La bbase

25 febbraio 2007
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No, no, io non ce la faccio più a essere buona. Se passa la linea dell’ultrasoggettivismo il partito implode. E’ stato pesante aprire tutte le mail e leggere cose tipo: “Che vi venga un tumore a tutti”. E così ci troviamo con gli spazi superristretti, ecco cosa ha prodotto questa crisi. E’ un coglione, è semplicemente un coglione. Ma a quelli che ti insultano je devi dì semplicemente: “A tu madre e tu sorella”. Se è una strategia, è una strategia suicida. Il discorso di D’Alema era accettabile, mo’ non era accettabile?. Così, se ne va a puttane la relazione con i territori. I dodici punti sono una gabbia. Abbiamo resisitito coi mal di pancia otto mesi e adesso ci ritroviamo, pe ‘na cazzata, dentro una gabbia. Così imparano a candidare gente che non ha il minimo senso istituzionale. Ha dimostrato cosa vuol dire la flessibilità sul lavoro applicata a un partito. Stava scritto qua nei vari punti della conferenza organizzativa: ma adesso si vede qua, come nodo vivo, cazzo, che vuol dire ‘sta separatezza tra istituzioni e partito. Esiste un ceto politico, uno dice, e poi che succede? Succede che in pratica non ci sta nessuno. Un’incazzatura generale, mo’ me ne vado a dormi n’oretta. C’è un piccolo Turigliatto in ogni sezione. E’ un compagno di grande coscienza, ma di stupida coerenza. Ma voi lo sapete che vordì fa le battaglie, costruille, convince la gente…Io ho condiviso tante lotte, c’ho preso le botte a Genova. Il problema è che si sta perdendo nelle personeil senso di che cos’è l’istanza politica. E’ tutta una chiarissima operazione centrista. Siamo noi coglioni, che siamo abituati a cospargerci il capo di cenere, come nel ’98, a sentirici in colpa, a fare le manifestazioni di solidarietà. Mo’ bisognera vedere pure quali saranno le ripercussioni a livello locale. E’ una questione che ha radici profonde: l’autonomia politca che diventa percorso singolo, slegato da una battaglia collettiva. Idiota in greco vuol dire singolo, vuol dire uno che agisce per cazzi suoi, senza tenere conto degli altri, del contesto. Non c’è, oggi non c’è un altro partito per cui valga la pena di spendere, questo tempo, queste energie, questa militanza. Io c’ho messo cinque anni per convincere quelli che dopo il ’98 avevano votato Ds a rivota’ pe’ Rifondazione, mo’ che je vado a dì? Che te devo dì, l’Unione deve restare. Punto e basta. Avevamo accumulato tutta una credibilità politica con la manifestazione di Vicenza, e in un attimo ce la siamo sputtanata. Bisogna cambiare come siamo noi. Come siamo noi all’interno del partito. C’è stata una chiara discontinuità, che si è vista e che stava spostando tutto il governo su posizioni più di sinistra. E allora a quelli che questa cosa nun je stava bene, hanno fatto torna’ in campo le forze reazionarie. A me sinistra radicale non mi piace, voglio parlare di sinistra antagonista, che vuol dire creare conflitti materiali all’interno di ogni questione politica. Rifondazzione c’ha ‘n problema, che non poi continuatte a chiama’ Rifondazzione doppo quindici anni, ch’hai rifondato? Le dichiarazioni dei singoli non devono passare per essere dichiarazioni rappresentative. Io pretendo che le minoranze rispettino le posizioni della maggioranza. Così lui si esclude dal gioco politico. Io ci credo che se uno sta in parlamento, al momento de schiaccià il pulsante non è che pensa soltanto, ma cosa mi dice la mia coscienza singola?, ma tutte le persone che mi hanno votato, e siccome co ‘sto sistema elettorale non c’hai il tuo gruppo di riferimento, allora non è che dici, io rispondo a quelli; tu no, tu rispondi alla linea del partito. La situazione in cui ci troviamo è terribile. Occorre ribaltare il senso di colpa. Il maschilismo nella scelta degli incarichi, questo è un punto giustissimo all’ordine del giorno. All’inizio uno poteva pensare che era leggerezza, ma poi uno ci vede anche una ministrategia. Non dobbiamo scordarci che pure col voto di Turigliatto sarebbe andato sotto uguale. Ma mo’ passiamo noi per quelli che hanno fatto il bordello. Che perdita di credibilità è? Abbiamo un bello statuto nel documento programmatico, limitiamoci a quello. A me il termine “base” non piace, diciamo i militanti, le singole persone. Io a chiama’ D’Alema compagno non ci riesco. Ho fatto tardi, allora posso andarmene a casa a pranzo e ci vediamo nel pomeriggio. As-so-lu-ta-men-te ir-re-spon-sa-bi-le. Secondo me è una dialettica nel partito che va chiarita. Non si può creare un partito, una compagine politica a forza di espulsioni. Io nun ce so’ stata, ma secondo voi ner Pci poteva succede ‘na cosa der genere. L’autonomia del singolo militante politico che abbiamo contrastato tante volte si riaffaccia sempre. Oggi il partito ricorda Valerio Verbano, e non lo ricordiamo solo perché ucciso dai fascisti, ma per il suo modo di fare politica sul territorio. Approccio materiale alla realtà, è da questo da cui dobbiamo ripartire. Autoreferenzialità, questa è solo autoreferenzialità. Hanno sempre fatto la mozioncina a sinistra della sinistra della sinistra. C’hai le tue idee, sei coerente allora, non ti candidare. Io ce so rimasto malissimo. E’ stata ‘na grande fesseria. Che c’abbiamo guadagnato?. L’idea de sta’ insieme do’ cazzo sta? Rifondazione c’ha perso su sta vicenda. Rischiamo che nce capisce nessuno su ‘sta questione. Avrei capito pure sulle pensioni. Me l’aspettavo un passo falso prima o poi ma non così. Le forze antagoniste all’interno del partito sono tutte cristallizzate. Io me so fatto dai venti ai trent’anni della mia vita con un paese che stava andando nella merda, e adesso che c’abbiamo la maggioranza al governo, alla regione, alla provincia, al comune, ai municipi, ora dobbiamo smerdare tutto? Non c’è un ricambio nel ceto politico, questa è una verità, le seconde linee del partito sono elementi di poca esperienza, di statura politica che è quella che è. Casini per favore no. C’è un congresso aperto da sei anni. Finimolo.

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14 Responses to La bbase

  1. pippo il 25 febbraio 2007 alle 20:15

    bravo Raimo. il problema è che manca quel pizzico di cinismo nel guardare alle cose del potere, e allora finisce in un gigantesco sproloquio di tutti contro tutti. perché la stampa e i media, le segreterie di partito, hanno orchestrato questo gigantesco psicodramma come se fosse la prima volta in Italia che cade un governo? perché mai una crisi di governo dovrebbe provocare sconquassi apocalittici? solo gli italiani lo pensano. all’estero, coi loro governi che non cadono mai, sarebbero contenti se qualche volta pure da loro i potenti cadessero un po’ di più. forse il motivo è che siamo tutti più fragili e soli e ogni catastrofe mediatica diventa una catastrofe interiore.

  2. pippo il 25 febbraio 2007 alle 20:20

    questo fatto, ovviamente, non fa che aumentare il mio disprezzo per coloro che, consci di questo facile meccanismo di manipolazione, lo utilizzano cinicamente (c’è un cinismo buono e uno cattivo) per accrescere il proprio potere. A D’Alema che dice “non c’è bisogno di una certa sinistra”. Rispondo: “Grazie, o uomo magnanimo, ce ne ricorderò al momento opportuno”.

  3. pippo il 25 febbraio 2007 alle 20:21

    ovviamente era “ce ne ricorderemo”…

  4. pippo il 25 febbraio 2007 alle 21:46

    p.s. fra l’altro, bisogna osservare che il governo al Senato non è affatto caduto, è solo mancato il quorum, cosa che può succedere, anche per via dello strambo regolamento del Senato. quindi Prodi, che non doveva affatto dimettersi, ha forzato la prassi costituzionale e in parte esautorato il Parlamento, con la complicità di Napolitano che non è stato affatto impeccabile e non è stato affatto neutro. e quindi come diceve il popolo di una volta, quando era più cinico e spietato e meno vulnerabile, “gatta ci cova”, e quindi non era il caso di lasciarsi trasportare da questo gigantesco e assurdo, e inventato, psicodramma, per una crisi inventata, per scopi non tutti confessabili.

  5. The O.C. il 26 febbraio 2007 alle 13:38

    Leggetevi Rondolino sul Corriere di oggi e poi ne riparliamo.

  6. The O.C., aggiornamenti il 26 febbraio 2007 alle 18:28

    La sinistra inutile non è solo quella che confonde la piazza con il parlamento, che dovrebbe stare in mezzo alla gente, a combattere dal basso per il cambiamento, e invece si fa sedurre dai catapani dei palazzi romani, sputando nella minestra che gli viene offerta, manifestando fuori con tante belle scuse quando rientra dentro.
    La sinistra inutile non è solo quella che in questi giorni tristi – i giorni dei bianchi complottardi e dei rossi dinamitardi, le ore liete dei Follini trionfanti – preferisce sorvolare e parla d’altro, dimenticando che se a cadere in questo modo barbaro e ridicolo fosse stato lo Zio d’America allora tutti giù addosso al mostro, al tiranno, al satrapo delle televisioni che ci ha rubato ingiustamente le elezioni.
    La sinistra inutile non è solo quella che ha fatto i Dico come ragion di stato, la sinistra del priorato-laicato, misterioso sostrato asessuato, per una battaglia campale che almeno lo avesse conquistato, ‘sto benedetto matrimonio parificato, omosessuale, lesbico o come te pare. La sinistra che si accontenta e gode di un compromesso servito freddo, che si tratti di politica interna o politica estera quello che prendo prendo.
    Questa sinistra è inutile per governare; il suo ruolo è stare nelle piazze; ogni movimento dovrebbe avere una piena autonomia politica per rimanere tale; autonomia istituzionale; se no è candidatura, elezione, voto, e allora le regole del giuoco cambiano, diventano altre, e non è giusto truccarle facendo finta di interpretare il cuore del Paese, perché il corpo sociale ha smesso di battere dopo l’ultima puntata di Medicina Generale. Non c’è più un vero ‘sentimento popolare’ che lega questo o quel popolo a questo o quel premier, ma solo un Gattopardo Totale.

    Ma la sinistra inutile è anche un’altra: quella che accusa gli altri di immobilismo, di conservare lo status quo, la sinistra che negli ultimi anni si è illusa di andare avanti mentre frenava all’impazzata, ha creduto di aver capito tutto quando invece è ancora ferma al palo di un riformismo piccino così: il figliol prodigo di un’epoca magra di pietà, in cui se pronunciavi quella parola maledetta ti prendevano per una battona o al peggio ti zittivano con la pistola.
    La sinistra di governo rimasta al guado, nella palude del Muro caduto con cui abbiamo convissuto, all’ombra della sconfitta che ci perseguita ancora; questo ventennio.
    La sinistra che poteva essere utile ma non c’è riuscita, e che nonostante i ripensamenti e i ripiegamenti continua imperterrita a dare ordini, giudizi e pagelle, come se fossimo ancora ai bei tempi della tavola rotonda, con Velardi e Rondolino seduti al tavolino; la sinistra del brunch che ha fatto splash, tra un libro porno o la fiction che piace tanto a mammà.
    Certo, è così facile prendersela con i sinistri che hanno mischiato la piazza con il salotto, e intanto guarda cosa passa il convento: la sinistra in odor di romitaggio. Ma perché, un remake delle cene machiavelliche di un tempo sarebbe meglio? Dell’Utri è convinto di sì (“Voglio Silvio a braccetto con D’Alema”, Corriere della Sera, 23 febbraio 2007) e a quanto pare lo stratega Rondolino ci sta, assapora il momento di un nuovo compromesso, perché è logico, no?, più ti affini a giustificare i Casini che fai, più mezzi prendi, più sposti i tuoi confini nell’aldilà.
    In verità è inutile questa rincorsa a chiudersi nel palazzo, com’è inutile manifestare fuori illudendosi che le cose, dentro, cambieranno. Elites e cortei, pappagalli babbei. Gli uni pensano di influenzare gli altri, ma non capiscono di essere distanti universi quanti.

    Fatto sta che la prima, la sinistra delle elites, è quella del comando; utile finché si vuole, ma pensa di restare a galla ancora per quanto? Ormai produce solo immagini, immagini, e nient’altro: il cantautore che scrive gialli a quattro mani col giovin scrittore, il popolo della sinistra in calorosa marcia, il padre della sinistra democratica che rilancia, se la ride e se la canta, e l’eterno, buon Veltroni che aspetta al varco, in silenzio, il suo turno, per giocarsi l’assopigliatutto; il grande bluff, l’ennesimo punto inutile; il governo culturale della Nazione, la metropoli come asfissia di massa, solidarietà, ruffianesimo e parangoscia.

    C’è una sinistra che può essere ancora utile a rovesciare i giochi? Una comunicazione senza frequenze d’onda? Certo che c’è. Non batte solo nel cuore degli iracheni o degli iraniani che vorrebbero studiare e lavorare in pace, in uno stato moderno e democratico, come dice Condy Rice. Batte anche nello stomaco e nell’anima di quegli italiani che stanno cercando una identità, che se c’è una cosa al mondo che ritengono inutile e dannosa è il fondamentalismo dei tagliatori e dei mitragliatori di teste, un’Italia decorosa e silenziosa che non vota più, o che non vota ancora e certamente non andrà a votare quando sarà il momento giusto per ricominciare.
    Da lontano, si vedono interpreti di questa politica senza voce. Giovani che hanno già superato la prova del governo. Hanno capito quant’è importante l’attenzione: stare fuori dai giochi, tenere un profilo basso, saper aspettare. Vengono dai territori di un’Italia dimenticata, sono in giro ma non ce ne sono tanti, non ce ne accorgiamo perché finiscono nei palinsesti del due percento.
    Verrà il momento in cui si faranno avanti, per sostituire con idee nuove l’immagine di questa sinistra inutile, di lotta e di governo, che con la destra promette e con la sinistra (si) compromette, la sinistra del partito democratico e della giunta rosso-verde.

  7. tashtego il 27 febbraio 2007 alle 08:43

    ma in questo pezzo, molto efficace, che ruolo ha il corsivo?
    cioè, perché ci sono frasi in corsivo e frasi no?
    lo chiedo da raimista convinto.

  8. christian raimo il 27 febbraio 2007 alle 09:11

    tash, il corsivo è una chiaro contrappunto politico. le frasi intondo rappresentano un riformismo europeista, quelle in corsivo le posizioni di sinistra critica.
    oppure, la verità: mi sembrava che alternando, si leggesse un po’ meglio. lo dico da tashtegista riformista.

  9. tashtego il 27 febbraio 2007 alle 15:17

    @raimo
    Se proprio vuoi dichiarare un’appartenenza dovresti dire “tashteghista”.

    Io pure vorrei essere qualcosa, avere il corsivo mio in un testo come quello qui sopra.
    Mi piacerebbe essere un antagonista.
    Un rivoluzionario, un massimalista, un anarchico, un terrorista, un brigatista (di quelli che il loro obbiettivo primario non sono i padroni, ma i gius-lavoristi, che magari li ammazzi più facilmente), un troskista, un leninista pacifista gay.
    Oppure mi piacerebbe essere un riformista.
    Un diessino europeista, uno del correntone, un veltroniano, un d’alemiano, un fassiniano (esistono?), un pannelliano, un seguace di Di Pietro, mi piacerebbe essere magari un boselliano, mastelliano (mastellino?), un qualsiasi governativo, un mussiano, per dire.
    Un abientalista, gayano, un sole che ride, un seguace di Pecoraro (Scanio), un realaccino, uno che gli piace quello che disce Grazia Francescato.
    Un cattolico de sinistra, di centro, di destra.
    Oppure mi piacerebbe stare veramente a destra.
    Potermi dire fascista, rautiano, finiano, alemannita, storacino, o anche leghista razzista, di quelli convinti che vanno a spargere sangue di maiale davanti alle moschee, un berlusconiano, un ferrariano, un teo-con, un ateo devoto, un devoto tout court, un ruiniano, un seguace del pensiero di Pera, di Buttiglione, un demichelisiano, cicchittesco, casiniano, follinico, eccetera.
    Un liberal-fascista oppure un lib-lab, un liberal socialista, un liberale puro, un cultore del laissez faire, un seguace di Zanone, metti, di La Malfa junior, il dummy di famiglia.
    Essere qualcosa di politico, mi piacerebbe.
    Per avere ancora un’opinione sul presente, per potermi accodare, per discutere del nuovo Partito Democratico con convinzione, per dire no, così non va bene, io non ci sto, oppure dire sì sono d’accordo, me convince, eccetera.
    Invece niente.
    Sono capace solo di guardare verso il muro che ci aspetta tutti, da qui a qualche decennio, senza riuscire a pensare ad altro.

  10. Mario Ardenti il 27 febbraio 2007 alle 16:37

    @ tashtego

    “Sono capace solo di guardare verso il muro che ci aspetta tutti, da qui a qualche decennio, senza riuscire a pensare ad altro. ”

    Si potrebbe dire:

    1. bella frase (utile in quanto bella)
    2. frase rispondente al vero
    3. bella frase inutile comunque
    4. bella frase della rinuncia
    5.–>>infinito. boh…

    bella, comunque, lo resta.

    Mario

  11. The O.C. il 27 febbraio 2007 alle 17:43

    Tash, l’interprete della politica senza volto, però, non l’hai beccato. Quasi quasi mi convinco che funziona, ‘sto candidato.

  12. tashtego il 27 febbraio 2007 alle 18:22

    @The O.C.
    a chi ti riferisci?

  13. The O. C. (2) il 27 febbraio 2007 alle 18:35

    L’identikit del candidato:

    “Da lontano, si vedono interpreti di questa politica senza voce. Giovani che hanno già superato la prova del governo. Hanno capito quant’è importante l’attenzione: stare fuori dai giochi, tenere un profilo basso, saper aspettare. Vengono dai territori di un’Italia dimenticata, sono in giro ma non ce ne sono tanti, non ce ne accorgiamo perché finiscono nei palinsesti del due percento.
    Verrà il momento in cui si faranno avanti, per sostituire con idee nuove l’immagine di questa sinistra inutile, di lotta e di governo, che con la destra promette e con la sinistra (si) compromette, la sinistra del partito democratico e della giunta rosso-verde”.

  14. tashtego il 27 febbraio 2007 alle 19:27

    visto che è un passo virgolettato potresti citare la fonte.
    non capisco bene a chi ci si riferisce, comunque.



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