Resta

17 febbraio 2007
Pubblicato da

di Luigi Pingitore

Ho inventato un sonno
Bevuto ne ho tutto il verde
Sotto la signoria dell’estate
R. Char

del sentire

1

Invece da questo spazio la casa ti assedia
con pareti e simmetrie, chiama il soffitto a stringerti per
così tanta febbre;

Febbre che il perimetro dei living in successione
ti incide con punta d’inchiostro, è fuori che
scorre tutto, e se scorre ti dimentica, se il neon

della croce verde scatta, il rosso amorfico del
semaforo è un passa e vai, passages,
sulle linee orizzontali, la fuga.

2

Mite per te questo tempo di rivolta
Nel sacco che chiudi agli orli di
grinza, alla rabbia che fermenta la lontananza
Se il tempo che viene sulla tua testa ha
bolle per i sassi. E prega con
desiderio di abbandono, scomparire ai
giorni che rientrano che sono
troppi e questo impeto di acqua stagna, di melagna
d’estate che si trascina, che disfa la nebbia che
sfiata sugli uscii, e le case in cui ti stendi con prua
rivolta al libeccio per sentire il tremore
del muro che schioda la muffa dell’angolo, l’umidità
del sole che ancora non raggiunge il tuo interno.

5

Da queste rive che ti sgombrano
la mente, l’affollamento di corridoi precipita
per proporzioni che non è possibile toccare

È fogliame che si deposita sugli argini
delle tempie, nel chiostro del Bramante costruito
come inno d’incenso, l’ara pelvica per l’affronto

Omaggio alla donna che ti saluta e si salva
è un non-rivedersi mai più per queste tende troppo
viola e sotto queste cupole dove l’orologio

riflette le cifre digitali, l’ora degli addii.

del vedere

Ora ti svelo il chiarore di blue sulla
màscara, per i più intimi dettagli
dell’acqua piovana e del cielo;

Ora ti combatte quest’ alluvione ai
sensi, spalanca lo spazio tra indice e pollice
per la presa di sale che sbianca i tremori.

Oppure l’occhio che poggia sulla luce al neon
La sferica precisione del glutine d’abisso
sull’albume dei corpi

Mangia e rimangia, due volte è questo senso di
assuefazione, alla creazione del dio minuto, piccola
moltiplicazione sotto i nostri occhi, del mondo

che si perde.

***

E come girano attorno all’aia e all’uscio
consumato dalla luce
Questi bianchi panni dipinti col vento
di una stagione irrisolta
Dipinti col palmo chiuso per trattenere i pigmenti
della selvaggeria d’agosto.

Questi ex-voto della nostra stagione di giovinezza
Quasi un affronto, da testimoniare ai
Ciclici rumori del mare e delle tempeste – questa
la nostra linea d’ombra;
nel museo più lontano (eppure già pieno di
canape e mirti) scavalcare l’attesa (nella
successione di strade).

Questa la nostra prova per i corpi
Che si piegano
Ad ogni cambio di scirocco o maestrale.
E nelle giornate di bonaccia il museo ha porte sbarrate
Che non sappiamo declamare
(né forzare)

Così avviene il lento scivolare delle ore sui
giorni.
Sulla bianca pergamena il pennino incide
I segni del volto. Come se imparare
e svoltare
Fosse un coincidere di passi.

del toccare

In questo buio femmina
l’orologio dei giorni, la concia dei
genitali sulla morsa delle labbra che schiudono
il bacio.

***

Durevole a credere quest’intimità
del tu e dell’io
Àncora al rastrello che scava, alla
gru che dall’alto cala con sommità
d’azzurro, e affonda nella terra;
Resta un rantolo che sfiata e ci
assale
Il sommuoversi delle ossa nei cimiteri – per
sbaglio rimestati mentre risaliamo scale,
qualcuno che dice – ancora l’estate, e ancora un anno.
Durevole la tua mano al tempo della stretta
l’iterazione del fiato nella mia bocca,
la blasfemia di saperti ostia da
raccatto
per questa separata moltitudine degli incanti.

***

a S.

È una gabbia dove morde il mare dei pontili
sulle attese che dal sale si fanno gioia di
bocche aperte, lo spalancato pensiero
sessuale sfiata nei dorsi e tra le
pinne, come corsa su ciottoli
levigati al saldo della parola luce.

E questa cecità di vizio, di sentirti
possedere o tornare, chiusa dell’interstizio
che sigilla la mano sul membro, ricciuta
tentazione di franare nell’afa delle gambe.

Incontenibile il vascello ha le stive del
cranio, l’ampiezza della comprensione
per le volute del giorno. Nulla può
questa gerla di grazie, di archetti che
sciabolano il vento in distici di do,
nel pensiero quasi schivo di entrare
come fiume di melma negli uteri privilegiati,

e farsi strada a spallate di
bocche che ridono, e scuotere l’aprile
crepuscolare, scuotere
il tuffo dai terrazzi tufacei, per la musica
sensuale della pelle glabra che si apre.

N.d.A.

Il titolo è resta.
Un imperativo a non sperdersi.
Ma nella mia lingua d’origine (Napoli) è il corrispettivo del resto italiano, dei soldi ricevuti dopo aver dato somma più grande.
È anche la corda di canapa che lega la rete alla barca. Metà sotto e metà fuori dal mare.

[Un altro scritto dello stesso autore qui.]

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6 Responses to Resta

  1. irene il 17 febbraio 2007 alle 08:09

    Liriche abitate da un turbamento leggero, non invadente, che fa il “dire” inquieto, ma non troppo, direi aperto, come se un punto di fuga sia ancora possibile. Colgo una consapevolezza del fatto che “è fuori che / scorre tutto”, e colgo la difficoltà dello sguardo di descrivere quello stesso “passaggio”: “del mondo / che si perde”, “che non sappiamo declamare”. Forse le immagini più efficaci sono quelle dell’ultima poesia (“a S.”) … Mi colpisce favorevolmente anche una certa cifratura della lingua, la sua non immediata traducibilità. Questa condizione mi permette di fare una esperienza non fugace dei versi, è come se mi risucchiassero dentro per attrazione e non per violenza… Spero di leggerti ancora …

    Irene

  2. sitting targets il 18 febbraio 2007 alle 20:21

    volevo fare questa simpatica battuta: ” il poeta è un pingitore…” poi mi sono soffermato sui versi.
    bellissimi.
    passo e chiudo.

  3. Fausto il 18 febbraio 2007 alle 21:32

    è la prima volta che leggo i versi di quest’autore. Mi colpisce il senso di apertura e subito dopo di chiusura che si avverte ad ogni passaggio. E’ davvero un poesia del “un passa e vai, passages / sulle linee orizzontali, la fuga.”
    C’è del moto, energia cinetica che all’improvviso si impetra e le parole giocano a muoversi tra questa liquidità che vuole espandersi e la solidità di certi etimi che hanno radici molto forti e bloccano lo sguardo. “Ora ti svelo il chiarore di blue sulla màscara, per i più intimi dettagli dell’acqua piovana e del cielo”
    Soprattutto l’ultima poesia mi colpisce. E’ diversa dalle precedenti. E’ sensuale come non ne leggevo da molto tempo; in verità non ricordo a memoria un autore contemporaneo che batta l’accento delle sillabe e del metro in maniera così risoluta sui sensi. E mi appare chiaro allora questa divisione dei paragrafi
    Ho scoperto in rete che è anche autore di un romanzo. Mi chiedo se può partecipare alla discussione e dirci qualcosa in più.

  4. Marina Pizzi il 19 febbraio 2007 alle 17:26

    poesia di sensualità con la vita alle spalle senza la voglia di darne una nuova, la sete del superstite, stipo di darsena, si pena onnipresente.

    poesia di terra arsa, salso il sostegno del verbo all’occaso con il caso del tempo in ponente, quasi un becchino di pietà rovisti alla ricerca di un palpito ancora, ancora da non interrare.

    l’estate dello stonìo, l’io all’angolo in attesa di un fatuo amore, di un rimestìo di senso, senso che non verrà se non per accadimento di derisione.

    la femmina è il buio che diede luce, cedimento di desiderio di ritorno al perpetuo, il tuo-mio che non è e non sarà mai e poi mai più.

    fiordo di rantolo nel mare, la crepa di voler essere amato: creatura incagliata l’esodo da sé per un grembo vuoto al/e passeggero.

    lascerei il cremisi sul cardo per una – pur finta – aurora.
    Fuggi, Luigi, prima del sasso del solito ignoto, troppo stantia la forza del nero.
    (Marina Pizzi)

  5. DoLceMoneLLa il 20 febbraio 2007 alle 08:22

    Mi piace la Poesia di Luigi. Con a a S. poi è come passare dall’aria all’acqua in modo repentino. Con tutti gli scuotimenti dell’atmosfera, della pressione e del calore del tempo.
    Sono righe queste che mi hanno (ri)portato al concetto primordiale di felicità. L’impatto dei liquidi sensi che si frastornano entrando e uscendo. Poi ci si ferma a respirare così da avere modo di vivere elementi semplici come i colori.
    Si scopre che le parole hanno valore salvifico quando hanno in sé una memoria, trasmettendoci l’ansia di comprimerle per fagocitarle tutte insieme senza iato d’attesa.
    Poesia della prima volta, imprimatur elettrico, sensualità primitiva che batte sullo sguardo.
    Vernice fresca sulle mani. Una città dentro il corpo. che respira affannosamente pollini d’ossigeno.
    Dopo la lettura per me cala un silenzio disarmante, in questi giorni sono ancora più vulnerabile alle scosse poetiche -vere-. Alle rinascite -vere-
    E voglio pensare di non aver mai letto niente prima d’ora, che questa è la prima volta, come quando si scorre col pensiero un tratto di pelle pensando che t’appartenga.

    Ps: Il suo In The Mood è un’iniziazione alle voci dei colori e alla poesia del cielo
    Da leggere assolutamente!

  6. mitralika il 20 febbraio 2007 alle 13:10

    “E nelle giornate di bonaccia il museo ha porte sbarrate
    Che non sappiamo declamare”

    che profonda erotica vertigine.
    mi piace.



indiani