Il pasticciaccio, passati cinquant’anni

20 febbraio 2007
Pubblicato da

di Christian Raimo

Uno pensa a Gadda e Pasolini, milanese l’uno e friulano l’altro e tutti e due romani d’assimilazione, che nel Pasticciaccio brutto de via Merulana e in Ragazzi di vita, decidono di utilizzare il romanesco: perché? per la sua carica espressionista, per la sua capacità di verità. Gadda compenetrandolo con l’italiano e partendo dal corpo letterario, le letture del Belli; Pasolini cercando una mimesi incarnata nel parlato delle borgate romane, lì dove sembrava ancora allignare quella civiltà tradizionale in via di prossima estinzione. Due opzioni, che entrambe tendono però a fare dello strumento linguistico del dialetto una scelta etica: e insieme gnoseologica.
Poi uno pensa alla trasformazione antropologica, che come pronosticava proprio Pasolini, è bell’e avvenuta. E guarda in televisione gli spot in prima serata dove Christian De Sica e Rodolfo Laganà rispondono a Paolo Bonolis e Luca Laurenti o a Gennaro Gattuso e Francesco Totti, tutto a colpi di ahò. E considera come è indiscutibile che il romanesco-televisivo sia oggi la lingua media italiana. La sua capacità espressiva, “popolare” è stata riconosciuta, legittimata, e viene ordunque utilizzata come l’idioma più efficace in termini di comunicazione, di impatto mediatico. Un Bonolis ne ha forgiato il codice, che è composto di un registro sedicente aulico e di una schiettezza da portinaio. Lo stile funziona, e viene replicato: da Flavio Insinna a Teo Mammuccari…
Della forza eversiva del dialetto romanesco non rimane praticamente nulla. L’intento parodico o satirico diventa semplicemente bonario. Di questo depotenziamento, di questa mutazione del dialetto in un pidgin televisoide se ne accorge in modo cristallino Aldo Nove che nel 2005 scrive un testo perfetto sul romanesco-televisivo come linguaggio espressivo in quanto dealfabetizzato, “Sognando aa roma” (“aa vita a parte i scherzi è probblematica / aa gente se dimentica li probblemi de aa vita / ciascuno tifa pe aa sua squadra e se scorda de li morti che aa televisione fa veede…”)
La scelta etica del romanesco è diventata appunto una scelta di conformismo morale: e di appiattimento gnoseologico. Si pensi allora a come rovesciare, in letteratura, quest’entropia. Gli esempi in questo senso dovranno tutti muoversi da tale consapevolezza e lavorare sulla destrutturazione di questo codice che si potrebbe definire bonolisiano. Ecco, ci sono alcuni che si spingono più in là, inglobando forme del parlato, onomatopee, derivazioni e distorsioni della lingua romanesca. Il primo che viene in mente è Giorgio Somalvico, milanese, poeta vicino a Testori, la cui opera era completamente inedita fino a quando tre anni fa Fabrizio Gifuni mise in scena, nello spettacolo ‘Na specie de cadavere lunghissimo, il suo monologo del “Pecora” (Bur nel 2006 ne ha pubblicato la versione in dvd). Il protagonista è Pino Pelosi, l’assassino di Pasolini, che nel poemetto di Somalvico brutalizza, disincanta, elettrizza il romanesco pasoliniano (“E la zella più immonda/anche le Ceneri/de’ sto Gramsci der Cazzo!! de ‘sto Gramsci/ che proprio a mme mortacci-”).
La stessa ricerca di uno smembramento semantico, di una radice proletaria che non è forza del passato, tradizione, ma spaesamento cognitivo, istanza etica proprio perché volubilità logica, deriva nevrotica, impossibilità di ordine è il lavoro che fa sul romanesco Eleonora Danco, attrice-autrice – anche lei colpevolmente non pubblicata in libro – che nei suoi spettacoli Sabbia, Me vojo sarvà, Ero purissima arriva in questo modo a fare del dialetto la lingua primaria: lingua dell’infanzia e della purezza, voce di chi è perdente radicale.
Ed è simile, anche se ancora non così formalizzato, il romanesco di Tommaso Giagni, ventunenne romano, uno dei sedici dell’antologia di esordienti Voi siete qui (appena uscita per minimum fax): la possibilità inclusiva, trasformativa del dialetto elabora il gergo a brandelli, il sublinguaggio televisivo, adolescenziale, da tribù Tim, insieme a quello delle nuove generazioni degli immigrati. La lingua riesce a ritrovare una sua paradossale vitalità proprio dalle forme poco alfabetizzate di chi ha una lingua ridotta, a lacerti. La capacità gnoseologica ed etica, che Aldo Nove mostrava azzerata, in Giagni si riscopre, casualmente, ancora funzionante.
Altrimenti si può essere più radicali, fregarsene del lavoro mimetico e concentrarsi sulla lingua depauperata, recuperare la sua capacità espressiva all’opposto. Sperimentando sull’arcaico. È il caso del più grande scrittore vivente italiano – se parliamo di lavoro sulla lingua – ossia di Michele Mari (milanese anche lui), che nel tessuto di Rondini sul filo (Mondadori, 1999) ma soprattutto nel racconto “Li fratelli mia”, il penultimo della raccolta Euridice aveva un cane (riedito da Einaudi nel 2004) usa il romanesco come lingua della ferocia, riesce a penetrarne tutta la sua possibilità cognitiva proprio dove l’italiano sembra avere un pudore a parlare di violenza, di viscere, di corporalità. Ma è anche il caso di Paolo Morelli, uno scrittore sempre di margine, ma straordinario, che in Er Ciuanghezzù (ner paese der Gnente) (Nottetempo, 2004), compie un semplice atto di fede nel dialetto e traduce il poema cinese Chuang Tzu in una lingua che si plasma in un romanesco sciamanico, atemporale, iconoclasta perché fiabesco, sapienziale. Non so come dire: ma qualcosa sopravviverà a Laif is nau.

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19 Responses to Il pasticciaccio, passati cinquant’anni

  1. cf05103025 il 20 febbraio 2007 alle 23:34

    Raimo,
    io non sono d’accordo.
    Che significa: “per la sua capacità di verità” detto per il romanesco?
    Mi suona quale campana fessa,
    e poi mi pare che Gadda invece usasse il romanesco per un certo suo senso sarcastico, e del grottesco, quasi a rilevarne certe volgarita o bassezze o genericità, stolte semplificazioni e anche per divertirsi, alla fin fine.
    Tutti i dialetti e le lingue hanno della verità.
    Mi pare che qui si voglia ancora una volta dire che la cosiddetta “verità” è espressa, detta solo con la lingua der popolo vuoi de la plebbe…
    Mi pare.
    Forse ho capito male-

    MarioB.

  2. valter binaghi il 20 febbraio 2007 alle 23:36

    Licenza campanilistica.
    Hai presente il milanese pastorizzato (ridotto a poco più che l’accento, ma riconoscibilissimo), di tutta una genia scagazzata dagli studi mediaset negli anni Ottanta? Da Braschi che faceva il paninaro, ai vitelloni (giuanasc si dice, da noi) filmici di Jerry Calà, all’idiotismo piccolo borghese di Boldi? C’è stato un momento in cui il berlusconismo è stato barzelletta prima che tragedia, ed è passato da lì. Come dire, anche il milanese incarna bene una tipologia antropologica del ciberspazio italiano. Distante però, dal vernacolo e dalla sua commovente umanità, come il wurstel dal prosciutto. Vedere, per credere, qualche vecchia registrazione delle commedie dei Legnanesi di Felice Musazzi.
    Una cosa però ha in più il romanesco: si lascia scrivere e comprendere, è largamente invitante come il siculo di Camilleri, mentre il lombardo, scritto, perde molta della sua aspra bellezza.

  3. gianni biondillo il 20 febbraio 2007 alle 23:46

    Nelle pubblicità (fatte quasi tutte e Milano) le “persone comuni” (che sono dei strafighi paurosi e che vivono in case da paura) hanno accento milanese. Così come nelle telecronache sportive di mediaset. La RAI ha accento romanesco, così come tutta la fiction (mediaset compresa) e il cinema. Che tristezza.
    Valter ha ragione, poi, sulla perdita di”autorialità” del milanese, ridotto a idioletto leghista.

  4. Alcor il 21 febbraio 2007 alle 00:19

    Michele mari è un bravo scrittore, ma il più grande scrittore italiano, sia pure nel settore sperimentatori…
    Non so perché queste iperboli mi danno sempre tanto fastidio. forse perchè nutro ancora una forma di rispetto verso il lavoro dello scrittore.

  5. Elisa Testosto il 21 febbraio 2007 alle 00:59

    … lo so, costa sempre fatica riconoscere la bravuva altrui, quando va oltre l’ordinario come nel caso di Michele Mari. Soprattutto quando, riconoscendola, si cede al vizio di sentire che qualcosa viene tolto anche a noi stessi. Ma così non è. Quindi, Alcor, non ti infastidire. Perché poi infastidirsi se uno scrittore che tu reputi bravo qualcun altro lo reputa ancora più bravo?

  6. tashtego il 21 febbraio 2007 alle 08:17

    post interessante.
    secondo me – ho poco tempo – il nocciolo della questione sta nel dualismo dialetto lingua, che vale per ogni area culturale del paese.
    poi esiste un processo di egemonico del romanesco che viaggia assieme al suo mood, che è fatto dello stesso qualunquismo nenico che un tempo impregnava parlante e parlato di personaggi come sordi, fabrizi, manfredi.
    bonolis è un clone degradato di questi, ma funziona e così anche de sica, altro pilastro del romanesco RAI.
    assieme sostengono l’architrave che trafila la medietà televisiva e produce la lingua franca dell’agorà del paese.
    non credo che quel che resta del romanesco sia davvero recuperabile, estraibile e restaurabile, perché roma è punto di applicazione (e produzione) della ricerca collettiva di espressività linguistica e il romanesco è completamente coinvolto nel fenomeno e travolto dallo stesso.

  7. cf05103025 il 21 febbraio 2007 alle 09:10

    Aggiungo per di più che sia Checco Durante che Aldo Fabrizi dicevano, na vita fa, che il romanesco dei nuovi tempi (anni’60) s’era involgarito ed era diventato brutto, “plebeo”, caricandosi pure di toni gutturali rozzi propri de certi burini o borgatari;
    infatti alcuni personaggi di Pasolini appositamente parlano con toni grezzi, rasposi, co la carta vetro in gola.
    Questa era la “verità”, la poetica di Pasolini.
    Attendo la prossima puntata di Tashtego che già qui ha già messo giù qui ‘na bella bozza sapida e ….

    MarioB.

    nota di servizio: MarioB, se avessi la cortesia di non firmarti con quella sequenza numerica, ci eviteresti di doverti despammare ogni volta. Vedi tu comunque. Grazie, e scusa l’intrusione.
    Indian Cleaning Inc.

  8. così&come il 21 febbraio 2007 alle 09:34

    Mi sembra poco dire che Gadda e Pasolini usassero il romanesco “per la sua carica espressionista, per la sua capacità di verità.”.
    In Gadda il dialetto non è altro che uno dei tanti materiali che ecletticamente lo scrittore accosta ed interseca con quella sua tecnica di affastellamento di spezzoni eterogenei che stanno uno accanto all’altro per contrasto, per attrito, in cui il discorso non vuole per principio realizzare una sua unita stilistica, una sua univoca direzione etica, ma procede con un brulicare di voci, di dizionari. Il dialetto è verità in certi momenti, ma più forse il nativo milanese de l’Adalgisa, in certi altri disprezzo, in certi altri ancora vezzo, gusto barocco, grottesco. Non sempre infatti è messo in bocca al popolo, al discorso diretto dei personaggi, ma va a contaminare anche l’io narrante indiretto che si compiace si diverte a farsi “rozzo” per poi rialzarsi nello stesso periodo a vette di linguaggio coltissimo. In Pasolini era nostalgia pura. Come il parlato volutamente lasciato alle inflessioni non educate alla dizione attorale, non colto e non recitato dei personaggi della sua trilogia. Una nostalgia per un’infanzia del mondo e dei sentimenti che lui sentiva irrimediabilmente sparire. Gadda e Pasolini erano due inguaribili ed amabili “reazionari”.
    Nulla a che vere con la modesta vernice in superficie di una specie di cadenza romanesca standard che passò e passa oggi in televisione e in certi film come una specie di nuova koinè per cui sarebbe la televisione ad aver insegnato la lingua agli italiani. Ricordate il lettore di telegiornale con i dentoni enormi di Sordi che andava a lezione di dizione per riuscire a dire “guerra” invece di “guera”? A parte le doppie e qualche aho qui e là non, c’è un vero uso di un lessico alternativo, di un “idioma”, ma solo di un ritmo esterno.
    Allora era meglio l'”ecceziuonale veramente” di Abbatantuono, che peraltro resta ancora pervicace nel parlato di molti ragazzini del Sud.
    Trovo invece apprezzabile ed onesta la mescolanza linguistica di Ascanio Celestini, per nulla falsa anche trascritta, che si snoda come un respiro naturale senza sforzi ed eccessi.
    E vorrei ricordare la Tempesta di Shakespeare tradotta da Eduardo De Filippo.

  9. Acheronteinfronte il 21 febbraio 2007 alle 09:44

    Bello il pezzo di Christian.
    Concordo sulla grandezza letteraria di Michele Mari, che vedo più vicino a Gadda che a Pasolini, a voler vedere una certa continuità di discorso di ricerca sulla lingua.
    Davvero notevole anche lo spettacolo di Fabrizio Gifuni ” ‘Na specie de cadavere lunghissimo” su Pasolini… Chi non lo ha visto, lo veda; ne vale la pena.

  10. Alcor il 21 febbraio 2007 alle 11:30

    Non lo reputo il più grande scrittore italiano, neppure nel settore lingua. Ma non è il fatto che qualcuno lo stimi più di me, che mi urta. I gusti sono gusti.

    Trovo che chi dice Caio è “il più grande scrittore italiano” si aggiri con un’ascia dove ci si deve aggirare con il bisturi, trovo che queste iperboli ottundano sempre la mente di chi legge, che abituino chi legge a lavorar di grosso, e chi lavora di grosso in un campo che a me interessa mi disturba, lavora contro di me.

    Hai capito, adesso, @testotosto? Non c’entra lo scrittore, ma il metodo, la generalizzazione, l’iperbole come tanto al chilo, come rinuncia a distinguere e perciò anche a pensare, e anche il post in sè poteva essere migliore, Raimo ne ha scritti di meglio.

    Vedo adesso che una mente acuta avvicina Mari a Gadda. L’Acheronte in fronte deve avergli fatto venire un bernoccolo che gli fa ombra.

  11. Nona il 21 febbraio 2007 alle 12:01

    il romanesco come lingua non lo riconosco, e neppure come dialetto. Né negli sforzi letterari dei contemporanei né nel modo di espressione della televisione. i dialetti si dovrebbero, meglio si potrebbero incrostare nella lingua standard, invece di fare distinzioni da maestrina sulla differenza tra regionale e nazionale e quant’altro. e non a esprimere la voce del popolo, il grottesco, la malinconia, ecc. un’operazione costante nel parlato, nella traduzione, negli articoli di giornali, dal negoziante sotto casa, nei libri anche certo. ma appropriarsi di tutti i dialetti, indipendentemente dalla propria provenienza geografica. del resto pasolini non era romano.
    suggerirei di andare a leggere quello che dice busi in “nudo di madre”.

  12. Giuseppe Iannozzi il 21 febbraio 2007 alle 12:24

    Bravo e molto. Ma non lo reputo neanch’io il più grande scrittore italiano vivente. Però, alla mia riconosciuta triade potrei aggiungere sì, proprio Michele Mari. Perché no. Quindi sono a quota quattro.

    “Nudo di madre”: sì, lo suggerisco anch’io. Aldo Busi è ineguagliabile.

  13. daniele il 21 febbraio 2007 alle 12:35

    “Renato Gattuso” ma quando mai…
    Gennaro, Raimo, Gennaro Gattuso.

  14. tashtego il 21 febbraio 2007 alle 12:45

    Note parse.
    Gli scriventi di Roma sentono fortemente l’attrazione della parlata locale, alla quale devono costantemente resistere.
    Inutile ribadire che non di dialetto si tratta, ma di parlata.
    Il dialetto fu quello del Belli, che non si parla più da almeno cinquant’anni, fatta salva forse qualche enclave ridottissima, come il Ghetto.
    Come romano mi sento abitato dal romanesco e praticamente dalla nascita domando costantemente di abitare l’italiano con la stessa naturalità, ma ho capito che è impossibile: il romanesco schizza fuori diabolico tutte le volte che espressione ed emozione formano un pacchetto unico.
    Come romano parlo con la stessa inflessione che Celestini, che non amo, usa per i suoi monologhi, una sorta di italiano strascicato in padella romana, che personalmente odio.
    Stessa cosa direi per i due principali maitre del genere – Bonolis e De Sica – i quali si direbbe stiano linguisticamente unificando il Paese facendo di quella che mi appare solo come poco più di un’inflessione, il veicolo privilegiato del carattere nazionale del Grande Ripieno (nazional-popolare?), che in pratica consiste in un sordismo corrivo e degradato.
    Il sordismo è una lebbra che si mangia la capacità di auto-percepirsi degli italiani.
    Pasolini scriveva nella lingua delle borgate perché in nessun altro modo avrebbe potuto rendere le sue figure: la particolarità sta nell’adottarla non solo nei dialoghi, ma incastonandola nella struttura stessa del narrato in italiano.
    Il romanesco di Gadda è piccolo borghese, umbertino, succoso, e serve più a quella che definirei un’atmosfera che alla definizione dei personaggi, mi pare. Ingravallo, se non ricordo male, si esprime in una sorta di burinese, la servetta si esprime in laziale, se non sbaglio.
    Pasolini entra nel romanesco borgataro e vi aderisce.
    Gadda, pure usandola, mi sembra si tenga al di fuori della parlata locale.
    In Gadda c’è ironia, in Pasolini manco l’ombra.
    Il romanesco di Pasolini appartiene alla sua visione tragica della Città di Dio.
    Ho notato che esistono attori che possono recitare solo in romanesco, come Ricky Menphis.
    Ricky mi sembra possa aderire solo a personaggi vernacolari e sbrigativi, sembra che l’italiano non lo conosca, ma lo capisco.
    A parte Mari, non conosco il lavoro degli artisti citati da Raimo.
    So però che la parlata romanesca si deve accompagnare alla sapidità locale, a quello che è stato chiamato “disincanto”, indifferenza, ad un uso accorto della volgarità, all’inventiva e soprattutto al senso del paradosso: si noti in proposito come nelle varie case del Grande Fratello si fanno accuratamente reagire tra loro parlate e culture diverse del paese, e si sceglie attentamente un “romano spiritoso” da inserire nel gruppo col compito di ironizzare su tutto.
    Puntualmente questo romano agisce in mancanza di interlocutori validi sul piano dell’ironia, che sembra essere stata spazzata via dalle culture nordiche e non si sa perché.

  15. Morgan il 21 febbraio 2007 alle 13:07

    Il rapporto fra dialetti e lingua nazionale è un tema interessante soprattutto in Italia, non accade lo stesso per esempio in Francia.
    Di conseguenza nella letteratura, non solo contemporanea, anche se con più debolezza oggi, tale rapporto acquisisce sempre significato e importanza.
    Tuttavia a me pare che approfondire il tema della presenza dialettale nella televisione sia molto diverso rispetto alla letteratura.
    Nel primo caso la dominanza di un accento romano o polentone (in particolare di area lombarda) evidenzia un conflitto tutto interno ai palinsesti a me ignoto, ma che vedo netto nelle sue forme.
    Nella letteratura il panorama, grazie al cielo, è più ricco. Le radici si estendono a tutto il territorio nazionale. Per fortuna.
    Inoltre, credo che sia importante fare notare che i dialetti o gli accenti marcati portano con loro molti più significati che la lingua nazionale spesso, certe espressioni non potrebbero uscire con la medesima carica semantica in lingua italiana.
    Non c’è che da rassegnarsi: la presenza dei dialetti e, quindi, in parte le lontananze fra persone che provengono dalle diverse aree del paese sono vive, pregne di presenza quotidiana e capaci di farci sorridere o amareggiare come in pochi altri paesi d’Europa.

  16. Lorenzo Esposito il 21 febbraio 2007 alle 13:42

    In televisione la diffusione linguistica non è quasi mai specificamente dialettale (non a caso: il compianto Sergio Citti (v. “Il minestrone”), cui Pasolini. come lui stesso ammetteva, deve qualsiasi ‘scrittura’ filmica; Benigni, almeno agli inizi). Mi sembra più corretto parlare di ‘varietà regionale’ (la parlata, appunto). Fino alla fine degli anni ottanta la varietà regionale che si era imposta era il romanesco (cfr. “Storia linguistica dell’Italia unita” di Tullio De Mauro), facilmente riscontrabile nell’uso – più che corretto – delle vocali chiuse. Poi, probabilmente e indicativamente dall’entrata in gioco del connubio lega-berlusconi, le cose si sono fatte un po’ più confuse, e i flussi di varietà regionali hanno subito un impazzimento e una rimessa in circolo (brutalmente politico, mentre la cadenza milanese dell’epoca drive-in era più apertamente ‘dialettale’). La cartina al tornasole restano i tg: oggi le vocali sono aperte anche fra i mezzi busti, con una chiara presa di posizione delle varietà regionali del nord Italia (una cosa prima impensabile: infatti, nonostante tutto, i tg rai, in parte ‘pubblici’, mantengono la varietà romanesca). I vari bonolis, mammuccari etc. sono solo una risposta ‘bassa’ (magari bassa: ingenua) a questo trapasso, e dimostrano di non aver compreso ciò che invece doveva sembrare chiaro a Gadda e a Pasolini, e cioè che la varietà regionale romanesca – depurata, e quindi resa pura, dal dialetto – è quella che più si avvicina alla lingua italiana (visto che il toscano, nonostante Dante, aspira le c…). Certo, nella dialetti-ca ci sarà una sopravvivenza. Franco Citti, fratello di Sergio, alla domanda che cos’è il cinema rispondeva: “un posto dove quando fai er bijetto, te lo strappeno”.
    loresp

  17. Simone Ciaruffoli il 21 febbraio 2007 alle 14:13

    Prendete il presente solo per criticarlo negativamente, divenite intellettuali di quello che vorreste fosse, non di quello che è. Siete avvoltoi della contemporaneità.
    Imparate a apprezzare i nostri tempi, ma prima capite come inquadrarli.
    Davvero, scrivete sempre la solita solfa virata su tutti gli argomenti dello scibile: “Mio dio che tempi di merda, non ci sono più i grandi di una volta”. Siete pallosi da leggere, eppure siete giovani.
    Ci manca la citazione di Franco Citti e abbiamo chiuso il cerchio.

  18. Alcor il 21 febbraio 2007 alle 14:34

    Avvoltoi della contemporaneità?

    Qua si è parlato bene di
    Aldo Nove
    Giorgio Somalvico
    Eleonora Danco
    Tommaso Giagni
    Michele Mari
    Paolo Morelli

    nel post

    e di:

    Michele Mari
    Fabrizio Gifuni

    nei commenti,

    certo, poi nei commenti si è parlato ovviamente soprattutto dei dialetti, attraverso gli esmpi più noti e conosciuti da tutti. E io di metodo.

    Ma tu leggi?

  19. MarioB. il 21 febbraio 2007 alle 19:34

    OT

    Al sig:Indian Cleaning Inc.

    Ecco adesso faccio così, metto il mio sito di pitùr,
    però il blog dei cartografi a cui appartengo mi da un suo numero,
    che è il cf05103025,
    olè

    Mario Bianco



indiani