Scarpe

28 febbraio 2007
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di Alessia Polli

Mi guardo le scarpe. Hanno la punta consumata. Non me ne sono mai accorta ma ora so che è così. Quando le ho comprate, quel pomeriggio insieme a te, avevano la curva perfettamente arrotondata. Adesso, se le inclino un po’, mi rendo conto che non arrivano a toccare il pavimento. E questo perché sono andate, da buttare via. O forse soltanto da riparare.

Mia madre portava sempre le sue ballerine di vernice col tacco a riparare. Diceva che le scarpe, come qualsiasi altra cosa a cui teniamo, vanno curate per bene. Ci vuole il lucido che deterge, quello che colora, la pasta per nutrire la pelle e un colpo di martello sotto la gomma, che se poi è pure nuova va anche meglio. Io mi ricordo che nel negozio di Michele, quello che faceva angolo con la scuola di danza, nell’atrio grigio e scoperto che se pioveva s’allagava al centro, c’era sempre la fila. Non era necessario controllare a che punto il calzolaio fosse, perché tanto i più restavano fuori a fumare ansiosi che le carcasse di cuoio venissero ringiovanite. Si capiva che ci sarebbe stato d’aspettare. Per questo dicevo seccata a mia madre di passare più tardi, che tanto Michele non avrebbe chiuso neanche per pranzo. Poi però, lì, davanti a quella porta che sapeva di ferro fuso, colla e otturante per il legno, succedeva all’improvviso una cosa strana e mi ritrovavo appiccicata alla vetrina, sedotta dai fumi dell’interno, a seguire le varie operazioni. Le scarpe, stipate per ordine di consegna, colore e dimensione, venivano sbatacchiate da una parte all’altra come se dovessero riprendersi da un sonno infinito. Mi sorprendeva vederle ancora più invecchiate. Tutte castigate tra le sbarre d’acciaio degli armadietti a muro, strette nelle morse da lavoro e spaiate, rivolte di tacco lì, sul bancone, respiravano l’aspro odore di vernice fresca e s’ingrassavano di  polvere e coppale. Michele non amava lucidare. Il più delle volte sfuggivano al controllo delle sue nere e grandi mani cerniere, cinturini e fibbie metalliche. Non aveva grande cura, si capiva. Perché quando spennellava per ridare alle carrozzerie la nuova guaina, guardava davanti a sé disinteressato e se la prendeva col governo ladro se non riusciva a mantenersi con l’onestà di quel lavoro. A me, che di là dal vetro sfuggivano le parole, faceva una gran rabbia vedere quel corpo morto così, tra le sue pale. Avevo paura che il rosso accecante del sandalo corallo non sarebbe stato mai più tanto rosso, che la sfumatura di marrone sul collo dello stivale sarebbe stata inghiottita dall’uniformità del colore, che le fascette arcobaleno delle piccole scarpe da tennis su quel tavolaccio sarebbero sparite, e avrebbero finito per assomigliarsi tutte. Impallidivo a immaginare che anche le mie scarpe, prima o poi, sarebbero finite in quella bottega degli orrori. Dovevo tenere mia madre il più lontano possibile da Michele, da lui e dal suo barattolo di veleno azzurrognolo, dall’aria stantia che si respirava nel locale angusto verniciato per metà, dalla macchina con i pistoni che battevano forte come i pedali della bici quando non li controlli più. Eppure, ogni volta che la vedeva esitare, incerta se attendere oppure tirar dritto, le faceva cenno di entrare, che tanto non ci avrebbe messo molto a solettare e a rinsaldare due chiodi. “Oggi non chiudo neanche a pranzo”, aggiungeva. Io, fossi stata in mia madre, non mi sarei mai fidata di uno che cambia il colore a occhi chiusi, che mescola il nero con un nero più nero, che smacchia con l’acido che lascia sul cuoio l’alone. Io, fossi stata in lei, avrei preferito salvarle quelle ballerine di vernice col tacco. Sarebbe stato più semplice. Più semplice che abbandonarle.

Se mi allontano e resto a fissarle piegata sulle ginocchia, non mi vengono tanti dubbi. Le tengo. A volte basta una spolverata e le ammaccature non ci sono più. Se invece mi avvicino e le guardo con coscienza, mi prende una fitta allo stomaco e il respiro mi si blocca per metà. Sono arrivate. Non posso più tenerle. Queste scarpe vanno eliminate. Allora mi alzo, corro a prendere la scatola foderata di lilla, quella che mi dicevi sempre: “Lo so perché hai scelto queste. Per la scatola foderata di lilla”, e ce le metto dentro. Ti penso distrattamente, ora, confondendo il lilla della seta con il panno verde della tua giacca. Ho come un sussulto. Nel silenzio della casa mi pare di sentire un piccolo cuore che batte. E poi un fruscio di stoffe antiche e un odore selvaggio di muffa. Mi alzo, faccio un giro di ricognizione per liberarmi della dose d’ansia che il gesto di mettere a dormire questi vecchi anfibi ha sprigionato, e mi fermo. Gli spostamenti d’aria mi fanno venire la nausea. “Dici sempre così, quando qualcosa non ti piace. Che è stucchevole. Stucchevole. Stucchevole e basta”, mi sussurri insopportabile da chissà quale punto lontano. Io non ti ascolto, perché ho messo a tacere insieme alle mie scarpe anche te. Scivolo in corridoio, sperando che il morso alla gola mi passi. Faccio piano, per capire la provenienza di questo tamburo incalzante che nel frattempo è diventato di latta. Mi sembra di sentirti ancora, mentre frughi inacidito nel terzo cassetto della cucina. Quello dove tengo le posate e qualche sacchetto di lavanda. Nella mente adesso tutto mi sembra metallico e ho quasi l’impressione che di là si sia anche accesa la televisione. “La tua è una fissazione. Sei tutta strana, tu”, mi arriva come un proiettile che perfora il centro corazzato dell’autocontrollo. Vado in apnea. Non so reagire quando mi bucano il cervello. Lentamente, con le braccia rivolte per aria, mi calo giù. Lo faccio con una cautela immotivata, cercando la via più agevole per stendermi sul pavimento. Inavvertitamente ti vedo che muovi  nervosamente una pistola giocattolo comprata. Hai su il maglione a righe che ti ho regalato a Natale. Non credo di avertelo mai visto prima. No, non mi sembra. L’idea di te e dei tuoi stupidi lavaggi sbagliati mi sblocca una valvola ostruita all’altezza dello sterno. Il sangue riprende a scorrere, forte, nelle vene. Faccio due calcoli veloci, ripercorrendo quello che è stato e quello che sarà. Butto fuori l’aria con un colpo secco di tosse. “La devi allontanare questa energia”, mi dice Carlo dall’altra parte del giardino. Ha ragione penso, mentre mi giro meccanicamente su un fianco. Sento il gelo della casa concentrarsi tutto sotto di me, in quel punto. Poggio l’orecchio sul riquadro nero e marrone che ho davanti, e immagino che la venatura del marmo più in rilievo si ricongiunga esattamente con la cicatrice a mezzaluna del mio timpano. Aspetto. Dal basso parte un ticchettio nevrotico che non so spiegarmi. Mi viene in mente che tu li hai sempre detestati gli orologi. E che io, per un certo periodo della mia vita, ho preferito fare come te, senza chiedermi cose alle quali non avrei saputo dare un senso. Per un attimo mi  sforzo di seguire caparbiamente il segnale. Arriva ovattato e rimbomba nelle tempie. Devo tendermi ad arco, assottigliare la distanza che mi separa, per coglierne le vibrazioni. Mi concentro, ora, su questo nuovo battito che, nel frattempo, ha cambiato intensità, lunghezza e ritmo. Poi, mentre la testa si fa cassa di risonanza e il suono io comincio ad averlo per tutto il corpo, sento uno sparo. Uno solo. E’ la mia attenzione che vuoi. Lo capisco da come ti giri e mi guardi. Fantastico, mi dico. Hai proprio un bel modo per tenermi. Quella volta che ho provato a parlarti, tu, con un movimento automatico del gomito, mi hai spinto via facendo rotolare i limoni. Il giallo accecante di quel ricordo mi ferisce gli occhi. Devo chiuderli in fretta per non vedere. “Sei emotivamente instabile”, mi hai urlato con il tono meschino di chi vuole ferire senza sporcarsi troppo. Annego, nonostante il dolore l’abbia già assorbito e filtrato. Vado giù per l’ennesima volta, trascinata da una corrente che preme, inspiegabile. Mi inabisso violentemente, con le unghie che si scartavetrano sul fondo sabbioso. Non ho più paura penso, mentre immagino di avere ancora il corpo fuori dall’acqua. Un involucro trasparente mi fa da scudo adesso, come le meduse. Che arrivano di notte, sulla spiaggia, soltanto per morire. La prima volta che ne ho vista una da vicino sono corsa via, spaventata dalla consistenza molle che quel corpo informe aveva. Poi ho preso uno stecco e sono andata a riva, bagnandomi i piedi, le caviglie e i pantaloni blu per metà. C’ho fatto un buco al centro alla membrana, con disprezzo, cattiveria, sperando che reagisse, che facesse almeno un po’ di sangue. Invece non c’era altra vita lì dentro, che non fosse quella del mare a gonfiare le pareti di quell’ammasso indistinto di acqua, cellule e grasso. Ho le vertigini. Il molliccio mi dà la nausea. Allargo i palmi delle mani, al limite della loro estensione, e capisco di non essermi mossa da qui. Mi viene da ridere. Forte. Scoppio dalla voglia di farlo. Ma un chiodo mi pungola la lingua. Mi esce un grido sommesso, disperato. Il sale del mare me lo sento in bocca. Invece è soltanto l’acidulo delle lacrime, che da sempre per me sanno di iodio, di Puglia e di salsedine. “Finiscila. Sei ridicola”, ritorni con l’efferatezza di cui sei capace quando la fragilità non ti basta. Stringo il pugno che porto lentamente tra i denti. Incido sopra le nocche le iniziali dei nostri stupidi nomi. Parte un fischio. Devo sollevare la spalla destra per tamponare il suono, che è quello fisso e prolungato che ti squarcia l’orecchio negli ascensori idraulici, quando passi da un piano all’altro, senza fermate intermedie. Sei ancora lì, che gesticoli inutilmente per riappropriarti dei tuoi spazi e della tua realtà. Non ti sopporto. Vorrei potermi alzare, ora, e trafiggerti con un portacenere di cristallo trasparente. Mi darebbe sollievo saperti in mille pezzi. Mi farebbe respirare, finalmente. Eppure ho l’impressione, da quando esiste tutto questo, di allenare il fiato dentro una busta di plastica di medie dimensioni. Che più la gonfio, più cede l’aria a chi vuole lei. Ho il terrore di disperdermi. Non è questo quello che volevo, dico a voce alta, come per giustificarmi di qualcosa. Me ne convinco soltanto adesso, dopo averlo tirato fuori questo benedetto pensiero. Ci gioco un po’, tentando di capire che intenzioni ho e dove dovrei arrivare. Mi avvicino e mi allontano dal pericolo con una lente che sbiadisce i colori. Perché si deve fare attenzione. Che senza lucidità si mescolano cose e persone che non hanno nulla a che vedere con l’amore e con l’onestà. Improvvisamente mi ritrovo in un succo amarognolo che brucia, con una percezione frammentata di me. Saranno stati i limoni penso, e mentre ci penso faccio un controllo rapido di quello che mi sta intorno. La casa, noto, è illuminata a giorno. Mi pare vissuta. Vorrei rimettermi in piedi, andare a vedere, ma la resina degli alberi me la sento uscire dal corpo e depositarsi alle estremità. Faccio appena in tempo ad allargare braccia e gambe che la colla si rapprende. E resto inchiodata in quella posizione.

 

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10 Responses to Scarpe

  1. Marco il 1 marzo 2007 alle 08:49

    Bello.Scritto benissimo.

  2. Piero Meo il 1 marzo 2007 alle 09:40

    Bello anche il finale così sospeso. Mi piacciono così sospesi.

  3. calamita il 1 marzo 2007 alle 10:56

    Intenso. Risultato toccante e scrittura senza difetti.

  4. Nicolò La Rocca il 1 marzo 2007 alle 11:26

    Bel racconto. Ha due qualità che raramente si accordano tra loro: è nitido e denso.

  5. Liz il 1 marzo 2007 alle 18:37

    Duro, doloroso, ti fagocita, non respiri più e 2 minuti dopo ti ha risputato fuori. Davvero brava.

  6. daria il 2 marzo 2007 alle 11:00

    Toccante. ti si avvita alla spina dorsale e resta là.
    Bravissima

    daria

  7. cristina il 2 marzo 2007 alle 12:40

    emozionante. bella la fisicit cos marcata.
    grazie,
    c.

  8. loretta il 2 marzo 2007 alle 15:17

    Che bella scrittura, che eleganza e che sobrietà. Brava.

  9. Irene il 5 marzo 2007 alle 12:38

    Fisicissimo e soffocante…
    Brava.

  10. cinzia bomoll il 11 marzo 2007 alle 17:37

    un racconto vivo, secco, come i passi sui tacchi
    un racconto, insomma, tutto da passeggiare sopra e sotto le righe…
    brava Alessia



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