Hegel, Genna e la televisione

15 febbraio 2007
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televisione.jpg

di Valter Binaghi

Hegel diceva che il giornale è la Bibbia dell’uomo moderno, ma non conosceva la televisione. Il giornale è ancora Vecchio Testamento: la notizia che esalta o deprime, e comunque irrimediabilmente incombe, scolpita nello scritto come un nuovo Decalogo; il principio di realtà ha ancora qualcosa dei fulmini di Jahvè, nell’ingiungerti di conformare ad esso la tua visione del mondo.


La televisione invece è l’Emmanuele, Dio con noi: propone la notizia nel tono familiare della chiacchiera, quando non la fa accadere direttamente sotto i tuoi occhi, ma avvertendo rapidissimamente l’accoglienza del pubblico definisce l’importanza della cosa in corso d’opera, da un tg all’altro, da un giorno all’altro, amplificando o riducendo, modificando la profezia secondo gli umori dell’Auditel, nello stile di un Nuovo Testamento interattivo. Un Dio malleabile.
Il reale è ancora razionale? Chiederebbe Hegel.
Non saprei, dice Bruno Vespa, ma è senz’altro più domestico.

Quando la notizia è ritenuta degna di impegnare gli ormoni dell’utente oltre la sveltina di un notiziario, allora c’è l’approfondimento serale: il talk show, la bottega delle opinioni dove il manichino di umanità che sei diventato può trovare appesi come capi d’abbigliamento i sentimenti che il fatto del giorno suscita, recitati da opinionisti di mestiere: indosserai curiosità, meraviglia e indignazione come se fossi tu stesso a provarli.
La televisione, educa alla vita e alla morte.

Giuseppe Genna direbbe che il grado zero della palingenesi televisiva italiana è stato il piccolo di Vermicino, la sua morte in diretta nel pozzo. Difficile dargli torto. Insieme ai soccorritori impotenti, quella notte abbiamo imparato che si può veder morire senza morirne. Si potrebbe aggiungere che la mammina di Cogne è un’altra pietra miliare nella pedagogia dei sentimenti: si può uccidere senza ricordarlo e senza perdere un gradevole aspetto umano. Poi arriva il povero Welby, messo in posa per morire dal guru dei digiuni. Il paranoico è quello che cerca un nesso a tutti i costi, l’idiota quello che per principio lo esclude.
Al centro è il monarca. Dov’è il monarca?

 

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158 Responses to Hegel, Genna e la televisione

  1. GiusCo il 15 febbraio 2007 alle 17:45

    “Poi arriva il povero Welby, messo in posa per morire dal guru dei digiuni”.

    Binaghi, il guru dei digiuni è uno dei pochi che, nei fatti politici (cioè in ciò che poi diviene legge dello stato, non dunque nelle chiacchiere o nelle analisine da blog), sta facendo riconoscere da più di trent’anni a questa parte diritti a chi non li aveva. Il povero Welby questo cercava e questo probabilmente avrà da morto, per altri nella sua situazione. Mi pare conveniente, no?

  2. georgia il 15 febbraio 2007 alle 18:03

    Ma hegel non diceva che il giornale è la preghiera del mattino dell’uomo moderno?
    Perchè mai la bibbia?
    Dio bonino, ma ‘un è un po’ troppo peso come concetto? :-)

  3. sitting targets il 15 febbraio 2007 alle 19:05

    ma che lingua parla, scusi? peso? ma che dice? concetto peso? ma và là, và, vada a darsi una rinfrescatina all’idioma. evvada! marsch!

  4. Valter Binaghi il 15 febbraio 2007 alle 19:50

    @ GiusCo
    Io le imprese del guru le leggo in modo diverso. Assolutizzazione dei diritti dell’individuo (inteso come adulto e responsabile) a spese di qualsiasi vincolo comunitario. Quindi nessun diritto a chi non può rivendicarne (vedi nascituri ma non solo) ma anche nessun obbligo da parte della comunità a occuparsene. E’ l’equivalente dell’ultraliberismo in economia.
    Totale disponibilità della vita e della morte (protette non solo dall’ombra mitica del sacro, ma anche dall’etica comunitaria) al pragmatismo dell’agire tecnico.

    @ Giorgia
    Hai ragione, è un po’ peso. Ma è questo il vero conflitto di civiltà.

  5. georgia il 15 febbraio 2007 alle 19:52

    e Lei … si legga la bibbia quotidiana la mattina con caffè e cornetto … poi vedrà che insostenibile leggerezza :-)

  6. Valter Binaghi il 15 febbraio 2007 alle 19:52

    Azz…. Georgia.
    Lo so che non ti piace che si sbagli a scrivere il nome.

  7. georgia il 15 febbraio 2007 alle 19:56

    valter più che peso, penso sia una madornale ciofeca (nel significato originale) … perchè NON era la bibbia, era solo una preghierina da poche lire come il giornale;-)
    E poi … neppure io sono giorgia ma gEorgia ;-)

  8. georgia il 15 febbraio 2007 alle 19:56

    beh ti sei ripreso in tempo :-)))
    perdonato al 50%

  9. Pensieri Oziosi il 15 febbraio 2007 alle 20:19

    Io a Hegel rispondo con Calvino e Hobbes.

  10. Enrico Cerquiglini il 15 febbraio 2007 alle 22:32

    La televisione non credo che dia notizie o che informi. Il suo compito è formare cittadini, pardon consumatori docili. Tutto è finalizzato a questo. La “pseudonotizia”, la notizia autoreferenziale, l’abbattimento di tabù come la morte in diretta, come il primo piano sul reo non sono che un restringimento dell’essere umano e del suo agire. Un mondo ridotto a format e riproposto a latitudini diverse, coi rispettivi Vespa, Floris, Santoro, Lerner a vivisezionare il fuscello con presunti obiettivi etico-morali, mentre sono sacerdoti del vero Dio, malleabile e flessibile ma allo stesso tempo spietato: il Mercato.
    Una vera televisione dovrebbe aprire tutti i tg con le notizie dei migliaia di bambini crepati nel giorno per denutrizione, per malattie infantili o per essere utilizzati come pezzi di ricambio. Un vero tg dovrebbe vedere la realtà, non partecipare alla ballata dell’irrealtà.
    Ma questo è un sogno e forse esula dalle intenzioni dello scritto pregevole di Valter Binaghi.
    Chiedo scusa dell’intrusione

    Enrico Cerquiglini

  11. Mario il 16 febbraio 2007 alle 01:30

    @ enrico cerquiglini

    “Un vero tg dovrebbe vedere la realtà, non partecipare alla ballata dell’irrealtà.”

    Sarebbe dunque irreale il mondo alle nostre latitudini?
    Non sarebbe più “scientifico” dire che è la sola parte di realtà di un qualche interesse per “noi”?
    E se il mercato ha vinto, come ha vinto, è “colpa” del mercato?

    Il “bello” della realtà è di essere reale: è molto probabile che Binaghi abbia torto e che noi al mattino si mangi brioches.

    ‘notte

    Mario

  12. sergio garufi il 16 febbraio 2007 alle 02:10

    @enrico cerquiglini
    “Chiedo scusa dell’intrusione”

    fanne più spesso, di intrusioni così.

  13. georgia il 16 febbraio 2007 alle 10:41

    volevo aggiungereuna cosa perchè temo di aver offeso valter con qul “ciofeca” e NON era mia intenzione farlo.
    Prima di tutto Ciofeca vuol dire schifezza, ma io l’ho usato nel significato originario di caffe scadente (visto il riferimento al mattino e alla lettura dei giornali) . e poi il ciofeca non era diretto al pezzo, che in realtà un po’ mi piace, ma solo alla citazione errata in quanto hegel non ha mai detto che il giornale è la bibbia del mattino ma solo la preghiera del mattino (e c’è una differenza appunto di peso).
    Detto questo trovo esatta la frase finale Il paranoico è quello che cerca un nesso a tutti i costi, l’idiota quello che per principio lo esclude e mi riconosco nel paranoico anche se invidio gli idioti :-)
    geo

  14. Giuseppe Iannozzi il 16 febbraio 2007 alle 11:02

    A parte che l’articolo è d’una confusione immensa, il che non è affatto buono per nessuno, la televisione lasciamola a chi la sa fare, cioè nessuno, e lasciamo possibilmente che la realtà sia una cosa tangibile e la finzione nei libri. Questo per dire: la tragedia di Vermicino, quella di Cogne, non sono le uniche, sono solamente due aghi in un pagliaio ben più grande, un pagliaio di tragedie che è presente in cronaca un giorno sì e uno no. L’attenzione mediatica si concentra, morbosamente, su due casi soli: ne fa spettacolo. Ne fa spettacolo in televisione, le sfruttano gli scrittori, fino all’inverosimile, senza vergogna alcuna. Quando morì Pantani, la rete era già pronta a sfornare racconti sul Pirata. E così ha fatto, la Rete. La Tv pure.
    Tutti spettacolarizzano la morte, il dramma, per un tornaconto materialistico, altro che Hegel e Dio. Materialismo e null’altro.

  15. georgia il 16 febbraio 2007 alle 11:18

    iannozzi non è che tu abbia detto cose strabilianti :-) … ma il massimo della banalità la raggiungi in questa frase: “lasciamo possibilmente che la realtà sia una cosa tangibile e la finzione nei libri”… ma che cazzo vuol dire? … pigli lezioni private dalla filippi?
    Quali libri poi? i libri sono tanti. Tanti come le stelle ma tu vedi solo la stella di negroni.
    Io non amo hegel, ma forse un po di lezioni su di lui non ti farebbero mica male ;-)

  16. Valter Binaghi il 16 febbraio 2007 alle 11:34

    @ Georgia
    Ho strapazzato volutamente la citazione di Hegel perchè mi serviva per l’analogia dei due Testamenti (Hegel e la Trimurti mi perdonano, perdonami anche tu)

    @ Iannozzi
    Lo so che non c’è nessun bisogno di stigmatizzare le brutture della televisione, ma io volevo essere ancora più cattivello: banalizzare e spettacolarizzare la morte è forse è un modo per addestrarci a darla e a riceverla senza pudore nè indignazione – tecnicamente, appunto. La televisione in vent’anni ha trasformato l’uomo in un mutante. Guardatevi in giro, ragazzi, e guardate i giovani dai vent’anni in giù.

  17. georgia il 16 febbraio 2007 alle 11:50

    non so se ti perdono.
    Non mi piace chi violenta le citazioni facendole passare per vere (senza indicatori ironici), è un modo infingardo e irresponsabile per addestrarci a dare strafalcioni e a riceverne senza pudore nè indignazione :-)
    geo

  18. gina il 16 febbraio 2007 alle 11:56

    non è la tele che ha “trasformato l’uomo in un mutante”.
    ma la tecnica nella fattispecie il respiratore
    Quanto ai vincoli comunitari, l’articolo 1 della legge sulla fecondazione assistita è incostituzionale.
    Quanto al caffé, lo si può bere anche in un cono d’ombra
    http://www.telestreet.it/

  19. georgia il 16 febbraio 2007 alle 12:02

    Scusa valter ma … cos’hanno i giovani dai vent’anni in giù?
    sono una nuova generazione diversa dalle altre, non capita dalle altre, in cosa consiste la novità?
    Detestano la guerra … ma vivono come li hanno educati quelli dai 40 in su, sono ubbidienti e quindi narcisisti, egoisti e consumisti come i loro genitori, ma loro hanno una scians in più, hanno gli anticorpi veri contro la guerra e la distruzone dell’ambiente… i mutanti ogm sono i loro genitori … aspettiamo che quelli dai vent’anni in giù se ne rendano conto e finalmente si ribellino.
    geo

  20. Valter Binaghi il 16 febbraio 2007 alle 12:30

    Temo che t’illudi, mia cara. Io ci vivo in mezzo (faccio l’insegnante, ricordi?): navigano nell’ineluttabile, e l’idea che la storia possa cambiare corso è lontanissima da loro. Infatti per lo più vivono in un mondo apparentemente apertissimo, ma in realtà si relazionano unicamente alla loro rubrica di cellulare. Provare per credere. E che ne dici delle violenze o degli scherni prontamente spediti su Youtube? Non l’hanno imparato a Paperissima?

  21. Giuseppe Iannozzi il 16 febbraio 2007 alle 12:31

    @ GEORGIA

    Siamo messi bene: io dalla De Filippi, tu invece sei una perfetta Lecciso della Rete.

    Che diceva quell’idealista tedesco di Hegel? “Vero è l’intero”. Insieme ad Aristotele i due responsabili maggiori d’una filosofia sciatta.

    Ah: Hegel e Aristotele sono l’uno l’opposto dell’altro. Meglio mettere i puntini sulle “i” con te.

    @ VALTER

    Mah!

  22. Giuseppe Iannozzi il 16 febbraio 2007 alle 12:35

    Concordo sul fatto che i ventenni di oggi, ma anche i 15enni e i 25, sono “drogati” dell’oggetto televisione: è la loro religione, il loro spirito anche e non da ultimo il loro confessionale. Non stupisce così che tocchino le prof. in classe – che si lasciano toccare -, che uccidono per una notte brava un loro coetaneo, che rapiscano… ecc. ecc. Sono fuori della realtà: bombe viventi che camminano, per colpa d’un’educazione che gl’è mancata. Non stigmatizzo la TV, ma i palinsesti: è diverso.

  23. Scians il 16 febbraio 2007 alle 12:37

    georgia, sei una povera illusa. Aspetta che una manica di qualunquisti spinellati facciano la rivoluzione e ti cambino il mondo. Aspetta, georgia: solo tu puoi aspettare…

  24. Giuseppe Iannozzi il 16 febbraio 2007 alle 12:38

    Ecco, il tuo ultimo commento, Valter, è: io lo inserirei come appunto all’interno del post stesso. Direi che spiega e spinge a riflettere anche aldilà della filosofia hegeliana.

  25. Morgan il 16 febbraio 2007 alle 12:49

    @Giuseppe: infatti i palinsesti sono organizzati non certo dai quindicenni o venticinquenni, ma da gente nella maggior parte dei casi avanti con l’età. Ho come l’impressione che il frutto del disordine mentale di tanti giovani sia da ricercare nel seme della generazione precedente. I mie professori più impreparati e “tolleranti” sono stati quelli amici del 68 e non apro neppure il discorso sul 77.
    Viva le idee, viva i cambiamenti, viva la volontà di progredire e arginare i conservatori in certi casi, ma se poi a farne le spese sono i giovani non mi appare una scelta intelligente.
    Io mi riferisco come è ovvio al solo tema dell’educazione.
    La maleducazione imperante fra tanti giovani e giovanissimi possibile che sia solo dovuta alle tecnologie presenti come qualche idiota sostiene?

    La “Moralitat” di Hegel mi appare oramai quasi morta.

  26. Valter Binaghi il 16 febbraio 2007 alle 13:09

    @ Morgan
    Certo che non è “colpa” delle tecnologie. La generazione precedente che ha fatto fuori l’autorevolezza dei padri, dei classici, delle religioni e persino del senso comune li ha affidati a MTV fino a vent’anni, alla CNN dopo.
    Hegel qui non c’entra per niente, era solo un pretesto.

  27. georgia il 16 febbraio 2007 alle 13:12

    scians, io NON ho parlato di rivoluzione (fanatici della rivoluzione, come intendi tu, erano i loro nonni e padri), riguardo alla televisione la cosa buffa è che sono già alcuni anni che i sotto i vent’anni non la guardano quasi più, e se la guardano è perchè i loro genitori, per levarseli di torno e non dover parlare con loro, gliela hanno messa in camera, o gliela impongono durante la cena. Per il resto guardano la televisione molto di più quelli sopra i 40.
    Questa mania di vedere quelli sotto i 20 come dei marziani è la maniera migliore per fargli fare cazzate colossali pur di farsi notare ed “esserci” anche loro.
    Per gli spinellatori … beh … non è che per caso hanno preso l’esempio da qualcuno? Non è che, grazie agli ogm, i raccolti triplicati di coca e oppio, (anche in zone di guerra) obbligano tutti, sopra e sotto i 20 ad farne uso e abuso?
    Io sinceramente vedo i ventenni migliori dei loro genitori, nonostante questo non ho molte speranze, perchè … i finanziamenti vengono loro dati dai genitori visto che prospettive di lavoro ecc. non se ne vedono molte all’orizzonte, e questo impedisce una vera autonomia anche di pensiero … ma da qui a incolparli di colpe che per ora non sono loro ce ne corre.
    geo

  28. georgia il 16 febbraio 2007 alle 13:24

    Iannozzi sulle professoresse che vengono toccate e che si fanno toccare … beh era tutta una recita da parte del ragazzino, la sua mano NON tocca realmente la prof se non per caso, la prof in quel caso manco se n’è accorta … tra l’altro è uno scherzo che avrebbero sognato e fatto tutti (padri nonni bisnonni) se solo avessero avuto un celluare ;-).
    Semmai ci sarebbe da discutere se sia prudente per una prof portare in classe pantaloni così bassi che mettono in mostra le mutante a filo … ma del resto chi in questi anni ha cercato pantaloni a vita normale si è trovato in grande difficoltà quindi posso capire che la prof li indossasse …
    Cretino però è far circolare il video sulla carta stampata (e nei siti della carta stampata) come fosse uno scandalo terribile … suvvia …
    Che il cervello degli adolescenti sia in tumulto e un po’ sbarellato per eccesso di ormoni, lo sappiamo tutti (o ce lo siamo dimenticati?)… beh cerchiamo di fare in modo che non lo sia il nostro, sbarellato, per difetto di ormoni che è cosa sempre più pericolosa.
    geo

  29. Morgan il 16 febbraio 2007 alle 15:10

    @Georgia: Io credo che l’unica cretina sia la professoressa che si fa circondare dai suoi alunni in quel modo. Uno. Due, i cellulari devono stare spenti in classe tutta la mattina finché finiscono le lezioni. Tre, invece di discutere i vestiti della prof che dimostra un atteggiamento bacchettone all’italiana, parliamo del ruolo della libertà all’interno dei palinsesti televisivi in ambito Rai. Giusto che i privati facciano ciò che desiderino nel rispetto delle leggi sui minori, ma nella TV pubblica siamo oramai allo sbando sempre più.
    E dovremmo pagare il canone? Per favore.

  30. andreina il 16 febbraio 2007 alle 15:40

    chi provoca, provoca, non ci sono balle che tengono.
    di fronte a un – no – che è un NO…
    non nasce niente!

  31. Angelo De Lorenzi il 16 febbraio 2007 alle 16:22

    Anche Nanni Svampa in una vecchia canzone diceva, più o meno, le stesse cose di Binaghi. C’era più sintesi e “colore” ma il succo del discorso era più o meno lo stesso.

  32. Angelo De Lorenzi il 16 febbraio 2007 alle 16:25

    Ho amici che non hanno in casa la televisione. E non la vedono. In effetti sono molto diversi rispetto agli altri. Ma non credo dipenda solo dalla televisione.

  33. Giuseppe Iannozzi il 16 febbraio 2007 alle 18:35

    La faccio breve: l’informazione, anzi le informazioni filtrate attraverso la tecnologia hanno modificato e/o condizionato il modo di pensare, soprattutto dei giovani. Non intendo demonizzare la tv. Non l’ho vissuto il 68, il 77 solo di striscio, troppo giovane ancora. Ma non mi pare che abbiano cambiato il mondo, a parte spinellarsi e ascoltare Hendrix e Morrison, per poi finire morti come loro o peggio, o a fare i businessmen. Ricordo però perfettamente l’assassinio di Aldo Moro: quelle immagini in bianco e nero sul Rai Uno non credo le dimenticherò facilmente, la macchina ritrovata, la voce soffocata del giornalista… Posso spararla? Io la sparo: a me il 68 come il 77 mi sembrano proprio delle cagate pazzesche. Ma se dovessi scegliere, meglio il 68 al 77 dei brigatisti, peggio del Ku Klux Klan. Meglio spinellarsi e illudersi di cambiare il mondo con il fumo negl’occhi che le Brigate Rosse.

  34. andreina il 16 febbraio 2007 alle 18:41

    Troppi numeri.

  35. andreina il 16 febbraio 2007 alle 18:43

    non toccatemi hendrix.

  36. andreina il 16 febbraio 2007 alle 18:44

    e comunque…meglio il 69, dai retta a me!

  37. Valter Binaghi il 16 febbraio 2007 alle 19:08

    La cosa peggiore dell’una e dell’altra generazione è stata che pretendevano di assumere iniziative rivoluzionarie e invece hanno solo assecondato (per non dire dato un supporto ideologico) all’evoluzione globale e consumistica del capitalismo, ridicolizzando l’identità nazionale, l’autorità naturale della famiglia, l’ascetismo cattolico: come ha visto Pasolini, che di quel presunto ribellismo aveva individuato il carattere narcisistico e piccolo borghese.

  38. Valter Binaghi il 16 febbraio 2007 alle 19:14

    @Angelo Lorenzi
    Se è per questo, l’espressione “messo in posa per morire” l’ho rubata a una canzone di Gaber: “C’è un’aria”.

  39. georgia il 16 febbraio 2007 alle 19:15

    ammazzate iannozzi quando si dice la storia in pillole :-).
    quando si dice ragionare con gli schemi …
    ma dove lo hai studiato il periodo storico di cui ci dai un così splendido e conciso resoconto? … da vespa o a cena nella villa di albano con la lecciso?

    … devo dire che mi piace molto la nota esotica del KKK … è la ciliegina finale :-)
    E così oltre alle ripetizioni su hegel sarebbe bene prenderne anche un po’ di storia :-))))

  40. georgia il 16 febbraio 2007 alle 19:19

    beh anche Binaghi non scherza … c’era pure lui a cena quella sera?

    ma non vi viene il dubbio che la storia sia una cosuccia un po’ più complessa e complica di uno scaricabarile fra generazioni?
    :-)))))))

  41. GiusCo il 16 febbraio 2007 alle 19:59

    Eight minutes break (better than before!!!!)

    http://www.youtube.com/watch?v=VmjGDBWZZFw

    :-D

  42. marco rovelli il 16 febbraio 2007 alle 20:31

    Valter, ancora ti devo ringraziare del brano apocalittico, che ben s’intonava all’umore.

    Detto questo… mio dio… “l’identità nazionale, l’autorità naturale della famiglia, l’ascetismo cattolico”… mio dio…
    (non ho parole, sarebbe inutile. volevo giusto esprimere lo sgomento)

  43. sitting targets il 16 febbraio 2007 alle 20:32

    :))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))

    (solidarietà alla compagna georgia).

  44. Barbara il 16 febbraio 2007 alle 21:46

    Sitting, mi hai sfondato il monitor con tutti ‘sti sorrisiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii…..
    Voglio i danni !

  45. baldrus il 16 febbraio 2007 alle 22:44

    Incredibili, inverosimili gli sputasentenze esaltati e rozzi che ho letto qui in questa sequenza-horror di commenti. Andrò a letto con i brividi. Credo che non accenderò mai più internet dopo le 21, per non avere gli incubi.

  46. Giuseppe Iannozzi il 16 febbraio 2007 alle 22:53

    Portate via quella lì, quella Lecciso che ha la gonnella e sotto la sorpresina piccola piccola piccola. Portatela via, o vi giuro che la faccio a pezzettini piccoli piccoli piccoli, più piccoli del cervello di Albano… Portatela via, per Romina! :-)))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))

  47. sitting targets il 16 febbraio 2007 alle 23:07

    ha ragione baldrus.

  48. sitting targets il 16 febbraio 2007 alle 23:08

    barbara, io sono uno che paga i danni in natura.
    mai avuto reclami…

  49. Giorgio Di Costanzo il 16 febbraio 2007 alle 23:24

    Giuseppe Iannozzi sei: mediocre, banale, scontato. Prenditi qualche anno di pausa…

  50. vins gallico il 16 febbraio 2007 alle 23:33

    condivido:
    1) la solidarietà a georgia
    2) lo sgomento di marco (che bellezza, quando c’è qualcuno che ci va subito di clava antinazionalistica e non mi tocca fare la figura del rompicoglioni)

    non condivido:
    1) la condanna a priori della televisione (io non ce l’ho… ma, nonostante la consideri per alcuni aspetti totalmente superata – v. ad es. la mancanza di interattività, credo abbia delle possibilità sociali, didattiche, culturali ancora immense.
    e va considerato che la tele ha avuto già in passato dei meriti immensi a livello sociale, didattico, culturale, che a quest’ora senza tv volevo vedere, ad es., come parlavamo italiano noi…)
    2) l’idea che la tv ci abbia educato alla morte e soprattutto a “veder morire senza morirne” (non credo che sentimenti o senso di com-passione siano stati “ammazzati dalla tv”)
    3) minimamente quanto è stato commentato su 68 e 77 e successivi riassuntini storici (da qui la solidarietà a georgia)

  51. Fiorello M. Annoia il 17 febbraio 2007 alle 00:02

    Siamo ormai alla più totale sarabanda di negazionismi e revisionismi più o meno abilmente mascherati.
    Che orrore!
    Mi sa che l’esorcismo di padre ermen&gildo è andato a segno: mai visti tanti chierichetti vogliosi di officiare nel tempio neoteocons della vecchia (ex) riserva.

    Ma che cazzo state officiando?
    Cos’è, vi state preparando all’arrivo dell’asteroide?
    Della serie ‘io mi butto, non si sa mai’?

    Bleahhhhhhh…

  52. Valter Binaghi il 17 febbraio 2007 alle 00:08

    @Marco Rovelli
    Famiglie, nazioni, chiese. Ci hanno addestrato a considerarle gabbie e a picconare i simboli di autorità che contenevano, per consegnarci a un mondo dove ognuno è solo un individuo atomizzato, suddito di poteri irreperibili.
    Invece erano forme storiche della vita comunitaria, l’unica in cui l’uomo abbia dimostrato nei secoli di saper sopravvivere con dignità e un margine accettabile di autonomia. L’autorità di un tempo ha lasciato il posto al potere diffuso della burocrazia e del denaro, rispetto al quale siamo mille volte più dipendenti. E il linguaggio del potere va ben oltre quello del comizio: è la liturgia mediatica quotidiana.
    Te lo faccio dire da uno dei pochi maestri di allora che non ho rinnegato:
    Pierpaolo Pasolini.

    “Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologhi hanno troppo bonariamente chiamàto « la società dei consumi ». Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. Ed invece no. Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo. Nel film di Naldini noi abbiamo visto i giovani inquadrati, in divisa… Con una differenza però. Allora i giovani nel momento stesso in cui si toglievano la divisa e riprendevano la strada verso i loro paesi ed i loro campi, ritornavano gli italiani di cento, di cinquant’anni addietro, come prima del fascismo.
    Il fascismo in realtà li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio, nel fondo dell’anima, nel loro modo di essere. Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più come all’epoca mussoliniana, di una irreggimentazione superficiale, scenografica, ma di una irreggimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l’anima. Il che significa, in definitiva, che questa « civiltà dei consumi » è una civiltà dittatoriale. Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la « società dei consumi » ha bene realizzato il fascismo.”

    Certo, si può decidere che questo è lo spirito del tempo, tormentarsi nel naufragio del soggetto, scrivere romanzi cyberpunk con i frammenti di antichi o futuribili rapporti sociali, o sperimentare l’avvento dell’Assoluto sulla pelle delle lavandaie.
    E’ una forma di cinismo che sta più o meno sullo stesso piano dei rimpianti arcaici dei fascisti. Più à la page, indubbiamente, ma ugualmente ignaro di ciò che accade nella vita reale. Dove chi non è abbastanza famiglia vorrebbe esserlo, e il migrante prova a farsi una patria coi suoi connazionali, là dove arriva. Come tu ben sai visto le bellissime interviste che hai fatto.

  53. marco rovelli il 17 febbraio 2007 alle 00:47

    Valter, conosco il discorso di Pasolini, e lo sottoscrivo. Ma non porta dove vuoi portarlo tu. Famiglia nazione e chiesa sono forme che non possono suscitare rimpianto. Dio Patria e Famiglia sono stati motore di violenza e massacri, e ci hanno portato qui, esattamente nella situazione in cui siamo adesso. E non è sperando di restaurare ciò che è morto che si supera il gelo del presente (mi si perdoni il barocchismo dell’immagine, ma è un rimando all'”acqua gelida del profitto”, o secondo altra lezione, “del calcolo egoistico” di cui il buon vecchio Marx) – se mai lo sguardo deve essere rivolto alle rovine del passato, per ridar voce a chi non l’ha. Oggi, se una possibilità di emancipazione si dà in questa tragedia, nasce dalla contaminazione, dalla creazione di forme nuove di comunità, una comunità che si fondi sulla liberazione della singolarità, nasce dalla sperimentazione di nuove forme di vita – che nascono ad esempio dall’accettazione di nuove forme familiari, più fluide, e dal rimescolamento culturale che produce la migranza planetaria.

  54. Valter Binaghi il 17 febbraio 2007 alle 01:03

    Fingendo di ignorare che questa mescolanza produce disagio e tribalismo deteriore, se non è sorretta da vere integrazioni familiari. Quello di cui io parlo è storia, quello di cui tu parli è come vorresti che fosse.
    Essere rivolti al passato, è l’unico modo per progettare il futuro.
    Ma mi sembra di essere uno zio a un nipote e forse
    “il tempo non è che un fanciullo che si dyuole di essere cresciuto”
    (Cardarelli, mi pare)

  55. marco rovelli il 17 febbraio 2007 alle 01:08

    tienitela pure, zio, la tua storia.

  56. cristiano prakash dorigo il 17 febbraio 2007 alle 07:40

    i ragazzi sono i nostri figli.
    la tivù in casa ce l’abbiamo messa noi.
    gli adulti siamo noi.
    questo chifo di mondo è in parte il nostro mondo.
    mediamente mi piace quel che scrivi, valter.
    ma stavolta – eccezione – sto con georgia: il senso di responsabilità diretta di quel che siamo e diciamo viene prima della preghiera e della bibbia.

  57. Giuseppe Iannozzi il 17 febbraio 2007 alle 08:49

    @ Giorgio Di Costanzo

    Mi vendo, per carità e pietà
    Comprami adesso che sono in SALDO
    Vieni a vedere
    che cosa si può fare Fuori Stagione
    Hai una pulce o un topolino ammaestrato
    da proteggere dagl’inganni dei furbi
    Porta, ci servirà per un brodo o due
    Porta, tutto quello che hai, portalo

    Io ti vendo, per carità e banalità
    Per carità banalità e Hegel
    Per carità per interà pietà ma non vera
    Ma non vera, ma non vera, non vera…

    Tutta per TE :-D

  58. Giuseppe Iannozzi il 17 febbraio 2007 alle 08:56

    @ GIORGIO DI COSTANZO

    Quella era la bozza.
    Ma per TE solamente, ecco una versione aggiustata e bella.
    Tienila, domani potrà valere meno di niente.

    Mi vendo, per carità e pietà
    il poco senso dell’ottimismo che ho
    Comprami adesso che sono in SALDO
    Vieni a vedere
    che cosa si può fare Fuori Stagione
    Hai una pulce e un topolino ammaestrato
    da proteggere dagl’inganni dei soliti furbi
    Sì, lo so, te lo leggo negl’occhi
    quanto li ami – alla follia più della Follia
    che ti tiene bordone, in ginocchio
    Portali, ci serviranno per un brodo o due
    Porta tutto, tutto quello che hai portalo

    Portali entrambi, pulce e topolino
    E porta pure i fantasmi di Lear e Dio

    Io ti vendo, per carità e banalità
    Per carità banalità, per Dio e Hegel
    Per carità, per intera pietà ma non vera
    Ma non vera, ma non vera, vera mai…

    :-D

  59. Barbara il 17 febbraio 2007 alle 09:47

    Ahimè, Sitting, la natura non va più di moda, malridotta, inquinata e bollita come è.
    Peccato!:o)

  60. Alcor il 17 febbraio 2007 alle 10:32

    “Quello di cui io parlo è storia, quello di cui tu parli è come vorresti che fosse.”

    Anche una cosa che dice Rovelli a mio avviso è esatta:
    Mi spiace dover essere d’accordo in parte con Binaghi e in parte con Rovelli.
    Preferirei un accordo omogeneo.

    Una cosa che dice Binaghi sulla differenza tra loro è esatta,
    se c’è una possibilità di emancipazione:

    “nasce dalla sperimentazione di nuove forme di vita – che nascono ad esempio dall’accettazione di nuove forme familiari, più fluide, e dal rimescolamento culturale che produce la migranza planetaria.”

    Ma ho l’impressione che queste nuove forme siano aggregrazione “momentanee” e comunque riguardino frammenti delle società. Quando Cina e India si saranno pienamente sviluppate (e non credo che manchi molto, se non interviene qualche catastrofe) potrebbero cambiare i nuovi flussi sia di migranti che di capitale, con esiti che non oso immaginare.

    Penso che si debba essere meno ideologici.

  61. Alcor il 17 febbraio 2007 alle 10:37

    E che diamine, si sono scombinate non so perchè le righe e non si capisce niente, era così:

    Mi spiace dover essere d’accordo in parte con Binaghi e in parte con Rovelli.
    Preferirei un accordo omogeneo.

    Una cosa che dice Binaghi sulla differenza tra loro è esatta:
    “Quello di cui io parlo è storia, quello di cui tu parli è come vorresti che fosse.”

    Anche una cosa che dice Rovelli a mio avviso è esatta, se c’è una possibilità di emancipazione:
    “nasce dalla sperimentazione di nuove forme di vita – che nascono ad esempio dall’accettazione di nuove forme familiari, più fluide, e dal rimescolamento culturale che produce la migranza planetaria.”

    Ma ho l’impressione che queste nuove forme siano aggregrazione “momentanee” e comunque riguardino frammenti delle società. Quando Cina e India si saranno pienamente sviluppate (e non credo che manchi molto, se non interviene qualche catastrofe) potrebbero cambiare i nuovi flussi sia di migranti che di capitale, con esiti che non oso immaginare.

    Penso che si debba essere meno ideologici.

    (Se si riscombina non lo ricopio, non era propriamente un commento geniale.)

  62. valter binaghi il 17 febbraio 2007 alle 11:17

    Sono circa trent’anni che sento parlare di nuove forme di aggregazione e rapporti sociali alternativi. A parte la meteora delle comuni degli anni settanta, esperienze che ho vissuto non in primissima persona ma molto da vicino, conclusesi con fallimenti miserevoli, non c’è altro da mettere in bilancio, che possa assurgere a modello largamente esportabile. La mia impressione è che tra intellettuali che pure si dedicano ad analisi sociali e politiche prevalga un certo spirito sperimentale ed avanguardistico, per cui si confondono volentieri strategie elitarie con pratiche largamente condivisibili. Così si lascia l’attenzione e la difesa delle strutture del vivere comune a una destra cinica e bara, che se ne serve per logiche più o meno bieche di potere, vedi Berlusconi e i suoi servi. Mi duole dirlo, ma la responsabilità di una certa sinistra radicale nell’avvento del berlusconismo è massima.

    @Fiorello M’Annoia
    Se provi un altra volta a collocarmi in ambito neoteocon ti vengo a cercare sotto quel minimo sindacale d’identità che il nick ti consente, e ti sfido a duello.

  63. marco rovelli il 17 febbraio 2007 alle 11:39

    Alcor, anch’io sono d’accordo con qell’affermazione. Il punto è che non sono – in questo – hegeliano. E ritengo assurdo “voler girare all’indietro la ruota della storia”. Si tratta invece di cogliere le possibilità di emancipazione offerte dal presente. Non posso, per combattere una servitù, rimpiangerne un’altra.
    Valter, tu vorresti una sinistra che fa Valore di Dio Patria e Famiglia. Questo è un po’ troppo, non credi? Il progetto Illuminista (e lo scrivo con la I maiuscola, nonostante – e forze grazie a – gli anticorpi di Bataille, e poi di Adorno, etc) – il progetto Illuminista, dicevo, nasce come critica radicale delle ideologie (e in questo senso Marx e Nietzsche sono radicalmente illuministi) e delle “tradizioni” che non sono se non il modo in cui il potere si pensa. Una sinistra che sia altra cosa da questo, quello sì che sarebbe omologazione radicale.

  64. marco rovelli il 17 febbraio 2007 alle 12:04

    perdonatemi i lapsus calami, scritto di fretta in uscita…

  65. Valter Binaghi il 17 febbraio 2007 alle 12:31

    Chi ha detto che la storia è una ruota? Chi ha detto che si va solo avanti o solo indietro? Ideologia è pensiero implicito, presupposti non dichiarati, luoghi comuni condivisi senza responsabilità. Non vedo niente di più ideologico dell’accettazione acritica della concezione che l’illuminismo ha avuto della storia. Ci sono autori che partendo dalla sinistra radicale in America sono approdati al comunitarismo (Illich, Lasch) e alla demitizzazione dell’ideologia del progresso, non certo alla restaurazione del concetto vittoriano di dio patria e famiglia: ma qui siamo ostinatamente fermi alle parole, anzi agli idoli linguistici, anzichè pensare alle cose.

  66. marco rovelli il 17 febbraio 2007 alle 12:37

    Io mi riferivo all’Illuminismo come Critica. Non certo alla sua concezione di progresso (a cui se mai faceva riferimento la citazione marxiana tratta dal passo del manifesto in cui critica socialisti reazionari e utopistici – e si può condividere quella critica anche senza accettare la concezione, per quanto problematica, marxiana della storia).
    Quanto a Dio Patria e Famiglia: “l’identità nazionale, l’autorità naturale della famiglia, l’ascetismo cattolico”: chi ha scritto queste cose, io?

  67. Valter Binaghi il 17 febbraio 2007 alle 12:49

    Ho scritto di cose, pratiche sociali, forme della cultura tradizionale.
    Le maiuscole mitologiche ce le hai messe tu (per farne la caricatura).

  68. marco rovelli il 17 febbraio 2007 alle 12:55

    Certo, sono pratiche sociali, ma sono pratiche sociali (forme tradizionali) che tu erigi in valore. Scriverle con la maiuscola dunque è appropriato, in quanto le designa come Valori. Se poi questa proposizione di Valori, che tu fai e che molti altri hanno fatto prima di te, sconfina nella caricatura, questo significa che c’è un problema con quella “trinità” che tu hai proposto (anche se con le minuscole e intese come pratiche sociali), non certo io.

  69. Fiorello M. Annoia il 17 febbraio 2007 alle 14:39

    Caro Valter Binaghi, se sfidi a duello Fiorello M’Annoia, io non potrò mai essere il tuo contendente. Infatti, mi chiamo Fiorello M. Annoia.

    E in ogni caso, pur amando alla follia “I Duellanti” (cfr. Ridley Scott), sono un pacifista. Naturaliter.

  70. Valter Binaghi il 17 febbraio 2007 alle 14:47

    Guarda, io sono disposto a riconoscere come valore tutto ciò che si dimostra funzionale a pacifica convivenza umana. Non sono innamorato del passato in quanto passato, però non mi piace lo spregio che gli intellettuali (dall’illuminismo in poi) hanno dedicato al senso comune e alle sue forme, opponendogli esperimenti a partire da un’idea di soggettività e di socialità che è tutta da verificare. Siccome sei filosofo, provo a proporti la cosa in questa chiave: che ne diresti di considerare la possibilità di forme trascendentali della relazione umana?

  71. Valter Binaghi il 17 febbraio 2007 alle 14:49

    Caro Fiorello, io sono un obiettore di coscienza pentito.
    Quindi armi non ne tengo, ma gli artigli non li spunto.

  72. Fiorello M. Annoia il 17 febbraio 2007 alle 14:57

    Caro Valter, io non mi sono mai pentito di niente. Neanche di Peschiera del Garda e della ‘vacanza’ consumata in quella ridente località. Pensa, quella ‘esperienza’ la porto come un fiore all’occhiello.

    Con la benedizione del mio amico e compagno Boris.

  73. Valter Binaghi il 17 febbraio 2007 alle 15:05

    Vian?

  74. marco rovelli il 17 febbraio 2007 alle 15:12

    Trascendentali della socialità? Certo, senza dubbio. Si tratterebbe di declinare “idee” come libertà, giustizia, diritto. E, ancora prima, di comprendere che cosa significa con-vivere, in quanto manifestazione immediata del con-essere. (A questo riguardo, la riflessione di Jean-Luc Nancy mi pare esemplare). Ma ciò di cui tu parli sono forme storiche di convivenza, e non credo potrebbero rientrare in quella riflessione. Ogni forma storica va verificata (lo dici tu, e sono d’accordo) nella sua effettualità. E quelle forme, a mio giudizio, non sono state veri-ficate dall’esperienza. Ovunque La famiglia, Il dio, La nazione si ergono a valore (stavolta la maiuscola ha cambiato posto) ciò che ne risulta è la produzione di violenza. Ogni identità forte (non esposta all’altro, non pronta a riconoscersi come parziale) produce violenza e dominazione.

  75. marco rovelli il 17 febbraio 2007 alle 16:00

    Valter, solo per dirti che vado e non posso proseguire il dialogo. Avrei voluto prendere un treno verso nord, oggi, per Vicenza – mi tocca invece Roma, dove avevo già dato l’adesione per un convegno. Ma pacta sunt servanda (un trascendentale della socialità, forse?). ciao

  76. Lady Lazarus il 17 febbraio 2007 alle 16:46

    Exergo :

    “C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera”
    (W. Benjamin “Tesi sul concetto di storia” )

    @Valter Binaghi
    Le considerazioni esposte mi portano a riflettere sul lavoro di Benjamin ne dramma barocco tedesco e finanche a sfiorare quello di P.Lévy su L’intelligenza artificiale, sempre e comunque partendo dal presupposto che lo sviluppo storico della cultura occidentale è legato alla considerazione temporale dell’esistenza. Per evitare che l’idea dell’eterno lo fulmini l’uomo fa largo uso della fantasia ed immagina, così facendo rimpiccolisce le cose immense e ingigantisce le minuscole, il mondo assume una dimensione sì falsa e illusoria ma così umana. Il senso dell’inganno e della vanità delle cose, questo senso di cose dipinte (Pascal) è “barocco”, un contesto ove i dubbi abbondavano così come nel novecento e dintorni. L’illuminismo è morto, non ci sono più certezze assolute. Con la televisione le morti, l’annullamento finale “sembrano cose dipinte”. E’ tutto vero ma così “estetico” ed anestetizzato, non c’è l’odore della morte. L’orrido puzzo della paura e della disperazione non è possibile rilevarlo dalla sola immagine. Comunque, nell’epoca moderna al declino dell’aura si costruisce il culto del divo, si cerca cioè di conservare la magia della creazione in una magia di marchio che è propria della merce ed i Mass media sono strumenti formidabili nelle mani del capitalismo per fare oggetti – merce dei frutti della fantasia umana.
    L’umanità di Omero era uno spettacolo per gli dei dell’Olimpo ma con il fascismo diventava spettacolo per sé stessa (estetizzazione della politica) mica distante dall’odierno culto esasperato dell’ “immagine” amplificato dai media. Le differenze sostanziali vengono a galla quando si paragonano quei ragazzi prima inquadrati dal fascismo e poi ritornati a casa, quando si ritrovano i ragazzi di “prima”, contadini o quant’altro nell’Italia di allora, con i ragazzi di oggi (mitica Georgia). Oggi la metamorfosi è meno superficiale ma più profonda e radicata. La televisione abitua alla vita ed alla morte e a non meravigliarsi più.

  77. Lady Lazarus il 17 febbraio 2007 alle 16:48

    Correggo sul refuso bestiale fatto con Lévy: non intelligenza artificiale ma intelligenza collettiva.

  78. Valter Binaghi il 17 febbraio 2007 alle 18:43

    Okay Lady Lazarus, diciamo che questo è il livello del discorso su cui sarei più contento di aprire un dibattito. Benjamin è uno su cui ho riflettuto molto, uno scriba del caos efficace come pochi. Anche il libro recente di Scurati, che si richiama esplicitamente a lui, dice cose importanti. A questa fenomenologia del senso (o dell’accadere linguistico), però manca una soggettività che non sia quella del semplice spettatore. Assistiamo al fatto che nelle suove generazioni la mediazione immaginale e ideologica dei media non si inesta più (come è stato per noi) su strutture consolidate di esperienze e relazioni, ma è essa stessa a produrne le strutture di apprendimento. Imparano il mondo da lì. I risultati secondo me sono drammatici e il mio punto di osservazione non può dirsi solo personale, perchè è la scuola (oltre alla ricerca teorica).
    Ma anche se Marco mi accusa di essere un passatista, il mio sguardo percettivo e culturale resta quello dell’angelo di Benjamin, non posso fingere di non essere io stesso su un treno in corsa. Di diverso ho fissa in mente l’immagine del Figlio dell’Uomo (non un rifugio, un partito o una qualche forma di privilegio spirituale) che mi mostra ciò che l’uomo è agli occhi di Dio, e mi aiuta a giudicare ciò che ne stiamo facendo. Parlando in termini filosofici, al di fuori di ogni recinzione, io credo che se il filosofo cerca con onestà intellettuale l’orizzonte trascendentale dell’umanità, è Cristo che trova ma anche se non fosse così, è urgente recuperare un metro di giudizio e con esso la pratica dell’astensione (è legata all’ascesi, anche se fa arrabbiare Marco), anzichè oscillare come si fa da duecento anni tra accettazione storicistica del fatto e distruzione rivoluzionaria del simbolo. Astensione, è spegnere la televisione. Non cadere nella trappola di sostituire programmi migliori ai peggiori: il problema non è la cattiva qualità dell’esperienza, ma la sua totale sottrazione.

  79. tashtego il 17 febbraio 2007 alle 18:45

    se avessi il potere assoluto abolirei la parola “migranza”.
    ma solo per un rigetto personale.
    abolirei la parola “cognato”, anche.

  80. Valter Binaghi il 17 febbraio 2007 alle 20:05

    Che ne dici di “suocera”?

  81. tashtego il 17 febbraio 2007 alle 20:38

    tutte le parole afferenti i rapporti di parentela acquisita fanno schifo:
    moglie
    marito
    suocera
    cognato (“mi’ cognato”)
    genero
    nuora
    eccetera.
    forse però è il referente che agisce sulla parola.
    cioè forse è la famiglia, nella sua disgustosa e brutale fattualità, che imbruttisce le parole che abbiamo per indicarla.

  82. Alcor il 17 febbraio 2007 alle 21:43

    mah, io non sono così negativa

  83. Valter Binaghi il 17 febbraio 2007 alle 23:49

    @tashtego
    Metto insieme il tuo ultimo commento, un certo racconto che ho appena letto sul tuo blog e un libro che sto leggendo: “Animali razionali dipendenti” di Mc Intyre. Per dire che staremmo tutti meglio se ci ricordassimo di essere, oltre che razionali, animali dipendenti. Le famiglie, per esempio, diventano dei lager perchè non accettano di essere prima di tutto delle tane, dei rifugi dove il cucciolo che è in noi cerca intimità e protezione. Io hp vissuto un’infanzia inutilmente angosciosa in una famiglia dove il bisogno di dare una rappresentazione dignitosa di sè soffocava l’accettazione delle proprie debolezze e persino miserie, l’ammissione della propria infelicità che è una condizione necessaria per potersi permettere di deporre le armi.
    Però, ho visto che le cose possono andare diversamente.
    Devono andare diversamente: la vita non è vita se oltre all’algida correttezza della società civile (dove siamo comunque tutti concorrenti) non c’è un posto dove uno può calare la maschera e chiedere di essere amato per quello che è. La comprensione reciproca dell’amore è’ l’evoluzione naturale del calore protettivo della tana, ma in un senso che probabilmente Darwin non capirebbe.

  84. beccalossi il 18 febbraio 2007 alle 01:38

    Questo lo diceva anche Tonnies: società e comunità: la famiglia è quest’ultima. Come distinguere la prima dalla seconda? Guardare se vige il principio dello scambio: nella società è fondante, nella comunità non serve: c’è la condivisione. La società ha bisogno della moneta, la famiglia no. Nazione Indiana è una società o una comunità? Ai posteri l’ardua sentenza.

    PS: Darwin la distinzione tra Gesellschaft e Gemeinschaft non la comprese mai. Una volta alle Galapagos provò ad infilare il suo testone nella tana di una talpa: gli cacarono in testa.

  85. beccalossi il 18 febbraio 2007 alle 02:06

    per quanto riguarda il binaghi: non è un passatista, ma un indipendentista, e un uomo libero: ha capito che dal potere ci si può difendere solo difendendo la tana. Secondo il binaghi la tana “e’ un posto dove uno può calare la maschera e chiedere di essere amato per quello che è”. Io direi anche le braghe: la butto lì tra il serio e il faceto: cosa c’è più tana di un cesso? Il potere vuole la nostra tana, e la nostra tana è il pudore. Scopo del potere è conquistare il nostro cesso, quando lo avrà fatto, non saremo più liberi. Durante la dominazione sovietica, nell’Europa dell’Est molti istituti, collegi, scuole non avevano le porte ai cessi. Lo stesso capitava, ovunque nel mondo, nei manicomi: peggio ancora: i “matti”, che andavano cancellati per poter essere ricostruiti secondo i crismi del potere, erano mandati in giro nudi (ne parla Goffman, tra gli altri, in Asylums). Quel potere aveva capito che l’identità di un individuo è nel suo pudore: se glielo si toglie, se si riesce ad impossessarsene, allora si ha in mano anche l’individuo. Quando mi propone all’uscita della metropolitana un pube femminile di dieci metri per quattro, marchiato di qualche griffe, il potere mi sta intimando: ho conquistato questo pube e ho ritracciato i confini del pudore di questa donna. Proponendo tali immagini di continuo, il potere si propone di ritracciare il confine dei pudori di tutti, cioè di conquistare l’individuo. La pornografia è proprio questo: l’azione di conquista del pudore da parte del potere. Maledetto sia colui il quale, in nome della libertà sessuale, ha consegnato il pisello di tutti nelle mani del grande capo.

  86. Valter Binaghi il 18 febbraio 2007 alle 02:08

    Grande Beccalossi.

  87. tashtego il 18 febbraio 2007 alle 08:13

    “Darwin la distinzione tra Gesellschaft e Gemeinschaft non la comprese mai.”
    meno male però che c’è beccalossi, per rimettere le cose a posto, con cessi e tane a porte chiuse (no senza porta come gli ha spiegato il parroco si faceva in unione sovietica).
    chissà se Darwin capirebbe il concetto di “pisello di tutti”, Gemainpisellen.
    peccato beccalossi non glielo abbia potuto spiegare, se no a quest’ora stavamo tutti a Londra.

  88. Eva Risto il 18 febbraio 2007 alle 10:00

    ah, il lisceo, il lisceo… quanti danni sa fare il lisceo…
    speriamo che il grande capo si sia almeno lavate le mani.

  89. Valter Binaghi il 18 febbraio 2007 alle 10:41

    Si può ironizzare su tutto, tashtego: resta il fatto che, nella società dello spettacolo, l’esibizione di qualcosa è l’anticamera della sua trasformazione in merce. Forse “sacro” significava in origine il luogo intangibile, non negoziabile, che spetta solo al dio. In effetti era questo il senso primario del mio post.

  90. beccalossi il 18 febbraio 2007 alle 10:45

    Nella sua comprensione del Gemeinpisellen Darwin ebbe la fortuna di essere aiutato non da beccalossi, e nemmeno da un parroco, ma da un abate: il boemo Mendel. Ti ricordi? Piselli gialli, piselli verdi, piselli padre e piselli madre. Bisogna dire che il clericalismo in voga all’epoca in boemia (poi resistito alla corruzione dei tempi moderni fino ad essere tramandato al liceo del nostro beccalossi) non consentiva alcun esperimento scientifico su pudenda et similaria. Ecco quindi che Mendel ripiegò sui legumi: non gli dedicarono un servizio a Studio Aperto ma ebbe un discreto successo su sussidiari e manuali di biologia.

  91. Alcor il 18 febbraio 2007 alle 11:11

    @beccalossi

    Quel che dici sulla Gemeinschaft contrasta con la mia esperienza. Anche la Gemeinschaft ha una sua moneta, o meglio, nella Gemeinschft vige il baratto, di merci affettive, e spesso di merci affettive con pure merci, con i beni. Il potere ha regole e gerarchie dolorosissime. E le malattie della Gemeinschaft ricadono poi anche sulla Gesellschaft
    Io non sono così negativa come tash solo perchè distinguo sempre e tendo a mediare, a fare attività diplomatica, forse perchè sono donna e il mio impianto è comunicativo, ma vedo anche bene quel che vuol dire.

  92. beccalossi il 18 febbraio 2007 alle 11:31

    non sono molto d’accordo con te, Alcor e l’espressione “merci affettive” mi spaventa un po’. ritengo che nella comunità non ci sia spazio per alcuno scambio, sia esso baratto, compravendita di merci affettive o di affetto contro bene. non è questione di cosa si scambia, o di come si scambia: ma di principio alla base dello scambio. Nel momento in cui si stabilisce un criterio di misurazione del valore reciproco di due beni, allora lo scambio è già fatto. Rimangono solo da decidere le modalità di pagamento (baratto, moneta, etc) e i beni da scambiare. Io ritengo che la comunità sia contraddistinta dalla totale assenza di un criterio di misurazione del valore reciproco dei beni. Ergo, in comunità manca il desiderio di decidere quando due beni valgono allo stesso modo, perchè è nell’aspirazione del suo membro condividere (o cedere) tale bene senza avere nulla in cambio. Il tuo impianto comunicativo dovrebbe renderti la questione abbastanza chiara (cosa è la comunicazione se non una condivisione?). Per concludere: tutte le forme di convivenza sociale che si presentano come ‘comunità’ ma prevedono al loro interno uno scambio e un criterio di misurazione del valore reciproco dei beni scambiati, allora non sono vere e proprie ‘comunità’, ma delle forme mascherate di ‘società’. Mi rendo conto che la mia è una posizione estrema, ma è il concetto di comunità che, secondo me, non ammette discostamenti dall’originale definizione.

  93. Alcor il 18 febbraio 2007 alle 12:03

    @Beccalossi

    quella di cui tu parli è una comunità astratta, ideale.
    La realtà ti dà torto, la comunità è nata anche dalla necessità di difendere i beni, perchè i beni permettevano il benessere e la vita della comunità, che con i beni è intrecciata, in un viluppo che può essere perverso.
    Il bene (materiale) diventa arma di ricatto in mano ai padri che lo detengono per avere l’ubbidienza dei figli. Certo, ci sono padri virtuosi, questo è vero, ma non si possono negare questi meccanismi.
    La famiglia, in questo sono d’accordo con la Chiesa e il codice, ma nel mio caso in negativo, è il nucleo della società, e poiché all’interno della famiglia non c’è che uno scarso controllo, i panni sporchi vi si lavano, se occorre, a detrimento dei suoi membri più deboli.
    Negare questo vuol dire non avere occhi.
    Poi ognuno cerca di fare della propria famiglia, tradizionale o allargata che sia, uno spazio virtuoso, ma questo non cambia il fatto, tanto per dire, che le maggiori e più efferate violenze accadano al suo interno, ed esplodono quando quell’altro scambio, di merci affettive e materiali, non è andato a buon fine.

    Scusa, io credo che il buon medico non debba dire al paziente lei ha un bellissimo aspetto, ma guardargli in gola e nel bianco degli occhi per capire se c’è una medicina adatta alla sua malattia.

  94. tashtego il 18 febbraio 2007 alle 12:44

    Premetto di non aver capito nulla del post di Binaghi.
    Mi sembra una specie di invettiva contro la televisione, ma non ne sono sicuro.
    Vi si cita la vicenda di Welby e lo si rappresenta come un manichino nelle mani di astuti radicali privi di scrupoli e privi (magari fosse) di dio.
    O almeno così spero.
    Il bello di questi discorsi e che indicando questo o quel fenomeno, strumento, “dispositivo”, come mercificante, inautentico, falsante, innaturale, pre-suppongono che invece esista qualcosa fuori della merce, cioè che viene elargito senza contro-partite, e poi pre-suppongono che esista qualcosa di “autentico” (rispetto a cosa? a quando?), e poi pre-suppongono che esista qualcosa di “vero” ( e dunque esisterebbe il “falso”) e poi, grossa ciliegia finale, pre-suppongono che esista qualcosa di NATURALE come per es. la “famiglia” (dove tutto sarebbe dato per niente: ma chissà su quale pianeta, però) secondo un concetto di natura immutabile e “giusta” (che dietro le quinte si nasconda un disegno intelligente) invece di quel caos fascista che in effetti è (che dietro il disegno intelligente esista una mente creatrisce e però fascista?).
    Tutte queste sono, se mi si consente, piccoli straccetti di pensiero andante.
    Non esiste la famiglia eterna, tutto è sempre stato merce, il miracolo del prodursi di qualcosa di comunitario tra gli uomini è durato sì e no qualche secondo, e forse si produce ancora qui e là, forse nella curva sud dello Stadio Olimpico a Roma quando segna Totti, forse nelle sere d’estate sotto le infinite pergole illuminate dagli infiniti fulminatori di insetti, si verificano attimi di condivisione e d’affetto, si spezza il pane, si versa il tavernello.

  95. Valter Binaghi il 18 febbraio 2007 alle 12:54

    @tashtego
    Brutta cosa quando lo storicismo assoluto si sposa a un temperamento bilioso.

  96. Valter Binaghi il 18 febbraio 2007 alle 13:05

    @tashtego
    Siccome non voglio essere inutilmente offensivo, mi spiego meglio: la ricerca dell’autentico sarà magari ingenua, ma almeno ha il merito di evidenziare differenze. La tua posizione è una sorta di assolutismo preconcetto, sostenibile stilisticamente (e in effetti lo fai bene, scrivi a sciabolate e funziona) ma non umanamente: dovremmo pensare che anche la tua indignazione, anche le tue polemiche sono merce? E se non lo sono, da quale luogo vengono pronunciate?

  97. gina il 18 febbraio 2007 alle 13:42

    come se la natura non fosse cultura (culturalmente determinata)
    come se la famiglia non fosse “naturalmente” costituita sullo scambio di donne (non è femminismo d’accatto, ma dato storico, antropologico, e ampiammente… condiviso:) come se la visione romantica del bimbo (il “cucciolo d’uomo”, il “rifugio”, la “tana”) non fosse di portata magari recente, magari magari borghese.
    imbarazzante. (Tana libera tutti)

  98. Valter Binaghi il 18 febbraio 2007 alle 15:10

    La famiglia…. scambio di donne….dato antropologico ampiamente condiviso..
    Gina, dov’è che hai preso ripetizioni di antropologia, alle 150 ore?

    Tana libera a tutti.
    Ecco, questo è un registro più appropriato al caso.
    Ci capiamo: l’abbiamo giocata tutti….

    Ma quand’è che si comincerà ad argomentare con “sensate esperienze e necessarie dimostrazioni”, anzichè con rimandi a letture maldigerite?

  99. gina il 18 febbraio 2007 alle 15:27

    :)
    da che mondo è mondo i bimbi giocano a nascondino, binaghi. I Testi e soprattutto i: pre-testi, sono tuoi e per tua stessa ammissione.
    NIente di male. Ma Giochi su un terreno che non ti appartiene (non comune, immune:). E si vede, si legge.

  100. Alcor il 18 febbraio 2007 alle 15:40

    Lo scambio di donne come pratica diffusa all’interno della famiglia mi è nuovo, ma sul possesso delle donne da parte del padre, sulla famiglia come sistema di potere, sul sistema della dote, sul matrimonio come scambio sociale, sulla donna eterna bambina, sul voto alle donne che nel nostro paese è stato concesso solo il 1 febbraio del ’45 non credevo che si dovesse ancora discutere. E se le donne non hanno avuto la possibilità di votare prima è perché i padri, nelle loro piacevoli tane, non hanno votato a favore, pensando che per le loro figliole, loro amato possesso, bastasse che decidessero loro e poi il marito.
    Sveglia ragazzi!

  101. gina il 18 febbraio 2007 alle 16:46

    alcor
    quel che dici (giusto) è successivo, rispetto al dato famigliare costitutivo (ab origine) della donna come “dono pregiato”, del tabù dell’incesto, della struttura elmentare della parentela usw. Insomma tutto in relativissimo divenire, Avvento dell’Assoluto sulla pelle dei lavandai a parte.

  102. Valter Binaghi il 18 febbraio 2007 alle 17:41

    Riducete il blog a quello che secondo me si potrebbe risparmiare di essere, cioè un’accademia in sedicesimo, quando si comincia a battagliare in nome di teorie precostituite. Una definizione della famiglia in termini evoluzionistici o strutturalista è un problema accademico, che in questo momento non mi riguarda, e che qui serve solo a fare dialettica di posizioni e controposizioni (potrei contraccambiare con una fenomenologia delle relazioni umane, saccheggiando Jaspers o Gabriel Marcel, e poi?). Intanto si elude la questione principale che io ho posto, e che va anche al di là della questione famiglia: vale la pena o no di immunizzare la vita e la morte dall’ambito della mercificazione spettacolare della vita, e dalla logica del puro agire tecnico? Si può dichiarare il programma di Vespa un crimine contro l’umanità?
    Tashtego ha risposto: no, non ne vale la pena, la famiglia è brutale fattualità, sopraffazione o contratto esattamente come il resto.
    Voi due, gentili signore?

  103. georgia il 18 febbraio 2007 alle 18:04

    Tashtego buba facendo il surrealista ;-).
    la distruzione sistematica della famiglia è una cosa conforme al sistema.
    Tre o cinque persone chiuse in una tana consumano meno di tre o cinque persone ognuna nella sua tana … tutto qui.
    geo

  104. Alvaro Vitali il 18 febbraio 2007 alle 18:33

    “Donna nana tutta tana”
    Renzo Montagnani in: “La ripetente”

  105. gina il 18 febbraio 2007 alle 18:40

    binaghi
    sguish! e poi: eh?
    Non è questione di accademia, ma di competenza, anche pratica. La domanda è chi è il monarca. Suggerisco di guardarti allo specchio.

    geo
    quel che dici è effettivo e non “snatura” i processi ma li complica più di un po’. Imho l’unica soluzione è esserne all’altezza.

  106. valter binaghi il 18 febbraio 2007 alle 18:58

    Minchia, compagni, cioè.
    Questo è uno competente.
    Uno che detta la linea.

  107. Lady Lazarus il 18 febbraio 2007 alle 19:08

    L’uomo comune dice il monarca ha la sovranità,
    Hegel dice la sovranità è il monarca.
    Ma all’interno della “famiglia” italiana chi ha la sovranità?
    I diritti individuali che andrebbero sempre reciprocamente rispettati?

    Calzino bianco va
    commuove l’onestà
    trovato tecnologico votato martire
    cambia la permanente in dreadlocks
    che ti cambia il cuore
    giocati l’anfibietto in tinta
    ti fa far l’amore

    ridai i soldi al tuo papà
    ridai i soldi al tuo papà
    sui giovani d’oggi ci scatarro su
    sui giovani d’oggi ci scatarro
    sui giovani d’oggi ci scatarro su
    sui giovani d’oggi ci scatarro

    come pararsi il culo
    e la coscienza è un vero sballo
    sabato in barca a vela
    lunedì al leonkavallo

    l’alternativo è il tuo papà
    l’alternativo è il tuo papà
    sui giovani d’oggi ci scatarro su…..

    come pararsi il culo
    e la coscienza è un vero sballo
    sabato in barca a vela
    lunedì al leonkavallo

    l’alternativo è il tuo papà
    l’alternativo è il tuo papà
    sui giovani d’oggi ci scatarro su….

  108. beccalossi il 18 febbraio 2007 alle 20:47

    ma dai ! non sapevo che anche veronica lario frequentasse nazione indiana !

  109. tashtego il 18 febbraio 2007 alle 20:57

    magari ci vado pesante.
    ma non sono “bilioso”.
    esistono società umane che fanno a meno della famiglia “naturale”.
    talvolta è peggio, talvolta no.
    levi strauss racconta di una società himalayana dove si fa a meno del padre, dove dei figli si prende cura il fratello della madre.

    trovo la cosa geniale.

  110. Alcor il 18 febbraio 2007 alle 21:16

    @ valter

    “vale la pena o no di immunizzare la vita e la morte dall’ambito della mercificazione spettacolare della vita, e dalla logica del puro agire tecnico?”

    Tu puoi? Al di fuori del tuo ambito personale? Perché se mi dici che non puoi resta una domanda retorica.

    E poi, Gina ha ragione, è questione di competenza pratica, di “vissuto” come diceva qualcuno qui tempo fa, parola che odio esteticamente, ma che ha tutti i crismi per essere adoperata. Non sottovalutare che siamo donne.

    Ma Alvaro Vitali è quello dei film di serie zeta? O ho detto una castronata?

  111. Alcor il 18 febbraio 2007 alle 21:21

    @valter

    Scusa, ho mescolato, Gina lo diceva rispetto al problema famiglia, tu ne poni un altro, certo, vita e morte dovrebbero avere intorno una distanza di rispetto

    Il programma di Vespa non è un crimine contro l’umanità, anche se ricordo vermicino e mi sembrava un vampiro, Vespa è lo specchio di una certa società. A me piace usare le parole con una certa precisione, sembra un esercizio da poco, ma alla fine paga.

  112. valter binaghi il 19 febbraio 2007 alle 01:03

    @Alcor e Gina
    Quando mi dicono che un terreno non mi appartiene, e non ho la competenza per parlarne, mi chiedo: qual è la competenza, visto che qui si parla di pudore della vita e della morte, di sottrazione delle medesime al mercato e allo spettacolo? Volete dire che si può parlare di tutto ciò solo declinando al femminile? O che bisogna aver fatto il famoso corso alle 150 ore?
    Io ho invece l’impressione che la cultura a cui fate riferimento non vi dà più i mezzi per difendere la dignità personale, se non in termini giuridici. In altre parole, infastidiscono i riferimenti all’etica, al senso comune che precede il livello del diritto, perchè il materialismo storico ha svuotato questi termini di significato. E invece è proprio di questo che bisogna parlare: senza un’idea di ciò che è umano e disumano la politica e il diritto girano a vuoto.

    @ tashtego
    Ti piacciono le soluzioni difficili e desuete, odi la banalità, ho capito.
    Ma non si può vivere solo di esperimenti. Per me le parole tradizione e costume non sono ancora parolacce.

  113. Alcor il 19 febbraio 2007 alle 01:59

    Io non ti ho detto che un terreno non ti appartiene, qui sei tu, mi pare, a dire che non ci appartiene un’idea di etica che non sia giuridica.
    E’ possibile.
    Forse dipende dal fatto che ciò che è umano o disumano oggi non coincide perfettamente a ciò che era umano o disumano ieri.
    E’ stata la tecnica a cambiare la situazione, o la scienza, se preferisci. Tu dici, mi pare, non si deve, o anche si deve.
    Io ammetto di non avere idee immutabili, anche se cerco di tenere la barra al centro. Il tempo mi segna, con tutti i suoi cambiamenti.
    Del resto, tanto per fare un esempio banale, anche la Grande Guerra ha cambiato l’idea di uomo.
    Per me non è un concetto immutabile, anche se i mutamenti sono microscopici.
    E’ vero però che non credo in Dio, come mi pare sia il tuo caso e la dottrina cristiana non mi guida e non è il mio punto di riferimento.
    Io sono solo un povero essere umano che si arrabatta a cercare una strada, i grandi quadri di riferimento mi si annebbiano e non mi aiutano più.

  114. valter binaghi il 19 febbraio 2007 alle 10:10

    Questa cosa di credere o non credere in Dio è un altro alibi per erigere steccati e lasciare le cose come stanno. Ripeto: il problema oggi urgente è difendere l’uomo dal disumano. Quello che impedisce di farlo non è la tecnica ma un pensiero implicito e diffuso (ideologia) che dissolve l’essere nel divenire, e proibisce di concepire la vita in termini di conservazione oltre che di sperpero. Così, mercificazione e consumismo vincono senza dover combattere.

  115. gina il 19 febbraio 2007 alle 10:10

    Quoto
    “Quando mi dicono che un terreno non mi appartiene, e non ho la competenza per parlarne, mi chiedo: qual è la competenza, visto che qui si parla di pudore della vita e della morte, di sottrazione delle medesime al mercato e allo spettacolo? Volete dire che si può parlare di tutto ciò solo declinando al femminile? O che bisogna aver fatto il famoso corso alle 150 ore?”
    Il tuo pezzo si conclude con una domanda. Chi è il monarca. Io ti ho risposto prima con telestreet, e poi con “guardati allo specchio”.
    Il che significa: se un terreno non ti appartiene (come pare qui il caso, risparmio il collage) non hai che da prendertelo. Ne hai la facoltà. Certo ci vogliono ben più di 150 ore. Certo ci vuole un bel po’ di pressapochismo in meno.
    Ma sei un soggetto sovrano, che produce senso e contenuti in mediazione continua col fuori da te. Vas y!
    Ti ho già risposto anche sul pudore. Welby, prima di essere un soggetto vespa, nel senso di televisivo, era un soggetto cyborg. Nulla in principio contro la tecnica, ho una prozia che va felicemente a pile, con il pace maker che è una condicio sine qua non di sopravvivenza e con un’ottima qualità di vita, almeno dal suo punto di vista. Ma non è sempre così. Per welby non era così. Erano in questione la sua vita, il suo pudore, la sua morte. Ed è stato lui a trasformarsi in luogo pubblico. A mettersi in comune sfruttando al meglio i (pochi) mezzi che aveva a disposizione. Socializzando il problema. socializzandosi. Questa è: politica. Ora, a fronte di un’agenda dettata dall’esterno, imho quel che ci si deve chiedere, e indipendentemente dal fatto che si condivida o meno il gesto “pubblico”, è qual’è il problema. E qui il problema non è di certo vespa.
    Per Cogne e vermicino il discorso è ovviamente diverso, e metterli insieme a welby è stata una furbata acchiappa consenso stile porta a porta:)

    Quoto
    “Io ho invece l’impressione che la cultura a cui fate riferimento non vi dà più i mezzi per difendere la dignità personale, se non in termini giuridici
    In altre parole, infastidiscono i riferimenti all’etica, al senso comune che precede il livello del diritto, perchè il materialismo storico ha svuotato questi termini di significato. E invece è proprio di questo che bisogna parlare: senza un’idea di ciò che è umano e disumano la politica e il diritto girano a vuoto”.
    Ti ho già risposto sopra, e in senso esattamente contrario. L’idea di ciò che è umano disumano si negozia quotidianamente in produzione di senso: comune. E welby era un soggetto a tutti gli effetti:)

  116. lu il 19 febbraio 2007 alle 12:07

    “messo in posa per morire dal guru dei digiuni”? La conoscono tutti la storia di Welby! Non è mica una creazione di pannella!

  117. tashtego il 19 febbraio 2007 alle 13:13

    definire “uomo”.
    @valter binaghi
    peffavore:
    definire “disumano”.
    definire “essere”.
    definire “divenire”.
    dire cosa si intende per “conservazione”.
    indicare cosa si starebbe “sperperando”.
    spiegare perché occorrerebbe “combattere” contro “mercificazione & consumismo” e in nome di che cosa.
    spiegare quando, nella storia umana, le cose e le persone non sono anche state merce.
    definire inoltre “ideologia”.

  118. valter binaghi il 19 febbraio 2007 alle 13:29

    Ribadisco fino allo sfinimento: senza l’identificazione di ciò che non è negoziabile non c’è rimedio alla mercificazione dell’essere.
    A Gina: definire a maggioranza cosa è umano e cosa no è storicamente pericoloso, specie quando le maggioranze sono oggetto di manipolazione. Preferisco prendere sul serio le tradizioni e confrontarmi con quelle.
    A tashtego: il tuo atteggiamento conduce alla dialettica pura, cioè la paralisi del giudizio.

  119. tashtego il 19 febbraio 2007 alle 13:36

    @valter
    tutto è già stato negoziato (oppure estorto, oppure imposto).
    non c’è nulla di non negoziabile.
    vedo che usi la parola “essere” senza imbarazzo, un po’ come fanno gli attori porno con i loro attrezzi.

  120. valter binaghi il 19 febbraio 2007 alle 14:12

    Odio la fretta e prima ero di corsa. C’è una cosa su cui vorrei riflettessimo tutti quanti. Esiste una definizione superficiale e una più accorta di democrazia. Quella più superficiale si basa sull’espressione elettorale della maggioranza (ricordate Berlusconi, quando rivendicava il potere assoluto conferitogli dal voto popolare?). Quella più accorta è di Popper, che ha evidenziato il cosiddetto “paradosso democratico”: la maggioranza può votare ciò che di fatto porta alla soppressione della democrazia (è successo in Germania negli anni Trenta). Ergo, dice Popper, per definire la democrazia non basta il voto a maggioranza, ma occorre un presidio istituzionale che ne garantiscas la perpetuazione. Il mio è un ragionamento per analogia, con tutti i limiti che volete, ma non mi pare astruso: anche l’etica (che si può riportare alla distinzione tra umano e dis-umano), non può essere oggetto di radicale negoziazione. Qui il presidio sono le tradizioni, i costumi, il senso comune e (si) anche le religioni che hanno dato e ricevuto forma da esso, e qui non parlo del loro contenuto teologico (che ovviamente non può impegnare nessuno a priori) ma del presidio che storicamente hanno esercitato istituendo il sacro come ciò che non è negoziabile. Si può discutere quanto le tradizioni possano o debbano confrontarsi con la tecnica (ma io dico che la tecnica è un’opzione, non una necessità, e si può rifiutare quando dis-umanizza) ma non si può mettere sullo stesso piano ciò che ha garantito la sopravvivenza dell’uomo per millenni con le idiosincrasie di una generazione.

    Comunque grazie Alcor, Gina e Tash: anche se mi ritenete un testone reazionario, mi costringete a pensare.

  121. gina il 19 febbraio 2007 alle 14:26

    Testone reazionario a parte

    PER DIO: e le tradizioni cui ti riferisci (?) come daivolo si sono formate se non a maggioranza? Niente “manipolazioni delle masse”? Niente negazione sopraffazione, soppressione eliminazione dell’altro ? (messo in posa? Si, ma dalla “natura”! Ti rendi conto che welby poteva la massimo sceglere l’inquadratura, se gliene fosse fregato qualcosa?). Perché ste tradizioni sono così cogenti per te? Saranno mica naturali, innate, genetiche. Le condividiamo quindi con i bonobo? E Come lo tratterebbero un cyborg i bonobo? E poi Qual’è il criterio che stabilisce di cosa si può dicutere e cosa no? Dove lo fissi? Dico nello spazio, nel tempo. Coordinate di riferimento. Idilliaco Relativismo. Tanto per sapere da dove e di cosa parli (primo principio dell’idilliaca negoziazione di senso:)

  122. beccalossi il 19 febbraio 2007 alle 15:41

    Mi dispiace vedere come un sano dibattito sul dualismo negoziabile vs non-negoziabile venga perennemente riportato alla dialettica italiota di guelfo vs ghibellino, destra vs sinistra, cattolico vs laico, mastella vs luxuria. E’ come se in Italia si soffrisse di una cronica nostalgia per la guerra civile. Quella spagnola, del 1936. Invito nuovamente, e lo faccio con più verve e più politically scorrectly than binaghi, a riportare la discussione su un piano più alto (con riferimento al mio post di sabato notte). proviamo a pensare al sacro, cioè al non negoziabile, nel modo più profano possibile: il sacro è il nostro pudore, cioè il nostro sesso. chiedo a gina: il nostro sesso è forse l’esito di una maggioranza? di più, di una maggioranza manipolata? a leggervi a volte mi sembra che i più reazionari siano quelli che si atteggiano da iper-relativisti. qualcuno qui parla di negoziabile e non negoziabile, altri leggono “famiglia”, con tanta voglia repressa di gridare il loro si ai DICO o ai PACS del caso.

  123. gina il 19 febbraio 2007 alle 16:31

    beccalossi
    eh?
    “nostro sesso”?
    Comunque ti lascio volentieri le “alte” derive da vespaio. Non ho tempo da perdere. Ho chiesto a binaghi di situarsi (non mi interessa chi è . Né cosa o quanto ha studiato. né se vota italiota, guelfo o ghibellino MA da dove e di cosa parla, perché mica ho capito). Se vuole e ha tempo risponde. Se no va bene uguale.

  124. valter binaghi il 19 febbraio 2007 alle 17:48

    @Gina
    Uno dei problemi di questa discussione è la complessità, cioè l’impossibilità secondo me di trattare piani diversi con le stesse categorie come, per esempio, non si possono classificare con la stessa struttura Giulio Cesare e un numero primo. A me sembra che tu usi le categorie del politico (es. decisioni a maggioranza) in un senso che è improprio quando si applica a ciò che è pre-politico per definizione, cioè il costume, la tradizione, il senso comune, il pudore, perfino la religione. In queste dimensioni il consenso che un soggetto dà a certe credenze o certe pratiche non è propriamente razionale, ma legato al suo essere-con altri, al suo partecipare a forme comuni, la cui efficacia è misurata non da un giudizio razionale, ma dalla capacità di dare senso e fecondità all’esistenza. L’errore grossolano dell’Illuminismo è quello di portare la disanima razionale (che è frutto di una prospettiva individuale) là dove è il senso comune, ridicolizzandolo e pretendendo di sostituirlo. In questo modo si finisce per scardinare ogni legame comunitario e ogni forma di saggezza condivisa, che è l’elento terrestre e conservatore dell’uomo, laddove la tendenza individuale e speculativa ne rappresenta l’opposto polare. Ne è risultato uno squilibrio gravissimo, che in poco più di due secoli ha fatto di quella occidentale la società più ricca, frenetica e ammalata che mai si sia vista sulla faccia della terra (forse eccettuata Atlantide). Siamo atomizzati e incapaci di stabilire rapporti se non su basi contrattuali, di guardare il mondo come merce (sarei daccordo con Tashtego, se il suo disincanto fosse meno metafisico e più storicamente situato). Io non guardo affatto alle forme del passato come un idillio da restaurare, solo insisto che democrazia e ragione strumentale, assolutizzati, sono tossici. Il giorno che bisogna spiegare a un alunno che nonostante i suoi limiti deve rispetto e gratitudine ai suoi genitori perchè lo hanno accudito e protetto, è un fallimento, non un successo per la cultura. Dove mi situo?
    Sono stato marxista e ho smesso di esserlo quando ho capito che il materialismo storico è una variante sofisticata dell’illuminismo. Il fatto che sia nato per servire una giusta causa e che fornisca una diagnosi insuperata delle dinamiche del capitalismo non toglie che l’antropologia di Marx partecipa dello stesso errore che ho segnalato prima.
    Così, il liberalismo dei diritti individuali con un terribile non detto: i diritti sono di chi li può rivendicare, e sono maggiori per chi ha più forza nel rivendicarli: questo dopo aver tolto forza e credibilità alle comunità naturali che proteggevano il debole a prescindere, sacralizzandone il ruolo.
    Non posso dirmi neanche cattolico, benchè credente, visto che la fermezza della Chiesa si muta in cortesia davanti ai poteri di questo mondo.
    Mi muovo per una rifondazione dell’etica in senso comunitario non su basi utopiche ma a partire da quello che c’è. M’interessano i luoghi in cui nasce nell’unico modo in cui può nascere (non per alzata di mano) un senso comune: la famiglia, ma anche il blog. Di politica non mi occupo più e non voto più: liberalismo e socialdemocrazia sono ormai ridotte a una dialettica economicistica del tipo più stato più mercato, e per di più in Italia sono burattini di lobbies economiche (Prodi le banche).
    Dove mi situo? Vicino a te, Gina.

  125. Alcor il 19 febbraio 2007 alle 18:25

    @beccalossi, non entro nel merito perché son di corsa anch’io, ma mi sembravamo tutti assai pacati, non so, sbaglio? Spero di no.

  126. gina il 19 febbraio 2007 alle 20:01

    Binaghi
    il diritto, tecnicamente e no, si situa in cima alla scala delle consuetudini, il che significa che anche quando è distinguibile, ne intimamente è partecipato. Vedi dunque che si diventa soci di un circolo vizioso (del consenso:) sia dal punto di vista storico che politico. Se stiamo alla sostanza, i rapporti di forza che definiscono le svolte, i cambiamenti di corso, sono influenzati da tali e tante variabili da inficiare alla radice LA giustizia o LA verità di un pattern piuttosto che di un altro. fare mondo ed essere all’altezza della sua complessità, starci, esser-ci, fare il comune e quel che si può, essere vicini, come giustamente tu dici, per me significa in primo luogo partire da sé (e dalle proprie “tradizioni” da dove se no?), consentendo all’altro, agli altri compresi i soggetti “nuovi”, impensabili, impensati, innestati incistati ma legittimati dall’esser-ci di fare altrettanto.

  127. beccalossi il 19 febbraio 2007 alle 23:45

    C’è una frase di Franz Hayek, ma spesso erroneamente attribuita a Margaret Thatcher, che recita: “Non esiste la società. Esistono gli individui”. Questa massima potrebbe sembrare alla prima vista la legittimazzione dell’avvento della terza fase della convivenza tra uomini. Quella che mi pare di intravedere, ma in maniera molto soft, nelle ultime parole di Gina. Prima ci fu la comunità (la Gemeinschaft di Tonnies); quindi questa lasciò il posto alla società (la Gesellschaft); infine toccò ai singoli individui: ognuno libero di attingere alle “proprie tradizioni” (anche se mi sfugge un po’ il concetto) ma vincolato, grazie ad un consensus non scritto, a non invadere la libertà altrui. E’ quello che, volendo per forza situare la conversazione, viene di norma definito “liberalismo”.
    Le tre forme di convivenza umana vengono spesso menzionate una di seguito all’altra, come in un percorso storicizzabile e provato, che parte dalla prima (la comunità) per arrivare all’ultima (l’individuo). Qui, secondo me, sta il primo errore: le tre forme possono convivere nello stesso momento, l’una accanto all’altra, nello stesso periodo storico. Il secondo errore sta nel leggere il termine “individuo” solo in un’accezione: come “singola persona”. Meglio forse sarebbe interpretarlo come “individuo-indivisibile”, come “atomo”: concetto in cui potrebbero rientrare anche quelle forme non singole di convivenza che, presentandosi come “individuo-indivisibile” agli occhi del mondo, si comportano come se fossero individui tout cour. E questo forse troverebbe d’accordo sia il binaghi che la gina. La mia teoria è la seguente: gli “individui-indivisibili” si relazionano gli uni con gli altri in modi diversi ma tutti afferenti alla stessa sfera: quella del negoziato, dello scambio, del potere, della politica, della merce contro merce: e qui ha ragione gina; ma anche alcor; e tashtego; all’interno degli “individui-indivisibili”, invece, le regole di convivenza si rifanno ad un altro paradigma: non quello dello scambio ma quello della condivisione (vedi post precedenti). Ancora in altri termini: gli “individui-indivisibili” si relazionano tra loro grazie alla moneta; all’interno degli “individui-indivisibili” la moneta non serve. Il binaghi direbbe: l’”individuo-indivisibile” non è negoziabile: questo perché all’interno dell’ “individuo-indivisibile” non vige il negozio. La persona umana è, in sé, un “individuo-indivisibile”; ma lo è anche la comunità à la Tonnies. La “tana” è un “individuo-indivisibile”: se fosse divisibile, allora sarebbe violata e assoggettata alle regole del potere. Così il sacro. Talvolta, nel sacro, l’”individuo-indivisibile” assume il significato di non intelleggibile. Milan Kundera direbbe che “l’individuo-indivisibile” è il kitsch. Ma evito qui di aprire un’altra pagina che meriterebbe assai più spazio. E invece concludo: questo intervento tenta solo di mostrare che sia per i “comunitaristi”, à la Binaghi, che per i “thatcheriani”, à la Gina, esiste sempre un’idea di “individuo-indivisibile”. Tutto dipende da dove si tira il confine, si chiude il recinto, si erge la palizzata: fuori la politica e il potere, dentro l’unità, l’intimità, l’identità. A volte credo che la percezione che esista un nucleo duro, incomprimibile, sia la condizione necessaria, e forse sufficiente, alla sopravvivenza umana.

  128. Mario il 20 febbraio 2007 alle 00:43

    @ binaghi

    “Mi muovo per una rifondazione dell’etica in senso comunitario non su basi utopiche ma a partire da quello che c’è…[]”

    Cioè stai fermo. Nulla di male, io da sempre, ma lo so.
    Sino a che qualcuno non inventa altro, e non credo rifondando l’etica (già chi si dice rifondatore nulla sta rifondando) ci resta solo la politica per mutare, a passi di stanza lumaca, le cose esistenti. Non se ne esce, per quanto affascinatamente si scriva. Si può certo pensare che la “politica” acquisisca un giorno i risultati della rifondazione dell’etica etc. e che muti di conseguenza aprendo nuovi orizzonti per i 6 miliardi di umani (no, saranno allora almeno 20) ma ciò significa concretamente confidare nella divina provvidenza, cosa alquanto sconsigliabile per le vicende umane.
    Più saggio piegarsi, e senza soverchie illusioni, alla fatica ed allo “sconcio” della pratica politica, dal lato che più ci aggrada: otterremo poco, ma sempre meglio di niente, e èpotremo far dire ai nostri eventuali figli che papà, quel coglione, almeno ci ha provato.

    Serena notte

    Mario Ardenti

  129. valter binaghi il 20 febbraio 2007 alle 01:26

    Caro Mario,
    politica è lottare per il telecomando, etica è decidere se la televisione vale la pena o spegnerla. Vedi tu dove sta l’azione e dove l’agitazione.

    Sogni d’oro

  130. Paola il 20 febbraio 2007 alle 04:04

    c’è ancora gente che parla di Genna? Ma davvero?
    cavolo…!

  131. gina il 20 febbraio 2007 alle 07:24

    beccalossi
    di nuovo: eh?
    dopo il nostro sesso, i tatcheriani à la gina!
    (non è che tu renda un gran servizio a binaghi, imho)

  132. beccalossi il 20 febbraio 2007 alle 09:18

    binaghi ha deciso di pagarmi alla riga, è per questo che ho scritto due pagine di robba, prima. alla fine lui parla parla ma in realtà è un padroncino: le rimostranze sindacali non gli attaccano da nessuna parte, il vero tatcheriano è lui, non sei te.

    il mio era solo un tentativo di interpretazione trasversale dei vostri interventi, tu chiamale se vuoi mediazioni. forse mal riuscito: ma siamo alle solite. ho posto la discussione su un piano altro rispetto alle solite categorie, che – fammelo dire – alla fine riducono tutto a un brodino già sorbito cento volte.

    speriamo almeno diano la palma d’oro a ken loach, se non l’hanno già fatto.

    (accidenti con questo post così striminzito non mi pago nemmeno il caffè)

  133. fata ignorante il 20 febbraio 2007 alle 10:12

    @ Beccalossi
    Il suo sarebbe un notevole tentativo di sintesi, non fosse che all’interno degli “individui/indivisibili” di stampo comunitario i rapporti di forza basati sul ricatto, morale e non, sono all’ordine del giorno

  134. gina il 20 febbraio 2007 alle 10:15

    trasversale un par di palle:), idem per quanto riguarda le ridicole etichette che hai tentato di appicciarmi addosso in piena (e finta) estasi mistico definitoria. Non hai mediato, ma manipolato. cvd:)
    (lo vuoi un cafferino equosostenibilino e radicalscicco? te lo offro io:)

  135. gina il 20 febbraio 2007 alle 10:25

    dicevo a beccalossi

  136. Alcor il 20 febbraio 2007 alle 10:53

    Quante energie. Io, forse perché sono astenica, sono portata di più a vedere il positivo di beccalossi.
    Intanto beccalossi interloquisce, non usa la mazza, già questo lo vedo come una possibilità di parlarci. (però capisco la gina, perché tatcheriana?)
    Poi interpreta, forse anche manipola, forse solo ripropone la sua idea dopo una passeggiata tra quelle degli altri.
    Ma il vero errore, ai miei occhi, soprattutto in un thread come questo, è fare un riassunto dim ciò che è stato pensato altrove, e addirittura a distanza di tanto tempo.
    Qua vorrei vedere gente che pensa e sente in proprio, o che se usa categorie altrui le utilizza per offrire un ulteriore punto di vista.
    Il tuo beccalossi, scusa, non è un pensiero, ma un far ordine nelle definizioni e nel già pensato.
    Vai più a fondo. Quella che hai fatto è una scheda.

  137. valter Binaghi il 20 febbraio 2007 alle 11:00

    Comunque io sono ammirato dal livello alto e impegnativo di questo dibattito, di cui il mio testo è solo un pre-testo: alla base c’è la volontà da parte di tutti di capire e pensare il sociale, al di là delle categorie del politico, che risultano evidentemente inadeguate.
    E allora W Nazione Indiana.

  138. georgia il 20 febbraio 2007 alle 12:45

    bravo mario!:-)

    da binaghi vorrei sapere cosa voglia dire “rifondazione dell’etica in senso comunitario ” … già la parola “comunitario”, di per sè, mi fa venire le bollicine … è una di quelle parole della neolingua che mi inquieta alquanto se poi l’abbini alla parola “etica” devo proprio prendere gli antistaminici.
    geo

  139. valter binaghi il 20 febbraio 2007 alle 13:36

    Vuol dire che non mi interessa tanto la formulazione di regole e diritti a maggioranza, ma la condivisione di sentimenti e pratiche da cui regole e diritti traggono ispirazione. Per tornare al post, il comune senso del pudore.

  140. beccalossi il 20 febbraio 2007 alle 15:12

    Alcor, grazie del suggerimento. Novizio dei blog, a volte sento di soccombere al caos dei post: ho bisogno di fare ordine, sintetizzare, ricucire, attribuire di un senso. “E’ da paranoici cercare un nesso a tutti i costi”. Da idioti escluderne per principio. A volte individuo delle categorie; poi altri mi dicono che sono già state pensate: è una misura della mia ignoranza, sorry. E comunque, per concludere, la “scheda”, cioè la sintesi, è una delle attività che, al giorno d’oggi, andrebbe recuperata più spesso. Assieme alla passeggiata, ovvio.

    Gina mi scuso dell’aggettivo “thatcheriano”, ma credevo avessi capito che si agganciava alla frase di apertura del post. E comunque volevo essere ironico. Scegli per me l’aggettivo insultante che più ti aggrada, ingoierò senza dire beh: reaganiano, craxiano, juventino. Va bene anche baget-bozzo, non sia mai.

    Per il caffè: fare il bagno è di destra, la doccia di sinistra; la gonna di destra, i pantaloni di sinistra; il caffè “equosostenibilino e radicalscicco” è sicuramente di sinistra.

    Di solito io lo preferisco amaro.

  141. Alcor il 20 febbraio 2007 alle 15:23

    Novizio del blog?

  142. gina il 20 febbraio 2007 alle 15:47

    beccalossi
    quoto
    “Scegli per me l’aggettivo insultante che più ti aggrada, ingoierò senza dire beh”
    salame
    (mancano un paio di fette, che forse si sono posate sugli occhi di alcor:)

  143. Alcor il 20 febbraio 2007 alle 17:37

    @Gina

    cosa vuol dire “quoto”? E’ un pezzo che volevo chiederlo.

    Prosciutto, da queste parti, ma certo, dire prosciutto a un tale non è altrettanto efficace:–) cos’è che non ho visto?

  144. beccalossi il 20 febbraio 2007 alle 18:33

    se interpreto bene, “quoto” è un inglesismo: to quote, citare. isn’t it? o forse è siciliano (‘stai quoto’, i.e. abbassa le ali….).

    per l’altra questione fate discorsi un po’ troppo affettati, per i miei gusti.
    m.

  145. Alcor il 20 febbraio 2007 alle 18:57

    @Ciao beccalossi, mi hai fatto ridere.

  146. gina il 20 febbraio 2007 alle 19:19

    :)
    (alcor, le fette (forse, dicevo forse) son relative al commento astenico)

  147. tashtego il 20 febbraio 2007 alle 19:21

    beccalossi per es. è de destra.
    binaghi pure.
    maneggiano categorie vuote, che è tipico di quelli di destra.

  148. tashtego il 20 febbraio 2007 alle 19:22

    cattolici di destra?

  149. valter binaghi il 20 febbraio 2007 alle 19:30

    @ tashtego
    Di destra? Una destra mitica, inarrivabile, fatta di censure (il pudore che non vuole trasformarsi in diritto negoziabile), oscurantismi (la religione che non vuole dissolversi nella manicure del politichese giuridichese).
    La destra dei tuoi (e miei) incubi di ragazzo, che fa il paio con la sinistra dei tuoi sogni, quella dove Prodi e D’alema sono paladini della democrazia anzichè esecutori di lobbies. Una destra e una sinistra che non ci sono più, ma vorrebbero spartirsi quel che resta del mondo. Non ci sto, amico mio.

  150. valter binaghi il 20 febbraio 2007 alle 20:37

    E poi c’è Gaber, e una canzone a cui ho rubato un verso.
    L’ha scritta mentre sapeva di dover morire, e infatti il cd è uscito postumo.
    Poteva parlare di qualsiasi cosa, a un uomo in quelle condizioni si può concedere tutto: invece ha scritto questo. Questo aveva a cuore, l’intimità che ci rende liberi, perchè forse quando muori riesci a pensare in grande.

    C’è un’aria (Gaber – Luporini)

    Dagli schermi di casa un signore raffinato
    e una rossa decisa con il gomito appoggiato
    ti danno il buongiorno sorridendo e commentando
    con interviste e filmati ti raccontano a turno
    a che punto sta il mondo.

    E su tutti i canali arriva la notizia
    un attentato, uno stupro e se va bene una disgrazia
    che diventa un mistero di dimensioni colossali
    quando passa dal video a quei bordelli di pensiero
    che chiamano giornali.

    C’è un’aria, un’aria, ma un’aria…

    Ed ogni avvenimento di fatto si traduce
    in tanti “sembrerebbe”, “si vocifera”, “si dice”
    con titoli ad effetto che coinvolgono la gente
    in un gioco al rialzo che riesce a dire tutto
    senza dire niente.

    C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria,
    C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria.

    Lasciateci aprire le finestre,
    lasciateci alle cose veramente nostre
    e fateci pregustare l’insolita letizia
    di stare per almeno dieci anni senza una notizia.

    In questo grosso mercato di opinioni concorrenti
    puoi pescarti un’idea tra le tante stravaganti
    e poi ci sono le ricerche, tanti pensieri alternativi
    che ti saltano addosso come le marche
    dei preservativi.

    C’è un’aria, un’aria, ma un’aria…

    E c’è un gusto morboso del mestiere d’informare,
    uno sfoggio di pensieri senza mai l’ombra di un dolore
    e le miserie umane raccontate come film gialli
    sono tragedie oscene che soddisfano la fame
    di questi avidi sciacalli.

    C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria.
    C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria.

    Lasciate almeno l’ignoranza
    che è molto meglio della vostra idea di conoscenza
    che quasi fatalmente chi ama troppo l’informazione
    oltre a non sapere niente è anche più coglione.

    Inviati speciali testimoniano gli eventi
    con audaci primi piani, inquadrature emozionanti
    di persone disperate che stanno per impazzire,
    di bambini denutriti così ben fotografati
    messi in posa per morire.

    C’è un’aria, un’aria, ma un’aria…

    Sarà una coincidenza oppure opportunismo
    intervenire se conviene forse una regola del giornalismo
    e quando hanno scoperto i politici corrotti
    che gran polverone, lo sapevate da sempre
    ma siete stati belli zitti.

    C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che mancal’aria,
    C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria.

    Lasciateci il gusto dell’assenza,
    lasciatemi da solo con la mia esistenza
    che se mi raccontate la mia vita di ogni giorno
    finisce che non credo neanche a ciò che ho intorno.

    Ma la televisione che ti culla dolcemente
    presa a piccole dosi direi che è come un tranquillante
    la si dovrebbe trattare in tutte le famiglie
    con lo stesso rispetto che è giusto avere
    per una lavastoviglie.

    C’è un’aria, un’aria, ma un’aria…

    E guardando i giornali con un minimo di ironia
    li dovremmo sfogliare come romanzi di fantasia
    che poi il giorno dopo e anche il giorno stesso
    vanno molto bene per accendere il fuoco
    o per andare al cesso.

    C’è un’aria, un’aria, ma un’aria…
    C’è un’aria, un’aria, ma un’aria…
    C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria.

  151. tashtego il 20 febbraio 2007 alle 22:25

    prodi e d’alema…

  152. valter binaghi il 20 febbraio 2007 alle 23:20

    Senti tash, io in questo momento vorrei proprio vederti in faccia.
    Secondo me attacchiamo a ridere fino a domani.

  153. beccalossi il 21 febbraio 2007 alle 20:10

    Prodi è caduto. Quindi rimane D’Alema. E pensa, tashtego: mi sa che verranno segati fuori anche i cattolici di destra. Io mi rinchiudo nella Gemeinschaft, a fare le cose sporche con il mio pudore.

  154. beccalossi il 21 febbraio 2007 alle 20:16

    Ah, ovvio, dimenticavo il motivo. Mi rinchiudo nella mia Gemeinschaft a fare le cose sporche col mio pudore davanti al poster della Thatcher sopra il letto. Oggi il parlamento italiano mi ha convinto ancora una volta che la Gesellschaft non funziona. Soprattutto quella a maggioranza risicata.

  155. beccalossi il 22 febbraio 2007 alle 06:16

    Per concludere: Binaghi e Beccalossi come Turigliatto e Rossi?
    (pensa, uno si sveglia e trova la democrazia cristiana sul comodino)

  156. Eva Risto il 22 febbraio 2007 alle 09:17

    secondo me, signor beccalossi, era proprio quello che aspettavi. così ti senti un po’ più sicuro nella tana.

  157. valter binaghi il 22 febbraio 2007 alle 09:58

    Se penso al modo in cui è caduto il primo governo Prodi e poi a ciò che è successo ieri mi viene in mente qualcuno di ben noto qui, che diceva che le cose accadono sempre due volte nella storia, la prima come tragedia, la seconda come farsa. Se c’era qualche speranza di un cambio di rotta in politica estera con questo governo, adesso dopo questa gloriosa testimonianza rifondarola e il probabile ritorno al voto avremo un nuovo governo Berlusconi, e la speranza sarà definitivamente tramontatata.
    E’ a questo che serve il comunismo antiquario di Rossi?

  158. Angelo De Lorenzi il 22 febbraio 2007 alle 15:01

    @valter binaghi
    Divino Gaber!



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