poco interessati o per nulla interessati bisogna trovare il modo di interessarli.

    La cosa di interessare i ragazzi poco interessati non è che sia difficilissima. Solo che non si può fare.

    O lo fanno tutti, all’unisono, o quasi. Oppure è inutile. Se uno entra in classe e invece di spiegare dice che racconta un fatto già va meglio. Ma se poi un altro entra e dice che spiega… e quelli dormono e il feedback rimane scritto sui libri di teoria e la didattica è fognosa… è tutto inutile.

    Il giorno perfetto ci sarebbe se gli insegnanti capissero che è un lavoro inutile quello di recitare rosari in classe.

    Basta recite.

    Poi basta cattedra.

    Poi basta banchi.

    Ma nessuno lo vuole.

    Perché se togli le cattedre dalla classe poi toglierai i palchi dai comizi (ma chi va più ai comizi? ma ci sono comizi? al limite incontri! al cinema!)

    In ogni caso, anche se già non ci sono più, i comizi rimangono nella testa della gente. Rimangono nella loro memoria biologica. Si annidano. Difficile toglierli.

    Un primo passo sarebbe appunto togliere quelle cazzo di cattedre e quei cazzo di banchi. Parlare di cose possibili. Modificare la litania.

    Basta con pletoriche informazioni. Già ne hanno troppe. Cosa vuoi informare ancora?

    Fai un po’ di laboratori. Lascia che alcuni sia facoltativi. Chi vuole dedica un po’ di tempo alla musica… Basta col flauto a tutti i costi.

    Metti laboratori di scrittura creativa, di lettura e teatro, di economia aziendale, di calcolo astronomia che ne so di latino : ma sì, lo so che ci sono. Ma sono finti.

    Perché c’è ancora l’interrogazione e l’impreparato. Solo che se provi a cambiare le carte in tavola, se gli smonti quell’ideuzza della lezioncina imparata a memoria a casa tra un tamagotchi e una randellata al pulsante di playstation 3… è finita.

    scuola a registro rotto

    Loro devono abituarsi a fare.

    Nelle Città invisibili di Italo Calvino tutto è mentale rarefatto astratto. Prendi quel mondo e ci metti tutto il reale che vuoi. Il tuo reale. E lasci che si incontrino diafano e tangibile: come un disegno di dio.

    scrittore nella città perduta

  63. alanina il 19 febbraio 2007 alle 12:59

    madame Alcor: probabilmente ha ragione. E’ che stavo pensando alla mia mitica maestra delle elementari. Quella l’università non l’aveva fatta davvero: quattro anni di magistrali e via in trincea… Adesso dovrebbe avere una novantina d’anni, qualcosa mi dice che è viva e vegeta, aveva quel non so che, quel vago stile highlander… :-)

  64. alanina il 19 febbraio 2007 alle 13:08

    … e insomma quel che voglio dire è che ha fatto per me più di tutti gli insegnanti che ho incontrato dopo messi insieme.



indiani