La neve

21 febbraio 2007
Pubblicato da

(I frammento, Napoli 2007)

di Francesco Filia

…noi siamo già quel che voi
sarete domani.

La neve, quella vera, non l’abbiamo mai vista
se non nella bocca a nord del vulcano
nei pochi giorni di cristallo dell’inverno come una minaccia
che ricorda quel che non abbiamo temuto abbastanza,
ma il gelo, quello sì, è dentro di noi fino alle ossa
e lo sentiamo che morde le giunture e crepa le ossa
fino al midollo. Ce ne accorgiamo dai sorrisi tirati
dei passanti, dai gesti circospetti di chi vive per strada,
dalle urla dei ragazzi impresse nell’aria, dal nostro indugiare.
E non ci sono di conforto i sogni agitati in piena estate,
lo scambiare la notte per il giorno o il ricordo di una madre
il tepore della sua ombra. E se anche qualcuno di noi
si chiede qual è il respiro di queste strade, del loro teso
vibrare, della luce che apre spazio tra i palazzi e i nostri
incerti passi affrettati rimarrà come un brusio di fondo
tra risate e un colpo di clacson. Tra misericordia
e cielo non c’è più tempo per esitare. L’assedio
è dentro le case. È tra la mano e il buio di stanze abbandonate
e non serve ritrarsi di scatto, anche le mura sapranno chi siamo
scrutando la paura nei nostri occhi e allora potremo solo obbedire
ascoltando il silenzio che si insinua tra il vocio e il magma di piazze
e strade, che invade portoni e giardini a mezzacosta, che copre
frammenti di dialoghi affamati di bocche e cuori e allora, tra vestiti
gettati e l’odore di arance cadute, saremo veri e senza età
come chi dovrà morire sul serio.

Francesco Filia vive, lavora e scrive a Napoli, dov’è nato nel 1973.

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84 Responses to La neve

  1. Roberta il 21 febbraio 2007 alle 09:38

    Intensa. Non sono abituata a leggere poesie, ma ho sentito il gelo nelle ossa. Ho sentito la Napoli che vivo. Bravo Francesco Filia.

  2. così&come il 21 febbraio 2007 alle 09:53

    Capita, leggendo, che nel procedere piano, sognante, dell’ascolto delle parole altrui riflesse nel proprio pensiero, un termine, un’immagine, un particolare minimo provochi un fulmineo istante di comunicazione diretta completa che da un senso a tutto il pezzo, che si stamperà nel ricordo come una specie di riassunto metaforico che porta a capire di colpo tutto il resto:

    odore di arance cadute

    un odore di desolazione dei resti di un mercato, spiantate le bancarelle, dove si frugano gli avanzi prima che gli spazzini li ramazzino via, di un viaggio lungo in treno in cui le bucce si mescolano alla tristezza dei sussulti ritmici di un sonno scomodo, di un odore di umanità stanca, di sedili di plastica caldi e sporchi.

  3. a.b. il 21 febbraio 2007 alle 10:10

    E’ bellissima. Mi fa davvero piacere che l’abbia postata Roberto. Ero rimasto alla lettera che mandò al premio Dedalus, e, insomma, come si fa a non pensare a come sta, se è riuscito a mangiarsi quella pizza con gli amici, insomma a vivere in qualche modo come possono vivere gli altri.

  4. carla bariffi il 21 febbraio 2007 alle 10:18

    La bellezza di questi versi mi dona un quadro di Napoli toccante,
    Un aspetto diverso della neve, più vero.

    e quel brusio di fondo, par proprio di sentirlo….

  5. Marco Saya il 21 febbraio 2007 alle 10:35

    Una bellissima lirica SENTITA! La neve, forse, sinonimo di augurio per un ritorno a una normalità non più “assediata e ghiacciata”.

    Marco

  6. véronique v il 21 febbraio 2007 alle 12:13

    Per magia il gelo avvolge il corpo della scrittura.
    Scrittura che diventa minerale e pungente come una morsa.
    Un dolore fisico.
    Il gelo soffia sulla città, frammenti di brusio e di silenzio,
    città pietrificata; la lava diventa fiume ghiacciato.
    Il gelo interiore subentra al tepore della sua ombra (la madre).
    Il gelo isola ragazzi per le strade.
    La morte abita la città, si infiltra nei corpi.
    E’ una poesia bellissima, immacolata.

  7. Barbara il 21 febbraio 2007 alle 12:35

    Un gigantesco ed affettuoso in-bocca-al-lupo per te, Roberto !
    Dovunque tu sia…………………….

  8. l.s il 21 febbraio 2007 alle 13:13

    sull’onda del libro di Saviano é fra le cose più belle che ho letto di Napoli fra le tante che a grappolo sono cadute in rete e non. Il gelo, la neve, i calcinacci che si scrostano nelle stanze: tutto cade senza far rumore.
    Oltre la sua luce, i suoi colori e i suoi rumori è nel silenzio ignorato il vero male di questa città.

  9. mario il 21 febbraio 2007 alle 17:12

    Lunga vita a Francesco Filia! Se Dio esiste, se almeno esiste un Dio delle parole, che lo benedica. Oggi farò festa alla faccia dei poeti laureati, è passato il tempo dei limoni, sento profumo, intenso, di arance cadute.

  10. bingo bongo il 21 febbraio 2007 alle 17:56

    e kè c’entrano i poeti l’aureati?

  11. bruno esposito il 21 febbraio 2007 alle 18:38

    E’ di certo uno scritto all’interno di qualcosa di più vasto. D’altra parte è solo un primo frammento, come dice il titolo. Mi piacerebbe leggere il resto per capire di più. Ciao r.

  12. Christian Sinicco il 21 febbraio 2007 alle 19:20

    E’ un flusso ben gestito, incalzante, forte. Come si può contattare Francesco per altri versi?

  13. Michele il 21 febbraio 2007 alle 19:53

    Stupenda dolcissima,come stupenda e dolcissima è la nostra Napoli che tanto ha dato e tanto da,grazie Filia e grazie a te Saviano donaci altri tuoi scritti. Ti rigraziamo e ti aspettiamo.

  14. vittoria il 21 febbraio 2007 alle 21:33

    La poesia di Francesco dà un’immagine di Napoli non semplicemente come luogo, ma come stato d’animo, comune sentire. Il suo verso disteso e piano produce immagini nè consuete nè consolatorie.
    Spero di poter ancora sentire la voce di Francesco e di altri giovani poeti napoletani. Complimenti non mollare!

  15. leonida il 21 febbraio 2007 alle 22:14

    In questa poesia emerge che Napoli è un destino, per chi ci vive ma non solo. Mi ha colpito molto l’epigrafe (penso che il senso dei primi due versi in corsivo sia quello) è profezia rivolta a chi, ai posteri, agli italiani? Sottilmente inquietante!

  16. Anna il 22 febbraio 2007 alle 00:27

    La lettura di questi versi mi ha donato momenti intensi di emozione!
    E’ una poesia maliconica ma non senza speranza….

    Faccio i miei più sinceri complimenti a Francesco!

  17. Fausto il 22 febbraio 2007 alle 00:33

    c’è molta laurea in realtà in questi versi, molto puzzo di ‘limoni’. Napoli… ma Napoli è una visione, appartiene allo sguardo di chi al crea e qui la creazione metrico-sensuale è debole e un pò retorica.

  18. Antonio Spagnuolo il 22 febbraio 2007 alle 09:42

    Attenzione ! La poesia pura non è mai retorica. Trascinare il lettore in uno spreco di frasi non ottiene l’effetto della “sorpresa” o del “ri/creare” insieme figurazioni e significazioni. I “tagli” del sovrabbondante sono necessari per un fulmineità del testo. Prova a sacrificare !!!
    Antonio Spagnuolo

  19. esseesse il 22 febbraio 2007 alle 09:44

    al di là della bellezza, che a napoli serve a poco, c’è il dato politico esistenziale dell’assedio. che pure apre a nuove prospettive di bellezza. che francesco filia annota preciso e senza speranza. s

  20. valter binaghi il 22 febbraio 2007 alle 17:38

    La poesia è bella ed eccessiva, come dev’essere.

    @Spagnuolo
    Le poesie di Pavese ti piacciono?
    Anche lì c’è una sintassi ostinatamente narrativa, eppure…

    @Roberto Saviano
    Un abbraccio. Che è un augurio.

  21. gianni biondillo il 22 febbraio 2007 alle 18:00

    Sai, Valter, spesso ho la sensazione che si debba “ripartire” da “Lavorare stanca”. Questa poesia di Francesco brucia ossigeno. Respira.

  22. valter binaghi il 22 febbraio 2007 alle 20:06

    Una cosa semplice, da ex bambino. Io le poesie non le avevo mai capite, prima. Poi in terza media ho letto su un’antologia “I mari del sud”, tratta da “Lavorare stanca”, dove si parla di un cugino che torna al paese dall’America, e compra un distributore di benzina. E lì mi si è accesa una luce.

  23. Roberta il 22 febbraio 2007 alle 21:40

    che bella espressione che hai usato gianni: brucia ossigeno. Mi piace assai.

  24. emptyspace il 23 febbraio 2007 alle 11:13

    Semra inciso sulla pietra. Quando il prossimo frammento. Voglio sapere come va afinire

  25. Alcor il 23 febbraio 2007 alle 14:33

    Lavorare stanca, che ho adorato durante l’adolescenza e persino messo in musica con l’aiuto di mio fratello, non riesce ad andare oltre la poesia del sentimento vissuto, è il libro di una temperie, non il libro di un grande poeta.

    Ripartire da Lavorare stanca sarebbe come dire ripartiamo a studiare la fisica da Galileo, lasciando perdere tutto quello che è venuto dopo.

    Io lo capisco questo desiderio di “autentico” e mi è anche simpatico. Ma non è una cosa seria, secondo me.
    Diciamo che provo simpatia per le persone che lo esprimono, ma trovo più che ingenua e irrilevante la poetica.
    L’espressione del sentimento, anche garbata e sentita, è cosa bella, buona e umanamente rilevante.
    Io però credo che la poesia sia altro, più complesso, più arduo, e mi interessa quando acquista forma estetica e si confronta con la sua tradizione, quale che sia.

    La simpatia resta, figuriamoci…

  26. super il 23 febbraio 2007 alle 17:17

    Versi che non dànno speranza, ma accarezzano, sollevano.

  27. sitting targets il 23 febbraio 2007 alle 19:44

    mah. mi sembrano poca cosa. alcor è stata gentile, io un po’ meno.

  28. sitting targets il 23 febbraio 2007 alle 20:48

    a.b. e la critica: ecco come barbieri commenta la cosa qua sopra:

    “E’ bellissima. Mi fa davvero piacere che l’abbia postata Roberto. Ero rimasto alla lettera che mandò al premio Dedalus, e, insomma, come si fa a non pensare a come sta, se è riuscito a mangiarsi quella pizza con gli amici, insomma a vivere in qualche modo come possono vivere gli altri.”

    insomma, le domande che si fa riguardano “la pizza con gli amici”, non la qualità dello scritto. non si fa menzione a quello che dice, rappresenta. nulla. solo un indifferente monologare. barbieri monologa in pubblico. parla da solo davanti a un microfono. cazzo, portatelo via, dai!

  29. leonida il 23 febbraio 2007 alle 22:11

    Qualcuno ricorda Robert Frost? Conoscenza della notte? Questo mi sembra il termine di paragone, come immaginario e stati d’animo che suscita.

  30. ninetta il 23 febbraio 2007 alle 23:10

    questa è poesia.
    senza timore.

  31. la funambola il 24 febbraio 2007 alle 00:04

    l’ho letta con il sottofondo di una canzone di fossati “c’è tempo”.
    che bella questa esortazione “tra misericordia e cielo non c’ è più tempo per esitare”.
    è vero, ma le case sono assediate e questa è solo una poesia.
    bellissima.
    tanti baci
    la funambola

  32. Alcor il 24 febbraio 2007 alle 13:11

    @Sitting

    parlavo di Pavese, non del testo di Filia, io i testi di poesia non li commento più, soprattutto di giovani poeti italiani, li leggo e basta.
    E’ difficile giudicare da un solo testo, sia per criticarlo sia per citare addirittura Frost, come fa Leonida, con un certo audace azzardo.

    Frost è stato considerato un poeta facile, un residuo ottocentesco, poi anche rivalutato, ma un ragazzo nato nel ’73 forse non ha Frost nello zaino, non so.

  33. Roberta il 24 febbraio 2007 alle 17:10

    Bah forse riguardo a Frost bisognerebbe chiederlo al ragazzo del ’73 se ha anche Frost nello zaino

  34. carla bariffi il 24 febbraio 2007 alle 17:39

    @alcor, perchè non commenti più i testi di poesia?
    io trovo che non ci sia niente di più ….eclatante…perchè è una prova sulla tua sensibilità, è il tuo sentire che parla quando leggi una poesia,
    pensaci.
    ciao

  35. Alcor il 24 febbraio 2007 alle 18:34

    Perché tendo a essere troppo critica, e anche troppo rapida, e trovo che esserlo su un testo soltanto, una sola poesia, e per di più di un poeta giovane, rischi di ferire, o anche lodare, senza basi.
    E non mi pare gran che, come risultato.

  36. carla bariffi il 24 febbraio 2007 alle 19:57

    no, tesoro,
    va benissimo essere critici, fa solo bene, devi dire assolutamente quello che pensi, nel bene e nel male, la tua verità.
    serve per la crescita di chi ti legge!
    è una cosa troppo bella e troppo difficile, per tanti.
    ma tu lo puoi fare.
    fidati

    ciao alcor

  37. gianni biondillo il 24 febbraio 2007 alle 21:29

    C’è un percorso della poesia italiana del Novecento (che per semplicità chiamerei lirico-ermetico) che ha “vinto”. Va bene, ben inteso. Ha vinto perché forse doveva vincere. Ma io quando dico “tornare a Lavorare stanca” intendevo trovare forse altri percorsi che hanno fatto capolino e sono subito scomparsi nelle nostre patrie lettere. Non è un ritorno al passato, pedissequo, è un progressus retrogradis tipico dell’arte che reinventa guardando, magari, di lato alla strada maestra i depositi abbandonati ma non esauriti. Una poesia epica, non solo lirica, o ermetica, o astrattoavanguardista, non toglie nulla alle altre istanze ma aggiunge.
    Tutto qui.

  38. Alcor il 24 febbraio 2007 alle 22:55

    AVEVA vinto, @gb, ormai è un pezzo che non vale più.
    Noi non la possiamo avere, una poesia epica, siamo fuori tempo massimo.

    Carla, dammene uno che ha già un po’ di ciccia intorno alle ossa, e lo faccio.

  39. Alcor il 24 febbraio 2007 alle 22:55

    E poi, Pavese non è mica epico.

  40. adamo il 25 febbraio 2007 alle 11:11

    invece quella di filia è proprio poesia epica, in un modo che non saprei nemmeno spiegare

  41. carla bariffi il 25 febbraio 2007 alle 13:40

    @alcor….
    ci to pensando….

  42. Alcor il 25 febbraio 2007 alle 14:29

    Ragazzi, epico, non vorrei dire, ma le parole hanno un senso, lo usate solo in quello estensivo? per dire che non è lirico e tende al narrativo?
    Ma allora è epico anche Giovanni Giudici, e francamentre chiamare epico Giudici…
    Almeno un eco di quello che è la poesia epica, quando parlando di un poeta dite epico, mi piacerebbe sentirlo.
    Parlassimo di Derek Walcott capirei…
    E’ difficile intendersi quando ognuno usa le parole seguendo le sue vie personali.

  43. emptyspace il 25 febbraio 2007 alle 14:44

    @alcor

    Scendi dal piedistallo!!!

  44. Alcor il 25 febbraio 2007 alle 15:00

    sali tu, @spazio vuoto, e mai nome fu meglio scelto.
    Se trovi che sia su un piedistallo, o mi ci metta, vuol dire che ti sembra tale anche un millimetro di altezza, cioè che sei nella buca. Datti da fare, pedala, impara qualcosa, vedrai che scemenze ne dirai di meno.

  45. emptyspace il 25 febbraio 2007 alle 15:05

    @ alcor
    Permalosetta. La verità ti fa male lo so.

  46. Alcor il 25 febbraio 2007 alle 15:48

    No caro, era un commento quasi affettuoso, ma se tu articoli qualcosa ti posso prendere sul serio e risponderti in merito, se mi dici scendi dal piedestallo, essendo io a 0 metri sul mare guardo in giù e vedo la buca.

    Manco questo po’ di immaginazione riesci ad avere? Scegliersi un nick come emptyspace, beh, come dire, stimola …

    Entra nel merito e dimmi in cosa e perchè Pavese sarebbe poeta epico e io non ti dico di andare a scuola e anche ti rispondo.

  47. carla bariffi il 25 febbraio 2007 alle 15:56

    i maschietti sono dei gran fifoni, cara alcor, si nascondono dietro a pseudonimi impossibili,
    apri gli occhi, e non prendertela….perchè la critica è un diritto, se poi dall’altra parte non si accetta e non si spiega, la cosa importante è che TU hai espresso il tuo pensiero.
    Punto.

    permaloso quì
    è ben altro…..

  48. Alcor il 25 febbraio 2007 alle 16:00

    Ciao carla, no, non me la sono presa, ma se uno dice una cazzata e tu gli rispondi, eccolo che subito si ringalluzzisce e dice mi ha risposto, se l’è presa, ho ottenuto un risultato, finalmente ho fatto qualcosa anch’io nella vita, MI HANNO VISTO.
    E’ domenica, ho voluto essere buona:-)

  49. Vera il 25 febbraio 2007 alle 16:14

    e allora…non rispondiamo più alle cazzate.
    Buona domenica!
    che è bella grigia!
    ma chi se ne frega!
    ciao

  50. Vera il 25 febbraio 2007 alle 16:16

    p.s.
    Per l’anagrafe io ho tre nomi:
    Carla Maria Diana
    Vera è per le occasioni speciali!

  51. Alcor il 25 febbraio 2007 alle 16:20

    :–)

  52. emptyspace il 25 febbraio 2007 alle 16:22

    Mi sembra che tu mi risponda eccome cara alcor.
    Argomento epico: se si parla di gesta memorabili, la poesia epica non esiste più da un bel po’, se invece si intende un’apertura verso l’esterno e non un rinchiudersi nei meandri del proprio io allora la poesia epica esiste, e mi sembra che “Lavorare stanca” di Pavese ne sia uno dei capisaldi, almeno per quel che riguarda il panorama italiano. L’epos attualmente può portare alla luce mondi che altrimenti sarebbero stritolati dalla macina della storia. Il dire poetico salva mondi, non solo lo spazio del proprio io, che può risultare vuoto e quindi meritare di sprofondare!
    Capito emptyspace?

  53. Alcor il 25 febbraio 2007 alle 17:14

    Certo che ti rispondo, e con le parole di un altro

    “Lavorare stanca, incuneata negli anni di pieno dispiegamento dell’ermetismo, ne costituisce assieme alle poesie di Noventa, il controcanto più deciso. anche se sui motivi di polemica diretta, certo presenti (…) , prevalgono per Pavese le ragioni di un ethos subalpino e antifascista, sia pure inumidito da una sensibilità profondamente DECADENTE, e quelle di uan formazione culturale singolare a appartata, che egli stesso riassunse nella “scoperta del volgare nordamericano”, nell'”uso del gergo torinese e piemontese nei suoi naturalistici tentativi di prosa dialogata” e infine nella “rabbiosa passione per Shakespeare e altri elisabettiani” (…). In concreto, i precedenti dell’esperimento pavesiano vanno specialmente individuati in ambito americano, in Whitman (…) e per l’Italia in una zona di poesia piemontese d’inizio secolo, fra Thovez e Cena, e nell’aria vociana (specie la coralità di Jahier).

    Anche se oggi appare chiaro che in Lavorare stanca le intenzioni e l’interesse storico prevalgono sui valori poetici, non è giusto liquidare l’opera come l’esperimento in sostanza fallito di un temperamento vocato alla prosa: i risultati vanno commisurati all’assunto culturale, ben arduo per i tempi, e i limiti ideologici e artistici sono quelli di tutto Pavese, né più né meno. Uguale comprensione non è possibile avere per le liriche di Verrà la morte, droga di intere generazioni di liceali (il cui tono è qua e là anticipato dalle ultime di Lavorare: v.in particolare Il paradiso sui tetti). Evidentemente nel lessico e nella metrica il loro riaggancio, sopra la testa di Lavorare stanca cui si richiamano quasi solo per le cadenze iterative, al crepuscolarismo (per esempio di Corazzini) e alla tradizione novecentesca media e più neo-classica (…) assunta in un suo minimo denominatore quasi scolastico. Ritorno all’ordine che non ha naturalmente esplicite intenzioni culturali, ma riflette semplicemente l’illusione pavesiana che le brucianti esperienze amorose da cui nascono quei testi avessero una dignità letteraria in se stesse, al di qua dell’elaborazione intellettuale e formale: che è un ulteriore episodio dell’eccessiva e infantile fiducia di Pavese nel valore esemplare della propria biografia.”

    P.V. Mengaldo (sempre che tu sappia chi è) nella scheda critica alla scelta pavesiana nell’antologia dei Poeti italiani del Novecento.

    Eccolo, il tuo poeta epico.
    Pavese è la versione poetica novecentesca di Paolo Conte.

  54. Alcor il 25 febbraio 2007 alle 17:15

    Qui però chiudo, perchè la tua mente mi annoia, spazio vuoto.

  55. valter binaghi il 25 febbraio 2007 alle 17:29

    Però questa battaglia sull’ epico di poteva evitare con una declaratio terminorum. Per alcuni già il solo ritorno all’ethos (la terra, la gente, la lingua) è epico, perchè presuppone un esilio precedente, è il punto terminale di un’odissea, anzi l’epilogo mai scritto: e se una volta tornato alla terra di itaca essa ti respingesse, come una sostanza aliena?
    Da questo punto di vista tutta l’opera di Pavese si può rileggere, da “La luna e i falò” a “Lavorare stanca”. Dopo l’equivoco neorealista, restituirla alla potenza del mito e alla profezia acosmistica che contiene, quella di un uomo senza più un mondo dove abitare.

  56. emptyspace il 25 febbraio 2007 alle 17:32

    Non hai risposto nel merito della questione. Hai solo citato a vanvera. Sei troppo nervosa per i miei gusti. Ma almeno quando dormi il tono da maestrina saccente lo perdi?

    Sarà un giorno tranquillo di luce fredda
    come il sole che nasce e che muore, e il vetro
    chiuderà l’aria sudicia fuori dal cielo. (…)
    (Il paradiso sui tetti)
    Qui chiudo anche io.

  57. Alcor il 25 febbraio 2007 alle 17:38

    Valter, Pavese è decadente, crepuscolare, tornare a Pavese è come chiudersi in una torre d’avorio d’antan da post dannunziano di sinistra, anzi, in una torre delle langhe, che sa di castagne e di brume.
    Lo so che è faticoso andare avanti, ma se c’è qualcuno che cerca la salvezza in questo, ai tempi nostri, con quello che sta succedendo, è solo perchè non ha abbastanza forza e coraggio e preferisce il paesello.

    Quando alla declaratio terminorum non sarei così democratica, vuoi spianare la strada alla torre di babele?
    Qua c’è troppo liceo, troppe garzantine e troppo poche letture, dilettantesche e superficiali.

  58. carla bariffi il 25 febbraio 2007 alle 17:45

    @alcor,
    a me Pavese piace.
    la sua è una storia triste ma certe sue poesie sono pietre miliari
    e poi ha osato molto…a discapito della sua stessa vita.
    Dai grandi del ‘900 credo ci sia sempre da imparare…

  59. carla bariffi il 25 febbraio 2007 alle 17:47

    sarà che la poesia crepuscolare ha un che di fascinoso….

  60. Alcor il 25 febbraio 2007 alle 17:58

    carla!

    la sua è una storia triste sono d’accordo, a 17 anni sapevo a memoria le sue poesie e il Mestiere di vivere.

    le sue poesie NON sono pietre miliari, ma piacciono alle persone che amano farsi emozionare. In più sono facili, il che aiuta.

    Contro tutto questo io non ho niente.

    Però poi, se uno vuol fare un passo avanti, legge ancora e vede i limiti.
    Certo, nessuno è obbligato a fare passi avanti e a leggere ancora e a vedere i limiti, ma SE LO FA, poi vede anche i limiti di quelli che non hanno voluto vedere i limiti.

    Ha osato cosa? C’è qualcosa di particolarmente rischioso che Pavese ha fatto più di altri?

    E, ultimo, NON è un grande del ‘900. Certo, vedo che per qualcuno è un grande del ‘900 persino la Pivano, se sono finita in un salottino di questo tipo mi scuso e me ne vado, ho sbagliato appartamento. E’ imbarazzante, ma capita.

  61. carla bariffi il 25 febbraio 2007 alle 18:26

    diciamo che ha scritto “Dialoghi con Leucò” in un’epoca che non lo ha apprezzato…

    ricordo questo stralcio, tratto da “la luna e i falò”……leggilo piano…

    Seguitai a salire, e vidi il portico, il tronco del fico, un rastrello appoggiato all’uscio – la stessa corda col nodo pendeva dal foro dell’uscio: la stessa macchia di verderame intorno alla spalliera del muro.
    La stessa pianta di rosmarino sull’angolo della casa. E odore, l’odore della casa, della riva, delle mele marce, d’erba secca e di rosmarino….
    Era strano come tutto fosse cambiato eppure uguale.

  62. Alcor il 25 febbraio 2007 alle 18:38

    “Nelle stanze non rimaneva quasi più nulla. Dalle finestre prive di tende entrava lo splendore rossastro del tramonto, entravano tutti gli strepiti della via. Alcuni uomini staccavano ancora qualche tappezzeria dalle pareti, scoprendo il parato di carta a fiorami volgari, su cui erano visibili qua e là i buchi e gli strappi. Alcuni altri toglievano i tappeti e li arrotolavano, suscitando un polverio denso…”

    leggilo piano

  63. Alcor il 25 febbraio 2007 alle 18:47

    E leggi piano anche questo:

    “Quattro mule con della farina venivan giù per la strada del valico, dalla parte del bosco dei cerri. Ma non c’era la luna. Pioveva. E un bosco è un bosco e la notte è la notte: i carabinieri s’eran messi a sparare. Così due mule eran mezze impazzite e avevano preso a scappare qua e là in mezzo a forre e calanchi e torbiere: e adesso, in qualche posto vicino, era sparsi per terra sei quintali di farina e anche più. Tutti quanti correvano a prenderne.”

  64. Alcor il 25 febbraio 2007 alle 18:47

    e poi ne parliamo

  65. la funambola il 25 febbraio 2007 alle 18:49

    sì, alcor, sei noervosetta :)))
    pavese è un uomo “onesto”, come pochi, e la sua vita, il suo pensiero ne sono testimoni.
    che altro?
    e le parole di questo ragazzo , “e allora, tra vestiti
    gettati e l’odore di arance cadute, saremo veri e senza età
    come chi dovrà morire sul serio” dovrebbero saperti “parlare”
    sono parole epiche, epiche, epiche, l’epica dei cuori buoni, alcor, il resto, sciocchezze.
    bacio
    la funambola

  66. Alcor il 25 febbraio 2007 alle 18:54

    santa pace!
    L’epica dei cuori buoni te la lascio tutta, funambola, anche Turigliatto dev’essere un buon uomo, e idealista.

  67. carla bariffi il 25 febbraio 2007 alle 19:45

    ne riparliamo, sì, di fronte a un bel piatto di cazzòla!
    il tutto innaffiato con ottimo cabernet sauvignon….
    Buona serata.

  68. la funambola il 25 febbraio 2007 alle 19:47

    turigliatto non deve aver letto pavese, o meglio, se lo conosce, deve aver pensato che fosse solo, “letteratura”.
    s/tanta pace a te , alcor.
    la funambola

  69. Alcor il 25 febbraio 2007 alle 19:57

    @carla
    Vedo che non hai riconosciuto gli autori, e del resto era impossibile, citare poche righe non ha senso, come non aveva senso citare poche righe di Pavese per sostenere la sua poetica.

    Ragazze, mi siete simpatiche e un bicchiere di rosso con voi lo berrei volentieri, ma letterariamente non andiamo proprio d’accordo.

    @funambola,
    Turigliatto Pavese lo ha letto di sicuro, ci scommetterei una buona bottiglia.
    Invece di aggoiungere alle mie frasi un sottofondo aspro e rapido leggile piano, come suggerisce carla, con un tono un po’ strascicato e ironico e vedrai che non sono nervosetta:–) Ci vuol altro, vado a preparare la cena. e pace anche a te.

  70. Mario Ardenti il 25 febbraio 2007 alle 20:23

    @ alcor

    Io ho già mangiato: arrosto di vitello con patate, frittata di porri e strudel, più vino rosso.
    E Pavese mi piace: che male c’è? Decadente? C’è di peggio nella vita.
    I passi avanti? Per andare dove? C’è la “conoscenza” avanti? Quale? Di chi?
    Pavese era solo un povero cristo (ed un pessimo comunista, dissero i comunisti di allora) ed ha scritto cose piacevoli. Che cosa sia un’artista per certo lo sa lei, e diciamo altre 123.421 persone. Pochine.
    E Paolo Conte è molto bravo. Anche Pasolini era bravino con il films, ma quanti lo hanno letto, oltre i 123.000? Sa che penso? Che di pietre miliari davvero non ve ne sia, visto che i 4/5 degli umani vivono senza conoscerle.
    Ma comunque, acqua su aria o aria su acqua, ci vuole un amaro per digerire, ci vorrebbe (per me) un amore per proseguire: ma adesso c’è Fazio, un amaro e Fazio, che volere di più?

    Con molta simpatia

    Mario Ardenti, il qui per caso.

    P.S. Questione dirimente: ci vuole l’apostrofo in “un amaro”?

  71. la funambola il 25 febbraio 2007 alle 20:28

    Perchè io al posto di turigliatto, “non ci so stare” ,per parafrasare un pensiero di quel decadente di de andrè, perchè se avessi saputo starci, non “crederei” di aspirare ad essere “comunista”.
    Hai voluto la bicicletta, l’ebrezza del potere, l’ebrezza della notorietà, la vanità di “arrivare”, “essere qualcuno”? E allora: pedala.
    Turigliotti di tutti i credo, pedalate!
    Ma non venite poi a piangere e offrire una presunta innocenza, un’immacolata anima: coglioni.
    (coglioni in modo affettuoso né, che io sono per la com passione)
    questo è quello che penso, e ti dirò alcor, era un accostamento fuori tema il tuo, ma tant’è.
    Baci, a piedi
    la funambola

  72. la funambola il 25 febbraio 2007 alle 21:31

    ….e poi, la pivano apprezzerebbe anche questo, non è all’altezza di vasco, o di ligabue …ma ci può stare pure lui :))
    “Senti senti il profumo dell’aria limpida che entra piano dentro te Quanta rabbia ci costò quanta frustrazione siamo fuori ormai anche se nei guai Senti sale pian piano un coro e il brivido va ci colpisce proprio lì nel respiro lì a metà grande è l’emozione non sei sola sai siamo in tanti ormai non importa quanto male ci hanno fatto l’importante adesso è la verità E se chiudo gli occhi vedo il mondo come lo vorrei il mare che riprende già trasparenza il suo antico colore E la pietà che finalmente ridiventa amore l’anima sa come rifiorire come non morire Senti senti la gente non parla ma dice che è un po’ più vicino a te non è molto ma però fa consolazione mai più sola mai stretta in mezzo a noi L’incubo è dissolto perso nel passato perlomeno sai che rinascerai E se chiudo gli occhi vedo il mondo come lo vorrei le coste ritornate intatte ancora vergini ancora in fiore E la pietà che finalmente ridiventa amore l’anima sa come rifiorire come non morire ………………… E la pietà che finalmente ridiventa amore l’anima sa come rifiorire come non morire. Senti senti il profumo del nuovo amore”
    Non ti inquietare alcor, la poesia non dovrebbe fare inquietare :)))
    bacio
    la funambola

  73. gianni biondillo il 26 febbraio 2007 alle 12:00

    Alcor,
    volevo tornare per spiegare meglio la questione “poesia epica” etc. (in fondo Pavese è stato criticamente ridimensionato già da oltre un decennio, non c’era da discutere sulla questione) Ma – anche se dici di no – t’ho vista nervosetta assai. più del solito. E spesso un po’ a sproposito. E dato che mi sono detto da tempo che io devo discutere con persone calme e non con chi lancia ultimatum, mi defilo, con la mia miserabile culturella da liceale che non ha letto altra poesia se non quella crepuscolare ed emotiva.
    Peccato.
    Ma sarà di certo per la prossima.

  74. Alcor il 26 febbraio 2007 alle 13:19

    Biondillo, io non ero nervosetta, vuoi l’emoticon? Tu invece mi sembri piccato.
    Magari non lo sei e io interpreto male le tue parole. In rete capita, come sai meglio di me.
    Io sono a volte secca, ma è il mio modo e chi mi conosce sa che non ci metto mai niente di personale.
    Quanto a Pavese, che ho molto amato, non lancio ultimatum, ultimatum de che?
    Dico che ricominciare da Pavese vuol dire tornare indietro.
    Lo dico perché ne sono convintissima.
    Ma sono anche altrettanto pronta a dire che avevo torto se vedrò un gran libro nato da questo ritorno all’uomo delle langhe.
    I grandi libri di solito sono nuovi, se dal vecchio Pavese nascesse qualcosa di nuovo, perché dovrei essere ostile?
    A me i bei libri piacciono, peccato che ne trovi pochi e assai mi annoi.
    Che tu abbia una miserabile culturella da liceale o una grande e raffinata cultura letteraria, scusa, non mi riguarda, nel senso che non ci vedo niente di male né nell’uno né nell’altro caso, io ho una miserabile culturella da liceale nelle scienze e non mi suicido per questo, un po’ mi spiace, ma ormai è fatta.

    Se non vuoi discutere con me, pazienza, che ti devo dire, io parlo sempre come ho parlato qui. Non è che bisogna sempre discutere con tutti, ognuno ha i suoi interlocutori privilegiati, evidentemente io per te non sono uno di quelli, pace, come dice la funambola con cui berrei un bicchier di vino, anche se non ne condivido le letture.

  75. carla bariffi il 26 febbraio 2007 alle 15:59

    Alcor cara, ma chi dice:ricominciare da Pavese?
    Stiamo solo esponendo delle idee che, grazie a Dio, sono diverse, ma non per questo bisogna impuntarsi così sulle cose.
    io la chiamo elasticità mentale, la capacità di avere un confronto con gli altri senza imporsi.
    La bevuta la faremo, con del rosso d’annata, poi magari sulla letteratura ci si trova….è così vasta!
    p.s.:qual’è il tuo poeta preferito?

  76. Alcor il 26 febbraio 2007 alle 16:32

    Lo dice Biondillo:

    “Sai, Valter, spesso ho la sensazione che si debba “ripartire” da “Lavorare stanca”.”

    E no, io non espongo DELLE idee, espongo le MIE idee, e se sono le mie idee e ci credo, non mi impunto, ma le sostengo con forza.

    Vedi, Carla, io non ho un poeta preferito, e neppure uno scrittore preferito. L’idea stessa di poeta preferito, di cibo preferito, di città preferita ecc mi fa venire l’orticaria, del resto io detesto anche il questionario proust:–)

  77. carla bariffi il 26 febbraio 2007 alle 17:07

    O alcor….
    vado a stirare!

  78. Vincenzo Frungillo il 26 febbraio 2007 alle 22:07

    Caro Francesco,
    diceva Pontiggia (Giuseppe) che la verità è sempre lontana dai superlativi quindi non dirò che la tua poesia è bellissima. Dico che è tra le cose più dolenti e vere che hai scritto finora. Perchè tu puoi scrivere di napoli perchè tu la porta addosso..ho letto di recente due libri (qui in germania) uno si chama LA neve di Pamuk e l’altro Della neve (poema di Gruenbein). Il primo parla di un poeta turco in esilio in Germania e il secondo parla di Cartesio in esilio in Germania (bloccato dalla neve).IO per storia mia recente e personale ho incontrato questi due libri. Poi leggo la tua sublime poesia e ritrovo un amico esiliato nella propria città. Io dalla Germanie tu da Napoli pensiamo e scriviamo le stesse cose. Capisco e riconosco il finale: l’entropia (per essere moderni) o l’apocalisse che accomuna. Questo un pensiero messianico Filia, amico mio. Con la speranza che da questo candido bagliore , da questo ghiaccio interiore, qualcuno possa seriamenet ascoltare. Bravo e a presto.
    Una postilla: le chiacchiere inopportune su Pavese sono la dimostrazione che la poesia non è gradita in internet. Magari si feramssero tutti al tuo gurdare invece di continuare con le beghe domestiche . cosa centrano quei battibbecchi con i tuoi versi?
    Comunque Franceso (Filia) scrive versi da più di dieci anni e legge i suoi versi in giro per il paese per chi nonlo sapesse….
    Un abbraccio
    tuo
    Enzo F.

  79. leonida il 26 febbraio 2007 alle 22:09

    “o alcor…
    vado a stirare!”
    Fine ingloriosa del dibattito su Pavese e l’epica. Peccato perchè le premesse erano buone e anche il testo che ne ha dato lo spunto.

  80. gianni biondillo il 26 febbraio 2007 alle 23:44

    Alcor, in quel mio “peccato” c’era proprio il dispiacere di una discussione che, ho avuto la sensazione, sia stata virata un po’ troppo bruscamente verso la polemica. Se non era tua intenzione me ne scuso. Vorrei però che tu rileggessi le tue parole con calma per comprendere come sia semplice intenderle male (capita: ci sono giorni che si è più acidi del solito. A me capita, non so a te).
    E comunque, come mi hai ben citato, ho scritto: “Sai, Valter, spesso ho la sensazione che si debba “ripartire” da “Lavorare stanca”.” E in quel virgolettare la parola *ripartire* c’era il senso della inadeguatezza del termine e pure una certa semplificazione dettata dalla fretta. Non era un “Pavese è il mio autore del cuore” (che tutti abbiamo letto a 16 anni e tutti l’abbiamo digerito a suo tempo). C’era un dire di una scrittura poetica che, in Italia, non ha avuto un percorso che forse sarebbe stato fruttuoso per eccesso di petrarchismo connaturato in noi. “Mari del sud” tenta, traduce, declina (grezzamente, ma ci prova) Withman. Da Walt a Walcott (da te giustamente citato) la strada fatta fuori Italia nessuno qui ha provato ad intraprenderla. Questo intendevo con “ritornare”. E non “ricalcare” i moduli poetici pavesiani. Il povero Cesare, tra l’altro, è stato l’autore più incensato e più dimenticato del ‘900 dopo forse solo a Moravia. Forse ancora pochi anni e lo riscopriremo come un grande del suo secolo. non sarò io a dirlo, comunque, ma ne capirò il senso.
    Resta il fatto che io, come te, odio i questionari. E su tutti quello impropriamente chiamato “proust”, che il francese compilò da adolescente e ora pare sia di sua ideazione. Il pari odio ci accomuna e affratella.
    Sulla mia cultura scientifica, invece non so che dirti. Non credo bastino gli esami universitari di “Analisi matematica”, “statica”, “tecnologia”, “scienza delle costruzioni”, “fisica tecnica”… la scienza è una cosa seria, non si può improvvisare, mica come la letteratura… ;-)
    In ogni caso, se sei d’accordo, direi di chiuderla qui perché non stiamo facendo un favore all’autore della poesia di questo post.

  81. la funambola il 27 febbraio 2007 alle 02:32

    la mia poetessa preferita è emily dickinson, colei ” che distlila un senso sorprendente da ordinari significati, essenze così immense, da specie familiari”.
    la mia poetessa preferita è una “sfigata” che si è votata alla solitudine prima che altri la condannassero ad essa.
    la mia potessa preferita mi parla, parla proprio a me e mi accoglie come nessuno mai mi ha accolta, mi abbraccia come nessuno mai mi ha abbracciata, mi consola come nessuno mai mi ha consolata, mi mostra la sua solitudine con fierezza e orgoglio, come nessuno mi ha mai mostrato.
    la mia poetessa preferita è ” come un reduce che narri strani segreti equatoriali, un marinaio che costeggiò rive lontane”
    la mia poetessa preferita sa di essere orfana, sa di essere sola.
    la mia poetessa preferita non fa “letteratura” , si prende sul serio e ci prende sul serio.
    la mia poetessa preferita non ha paura di avere paura perchè l’ha guardata, la paura, ci è entrata nella paura, l’ha attraversata la paura,e l’ha inchiodata con parole sublimi, parole innocenti, parole oneste, parole coraggiose, parole orgogliose, parole buone.
    la mia poetessa preferita è indulgente come una madre, e fiera, si “erge sul suo stelo a sprezzar tutto il mondo per smisurato orgoglio”.
    io mi fido di lei perchè lei si fida di me.
    la mia poetessa preferita scrive questo:
    se qualcuno cade, ditegli che questo che ora è in piedi
    anch’egli venne meno e capì di alzarsi
    solo dai fatti – non perchè non sentisse
    passare la stanchezza o ritornare la forza

    e ditegli che il peggio si placa in un momento;
    la paura è nel sibilo che precede la palla;
    quando la palla è entrata, con essa entra il silenzio:
    la morte annulla il potere di uccidere.

    ma dice anche questo
    Portatemi il tramonto in una coppa,
    numerate i flaconi del mattino,
    contate la rugiada;
    ditemi dove il mattino si spinge,
    ditemi quando dorme il tessitore
    che ordì l’azzurra vastità!

    Descrivetemi quante sono le note
    nell’estasi del nuovo pettirosso
    Fra gli attoniti rami;
    quanti viaggi fa la tartaruga,
    e quanti calici deliba l’ape-
    la dissoluta di rugiade!

    E chi fece i piloni dell’arcobaleno
    E chi conduce le docili sfere
    con vincastri di tenero azzurro?
    Quali dita intrecciarono stalattiti,
    chi conta i chicchi della notte,
    perché nessuno manchi?

    Chi costruì questa casetta albana
    e così forte chiuse le finestre
    che il mio spirito nulla può distinguere?
    E chi mi farà uscire qualche giorno di gala,
    con ali per volare
    più belle di ogni fasto?
    il mio piatto preferito è pasta aglio olio peperoncino, la mia canzone preferita comfortably numb, il mio giorno preferito il venerdì, la mia mamma preferita la emili, la mia città preferita non saprei, il mio amore preferito un ricordo di eternità, il mio scritore preferito il fernando, la mia amica preferita io me medesima.
    anche il resto non è male.
    baci
    la funambola

  82. Raffaella Vittoria il 28 febbraio 2007 alle 12:44

    Ecco chi è Francesco Filia, non certo uno sprovveduto. Basta cercare su internet. Lasciate stare Pavese. Apriamo le porte ai nuovi poeti. E’ anche questo il compito di Nazione Indiana no? Lo ha capito finanche Roberto Saviano, giovanissimo scrittore.
    Francesco Filia vive a Napoli dov’è nato nel 1973. E’ stato vincitore della sezione inediti del premio di poesia Dario Bellezza (edizione 2001). Sue poesie sono apparse sulle riviste La Clessidra , Poiein, Poetry Wave, Capoverso, La Mosca di Milano e Sagarana. Nelle antologie: Periferie (Napoli, 2004), a cura di Michele Sovente, Città sotto l’apparenza, (Milano, 2004), Armi di pace e Oltre la pace (Il Laboratorio, 2005 e 2006), Subway – Poeti italiani underground, a cura di Davide Rondoni e con introduzione di Milo De Angelis, (NET poesia, 2006) e nel catalogo di artisti e poeti per i sessant’anni della Repubblica (Il Laboratorio, 2006).

  83. gianni biondillo il 28 febbraio 2007 alle 12:58

    Ed infatti, Raffaella, questo facciamo.

  84. Raffaella Vittoria il 28 febbraio 2007 alle 13:11

    Certo Gianni. Infatti il sito è di altissima qualità proprio per questo. Non volevo essere polemica, solo sottolineare che è bello accogliere…



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