Il paradiso perduto dei dettagli

27 febbraio 2007
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di Massimo Rizzante

Che cos’è un lettore?

Nelle Lezioni di letteratura di Vladimir Nabokov c’è un passo della conferenza intitolata L’arte della letteratura e il senso comune dove si legge:

«Ricordo una vignetta raffigurante uno spazzacamino che cadeva dal tetto di un alto edificio e notava, precipitando, che in un’insegna c’era un errore d’ortografia, e si chiedeva, nel suo volo a capofitto, perché nessuno avesse pensato a correggerlo […] Questa capacità di interrogarsi su inezie – indipendentemente dall’imminenza del pericolo – questi “a parte” dello spirito, queste note a piè di pagina nel volume della vita sono le forme supreme della consapevolezza, ed è in questo stato mentale infantilmente speculativo, tanto diverso dal senso comune e dalla sua logica, che sappiamo che il mondo è buono».

Il metodo Nabokov per leggere e descrivere i meccanismi di quel congegno misterioso che è un romanzo (per Nabokov l’opera romanzesca è un congegno che può essere smontato e rimontato, tenendo ben presente che il suo mistero non potrà mai essere completamente svelato) è qui perfettamente esemplificato. Sono i dettagli, «queste note a pié di pagina nel volume della vita» che ci fanno entrare attraverso la porta principale in un romanzo. La capacità di interrogarci sui dettagli così come ci conduce all’interno di un romanzo ci allontana allo stesso modo dal «senso comune». Per Nabokov la logica del romanzo non ha niente a che vedere con la logica della «realtà», probabilmente perché il lettore della «realtà» è un cattivo lettore di romanzi: non osserva con attenzione i dettagli, è troppo distratto per interrogarsi sulle inezie.
Agli inizi degli anni Venti, all’incirca all’epoca in cui il giovane Nabokov-Sirin impartiva lezioni di inglese e di tennis fra le fila dell’emigrazione russa a Berlino, José Ortega y Gasset pubblicava in Spagna il suo Ideas sobre la novela nel quale affermava che «il romanzo è un genere essenzialmente moroso» perché necessariamente ci fa girare intorno ai personaggi obbligando il lettore a rallentare e a dilatare il tempo dell’esperienza («il tempo degli orologi e dei calendari» avrebbe detto Nabokov) grazie alla presenza di minimi particolari («La qualità dei dettagli decide del valore a cui il libro corrisponde», scrive ancora Ortega y Gasset). Per il pensatore spagnolo, inoltre – come per Nabokov –, l’entusiamo infantile per i dettagli è inversamente proporzionale all’infantile godimento per la semplice narrazione di peripezie.
La logica del romanzo impone un entusiasmo infantile e una pazienza adulta, una passione artistica e un amore scientifico per la precisione (a volte Nabokov sostituisce i due termini: così la precisione diventa quella poetica e l’ebbrezza quella della scoperta scientifica). La logica del romanzo impone anche un rallentamento della durata temporale. Per questa ragione, come dice Nabokov, il buon lettore di romanzi è sempre un «rilettore». Non a caso Nabokov cita Flaubert da una lettera a Louise Colet: «Quanto saremmo intelligenti se conoscessimo a menadito soltanto cinque o sei libri!»
Flaubert è l’autore che per primo ha attribuito un’importanza essenziale ai dettagli, a ogni minimo dettaglio. È lui che ha imposto al lettore di romanzi un microscopio da entomologo. Ci ha insegnato inoltre che lo stile, in quanto accanito esercizio di approssimazione linguistica alla parola giusta («lo stile è martirio») è allo stesso tempo una successione di minuscole testimonianze (il martire è etimologicamente sempre un testimone) della possibilità di rintracciare in ogni dettaglio la totalità. In questo senso lo stile in un romanzo è sì, come Nabokov insegnava ai suoi studenti, «la maniera dell’autore, la sua particolare inflessione, il suo vocabolario», ma soprattutto, come la pratica romanzesca di Nabokov mostra, quell’arte della composizione per cui la forma diventa inseparabile dal pensiero dell’autore. Stile: inseparabilità tra la forma e il pensiero grazie alla composizione.
Interrogarsi sui dettagli di un romanzo presuppone allora – per Flaubert come per Nabokov – concepire quest’ultimo come una totalità, cioè come un congegno unitario di relazioni, deduzioni, induzioni, associazioni, passaggi, echi e sviluppi (così, ad esempio, un dettaglio può ripetersi, amplificare la sua portata semantica fino a diventare un motivo; un motivo, attraverso un procedimento contrappuntistico, unirsi ad altri motivi e formare un tema), ma anche come un luogo dove è possibile per l’uomo cogliere o presentire l’esperienza stessa della totalità.

Il demiurgo e la realtà

Nella lezione dedicata a Madame Bovary Nabokov, dopo aver elencato una serie di particolari inverosimili all’interno del romanzo considerato la «pietra miliare del cosiddetto realismo», afferma:

«In realtà, la finzione è sempre finzione. L’arte è sempre inganno. Il mondo di Flaubert, come quello di tutti i grandi scrittori, è un mondo fantastico con una propria logica, proprie convenzioni e proprie coincidenze. Le curiose contraddizioni che ho elencato non stridono con il disegno generale del libro, e in effetti le scoprono soltanto noiosi professori universitari o studenti svegli».

E aggiunge:

«La realtà è sempre relativa, perché ogni realtà data, la finestra che vedete, gli odori che percepite, i suoni che udite, dipende non soltanto dal rozzo compromesso dei sensi, ma anche da differenti livelli d’informazione». (sono io che sottolineo)

La realtà, come Nabokov ripeterà molte volte, è apparenza, l’opera di un ingannevole demiurgo. All’inganno della realtà si risponde con l’inganno, all’artificio con l’artificio. Da quell’imbroglio pieno di trabocchetti che è la Natura, come dirà ancora Nabokov, l’Arte non può che imparare giorno dopo giorno, contrapporre cioè un imbroglio altrettanto magistrale; l’artista è il doppio dell’ingannevole demiurgo che ha creato la realtà, anche se la sua onniscienza invece di restarsene nascosta (come era il caso fino a Flaubert) esibisce i suoi smalti, quando non i suoi artigli (il narratore onnisciente del XIX secolo diviene sempre più nel XX secolo un narratore scettico, ludico, inaffidabile). In ogni caso, proprio in quanto doppio del demiurgo tessitore dei nostri inganni quotidiani, l’artista deve tenere conto «dei differenti livelli d’informazione» di cui la sua opera è costituita e perciò definire una sintassi, stabilire delle relazioni tra le parti (dal dettaglio al motivo, dal motivo al tema), accogliere le diverse voci dei personaggi conservando dettagliatamente la loro individualità e il loro diritto a essere riconosciute.
Nel 1933, all’incirca nell’anno in cui Nabokov pubblicava a puntate a Berlino la versione russa del suo romanzo Laughter in the Dark (1938), Hermann Broch – che aveva appena pubblicato la trilogia dei Sonnambuli – teneva a Vienna una conferenza dal titolo: Das Weltbild des Romans (L’immagine del mondo nel romanzo)
Proprio all’inizio Broch afferma:

«Il mondo come tale è uguale per tutti, sicché affermando che un albero è per un commerciante soltanto un valore di vendita, per un militare soltanto un punto strategico e per lo scienziato soltanto una struttura biologica percorsa da linfe vitali, non si esaurisce affatto il problema….»

La riflessione di Broch del 1933, mi sembra una variante di ciò che Nabokov esporrà ai suoi studenti alla fine degli anni Quaranta sulla relatività della realtà, sul fatto che essa è sempre il frutto di «diversi livelli d’informazione», di diverse «immagini del mondo».
Ma che la realtà sia data da «diversi livelli d’informazione» non esaurisce, afferma Broch, «l’analisi dei fatti». Non esaurisce, soprattutto, l’immagine del mondo data dal romanzo, proprio perché tenere insieme i diversi livelli di informazione o immagini del mondo è l’inesauribile compito del romanzo.

«L’immaginazione è una forma della memoria»

Se l’ideale a cui aspira il romanzo – restituire in una certa forma la totalità del mondo – coincide fin dagli inizi con la specificità di quest’arte e della sua storia, è ancora una volta con Flaubert che esso comincia consapevolmente a incrinarsi, che si avverte la dimensione patetica e quasi grottesca del tentativo di ritrovare l’universale nel particolare, la totalità nel dettaglio.
È per questo che Flaubert – afferma Danilo Kis, lettore attentissimo di Nabokov (che egli riconosce come uno dei suoi maestri) «nella Tentazione di Sant’ Antonio si è messo alla ricerca, attraverso l’uso di documenti del passato, di un possibile punto fisso in un mondo di strutture instabili» (sono io che sottolineo).
Una delle forme più caratteristiche dell’arte romanzesca di Nabokov (come quella di Borges e dello stesso Kis) – penso soprattutto a La vera vita di Sebastian Knight, a Pnin, a Fuoco pallido – è quella che si manifesta attraverso il recupero, sapientemente distorto, della forma classica del romanzo considerata come narrazione della vita di un uomo. La biografia del personaggio, invece di svilupparsi nel tempo o costituire il tempo del racconto, viene ricostruita da un narratore-erudito o da un narratore-detective (si dice del resto: ricostruire la scena del crimine. La vita di un uomo è spesso per questo tipo di narratore proprio questo: la lunga ricostruzione dettagliata della scena di un crimine) a partire da avvenimenti dati come effettivamente accaduti. Oppure da testi: da un’opera poetica in Fuoco pallido, da opere di e su Sebastian in La vera vita di Sebastian Knight, da testimonianze verbali o scritte, catalogate e presentate come storiche a cui il narratore, per coprire vuoti biografici, aggiunge la materia concreta dell’immaginazione, materia che deve avere la stessa forza di persuasione del documento e che perciò deve essere munita di una buona dose di dettagli.
Naturalmente, il confine tra documento e finzione, tra memoria storica e immaginazione è per il lettore un punto interrogativo e tale deve permanere: «L’immaginazione è una forma della memoria», affermava Nabokov.
È all’interno di questa incertezza tra documento e finzione, infatti, frutto del dubbio che l’autore del XX secolo possiede rispetto alle sue stesse possibilità formali e dell’inclusione all’interno del racconto romanzesco di altri registri come citazioni, note, documenti veri o fittizi, che si crea un nuovo spazio estetico che supera la costruzione psicologica dei personaggi e che rende l’onniscienza del memorialista-narratore precisa, piena di dettagli, ma inevitabilmente ironica e poco affidabile.
Per Nabokov vale poi in particolare ciò che egli stesso diceva a proposito di Proust nel suo corso universitario sulla Recherche: «Ritrovare e far rivivere il passato diventa così la chiave dell’arte». Passaggio che ritrovo approfondito e amplificato in un dialogo del 1971 (avvenuto poco dopo la pubblicazione di Ada o ardore):

«Anche il Passato è parte del tessuto, parte del presente, ma sembra un po’ sfocato. Il Passato è un continuo accumularsi di immagini, ma il nostro cervello non è un organo ideale per una retrospezione continua, e il massimo che possiamo fare è cogliere e cercare di trattenere quelle chiazze di luce iridata che sfrecciano attraverso la memoria. L’atto della ritenzione è l’atto dell’arte, scelta artistica, fusione artistica, ricombinazione artistica di eventi concreti. Il cattivo memorialista ritocca il proprio passato, e il risultato è una fotografia con venature azzurre e ombreggiature rosa, scattata da uno sconosciuto per consolare il lutto dei sentimenti. Il buon memorialista, invece, fa del suo meglio per conservare la massima verità del particolare».

E poco più in là:

«Ne consegue che la combinazione e giustapposizione di certi particolari ricordati è un fattore importante nel processo artistico di ricostruzione del nostro passato».

Il Tempo Passato, di cui il Tempo Presente è solo la sommità, la punta dell’iceberg, è il paradiso perduto e la patria del romanzo nabokoviano, la terra incognita di tutti i dettagli che attendono di essere ricordati, cioè scelti, fusi e ricombinati da quel puntiglioso nostalgico del concreto che è l’artista.
Se il buon lettore di romanzi per Nabokov deve dare massima importanza ai dettagli, ciò dipende dal fatto che l’artista, da perfetto entomologo-memorialista, desidera proprio questo e si adopera con tutti i mezzi formali per conservare con microscopica precisione «la massima verità del particolare».

Il tribunale dei ricordi

Una costante del romanzo di Kafka: il personaggio non possiede un passato. Spesso non possiede neppure un patronimico, in ogni caso non possiede una dimensione interiore ancorata alla propria memoria.
Sappiamo forse qualcosa dell’agrimensore del Castello? No. Il personaggio di Kafka è ciò che fa. La sua esistenza dipende totalmente dalla presenza del Castello e del piccolo villaggio. Solo il presente conta. Non c’è un’altra possibilità esistenziale al di fuori di questo universo o, comunque, K. non riesce ad immaginarla.
Nel capitolo VII del Processo K., assillato dall’idea dell’accusa del tribunale, decide di stendere lui stesso una difesa. Nelle intenzioni di K. la difesa doveva essere preceduta da «un riassunto della sua vita» che spiegasse «fin nei minimi dettagli per quali motivi si era comportato così». Il memoriale non vedrà mai la luce. Le pratiche dell’ufficio, i superiori, le commissioni lo distolgono continuamente dal redigere l’importante documento. K. non riesce né descrivere né a riassumere «fin nei minimi dettagli» la sua vita e a presentare il documento al tribunale perché il tribunale ha già deciso che la sua vita è un documento, una pratica come tutte le altre. Come descrivere in modo dettagliato la biografia di un uomo quando la biografia di un uomo è ridotta a un breve documento in cui si viene accusati da una legge che non si conosce di una colpa mai commessa?
Un individuo, costretto a concentrarsi completamente sul presente (un presente sempre affollato) e a impiegare tutte le sue forze in quest’atto, non ha più tempo per ricordare, non ha più tempo per la sua vita interiore. Il tempo della premeditazione e della rievocazione nei romanzi di Kafka è del tutto assente, e il lettore stesso non ha neppure il tempo di rammaricarsene, di provare nostalgia per la perdita di quel paradiso.

La biografia di un uomo del XX secolo

Il narratore di Nabokov (e con lui il grande lettore Vladimir V. Nabokov) non è affatto ignaro della condizione di spersonalizzazione in cui l’agrimensore si trova ad agire, né della privazione di vita segreta e spossessamento della memoria a cui K. è sottoposto dal tribunale. E neppure dell’assoluta impossibilità del personaggio kafkiano, preso in trappola in un mondo burocratizzato e astratto (un mondo dove, avrebbe detto Nabokov, «la specie domina sull’individuo»), di descrivere ed evocare «fin nei minimi dettagli» il proprio passato.
Il narratore di Nabokov sa bene che la biografia di un uomo che vive in un mondo burocratizzato o in uno Stato totalitario o in un fantastico regno chiamato Zembla, insomma la biografia di un uomo del XX secolo, si riduce alla fine a pochi eventi (eventi a cui nessuna biografia può sfuggire e che rendono tutte le biografie assai simili) registrati dalla mano di un anonimo impiegato, o a una voce enciclopedica redatta da qualche mediocre commentatore, o al limite alla data di nascita e di morte.
Solo che, a differenza del mondo kafkiano dove l’universo interiore di K. non ha alcuno spessore, schiacciato com’è dal mondo esterno e appiattito su un presente assoluto, il gesto artistico del narratore nabokoviano, cioè la sua ricostruzione biografica, sebbene sia il prodotto di una ricerca documentaria esercitata a posteriori, è rivolta ancora proustianamente alla ricchezza infinita e piena di sorprese della vita intima del personaggio, all’indagine delle motivazioni interne dei suoi atti, al paradiso perduto dei dettagli. È attraverso i dettagli che si entra nella logica del romanzo, è per mezzo loro che la totalità di una biografia di un individuo del XX secolo, una biografia altrimenti simile a una voce enciclopedica, può svelare la sua universalità.
Per il narratore di Nabokov vale sempre l’incipit di Laughter in the Dark:

«C’era una volta a Berlino, in Germania, un uomo che si chiamava Albinus. Era ricco, rispettabile e felice; un giorno abbandonò sua moglie per una giovane amante; l’amava; non era amato; e la sua vita finì in catastrofe. Ecco tutta la storia e noi avremmo potuto lasciarla così, non ci fossero stati l’interesse e il piacere di raccontarla; e sebbene la superficie di una pietra tombale orlata di muschio sia sufficiente a contenere il riassunto della vita di un uomo, i dettagli sono sempre i benvenuti».

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24 Responses to Il paradiso perduto dei dettagli

  1. gianni biondillo il 27 febbraio 2007 alle 12:20

    “Dio è nei particolari”

    (L. Mies Van Der Rohe)

  2. cara polvere il 27 febbraio 2007 alle 12:40

    non frega al mondo ma, per quanto mi riguarda, in certi momenti, rileggendo kafka, non è la nostalgia del passato del personaggio a rammaricarmi ma piuttosto il rammarico viene dall'”invidiare” al personaggio proprio quella “beata” assenza di passato.
    paola

  3. carla bariffi il 27 febbraio 2007 alle 13:30

    devo confessare che non sono riuscita a finirlo, “il castello” di Kafka,
    in alcuni passi ho provato un’angoscia che ancora non mi so spiegare.

    Giocare sui dettagli, ricercare il particolare, credo sia una mossa vincente, anche per la nuova letteratura.
    Sorprendersi fa sempre bene!

  4. fabio foti il 27 febbraio 2007 alle 14:51

    Non credo che l’ideale del romanzo sia “restituire in una certa forma la totalità del mondo”. Mi pare un’ambizione megalomanica che contraddice la valorizzazione dei particolari. L’importanza di questi ultimi deriva forse dal fatto che il romanzo può anche disarticolare la fabula ma non può che ancorarsi alla concretezza, se pretende di rappresentare qualcosa di significativo. Non è la totalità del mondo che ci viene restituita, ma la relazione tra un soggetto e il mondo, come prodotto sociale prima ancora che culturale. Credo che i “particolari” siano importanti in questa prospettiva.

  5. carla bariffi il 27 febbraio 2007 alle 15:09

    infatti di particolari si parla, o no?

  6. Morgan il 27 febbraio 2007 alle 16:50

    Se è vero, come sostiene Kundera nel suo “Arte del romanzo”, che un romanzo appunto non indaga la realtà, ma l’esistenza, e se è altrettanto corrispondente al vero la celebre sentenza di Mark Twain: “Trovo da idioti scrivere sette o otto mesi su un romanzo quando in ogni libreria, per due dollari, si può comprarne uno”, allora mi chiedo: perché in Italia è pubblicata una gran quantità di sozzura letteraria?, e perché qualcuno impreca quando un Dan Brown di turno narra storie che coinvolgono la sensibilità di moltissime persone in tutto il mondo?
    A volte credo che troppa poca gente si prenda il tempo necessario per leggere i grandi del passato con calma e umiltà.
    Tanti si sentono geni della letteratura. Che tristezza.

    I minimi dettagli di Nabokov sono importanti non solo quando si scrive e si pubblica, soprattutto invece quando si legge.

  7. Il portiere della Reggina il 27 febbraio 2007 alle 17:55

    Concordo con Morgan, lui cita Kundera e Twain, io riprendo di nuovo Nabokov e il libro edito da Garzanti, qualche tempo fa, dal titolo “Lezioni di Letteratura russa”: prendete questo testo, leggetelo attentamente. Poi prendetevi il tempo per rileggere Anna Karenina, Guerra e Pace, Tutti i racconti di Cechov. Rinchiudetevi in casa se necessario. Umiltà è la parola chiave. Pensate a personaggi come Levin ed Anna… pensateci bene.

  8. ei fu il 27 febbraio 2007 alle 18:43

    Concordo con il portiere della Reggina che concorda con Morgan.

    “Umiltà è la parola chiave”.

  9. Vera il 27 febbraio 2007 alle 18:47

    peccato che poche persone la conoscono, a partire dai preti.

  10. valter binaghi il 27 febbraio 2007 alle 19:20

    Se dovessi definire la distinzione tra romanzo e racconto, e soprattutto la specifico della narrazione romanzesca, non è al dettaglio che penserei, ma proprio alla pretesa del romanzo di alludere a, se non proprio rappresentare, un mondo. Ovviamente non nel senso di riassumerlo, ma di fornirne una sorta di filigrana ma compiuta.

  11. pedrocamacho il 27 febbraio 2007 alle 21:26

    Binaghi parla della “pretesa del romanzo di alludere a, se non proprio rappresentare, un mondo”, scartando il dettaglio come specifico della narrazione romanzesca. Eppure, io penso che proprio nella lettura attenta dei dettagli, e nella loro assimilizione e composizione, si possa trovare la rappresentazione di un mondo, riuscita o meno che sia, da parte dello scrittore.
    Il romanzo, nonostante le mille interpretazioni e, a volte, incomprensioni, resta, a mio avviso, l’unico “genere” in grado di compiere quel miracolo (in genere taciuto anche se presente) della appropriazione, da parte del lettore, di un mondo, se non grazie (solo) ai dettagli, certamente anche e sopratutto per merito della loro esistenza e collocazione.

  12. buyo il 27 febbraio 2007 alle 21:38

    mamma le tautologie!!!

  13. greimas il lituano il 27 febbraio 2007 alle 21:52

    a me in primis interessa chi (se) sposta cosa quando dove.
    Il perché unito a sano voyeurismo animale, meta-anim-ale et caetera non è solo interesse, è la mia ossessione.
    A culo tutto il resto.
    Con licenza
    ovvio.

  14. la funambola il 28 febbraio 2007 alle 00:32

    “Per questa ragione, come dice Nabokov, il buon lettore di romanzi è sempre un «rilettore». Non a caso Nabokov cita Flaubert da una lettera a Louise Colet: «Quanto saremmo intelligenti se conoscessimo a menadito soltanto cinque o sei libri!»

    “Nabokov la logica del romanzo non ha niente a che vedere con la logica della «realtà», probabilmente perché il lettore della «realtà» è un cattivo lettore di romanzi: non osserva con attenzione i dettagli, è troppo distratto per interrogarsi sulle inezie.”

    Io non ho capito cosa si intenda per cattivo lettore di romanzi e buon lettore di romanzi.
    Io però l’intendo così.
    Il lettore della realtà leggerà romanzi, consumerà romanzi come si consuma qualsiasi cosa, pur di dimenticarsi di sé.
    Il lettore della “realtà”, quella cosa che sta appena dietro la parvenza, sarà un buon lettore di Romanzi e li consumerà con parsimonia perchè il suo è un banchetto povero, povero ma genuino.
    Il lettore buono legge poco, legge pochissimo e legge circolare,il cattivolettore, legge tanto, legge tantissimo legge lineare.
    Io di mio leggo e rileggo, leggo e rileggo, ho una coazione a ripetere e sono ignorante come una mucca però so a menadito quasi un libro.
    Baci tanti
    la funambola

  15. Paolo S il 28 febbraio 2007 alle 10:38

    la funambola, il tuo intervento ha un aura benjaminiana… qualcosa sul freddo lettore di romanzi che prova a scaldarsi ecc ecc. Perché non ricordo i dettagli, ma il titolo del saggio – che qui taccio per dispetto? – :D

  16. la funambola il 28 febbraio 2007 alle 15:30

    beh, se walter la pensa come me, non deve essere uno stupido :)))
    bacio dispettoso
    la fu

  17. bett il 28 febbraio 2007 alle 18:26

    Questo intervento, e in particolare i riferimenti alla mancanza di memoria e di biografia, mi fanno venire in mente “Un giorno all’anno” di Christa Wolf. Che non è definibile un romanzo, nè un diario, nè una autobiografia ma una raccolta di giornate qualsiasi, fatte di inezie, che ricostruiscono una storia, una autobiografia, un diario. Mi domando che tipo di lettore richieda. E che ne avrebbe pensato Nabokov, anche.

  18. la funambola il 28 febbraio 2007 alle 22:48

    Stimo che l’unico romanzo possibile sia quello autobiografico e per autobiografico intendo qualcosa che non parli della tua vita, ma che parli del tuo “sguardo” sulla vita,
    che altro non è, se non lo sguardo dentro di te!?
    Questo per me è il Romanzo, il resto è romanzo, fotocopia del reale, con sprazzi di colore più o meno intensi, con intuizioni più o meno estese, della “vita”.
    Quanto più lo scrittore sarà consapevole della sua finitezza umana, quanto più avrà letto consapevolmente il suo bisogno di scrivere e la domanda del perchè abbia necessità di scrivere gli pulserà nel cuore, tanto meno si farà ammaliare dal richiamo subdolo del reale, dalla tentazione della vanità.
    l'”onestà ” non può essere vanitosa.
    Penso anche che un Romanzo del genere non l’abbia scritto nessuno, perchè il silenzio delle vite è intraducibile, il silenzio delle vite è indicibile.
    Ed è per questo che occorre scrivere, di questo “indicibile”, di questo “intraducibile”
    Alcuni però ci hanno provato, onestamente provato, e ci provano a diventare narratori non reticenti e questi li riconosci subito, se hai “occhi” per ” “leggere”.
    Penso anche che uno scrittore così non abbisogni di un pubblico, il pubblico è l’ultima delle sue “preoccupazioni”.
    Ma un narratore così, avrà i lettori che si “merita”
    un bacio silenzioso
    la funambola

  19. ei fu il 28 febbraio 2007 alle 22:57

    Cavoli, funambola, sei davvero la stessa che sparlava sul blog del Mario a Vapore?

    “l’”onestà ” non può essere vanitosa.”

    Questa me la coccolo nelle undici ore e passa di treno che mi aspettano domani. ‘Notte.

  20. valter binaghi il 1 marzo 2007 alle 00:01

    @Funambola
    Secondo me ti sei invaghita di una tipologia di romanzo, ce ne sono almeno altre due. Il tuo è un monologo interiore: Joyce, ma anche Siti.
    Poi c’è Dostoevskij che è dialogico.
    E Manzoni che è epico.
    Il romanzo contiene in sè in modo spurio i generi classici, senza realizzarne puramente nessuno ma recando un’inquietudine spirituale, una volontà di verità che forse essi non conobbero. E’ inevitabile che ognuno di noi percepisca con maggiore urgenza una di queste forme, perchè le tipologie hanno una radice caratteriologica.

  21. valter binaghi il 1 marzo 2007 alle 00:02

    Non caratteriologica, caratteriale.

  22. Mario Ardenti il 1 marzo 2007 alle 00:44

    @ ei fu

    funambola da me “sparlava” e qui “parla”, data la ben diversa “mensa”?

    di qual potere distruttivo mi ammanti, amico mio? l’avessi, almeno!

    se avessi braccia e se credessi al cielo, le alzerei al cielo.

    buon ritorno

    Mario

  23. ei fu il 2 marzo 2007 alle 09:55

    @ Mario

    Giusto un paio di citazioni dagli ultimi exploit della funambola sul “Treno a Vapore”, come spiegazione di quanto insinuato:

    “tira di più un pelo di figa o un “vecchio” solo pieno di soldi? :)))))”

    “intelettuale, per giunta maschile ,a me non l’aveva mai detto nessuno.
    mi sono quasi bagnata.”

    Ma soprattutto:

    “ci ho capito una mazza della “discussione qui sotto” ma ho inteso che vuoi trasformare i tuoi investimenti in liquidità. mi pare un’ottima idea visto i tempi che corrono.
    per il resto siamo quello che scriviamo.
    per il resto, siamo solo traduzioni.”

    Capisci cosa intendevo dire per “sparlava”? Insomma, più che altro una questione di registro. Pure è la stessa firma…

    Buona giornata,
    ei fu

  24. la funambola il 2 marzo 2007 alle 12:54

    siamo quello che scriviamo e siamo solo traduzioni.
    qui, come nel “reale”
    la traduzione è più o meno contaminata dal grado di paranoia, diffidenza… degli occhi che “traducono”.
    lasciamoci contaminare dalla fiducia, suvvia.
    bacio non registrato
    la fu



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