Il fattore C. La comunicazione del governo alla prova dei sei mesi #2

22 febbraio 2007
Pubblicato da

di Edoardo Novelli 

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(con sentimento “postumo” pubblico la seconda parte dello studio di Edoardo Novelli sulla comunicazione del governo Prodi. Dell’ex governo Prodi. La prima parte è qui. gv.) 

La concretezza comunicativa che Romano Prodi, più per affinità caratteriale che per strategia, ha evocato e praticato nel corso della campagna elettorale, sembra portarlo invece a una sorta di idiosincrasia per l’uso di frasi evocative e di espressioni immaginifiche, come di parole simbolo. “La fase due è una terminologia che non conosco, che ignoro e non uso” (26/10/96). Non che nessuno si potesse innamorare di un’espressione che suona più come una formula chimica che come un progetto politico ma, talvolta, segnare almeno a parole un cambiamento, indicare una nuova direzione, è un segnale importante. 

Si pensi alla fortuna e alla funzione politica svolta da formule e invenzioni linguistiche quali le convergenze parallele, gli equilibri più avanzati, la stanza dei bottoni, gli opposti estremismi, il patto della staffetta, il made in Italy, il partito di lotta e di governo. Nel corso di questi mesi, uno dei pochi slogan, una delle rare frasi forti ed evocative usate da Prodi è stata quella rivolta ai suoi ministri: “Serve il coraggio di stupire” (5/6/06). Il che, almeno in parte, è sicuramente successo. 

L’uso di slogan e sound bites – brevi frasi a effetto – da rilasciare sistematicamente, sulla vicenda del giorno, sull’ultima polemica o sulla nuova iniziativa del governo, risponde alle esigenze di brevità e rapidità richieste dalla stampa e dall’informazione, ed è il modo tramite il quale ci si inserisce nei resoconti giornalistici, si fa agenda, si offre la propria interpretazione degli avvenimenti. Quello che in gergo viene definito dare lo spin (l’effetto) voluto ai fatti. Rilasciare alla stampa una frase, una battuta forte, significa avere buone probabilità di ritrovarla nel titolo del giorno dopo, dargli articolate spiegazioni e posate considerazioni, significa complicargli il lavoro. Conferenze stampa sovraffollate, talvolta senza microfono; dichiarazioni in mezzo alla strada in condizioni ambientali poco favorevoli; scarsa attenzione agli aspetti rituali e scenografici quali palchi, fondali, coreografie: nel corso di questi sei mesi sono diventati una situazione abituale tanto per i giornalisti che per i telespettatori. Tre esempi per tutti. La disorganizzata conferenza stampa del vertice di Roma sulla crisi israelo-palestinese descritta dai giornalisti e cameramen costretti a bivaccare in 800 in una stanza torrida e male attrezzata come un suk; l’assenza dalla foto ufficiale del vertice del G8 di Romano Prodi, in quel momento impegnato a telefonare; l’intervista televisiva rilasciata da Prodi all’arrivo in Cina in una situazione di sovraffollamento e con in sottofondo le melodie italiane suonate dall’orchestra di benvenuto. Una trascuratezza così evidente delle forme, delle logiche e della cerimonialità della comunicazione, che viene difficile pensare che non faccia parte di una precisa strategia. Lo spontaneo, il naturale, anche a rischio dell’imperfetto, contrapposto allo studiato, all’artificiale, di Berlusconi? Se però questa è la tattica, problemi d’errata ricezione, incomprensioni con i destinatari, rumori e disturbi di fondo, devono essere messi in conto. Soprattutto se si ritiene che per risultare spontanei sia sufficiente comportarsi spontaneamente, e che agire in modo studiato infici la veridicità e la sincerità della comunicazione. Nell’attuale palco della turbopolitica, esattamente come su quello cinematografico o teatrale, risulta più naturale non chi non recita affatto ma colui che è più bravo a interpretare quel ruolo. 

Questioni di forma, alle quali se ne aggiungono altre di sostanza, con dirette e fragorose ricadute politiche. La questione Telecom che esplode in concomitanza del viaggio in Cina e della delegazione italiana, offuscandone la ricaduta d’immagine, è un fuori programma che scombussola l’agenda e l’ordine delle priorità del governo. Gli inviati, comprensibilmente più attratti dallo scontro fra Prodi e Tronchetti Provera che dagli incontri ufficiali, dai discorsi e dalle visite ai comparti produttivi cinesi, incalzano, fanno domande fuori scaletta, accorciano quella distanza di sicurezza e quel fair play che Prodi ama mantenere con la stampa. Ed è proprio in questo generale “fuori programma” che anche la comunicazione sembra perdere il controllo della situazione. “Il governo non era a conoscenza dei piani Telecom” (13/09/06). “Dimissioni di Rovati? Non se ne parla proprio” (15/09/06). “Riferire in Parlamento? Ma siamo matti?” (15/09/06). “Per il governo riferirà il ministro Gentiloni” (18/09/06). “Prodi parlerà alla Camera” (19/09/07). Un crescendo di scivolate, smentite e correzioni, che per alcuni giorni dà l’idea di essere inarrestabile. Quando infatti la scomparsa di Oriana Fallaci e le polemiche seguite alla citazione di Benedetto XVI su Maometto allentano la morsa sul caso Telecom, che esce dalle prime pagine e dai primi posti delle scalette dei tg, ecco un’altra domanda “fuori tema” sulla sicurezza del Papa nel suo viaggio in Turchia, ed ecco un’altra risposta “fuori registro”. Cosi riportata e commentata da La Stampa: “«Cosa vuole che ne sappia io? Vedranno le sue guardie, non so … Scusi non che io non rispondo alle domande ma non lo so, non lo so …, non lo so … Non so dove abbia preso questa fonte il Vaticano, non so perché devo rispondere a una domanda di cui non so assolutamente nulla. È per rispetto a voi». La risposta di un uomo stanco” (21/09/06). 

L’impressione è che alle difficoltà comunicative basate su aspetti caratteriali del Premier, si sommino anche problemi organizzativi nel rapporto con la stampa che, come è noto, non ama essere mantenuta a distanza di sicurezza, non gradisce smentite e rettifiche e non tollera essere bypassata. Episodi come quello accaduto nel corso della visita in Spagna dove, dopo aver più volte ribadito agli inviati che il Premier non avrebbe incontrato i vertici della società autostradale Abertis, un giornalista riconosce l’amministratore delegato della società spagnola uscire dall’albergo di Prodi, reduce dall’incontro, non è sicuramente il modo migliore per mantenere un rapporto sereno e collaborativo con l’informazione. Il tutto rincarato da una sorprendente giustificazione: “Infatti mica ci siamo visti. Se lui mi ha visto mica posso impedirglielo” (17/10/06). Eppure Prodi è una figura che, anche se istintivamente non sintonico con le logiche dei mass media e le procedure dell’arena elettronica, avrebbe le caratteristiche necessarie per attirarne l’attenzione e svolgervi un ruolo da protagonista. A partire da un’immagine pubblica forte, basata su tratti personali pronunciati e un profilo istituzionale autorevole. Chi è in grado di ripetere per ben otto volte la stessa frase in Parlamento, se affiancato da una strategia di comunicazione e di immagine, ha personalità e carattere sufficiente per ambire a diventare un moderno leader seduttore. 

Nel pieno della polemica sulla comunicazione del governo – ufficialmente aperta dalle dichiarazioni di Prodi in Spagna, proseguita con le richieste di cambio di passo di Fassino e Rutelli e conclamata dalla vignetta di Altan sulla prima pagina di Repubblica dove al personaggio che dice: “Non riusciamo a comunicare con la gente” l’altro risponde: “Cosa hai detto?” (20/10/06) –, Prodi sembra spiegare la scelta fatta in più di una occasione di stare defilato, intervenendo lo stretto necessario e, forse, anche un po’ meno. “Contrariamente al mio predecessore, io non sono il padrone del governo. Né vorrei esserlo. Non ho una concezione proprietaria dell’esecutivo” (22/10/06). È una tesi che si sposa perfettamente con le linee guida dell’esecutivo in tema di comunicazione accennate da Silvio Sircana in una delle poche interviste sull’argomento. “Sobrietà, collegialità, efficacia”, questa in estrema sintesi la triade virtuosa indicata dal governo, che invita anche a “selezionare le presenze in tv e a una certa sobrietà nel reagire agli stimoli della comunicazione” e si ripromette di “informare il Parlamento prima dell’opinione pubblica” (06/06/06). Quello che si chiama uno stile comunicativo austero e low profile

Ma nella nuova arena politico-mediatica, popolata da telespettatori-elettori abituati ai suoi riti e alle sue regole, quali siamo oramai tutti noi, siamo sicuri che i silenzi e i toni sommessi, anche quando deliberati, non corrano il rischio di essere fraintesi e non compresi? Vero è che il Presidente del Consiglio non è il proprietario dell’esecutivo, ma agli occhi di tutti gli italiani – quelli che lo hanno scelto e quelli che no – ne è il leader, l’incarnazione. Dichiarare: “non sono un leader per tutte le stagioni. Se vogliamo esaurire la nostra politica al ‘chi dice, che dici’ e al ‘si dice’, allora prendetevi un altro Presidente del Consiglio” (26/10/06), riflette la concezione di un premier espressione della maggioranza, anziché quella, fors’anche costituzionalmente non corretta, di una maggioranza espressione del premier, sicuramente molto più adeguata al rapporto fiduciario e diretto oggi esistente fra il leader e l’elettorato. Gli elettori hanno o no votato per Prodi presidente? Alcuni anche due volte: prima alle primarie e poi alle elezioni politiche. E allora, visto che è lui il titolare di questa sorta di mandato diretto previsto dal nostro pasticciato sistema elettorale, forse gradirebbero leggere che se c’è qualche ministro che non è d’accordo, dovrebbe essere lui a togliere l’incomodo. 

Un Presidente del Consiglio con funzioni di garante, è figura che poco si sposa con la moderna concezione della leadership. Anche senza voler eguagliare Berlusconi nel suo protagonismo che lo ha visto intervenire in prima persona dalla politica, al calcio, alla televisione, a chi spetta richiamare all’ordine – o allo spirito unitario e collaborativo, se si preferisce un’espressione più politica – i ministri coinvolti nei primissimi giorni del governo in una ridda di dichiarazioni e polemiche incrociate? Chi ha l’autorità per difendere dagli attacchi esterni e dai distinguo interni Bersani e il suo piano di liberalizzazioni? Chi gli elettori si aspetterebbero di veder comparire in televisione durante la crisi Telecom o la lunga e travagliata legge sulla Finanziaria? Invece, nessuna partecipazione ai principali programmi di approfondimento, nessuna intervista nei telegiornali, nessuna comunicazione del Presidente del Consiglio. In sintesi, nessun dialogo diretto – faccia a faccia, occhi negli occhi – con gli elettori. Quante volte nel corso di questi sei mesi Prodi ha parlato agli italiani rivolgendosi a loro con un discorso diretto? Pochissime, forse mai. “Gli italiani sanno, gli italiani pensano, gli italiani hanno capito”. Sempre in terza persona, parlando a giornalisti, politici, industriali, militanti. La vicinanza con il sentimento popolare e con lo stato d’animo del Paese si costruisce anche con una vicinanza grammaticale e sintattica. L’idea che si sia scelto di scavalcare i mass media per non farsi intrappolare nelle loro logiche e non farsi condizionare dalle loro esigenze, è a questo punto qualcosa di più di una semplice impressione. Contrariamente a quanto può apparire però, scavalcare i mass media o quanto meno ignorarli, è una strategia di attacco che rischia di diventare suicida se adottata in chiave difensiva e da una posizione di debolezza. Saltare la funzione di filtro con l’opinione pubblica svolta dai mass media richiede infatti una grande abilità nel produrre simboli e creare eventi, capaci di imporsi e di occupare la scena pubblica e il suo immaginario. 

È quanto è successo in occasione delle primarie del centrosinistra dell’ottobre 2005. Un’iniziativa nata all’esterno del circuito mediatico e non considerata da mass media poco fiduciosi nei suoi esiti, che si è imposta come un caso evento, obbligando giornali e televisioni a ricredersi e a dargli grande rilievo, e che è riuscita a stabilire un canale diretto con il proprio elettorato, trasmettendogli senso di identità e d’appartenenza. Se dunque, per ragioni sia tattiche che ideologiche, si vogliono ridiscutere le regole d’ingaggio con i mass media nella scena pubblica, è bene iniziare a pensare a eventi in grado di imporsi all’attenzione dell’opinione pubblica e di raggiungere autonomamente i propri destinatari. 

E qui si aggancia un altro dei temi connessi alla questione della comunicazione, che in questi mesi sono progressivamente cresciuti. Una volta vinte le elezioni e passati dalla fase della campagna elettorale a quella del governo, qual è stata presentata come la mission del governo? Quale frase, quale slogan ha preso il posto di “Per il bene dell’Italia”, con cui si intitolavano le 181 pagine del programma dell’Unione? Soprattutto dopo le difficoltà incontrate dalla Finanziaria, l’interrogativo ha iniziato a essere posto con sempre maggior insistenza. Dai commentatori: “Non ha una missione, non comunica un obiettivo da perseguire” (Ilvo Diamanti 08/10/06). Da figure istituzionali “Quello che conta e che oggi non si vede è un grande obiettivo generale e condiviso, che il Paese possa comprendere e che dia un senso a tutto ciò che si sta facendo” (Carlo Azeglio Ciampi, 11/10/06). Dagli stessi membri del governo: “Capisco il problema della missione, ma ci vuole pazienza” (Tommaso Padoa Schioppa, 12/10/06); “È mancata l’idea che ci fosse un grande disegno riformatore, di cui la Finanziaria è solo il primo passo” (Massimo D’Alema, 23/10/06). Ed anche dallo stesso Romano Prodi: “Per favore basta con i proclami. Svegliare questo paese non è una missione anche più grande dell’ingresso nell’euro? Far tornare il nostro Paese centrale nel mondo non è una grande missione? Fare giustizia, dare speranza non è una missione?” (26/10/06). Si potrebbe rispondere che non sono una missione, sono tre missioni. E nella dura logica della comunicazione o due sono di troppo, oppure bisogna trovare quel simbolo o quell’immagine sintetica, capace da sola di racchiudere e rappresentare lo spirito e la direzione del governo. L’equivalente dello spirito di ricostruzione degli anni quaranta, dello sviluppo economico degli anni cinquanta, della stagione delle riforme degli anni sessanta, della solidarietà nazionale degli anni settanta, della governabilità degli anni ottanta, del nuovo miracolo economico del primo governo Berlusconi, dell’entrata nell’euro del primo governo Prodi. 

Nel passaggio dalla campagna elettorale al governo sembra dunque essere venuta meno quella capacità di fare della comunicazione una risorsa in grado di valorizzare le proprie caratteristiche e di amplificare i propri obiettivi e le proprie azioni. Su questo pesano certamente i tratti costitutivi, già richiamati in precedenza, di una coalizione governativa che, sin dal suo inizio, è sembrata operare per trasmettere all’esterno un’immagine – di rivalità e di poca compattezza di sé – penalizzante. Sei sole donne nell’esecutivo e oltre cento membri del governo, sono la peggior campagna di comunicazione che il nuovo governo di centro sinistra possa augurarsi al suo esordio, alla quale si aggiunge il tourbillon di dichiarazioni incrociate e contrastanti che si scatena fra gli appena nominati neoministri. Un vero e proprio assalto allo spazio pubblico a colpi di esternazioni, per la delizia dei media ai quali non pare vero riportare le dichiarazioni filocubane del ministro Bianchi; l’apertura di Livia Turco alla pillola abortiva; la nuova riforma previdenziale e dello “scalone” anticipata da Damiano, subito smentito; la controversia sulle grandi infrastrutture (Tav, ponte sullo stretto) fra i ministri delle infrastrutture e dei trasporti. Ciò detto, proprio per il ruolo di leadership che compete alla Presidenza del consiglio, non passano in secondo piano i limiti e i ritardi nella sua comunicazione emersi nel corso di questi sei mesi I problemi di comunicazione del governo e della sua presidenza esistono, sono reali, e si collocano a livello organizzativo, di posizionamento e culturale. I problemi derivanti da questioni organizzative sono quelli più facilmente affrontabili, compatibilmente con la nota capacità di resistenza che le organizzazioni possono rivelare. Il fatto che la comunicazione del governo venga spesso dopo la politica e debba così rincorrere le situazioni, è emerso in più di una occasione, così come oggettivi risultano gli attriti e le disfunzioni che hanno avuto ripercussioni sul modo e sui toni con i quali i media hanno raccontato il governo e la sua attività. Anche nel caso in cui, come ha fatto questo governo, si scelga una comunicazione low profile e non gridata, questo non può significare una comunicazione sottotono, debole, priva di quei requisiti di forma e di sostanza capaci di alzare la soglia dell’attenzione. Ci sono voluti sei mesi per vedere Romano Prodi il 28 ottobre, al termine del vertice a Villa Doria-Pamphili, parlare da un podio presidenziale con una coreografia definita dai giornali “all’americana”, anziché seduto assieme ai ministri o, ancora peggio, attorniato da una calca di giornalisti come un qualsiasi inquisito all’uscita dall’incontro con il magistrato. è forse il segno che sul piano dell’organizzazione e della forma qualcosa si sta muovendo. Ma il nuovo stile di Prodi a Villa Doria-Pamphili, richiama la questione del suo posizionamento, della sua immagine. 

Se alcuni dei problemi derivanti da ragioni personali possono essere attenuati da una riflessione sulle pratiche e sulle procedure adottate e una specifica azione di pubbliche relazioni nei confronti dei principali interlocutori, a sei mesi dalle elezioni, l’immagine del premier e il suo posizionamento nella scena pubblica, appaiono ancora irrisolti. In entrambi i casi, quello di difficoltà caratteriali come quello di assenza di una strategia, la sirena dello scavalcamento dei mass media, del loro aggiramento è, per quanto suggestiva, estremamente rischiosa. Investire in anticipo tempo ed energie per trovare un punto di contatto e di equilibrio con i mass media e in particolare con la televisione, può essere la scelta non solo più producente ma anche più economica in termini di tempo e di risorse rispetto a dovere cercare, dopo, strade e soluzioni alternative. Infine i problemi connessi all’interpretazione e al ruolo che alla comunicazione viene attribuito. Sicuramente quelli più difficili da risolvere. La convinzione che la comunicazione sia un male necessario, una risorsa tattica a cui attingere nella contingenza, anziché una leva strategica, un modo di intendere il rapporto fra il governo e i cittadini, è evidente in più di una azione e in più di un comportamento. Come ha spiegato Sircana, nel tentativo di giustificare la crisi nella comunicazione del governo: “La politica ha fatto un’agenda. Questa aveva dei contenuti. Che si sono, diciamo cosi, comunicati da soli.” (26/10/06). 

Una diversa concezione e considerazione della comunicazione avrebbe però forse evitato di chiamarla in causa a cose fatte, solo per indorare la pillola, coinvolgendola anche nel momento della definizione dell’agenda politica. Magari con il risultato di poter pianificare le azioni e le strategie di comunicazione anche nei confronti di scelte complicate e impopolari. Ma è difficile che una interpretazione di questo tipo possa affermarsi, quando lo stesso premier sostiene che: “i problemi di comunicazione sono di breve periodo. Dopo un po’ ci si accorge che quel che conta è la sostanza” (29/10/06). 

L’impressione conclusiva è che sul tema della comunicazione il governo abbia sin qui proceduto alla luce di una concezione fortemente contraddittoria. Da un lato, la si considera e la si tratta come un semplice strumento, inerente la forma e non la sostanza, che non può e non deve assolutamente interferire con le questioni politiche. Dall’altro le si chiede di contribuire con la sua prassi e la sua azione all’ambizioso compito che questo governo ha in più di una occasione dichiarato, e cioè una profonda riforma della politica, del costume e della società italiana, invertendo e prescindendo dalle pratiche e dalle logiche che regolano l’attuale sistema dell’informazione ed il rapporto con i mass media. 

Una visione eccessivamente riduttiva e una, francamente, un po’ sopravvalutativa, il cui risultato rischia di essere una comunicazione incerta tanto nelle forme, quanto nei suoi obiettivi, quale quella di cui siamo stati tutti, in più di una occasione, testimoni. 

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3 Responses to Il fattore C. La comunicazione del governo alla prova dei sei mesi #2

  1. Ghega il 23 febbraio 2007 alle 14:48

    Pare che la squadra di esperti di prodi abbia sottovalutato il ruolo della comunicazione interna al governo; non ha sottovalutato, invece, la necessità di educare la gesticolazione del premier, mettendogli in mano fogli, penne e, alla peggio, facendogli incrociare le braccia.

    Ghega

  2. The O.C. il 24 febbraio 2007 alle 10:51

    A proposito del dodecalogo: Sircana passa da portavoce del presidente a portavoce del consiglio dei ministri. In Italia gli asinelli e i ciuchini vanno avanti, sempre. Chi sbaglia non paga, mai. Anche quando lo ammette, in diretta (“In mezz’ora”, Rai 3, 29 ottobre 2006).

  3. […] Con l’intervista a Silvio Sircana, portavoce di Romano Prodi, si conclude lo studio di Edoardo Novelli sulla comunicazione del governo. Qui e qui le due prime parti analitiche; seguono l’intervista a Gianluca Luzi, a Giovanni Floris, e a Valerio Saffirio. […]



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